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martedì 27 gennaio 2026

Giornata della Memoria. Per non dimenticare. Mai.

Profondamente sbagliato equiparare nazismo a comunismo (come vorrebbe la destra peggiore). Articolo di Luca Bagatin del 25 gennaio 2025  

In una UE sempre più censoria e sempre meno democratica e in cui la pericolosa estrema destra avanza, appare ancora più pericoloso l'ulteriore tentativo del Parlamento europeo di equiparare il nazifascismo al comunismo sovietico.

Peraltro a pochi giorni dalla celebrazione della Giornata della Memoria.

Si vorrebbe forse dimenticare il sacrificio dell'Armata Rossa e di oltre 20 milioni di sovietici, i quali combatterono contro il nazifascismo e che, il 27 gennaio 1945, liberarono il campo di sterminio nazista di Auschwitz?

Il Parlamento europeo, poi, sembra o ignorare o voler dimenticare che fu grazie alla Rivoluzione socialista sovietica dell'Ottobre 1917, guidata da Vladimir Lenin, se venne posta la parola fine all'antisemitismo zarista. E, nel 1918, l'URSS legalizzò il divorzio, l'aborto, depenalizzò l'omosessualità e legalizzò la convivenza fuori dal matrimonio. Molto prima di molti altri Paesi europei che si dicono “avanzati”!

Come se non bastasse, si deve all'URSS un importante contributo nell'edificazione dello Stato di Israele, fondato e guidato dal socialista David Ben Gurion, il cui sistema dei kibbutz affascinò molto anche la Jugoslavia socialista di Josip Broz Tito, che riconobbe e sostenne immediatamente tale Stato. Così come peraltro fece la Romania socialista, che con Israele non ruppe mai le relazioni diplomatiche.

Equiparare il socialismo sovietico al nazifascismo, anche solo per queste importanti ragioni, dovrebbe apparire una follia e un insulto alla memoria storica, oltre che all'onestà intellettuale.

Nel 2021 scrissi peraltro già un articolo, sempre in risposta a coloro i quali (il partito della Meloni in primis) avrebbero voluto equiparare tali aspetti storico-politici, diametralmente opposti e allo scopo ultimo, in definitiva, di bandire definitivamente dall'Europa la memoria storica socialista e comunista (cosa già peraltro ampiamente fatto a partire dal 1993, come più volte ho scritto).

Così scrivevo: “Equiparare comunismo a nazifascismo non solo è storicamente sbagliato, ma anche ideologico e pretestuoso.

Se il primo fu un esempio di emancipazione civile e sociale (sia nella sua versione marxista-leninista che anarchica e socialista), declinato nei secoli nelle varie “vie nazionali al socialismo”, il secondo fu un fenomeno essenzialmente capitalista e razzista, come peraltro rilevato negli Anni '20 – quindi agli albori del fenomeno hitleriano - dai nazionalbolscevichi tedeschi Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel.

E' pretestuoso in quanto equiparazione sbandierata già in sede UE dai liberal-capitalisti e da tempo applicata in Paesi semi-autoritari quali Polonia, Ucraina, Paesi Baltici, Slovacchia e Ungheria”.

E continuavo:

Preoccupante, dunque, la proposta di legge del partito della Meloni, che vorrebbe identificare il comunismo quale “totalitario” (dimenticando che totalitario è piuttosto il liberal-capitalismo, che sta mettendo e mette ogni cosa in vendita, persino le vite delle persone) (…).

Puntare il dito poi contro Cina, Vietnam, Corea del Nord e Cuba, quali Paesi comunisti “totalitari”, significa non solo non conoscerne i meccanismi politici e socio-economici, ovvero il significato di che cosa sono le democrazie popolari, ma anche pensare che tali sistemi siano uguali fra loro, quando invece ciascuno segue la propria personale via nazionale al socialismo, adattata non solo alle caratteristiche sociali, culturali e economiche, ma anche alla volontà dei rispettivi popoli (senza contare che ciascuno di questi Paesi presenta sistemi elettorali e finanche aspetti di democrazia diretta).

Parimenti, puntare il dito contro l'Unione Sovietica quale “dittatura totalitaria”, da parte del partito della Meloni, è altrettanto scorretto, in quanto l'URSS fu un sistema socio-economico e geopolitico ampiamente condiviso dalla popolazione (al punto che questa votò a maggioranza - 77,8% - per la sua conservazione, in un celebre referendum – nel marzo 1991 - poi disatteso dal golpismo di Eltsin), del quale ha ancora oggi nostalgia”.

Da tener presente, poi, che nella Federazione Russa, esistono oggi numerosi partiti comunisti e sono tutti all'opposizione del governo liberal capitalista di Putin, il quale, spesso, o impedisce loro di presentare liste elettorali, o, talvolta, li mette anche in galera. O falsa i risultati elettorali, in modo che, i comunisti, non abbiano mai sufficienti voti per governare.

Che differenza c'è, dunque, fra le politiche di Putin e ciò che vorrebbe il Parlamento europeo?

Mi piace poi ricordare che il Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio, si definì egli stesso comunista e disse, nell'intervista a una rivista anarchica: “Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città (Fiume) un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”.

Da notare, peraltro, come proprio l'Unione Sovietica leninista fosse l'unica ad aver riconosciuto la Reggenza del Carnaro dannunziana e come Lenin, a proposito di d'Annunzio, lo elogiasse quale “unico rivoluzionario in Italia”.

Il simbolo della falce e martello, il cui utilizzo, qualcuno (compresi tanti finti "socialisti" europei), vorrebbe abolire in UE, fu il simbolo anche del primo partito politico italiano, ovvero il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, di Filippo Turati e Anna Kuliscioff, fondato nel 1892. E tale simbolo fu usato persino da Giuseppe Saragat, che mai si definì anticomunista, nel 1947, fondando il PSLI (poi PSDI), che comprendeva anche trotzkisti che alla Rivoluzione bolscevica, comunque, si ispiravano (e nelle fila di quel partito militò la grande rivoluzionaria e femminista Angelica Balabanoff).

Studiare la Storia, senza pregiudizio, sarebbe sempre bene per tutti. Anche perché, in UE, fra ignoranza di andata, ritorno e veicolata dai media, oltre che da una politica che favorisce sempre di più gli autoritarismi (quelli veri) striscianti, sino a sdoganarli... un ritorno agli inquietanti Anni '30 è tutt'altro che lontano dalla realtà.

Luca Bagatin

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martedì 23 settembre 2025

Dal Venezuela all'Austria, la Repubblica Popolare Cinese ricorda gli eroi antifascisti e la vittoria contro l'aggressione giapponese. Articolo di Luca Bagatin

Anche il Venezuela socialista e bolivariano, lo scorso 3 settembre, ha celebrato l'80esimo anniversario della vittoria del popolo cinese nella Guerra di Resistenza contro l'aggressione giapponese e nella Guerra Mondiale Antifascista.

A Caracas, in occasione dell'evento, è stato inaugurato un suggestivo monumento che ricorda tale importante avvenimento storico, nel quale persero la vita oltre 35 milioni di cinesi.

L'inaugurazione è avvenuta alla presenza del Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro e dell'Ambasciatore cinese Lan Hu, oltre che gli alti componenti del governo della Repubblica Bolivariana del Venezuela, fra i quali la Vicepresidente Delcy Rodriguez e il Ministro della Difesa Vladimir Padrino.

Il Presidente Maduro ha celebrato questo momento ricordando la “coraggiosa vittoria della resistenza contro l'ex Impero giapponese” e ha paragonato tale vittoria a quella ottenuta dall'Armata Rossa sovietica contro la Germania nazifascista.

Egli, ha inoltre ricordato i legami di amicizia e collaborazione fra Venezuela e Repubblica Popolare Cinese, rammentando come “la Cina è la principale potenza militare del pianeta Terra. Una potenza sorella, una potenza amica, una potenza senza una visione imperialista, colonialista o schiavista”.

L'Ambasciatore Lan Hu ha, a sua volta, espresso i suoi ringraziamenti, affermando: “A nome del governo e del popolo cinese, vorrei ringraziare il presidente Nicolas Maduro Moros, il governo e il popolo del Venezuela per la costruzione di questo monumento commemorativo, per questa grande vittoria mondiale”.

Egli ha fatto inoltre presente che essa rappresenta il riconoscimento della causa antifascista mondiale e la ferma determinazione di entrambi i Paesi a resistere a qualsiasi forma di aggressione o invasione straniera.

E, a proposito di causa comune antifascista, il 12 settembre scorso, incontrando il Presidente della Repubblica Austriaca, Alexander Van der Bellen e la Ministra per gli Affari Europei e Internazionale Beate Meinl-Reisinger, il Ministro degli Affari Esteri cinese, Wang Yi, oltre a sottolineare la stabilità delle relazioni fra Cina e Austria, ha ricordato come la Repubblica Popolare Cinese abbia accolto numerosi ebrei provenienti dall'Austria, alcuni dei quali si sono distinti per eroismo nella causa antifascista.

In particolare, egli ha ricordato tre figure importanti: Jakob Rosenfeld, Richard Frey e Ruth F. Weiss, in quali hanno contribuito a combattere e diffondere gli ideali antifascisti, a fianco del popolo cinese, contro l'aggressore giapponese e sono ricordati, in Cina, come eroi nazionali.

Jakob Rosenfeld (1903 – 1952) fu urologo, ex componente del Partito Socialdemocratico Austriaco, deportato nel campo di concentramento di Dachau e successivamente a Buchenwald. Nel 1939 fu rilasciato, ma, costretto a lasciare immediatamente il Paese, fuggì a Shanghai e qui si arruolò volontario nella Nuova Quarta Armata e servì le forze comuniste cinesi come medico. Nel 1942 aderì al Partito Comunista Cinese e fu nominato Generale dell'esercito.

Molti anni dopo scoprì che la gran parte della sua famiglia era morta nei campi di sterminio nazisti. Lavorò, infine, come medico a Tel Aviv, ove morì ed è considerato, in Cina, un eroe nazionale, tanto che ogni anno la sua tomba è visitata da una delegazione del governo cinese.

