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lunedì 5 settembre 2016

I curdi e la Rivoluzione democratica e libertaria del Rojava. Articolo di Luca Bagatin

Dei curdi non è mai importato poi molto a nessuno, in quanto non sono una lobby economica e, soprattutto, sono sempre stati invisi ai governi antidemocratici della Turchia che mai ebbe uno Stato davvero laico, checché se ne dica. E soprattutto i curdi sono fra i pochi popoli al mondo che conoscono davvero il concetto di democrazia, ovvero di “governo del popolo”. Un concetto che si è perduto forse con la scomparsa delle agorà greche.
Dei curdi parlammo già in un altro articolo nella primavera scorsa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/03/i-curdi-e-la-questione-curda-una-visita.html), dopo una visita che facemmo presso il centro culturale curdo “Ararat” di Roma che, per fortuna, non è stato più chiuso come il Comune di Roma aveva prospettato in un primo tempo.
Parlammo della loro storia e delle loro lotte per la democrazia diretta; parlammo delle loro comuni autogestite e della loro battaglia contro il terrorismo dell'Isis. E raccontammo di come i curdi siano sempre stati sostenuti da un solo grande leader internazionale e rivoluzionario: il Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011 “grazie” alle invasioni delle truppe NATO.
E' di pochi giorni fa la notizia che un ragazzo italiano, l'attivista No Tav Davide Grasso, sta combattendo in Siria a fianco delle milizie curde dell''YPG contro l'Isis e invita Renzi a rompere ogni rapporto con la Turchia, la quale – oltre a mantenere un regime di apartheid contro i curdi turchi - non perde occasione per attaccare le truppe dell'YPG.
L'appello di Davide Grasso, lo sappiamo bene, rimarrà probabilmente inascoltato. La Turchia è un Paese ben protetto dal blocco atlantista. Blocco atlantista che, lo sappiamo bene, ha destabilizzato proprio quei Paesi (Libia e Siria in primis) ove oggi l'Isis è fortissimo.
Abbiamo molto da imparare, invece, dai rivoluzionari curdi del YPG, ovvero delle Unità di Protezione del Popolo della regione siriana del Rojava, che, assieme all'YPJ (Unità di Protezione delle Donne) - costituito esclusivamente da donne - ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione libertaria e umanitaria, oltre che comunitaria.
Come mi raccontò Kazim Toptas, coordinatore del centro “Ararat” di Roma, la concezione di vita dei curdi e dei rivoluzionari curdi è fondata sulla libertà di opinione e di partecipazione popolare diretta alle decisioni politiche ed ai processi produttivi, oltre che sul rispetto della laicità e delle varie confessioni e sensibilità religiose del Rojava. I curdi, inoltre, hanno un profondo rispetto per le donne, le quali, oltre ad avere la loro milizia (l'YPJ, appunto), hanno pari diritti rispetto all'uomo e sono equamente rappresentate all'interno delle istituzioni curde.
L'unità fondante delle comunità curde nel Rojava sono le comuni autogestite, che sono il fondamento della vita democratica dei curdi stessi e che sono, per moltissimi versi, ispirate alla Comune di Parigi del 1870 ed ogni comune può essere costituita da un minimo di 30 ad un massimo di 300 persone. Ogni comune è costituita da appositi comitati legati alle varie necessità sociali. Vi sono infatti comitati di difesa, comitati per l'economia, comitati per le donne, comitati di educazione e così via e questi permettono, appunto, ai componenti della comune, di amministrarsi da soli e l'economia della comune è costituita in modo tale che i bisogni di tutti i suoi componenti siano soddisfatti: in pieno spirito solidaristico e fraterno (un muratore provvede alle esigenze edili; un insegnante a quelle educative; un contadino a quelle alimentari e così via).
Una forma di compartecipazione democratica diretta purtroppo sconosciuta nelle nostre sedicenti democrazie occidentali fondate sul capitalismo edonistico ed egoistico e sull'elettoralismo, ovvero sulla delega a colui ed a coloro i quali riescono a prendere più voti, magari grazie al fatto che sono riusciti ad elaborare “slogan pubblicitari” più accattivanti oppure riusciranno a garantire meglio la tal lobby piuttosto che l'altra, che li finanzia e sostiene profumatamente.
I rivoluzionari curdi, in sostanza, sanno davvero che cosa sia la democrazia, ovvero la libertà, che è prima di tutto libertà di gestirsi e di autogestirsi, senza egoismi di sorta.
I rivoluzionari curdi del Rojava, in sostanza, rifiutano l'economia capitalistica pur senza abbracciare il sistema del cosiddetto “socialismo reale” comunista. Non si oppongono all'iniziativa privata, ma prediligono il sistema collettivo e cooperativistico. Il loro Contratto sociale prevede infatti che tutte le ricchezze del del suolo e sottosuolo appartengano alla collettività e così tutte le terre ad unità immobiliari presenti nella regione del Rojava. Lo scopo principale dello sviluppo produttivo è dunque quello di soddisfare i bisogni delle persone e di permettere loro una vita dignitosa.
Anche il diritto legale, nel Rojava, è risolto in ambito comunitario, ovvero all'interno della comunità vengono risolte le varie controversie legali, evitando così il ricorso alle lungaggini dei tribunali ed ogni sanzione ha piuttosto lo scopo di educare, piuttosto che quello di punire o di instillare il senso di vendetta e ciò ha fatto sì che il numero di omicidi e di furti si riducesse drasticamente rispetto al periodo in cui il Rojava era di pertinenza del governo siriano. Pene severe, ad ogni modo, sono previste in casi di omicidio o di violenza sulle donne, le quali sono tenute - nelle comunità curde - nella più alta considerazione.
Questa è, dunque, la Rivoluzione curda del Rojava. Questa è, dunque, la causa dei curdi, che è anche la causa di tutti i sinceri democratici che si oppongono al terrore religioso, politico, economico.
Questa è una causa da diffondere e sostenere affinché il mondo apra gli occhi di fronte ai suoi stessi crimini e comprenda, oltre che abbracci, un approccio diverso. Comunitario ed autogestionario. Ovvero democratico e libertario.

