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lunedì 5 settembre 2016

I curdi e la Rivoluzione democratica e libertaria del Rojava. Articolo di Luca Bagatin

Dei curdi non è mai importato poi molto a nessuno, in quanto non sono una lobby economica e, soprattutto, sono sempre stati invisi ai governi antidemocratici della Turchia che mai ebbe uno Stato davvero laico, checché se ne dica. E soprattutto i curdi sono fra i pochi popoli al mondo che conoscono davvero il concetto di democrazia, ovvero di “governo del popolo”. Un concetto che si è perduto forse con la scomparsa delle agorà greche.
Dei curdi parlammo già in un altro articolo nella primavera scorsa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/03/i-curdi-e-la-questione-curda-una-visita.html), dopo una visita che facemmo presso il centro culturale curdo “Ararat” di Roma che, per fortuna, non è stato più chiuso come il Comune di Roma aveva prospettato in un primo tempo.
Parlammo della loro storia e delle loro lotte per la democrazia diretta; parlammo delle loro comuni autogestite e della loro battaglia contro il terrorismo dell'Isis. E raccontammo di come i curdi siano sempre stati sostenuti da un solo grande leader internazionale e rivoluzionario: il Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011 “grazie” alle invasioni delle truppe NATO.
E' di pochi giorni fa la notizia che un ragazzo italiano, l'attivista No Tav Davide Grasso, sta combattendo in Siria a fianco delle milizie curde dell''YPG contro l'Isis e invita Renzi a rompere ogni rapporto con la Turchia, la quale – oltre a mantenere un regime di apartheid contro i curdi turchi - non perde occasione per attaccare le truppe dell'YPG.
L'appello di Davide Grasso, lo sappiamo bene, rimarrà probabilmente inascoltato. La Turchia è un Paese ben protetto dal blocco atlantista. Blocco atlantista che, lo sappiamo bene, ha destabilizzato proprio quei Paesi (Libia e Siria in primis) ove oggi l'Isis è fortissimo.
Abbiamo molto da imparare, invece, dai rivoluzionari curdi del YPG, ovvero delle Unità di Protezione del Popolo della regione siriana del Rojava, che, assieme all'YPJ (Unità di Protezione delle Donne) - costituito esclusivamente da donne - ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione libertaria e umanitaria, oltre che comunitaria.
Come mi raccontò Kazim Toptas, coordinatore del centro “Ararat” di Roma, la concezione di vita dei curdi e dei rivoluzionari curdi è fondata sulla libertà di opinione e di partecipazione popolare diretta alle decisioni politiche ed ai processi produttivi, oltre che sul rispetto della laicità e delle varie confessioni e sensibilità religiose del Rojava. I curdi, inoltre, hanno un profondo rispetto per le donne, le quali, oltre ad avere la loro milizia (l'YPJ, appunto), hanno pari diritti rispetto all'uomo e sono equamente rappresentate all'interno delle istituzioni curde.
L'unità fondante delle comunità curde nel Rojava sono le comuni autogestite, che sono il fondamento della vita democratica dei curdi stessi e che sono, per moltissimi versi, ispirate alla Comune di Parigi del 1870 ed ogni comune può essere costituita da un minimo di 30 ad un massimo di 300 persone. Ogni comune è costituita da appositi comitati legati alle varie necessità sociali. Vi sono infatti comitati di difesa, comitati per l'economia, comitati per le donne, comitati di educazione e così via e questi permettono, appunto, ai componenti della comune, di amministrarsi da soli e l'economia della comune è costituita in modo tale che i bisogni di tutti i suoi componenti siano soddisfatti: in pieno spirito solidaristico e fraterno (un muratore provvede alle esigenze edili; un insegnante a quelle educative; un contadino a quelle alimentari e così via).
Una forma di compartecipazione democratica diretta purtroppo sconosciuta nelle nostre sedicenti democrazie occidentali fondate sul capitalismo edonistico ed egoistico e sull'elettoralismo, ovvero sulla delega a colui ed a coloro i quali riescono a prendere più voti, magari grazie al fatto che sono riusciti ad elaborare “slogan pubblicitari” più accattivanti oppure riusciranno a garantire meglio la tal lobby piuttosto che l'altra, che li finanzia e sostiene profumatamente.
I rivoluzionari curdi, in sostanza, sanno davvero che cosa sia la democrazia, ovvero la libertà, che è prima di tutto libertà di gestirsi e di autogestirsi, senza egoismi di sorta.
I rivoluzionari curdi del Rojava, in sostanza, rifiutano l'economia capitalistica pur senza abbracciare il sistema del cosiddetto “socialismo reale” comunista. Non si oppongono all'iniziativa privata, ma prediligono il sistema collettivo e cooperativistico. Il loro Contratto sociale prevede infatti che tutte le ricchezze del del suolo e sottosuolo appartengano alla collettività e così tutte le terre ad unità immobiliari presenti nella regione del Rojava. Lo scopo principale dello sviluppo produttivo è dunque quello di soddisfare i bisogni delle persone e di permettere loro una vita dignitosa.
Anche il diritto legale, nel Rojava, è risolto in ambito comunitario, ovvero all'interno della comunità vengono risolte le varie controversie legali, evitando così il ricorso alle lungaggini dei tribunali ed ogni sanzione ha piuttosto lo scopo di educare, piuttosto che quello di punire o di instillare il senso di vendetta e ciò ha fatto sì che il numero di omicidi e di furti si riducesse drasticamente rispetto al periodo in cui il Rojava era di pertinenza del governo siriano. Pene severe, ad ogni modo, sono previste in casi di omicidio o di violenza sulle donne, le quali sono tenute - nelle comunità curde - nella più alta considerazione.
Questa è, dunque, la Rivoluzione curda del Rojava. Questa è, dunque, la causa dei curdi, che è anche la causa di tutti i sinceri democratici che si oppongono al terrore religioso, politico, economico.
Questa è una causa da diffondere e sostenere affinché il mondo apra gli occhi di fronte ai suoi stessi crimini e comprenda, oltre che abbracci, un approccio diverso. Comunitario ed autogestionario. Ovvero democratico e libertario.