Richard Frey (1920 – 2004), il cui nome originario era Richard Stein, fu aderente alla Gioventù Comunista d'Austria e al Partito Comunista d'Austria. Fuggì alle persecuzioni antisemite nel 1939 e si arruolò nelle forze armate comuniste cinesi, divenendo membro del Partito Comunista Cinese nel 1944. Nel 2007 il governo cinese eresse, vicino Pechino, un monumento alla sua memoria.

Ruth F. Weiss (1908 – 2006), nata a Vienna in una famiglia ebrea, educatrice e giornalista, fuggì anche lei a Shanghai, nel 1933, ottenendo nel 1955 la cittadinanza cinese e divenendo, nel 1983, membro del Comitato nazionale della Conferenza politica consultiva del popolo cinese (CPPCC), per il suo impegno nella cultura e nell'educazione e per aver documentato il conflitto fra la resistenza cinese e gli imperialisti giapponesi.

Storie molto probabilmente poco conosciute da noi, ma che meritano di essere celebrate, rispettate e ammirate.

Anche perché dimostrano legami fra storie e popoli apparentemente lontani, ma uniti dai comuni ideali socialisti, democratici e antifascisti, che possono, ancora oggi, illuminare un mondo che dovrebbe ricercare unità, pace, sviluppo e cooperazione, in luogo di assurde contrapposizioni, portatrici di morte, divisione e instabilità.

Luca Bagatin

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sabato 20 settembre 2025

Meloni, l'illusione di un'Italia sovrana. Articolo di David Saforcada

 

Giorgia Meloni continua a salire nei sondaggi. La sua fermezza, la sua autorevolezza e la sua capacità di incarnare un'Italia finalmente stabile sono elogiate. Ma se il Primo Ministro italiano rimane popolare, è anche perché non dà davvero fastidio a chi a Bruxelles e Washington detiene le redini.

Perché dietro l'atteggiamento marziale e la retorica sulla sovranità, Meloni si inserisce in una continuità atlantista e filoeuropea che rassicura le potenze tutelari. Sostegno incrollabile alla NATO, allineamento docile e lealtà al pareggio di bilancio dell'UE: questo è il vero segreto della sua longevità. Finché rimane in linea su queste questioni strategiche, ha carta bianca per esperimenti interni, che riguardino l'immigrazione, la tassazione o la retorica identitaria.

L'ombra della povertà
Ma mentre Meloni sfila sui palcoscenici internazionali, la vera Italia sta affondando. La povertà assoluta colpisce quasi un italiano su dieci, un fenomeno mai visto in un decennio. Un quarto della popolazione vive sotto la minaccia dell'esclusione sociale. La sostituzione del Reddito di cittadinanza con un Assegno di inclusione più restrittivo ha lasciato migliaia di famiglie in situazioni precarie, soprattutto al Sud. E i salari, schiacciati dall'inflazione nel 2022-2023, faticano a recuperare.

Un'economia in stallo
Crescita anemica, debito colossale, disoccupazione giovanile endemica: la penisola sopravvive, ma non progredisce. Le riforme strutturali promesse vengono diluite in continui compromessi, mentre il governo preferisce ostentare simboli identitari piuttosto che affrontare le cause profonde dei problemi dell'Italia: produttività in calo, servizi pubblici degradati e divario Nord-Sud.

L'illusione della sovranità
Il paradosso sta qui: Meloni parla di un'Italia orgogliosa e indipendente, ma il suo potere deriva proprio dalla sua conformità internazionale. Si impegna con la NATO, si sottomette alle regole di Bruxelles, applica le direttive macroeconomiche e in cambio può bloccare il dibattito interno, lusingare gli istinti di sicurezza e stringere la morsa sui più deboli.

In breve, Giorgia Meloni governa un'Italia che si crede sovrana ma non lo è. Il margine di manovra che le viene concesso in ambito interno nasconde a malapena la durezza delle condizioni sociali e l'assenza di un autentico piano di emancipazione economica.

Finché gli italiani riterranno una facciata di stabilità preferibile alla verità dei numeri, Meloni manterrà il controllo. Ma il giorno in cui la realtà dell'impoverimento raggiungerà la retorica, l'illusione rischia di svanire bruscamente.

David Saforcada

53 anni, bonapartista e Presidente del movimento politico francese “L'Appel au Peuple”, unico movimento bonapartista in Francia, guidato anche dal Principe Joachim Murat, discendente del Re di Napoli. Partito che difende i valori patriottici e sociali fedeli allo spirito promosso da Napoleone III.

Ha prestato servizio per circa dieci anni nell'esercito francese nel comparto di fanteria di marina, partecipando a diverse operazioni all'estero. Lavora attualmente nel settore privato.

sabato 2 agosto 2025

L'UE non ne ha azzeccata una. Articolo di Luca Bagatin

 

L'UE, in questi decenni, ma soprattutto anni, non ne ha azzeccata una.

Anziché gettare acqua sul fuoco, ha preferito sostenere e armare una autocrazia (che ha messo al bando l'opposizione di sinistra), né appartenente all'UE, né alla NATO. Seguendo peraltro i desiderata della famiglia Biden.

Del resto, le cose sarebbero forse andate diversamente se si fosse ascoltato ciò che Silvio Berlusconi, forse l'ultimo e unico vero leader della Seconda Repubblica (il cui unico vero errore fu di sdoganare missini e leghisti), diceva e scriveva già il 9 maggio 2015, in una lettera, sul Corriere della Sera, riportata anche sul suo profilo Facebook:

Caro direttore, l’assenza dei leader occidentali alle celebrazioni a Mosca per il settantesimo anniversario della Seconda guerra mondiale è la dimostrazione di una miopia dell’Occidente che lascia amareggiato chi, come me, da presidente del Consiglio ha operato incessantemente per riportare la Russia, dopo decenni di Guerra fredda, a far parte dell’Occidente”.

E proseguiva, fra le altre cose, scrivendo: “È vero, con la Russia ci sono delle serie questioni aperte. Per esempio la crisi ucraina. Ma sono problemi che è ridicolo pensare di risolvere senza o contro Mosca. Anche perché in Ucraina coesistono due ragioni altrettanto legittime, quelle del governo di Kiev e quelle della popolazione di lingua, cultura e sentimenti russi. Si tratta di trovare un compromesso sostenibile fra queste ragioni, con Mosca e non contro Mosca”.

Egli peraltro, nel febbraio 2023, affermò: “Io a parlare con Zelensky se fossi stato il Presidente del Consiglio non ci sarei mai andato perché come sapete stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili: bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe avvenuto, quindi giudico, molto, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Inascoltato anche e soprattutto dai suoi, che hanno fatto e continuano a fare l'opposto di ciò che egli disse e promosse.

Suoi che, come i post-comunisti (PD and Co.) e i loro alleati, non hanno minimamente una politica estera seria e chiara, come diversamente Berlusconi proponeva: multipolare, dialogante, con un Occidente che – pragmaticamente – arginasse ogni forma di estremismo.

Anche relativamente al Medio Oriente, l'UE, non ha una politica seria e coerente, quando sarebbe invece necessario lavorare, anche lì, per una mediazione, per riconoscere lo Stato della Palestina, lottare contro il terrorismo, per il rilascio degli ostaggi e arginare governi che bombardano i civili.

Non ne parliamo, poi, della questione dei dazi, ove, ancora una volta, la dirigenza UE si è inchinata ai desiderata del Presidente USA di turno.

Un Trump che, peraltro, oggi dice una cosa, poi ne fa un'altra e... chissà, ne farà e dirà altre ancora, dimostrando assai poca coerenza e molta inconsistenza nella sua leadership.

Del resto, anche i bambini sanno che i dazi sono un danno economico per tutti e, nel medio-lungo periodo, finiranno per ritorcersi contro gli stessi USA.

In tempi di globalizzazione, di e-commerce, di Intelligenza Artificiale, del resto, nessun Paese è e può essere autosufficiente. Ogni divisione ideologica è, dunque, controproducente e profondamente sciocca.

L'arroccamento su posizioni ideologiche, estremiste, vetero-conservatrici, assunte dalla dirigenza di USA e UE, appare tanto assurdo quanto profondamente controproducente.

Il già Ministro degli Esteri Gianni De Michelis (dal 1989 al 1992), che ebbi l'onore di conoscere una ventina di anni fa, riconobbe tanto la necessità di integrare la Russia nel sistema europeo, quanto riconobbe l'importanza del nuovo corso socialista riformista intrapreso dalla Repubblica Popolare Cinese, da Deng Xiaoping in poi.

Ovviamente inascoltato, se pensiamo anche che fu ingiustamente travolto, come accadde a molti politici della sua epoca e generazione, nell'ambito della falsa rivoluzione di Tangentopoli.

Da allora in poi, sappiamo com'è andata.

Il socialismo, in Italia e Europa, è pressoché scomparso. In Italia sono stati sdoganati post-fascisti e post-comunisti (che hanno ampiamente malgovernato il Paese e che ben presto sono diventati fondamentalisti atlantisti). I partiti democratici di Centro-Sinistra (l'unico, vero e inimitabile, non certo il caravanserraglio del PD and Co.), sono stati completamente distrutti e sono scomparsi (lasciamo stare i cespuglietti che oggi si richiamano ad alcuni di quei gloriosi partiti della gloriosa Prima Repubblica...).

Mentre i Paesi BRICS crescono e lavorano per un nuovo ordine multipolare, più equo e più giusto, noi siamo ancora fermi alla mentalità da Guerra Fredda.

Alle guerre economiche e agli inutili riarmi.

Quando, diversamente, sarebbe necessario un mondo più unito, con un'unica alleanza militare globale (come peraltro proposto recentemente anche dal Presidente socialista colombiano Gustavo Petro) e magari anche con un'unica moneta mondiale, come teorizzato dall'ottimo prof. Giancarlo Elia Valori (egli in particolare, in un suo interessante articolo scrisse: quando tutte le persone avranno coscienza di essere uguali, e di avere parità di condizioni economiche e benessere, potrebbe essere possibile unificare la moneta mondiale. Un’unica moneta come frutto di un’acquisizione prima di tutto umana e psicologica, e solo dopo di fattori macro- o microeconomici”).

Le sfide che abbiamo davanti sono molto serie e un mondo diviso non potrà che aggravarle e renderle sempre più impervie.

Con l'Intelligenza Artificiale, adeguatamente governata, potremmo avere un valido supporto per il comparto sanitario e della sicurezza interna e internazionale.