Luca Bagatin

giovedì 4 agosto 2016

Pubblicità commerciale e società mercificata: antitesi della Civiltà dell'Amore. Articolo di Luca Bagatin

Ci si indigna di rado e troppo poco. Ad ogni modo è bastata l'immagine choc di una donna a terra con i pantaloni abbassati, con le mani che premono l'asfalto e a gambe divaricate a pubblicizzare una marca di scarpe, per indignare il web ed il mondo dei cosiddetti social network.
Ben venga, ma come dicevamo, ci si indigna troppo poco per l'uso ed abuso della pubblicità commerciale che, lungi dall'essere una forma di arte creativa, è l'espressione massima della società commerciale e mercificata imposta dal mondo mediatico e mediocre che, non a caso, ha contribuito – assieme all'imbarbarimento dell'istituto scolastico, svenduto al privato ed alle mere logiche economicistiche sull'onda degli istituti scolastici d'Oltreoceano che tutto hanno prodotto salvo che cultura – ad appannare la vera ed autentica arte: da quella Sacra a quella profana, da Michelangelo a Gauguin passando per il nostro Leonardo Da Vinci. L'arte che decantava la Natura, l'Essere Umano, il Vero, il Buono e il Bello.
Un messaggio che veicola un prodotto non può, per la sua stessa funzione, essere considerato una forma d'arte. Peggio ancora se il messaggio commercial-pubblicitario rappresenta una donna o comunque una persona che sembra sia stata stuprata, come nel caso di cui sopra.
Che poi l'immagine sembra quasi suggerire che ad essere stuprate, peraltro, siano le menti di chi guarda e di chi acquista, attraverso il veicolo del messaggio commercial-pubblicitario che tende, appunto, a suggerire bisogni indotti di cui, altrimenti, non avremmo alcuna reale necessità.
E' il caravanserraglio dell'effimero, del “reality”, del “social”, ove ogni rapporto e ogni atto è relegato alla compravendita, ad una manifestazione ragionieristica di “dare-avere”, ad amicizie fasulle, a prodotti voluttuari di cui non sapremmo che farcene se dietro ad essi non fosse costruito un “mondo effimero”, appunto, creato da appositi operatori pubblicitari e del merchandising, novelli lobotomizzatori di una società capitalistica che non conosce il sentimento, l'amore, la stabilità e la profondità dei rapporti, ma rincorre il desiderio, il piacere (sino a raggiungere immagini che, pur di scioccare, raggiungono il dolore estremo), l'effimero, il fuggevole, l'instabile. E questo in ogni ambito: da quello lavorativo (la flessibilità del lavoro, imposta ormai tanto dai governi di destra che di sinistra) a quello sentimentale (con tanto di reality show, spesso importati d'Oltreoceano, che sdoganano l'infedeltà di coppia) sino all'omologazione del pensiero, alla mediaticizzazione di ogni atto della vita quotidiana (i famosi “cinque minuti di celebrità” tanto decantati da Andy Warhol, capostipite della società dello spettacolo in salsa pop), ai beni di consumo sempre meno durevoli in quanto costruiti in modo tale da non essere durevoli, al fine di alimentare sempre di più la spirale del consumo e del ciclo continuo inunamitario del “produci-consuma-crepa”.
E' poi naturale che, di fronte a tutto ciò, le differenze si annullino, che le identità scompaiano, che l'immigrato extracomunitario veda l'Occidente opulento come il Paese del Bengodi e rinunci ai suoi usi e costumi per snaturare sé stesso giungendo nei nostri “lidi” tutt'altro che felici, bensì fasulli, effimeri e fondati sullo sfruttamento delle menti, dei corpi, del desiderio, ovvero sui bisogni indotti che uccidono i sogni di vera emancipazione e di libertà, ovvero di autogoverno e di autogestione: la base della democrazia partecipata e partecipativa.
L'ideologia del desiderio e la società del piacere, dunque, in luogo della Civiltà dell'Amore, come ho spesso scritto. L'ideologia dell'ego e del dolore (con relativa tivù del dolore !) contro l'idea di una società di liberi ed eguali perché consapevoli delle proprie scelte, dei propri bisogni, delle proprie identità e culture.
Ciò che non è riuscito a fare il totalitarismo sovietico sembra esserci riuscito il totalitarismo del capitalismo assoluto e della società mercificata ed una rilettura in tal senso di “1984” di George Orwell sarebbe più che mai appropriata. Del resto il “Grande Fratello” è, forse non per caso, uno dei realty show fra i più noti e popolari al mondo (sic !).

Luca Bagatin

lunedì 1 agosto 2016

Papa Francesco: il profeta dell'amore non allineato al pensiero unico globalista. Articolo di Luca Bagatin

Appena nominato Papa dei cattolici ero perplesso relativamente a Monsignor Bergoglio. Pensavo fosse l'ennesimo Papa mediatico, con un entroterra conservatore e a tratti misogino ed alla ricerca di nuovi fedeli da catechizzare.
Purtuttavia mi sono ricreduto. Le sue aperture sono state grandi. E' un Papa che, innanzitutto, non giudica. E non compie ingerenze nella sfera politica, pur dimostrandosi forse il miglior analista politico contemporaneo. Analista che non le manda a dire nemmeno alla Turchia, alla quale ha ricordato il genocidio armeno (cosa che non hanno pressoché mai fatto gli altri politici occidentali, attenti a mantenere ottimi rapporti con la Turchia, membro della Nato ed amica dell'occidente globalista) e riconoscendo la lotta dei curdi contro l'Isis in Siria ed anche qui, la sua voce è stato un caso isolato nell'ambito della cosiddetta “comunità occidentale”, che i curdi li ha sempre ignorati, se non lasciati al loro destino.
Papa Francesco, dunque, venuto dalle estreme periferie latinoamericane, è un Papa non allineato al pensiero unico politicamente corretto di matrice capitalistico-borghese-statunitense, poiché è il Papa del riconoscimento delle diversità e non già dell'omologazione globalista. E' il Papa che, giustamente, non identifica l'Islam con il terrorismo, ma individua i diretti responsabili del terrorismo ed identifica terrorismo tutti i processi connessi al “dio danaro” che, assieme all'ideologia del desiderio ed al capitalismo assoluto, sono i responsabili delle vera crisi che attanaglia l'umanità, che è una crisi prima di tutto umana e spirituale, che annichilisce e violenta i cervelli, uccide il pensiero e lo omologa, crea deseguaglianze ed ulteriori sperequazioni fra ricchi e poveri.
Papa Bergoglio è lì a dirci questo. E lo dice non solo ai cattolici che rappresenta, ma anche noi laici ed anticlericali. E lo dice con senso di amore e laicità. Quel senso di amore e laicità che ha conquistato non solo tutta l'America Latina dalla quale egli proviene, un'America Latina socialista rivoluzionaria e del XXI secolo, ma anche un leader laico come Marco Pannella che, prima di morire, ha ricordato – significativamente - che “l'odio è degli stronzi”.
Papa Francesco è dunque amato da coloro i quali lo sanno ascoltare, ma rimane indifferente alla destra ed alla sinistra, le quali sono le maggiori responsabili dell'avvento del capitalismo assoluto e del terrorismo, attraverso il neocolonialismo e l'interventismo guerrafondaio, che sono anche responsabili delle migrazioni di massa e dell'avvento di una società cosmopolitica indistinta nella quale si pretende che le differenze siano annullate, così come avvenuto negli Stati Uniti d'America, patria del confusionismo, della sperequazione sociale e della scarsa cultura umanistica.
Papa Francesco sembra essere ad ogni modo una goccia – luminosa - in mezzo al mare. Una goccia, forse, destinata a passare. Ma per ora è lì ad illuminarci e per questo, anche se la cosa può sembrare un po' puerile, gli vogliamo molto bene e lo ringraziamo.

