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giovedì 20 marzo 2025

E infine nacque l'EuNato. Articolo di Roberto Vuilleumier


Mentre le piazze si riempiono di voci che invocano un rafforzamento militare europeo, è lecito interrogarsi sulla lucidità di una simile richiesta, spesso mascherata da una frettolosa e superficiale analisi degli eventi geopolitici.

Molti di coloro che oggi agitano bandiere di guerra sono gli stessi allora padri che gioirono per la caduta del Muro di Berlino, simbolo di quella divisione anche culturale che ora sembrano voler resuscitare.

Oggi come allora fanno emergere una narrazione che enfatizza i valori occidentali come universalmente superiori, trascurando le diverse prospettive culturali e storiche, lo stesso arrogante presupposto che alimentava le divisioni ideologiche durante la Guerra Fredda ed in un mondo profondamente cambiato, che rende queste e quelle presunzioni ancor più anacronistiche.

Per avvalorare la tesi, si dipinge così uno scenario apocalittico di un'Europa minacciata da un'invasione russa, fantasma che la storia raramente ha materializzato.

È interessante notare come questo spettro della "minaccia russa" sia stato evocato più volte nel corso della storia europea, spesso con scopi politici.

Tuttavia, le invasioni su larga scala del territorio europeo da parte della Russia sono state rare. Le guerre napoleoniche e le due guerre mondiali, ad esempio, hanno avuto dinamiche e protagonisti ben diversi. Anzi, sarebbe più onesto riconoscere come le dinamiche espansionistiche, nel continente, abbiano spesso seguito una direzione opposta di nome Nato e di nome Europa.

Dal 1999 al 2020, la NATO ha accolto 14 nuovi membri, molti dei quali ex paesi del Patto di Varsavia. Questo processo ha suscitato preoccupazioni in Russia, che lo ha visto come una minaccia alla propria sicurezza.

Si tende colpevolmente a ignorare il lungo e complesso pregresso che ha condotto al conflitto ucraino, liquidando il tutto con una semplicistica condanna dell'aggressore. Si trascura così la complessità degli eventi che si sono susseguiti nel corso degli anni, il profondo mutamento degli equilibri politici globali e la crescente percezione di 'minaccia' da parte della Russia, posta di fronte a un blocco militare in continua espansione Guerra del Kosovo (1999): la NATO intervenne militarmente nella Repubblica Federale di Jugoslavia per fermare la pulizia etnica dei kosovari albanesi. L'intervento fu controverso in quanto non autorizzato dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Guerra in Afghanistan (2001-2021): a seguito degli attentati dell'11 settembre, la NATO invase l'Afghanistan con l'obiettivo di rovesciare il regime talebano e smantellare al-Qaeda. L'intervento durò vent'anni e si concluse con il ritorno al potere dei talebani.

Intervento in Libia (2011): La NATO intervenne militarmente in Libia per proteggere i civili durante la guerra civile contro il regime di Muammar Gheddafi. L'intervento portò alla caduta del “regime”, lasciò il paese nel caos e promosse l’instabilità regionale. Dietro la retorica della difesa dei confini europei – come dimostrano i casi dell'Ucraina oggi e le passate discussioni sull'adesione della Turchia, nonostante la sua posizione geografica – si celano spesso mire imperialistiche ed espansionistiche dell'Europa, alla ricerca delle risorse di cui necessita come potenza trasformatrice.

Il riarmo, in questa prospettiva, non è una risposta a una minaccia esistenziale, ma uno strumento per proiettare forza e tentare di garantire l'accesso a tali risorse. Il dibattito sul riarmo, benché ammantato di nobili motivazioni quali la difesa della libertà e della democrazia, è in realtà alimentato dagli interessi di un'industria bellica orientata al profitto.

La prospettiva di riconvertire a proprio vantaggio settori industriali in crisi all'interno dell'Europa-NATO rappresenta una strategia però pericolosa, che rischia di generare una pericolosa dipendenza da un settore intrinsecamente legato al conflitto.

È fondamentale invece riconoscere che un massiccio “riarmo europeo” difficilmente eguaglierebbe la Russia in termini di capacità militari complessive, data la sua geografia, dottrina e risorse. Concentrarsi su una competizione militare diretta rischia di essere una strategia costosa e incerta.

Il riarmo europeo sta portando poi a una sovrapposizione sempre maggiore tra l'identità di difesa dell'Europa e quella della NATO, rendendo difficile distinguere i confini e le responsabilità delle due entità.