Ma senza una classe dirigente all'altezza, tutto ciò potrebbe essere vanificato.

Non saranno gli estremismi, i fondamentalismi, gli arroccamenti ideologici nei quali si è infilato il cosiddetto Occidente che potranno esserci d'aiuto.

L'Europa unita (se mai lo sia stata davvero), ha smesso da tempo di essere quel baluardo di equilibrio, ragionevolezza, pragmatismo, welfare. Ma si è trasformata nel suo contrario.

Diversamente, tale ruolo, è stato assunto dalla Repubblica Popolare Cinese del socialista riformista Xi Jinping, che, con moderazione e ragionevolezza, promuove una “comunità umana dal futuro condiviso”, sostenendo il Sud del Mondo, dialogando e commerciando con tutti e gettando acqua sul fuoco dei conflitto globali.

Anche il Brasile del socialista Lula, sta svolgendo un ruolo simile. Il Presidente Lula, anche recentemente, ha ribadito peraltro la necessità di diffondere democrazia, affermando al summit di Santiago del Cile, del 21 luglio scorso: “In questo momento in cui l'estremismo sta cercando di far rivivere pratiche interventiste, dobbiamo agire insieme. Difendere la democrazia non è responsabilità esclusiva dei governi; richiede la partecipazione attiva del mondo accademico, dei parlamenti, della società civile, dei media e del settore privato”.

Più democrazia, più investimenti nel welfare, nel comparto sanitario, nell'Intelligenza Artificiale (per il benessere della comunità, non per i giochini da smartphone), più cooperazione internazionale. Più meritocrazia nella selezione della classe dirigente.

Più sinergia con i Paesi BRICS e meno dipendenza e sudditanza nei confronti degli ideologici USA.

Di questo avremmo necessità.

Mi spiace, come spesso mi accade, scrivere nelle conclusioni che sono molto, molto pessimista in merito.

Perché, purtroppo, credo che si proseguirà inesorabilmente, invece, nell'ideologismo e nel fondamentalismo controproducente nel quale ci si è già infilati e tutto ciò finirà per disgregare l'Europa e non per unirla. Per impoverirla e non per migliorare le condizioni dei suoi cittadini.

Per svenderla e non per renderla parte di una comunità globale, nell'ambito della quale prosperare, assieme a tutti gli altri Paesi del mondo.

Luca Bagatin

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mercoledì 11 giugno 2025

Il socialista slovacco Robert Fico, ancora una volta, contro l'irresponsabilità della Commissione UE. Articolo di Luca Bagatin

 

Il socialista slovacco Robert Fico non demorde e ai diktat di una UE guidata dalla poco responsabile e destrorsa Maggioranza Ursula, proprio non ci sta.

Egli aveva, del resto, già rispedito recentemente al mittente le assurde richieste dell'esponente della destra estone, Kaja Kallas, rappresentante per gli affari esteri dell'UE, affermando: “L'Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, ha messo in guardia i leader europei dal partecipare alle celebrazioni del Giorno della Vittoria che si terranno a Mosca a maggio. (...)

Parto per Mosca il 9 maggio. L'avvertimento della signora Kallas è una forma di ricatto o un segnale che sarò punito al mio ritorno da Mosca? Non lo so. Ma so che siamo nel 2025, non nel 1939.

L'avvertimento della signora Kallas conferma la necessità di un dibattito all'interno dell'UE sull'essenza stessa della democrazia. Tra questi rientrano quanto accaduto in Romania e Francia durante le elezioni presidenziali, i "Maidan" organizzati dall'Occidente in Georgia e Serbia e il modo in cui sono stati ignorati gli abusi del diritto penale contro l'opposizione in Slovacchia.

Signora Kallas, vorrei informarla che sono il legittimo Primo Ministro della Slovacchia, un Paese sovrano. Nessuno può dettare i miei movimenti. Mi recherò a Mosca per rendere omaggio alle migliaia di soldati dell'Armata Rossa caduti per la liberazione della Slovacchia, nonché ai milioni di altre vittime del terrore nazista. Proprio come ho reso omaggio alle vittime dello sbarco in Normandia o nel Pacifico, o come intendo onorare i piloti della RAF. E lasciatemi ricordare che sono uno dei pochi nell'Unione Europea che afferma costantemente la necessità della pace in Ucraina e non sostiene la continuazione di questa guerra insensata.

I commenti della signora Kallas sono irrispettosi e mi oppongo fermamente ad essi”.

Oggi, il socialista Fico, rifiuta, ancora una volta, i diktat della dirigenza UE relativamente all'assurdo pacchetto di sanzioni contro la Russia, che danneggerebbe ancora una volta la stessa UE, mettendo termine alle forniture di energia russa.

Il nuovo pacchetto di sanzioni predisposto dalla Commissione UE, propone di vietare le transazioni con i gasdotti nord Stream della Russia. La Commissione, ha altresì proposto di abbassare il limite di prezzo previsto dal G7 sul greggio russo, a 45 dollari al barile.

Il Premier slovacco Fico si oppone da sempre a quello che ha definito “suicidio economico” ed in merito ha scritto, sui social:

La Repubblica Slovacca non sosterrà il prossimo 18esimo pacchetto di sanzioni contro la Federazione Russa a meno che la Commissione europea non fornisca una vera soluzione alla situazione di crisi in cui si troverà la Slovacchia dopo un completo blocco della fornitura di gas, petrolio e combustibile nucleare dalla Russia”.

Robert Fico guida il partito socialista democratico Direzione-Socialdemocrazia (SMER), che conta circa il 25% dei consensi e ha una piattaforma che rifiuta le ricette economiche liberali e promuove un'economia fondata sull'intervento pubblico; sulla sovranità nazionale e l'euro-scetticismo e su politiche anti-immigrazioniste, come del resto hanno sempre fatto tutti gli storici partiti socialisti del secolo scorso (molti dei quali totalmente scomparsi in Europa o quantomeno sono scomparse le loro serie leadership), che rifiutavano lo sfruttamento della manodopera straniera a basso costo, promuovendo politiche di cooperazione e partnership con i Paesi del Terzo Mondo e del Sud del mondo.

Si potrebbe dire che Fico è l'unico vero leader socialista in UE, assieme all'ex leader laburista Jeremy Corbyn, oggi deputato indipendente al Parlamento britannico e molto attivo nelle lotte per la pace e contro ogni forma di imperialismo, tanto quanto l'ex laburista George Galloway – entrambi non a caso fortemente critici nei confronti degli pseudo laburisti di Starmer, degni eredi dello pseudo laburista Blair; l'irlandese Mick Wallace e la tedesca Sahra Wagenknecht.

Il socialismo in UE latita, ma, fortunatamente, non è del tutto assente. Quel che è certo è che non è rappresentato dalla cosiddetta “Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici”, che sostiene la guerrafondaia e irresponsabile Maggioranza Ursula.

Luca Bagatin

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martedì 10 giugno 2025

Riflessioni socialiste, massoniche e democratiche sul presente. Di Luca Bagatin

  

https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/  

Massoneria e Socialismo sono metodi e valori troppo seri e elevati per lasciarli nelle mani di "massoni" e "socialisti".

(Luca Bagatin)

Alle elezioni ci sono gli sbarramenti.

Ai referendum c'è il quorum.

Milioni di voti di cittadini italiani non considerati.

Cosa che mi capita da quando ho iniziato a votare (e sono ben oltre vent'anni).

Poi dicono che in Italia c'è democrazia.

Ah sì?

Personalmente non me ne sono accorto.

(Luca Bagatin) 

La mia ironia deriva spesso dalla disillusione nei confronti del genere umano.

Che, per la maggior parte, ama inseguire desideri materiali, lanciare invettive e fottere il prossimo (se e quando gli è possibile).

La maggior parte del genere umano fa questo, anziché adoperarsi per crescere interiormente, studiare, elevarsi.

Se lo fa, lo fa solo per proprio tornaconto.

Ho immensa pena per il genere umano, che non capisce nemmeno il perché, spesso, gli capita di essere comandato a bacchetta, anziché essere libero di fare ciò che vuole.

(Luca Bagatin) 

Non c'è alcuna incoerenza fra l'essere socialista democratico, garibaldino, mazziniano, bonapartista, peronista, socialista del XXI Secolo e dengista.

Perché?

Perché tutti questi aspetti sono uniti da:

Giustizia sociale;

Sovranità nazionale;

Unione fra capitale e lavoro;

Interclassismo;

Società ordinata;

Cooperazione internazionale.

(Luca Bagatin) 

"Non si interrompe un'emozione" è lo slogan che coniò Federico Fellini, denunciando la pubblicità commerciale in televisione, in particolare nei film.

La pubblicità commerciale è la negazione dell'arte e dell'intelligenza umana.

Un pubblicitario potrebbe usare il suo ingegno non già per veicolare bisogni indotti, a coscienze addormentate, ma per elevare le coscienze. E risvegliarle.

L'arte è questo.

Il resto si chiama in ben altro modo.

(Luca Bagatin) 

A volte penso che, il cosiddetto Occidente liberal capitalista, abbia preferito diventare ignorante (distruggendo in primis la scuola pubblica e la cultura in generale) per non fare i conti con la propria Storia.

Che è razzista, suprematista bianca, fintamente democratica (lo è solo esteriormente).

Lo dico dopo anni di analisi. Essendo stato, in gioventù, uno che credeva all'Occidente liberal capitalista.

Che ha tradito completamente i suoi valori.

Valori che, in realtà, non ha mai avuto davvero.

Fu solamente grazie ad alcune correnti spirituali, come la Massoneria, che si ebbe democrazia e libertà.

Massoneria non a caso perseguitata.

E lo è, a vario titolo, anche oggi.

O è stata persino svuotata di significato da parte di boriosi che non comprendono né i Rituali né i Simboli.

(Luca Bagatin)

Una delle ragioni per le quali ho iniziato, negli anni, ad apprezzare la Cina, cercando di approfondirla, è il fatto che per i cinesi la Storia è importante.

Non la dimenticano. Per loro è un punto di riferimento. Per il passato e il presente.

Da noi la Storia è qualcosa di vago, relegato al passato. La si studiacchia a scuola e nulla di più.

