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mercoledì 29 aprile 2020

Turchia. Il gruppo musicale "Grup Yorum" in sciopero della fame contro l'autoritarismo governativo. Articolo di Luca Bagatin

Il 3 aprile scorso, in Turchia, è morta Helin Bölek, dopo 288 giorni di sciopero della fame.
Helin era la cantante del gruppo musicale Grup Yorum. Noto gruppo musicale folk turco di ispirazione socialista che, da tempo, manifestava in maniera nonviolenta contro il governo autoritario di Erdogan.
Helin, assieme agli altri componenti del gruppo, Bahar Kurt, Barış Yüksel, İbrahim Gökçek e Ali Aracı, avevano iniziato lo sciopero della fame il 17 maggio 2919, per chiedere al governo il rilascio dei membri del suo gruppo; per chiedere la fine delle incursioni della polizia contro il Centro Culturale İdil di Okmeydanı, Istanbul; per eliminare il divieto dei concerti di Grup Yorum (banditi per quasi tre anni) ed eliminare le cause penali intentate contro i componenti della band.
Domenica scorsa 26 aprile, il giornale francese l'Humanité, già organo del Partito Comunista Francese, ha pubblicato una toccante lettera di İbrahim Gökçek, bassista del gruppo, in sciopero della fame da ben oltre 300 giorni in una baraccopoli di Istanbul.
İbrahim, fra le altre cose, scrive parole toccanti: “(…) sono a letto e peso solo 40 chili. Le gambe non hanno più la forza di trasportare il mio corpo. (…) Per 15 anni ho suonato il basso nel “Grup Yorum”. Il Grup Yorum, creato 35 anni fa da 4 studenti, ha una storia a scacchi come quella della Turchia. Questa storia ci ha portato fino ad oggi ad uno sciopero fino alla morte per potere fare di nuovo concerti. (…) Forse ti chiederai: “Perché i membri di un gruppo musicale fanno uno sciopero della fame fino alla morte? Perché preferiscono un mezzo di lotta tanto spaventoso come lo sciopero della fame illimitato? ”.
La nostra risposta è nella realtà bruciante che ha portato Helin a sacrificare la vita a 28 anni e che mi spinge a dissolvermi ogni giorno di più:
Siamo nati nelle lotte per i diritti e le libertà iniziate in Turchia dal 1980. Abbiamo pubblicato 23 album per riunire cultura popolare e pensiero socialista. 23 album venduti in totale per oltre 2 milioni di copie. Abbiamo cantato i diritti degli oppressi in Anatolia e in tutto il mondo. In questo paese, tutto ciò che vivevano coloro che combattevano per i loro diritti, gli oppositori, coloro che sognavano un paese libero e democratico e anche noi che cantavamo le loro canzoni, vivevamo le stesse cose: eravamo guardati a vista, imprigionati, i nostri concerti erano proibiti, la polizia ha invaso il nostro centro culturale e fracassato i nostri strumenti. E per la prima volta con l’AKP al governo della Turchia, siamo stati inseriti nella lista dei “ricercati terroristi”.
Questo è il motivo per cui oggi ho deciso, anche se ti sembrerà folle, di smettere di mangiare. Perché, nonostante la qualifica che mi è stata data, non mi sento assolutamente di essere un terrorista. Il motivo per cui siamo stati inseriti in questo “elenco terroristico” è il seguente: nelle nostre canzoni parliamo di minatori costretti a lavorare sotto terra, di lavoratori assassinati da incidenti sul lavoro, di rivoluzionari uccisi sotto tortura, di abitanti dei villaggi il cui ambiente naturale viene distrutto, di intellettuali bruciati, di case distrutte nei quartieri popolari, dell’oppressione del popolo curdo e di quelli che resistono. Parlare di tutto ciò in Turchia è considerato “terrorismo”. Coloro da 30 anni pensano che non è più tempo di socialismo internazionalista e che un’arte come la nostra non abbia pubblico si sbagliano”. (…)
Abbiamo tenuto concerti che hanno raccolto il pubblico più vasto nella storia della Turchia e ospitato artisti provenienti anche da fuori della Turchia. (…)
Da sempre il Grup Yorum è stato vittima della repressione in Turchia. Ma dopo la proclamazione dello stato di emergenza dichiarato dall’AKP nel 2016 e la crescente repressione di tutte le categorie, giornalisti, progressisti, accademici, abbiamo capito che ci aspettava una repressione ancora più feroce. Una mattina, al risveglio, abbiamo scoperto che 6 di noi erano stati inseriti nella “lista dei terroristi”. Il mio nome era in questo elenco. (…)
Dopo la pubblicazione di questo elenco, in due anni, il nostro centro culturale ha subito nove attacchi dalla polizia. Quasi tutti i nostri membri sono stati imprigionati e si è arrivati al punto che non ci sono più membri del Grup Yorum. Siamo stati obbligati ad assumere nuovi musicisti per continuare a esibirci nei concerti. Abbiamo dovuto organizzare concerti con i giovani dei nostri cori popolari. Nello stesso tempo, per contrastare gli attacchi, abbiamo rilasciato comunicati stampa e petizioni. Ma tutto ciò non ha fermato la repressione. (…)
Durante i nostri processi, Helin e io fummo rilasciati, ma nonostante il diffondersi del sostegno popolare, di quello di artisti e di membri del Parlamento, il governo si è rifiutato di ascoltare le nostre richieste. (…)
Ora la stanza accanto alla mia è vuota, quanto a me, che da qualche tempo vivo dentro un letto, non so come finirà il mio viaggio. La battaglia che si sta impegnando nel mio corpo si concluderà con la morte? Oppure con la vittoria della vita?
Quel che so con maggior forza in questa lotta, è che, fino alla soddisfazione delle nostre rivendicazioni, mi aggrapperò alla vita anche in questo cammino verso la morte”.
İbrahim, come ha fatto Helin Bölek, sta lottando sino alla morte, nell'indifferenza della gran parte dei media e della comunità internazionale. Ciò è davvero molto triste.

