Mentre le piazze si riempiono di voci che invocano un rafforzamento militare europeo, è lecito interrogarsi sulla lucidità di una simile richiesta, spesso mascherata da una frettolosa e superficiale analisi degli eventi geopolitici.
Molti di coloro che oggi agitano bandiere di guerra sono gli stessi allora padri che gioirono per la caduta del Muro di Berlino, simbolo di quella divisione anche culturale che ora sembrano voler resuscitare.
Oggi come allora fanno emergere una narrazione che enfatizza i valori occidentali come universalmente superiori, trascurando le diverse prospettive culturali e storiche, lo stesso arrogante presupposto che alimentava le divisioni ideologiche durante la Guerra Fredda ed in un mondo profondamente cambiato, che rende queste e quelle presunzioni ancor più anacronistiche.
Per avvalorare la tesi, si dipinge così uno scenario apocalittico di un'Europa minacciata da un'invasione russa, fantasma che la storia raramente ha materializzato.
È interessante notare come questo spettro della "minaccia russa" sia stato evocato più volte nel corso della storia europea, spesso con scopi politici.
Tuttavia, le invasioni su larga scala del territorio europeo da parte della Russia sono state rare. Le guerre napoleoniche e le due guerre mondiali, ad esempio, hanno avuto dinamiche e protagonisti ben diversi. Anzi, sarebbe più onesto riconoscere come le dinamiche espansionistiche, nel continente, abbiano spesso seguito una direzione opposta di nome Nato e di nome Europa.
Dal 1999 al 2020, la NATO ha accolto 14 nuovi membri, molti dei quali ex paesi del Patto di Varsavia. Questo processo ha suscitato preoccupazioni in Russia, che lo ha visto come una minaccia alla propria sicurezza.
Si tende colpevolmente a ignorare il lungo e complesso pregresso che ha condotto al conflitto ucraino, liquidando il tutto con una semplicistica condanna dell'aggressore. Si trascura così la complessità degli eventi che si sono susseguiti nel corso degli anni, il profondo mutamento degli equilibri politici globali e la crescente percezione di 'minaccia' da parte della Russia, posta di fronte a un blocco militare in continua espansione Guerra del Kosovo (1999): la NATO intervenne militarmente nella Repubblica Federale di Jugoslavia per fermare la pulizia etnica dei kosovari albanesi. L'intervento fu controverso in quanto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.
Guerra in Afghanistan (2001-2021): a seguito degli attentati dell'11 settembre, la NATO invase l'Afghanistan con l'obiettivo di rovesciare il regime talebano e smantellare al-Qaeda. L'intervento durò vent'anni e si concluse con il ritorno al potere dei talebani.
Intervento in Libia (2011): La NATO intervenne militarmente in Libia per proteggere i civili durante la guerra civile contro il regime di Muammar Gheddafi. L'intervento portò alla caduta del “regime”, lasciò il paese nel caos e promosse l’instabilità regionale. Dietro la retorica della difesa dei confini europei – come dimostrano i casi dell'Ucraina oggi e le passate discussioni sull'adesione della Turchia, nonostante la sua posizione geografica – si celano spesso mire imperialistiche ed espansionistiche dell'Europa, alla ricerca delle risorse di cui necessita come potenza trasformatrice.
Il riarmo, in questa prospettiva, non è una risposta a una minaccia esistenziale, ma uno strumento per proiettare forza e tentare di garantire l'accesso a tali risorse. Il dibattito sul riarmo, benché ammantato di nobili motivazioni quali la difesa della libertà e della democrazia, è in realtà alimentato dagli interessi di un'industria bellica orientata al profitto.
La prospettiva di riconvertire a proprio vantaggio settori industriali in crisi all'interno dell'Europa-NATO rappresenta una strategia però pericolosa, che rischia di generare una pericolosa dipendenza da un settore intrinsecamente legato al conflitto.
È fondamentale invece riconoscere che un massiccio “riarmo europeo” difficilmente eguaglierebbe la Russia in termini di capacità militari complessive, data la sua geografia, dottrina e risorse. Concentrarsi su una competizione militare diretta rischia di essere una strategia costosa e incerta.
Il riarmo europeo sta portando poi a una sovrapposizione sempre maggiore tra l'identità di difesa dell'Europa e quella della NATO, rendendo difficile distinguere i confini e le responsabilità delle due entità.
Se da un lato la NATO è nata come alleanza difensiva, dall'altro ha intrapreso azioni militari anche al di fuori del contesto strettamente difensivo, in paesi terzi.
Come si può essere certi che un'Europa sempre più militarizzata e integrata nella NATO non segua la stessa traiettoria, trasformandosi in una potenza bellica con ambizioni che vanno oltre la semplice difesa del proprio territorio?
Questo è un pericolo che emerge anche leggendo le conclusioni Consiglio Europeo seduta del Consiglio del 6 marzo 2025 punto 7 “Il Consiglio europeo ricorda altresì che un’Unione Europea più forte e capace nel settore della sicurezza e della difesa contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica ed è complementare alla NATO, che, per gli Stati che ne sono membri, resta il fondamento della loro difesa collettiva. Invita gli Stati membri che sono anche alleati della NATO a coordinarsi in vista del vertice NATO del giugno 2025. Il Consiglio Europeo sottolinea l’importanza di collaborare con i partner non appartenenti all’ UE che condividono le stesse idee.”
Siamo sicuri che il riarmo europeo, invece di rafforzare la sicurezza del continente, non possa paradossalmente aumentare il rischio di coinvolgimento in conflitti internazionali, alimentando una spirale di militarizzazione e ostilità?
Un'Europa eccessivamente focalizzata sulla dimensione militare non potrebbe finire per emulare le azioni di quelle potenze che in passato hanno perseguito politiche aggressive e imperialistiche?
Coloro che sostengono il riarmo con superficialità trascurano poi principi fondamentali sanciti dalle costituzioni nazionali, primo fra tutti il ripudio della guerra.
L'accettazione acritica di una corsa agli armamenti strumentalmente definiti “di difesa” aggira tali principi, normalizzando una logica che dovrebbe rappresentare l'estrema ratio, non la risposta predefinita.
Questo solleva interrogativi cruciali sul futuro delle unità nazionali e sulla natura stessa dello Stato: reggerà l’unità di quelle nazioni già profondamente divise e sempre più polarizzate da posizioni estreme e contrapposte?
Lo Stato è un'entità al servizio dei cittadini, o uno strumento nelle mani di un'oligarchia, potenzialmente manovrata dai produttori di armi? Invece di investire massicciamente in armamenti e inseguire un paragone militare irrealistico, l'Europa dovrebbe concentrarsi su una diplomazia efficace, sulla comprensione delle dinamiche storiche e sulle reali cause dei conflitti. Solo così si potrà costruire una sicurezza duratura, che non passi attraverso la minaccia e la distruzione, ma attraverso il dialogo e la cooperazione.
Roberto Vuilleumier
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