E non impariamo nulla da essa.

Mentre i cinesi, un po' come gli Apprendisti Libero Muratori nelle Logge, ascoltano e osservano, in silenzio, noi, come gli stolti, apriamo bocca e le diamo fiato.

Su qualsiasi argomento. Solo perché ne abbiamo sentito dire. Senza approfondimento. Senza osservazione.

Siamo ignoranti, infantili. E non apprendiamo nulla. Sappiamo solo denigrare, distruggere.

Quando, in realtà, facciamo solo sfoggio della nostra stupidità e insipienza profana.

(Luca Bagatin) 

mercoledì 16 aprile 2025

Robert Fico, il socialista democratico che non le manda a dire a una UE sempre meno democratica. Articolo di Luca Bagatin

 

Robert Fico, il Premier socialista democratico della Slovacchia, ha dimostrato, ancora una volta, di essere l'unico socialista autentico alla guida di un Paese UE, smarcandosi dai tanti, troppi, pseudo socialisti, liberal capitalisti e guerrafondai, che soffiano sui venti di guerra, edificano muri e promuovono fantomatici, pericolosi e irrealistici riarmi.

E Robert Fico, in questa occasione, sembra ricordare un po' il nostro Bettino Craxi, che ha sempre ribadito concetti chiari, quali il rispetto della dignità e della sovranità nazionale. Un Bettino Craxi, peraltro, da sempre critico nei confronti della nascente UE (nel 1997, dal suo esilio ad Hammamet, dichiarò: “Si presenta l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere, essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche: “Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di natura essenzialmente finanziaria e militare”).

Il Premier Fico ha dichiarato, lo scorso 15 aprile, riportandolo anche sulle sue pagine social, una dichiarazione profondamente critica nei confronti dell'esponente della destra estone, Kaja Kallas, rappresentante per gli affari esteri dell'UE: “L'Alto rappresentante dell'UE per gli affari esteri, Kaja Kallas, ha messo in guardia i leader europei dal partecipare alle celebrazioni del Giorno della Vittoria che si terranno a Mosca a maggio. Afferma che tale partecipazione non sarà presa alla leggera.

Parto per Mosca il 9 maggio. L'avvertimento della signora Kallas è una forma di ricatto o un segnale che sarò punito al mio ritorno da Mosca? Non lo so. Ma so che siamo nel 2025, non nel 1939.

L'avvertimento della signora Kallas conferma la necessità di un dibattito all'interno dell'UE sull'essenza stessa della democrazia. Tra questi rientrano quanto accaduto in Romania e Francia durante le elezioni presidenziali, i "Maidan" organizzati dall'Occidente in Georgia e Serbia e il modo in cui sono stati ignorati gli abusi del diritto penale contro l'opposizione in Slovacchia.

Signora Kallas, vorrei informarla che sono il legittimo Primo Ministro della Slovacchia, un Paese sovrano. Nessuno può dettare i miei movimenti. Mi recherò a Mosca per rendere omaggio alle migliaia di soldati dell'Armata Rossa caduti per la liberazione della Slovacchia, nonché ai milioni di altre vittime del terrore nazista. Proprio come ho reso omaggio alle vittime dello sbarco in Normandia o nel Pacifico, o come intendo onorare i piloti della RAF. E lasciatemi ricordare che sono uno dei pochi nell'Unione Europea che afferma costantemente la necessità della pace in Ucraina e non sostiene la continuazione di questa guerra insensata.

I commenti della signora Kallas sono irrispettosi e mi oppongo fermamente ad essi”.

Il Premier slovacco non dimentica il sacrificio di milioni di sovietici contro il nazifascismo - che hanno liberato i Paesi dell'Est europeo, Berlino e vari campi di concentramento, fra i quali quello di Auschwitz -  come invece vorrebbero fare taluni Paesi europei, preda delle destre, della russofobia e di un antisemitismo che sembra pericolosamente avanzare indisturbato.

Del resto, lo stesso voler equiparare nazifascismo e comunismo, sostenuta recentemente dal Parlamento europeo, è una risoluzione pericolosa e pretestuosa, che sembra andare nel senso del voler mistificare e far dimenticare la Storia.

La Slovacchia di Fico è stato uno dei pochi Paesi europei ad aver sostenuto, apertamente e per primo, il dialogo e il piano di pace promosso da Cina e Brasile, aderendo al gruppo degli “Amici della pace” sulla crisi ucraina, per promuovere una soluzione politica alla crisi stessa.

A differenza delle sconsiderate e belliciste posizioni della Commissione europea e della gran parte del Parlamento europeo. 

Ove i socialisti autentici non sono più di casa, purtroppo, da parecchi decenni.

Luca Bagatin

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martedì 15 aprile 2025

I recenti sviluppi e le reazioni mondiali ai dazi di Trump. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori


Da quando il presidente degli Stati Uniti d’America Trump ha annunciato il 9 aprile, ora della costa orientale, che «l’applicazione delle tariffe reciproche di tutti i paesi sarà sospesa come inizialmente previsto (temporaneamente al 10%) per 90 giorni», e che «la Repubblica Popolare della Cina è un’eccezione e i dazi saranno aumentati al 124% (escluse le cosiddette tariffe punitive aggiuntive del 20% come il Fentanyl Act)», il Consiglio di Stato e il sistema diplomatico cinesi sono rimasti in silenzio per più di 37 ore (durante le quali solo pochi ministeri e commissioni hanno emesso “avvisi di viaggio” e “avvisi di studio all’estero” negli Stati Uniti d’America, o hanno affermato attraverso i media ufficiali che «a tutti i film statunitensi di Hollywood sarà vietata l’uscita in Cina»), e poi hanno finalmente rilasciato una risposta ufficiale.
La Commissione tariffaria del Consiglio di Stato cinese ha emesso un annuncio: che a partire dal 12 aprile, l’aliquota tariffaria su tutti i beni importati provenienti dagli Stati Uniti d’America aumenterà dall’84% al 125%. I contenuti specifici sono i seguenti:
1. Adeguare l’aliquota tariffaria aggiuntiva stabilita nell’«Annuncio n. 5/2025 della Commissione tariffaria del Consiglio di Stato sull’adeguamento delle misure tariffarie aggiuntive sulle merci importate originarie degli Stati Uniti d’America» dall’84% al 125%. Con l’attuale livello tariffario, non esiste alcuna possibilità che i prodotti statunitensi esportati in Cina vengano accettati dal mercato. Se gli Stati Uniti d’America continueranno a imporre dazi sui prodotti cinesi esportati negli Stati Uniti d’America, la Cina li ignorerà.
2. Le altre questioni saranno attuate in conformità col predetto Annuncio.
In merito ad altri Paesi va detto che secondo l’Ufficio del rappresentante commerciale degli Stati Uniti d’America, nel 2024 sono stati venduti all’India beni per un valore di 41,8 miliardi di dollari, mentre sono stati acquistati beni per un valore di 87,4 miliardi di dollari. Pertanto, il deficit commerciale degli Stati Uniti d’America con questo Paese ammonta a 45,6 miliardi di dollari. Il deficit commerciale degli Stati Uniti d’America con l’Unione Europea è stato di 235,6 miliardi di dollari lo scorso anno, ma il problema più grande nella bilancia commerciale di Washington è, ovviamente, la Repubblica Popolare della Cina, con cui il deficit è il più elevato, attestandosi a 295,4 miliardi di dollari nel 2024. Ciò significa che la Cina vende agli Stati Uniti d’America beni per un valore tre volte superiore a quello delle importazioni dagli Stati Uniti d’America, e questa tendenza non cambia da molti anni.
Per compensare il deficit commerciale, secondo la logica di Trump, è sufficiente semplicemente aumentare le tariffe sui beni importati e utilizzare i proventi di queste tasse per compensare le perdite derivanti da scambi commerciali ineguali.
Perché Trump ha deciso di utilizzare lo strumento dei dazi? Perché, in base all’Art 232 del Trade Expansion Act dell’11 ottobre 1962, il presidente ha il potere di imporre tariffe di propria iniziativa nel caso di una situazione che minaccia la sicurezza nazionale. Trump non ha bisogno che il Congresso approvi queste decisioni, quindi è stato particolarmente desideroso di sfruttare questa disposizione.
Subito dopo il discorso pronunciato da Trump il 2 aprile al Rose Garden della Casa Bianca, in cui si parlava di prezzi e dazi per il mondo, il Ministero del Commercio cinese ha dichiarato che non ci sono vincitori nelle guerre commerciali e ha invitato gli Stati Uniti d’America a revocare immediatamente i dazi. L’8 aprile il governo cinese ha rafforzato la sua posizione diplomatica e ha affermato che avrebbe combattuto fino alla fine.
Per sostenere le proprie esportazioni, la Cina ha fatto ricorso a una mossa tipica: il deprezzamento dello yuan. Il 10 aprile la Banca Popolare Cinese ha tagliato moderatamente il suo tasso di interesse chiave, indicando che l’autorità di regolamentazione è pronta a indebolire gradualmente lo yuan per sostenere le esportazioni.
L’11 aprile, durante una visita in Spagna, il leader cinese Xi Jiping ha affermato che la Cina non teme pressioni ingiuste da parte di Trump. In una conversazione con il primo ministro spagnolo, Pedro Sánchez, egli ha affermato che andare controcorrente rispetto al mondo significa isolarsi . Xi Jiping ha anche proposto che l’Unione Europea unisca le forze per contrastare Washington.
Il Partito Comunista Cinese potrebbe impegnarsi in uno scontro a lungo termine e subire deliberatamente perdite per la sua economia. La Cina ha un’economia gestita amministrativamente, non c’è scelta, nemmeno per quanto riguarda gli affari. Sarà come deciderà il partito, ha affermato una fonte sul mercato internazionale delle apparecchiature energetiche, con esperienza sia nel mercato cinese che in quello europeo.
L’Unione Europea ha assunto una posizione meno militante, ma il 9 aprile gli Stati membri dell’UE hanno comunque sostenuto la proposta della Commissione europea di introdurre contromisure nella politica doganale contro gli Stati Uniti d’America. Si è trattato di una risposta ai dazi già imposti da Washington sull’acciaio e sull’alluminio europei a marzo.
Tuttavia, questa decisione è sembrata più un avvertimento o un oggetto di contrattazione diplomatica, poiché, come riportato nella dichiarazione della Commissione europea, dovrebbe entrare in vigore solo dal 15 aprile (dopo aver superato le procedure burocratiche) e a condizione che non si raggiungesse un accordo.
Il 10 aprile, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto con favore la decisione di Trump di sospendere l’azione e ha affermato che anche l’Unione Europea avrebbe sospeso le sue contromisure per 90 giorni. «Vogliamo dare una possibilità ai negoziati. Se non ci soddisfano, entreranno in vigore le nostre contromisure», ha affermato.
La guerra commerciale globale porterà innanzitutto all’interruzione delle catene di approvvigionamento di molti beni, poiché oggi è quasi impossibile trovare un prodotto i cui componenti siano tutti realizzati in un unico Paese. Lo stesso mercato statunitense dipende dalla fornitura di componenti, materie prime, risorse energetiche e simili dall’estero.
Per produrre un’auto, il metallo viene acquistato in un Paese, il motore viene assemblato in un altro, l’intera auto viene assemblata in un Paese terzo, e quindi il commercio globale alimenta una parte significativa dei processi produttivi e commerciali. La politica di Trump non solo interrompe alcuni aspetti degli scambi, ma anche le catene commerciali.
Pure va detto che la guerra commerciale peggiorerà gli attuali problemi economici globali. Il dazio sulle importazioni di merci cinesi negli Stati Uniti d’America non viene pagato dall’azienda produttrice (fabbrica cinese), ma dal fornitore che acquista la merce da questa fabbrica e la porta in un porto statunitense sull’Oceano Pacifico.
Per compensare l’impatto dei dazi, il fornitore chiederà alla fabbrica di abbassare il prezzo (danno per la Cina), ma allo stesso tempo aumenterà il prezzo per il consumatore statunitense (danno per gli Stati Uniti d’America).
Un dazio è sempre un’arma a doppio taglio . Se ti escludi da un prodotto, in primo luogo, punisci i tuoi consumatori, perché non possono consumare ciò che desiderano a un prezzo inferiore, e in secondo luogo, provochi l’inflazione negli stessi Stati Uniti d’America.
Aliquote tariffarie pari o superiori al 100% raddoppierebbero teoricamente il prezzo dei beni sul mercato statunitense, ma in pratica ciò è impossibile perché nessuno acquisterebbe i beni a quel prezzo. Ad esempio nel mercato dei prodotti in plastica, dazi così elevati equivalgono sostanzialmente a bloccare o limitare significativamente il commercio. Per sostenere questa idea, il 9 aprile l’Organizzazione mondiale del commercio ha affermato che il commercio tra Stati Uniti d’America e Repubblica Popolare della Cina potrebbe diminuire dell’80%.
Un’ulteriore conseguenza delle dure politiche di Trump sarà una crisi di fiducia negli Stati Uniti d’America come partner affidabile, soprattutto da parte dell’Unione Europea. L’ottimismo riguardo alle future decisioni di politica economica è stato minato. Non vi è alcuna garanzia che ciò non accada di nuovo (ossia un altro aumento dei dazi). Buoni rapporti diplomatii e relazioni non conflittuali a livello bellico, ormai non sono più una garanzia per non subire conseguenze. I rischi corrispondenti sono già inclusi nei calcoli e nelle analisi degli esperti.
Le azioni di Trump mirano di fatto a distruggere l’intero sistema commerciale mondiale. È bene notare notare che prima dei dazi il commercio globale si basava sul principio di minimizzazione delle restrizioni tariffarie e non tariffarie, ma Trump ha imboccato la strada del rigido protezionismo.
Inoltre, questo protezionismo non si basa su un principio economico, ma politico. L’introduzione di dazi differenziati per i diversi Paesi è un approccio puramente politico, a prescindere dalle considerazioni economiche utilizzate per giustificarlo; e va aggiunto che il principale risultato che Trump ha già ottenuto è stato quello di minare la fiducia, ch’è la base del commercio.
Non si sa se Trump riuscirà a eliminare il deficit commerciale, ma è già chiaro che una politica del genere colpirà tutti i paesi del mondo (compresi gli Stati Uniti d’America) e comporterà sempre più problemi economici. Lo dimostrano le previsioni delle principali banche d’investimento di Wall Street, che parlano già apertamente di una recessione economica mondiale e di una crisi globale nel prossimo futuro.