venerdì 3 aprile 2020

Turchia. Muore la cantante Helin Bölek, dopo 288 giorni di sciopero della fame contro l'autoritarismo del governo Erdogan. Articolo di Luca Bagatin

Helin Bölek, 28 anni, cantante solista del gruppo musicale turco Grup Yorum, è deceduta dopo 288 giorni di sciopero della fame, come annunciato dal profilo Twitter della band.
Lo sciopero della fame della cantante e dei componenti della band, era iniziato per chiedere al governo il rilascio dei membri del suo gruppo; per chiedere la fine delle incursioni della polizia contro il Centro Culturale İdil di Okmeydanı, Istanbul; per eliminare il divieto dei concerti di Grup Yorum (banditi per quasi tre anni) ed eliminare le cause penali intentate contro i componenti della band.
Grup Yorum, gruppo musicale rock folk turco, fondato nel 1985, si è sempre contraddistinto per i suoi testi socialmente impegnati, ispirati al gruppo musicale cileno Inti-Illimani.
Di ispirazione socialista, Grup Yorum sono da sempre perseguitati dal governo turco, i loro album sequestrati, i loro membri arrestati e torturati. Accusati peraltro dal governo, senza alcuna prova, di appartenere al Fronte Rivoluzionario di Liberazione Popolare, considerato organizzazione terroristica.
Helin Bölek fu arrestata nel 2016 e rilasciata dopo due anni di prigione, accusata di resistenza alla polizia e di essere componente di una organizzazione terroristica.
Assieme ad Helin Bölek, anche gli altri musicisti, Bahar Kurt, Barış Yüksel, İbrahim Gökçek e Ali Aracı, hanno iniziato uno sciopero della fame ad oltranza, il 17 maggio 2019.
All'udienza tenutasi a Istanbul Çağlayan Courthouse il 20 novembre 2019, erano stati rilasciati due membri del gruppo, Bahar Kurt ed Helin Bölek, che erano stati processati per presunta "appartenenza a un'organizzazione terroristica".
Ibrahim Gokcek, altro componente della band, è al suo 291 giorno di sciopero della fame e anche lui sta rischiando la vita in questa lotta nonviolenta per il rispetto dei diritti civili e umani fondamentali, negati dal governo autoritario di Erdogan.