Luca Bagatin

martedì 26 luglio 2016

L'immigrazione è un fenomeno padronale.

L'immigrazione è un fenomeno padronale.
Chi critica il capitalismo approvando l'immigrazione, di cui la classe operaia è la prima vittima, farebbe meglio a tacere. Chi critica l'immigrazione restando muto sul capitalismo, dovrebbe fare altrettanto.

(Alain De Benoist)

sabato 23 luglio 2016

"Libertà è libertà dal bisogno per approdare al sogno !" Riflessioni di Luca Bagatin

La povertà non è una questione superabile con l'assistenza, ma con l'umanità.
L'assistenza è un concetto introdotto dai borghesi per pulirsi la coscienza.

Il terrorismo e la violenza trovano terreno fertile nel "Lumpenproletariat", ovvero nel "Sottoproletariato", di cui nessuno si è mai curato (si curano solo della classe media...bah)
I borghesi ed i governanti sottovalutano l'aumento della povertà in Italia, ma anche nel resto del mondo.
Ne pagheremo - se non ne stiamo già pagando - tutti le conseguenze. 
 
Ironia dei "social": trovano pornografici dei corpi nudi, ma non i Pokemon e tutto ciò che ne consegue.

Abbandonare la cultura liberal-radicale, come ho fatto nel corso degli anni, significa abbandonare l'ideologia del desiderio, per ricercare ed approdare al sentimento. Ovvero non già alla ricerca dei diritti ed alla "società del piacere", ma alla riscoperta dei doveri verso il prossimo e, dunque, alla Civiltà dell'Amore.

martedì 19 luglio 2016

La Turchia e l'Occidente liberaldemocratico. Articolo di Luca Bagatin

L'Occidente cosiddetto liberaldemocratico, ovvero che parla molto di libertà e la propaganda, spesso persino imponendone i modelli consumistici (privi di qualsivoglia libertà) agli altri, non conosce, invero, la libertà.
In Turchia c'è chi parteggia o ha parteggiato per i militari golpisti, senza conoscerli. Personalmente preferisco sospendere il giudizio. Ricordo ancora quando un manipolo di camionisti turchi aggredì noi verdi e radicali, nel 1999, al porto di Trieste, allorquando manifestavamo in modo nonviolento contro la pena di morte in Turchia e fra noi c'era un giovane ragazzo curdo. Fummo aggrediti in territorio italiano e solo l'intervento dei militari della Guardia di Finanza evitò il peggio.
Parliamo della Turchia membro della NATO e che vuole entrare a tutti i costi nell'Unione Europea ! Una Turchia che, ancora oggi, vilipende il popolo curdo e non ammette il genocidio degli armeni. E non ammettono queste cose nemmeno i cosiddetti turchi “laici”.
A questo bisognerebbe pensare. Alla dignità dei popoli curdi e armeni dimenticati dall'Occidente, forse perché non rappresentano – nel mondo – alcuna lobby economica. Ed invece essi vogliono semplicemente vivere in pace ed armonia ed autogestirsi attraverso il confederalismo democratico. Ed in Siria hanno iniziato per primi a combattere contro il terrorismo di Daesh e continuano a farlo.
Viva il popolo armeno e curdo, quindi ! E viva gli indiani d'America ! Viva i popoli liberi e sovrani ovunque essi siano !
Questa la libertà che l'Occidente liberaldemocratico non conosce poiché, come ci ha insegnato l'ex Presidente dell'Uguguay José “Pepe” Mujica e come ricorda l'economista francese Serge Latouche “Una società felice consuma poco; per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione”.
L'Occidente liberaldemocratico si fonda sul consumismo e, dunque, sull'insoddisfazione (umana, spirituale, sociale, sessuale...) e dunque non è felice e spesso ha creato l'infelicità di altri, esportando la sua personalissima idea di libertà e democrazia, ovvero colonizzando, sfruttando e depredando.
La democrazia è altro: è governo diretto delle persone, non già delle lobby, delle élite, dei politici o del danaro.
La libertà è autogestione e compartecipazione.
La democrazia e la libertà sono l'esatto opposto della violenza, dello sfruttamento e della prevaricazione.
Sarà il caso di iniziare a rifletterci un po' su.

Luca Bagatin

martedì 14 giugno 2016

Immigrazionismo, ovvero logica conseguenza del capitalismo e del neocolonialismo. Articolo di Luca Bagatin