Giancarlo Elia Valori

venerdì 11 aprile 2025

Cooperazione, sviluppo, diritti sociali, autodeterminazione dei popoli. Articolo di Luca Bagatin

 

Cooperazione, sviluppo, diritti e garanzie sociali, rispetto per l'autonomia delle realtà che la richiedono.

Queste dovrebbero essere le parole chiave dell'attuale momento storico, preda di una follia collettiva che pervade un Occidente sempre meno responsabile.

Che soffia sui venti di guerra, introduce dazi, promuove deregolamentazione (pensiamo all'Argentina di Milei, che sta distruggendo tutte le conquiste sociali dei governi peronisti) e destabilizzazione.

In tutto questo ci sono comunque realtà e uomini di buona volontà.

Ci sono incontri seri e proficui, come quello fra il Premier spagnolo Pedro Sanchez e il Presidente della Repubblica Popolare cinese Xi Jinping.

Il primo ha sottolineato che la Cina è un partner importante dell'UE e che la Spagna ha sempre sostenuto lo sviluppo delle relazioni fra UE e Cina. E ha sottolineato che, nelle guerre commerciali, non c'è alcun vincitore.

Concorde il premier cinese, il quale ha sottolineato come occorre che UE e Cina resistano congiuntamente al “bullismo unilaterale”.

E ciò, non solo per salvaguardare i legittimi interessi di Cina e UE, ma anche per mantenere equità e giustizia nell'ambito della comunità internazionale.

E anche la Groenlandia, che è nelle mire di Trump, sembra guardare con fiducia alla Cina e alla cooperazione con essa, in ambito commerciale, per quanto riguarda la pesca e lo sviluppo sostenibile.

La Ministra degli Esteri del nuovo governo autonomo groenlandese, Vivian Motzfeldt, ha dichiarato il suo interesse a rafforzare i rapporti con la Cina, in particolare per quanto riguarda gli accordi di libero scambio.

Il nuovo governo autonomo della Groenlandia, guidato dal social-liberale Jens-Frederik Nielsen, del resto come quello precedente, guidato dal socialista democratico Múte Bourup Egede, vuole l'indipendenza, sia dalla Danimarca che da eventuali mire statunitensi.

In merito, durante la campagna elettorale, aveva infatti dichiarato: “Non vogliamo essere Americani. No, non vogliamo essere danesi. Vogliamo essere groenlandesi e vogliamo la nostra indipendenza in futuro. E vogliamo costruire il nostro Paese da soli”.

Difficile non comprenderlo, ovvero difficile non comprendere le ragioni del popolo della Groenlandia.

Luca Bagatin

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venerdì 4 aprile 2025

Per uscire dal caos e dall'irresponsabilità occorre aprirsi ai BRICS e al Sud del mondo. Articolo di Luca Bagatin

 

È assurdo e oserei dire pazzesco come, dopo la pandemia di Covid-19, il mondo Occidentale, anziché cogliere l'occasione per lavorare per un mondo più unito e più sicuro, approfittando della ricostruzione post-pandemica, rafforzando il sistema sanitario, lottando contro eventuali future (e tutt'altro che improbabili) pandemie e gettando le basi per rispondere alle crisi economiche globali e alle destabilizzazioni di vario genere, abbia – all'opposto - gettato le basi per la divisione del mondo.

Prima in due blocchi, oggi forse in tre o quattro.

L'inadeguatezza, impreparazione e scarsa lungimiranza delle leadership di UE e USA (e non da oggi) sono oltremodo evidenti.

I dazi danneggiano l'economia di tutti. Il sostenere una autocrazia né UE, né NATO, guidata da un soggetto totalmente impreparato, che peraltro ha bandito l'opposizione e congelato le elezioni; imponendo sanzioni alla Russia, anziché dialogare e cooperare con essa, è stato altrettanto dannoso e assurdo.

Le borse crollano. La stabilità vacilla.

Dove vogliamo arrivare?

La logica dovrebbe seguire due strade, entrambe percorribili e necessarie.

Il dialogo con tutti e la contrattazione.

Ad oggi a dialogare e contrattare con tutti c'è, in prima linea, la Cina socialista guidata dal riformista Xi Jinping. E non è poco.

Cina, peraltro, ad essere stata minacciata per prima, in tempi non sospetti, dai dazi dei nuovi USA di Trump. Dazi che Trump sta estendendo all'UE. Forse ignorando, peraltro, che tutto ciò potrebbe rivelarsi un boomerang per gli USA stessi.

Come ricordato da Giuseppe Gagliano, su Notizie Geopolitiche, Xi Jinping si muove con pragmatismo. Tessendo alleanze non solo in Asia (in primis con Vietnam, Malesia e Cambogia), ma anche verso l'Europa. Lo spagnolo Sanchez sarà infatti presto atteso a Pechino e così Macron.

Il buonsenso e la logica guidano la Repubblica Popolare Cinese. E così il Brasile di Lula, altro Paese BRICS volto a pace (sia nella crisi ucraina che in Medio Oriente) e cooperazione, che adotterà tutte le misure necessarie a difendere imprese e lavoratori brasiliani.

La logica e il buonsenso vorrebbero che l'UE, se fosse guidata da responsabili, anziché da cosiddetti “volenterosi” (volenterosi di riarmarsi e di proseguire un conflitto nel cuore dell'Europa?), iniziasse a dialogare con i BRICS e a ragionare verso un percorso comune.

Nel novembre scorso, riallacciandomi - con un articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/11/per-un-possibile-tavolo-di-confronto.html) - a un interessante convegno organizzato, a Roma, dalla Fondazione di Studi Internazionali e Geopolitica, presieduta dal prof. Giancarlo Elia Valori, condividevo con quest'ultimo, con il prof. Oliviero Diliberto e con il prof. Paolo Savona, la necessità di costituire un organismo/tavolo di confronto, che dovrebbe ricevere una “spinta dal basso” e volto a lavorare in sinergia con i BRICS e con il Sud del mondo (42% del mondo e 37% del PIL globale).