Luca Bagatin

lunedì 5 settembre 2016

I curdi e la Rivoluzione democratica e libertaria del Rojava. Articolo di Luca Bagatin

Dei curdi non è mai importato poi molto a nessuno, in quanto non sono una lobby economica e, soprattutto, sono sempre stati invisi ai governi antidemocratici della Turchia che mai ebbe uno Stato davvero laico, checché se ne dica. E soprattutto i curdi sono fra i pochi popoli al mondo che conoscono davvero il concetto di democrazia, ovvero di “governo del popolo”. Un concetto che si è perduto forse con la scomparsa delle agorà greche.
Dei curdi parlammo già in un altro articolo nella primavera scorsa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/03/i-curdi-e-la-questione-curda-una-visita.html), dopo una visita che facemmo presso il centro culturale curdo “Ararat” di Roma che, per fortuna, non è stato più chiuso come il Comune di Roma aveva prospettato in un primo tempo.
Parlammo della loro storia e delle loro lotte per la democrazia diretta; parlammo delle loro comuni autogestite e della loro battaglia contro il terrorismo dell'Isis. E raccontammo di come i curdi siano sempre stati sostenuti da un solo grande leader internazionale e rivoluzionario: il Rais libico Mu'Ammar Gheddafi, barbaramente ucciso nel 2011 “grazie” alle invasioni delle truppe NATO.
E' di pochi giorni fa la notizia che un ragazzo italiano, l'attivista No Tav Davide Grasso, sta combattendo in Siria a fianco delle milizie curde dell''YPG contro l'Isis e invita Renzi a rompere ogni rapporto con la Turchia, la quale – oltre a mantenere un regime di apartheid contro i curdi turchi - non perde occasione per attaccare le truppe dell'YPG.
L'appello di Davide Grasso, lo sappiamo bene, rimarrà probabilmente inascoltato. La Turchia è un Paese ben protetto dal blocco atlantista. Blocco atlantista che, lo sappiamo bene, ha destabilizzato proprio quei Paesi (Libia e Siria in primis) ove oggi l'Isis è fortissimo.
Abbiamo molto da imparare, invece, dai rivoluzionari curdi del YPG, ovvero delle Unità di Protezione del Popolo della regione siriana del Rojava, che, assieme all'YPJ (Unità di Protezione delle Donne) - costituito esclusivamente da donne - ha dato il via ad una vera e propria rivoluzione libertaria e umanitaria, oltre che comunitaria.
Come mi raccontò Kazim Toptas, coordinatore del centro “Ararat” di Roma, la concezione di vita dei curdi e dei rivoluzionari curdi è fondata sulla libertà di opinione e di partecipazione popolare diretta alle decisioni politiche ed ai processi produttivi, oltre che sul rispetto della laicità e delle varie confessioni e sensibilità religiose del Rojava. I curdi, inoltre, hanno un profondo rispetto per le donne, le quali, oltre ad avere la loro milizia (l'YPJ, appunto), hanno pari diritti rispetto all'uomo e sono equamente rappresentate all'interno delle istituzioni curde.
L'unità fondante delle comunità curde nel Rojava sono le comuni autogestite, che sono il fondamento della vita democratica dei curdi stessi e che sono, per moltissimi versi, ispirate alla Comune di Parigi del 1870 ed ogni comune può essere costituita da un minimo di 30 ad un massimo di 300 persone. Ogni comune è costituita da appositi comitati legati alle varie necessità sociali. Vi sono infatti comitati di difesa, comitati per l'economia, comitati per le donne, comitati di educazione e così via e questi permettono, appunto, ai componenti della comune, di amministrarsi da soli e l'economia della comune è costituita in modo tale che i bisogni di tutti i suoi componenti siano soddisfatti: in pieno spirito solidaristico e fraterno (un muratore provvede alle esigenze edili; un insegnante a quelle educative; un contadino a quelle alimentari e così via).
Una forma di compartecipazione democratica diretta purtroppo sconosciuta nelle nostre sedicenti democrazie occidentali fondate sul capitalismo edonistico ed egoistico e sull'elettoralismo, ovvero sulla delega a colui ed a coloro i quali riescono a prendere più voti, magari grazie al fatto che sono riusciti ad elaborare “slogan pubblicitari” più accattivanti oppure riusciranno a garantire meglio la tal lobby piuttosto che l'altra, che li finanzia e sostiene profumatamente.
I rivoluzionari curdi, in sostanza, sanno davvero che cosa sia la democrazia, ovvero la libertà, che è prima di tutto libertà di gestirsi e di autogestirsi, senza egoismi di sorta.
I rivoluzionari curdi del Rojava, in sostanza, rifiutano l'economia capitalistica pur senza abbracciare il sistema del cosiddetto “socialismo reale” comunista. Non si oppongono all'iniziativa privata, ma prediligono il sistema collettivo e cooperativistico. Il loro Contratto sociale prevede infatti che tutte le ricchezze del del suolo e sottosuolo appartengano alla collettività e così tutte le terre ad unità immobiliari presenti nella regione del Rojava. Lo scopo principale dello sviluppo produttivo è dunque quello di soddisfare i bisogni delle persone e di permettere loro una vita dignitosa.
Anche il diritto legale, nel Rojava, è risolto in ambito comunitario, ovvero all'interno della comunità vengono risolte le varie controversie legali, evitando così il ricorso alle lungaggini dei tribunali ed ogni sanzione ha piuttosto lo scopo di educare, piuttosto che quello di punire o di instillare il senso di vendetta e ciò ha fatto sì che il numero di omicidi e di furti si riducesse drasticamente rispetto al periodo in cui il Rojava era di pertinenza del governo siriano. Pene severe, ad ogni modo, sono previste in casi di omicidio o di violenza sulle donne, le quali sono tenute - nelle comunità curde - nella più alta considerazione.
Questa è, dunque, la Rivoluzione curda del Rojava. Questa è, dunque, la causa dei curdi, che è anche la causa di tutti i sinceri democratici che si oppongono al terrore religioso, politico, economico.
Questa è una causa da diffondere e sostenere affinché il mondo apra gli occhi di fronte ai suoi stessi crimini e comprenda, oltre che abbracci, un approccio diverso. Comunitario ed autogestionario. Ovvero democratico e libertario.