Il numero di immigrati che continua a morire nel Mediterraneo continua a salire. E così anche il flusso di migranti senza un futuro, approdati sulle nostre coste.
Una vera e propria deportazione forzata e di massa. Che va arrestata.
Deportazione causata da povertà e guerre causate direttamente e/o indirettamente dall'Occidente (si pensi alle guerre in Libia e Siria che hanno peraltro favorito il terrorismo fondamentalista internazionale) e dalle politiche del Fondo Monetario Internazionale, che si rifiuta di fare l'unica cosa sensata e che già leader africani quali Thomas Sankara richiedevano negli Anni '80: condonare il debito che soffoca i popoli ed i Paesi poveri.
Deportazione causata da guerre sia tribali che occidentaliste, che va arrestata attraverso la proibizione della vendita di armi ai Paesi del Terzo Mondo e con la progressiva riconversione delle industrie di armi nei nostri Paesi.
Deportazione causata dal capitalismo e dalle multinazionali, che hanno di fatto nuovamente colonizzato l'Africa ed il Terzo Mondo, come un tempo fecero le grandi Potenze europee.
Deportazione che favorisce unicamente la criminalità organizzata e le imprese che sfruttano e sfrutteranno la manodopera immigrata a basso costo.
Deportazione che causa lo sradicamento forzato di interi popoli dalle loro terre d'origine per giungere in un Occidente i cui usi e costumi sono diversi.
La diversità è sempre una ricchezza. Il mescolamento forzato non lo è per nessuno.
L'illusione della società multienica - generata dal capitalismo attraverso la diffusione dell'edonismo, del libero commercio e delle guerre - non genera cultura e condivisione, ma solo confusione e perdita delle identità.
Guardiamoci bene dal diventare come gli Stati Uniti d'America, crogiolo massimo di incultura, confusionismo e macelleria sociale. Il fenomeno dell'immigrazionismo, come ricorda il filosofo Alain De Benoist, non è altro che immigrazione incontrollata e forzata. Generata, come dicevamo, dal colonialismo, dal neocolonialismo, dalle guerre e dallo sfruttamento del Terzo Mondo e che si è tradotta in esodi di massa che portano danari solo alle imprese e perpetuano lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e lo sradicamento identitario di tutti. E ciò genera e genererà nuove lotte fra poveri. Poveri che in Europa sono esponenzialmente in aumento, con l'Italia che annoverava a marzo di quest'anno – come rilevato dall'Istat – 1 milione e 470 mila famiglie residenti indigenti (oltre 50.000 le persone senza dimora, peraltro).
Il liberoscambismo economico e le sedicenti politiche di accoglienza hanno dunque fallito e sono foriere di diseguaglianze, di morti e di sfruttamento, con buona pace di quanto afferma la Presidentessa della Camera Laura Boldrini, rappresentante di quella sinistra che ha scelto la strada del capitalismo e del liberalismo assoluto, ovvero delle libertà garantite solo ai ricchi.
Occorre, dunque, ripensare completamente la politica economica europea, che guardi ad una uscita progressiva dalla logica del capitale, per aprire una stagione fondata sull'autogestione delle imprese e la cooperazione fra i popoli. Se l'Europa sarà unita su queste logiche, allora sarà un'Europa unita e solidaria. Diversamente continuerà ad essere l'Europa dei ricchi, dell'impresa privata e delle lobby. L'Europa della troika che affama i popoli.
Occorre, come afferma Jean-Claude Michéa, rompere con la logica dell'utilitarismo e dell'economicismo, rompendo con l'individualismo borghese anticomunitario, recuperando il socialismo di Marx, Sorel, Proudhon, Mazzini e George Orwell (che è peraltro la strada che intraprese la Libia di Gheddafi ed il Socialismo del XXI secolo latinoamericano, osteggiato ancora oggi dagli USA), chiudendo finalmente con la logica totalitaria del lavoro flessibile e precario generato dalla concorrenza fra le imprese, ovvero dalla logica del mercato.
Logica che, tornando all'inizio del nostro articolo, sta generando le deportazioni di massa di immigrati alle quali stiamo assistendo. Con le conseguenti sofferenze che ben costoro conoscono e che nel medio lungo-periodo conosceremo tutti.

Luca Bagatin

lunedì 28 marzo 2016

I Curdi e la questione curda: una visita al centro culturale "Ararat" di Roma. Articolo di Luca Bagatin

Primavera '99. Porto di Trieste. Avevo vent'anni e portavo un paio di occhiali rotondi come Gandhi.
Ero un militante verde e fra noi - Verdi e Radicali - c'era un ragazzo curdo di cui non ricordo il nome. Fra noi ricordo l'amico del Partito Radicale John Fischetti, unico della brigata di allora che vedo e frequento ancora. E poi l'allora Assessore dei Verdi friulani Mario Puiatti, l'attivista del FUORI! Italo Corai, l'allora deputato Michele Boato e Renato Fiorelli. Eravamo una decina. Portavamo dei cartelli al collo sui quali vi era scritto: NO ALLA PENA DI MORTE IN TURCHIA.
Era il periodo in cui si parlava dell'entrata della Turchia nell'Unione Europea e della condanna a morte del capo del partito curdo PKK Ocalan.
Bloccammo simbolicamente dei tir turchi. Il nostro intento era del tutto pacifico e dimostrativo. Purtuttavia i camionisti non gradirono e, scesi dai tir, iniziarono ad assalirci. Il ragazzo curdo se la vide davvero brutta e, se non fosse stato per i militari della Guardia di Finanza, l'avrebbero certamente linciato. Fu allora che compresi che, ai turchi, i curdi non piacevano proprio.
Solo nel 2004 la pena di morte in Turchia sarà abolita. Ma l'odio per i curdi permane.
Primavera 2016. Roma, quartiere Testaccio. L'amica fotografa Maddalena Celano mi invita a visitare il centro culturale curdo “Ararat”, che prende il nome dal suggestivo monte della Turchia orientale. Maddalena mi scatta delle foto con Sara - una degli attivisti - e poi all'interno della struttura. Il centro sta rischiando la chiusura, proprio in questi giorni, a causa della scadenza della concessione con il Comune di Roma.
Kazim Toptas, il coordinatore del centro, mi mostra la raccomandata che ha ricevuto e che dice che, in sostanza, non è possibile procedere al rinnovo della concessione a causa di un “riordino del patrimonio capitolino”. E quindi ci vanno di mezzo i curdi rifugiati in Italia (l'altro centro culturale autogestito e concesso dal Comune è sito a Torino) che si ritroveranno, a giorni, sulla strada.
Faccenda davvero triste che, auguriamoci, si risolva nel migliore e più sensato dei modi.
Ma chi sono i curdi ?
“Siamo un antico popolo mediorientale che anticamente abitò la Mesopotamia”, mi dice Kazim. “Molti di noi sono zoroastriani, altri si sono islamizzati. Io sono alevita, come molti di noi, che è una religione che rispetta tutti e crede nell'uguaglianza fra uomini e donne”.
Sì, ma in Turchia siete perseguitati. “Sì, siamo perseguitati da sempre. In Turchia, Siria, Iran, Iraq... Per noi vige il regime di apartheid sin da quando non esiste più una nazione curda”.
Quindi, in sostanza, volete ricostituirne una... “No, alla maggior parte di noi non interessa. Quelli sono i nazionalisti, che vogliono una nazione indipendente. Molti di noi, me compreso, non la pensiamo affatto come i nazionalisti curdi. Siamo federalisti, anzi, crediamo nel confederalismo democratico, ovvero vogliamo solo essere rispettati nell'ambito delle nostre comunità autonome. Il nostro modello vorrebbe ispirarsi a quello svizzero. Crediamo nella democrazia diretta e nella tutela delle minoranze. Crediamo nell'uguaglianza di tutti, ad iniziare dalla parità di diritti fra maschi e femmine. Siamo per l'autogestione e pensiamo che solo questo sistema possa essere la chiave per superare non solo i nostri problemi, ma anche quelli di tutto il Medioriente diviso in tribù, piagato dal fondamentalismo islamico e dal capitalismo...”.
Infatti voi combattete il fondamentalismo islamico. “Sì, in Siria, a Kobane, a Rojava, vi sono i nostri combattenti dello YPG, soprattutto donne, che combattono l'Isis a fianco delle truppe regolari siriane”.
Quindi in Siria state con Assad. “Non ci fidiamo totalmente di lui. Noi siamo per la democrazia diretta e lui è Presidente della Siria solo perché figlio e erede di Hafiz-al-Assad, che un tempo ci perseguitava. Per noi rimane un dittatore, ma è certamente più democratico del turco Erdogan, che in Turchia ci massacra. Assad, che fra l'altro è di religione alevita come me, in cambio del nostro aiuto, ha promesso l'indipendenza del popolo curdo in Siria”.
E di Putin che ne pensate ? “Ci sta dando una mano, ma non ci fidiamo di lui. Lui pensa agli interessi della Russia, non a quelli del popolo curdo oppresso. L'unico leader che si pronunciò in favore del popolo curdo fu Gheddafi...ma è stato ucciso, come sappiamo”.
Kazim Toptas
Kazim, tu sei nato in Turchia. Com'è la situazione lì per voi ? “Brutta. Io sono fuggito dalla Turchia e sono un rifugiato politico. Il governo di Erdogan è autoritario, ci opprime ed impone la sua ideologia di Stato. Non riconosce i diritti delle donne, che per noi è una cosa fondamentale”.
Avete un vostro partito rappresentato in Parlamento comunque... “Sì, l'HDP, il Partito Democratico del Popolo, che è un partito che si ispira al socialismo libertario e all'ambientalismo e porta avanti la nostra idea di confederalismo democratico. E' l'unico partito curdo rappresentato in Parlamento. La nostra concezione di vita, come puoi capire e vedere, è basata sulla libertà di opinione, sul rispetto delle diversità, sulla laicità nel rispetto della visione spirituale di tutti. Sulla tolleranza”.
Eh sì, caro Kazim. Temo di capire perché in pochi parlano di voi ed in pochi hanno interesse ad abbracciare la vostra causa o, peggio, vi perseguitano.
Gesù Cristo fu messo in croce per lo stesso motivo.
E ora, che scrivo queste poche righe, una lacrima mi scende. Ma non è una lacrima di dolore, bensì di consapevolezza. La consapevolezza che dovete proseguire nella ricerca del vostro diritto ad autodeterminarvi, ad autogestirvi. A far conoscere la vostra cultura e la vostra concezione di vita che attinge dagli antichi insegmanenti di Zarathustra.