Come scrissi allora: “Un tavolo di confronto europeo, in tal senso, potrebbe aprire spiragli a uno scenario in grado non solo di riequilibrare l'attuale situazione internazionale, ma anche di aprire a nuove prospettive, per un'Europa che politicamente si è chiusa in sé stessa e che rischia, ancora una volta, di rimanere passiva spettatrice delle vecchie logiche dei blocchi contrapposti”.

Del resto, aggiungevo, “Le nuove tecnologie, Intelligenza Artificiale in primis, ci obbligano, pragmaticamente, a costruire un mondo sempre più interconnesso e fondato sulla fiducia reciproca e sulla collaborazione”.

Il prof. Giancarlo Elia Valori, il 9 aprile e 10 aprile prossimi, sempre a Roma, sempre in collaborazione con la Camera di Commercio di Roma, organizzerà un nuovo convegno nel quale si parlerà ancora una volta di tali aspetti, di scottantissima attualità.

Il titolo: “Mondializzazione nuovo paradigma di sviluppo multipolare”. Fra i relatori, oltre al prof. Valori, il prof. Oliviero Diliberto, che lo presiederà, il Cav. Del Lavoro Dr. Marco Tronchetti Provera, il prof. Gregorio De Felice Chief Economist di Intesa San Paolo, una rappresentanza del Centro di Ricerca per lo sviluppo del Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese e molti altri autorevoli relatori.

Nell'ambito di tale convegno, si tratterà della nuova fase di cooperazione Cina-Europa-Italia e ritengo che proprio tali iniziative vadano nella direzione giusta e “volino alto”, rispetto alla mediocrità e improvvisazione delle nostre attuali classi dirigenti. Preda più delle opposte tifoserie e degli ideologismi, piuttosto che votate alla concretezza e al pragmatismo.

Un pragmatismo che, come scrivevo nel mio articolo del novembre scorso, dovrebbe basarsi su “Prospettive fondate su pace, sicurezza, sviluppo, cooperazione, prosperità, modernizzazione e collaborazione con un Sud del mondo in crescita e che rappresenta il futuro di un Pianeta che non può più essere governato da un unilateralismo protezionista, sanzionatorio e omologato alle vecchie logiche della Guerra Fredda”.

Luca Bagatin

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mercoledì 26 marzo 2025

Dalla parte del Manifesto di Ventotene. Contro una UE oligarchica, militarista, burocratica e ferma alle logiche della Guerra Fredda. Articolo di Luca Bagatin

 

A proposito del Manifesto di Ventotene, quasi undici anni fa, alla fine del novembre 2014, scrissi un articolo pubblicato dal quotidiano nazionale “L'Opinione delle Libertà” (leggibile qui: https://opinione.it/cultura/2014/11/26/bagatin_cultura-26-11/).

Nell'articolo mi riferivo, in particolare, alla fiction “Un mondo nuovo”, trasmessa dalla Rai e che ricostruiva le vicende storiche degli autori di tale Manifesto.

Antifascisti e liberalsocialisti della prima ora.

Così li ricordavo: “Altiero Spinelli, ex militante comunista che abiura il comunismo per scegliere la strada dell'antifascismo laico; Ernesto Rossi, giornalista di formazione economica, liberalsocialista del Partito d'Azione e fra i fondatori del primo Partito Radicale ed Eugenio Colorni filosofo ebreo, anch'egli di fede politica liberalsocialista”.

Antifascisti confinati dal regime fascista nell'Isola di Ventotene e ove idearono, nel 1941 e in clandestinità, il celebre Manifesto di Ventotene, che – allora utopisticamente – parlava di Europa unita e federale, di popoli europei affratellati e di visione democratica del Continente, senza più Stati sovrani.

Nel mio articolo ricordavo che tale visione “recuperava gli ideali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, già elaborata nell'ambito della Giovine Europa (1834)”.

E proseguivo facendo presente che “Il Manifesto di Ventotene (...) viene scritto ed elaborato dai tre senza farsi scoprire dalle milizie fasciste dell'Isola e sarà poi diffuso all'esterno grazie al contributo di due donne: Ursula Hirschmann – allora moglie di Eugenio Colorni (e successivamente diverrà moglie di Altiero Spinelli, dopo la morte di Colorni, ucciso barbaramente da una banda di fascisti) – e Ada Rossi, moglie di Ernesto Rossi. Un Manifesto, quello di Ventotene, che sarà destinato a fare clamore sia durante il regime mussoliniano che negli anni a venire, al punto che, nel 1984, Altiero Spinelli propone al Parlamento Europeo – nel quale era stato peraltro eletto nel 1979, come indipendente nelle liste del Pci – un progetto costituzionale per gli Stati Uniti d'Europa che, pur approvato, sarà successivamente bocciato dal Consiglio Europeo”.

Nel mio articolo sottolineavo come le lucide utopie di Spinelli, Rossi e Colorni, “siano state disattese, vilipese ed offuscate dai politicanti, dai burocrati e dai banchieri dei singoli Stati europei che, anziché volere una politica comune europea, su basi democratiche, hanno preferito mantenere gli Stati sovrani ed introdurre una moneta unica che, di fatto, avvantaggia solo le élite economico-finanziarie e politiche, peraltro non elette da nessuno, visto che la Commissione Europea non è un organo elettivo e lo stesso Parlamento Europeo discute unicamente di questioni marginali”.

E aggiungevo: “Chissà che direbbero oggi Spinelli, Rossi e Colorni di questo. Forse che viviamo una nuova stagione fascista, ma molto più subdola, perché ammantata di presunte libertà. E forse i loro spiriti sarebbero lì a suggerirci, ancora una volta, di lottare, ad ogni costo e con ogni mezzo”.

E siamo ancora lì, direi.

Anzi, siamo anche peggio.

Con una UE sempre più oligarchica, geo-politicamente auto isolatasi, la cui dirigenza pretende persino che essa si riarmi.

Sempre più l'opposto del Manifesto di Ventotene, che parlava di una rivoluzione europea socialista: “La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita”.

Il socialismo, invece, in Europa, è stato sistematicamente distrutto e vilipeso a partire dal 1993 e i partiti europei che si dicono tali, nella stragrande maggioranza dei casi, sono diventati liberal capitalisti, blairiani, ovvero hanno deregolamentato l'economia, distrutto i diritti dei lavoratori e sociali e promosso una fantomatica “esportazione della democrazia” a suon di armi.

In particolare, il socialismo democratico e, dunque, anticapitalista, antiburocratico e antimonopolista, del Manifesto di Ventotene, che è e sarà ispirazione dei più gloriosi partiti della Prima Repubblica, ovvero del Partito Socialista Italiano, Partito Socialista Democratico Italiano, Partito Repubblicano Italiano e del Partito Radicale (di Mario Pannunzio e dello stesso Ernesto Rossi) veniva così giustamente definito e così venivano giustamente definite le sue prospettive:

Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.

La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei Paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei Paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori”.

Ovvero di un socialismo rettamente inteso, originario, democratico e autogestionario, che poneva (come pone) una critica radicale a ogni totalitarismo, sia esso di matrice nazifascista, comunista totalitaria e liberal capitalista padronale.

Un socialismo che metta al primo posto la comunità e le sue necessità, attraverso una pianificazione razionale dal basso, promossa dagli stessi ceti produttivi e nell'interesse degli stessi, che li liberi da ogni forma di oppressione e sfruttamento del lavoro dei ceti padronali e delle élite burocratiche.

Tutto ciò è sempre stato, del resto, l'obiettivo del PSI-PSDI-PRI del dopoguerra e anche di quel piccolo Partito Radicale, fondato da Pannunzio (già liberale di sinistra), che, con gli Amici del settimanale liberalsocialista e laico “Il Mondo”, tentò di creare le basi per quella Terza Forza laica, antimonopolista, liberalsocialista, anticapitalista, anticlericale, multipolarista oltre i blocchi contrapposti, purtroppo mai nata (per quanto ci fosse stato il tentativo denominato “Unità Socialista” alle elezioni politiche del 1948, che raccolse il 7% dei voti, con il simbolo garibaldino e turatiano del Sole Nascente).

Terza Forza di cui, ancora oggi, ci sarebbe necessità.

Terza Forza (sulle cui prospettive e sulla cui storia, chi vi scrive, si è formato in gioventù, avendo letto e approfondito gli scritti di Ernesto Rossi, Mario Pannunzio, oltre che quelli del laicista integrale e nazionalcomunista mazziniano Mario Bergamo, Giuseppe Saragat, Roberto Tremelloni, Randolfo Pacciardi e altri) autenticamente democratica e da sempre o snobbata o vilipesa tanto dai ceti padronali, quanto dai vari fascio-comunismi e clericalismi italiani e europei del dopoguerra, che preferivano rimanere legati a vecchie logiche, che si sono inasprite durante la Guerra Fredda.

Logiche che, ancora oggi, sembrano rimanere tali, con questa mentalità da Guerra Fredda che la neo-militarista e burocratica UE si rifiuta di abbandonare.

E' vero che il Manifesto di Ventotene può, ancora una volta, indicarci la via. Ma non solo. 

Anche le prospettive del socialismo democratico storico, purtroppo in Italia volutamente distrutto a partire dal 1993 e in Europa poco dopo, con il blairismo e con lo svuotamento dei partiti socialisti, trasformati in partiti liberal capitalisti, ovvero in una forma di destra non diversa dall'originale.

Socialismo democratico che, fortunatamente, ha resistito e resiste in America Latina (negli Anni '90 ebbe un nuovo slancio grazie a Chavez, Lula, ai peronisti di sinistra e altri), è sviluppato nel mondo panafricano e in quello riformista cinese, in particolare a partire dalla fine degli Anni '70.

Occorre, dunque, ancora una volta, tornare a parlare di: pianificazione economica; primato del pubblico sul privato; società ordinata e moralizzata (non moralista); cooperazione; dialogo; multipolarismo; sviluppo delle nuove tecnologie a beneficio della comunità.

E di una Europa fondata su quanto scritto nel Manifesto di Ventotene, ovvero sulla “restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione”.