Luca Bagatin

sabato 13 agosto 2016

Buon compleanno Fidel: lider maximo della democrazia dei Caraibi !

 
 CUBA: LA DEMOCRAZIA DEI CARAIBI. 
Articolo di Luca Bagatin del 17 luglio 2015
Questa storia di Fidel Castro dittatore e di Cuba quale ultimo avamposto del comunismo stalinista cominciava ad andarmi stretta.

La propaganda radical-liberal-edonista mi aveva stancato da tempo e francamente iniziavo a trovarla pretestuosa e presuntuosa.

Ora, io non sono comunista anche se non mi ripugnerebbe affatto esserlo. Ciascuno ha le sue idee ed io le rispetto quasi tutte. Solo che dei comunisti non ho mai accettato la visione materialistico-economicista, che peraltro è la medesima dei liberali.

Sono da sempre un ammiratore del Generale Juan Domingo Peron, ex Presidente dell'Argentina che disse un giorno che a lui non importava se Fidel Castro e Che Guevara fossero comunisti. Per lui erano dei giustizialisti, nel senso che avevano fatto del bene al popolo cubano.

Ecco, la penso esattamente come lui.

Senza Fidel Castro e Che Guevara Cuba sarebbe ancora sotto il tallone del dittatore e criminale Fulgencio Batista il cui unico scopo era intascarsi i danari degli yankee e della mafia e sfruttare il suo stesso popolo.

Fidel Castro a differenza di Che Guevara, che fu un marxista della prima ora, era un comunista utopista. La stessa “Revolucion cubana” del 1959 non fu una rivoluzione socialista, bensì una rivoluzione di popolo e per il popolo. Il socialismo arrivò dopo, ma spesso in forme piuttosto libertarie, autogestionarie, piuttosto che comuniste/collettiviste tout-court.

Soprattutto nessuno dei rivoluzionari si sognò mai di esportare la rivoluzione, ma nessuno di loro rinunciò a dare sostegno ai movimenti di emancipazione sociale e nazionale in giro per il mondo: dall'Angola sino al Sudafrica che subì – sino al benefico ed auspicato trionfo di Nelson Mandela – il regime dell'apartheid.

Sì, è vero, Cuba si alleò ai sovietici. Avrebbe potuto rimanere un Paese non allineato ed invece si alleò con i russi. Ma che avrebbero mai potuto fare Fidel ed il Che con un embargo economico e con un rischio d'invasione da parte degli yankee ? Perché mai rinunciare alla sovranità nazionale e rischiare, oltretutto, di morire completamente di fame ? Ricordo che la stessa Repubblica libertaria di Fiume di Gabriele d'Annunzio si fece riconoscere dai sovietici. Certo, i russi erano una dittatura e nemmeno delle migliori, ma dall'altra parte era davvero così rosea la situazione come ci hanno fatto credere per decenni di pubblicità commerciale edonista e rimbabimento politico ? Gente che bambarda altra gente inerme e che impone il proprio sistema economico “libero”, può dirsi una democrazia ? Un governo che fa pagare le cure mediche a chi non ha danaro è una democrazia ? Un sistema politico che prevede la concorrenza fra candidati che spendono milioni di dollari o di euro a caccia di voti...anziché spenderli in progetti sociali, culturali ecc...è una democrazia ?