Luca Bagatin

martedì 22 marzo 2016

No alla violenza ! No alla guerra ! Sì all'Amore (e alla Libertà) !

Nel momento massimo del dolore mi chiedo solo se la soluzione sia più semplice di quel che pensiamo e sia magari racchiusa in una sola parola: AMORE.
Un Amore praticato, non decantato.
Da tempo ho rinunciato alla politica partitica e alle analisi economicistico-politiche, per ricercare, con Amore e Libertà, una strada alternativa. La ricerca di quella Civiltà dell'Amore che può nascere solo nel nostro cuore.
Ricerca di quella Civiltà dell'Amore che per me è ormai l'unica teoria valida: la Quarta Teoria Universale.
 
L. B.
 

venerdì 22 gennaio 2016

Il Family Day sia la festa di tutti i conviventi ! Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

La famiglia è un nucleo di persone che convivono nella medesima abitazione. Possono essere parenti, amici, una coppia, o anche semplicemente una persona e un animale.
Questa la definizione autentica del concetto e che andrebbe spiegata a coloro i quali pretendono – ideologicamente - che la famiglia sia composta da un padre, una madre e, eventualmente, dei figli.
Una famiglia siamo, in sostanza, anche io e il mio gatto, con buona pace di monsignor Bagnasco & Co., che della famiglia hanno un concetto tutto loro. O forse non convivono con un gatto.
Per cui al Family Day potrebbe partecipare chiunque conviva nella medesima abitazione: eterosessuali, omosessuali, bisessuali, transessuali, amici, parenti, animali domestici ecc....
Anzi, sarebbe bello vi partecipassero tutti i conviventi d'Italia, proprio per celebrare la giornata della famiglia, ovvero della convivenza. Convivenza che è alla base della tolleranza reciproca e dell'amore fraterno.
Il messaggio che gli organizzatori ufficiali del Family Day dal 2007 ad oggi vorrebbero far passare, è invece un messaggio ideologico e di divisione umana fra modi di pensare e di vivere/convivere diversi. E stupisce che una Chiesa che, a parole quantomeno, dovrebbe predicare l'amore, abbia al suo interno esponenti che fomentano contrapposizioni e divisioni, anziché promuovere la concordia ed il rispetto fra le genti.
Ed è altresì ideologico e sessuofobico ritenere che un figlio non possa essere cresciuto da un single o crescere in seno ad una coppia omosessuale, dato che ciò di cui necessita un bambino è solo l'amore. Quell'amore ucciso dalle divisioni e dalle ideologie in nome della destra, della sinistra, del cattolicesimo, dell'ebraismo, dell'islamismo e così via. Un bambino, un figlio, grazie al cielo, di tutte queste cose se ne frega e non ha certo bisogno (auguriamoci che nemmeno da adulto abbia mai bisogno di questi “ameni” aspetti della più varia umanità e sia uno spirito che pensi sempre con la sua testa !).
Non sappiamo come questo Parlamento intenda legiferare in merito, per quanto noi abbiamo le idee più che chiare nell'ambito di uno Stato che voglia garantire laicità e libertà per tutti, senza ingerenze o divisioni ideologiche. Quel che è certo è che è oltremodo ridicolo pensare che il tema delle unoni civili o del matrimonio omosessuale sia un'”arma di distrazione”, visto che in realtà è un tema centrale per milioni di persone omosessuali che pagano regolarmente le tasse.
 
Luca Bagatin

venerdì 8 gennaio 2016

"Religione è schiavitù ! Spiritualità è libertà !" Riflessioni by Luca Bagatin (tratte da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)


La vera bestemmia è dirsi rappresentanti di Dio sulla terra. Dio non necessita di rappresentanti perché Egli semplicemente E'.

Non mi interessano né i partiti né le organizzazioni.
Sono tutte cose composte da persone spesso senza principi, che amano avere addosso patacche inutili, che compiono gesti e rituali che spesso nemmeno comprendono, che dicono cose per il puro piacere di sentire che suono hanno nelle loro bocche.
Mi interessano piuttosto le grandi anime, i grandi spiriti, quelli che, nel corso dei Secoli, hanno combattuto a sprezzo del pericolo e della loro stessa vita: da Giovanna D'Arco a Bolivar da Garibaldi ad Anita.
Tutti sono bravi a parlare invano. Pochi sono bravi a morire non invano.