Luca Bagatin

martedì 19 luglio 2016

La Turchia e l'Occidente liberaldemocratico. Articolo di Luca Bagatin

L'Occidente cosiddetto liberaldemocratico, ovvero che parla molto di libertà e la propaganda, spesso persino imponendone i modelli consumistici (privi di qualsivoglia libertà) agli altri, non conosce, invero, la libertà.
In Turchia c'è chi parteggia o ha parteggiato per i militari golpisti, senza conoscerli. Personalmente preferisco sospendere il giudizio. Ricordo ancora quando un manipolo di camionisti turchi aggredì noi verdi e radicali, nel 1999, al porto di Trieste, allorquando manifestavamo in modo nonviolento contro la pena di morte in Turchia e fra noi c'era un giovane ragazzo curdo. Fummo aggrediti in territorio italiano e solo l'intervento dei militari della Guardia di Finanza evitò il peggio.
Parliamo della Turchia membro della NATO e che vuole entrare a tutti i costi nell'Unione Europea ! Una Turchia che, ancora oggi, vilipende il popolo curdo e non ammette il genocidio degli armeni. E non ammettono queste cose nemmeno i cosiddetti turchi “laici”.
A questo bisognerebbe pensare. Alla dignità dei popoli curdi e armeni dimenticati dall'Occidente, forse perché non rappresentano – nel mondo – alcuna lobby economica. Ed invece essi vogliono semplicemente vivere in pace ed armonia ed autogestirsi attraverso il confederalismo democratico. Ed in Siria hanno iniziato per primi a combattere contro il terrorismo di Daesh e continuano a farlo.
Viva il popolo armeno e curdo, quindi ! E viva gli indiani d'America ! Viva i popoli liberi e sovrani ovunque essi siano !
Questa la libertà che l'Occidente liberaldemocratico non conosce poiché, come ci ha insegnato l'ex Presidente dell'Uguguay José “Pepe” Mujica e come ricorda l'economista francese Serge Latouche “Una società felice consuma poco; per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione”.
L'Occidente liberaldemocratico si fonda sul consumismo e, dunque, sull'insoddisfazione (umana, spirituale, sociale, sessuale...) e dunque non è felice e spesso ha creato l'infelicità di altri, esportando la sua personalissima idea di libertà e democrazia, ovvero colonizzando, sfruttando e depredando.
La democrazia è altro: è governo diretto delle persone, non già delle lobby, delle élite, dei politici o del danaro.
La libertà è autogestione e compartecipazione.
La democrazia e la libertà sono l'esatto opposto della violenza, dello sfruttamento e della prevaricazione.
Sarà il caso di iniziare a rifletterci un po' su.