Lo ripeto, non sono né sarò mai comunista, ma sicuramente non dirò mai che il sistema yankee o capitalista sia un sistema democratico e civile. Sono entrambi sistemi criminali e antiumanitari e ne ho già spiegato le ragioni in innumerevoli articoli, oltre che nel mio ultimo saggio.
A Cuba la sanità è gratuita ed i medici sono all'avanguardia. Ed operano in tutto il mondo, senza egoismi. Ma questo quasi nessun giornale “libero” lo scrive.
A Cuba è riconosciuta la libertà di culto, anche se ho sentito assurde leggende metropolitane che vorrebbero che a Cuba il Natale non si fpotesse festeggiare sino al 1998, allorquando il papa dei cattolici incontrò il Lider maximo.
A Cuba peraltro i massoni – cosa strana...visto che persino nell'Italia degli Anni '90 sono stati perseguitati – sono liberi di riunirsi nelle loro Logge. Che sono peraltro molto numerose sull'isola caraibica, anche perché la gran parte dei rivoluzionari appartenevano alla Massoneria.
A Cuba l'istruzione è libera e gratuita e l'analfabetismo è praticamente debellato, come, nonostante l'embargo economico, la gente non muore più di fame.
Oltretutto i diritti umani sono rispettati...nonostante ciò che ci raccontano dalle nostre parti.
I diritti delle donne sono esattamente gli stessi rispetto a quelli degli uomini e l'Assemblea Nazionale, ovvero il Parlamento cubano, è composto da quasi il 50% di donne. Eh sì, perché anche Cuba ha un Parlamento regolarmente eletto a suffragio universale e Fidel Castro o, meglio, oggi suo fratello Raul, non ha affatto un potere illimitato.
E sui diritti degli omosessuali, la deputata Mariela Castro, figlia di Raul Castro, si sta battendo affinché possa essere riconosciuto il matrimonio fra persone dello stesso sesso.
C'è un partito unico, il Partito Comunista Cubano (www.pcc.cu), che purtuttavia non si presenta alle elezioni, ma è un simbolo: il simbolo della Rivoluzione. E poi, visto il pluripartitismo elettoralistico dei Paesi cosiddetti “liberal-democratici”...possiamo davvero dire che ciò sia una pecca ? Fra l'altro a Cuba ogni candidato all'Assemblea Nazionale è uguale all'altro, visto che non esiste – come nei nostri Paesi “liberal-democratici” - alcun tipo di propaganda elettorale ove vengono spesi milioni di euro per ottenere voti...spesso frutto di “amicizie” interessate e clientele (sic !).
Oggi finalmente anche il Presidente degli USA Obama ha capito che l'embargo nei confronti di Cuba era una follìa. Per quanto chi scrive teme che Cuba – anche con il possibile arrivo di Dominique Strauss-Kahn (uno che dovrebbe andare a nascondersi visti i suoi trascorsi !) nell'isola quale consulente di Raul Castro...il futuro dei Caraibi sembra tingersi di grigio !
Raul non è Fidel. Così come in Venezuela Maduro non è Chavez. Ma al momento meglio loro che qualcun altro.
Confidiamo ad ogni modo nei popoli caraibici e latinoamericani. Che la Rivoluzione sia sempre nei loro cuori e nelle loro menti e che non finisca tutto come la Grecia di Tsipras: nella resa ai potenti ed agli sfruttatori criminali di turno.

Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it



sabato 23 luglio 2016

"Libertà è libertà dal bisogno per approdare al sogno !" Riflessioni di Luca Bagatin

La povertà non è una questione superabile con l'assistenza, ma con l'umanità.
L'assistenza è un concetto introdotto dai borghesi per pulirsi la coscienza.

Il terrorismo e la violenza trovano terreno fertile nel "Lumpenproletariat", ovvero nel "Sottoproletariato", di cui nessuno si è mai curato (si curano solo della classe media...bah)
I borghesi ed i governanti sottovalutano l'aumento della povertà in Italia, ma anche nel resto del mondo.
Ne pagheremo - se non ne stiamo già pagando - tutti le conseguenze. 
 
Ironia dei "social": trovano pornografici dei corpi nudi, ma non i Pokemon e tutto ciò che ne consegue.

Abbandonare la cultura liberal-radicale, come ho fatto nel corso degli anni, significa abbandonare l'ideologia del desiderio, per ricercare ed approdare al sentimento. Ovvero non già alla ricerca dei diritti ed alla "società del piacere", ma alla riscoperta dei doveri verso il prossimo e, dunque, alla Civiltà dell'Amore.

martedì 19 luglio 2016

La Turchia e l'Occidente liberaldemocratico. Articolo di Luca Bagatin

L'Occidente cosiddetto liberaldemocratico, ovvero che parla molto di libertà e la propaganda, spesso persino imponendone i modelli consumistici (privi di qualsivoglia libertà) agli altri, non conosce, invero, la libertà.
In Turchia c'è chi parteggia o ha parteggiato per i militari golpisti, senza conoscerli. Personalmente preferisco sospendere il giudizio. Ricordo ancora quando un manipolo di camionisti turchi aggredì noi verdi e radicali, nel 1999, al porto di Trieste, allorquando manifestavamo in modo nonviolento contro la pena di morte in Turchia e fra noi c'era un giovane ragazzo curdo. Fummo aggrediti in territorio italiano e solo l'intervento dei militari della Guardia di Finanza evitò il peggio.
Parliamo della Turchia membro della NATO e che vuole entrare a tutti i costi nell'Unione Europea ! Una Turchia che, ancora oggi, vilipende il popolo curdo e non ammette il genocidio degli armeni. E non ammettono queste cose nemmeno i cosiddetti turchi “laici”.
A questo bisognerebbe pensare. Alla dignità dei popoli curdi e armeni dimenticati dall'Occidente, forse perché non rappresentano – nel mondo – alcuna lobby economica. Ed invece essi vogliono semplicemente vivere in pace ed armonia ed autogestirsi attraverso il confederalismo democratico. Ed in Siria hanno iniziato per primi a combattere contro il terrorismo di Daesh e continuano a farlo.
Viva il popolo armeno e curdo, quindi ! E viva gli indiani d'America ! Viva i popoli liberi e sovrani ovunque essi siano !
Questa la libertà che l'Occidente liberaldemocratico non conosce poiché, come ci ha insegnato l'ex Presidente dell'Uguguay José “Pepe” Mujica e come ricorda l'economista francese Serge Latouche “Una società felice consuma poco; per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione”.
L'Occidente liberaldemocratico si fonda sul consumismo e, dunque, sull'insoddisfazione (umana, spirituale, sociale, sessuale...) e dunque non è felice e spesso ha creato l'infelicità di altri, esportando la sua personalissima idea di libertà e democrazia, ovvero colonizzando, sfruttando e depredando.
La democrazia è altro: è governo diretto delle persone, non già delle lobby, delle élite, dei politici o del danaro.
La libertà è autogestione e compartecipazione.
La democrazia e la libertà sono l'esatto opposto della violenza, dello sfruttamento e della prevaricazione.
Sarà il caso di iniziare a rifletterci un po' su.

Luca Bagatin

lunedì 28 marzo 2016

I Curdi e la questione curda: una visita al centro culturale "Ararat" di Roma. Articolo di Luca Bagatin