Solo la sessualità libera e consapevole può liberarci dalla religione, ovvero dalle conseguenze fondamentalistiche che essa comporta.


Per battere Renzi e il renzismo occorre un leader di destra che sappia essere di sinistra. Estrema.

L'amicizia fra due o più persone esiste quando queste si frequentano e/o si sentono spesso.
Quando ciò non avviene il loro rapporto si chiama "conoscenza".
Poi, all'interno di questa "conoscenza" ci può essere, eventualmente, l'"empatia".
Anche questa, come l'amicizia, non va declamata ma va PRATICATA e DIMOSTRATA.
Queste in breve le ragioni per le quali da anni:

a) ho deciso di non frequentare qualsi nessuno;
b) ho una grande considerazione per concetti quali "amicizia", "empatia", "fratellanza", ovvero per il loro AUTENTICO SIGNIFICATO PRATICO.


Tutti ad inneggiare quel despota amico dei ricchi oligarchi di Putin (che non è diverso da Obama nel farsi i suoi interessi).
Ecco, io invece inneggio al suo principale oppositore: Eduard Limonov, leader del Partito Nazional Bolscevico messo fuori legge proprio da Putin.
Nei Nazbol we trust !

venerdì 1 gennaio 2016

Contro il modernismo. Per la conservazione dello Spirito. Riflessioni di Luca Bagatin (tratte da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Per me forme di terrorismo sono il modernismo, il capitalismo, il globalismo, ovvero lo snaturamento delle persone e dei popoli.
Sono fiero di essere un conservatore: dello spirito, dell anima, delle culture originarie degli antichi popoli della terra.

A differenza dell America Latina, in Europa i politicanti di sinistra ragionano come i ricchi ed i borghesi. Considerano i poveri come dei pezzenti da assistere e, da Hollande a Renzi si sono venduti al capitale da quel dì.
Per questo, in Europa, non sarò mai di sinistra e riconoscerò sempre la superiorità morale dei poveri miei pari.

mercoledì 9 dicembre 2015

In memoria di Riccardo Schicchi articolo di Luca Bagatin del 9 dicembre 2013 (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)


Il 9 dicembre del 2012 moriva Riccardo Schicchi, soprannominato il “Re del porno”.
In realtà Schicchi detestava la parola “pornografia”, preferendole il termine “erotismo” e “trasgressione”.
Trasgressione delle regole imposte da una (in)cultura bigotta e repressa, quella italica, che lui combatterà per tutta la vita, attraverso il suo lavoro e le sue iniziative.
Riccardo Schicchi ed Ilona Staller-Cicciolina, fondando l'Agenzia Diva Futura, nei primi Anni '80, sdoganarono l'erotismo e lo portarono persino il televisione ed in politica, scatendando così una delle più grandi provocazioni che siano mai state ideate e realizzate nel nostro Paese.
Fecero forse ciò che oggi, nei Paesi dittatoriali o pseudo-democratici, fanno le attiviste di “Femen”, mostrando i loro seni nudi, per contrapporsi alla violenza della politica antidemocratica, antilaica, antilibertaria.
Pochissimi, anzi quasi nessuno sa o ricorda che fu Riccardo Schicchi a ideare la prima lista verde-ambientalista in Italia, nel 1979, ovvero la Lista del Sole e a realizzarne il simbolo, ovvero quel Sole che Ride che, attualmente, è di proprietà dei Verdi (dopo essere transitato per i Radicali).
La Lista del Sole, infatti, fu il primo tentativo del duo Schicchi-Staller di fondare un partito libertario-ambientalista in un Paese incivile come il nostro. Quell'esperienza, del resto, portò Schicchi ed Ilona a candidarsi nelle liste del Partito Radicale, nel 1987, ove Cicciolina sarà eletta con ben 20.000 preferenze.
Un'esperienza diversa e alternativa, che farà sì che in Parlamento di discutsse finalmente di educazione sessuale nelle scuole, di affettività e sessualità per i detenuti, di introduzione dell'ora di storia delle religioni in luogo dell'ora di religione. Un'esperienza che pur non fu colta appieno nemmeno dai Radicali (specie i più bigotti), i quali rimarranno contrariati dal libertarismo del duo Schicchi-Staller e che, tempo dopo, nel 1991, porterà alla nascita del Partito dell'Amore – fondato da Riccardo Schicchi e da Mauro Biuzzi – ed il cui leader carismatico diverrà Moana Pozzi.
Riccardo Schicchi rimarrà ad ogni modo celebre per aver lanciato e promosso numerose artiste dell'eros e – grazie al suo amore per i “contrasti” ed un'ammirazione spasmodica per l'universo femminile - per averle trasformate in vere e proprie “eroine eteree”. Mai volgari. Quasi delle fatine uscite da un libro per ragazzi, solo in chiave erotica. Pensiamo a Ilona Staller-Cicciolina, appunto, vera e propria “fricchettona romantica”, a Ursula Davis-Hula Hop (che recitò anche in un film del celebre regista Piero Vivarelli), a Ramba, a Petra, a Baby Pozzi ed alla stessa Moana.
Donne che rimangono e rimarranno nella memoria di coloro i quali le amano e le hanno amate.
L'esperienza artistica di Diva Futura, oltre che quella politica di Riccardo Schicchi penso non debbano essere dimenticate e tantomeno relegate a quello che comunemente viene definito “trash”.
Il trash, la vera pornografia, come amava ricordare lo stesso Schicchi, era altro. Era la disonestà intellettuale e morale della politica e di certa cultura “ufficiale”.
Quella politica e quella cultura che, nemmeno in punto di morte, resero omaggio a questo grande fotografo, artista, talent scout, libertario e politico italiano.

Luca Bagatin

domenica 6 dicembre 2015

Non la pensiamo come Marine Le Pen, ma non ci dispiace. Purché si allontani dal fascismo di Salvini e abbracci il libertarismo, il Socialismo del XXIesimo secolo ed il Garibaldinismo di "Amore e Libertà"

Non la pensiamo come lei su molte cose, in particolare sui diritti civili.
Purtuttavia riconosciamo che Marine Le Pen ha saputo, meglio di altri, in Francia e in Europa, intercettare il voto dei diseredati e degli oppressi. Diseredati e oppressi da una globalizzazione senza amore e da un sistema economico di mercato che uccide.
Per questo, auspicando che possa mutare ulteriormente il DNA del suo partito, il Front National, e, definendosi "non di destra" e laica, possa allontanarsi dal capital-fascismo dei Salvini ed ispirarsi, piuttosto, ai valori libertari del Socialismo del XXIesimo, del Peronismo, del Kirchnerismo, del Garibaldinismo che sono propri del nostro pensatoio "Amore e Libertà".

giovedì 26 novembre 2015

Sui conflitti, sulla democrazia, sulla religione, sulla libertà, sull'economia. Riflessioni di Luca Bagatin (tratte da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)


Democrazia è governo di popolo.
Non governo della maggioranza.