Luca Bagatin

lunedì 26 ottobre 2015

Tony Blair, più che scusarsi, dovrebbe consegnarsi alla giustizia internazionale. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Tony Blair si scusa e lo fa in un'intervista alla CNN americana, ma è troppo tardi e ha troppe vittime sulla coscienza.

Altrettanto non fa George W. Bush che, quantomeno, è sparito dalle scene.

La guerra in Iraq fu una guerra sporca e ha favorito, di fatto, l'Isis. Le prove delle armi di distruzione di massa: semplicemente inventate a tavolino da Blair e Bush che, stranamente, non sono mai stati incriminati per crimini contro l'umanità come invece sarebbe stato giusto e come chiesto più volte in sede Internazionale, peraltro, dall'allora Presidente del Venezuela Hugo Chavez.

Peccato che Blair, nel frattempo non più premier della Gran Bretagna, abbia ricoperto l'incarico di inviato di pace (sic !) in Medio Oriente su mandato dell'ONU, di UE, Russia e USA. Una vergogna di proporzioni colossali che merita di essere ricordata dai libri Storia e che fa il paio con gli atroci crimini commessi dalle forze anglo-franco-statuitensi che hanno invaso la Libia, fatto ammazzare il governante legittimo, ovvero il colonnello e Raìs Gheddafi e, ancora una volta, favorito l'Isis. Quell'Isis che, come ricordò a suo tempo l'ex generale Wesley Clark, fu per decenni finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America.

Grazie, dunque, ai sedicenti leader falsamente democratici inglesi, statunitensi e francesi ! Mille grazie Blair, Bush, Obama e Hollande ! Grazie per averci portato il terrorismo in casa !

A poco servono o serviranno le vostre scuse postume e si è visto. Drammatico, semmai, il fatto che siate e rimarrete impuniti, alla faccia dei diritti umani e civili che avete calpestato. E alla faccia dei popoli che vi hanno eletti e che avete per anni imbrogliato.