Primavera '99. Porto di Trieste. Avevo vent'anni e portavo un paio di occhiali rotondi come Gandhi.
Ero un militante verde e fra noi - Verdi e Radicali - c'era un ragazzo curdo di cui non ricordo il nome. Fra noi ricordo l'amico del Partito Radicale John Fischetti, unico della brigata di allora che vedo e frequento ancora. E poi l'allora Assessore dei Verdi friulani Mario Puiatti, l'attivista del FUORI! Italo Corai, l'allora deputato Michele Boato e Renato Fiorelli. Eravamo una decina. Portavamo dei cartelli al collo sui quali vi era scritto: NO ALLA PENA DI MORTE IN TURCHIA.
Era il periodo in cui si parlava dell'entrata della Turchia nell'Unione Europea e della condanna a morte del capo del partito curdo PKK Ocalan.
Bloccammo simbolicamente dei tir turchi. Il nostro intento era del tutto pacifico e dimostrativo. Purtuttavia i camionisti non gradirono e, scesi dai tir, iniziarono ad assalirci. Il ragazzo curdo se la vide davvero brutta e, se non fosse stato per i militari della Guardia di Finanza, l'avrebbero certamente linciato. Fu allora che compresi che, ai turchi, i curdi non piacevano proprio.
Solo nel 2004 la pena di morte in Turchia sarà abolita. Ma l'odio per i curdi permane.
Primavera 2016. Roma, quartiere Testaccio. L'amica fotografa Maddalena Celano mi invita a visitare il centro culturale curdo “Ararat”, che prende il nome dal suggestivo monte della Turchia orientale. Maddalena mi scatta delle foto con Sara - una degli attivisti - e poi all'interno della struttura. Il centro sta rischiando la chiusura, proprio in questi giorni, a causa della scadenza della concessione con il Comune di Roma.
Kazim Toptas, il coordinatore del centro, mi mostra la raccomandata che ha ricevuto e che dice che, in sostanza, non è possibile procedere al rinnovo della concessione a causa di un “riordino del patrimonio capitolino”. E quindi ci vanno di mezzo i curdi rifugiati in Italia (l'altro centro culturale autogestito e concesso dal Comune è sito a Torino) che si ritroveranno, a giorni, sulla strada.
Faccenda davvero triste che, auguriamoci, si risolva nel migliore e più sensato dei modi.
Ma chi sono i curdi ?
“Siamo un antico popolo mediorientale che anticamente abitò la Mesopotamia”, mi dice Kazim. “Molti di noi sono zoroastriani, altri si sono islamizzati. Io sono alevita, come molti di noi, che è una religione che rispetta tutti e crede nell'uguaglianza fra uomini e donne”.
Sì, ma in Turchia siete perseguitati. “Sì, siamo perseguitati da sempre. In Turchia, Siria, Iran, Iraq... Per noi vige il regime di apartheid sin da quando non esiste più una nazione curda”.