Se da un lato la NATO è nata come alleanza difensiva, dall'altro ha intrapreso azioni militari anche al di fuori del contesto strettamente difensivo, in paesi terzi.

Come si può essere certi che un'Europa sempre più militarizzata e integrata nella NATO non segua la stessa traiettoria, trasformandosi in una potenza bellica con ambizioni che vanno oltre la semplice difesa del proprio territorio?

Questo è un pericolo che emerge anche leggendo le conclusioni Consiglio Europeo seduta del Consiglio del 6 marzo 2025 punto 7 “Il Consiglio europeo ricorda altresì che un’Unione Europea più forte e capace nel settore della sicurezza e della difesa contribuirà positivamente alla sicurezza globale e transatlantica ed è complementare alla NATO, che, per gli Stati che ne sono membri, resta il fondamento della loro difesa collettiva. Invita gli Stati membri che sono anche alleati della NATO a coordinarsi in vista del vertice NATO del giugno 2025. Il Consiglio Europeo sottolinea l’importanza di collaborare con i partner non appartenenti all’ UE che condividono le stesse idee.”

Siamo sicuri che il riarmo europeo, invece di rafforzare la sicurezza del continente, non possa paradossalmente aumentare il rischio di coinvolgimento in conflitti internazionali, alimentando una spirale di militarizzazione e ostilità?

Un'Europa eccessivamente focalizzata sulla dimensione militare non potrebbe finire per emulare le azioni di quelle potenze che in passato hanno perseguito politiche aggressive e imperialistiche?

Coloro che sostengono il riarmo con superficialità trascurano poi principi fondamentali sanciti dalle costituzioni nazionali, primo fra tutti il ripudio della guerra.

L'accettazione acritica di una corsa agli armamenti strumentalmente definiti “di difesa” aggira tali principi, normalizzando una logica che dovrebbe rappresentare l'estrema ratio, non la risposta predefinita.

Questo solleva interrogativi cruciali sul futuro delle unità nazionali e sulla natura stessa dello Stato: reggerà l’unità di quelle nazioni già profondamente divise e sempre più polarizzate da posizioni estreme e contrapposte?

Lo Stato è un'entità al servizio dei cittadini, o uno strumento nelle mani di un'oligarchia, potenzialmente manovrata dai produttori di armi? Invece di investire massicciamente in armamenti e inseguire un paragone militare irrealistico, l'Europa dovrebbe concentrarsi su una diplomazia efficace, sulla comprensione delle dinamiche storiche e sulle reali cause dei conflitti. Solo così si potrà costruire una sicurezza duratura, che non passi attraverso la minaccia e la distruzione, ma attraverso il dialogo e la cooperazione.