Luca Bagatin
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it

martedì 8 settembre 2015

Il "Libro Verde" di Mu'Ammar Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Il verde, nella cultura islamica, è il colore della conoscenza e dei santi. Il verde ricorda peraltro Al-Khidr, l'Uomo Verde protettore delle tribù nomadi, che incarna la provvidenza divina.
E proprio in una tribù di nomadi beduini è nato Mu'Ammar Gheddafi, colonnello e Raìs della Gran Giamahiria Araba Libica Popolare e Socialista sino alla barbara morte che dovette subire nel 2011, complici gli anglo-franco-statunitensi.
E verde è il nome del testo pubblicato da Gheddafi stesso nel 1975 – il "Libro Verde", appunto – rivolgendosi al suo popolo e nel quale ha voluto fissare i punti salienti del suo pensiero.
Un pensiero tutt'altro che dittatoriale, tutt'altro che liberticida, tutt'altro che retrogrado come da troppo tempo creduto in un Occidente che poco ha voluto approfondire la figura del Raìs libico.
Il "Libro Verde", nella sua parte iniziale, muove una critica serrata ai sistemi elettorali, fatti di partiti e di parlamenti, che, nei fatti, non rappresentano affatto la reale volontà popolare ma unicamente quella del partito che ha raccolto più voti e che come tale non rappresenta di fatto il popolo, ma solo una parte ideologica, peraltro formata da una fetta esigua di rappresentanti, ovvero i parlamentari.
Il partito, per Gheddafi, è come una classe o una tribù: rappresenta solo una fazione e, se questa prevale sulle altre, allora questa di fatto rappresena un regime dittatoriale, non permettendo alle altre classi ed idee di essere rappresentate.
Gheddafi infatti scrive: "La lotta politica che si risolve nella vittoria di un candidato che ha ottenuto il 51% dell’insieme dei voti degli elettori, porta ad un sistema dittatoriale presentato sotto le false spoglie di democrazia. Infatti il 49% degli elettori sono governati da uno strumento di governoche non hanno scelto, ma che ad essi è stato imposto. Questa è dittatura.
Il conflitto politico può inoltre portare ad uno strumento di governo che rappresenta soltanto la minoranza; questo avviene quando i voti degli elettori vengono distribuiti tra un gruppo di candidati, uno dei quali ottiene un maggior numero di voti rispetto ad ognuno degli altri candidati, considerati singolarmente. Ma, se si sommassero insieme i voti ottenuti dagli "sconfitti", si avrebbe una schiacciante maggioranza".
E' peraltro di questi giorni l'uscita in Italia del saggio edito da Feltrinelli “Contro le elezioni. Perché votare non è più democratico” del saggista belga David Van Reybrouck, il quale giunge alle medesime conclusioni del Raìs e ritiene che il sistema più democratico sia quello fondato sull'Agorà Greca, attraverso il sorteggio e la partecipazione popolare diretta.
Mu'Ammar Gheddafi, infatti, lungi dal propugnare un sistema dittatoriale, fonda la Jamahiriyya, ovvero il governo delle masse popolari attraverso appositi Congressi e Comitati popolari di cui spiegherà nel "Libro Verde" la funzione.
Il Colonnello Gheddafi scrive in proposito: "In primo luogo il popolo si divide in congressi popolari di base. Ognuno di questi congressi sceglie la sua Segreteria. Dall’insieme delle Segreterie si formano , in ogni settore, congressi popolari non di base. Poi, l’insieme dei congressi popolari di base sceglie i comitati popolari e amministrativi che sostituiscono l’amministrazione governativa. Da questo si ha che tutti i settori della società vengono diretti tramite comitati popolari. I comitati popolari che dirigono i settori divengono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base; questi ultimi dettano ai comitati popolari la politica da seguire e controllano l’esecuzione di tale politica. In questo modo sia l’amministrazione che il controllo di essa diverrebbero popolari e si porterebbe così fine alla vecchia definizione di democrazia che dice: "la democrazia è il controllo del popolo su se stesso". Tutti i cittadini che sono membri di questi congressi popolari appartengono, per la loro professione e per le lorofunzioni, a varie categorie o settori quali gli operai, i contadini, gli studenti, i commercianti, gli artigiani, gli impiegati, i professionisti. Essi, oltre ad essere cittadini membri, o cittadini aventi funzioni direttive nei congressi popolari di base o nei comitati popolari, devono costituire congressi popolari a loro propri. I problemi discussi nei congressi popolari di base, nei comitati popolari, prendono forma definitiva nel Congresso Generale del Popolo, dove s’incontrano tutti i direttivi dei congressi popolari, dei comitati popolari. Tutto quello che viene deciso nel Congresso Generale del Popolo, che si riunisce una volta all’anno, è riferito ai congressi popolari, ai comitati popolari, per la sua messa in atto da parte dei comitati popolari che sono responsabili dinanzi ai congressi popolari di base. Il Congresso Generale del Popolo non è un gruppo di membri di un partito o di persone fisiche come i parlamenti ma è l’incontro dei congressi popolari di base, dei comitati popolari. In questo modo il problema dello strumento di governo sarà di fatto risolto e si porrà fine ai regimi dittatoriali. Il popolo diverrà strumento di governo ed il problema della democrazia nel mondo sarà definitivamente risolto".
Si noti bene, dunque, come il modello della Jamahiriyya libica sia per molti versi ricalcato sul modello ateniese dell'Antica Grecia, culla della democrazia occidentale, ma che l'Occidente cosiddetto “democratico” ha abbandonato da tempo per sostituirlo con sistemi di governo basati su politici di professione che, teoricamente, dovrebbero rappresentare il popolo. Ma che, nei fatti, curano piuttosto i loro interessi e quelli delle loro lobby di riferimento.
Relativamente alle leggi, il Raìs libico ritiene che esse debbano ispirarsi alla natura ed alla religione del popolo. In questo senso vi è purtuttavia da dire che la sua visione dell'Islam non ha nulla di estremistico o di radicale, al punto che nessun tipo di legge del taglione è stata mai applicata nella Libia di Gheddafi.
Relativamente alla libertà di stampa, Gheddafi nel suo saggio muove una critica alla proprietà dei giornali da parte delle singole persone fisiche e giuridiche. Egli ritiene che la vera stampa libera sia unicamente quella redatta dai Comitati popolari, in quanto rappresentante di tutta la società e non solo di una parte.