Non credo in nessuna religione.
Per questo credo in Dio.

I conflitti, ogni tipo di conflitto, nascono dalla nefasta propensione umana dell'invadere la sfera altrui. E ciò può avvenire in molti modi: giudicando il prossimo, facendogli violenza nelle innumerevoli forme possibili (da quella verbale a quella fisica), disturbando o interessandosi agli affari altrui, rompendo le cose altrui (sia metaforicamente che fisicamente) ecc...
Chi si fa gli affari propri campa cent'anni.
Chi non se li fa, finisce per creare situazioni di conflitto e spesso non campa a lungo o, quantomeno, ci auguriamo che ciò non accada.
Una società che voglia evitare i conflitti deve imparare a non essere una società di rompicoglioni (nelle più varie forme possibili).


(Troppa) libertà (di scelta) è schiavitù.

Penso che l'unica lotta efficace alla disoccupazione si trasformarla in tempo libero. E che ci guadagno ? Tempo libero. E come vivo ? Con il baratto. E cosa baratto ? Ciò che non serve a te, ma serve ad altri. E viceversa.

L'Italia è il Paese delle infarstrutture inutili e dannose (vedi TAV e probabile ponte di Messina). Da decenni osservo anche la realizzazione di inutili rotonde stradali e quant'altro...e poi i Comuni italiani, le Province e le Regioni sono sempre lì a battare cassa e a lamentarsi !
I danari pubblici andrebbero usati per una cosa sola: fare stare bene i cittadini, non i politici e le aziende appaltatrici !

lunedì 26 ottobre 2015

Tony Blair, più che scusarsi, dovrebbe consegnarsi alla giustizia internazionale. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Tony Blair si scusa e lo fa in un'intervista alla CNN americana, ma è troppo tardi e ha troppe vittime sulla coscienza.

Altrettanto non fa George W. Bush che, quantomeno, è sparito dalle scene.

La guerra in Iraq fu una guerra sporca e ha favorito, di fatto, l'Isis. Le prove delle armi di distruzione di massa: semplicemente inventate a tavolino da Blair e Bush che, stranamente, non sono mai stati incriminati per crimini contro l'umanità come invece sarebbe stato giusto e come chiesto più volte in sede Internazionale, peraltro, dall'allora Presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Peccato che Blair, nel frattempo non più premier della Gran Bretagna, abbia ricoperto l'incarico di inviato di pace (sic !) in Medio Oriente su mandato dell'ONU, di UE, Russia e USA. Una vergogna di proporzioni colossali che merita di essere ricordata dai libri Storia e che fa il paio con gli atroci crimini commessi dalle forze anglo-franco-statuitensi che hanno invaso la Libia, fatto ammazzare il governante legittimo, ovvero il colonnello e Raìs Gheddafi e, ancora una volta, favorito l'Isis. Quell'Isis che, come ricordò a suo tempo l'ex generale Wesley Clark, fu per decenni finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America.

Grazie, dunque, ai sedicenti leader falsamente democratici inglesi, statunitensi e francesi ! Mille grazie Blair, Bush, Obama e Hollande ! Grazie per averci portato il terrorismo in casa !

A poco servono o serviranno le vostre scuse postume e si è visto. Drammatico, semmai, il fatto che siate e rimarrete impuniti, alla faccia dei diritti umani e civili che avete calpestato. E alla faccia dei popoli che vi hanno eletti e che avete per anni imbrogliato.


Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

mercoledì 23 settembre 2015

"Fuga all'inferno e altre storie": la raccolta di racconti e parabole di Mu'Ammar Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