Luca Bagatin

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giovedì 20 marzo 2025

E infine nacque l'EuNato. Articolo di Roberto Vuilleumier


Mentre le piazze si riempiono di voci che invocano un rafforzamento militare europeo, è lecito interrogarsi sulla lucidità di una simile richiesta, spesso mascherata da una frettolosa e superficiale analisi degli eventi geopolitici.

Molti di coloro che oggi agitano bandiere di guerra sono gli stessi allora padri che gioirono per la caduta del Muro di Berlino, simbolo di quella divisione anche culturale che ora sembrano voler resuscitare.

Oggi come allora fanno emergere una narrazione che enfatizza i valori occidentali come universalmente superiori, trascurando le diverse prospettive culturali e storiche, lo stesso arrogante presupposto che alimentava le divisioni ideologiche durante la Guerra Fredda ed in un mondo profondamente cambiato, che rende queste e quelle presunzioni ancor più anacronistiche.

Per avvalorare la tesi, si dipinge così uno scenario apocalittico di un'Europa minacciata da un'invasione russa, fantasma che la storia raramente ha materializzato.

È interessante notare come questo spettro della "minaccia russa" sia stato evocato più volte nel corso della storia europea, spesso con scopi politici.

Tuttavia, le invasioni su larga scala del territorio europeo da parte della Russia sono state rare. Le guerre napoleoniche e le due guerre mondiali, ad esempio, hanno avuto dinamiche e protagonisti ben diversi. Anzi, sarebbe più onesto riconoscere come le dinamiche espansionistiche, nel continente, abbiano spesso seguito una direzione opposta di nome Nato e di nome Europa.

Dal 1999 al 2020, la NATO ha accolto 14 nuovi membri, molti dei quali ex paesi del Patto di Varsavia. Questo processo ha suscitato preoccupazioni in Russia, che lo ha visto come una minaccia alla propria sicurezza.

Si tende colpevolmente a ignorare il lungo e complesso pregresso che ha condotto al conflitto ucraino, liquidando il tutto con una semplicistica condanna dell'aggressore. Si trascura così la complessità degli eventi che si sono susseguiti nel corso degli anni, il profondo mutamento degli equilibri politici globali e la crescente percezione di 'minaccia' da parte della Russia, posta di fronte a un blocco militare in continua espansione Guerra del Kosovo (1999): la NATO intervenne militarmente nella Repubblica Federale di Jugoslavia per fermare la pulizia etnica dei kosovari albanesi. L'intervento fu controverso in quanto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Guerra in Afghanistan (2001-2021): a seguito degli attentati dell'11 settembre, la NATO invase l'Afghanistan con l'obiettivo di rovesciare il regime talebano e smantellare al-Qaeda. L'intervento durò vent'anni e si concluse con il ritorno al potere dei talebani.

Intervento in Libia (2011): La NATO intervenne militarmente in Libia per proteggere i civili durante la guerra civile contro il regime di Muammar Gheddafi. L'intervento portò alla caduta del “regime”, lasciò il paese nel caos e promosse l’instabilità regionale. Dietro la retorica della difesa dei confini europei – come dimostrano i casi dell'Ucraina oggi e le passate discussioni sull'adesione della Turchia, nonostante la sua posizione geografica – si celano spesso mire imperialistiche ed espansionistiche dell'Europa, alla ricerca delle risorse di cui necessita come potenza trasformatrice.

Il riarmo, in questa prospettiva, non è una risposta a una minaccia esistenziale, ma uno strumento per proiettare forza e tentare di garantire l'accesso a tali risorse. Il dibattito sul riarmo, benché ammantato di nobili motivazioni quali la difesa della libertà e della democrazia, è in realtà alimentato dagli interessi di un'industria bellica orientata al profitto.

La prospettiva di riconvertire a proprio vantaggio settori industriali in crisi all'interno dell'Europa-NATO rappresenta una strategia però pericolosa, che rischia di generare una pericolosa dipendenza da un settore intrinsecamente legato al conflitto.

È fondamentale invece riconoscere che un massiccio “riarmo europeo” difficilmente eguaglierebbe la Russia in termini di capacità militari complessive, data la sua geografia, dottrina e risorse. Concentrarsi su una competizione militare diretta rischia di essere una strategia costosa e incerta.

Il riarmo europeo sta portando poi a una sovrapposizione sempre maggiore tra l'identità di difesa dell'Europa e quella della NATO, rendendo difficile distinguere i confini e le responsabilità delle due entità.

Se da un lato la NATO è nata come alleanza difensiva, dall'altro ha intrapreso azioni militari anche al di fuori del contesto strettamente difensivo, in paesi terzi.

Come si può essere certi che un'Europa sempre più militarizzata e integrata nella NATO non segua la stessa traiettoria, trasformandosi in una potenza bellica con ambizioni che vanno oltre la semplice difesa del proprio territorio?

Questo è un pericolo che emerge anche leggendo le conclusioni Consiglio Europeo seduta del Consiglio del 6 marzo 2025 punto 7 “Il Consiglio europeo ricorda altresì che un’Unione Europea più forte e capace nel settore della sicurezza e della difesa contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica ed è complementare alla NATO, che, per gli Stati che ne sono membri, resta il fondamento della loro difesa collettiva. Invita gli Stati membri che sono anche alleati della NATO a coordinarsi in vista del vertice NATO del giugno 2025. Il Consiglio Europeo sottolinea l’importanza di collaborare con i partner non appartenenti all’ UE che condividono le stesse idee.”

Siamo sicuri che il riarmo europeo, invece di rafforzare la sicurezza del continente, non possa paradossalmente aumentare il rischio di coinvolgimento in conflitti internazionali, alimentando una spirale di militarizzazione e ostilità?

Un'Europa eccessivamente focalizzata sulla dimensione militare non potrebbe finire per emulare le azioni di quelle potenze che in passato hanno perseguito politiche aggressive e imperialistiche?

Coloro che sostengono il riarmo con superficialità trascurano poi principi fondamentali sanciti dalle costituzioni nazionali, primo fra tutti il ripudio della guerra.

L'accettazione acritica di una corsa agli armamenti strumentalmente definiti “di difesa” aggira tali principi, normalizzando una logica che dovrebbe rappresentare l'estrema ratio, non la risposta predefinita.

Questo solleva interrogativi cruciali sul futuro delle unità nazionali e sulla natura stessa dello Stato: reggerà l’unità di quelle nazioni già profondamente divise e sempre più polarizzate da posizioni estreme e contrapposte?

Lo Stato è un'entità al servizio dei cittadini, o uno strumento nelle mani di un'oligarchia, potenzialmente manovrata dai produttori di armi? Invece di investire massicciamente in armamenti e inseguire un paragone militare irrealistico, l'Europa dovrebbe concentrarsi su una diplomazia efficace, sulla comprensione delle dinamiche storiche e sulle reali cause dei conflitti. Solo così si potrà costruire una sicurezza duratura, che non passi attraverso la minaccia e la distruzione, ma attraverso il dialogo e la cooperazione.

Roberto Vuilleumier

domenica 16 marzo 2025

Equilibrio, cooperazione, giustizia sociale, stabilità. Punti cardine della Repubblica Popolare Cinese e del suo socialismo maturo. Articolo di Luca Bagatin

 

Fra una UE che si riarma, in modo velleitario e contro nemici inesistenti, e degli USA che, pur promuovendo qualche spiraglio di pace ad Est, promuovono dazi volti a danneggiare l'economia di tutti, la Repubblica Popolare Cinese sembra essere l'unico baluardo di lungimiranza, laicità e pragmatismo nel mondo. 

Assieme peraltro al Brasile di Lula, il cui partito socialista, il Partito dei Lavoratori (PT), che ha ricevuto recentemente le congratulazioni da parte del Partito Comunista Cinese (PCC) per i 45 anni dalla fondazione, condivide ideali simili a quelli del PCC, nel solco di un moderno socialismo democratico volto allo sviluppo, alla cooperazione, all'equità, alla modernizzazione, al rispetto reciproco e alla promozione del multilateralismo.

Il 7 marzo scorso, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, nell'ambito della riunione dell'Assemblea Nazionale del Popolo, massimo organo legislativo cinese, ha risposto ai media, nel corso di una conferenza stampa durata 90 minuti.

Il Ministro ha delineato i fondamenti della politica estera cinese, dichiarando che la Cina continuerà “a difendere l'equità e la giustizia internazionale e a salvaguardare la pace e la stabilità nel mondo”.

Ha ribadito la storica amicizia Cina-Russia, fondata su un percorso di “cooperazione” e “win-win”, ovvero mutuo vantaggio.

I due Paesi hanno trovato un percorso di "non alleanza, non scontro e non prendendo di mira terze parti" nello sviluppo delle loro relazioni”, ha affermato il Ministro Wang. “È uno sforzo pionieristico nel forgiare un nuovo modello di relazioni tra i principali Paesi e ha dato un bell'esempio per le relazioni tra Paesi confinanti. Una relazione Cina-Russia matura, resiliente e stabile non sarà influenzata da nessuna svolta degli eventi, per non parlare di essere soggetta a interferenze da parte di terze parti. È una costante in un mondo turbolento piuttosto che una variabile nei giochi geopolitici”.

Per quanto riguarda le sfide geopolitiche del futuro, il Ministro Wang ha ribadito che “La diplomazia cinese resterà ferma dalla parte giusta della Storia e dalla parte del progresso umano. Forniremo certezza a questo mondo incerto”.

In tal senso la politica estera cinese seguirà il percorso della pace e della mutua cooperazione: “Continueremo ad espandere le nostre partnership globali caratterizzate da uguaglianza, apertura e cooperazione, utilizzeremo attivamente l'approccio cinese per risolvere i problemi più urgenti e scriveremo un nuovo capitolo del Sud globale cercando la forza attraverso l'unità. Dimostreremo con i fatti che il percorso dello sviluppo pacifico è luminoso e può garantire un progresso stabile e sostenibile, e che dovrebbe essere la scelta di tutti i Paesi”.

Un progresso volto a sostenere un “vero multilateralismo” fondato su “equità e giustizia internazionale”. “Promuoveremo una governance globale basata su ampie consultazioni, contributi congiunti e benefici condivisi. Rispetteremo gli scopi e i principi della Carta delle Nazioni Unite e creeremo più consenso per un mondo multipolare equo e ordinato”, ha sottolineato Wang.