Più interessante è la visione economica del Raìs libico, il quale nel “Libro Verde” enuncia i principi di quella che lui definisce Terza Teoria Universale, alternativa al capitalismo sfruttatore ed al comunismo ateo, materialista e ingannatore.

Egli ritiene innanzitutto che i lavoratori debbano essere considerati produttori, non più dei salariati e dunque ciò che loro producono deve essere di loro proprietà. Il salario, per Gheddafi, è indice di sfruttamento ed un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone, né privato né statale. Oltre a ciò, il Raìs, ritiene che nessuno possa possedere più di quanto gli sia necessario per vivere in quanto l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.
In questo senso nel “Libro Verde” è specificato che nessuno può possedere più di una abitazione e più di un mezzo di trasporto privato. L'affitto o il noleggio sono da considerarsi come fenomeno di sfruttamento del bisogno altrui e ove vi è bisogno non vi può essere, conseguentemente, libertà dell'individuo.
La Terza Teoria Universale – in pieno contrasto con la visione capitalistico-borghese e con quella collettivista-statalista-marxista - propone dunque che ciascuno lavori o per sé oppure in aziende socialiste autogestite dai lavoratori medesimi ove ciascuno è produttore e socio alla pari, oppure ancora che si lavori a beneficio della società e dei bisognosi.
In questo senso nel “Libro Verde” è scritto: "Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…) A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani".
Senza dimenticare il contesto nel quale è stato scritto, il “Libro Verde” pone la famiglia al centro della società e Gheddafi afferma che essa è molto più importante dello Stato in quanto culla, origine e riparo sociale dell'essere umano.
Contrariamente a quanto si tende a credere, Gheddafi è molto duro con i nazionalismi intesi come particolarismi che tendono a dividere e scrive: "(…) sono male e detrimento all’umanità il particolarismo nazionale e l’uso della forza nazionale contro le nazioni deboli; oppure il progresso nazionale conseguito appropriandosi di ciò che appartiene ad altra nazione. Però l’individuo forte, rispettoso di se stesso, consapevole delle sue responsabilità personali è importante ed utile alla famiglia; la famiglia rispettosa, forte, consapevole della sua importanza è socialmente e materialmente utile alla tribù; la nazione progredita, produttiva e civilizzata è utile al mondo intero. Per contro, la struttura (binà’) politica e quella nazionale si corrompono se scendono a livello sociale, cioè familiare e tribale, interferendo con esso e assumendone i punti di vista".
Un capitolo del “Libro Verde” è dedicato alla donna e la visione di Gheddafi, lungi da ogni maschilismo e pur essendo stato un emancipatore nel mondo islamico ed aver ammesso le donne nell'esercito ed aver costituito addirittura il corpo militare delle “Amazzoni”, la sua visione è piuttosto familista e la sua visione della donna è di moglie, madre ed “angelo del focolare”.
Egli sulla donna in particolare scrive: "E’ ingiustizia e crudeltà l’eguaglianza fra di loro in un lavoro sporco che sfigura la bellezza di una donna, privandola della sua femminilità. E’ anche ingiustizia e crudeltà addestrare la donna ad un programma che, di conseguenza la conduce allo svolgimento di un lavoro non confacente alla sua natura. Fra l’uomo e la donna non esiste differenza sul piano umano: a nessuno dei due è lecito sposare l’altro senza il suo libero consenso, né sciogliere il matrimonio senza un equo arbitrato che lo ratifichi, o senza l’accordo delle due volontà dell’uomo e della donna al di fuori dell’arbitrato".
Il “Libro Verde”, oltre a profetizzare la dominazione del mondo da parte dei neri, per secoli sfruttati, prosegue muovendo critiche alla coercizione del sistema educativo scolastico e ritenendo che le facoltà ed i corsi di studi dovrebbero comprendere ogni materia dello scibile umano, in modo che l'essere umano non sia privato di determinate conoscenze.
I capitoli finali riguardano la necessità che l'individuo ricerchi un'unica lingua per esprimersi in modo che tutta l'umanità possa dialogare e comprendersi, mentre l'ultimo capitolo riguarda la necessità che le masse pratichino lo sport anziché ne fruiscano passivamente.
Il “Libro Verde”, saggio breve e semplice, scritto per le masse incolte, ma con l'idea di essere diffuso anche in Occidente, pone ad ogni modo riflessioni interessanti. Riflessioni interessanti in ambito politico-elettorale in primis ed anche in ambito economico. Propone da una parte la partecipazione popolare in ambito politico e l'autogestione in ambito economico, muovendo critiche al dittatoriale sistema elettorale ed al sistema economico capitalistico e di sfruttamento dell'uomo sull'uomo.
Mu'Ammar Gheddafi, lungi dall'essere stato un dittatore, bensì capo di una rivoluzione incruenta – la Rivoluzione Verde del 1969, appunto – merita oggi di essere studiato. Personaggio storico che, non a caso, ha dato filo da torcere sia al fondamentalismo islamico che all'Occidente capitalista e sovietico, in quanto fieramente indipedente ed orgoglioso del suo modello.
Modello distrutto dalle sedicenti “primavere” arabe, ovvero dai colpi di Stato sostenuti anche da Francia, Usa, Gran Bretagna e dalla Nato intera. E che oggi ci hanno regalato Daesh, ovvero quell'Isis che avanza inesorabilmente indisturbato.