“Sono il leader dei leader arabi, il re dei re dell'Africa e l'imam del musulmani”, così si presentava il colonnello e Raìs libico Mu'Ammar Gheddafi ad Angelo Del Boca, massimo storico del colonialismo italiano.
Gheddafi il leader, il rivoluzionario capace – attraverso una rivolta incruenta e senza alcun spargimento di sangue – di abbattere, nel 1969, la monarchia nel suo Paese - asservita a statunitensi ed inglesi - e a far riappropriare il popolo libico delle sue risorse naturali ed energetiche.
L'autore del “Libro Verde”, pamphlet ideologico sulla Terza Via Universale oltre capitalismo e socialismo reale, per la democrazia diretta dei cittadini nella vita pubblica e l'autogestione delle imprese, fu anche autore, nel 1990, di “Fuga all'inferno e altre storie”, pubblicata per celebrare la vittoria delle truppe libiche su quelle italiane nel 1915, guidate dal colonnello Miani.
“Fuga all'inferno” è una raccolta di dodici racconti, che furono ripubblicati in Francia nel 1996 e successivamente, nel 1998, in Canada e Stati Uniti d'America. Curiosamente, in Italia, sono stati pubblicati solo nel 2006 e ad opera della piccola casa editrice del quotidiano “il manifesto”, la “manifestolibri”, con introduzione di Valentino Parlato il quale, non a caso, ne denuncia il ritardo di avvenuta pubblicazione in un Paese come il nostro, così vicino geograficamente alla Libia e per molto tempo in sintonia con il governo di Tripoli.
In questo testo il Raìs libico si propone nella veste di “re filosofo” o, come amava egli dire, di “pastore del deserto”. Si tratta infatti di una raccolta di riflessioni e parabole, scritte con linguaggio semplice e didattico, dal contenuto sociale, politico, antropologico, laico e spirituale al contempo.
Si parte da una critica serrata alle città, all'urbanizzazione, alla città come “tomba delle relazioni sociali”, alla necessità del contadino e del povero a trasferirsi in città per trovare un lavoro, sradicato dalla campagna, dalla vita semplice ed armoniosa del villaggio, travolto da una modernità senz'anima, spintonato a destra e a manca da altri poveri diavoli come lui, stipati nei mezzi pubblici o travolti dalla strada, dal traffico, dalla velocità imposta dall'urbanizzazione.
Gheddafi, diversamente, esalta la vita del villaggio, semplice, quella vita che egli stesso, figlio di beduini di Sirte ha vissuto sin da bambino. Una vita più solidale, non legata al superfluo ed all'accumulo della ricchezza.
Gheddafi esalta poi la ricchezza della terra e dell'ambiente, che va preservato dall'uomo e dal sistema capitalistico. Egli, dunque, rifugge il progresso, l'urbanizzazione e la tirannia della maggioranza per rifugiarsi in quello che definisce l'inferno, ovvero l'utopia. Egli ama le masse, ma al contempo le teme e teme che queste possano essere influenzate tanto dal progresso scientifico quanto dalla superstizione religiosa.
In alcune sue parabole, non a caso, critica le superstizioni religiose di alcuni gruppi musulmani e arabi, i quali preferiscono seguire e interpretare a loro modo le sacre scritture dell'Islam, finendo per generare fra loro guerre di religione senza fine, anziché ricercare l'unità dei popoli arabi ed islamici, contro i nemici colonialisti ed imperialisti.
Interessante è il racconto di Gheddafi sulla morte. La riflessione su di essa è un racconto intimistico, che ricorda le vicende di suo padre, soldato libico contro le truppe fasciste durante la Seconda Guerra Mondiale. Gheddafi si chiede se la morte sia maschio o femmina, ovvero se essa è maschio è necessario combatterla, mentre se è femmina è necessario abbandonarvisi, sino all'ultimo respiro. E dunque protagonista del suo racconto è il padre, il quale considera la morte come principio maschile e quindi lotta contro di essa sul campo di battaglia, sfuggendo alle pallottole fasciste ed ai bombardamenti. Ma è costretto ad abbandonarsi ad essa nel momento in cui si ammala, esalando il suo ultimo respiro l'8 maggio 1985. Gheddafi a tal proposito scrive: “Dovete combattere contro la morte per prolungare la vostra esistenza (…). L'atteggiamento più giusto è la resistenza, perché la fuga, anche all'estero, non sottrae alla morte (…). Ma quando la morte si indebolisce, e si cambia in una femmina, né rivoluzionaria né occidentale, diventando una donna arrendevole (…), si deve solamente soccomberle, fino all'ultimo respiro.
Emblematico quanto scrive Valentino Parlato nell'introduzione al testo, che, come dicevamo, fu pubblicato nel 2006, a proposito di una possibile morte violenta del Raìs: “...se un giorno Gheddafi fosse travolto da una protesta popolare sono sicuro che non si stupirebbe. Il beduino del deserto sa più cose dell'intellettuale di città: sa che la politica non è solo, non può essere, calcolo politico dei politicanti, ma è fatta di passioni e di pulsioni di massa, che difficilmente un regista politico può orientare”.
Mu'Ammar Gheddafi fu barbaramente ucciso non già dalla protesta popolare, ma dal calcolo politico di francesi, statunitensi e dai loro alleati. Il leader e teorico della Jamahiriya, ovvero del governo delle masse, è stato ucciso dalla realpolitik e dai nemici del suo stesso popolo.
Oggi è bene ricordarlo non solo come leader, ma anche come autore di parabole e di racconti che possono illuminare le menti di un Occidente decadente e di un mondo islamico preda del fondamentalismo che si sta allontanando sempre più dalle sue antiche radici spirituali.

Luca Bagatin

lunedì 14 settembre 2015

"Senza pudori". Aforismi e riflessioni by Luca Bagatin (tratte da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Le case editrici che chiedono soldi agli autori non sono serie e vanno evitate. Piuttosto pubblicate il vostro lavoro in proprio, meglio se gratis e sul web.



L'editore dovrebbe credere nell autore, non spremerlo. Altrimenti non si chiama editore, ma ladro.


Direi che la mia donna ideale è un misto fra la principessa romantica, la donna guerriera e la pornostar.

Leggo in giro per la rete che c'è chi si schiera con Obama, chi con Putin.... Non capisco che cosa ci sia di interessante nello schierarsi con gente che scopa poco e che pensa solo ad esportare la guerra, sfruttando i suoi rispettivi popoli. Il mio Presidente idale, oggi, sarebbe Moana Pozzi.
Una donna che non può più parlare, ma ne avrebbe da dire su tutti.

L'unica economia non soggetta a bolle speculative è l'economia del dono.

Se proprio dovete sposarvi non dimenticate di sottoscrivere prima un contratto prematrimoniale. Se l'altra persona vi rovinerà la vita, quantomeno potete essere parzialmente risarciti del danno.

Mi sento da sempre un AN-archico. Ovvero, rinunciando ad assoggettarmi a qualsivoglia potere politico, preferisco contemplare, in ogni sua forma e dimensione, il sedere. Bello, sodo, femminile !

Per secoli se la sono presa con massoni e Massoneria. Salvo scoprire che le uniche forze eversive erano quelle politiche.

Anche di Moana dissero che era finanziata dal KGB, come oggi dicono che Femen sono finanziate da Soros e dalla CIA.
Che cosa non si inventano i seguaci del Potere pur di screditare le eroine !

E poi mi chiedono perché ho iniziato a fare politica sull'onda dell'elezione di Cicciolina in Parlamento !
Meglio una pornodiva nel palazzo, che tanti magnaccia !


Ecco perché preferisco da sempre - pur con tutte le loro contraddizioni e limiti - i Garibaldi, i Peron, i Pacciardi, i Craxi, i Gheddafi, i Chavez. I Caudillos popolari, populisti e repubblicani, che hanno combattuto e dato da mangiare ai poveri e tentato di includerli nell'attività di governo, anziché i politicanti "eletti" occidentali, che mai hanno combattuto, cravattoni succhiasoldi e affamapopoli, senza sogni, senza prospettive:
"La Libia è un laboratorio sociopolitico fondato su un miscuglio di oligarchia e anarchia, democrazia diretta e guidata, consumismo e rigorismo morale. La spinta ideologica viene sempre da Gheddafi che si dedica ad organizzare l'anarchia. (...) Pensa che il suo compito sia di condurre il suo piccolo popolo a fare a meno di ogni guida.
(...) Audace e appassionato come quando era un ragazzo, Gheddafi non ama essere l'uomo politico che si arrangia nel campo del possibile. Si trova più a suo agio ai confini fra realtà e utopia. (...) Alcuni sogni sono rimasti tali: il popolo libico non è diventato produttore, l'unità araba è ancora un miraggio. (...), ma molti sogni si sono avverati: i libici hanno ritrovato orgoglio, dignità e un senso di identità; la Libia di cui si diceva "è un Paese che non esiste", ha un posto di rilievo nell'atlante geopolitico; i particolrismi regionali e tribali sono superati; i diseredati non sono più tali; la sfida contro le onnipotenti compagnie del petrolio è stata vinta e ha messo in moto un meccanismo destinato a modificare gli equlibri mondiali".
(Mario Vignolo da "Gheddafi - Islam, petrolio e utopia" - Rizzoli, 1982).