Ribadendo come la Cina su opponga “risolutamente alla politica di potenza e all'egemonia” e ha tal proposito ha affermato: “Un detto in Occidente recita: "Non ci sono amici eterni, solo interessi permanenti". Ma noi in Cina crediamo che gli amici debbano essere permanenti e dovremmo perseguire interessi comuni”.

E ha richiamato i principi del Presidente socialista riformista Xi Jinping, Segretario generale del Partito Comunista Cinese, il quale “ha proposto di costruire una comunità con un futuro condiviso per l'umanità e ha invitato tutti i Paesi a trascendere disaccordi e differenze, a proteggere insieme il nostro unico pianeta e a sviluppare insieme il villaggio globale come nostra casa comune”.

Relativamente allo sviluppo del Sud globale, che è tema centrale per la Cina e da moltissimi decenni, il Ministro ha affermato che “il Sud del mondo è una forza chiave per il mantenimento della pace mondiale, la guida dello sviluppo mondiale e il miglioramento della governance globale”. E, in tal senso, “Il Sud globale dovrebbe rafforzarsi. Dall'inizio dell'anno, l'Indonesia è diventata membro a pieno titolo dei BRICS e nove Paesi partner si sono uniti alla famiglia dei BRICS. I BRICS stanno emergendo come spina dorsale della cooperazione e motore di crescita nel Sud globale. I BRICS più grandi dovrebbero diventare più grandi e più forti per dare più slancio allo sviluppo del Sud globale”.

Relativamente alla crisi ucraina, Wang ha fatto presente come La Cina ha chiesto una soluzione politica attraverso il dialogo e la negoziazione sin dal primo giorno della crisi, e ha lavorato attivamente per la pace e ha spinto per i colloqui. Poco dopo lo scoppio della crisi, il presidente Xi Jinping ha avanzato quattro punti su cosa deve essere fatto, una proposta importante che indica la strada per i nostri sforzi. Quindi, la Cina ha pubblicato il suo documento di posizione sulla crisi, ha inviato il suo rappresentante speciale per la diplomazia navetta e ha avviato il Gruppo di amici per la pace presso le Nazioni Unite insieme al Brasile e ad altri paesi del Sud del mondo. La nostra posizione è sempre stata oggettiva e imparziale, la nostra voce è sempre stata calma ed equilibrata e il nostro scopo è creare le condizioni e costruire un consenso per risolvere la crisi”.

E, in tal senso, ha affermato come “La Cina è pronta a lavorare con la comunità internazionale, alla luce delle volontà delle parti in conflitto, per continuare a svolgere il suo ruolo costruttivo nella risoluzione della crisi e nella realizzazione di una pace duratura”.

E ha aggiunto che “Col senno di poi, la tragedia avrebbe potuto essere evitata. Tutte le parti dovrebbero imparare qualcosa dalla crisi. Tra le tante, la sicurezza dovrebbe essere reciproca e paritaria, e nessun Paese dovrebbe costruire la propria sicurezza sull'insicurezza di un altro. Dovremmo sostenere e agire sulla nuova visione di una sicurezza comune, globale, cooperativa e sostenibile, e questo è il modo per realizzare veramente una pace e una sicurezza durature nel continente eurasiatico e in tutto il mondo”.

Relativamente al tema dell'innovazione e allo sviluppo della tecnologia, il Ministro ha affermato, fra le altre cose, che “La scienza e la tecnologia non dovrebbero essere usate per costruire una cortina di ferro. Dovrebbe essere la ricchezza a beneficio di tutti e condivisa da tutti. Per promuovere lo sviluppo comune dell'umanità, la Cina ha preso misure concrete per implementare la Global AI Governance Initiative presentata dal Presidente Xi Jinping e ha rilasciato l'AI Capacity-Building Action Plan for Good and for All. Abbiamo anche proposto l'Iniziativa sulla cooperazione internazionale nella scienza aperta insieme a Brasile, Sudafrica e Unione africana, invitando tutti a dare priorità alla creazione di capacità scientifiche e tecnologiche del Sud del mondo in modo che nessun paese venga lasciato indietro. Siamo pronti a condividere i frutti della nostra innovazione con più paesi ed esplorare insieme i misteri delle stelle e degli oceani”.

Sulla questione dazi imposti alla Cina da parte dell'Amministrazione Trump, in particolare relativamente al fentanyl, il Ministro Wang ha risposto che “Per quanto riguarda il fentanyl, bisogna chiarire fin dall'inizio che la Cina adotta sempre misure risolute contro il traffico e la produzione di droga, e ha messo in atto le politiche antidroga più dure e complete del mondo odierno. Già nel 2019, su richiesta degli Stati Uniti, la Cina ha programmato tutte le sostanze correlate al fentanyl, il primo paese a farlo. Ma l'abuso di fentanyl negli Stati Uniti è un problema che deve essere affrontato e risolto dagli stessi Stati Uniti”.

Per quanto riguarda, invece, le relazioni con gli USA ha dichiarato che “Le relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti si basano su interazioni reciproche e bidirezionali. La cooperazione porterà benefici reciproci e vantaggi per entrambe le parti, e la Cina adotterà sicuramente delle contromisure in risposta alle pressioni arbitrarie”.

La posizione cinese è fermamente orientata alla coesistenza pacifica e alla cooperazione con gli USA, come con ogni altro Paese del mondo, “aiutandosi a vicenda ad avere successo e prosperare insieme”.

Rispetto reciproco, coesistenza pacifica e cooperazione win-win, come ribadito dal Ministro, del resto, sono i tre principi proposti dal Presidente Xi Jinping per promuovere lo sviluppo, con gli USA e ogni altro Paese.

Egli ha inoltre ribadito che occorre “cementare la pietra angolare dell'uguaglianza sovrana”, per impedire al mondo di “tornare alla legge della giungla”. Ovvero, “Tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni e dalla loro forza, dovrebbero essere riconosciuti come membri paritari della comunità internazionale. A coloro che hanno braccia più forti e pugni più grandi non dovrebbe essere consentito di prendere le decisioni. In secondo luogo, il principio di equità e giustizia deve essere rispettato. Gli affari internazionali non devono essere monopolizzati da un piccolo numero di Paesi. Dovrebbe essere data maggiore attenzione alla voce del Sud del mondo. I legittimi diritti e interessi di tutti i Paesi dovrebbero essere pienamente protetti. In terzo luogo, deve essere rispettato il multilateralismo. I Paesi dovrebbero rimanere impegnati nei principi di ampia consultazione, contributo congiunto e beneficio condiviso, sostituire il confronto di blocco con una collaborazione inclusiva e frantumare i piccoli circoli con una maggiore solidarietà. In quarto luogo, deve essere rafforzata l'autorità dello stato di diritto internazionale. I Paesi principali in particolare dovrebbero assumere la guida nel sostenere l'integrità, abbracciare lo stato di diritto e opporsi al doppio standard e all'applicazione selettiva. Ancora meno dovrebbero ricorrere a bullismo, monopolio, inganno o estorsione”.

Sulla questione Mediorientale, il Ministro Wang ha ribadito che per la Repubblica Popolare Cinese, “Gaza appartiene al popolo palestinese. È una parte inseparabile del territorio palestinese. Cambiare il suo status con mezzi forzati non porterà la pace, ma solo un nuovo caos. Sosteniamo il piano per ripristinare la pace a Gaza avviato dall'Egitto e da altri Paesi arabi. La volontà del popolo non deve essere sfidata e il principio di giustizia non deve essere abbandonato. Se un Paese importante si preoccupa davvero della gente di Gaza, dovrebbe promuovere un cessate il fuoco completo e duraturo, aumentare l'assistenza umanitaria, osservare il principio dei palestinesi che governano la Palestina e contribuire alla ricostruzione a Gaza”.

Ribadendo il concetto che “Senza la pace in Medio Oriente, il mondo non sarà stabile”. Sottolineando come “la comunità internazionale dovrebbe concentrarsi maggiormente sulla soluzione dei due Stati e dare più sostegno alla statualità indipendente per la Palestina”.

Sulla questione Taiwan ha riaffermato il concetto che “Taiwan è una parte inalienabile del territorio cinese. Questa è la Storia e la realtà. Quest'anno segna l'80° anniversario della riconquista di Taiwan. Ottant'anni fa, la vittoria nella guerra di resistenza popolare cinese contro l'aggressione giapponese ha riportato Taiwan sotto la giurisdizione sovrana della Cina”. Aggiungendo, fra le altre cose, che “La risoluzione 2758 fu poi adottata nel 1971 dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite con una schiacciante maggioranza. Decide di ripristinare tutti i diritti legittimi della Repubblica Popolare Cinese presso le Nazioni Unite e di espellere immediatamente i rappresentanti delle autorità di Taiwan dalle Nazioni Unite e da tutte le organizzazioni ad essa collegate”.

Per quanto riguarda i rapporti con l'UE, il Ministro Wang ha fatto presente come Quest'anno segna il 50° anniversario dei legami diplomatici Cina-UE” e come in questo rapporto “la risorsa più preziosa è il rispetto reciproco, l'impulso più potente è il beneficio reciproco, il più grande consenso unificante è il multilateralismo e la caratterizzazione più accurata è il partner di cooperazione”.

Ha sottolineato come negli ultimi decenni la cooperazione e il commercio Cina-UE siano aumentate e così gli investimenti e come “Una relazione sana e stabile solleverà entrambe le parti e renderà il mondo più luminoso”.

Equilibrio, cooperazione, giustizia sociale, stabilità. Questi i punti chiave di una Cina fondata su un socialismo moderno e maturo, che in Europa è scomparso da molti decenni.

Del resto fu lungimirante l'allora Ministro degli Esteri e leader socialista italiano, Pietro Nenni, e poi Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, che guardò, per primo, allo sviluppo del multipolarismo, oltre i blocchi contrapposti (allora USA e URSS), guardando con entusiasmo alla Cina e al suo sviluppo, oltre che alla sua capacità di evoluzione (a differenza del monolitismo sovietico), che l'avrebbe peraltro portata a sostenere e per molti versi guidare i Paesi Non Allineati.

Quel Terzo e Quarto Mondo che, oggi, può essere l'unica speranza per un futuro condiviso di stabilità e pace.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it