Luca Bagatin

mercoledì 2 settembre 2015

La vera Terza Via: la Civiltà dell'Amore

Viviamo ancora fra due blocchi: da una parte l'Occidente edonista, capitalista, dedito al piacere effimero. Dall'altra il fondamentalismo e fanatismo politico, religioso e retrogrado.
Mai come oggi occorre stare dalla parte degli sfruttati.
Per la vera Terza Via.
Per la Civiltà dell'Amore.

www.amoreeliberta.altervista.org

Il Socialismo Arabo di Mu'Ammar Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin (tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)

Oggi sappiamo che quelle “primavere” erano delle estati torride, oppure dei freddi inverni.
Oggi sappiamo che quelle “primavere arabe” furono dei veri e propri Colpi di Stato sostenuti dalla NATO, da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti d'America in primis e non hanno affatto portato democrazia, anzi, hanno completamente spazzato via - in Libia - la Jamahiriyya, ovvero il governo delle masse popolari voluto dal Colonnello Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011.
Oggi Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Germania e compagnia triste, piangono per l'avvento di un'immigrazione incontrollata da loro peraltro causata, attraverso la destabilizzazione di Paesi sovrani, dalla Libia alla Siria, oggi in mano a Daesh, ovvero quell'Isis terrorista di cui sentiamo tanto parlare, per decenni peraltro finanziato dagli amici degli Stati Uniti d'America, come di recente raccontato dall'ex generale Wesley Clark, in funzione anti-sciita.
Ecco che cosa ci hanno “regalato” i nostri sedicenti governanti “democratici e liberali” che oggi si stracciano le vesti, come Obama – il quale farebbe bene ad iniziare ad accogliere un po' di profughi, viste le sue totali responsabilità belliche che meriterebbero un'incriminazione, assieme a Sarkozy e Cameron, per violazione dei diritti umani – come le varie Merkel, Hollande, Renzi...e quel Cameron che pensa che sia sufficiente chiudere, nazisticamente, le frontiere...sic !
Che tristezza questi “soloni” euro-yankee, i cui padri politici hanno per secoli sfruttato il Terzo Mondo, arricchendosi alle spalle dei poveri, sfruttando le loro risorse anziché insegnare loro ad usarle al meglio.
E' per questo che saggi come “Socialismo e Tradizione” di Mu'Ammar Gheddafi, edito dalla casa editrice Edizioni all'Insegna del Veltro (www.insegnadelveltro.it) aiutano a conoscere meglio un grande idealista e successivamente Capo di Stato, ingiustamente accusato di barbarie e di essere un vile dittatore.
Mu'Ammar Gheddafi, di cui ci ripromettiamo di parlare in diversi altri articoli, nato in una poverissima famiglia di beduini, fu un rivoluzionario incruento che, nel 1969 – a soli ventisette anni – rovesciò il regime monarchico di Re Idris I al-Senussi. Egli rovesciò quel regime corrotto senza alcun spargimento di sangue, solo con la forza della ragione, del carisma nel convincere le masse incolte, povere e sfruttate. Ed alle masse restituì il potere e la sovranità, in accordo con i principi del Socialismo Arabo enunciati da Gamal Abd el-Nasser, Presidente dell'Egitto negli Anni '50 e primi '60. Un socialismo – quello di Nasser e Gheddafi - alternativo rispetto al comunismo marxista ateo e materialista ed al capitalismo sfruttatore. Un socialismo che ricercava l'autogestione dei mezzi di produzione e l'inclusione delle masse nell'attività di governo, al posto dei partiti e dei parlamenti.
Un socialismo adatto ai Paesi non allineati e del Terzo Mondo, ma assolutamente esportabile in ogni Paese che volesse e voglia includere il popolo nelle decisioni politiche, in ogni Paese che abbia compreso che democrazia significa “forza di popolo” e non “forza di una parte del popolo”, ovvero delle oligarchie partitocratiche, delle sette, delle ideologie totalitarie o dei sistemi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro salariato.