Quindi, in sostanza, volete ricostituirne una... “No, alla maggior parte di noi non interessa. Quelli sono i nazionalisti, che vogliono una nazione indipendente. Molti di noi, me compreso, non la pensiamo affatto come i nazionalisti curdi. Siamo federalisti, anzi, crediamo nel confederalismo democratico, ovvero vogliamo solo essere rispettati nell'ambito delle nostre comunità autonome. Il nostro modello vorrebbe ispirarsi a quello svizzero. Crediamo nella democrazia diretta e nella tutela delle minoranze. Crediamo nell'uguaglianza di tutti, ad iniziare dalla parità di diritti fra maschi e femmine. Siamo per l'autogestione e pensiamo che solo questo sistema possa essere la chiave per superare non solo i nostri problemi, ma anche quelli di tutto il Medioriente diviso in tribù, piagato dal fondamentalismo islamico e dal capitalismo...”.
Infatti voi combattete il fondamentalismo islamico. “Sì, in Siria, a Kobane, a Rojava, vi sono i nostri combattenti dello YPG, soprattutto donne, che combattono l'Isis a fianco delle truppe regolari siriane”.
Quindi in Siria state con Assad. “Non ci fidiamo totalmente di lui. Noi siamo per la democrazia diretta e lui è Presidente della Siria solo perché figlio e erede di Hafiz-al-Assad, che un tempo ci perseguitava. Per noi rimane un dittatore, ma è certamente più democratico del turco Erdogan, che in Turchia ci massacra. Assad, che fra l'altro è di religione alevita come me, in cambio del nostro aiuto, ha promesso l'indipendenza del popolo curdo in Siria”.
E di Putin che ne pensate ? “Ci sta dando una mano, ma non ci fidiamo di lui. Lui pensa agli interessi della Russia, non a quelli del popolo curdo oppresso. L'unico leader che si pronunciò in favore del popolo curdo fu Gheddafi...ma è stato ucciso, come sappiamo”.
Kazim Toptas
Kazim, tu sei nato in Turchia. Com'è la situazione lì per voi ? “Brutta. Io sono fuggito dalla Turchia e sono un rifugiato politico. Il governo di Erdogan è autoritario, ci opprime ed impone la sua ideologia di Stato. Non riconosce i diritti delle donne, che per noi è una cosa fondamentale”.
Avete un vostro partito rappresentato in Parlamento comunque... “Sì, l'HDP, il Partito Democratico del Popolo, che è un partito che si ispira al socialismo libertario e all'ambientalismo e porta avanti la nostra idea di confederalismo democratico. E' l'unico partito curdo rappresentato in Parlamento. La nostra concezione di vita, come puoi capire e vedere, è basata sulla libertà di opinione, sul rispetto delle diversità, sulla laicità nel rispetto della visione spirituale di tutti. Sulla tolleranza”.
Eh sì, caro Kazim. Temo di capire perché in pochi parlano di voi ed in pochi hanno interesse ad abbracciare la vostra causa o, peggio, vi perseguitano.
Gesù Cristo fu messo in croce per lo stesso motivo.
E ora, che scrivo queste poche righe, una lacrima mi scende. Ma non è una lacrima di dolore, bensì di consapevolezza. La consapevolezza che dovete proseguire nella ricerca del vostro diritto ad autodeterminarvi, ad autogestirvi. A far conoscere la vostra cultura e la vostra concezione di vita che attinge dagli antichi insegmanenti di Zarathustra.

Luca Bagatin