Roberto Vuilleumier

venerdì 11 settembre 2015

Né con Obama, né con Putin. Con gli oppressi e gli sfruttati, per la Civiltà dell'Amore. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Da diverso tempo noto, nel panorama politico ed in quello dei cosiddetti “social-network”, l'avanzare di nuove polarizzazioni che ricalcano pressoché totalmente le vecchie polarizzazioni tipiche dei tempi della Guerra Fredda: da una parte i “filo-occidentali” e dall'altra i “filo-russo/cinesi”.
Francamente tale nuova polarizzazione, in un mondo che dovrebbe invece essere finalmente multipolare (oltre che multietnico e multireligioso), mi preoccupano non poco.
Lo stesso conflitto in Siria, che vede da una parte contrapporsi i putiniani agli obamian-hollandiani mi preoccupa non poco.
Posto che un governo legittimo è e deve sempre essere sostenuto, ed in questo caso il governo legittimo è quello di Bashar-al-Assad, direi che si potrebbe anche andare oltre.
Personalmente sono da sempre molto critico nei confronti dell'Occidente ed in particolare del suo sistema capitalistico/edonistico, ma, parimenti, sono da sempre critico nei confronti del sistema comunista/socialista reale/statalista, oggi per molti versi incarnato dalla Russia di Putin e dalla Cina, le quali peraltro si sono inventate un sistema capital-socialista che, nei fatti, garantisce ricchezza solo a pochissimi oligarchi ed affama e sfrutta i popoli.
Ritengo peraltro che, sullo scenario geopolitico odierno, non esistano peggiori criminali di Putin (che fece assassinare peraltro anche il giornalista di Radio Radicale Antonio Russo, oltre che Anna Politkovskaja), della Cina capital-comunista (che imploderà su sé stessa, con tutte le sue barbarie) oltre che il resto del sedicente mondo libero che, grazie alle invasioni di Libia e Siria, ha prodotto fenomeni terroristici e destabilizzatori come l'Isis.
Spirali di speranza, come ho scritto negli ultimi anni, vi sono da qualche tempo unicamente in America Latina. Ma solo se la gran parte di quei Paesi saprà essere libera dai “giochi geopolitici” delle grandi potenze egemoniche (USA, Russia, Cina in primis), come dovevano essere liberi dagli opposti imperialismi (capitalista e comunista) i Paesi del Terzo Mondo nel periodo della Guerra Fredda (come negli ideali di Juan Domingo Peron), pur non essendoci riusciti o non del tutto, salvo rare esperienze come quella peronista e gheddafiana e, solo in parte, cubana.
Recentemente ho avuto modo di dibattere sul web con un amico che si definisce “socialista scientifico” e che difende le posizioni di Putin.
Con lui ho voluto porre la seguente analisi, che parte da lontano, ovvero dalla contrapposizione – in seno alla Prima Internazionale dei Lavoratori – fra mazziniani e garibaldini da una parte e fra socialisti-marxisti dall'altra.
Un'analisi che va oltre la politica e la cosiddetta realpolitik e va a toccare l'umanità e lo spirito, ovvero la liberazione dai suoi bisogni materiali, per giungere a quelli spirituali.
Garibaldi muoveva critiche a Marx ed al suo socialismo scientifico proprio in quanto quest'ultimo non teneva conto dell'essere umano e della sua universalità, anche spirituale. Garibaldi, come Mazzini, del resto, non era ateo, ma teosofo e si rifaceva al "socialismo del cuore", al socialismo di ispirazione cristiana di Saint Simon. Così come Chavez, Peron, Sandino e persino Gheddafi se vogliamo, avevano un'ispirazione spirituale e non-materialistica dell'esistenza.
Mazzini, pur non essendo socialista, parlava di "Dio e Popolo", ovvero di un Dio incarnato nel Popolo stesso e viceversa. Il Dio degli insegnamenti del Cristianesimo gnostico.
La spiritualità è, in questo senso, superiore alla politica. Lo fu per lo stesso Gandhi che a Mazzini ed ai "Doveri dell'Uomo" si ispirò.
In questo senso tutte le dottrine anti-capitaliste ed anti-comuniste hanno una base spirituale e gnostica. Il mazzinianesimo, il garibaldinismo, La Terza Posizione peronista, persino l'impostazione chavista (ogni discorso di Chavez si rifà al Cristo Redentor) o quella di Evo Morales e di Rafael Correa, Presidente socialista cristiano dell'Ecuador e di coloro i quali danno alla Madre Terra valore spirituale e costiuzionale.
Il socialismo scientifico, che poi si è inverato nelle teorie economiche di Marx ed Engels, lungi dall'avere una visione spirituale ed umanitaria, ha piuttosto un'impostazione materialistica ed industrialista (ovvero progressista in senso tecnologico e non spirituale) non diversa dal capitalismo. E ciò comporta: distruzione dell'ecosistema, di ogni forma di spiritualità, affetto, amore, condivisione fra le persone, sessualità libera ecc.... Laddove il capitalismo mercifica, il socialismo scientifico abolisce, opprime, sopprime.
Il mondo, da sempre e non da oggi, si divide dunque in sfruttatori/edonisti/oligarchi (politici, imprenditori, criminalità organizzata...) ed in persone alla ricerca di amore e liberazione dai bisogni. Purtuttavia ci hanno voluto far credere che tutto dipenda dalla politica e dall'economia, quando, io credo, tutto dipenda dalla quantità di amore e di spiritualità che ciascuno è in grado di contrapporre al Potere.
Dunque, ancora una volta, attenzione a lasciarsi abbagliare dalle pseudo-democrazie occidentali e dalle oligarchie neo-sovietiche.
I cittadini diventino, finalmente, protagonisti del loro destino. Imparino ad autogovernarsi e ad autogestire il proprio lavoro. Liberandosi, così, dal giogo delle ideologie, delle strutture e delle sovrastrutture economico-politiche, per approdare dunque alla liberazione ed all'elevazione dello spirito.

Luca Bagatin