Di questo il Presidente Gheddafi parla diffusamente nel suo “Libro Verde”, nel quale enuncia i principi della sua rivoluzione sociale e di cui parleremo in successivi articoli.
Il saggio “Socialismo e Tradizione” è invece un raro testo, di piccole e maneggevoli dimensioni, presentato da Claudio Mutti, già presidente dell'Associazione Italia-Libia negli Anni '70.
Nell'introduzione Claudio Mutti spiega il ruolo strategico e geopolitico della Libia di Ghieddafi, la quale, con la “Rivoluzione Verde” del '69, è riuscita a liberarsi non solo della monarchia corrotta, ma anche e soprattutto dell'imperialismo statunitense e inglese, rilanciando il panarabismo ed il panafricanismo, ovvero ricercando l'unità – in pieno spirito di fratellanza - dei popoli arabi e africani. Tentativi, purtroppo, tutti falliti, ma che ricordano molto i tentativi del Presidente del Venezuela Hugo Chavez – ottimo amico di Gheddafi – di ricercare un'unità dei Paesi Latinoamericani e, nel passato, i tentativi del Presidente dell'Argentina Juan Domingo Peron, di ricercare l'unità dei Paesi non allineati e non asserviti né all'URSS, né agli USA.
Come ricorda Claudio Mutti, fu dal 1999 in poi che Gheddafi diventò in particolare “Ghieddafi l'Africano”, intervenendo spesso nella risoluzione di conflitti sul continente africano e fu anche forse l'unico ad arginare il fondamentalismo islamico, ricordando che l'Islam è fondamentalmente una religione di pace, che guarda all'emancipazione dei popoli.
Solo i governi dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, ovvero i governi Craxi e Andreotti dialogheranno con questo leader africano e così farà - opportunisticamente e per un breve lasso di tempo - il solito Berlusconi che purtuttavia – con il sostegno dei cattocomunisti oggi al governo - tradirà Gheddafi ben presto e sosterrà anche lui la guerra contro la Libia a fianco delle potenze imperialiste e neo-colonialiste.
Nel saggio “Socialismo e Tradizione” troviamo dunque un'importante testimonianza di chi sia stato il Colonnello e Capo di Stato Mu'Ammar Gheddafi. Nel testo, infatti, sono riportati suoi importanti discorsi pronunciati nel corso degli Anni '70, che delineano le linee guida della Rivoluzione Verde Libica e dell'Unione Socialista Araba.
Mai come oggi è necessario comprendere chi sia stato questo uomo. Solo così possiamo capire le ragioni per le quali è stato barbaramente ucciso ed il drammatico presente che stiamo solo per iniziare a vivere. Un presente drammatico per il quale dobbiamo ringraziare solo i tanti sedicenti “democratici e liberali” di cui abbiamo già parlato, assetati di potere e di ricchezza. Da Obama a Cameron, da Hollande alla Merkel sino a Renzi e compagnia. Persone tutt'altro che amate dai loro stessi popoli, i quali, presto o tardi, dovranno iniziare a risvegliarsi.

Luca Bagatin