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martedì 30 giugno 2026

Soldi, scommesse, speculazione: il potere che governa il mondo e il declino della politica in Occidente. Articolo di Paola Bergamo

 

La politica, in Europa e non solo, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente. Non è soltanto crisi di consenso, ma di leadership, trasparenza e autonomia.

Le recenti polemiche nate attorno alle presunte chat tra alcuni leader europei, tra cui spiccano Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, finiti al centro dell’attenzione del Mediatore Europeo per questioni legate alla trasparenza istituzionale, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Al di là dell’esito delle verifiche e delle responsabilità effettive, emerge un dato politico inquietante: l’impressione di un ristretto circuito decisionale nel quale pochi attori si confrontano, come membri di un club esclusivo, lontano dagli occhi dei cittadini, mentre le grandi questioni del continente vengono sottratte al dibattito democratico.

E del resto sono passati soli pochi anni dal Qatar-gate per cui la magistratura belga avviò una vasta operazione su gravi  episodi di corruzione, riciclaggio, e associazione criminale legati a tentativi di influenzare anche quelle poche decisioni che sono in capo al Parlamento Europeo. Fu scandalo che mise in risalto non tanto la corruttibilità e amoralità sempre dietro l’angolo di una singola persona, quanto piuttosto che vi è una criticità strutturale rapportabile al peso delle lobby, ai meccanismi di trasparenza e controllo interno nella stessa Unione Europea.

La prima domanda che mi sovviene, e che attiene al ruolo della stessa EU, è che se il Parlamento che dovrebbe rappresentare cinquecento milioni di cittadini può essere vulnerabile alle pressioni degli stati esteri, ai grandi interessi economici, alle speculazioni finanziarie, chi tutela davvero l’autonomia della politica in Europa?
Esiste ancora la politica?
E ancor più: è la politica a governare l’economia o ne è diventato un semplice braccio amministrativo?

L’Europa appare sempre più governata da una tecnocrazia che comunica con sé stessa, autoreferenziale, distante dai bisogni reali delle popolazioni.

Nel frattempo, la gente comune sperimenta un progressivo impoverimento materiale, culturale ed esistenziale. Crescono l’incertezza, la precarietà, il disagio sociale e l’infelicità collettiva. Eppure, questi fenomeni sembrano occupare spazio marginale nelle priorità delle classi dirigenti.

Viene allora spontanea una domanda: chi detta realmente l’agenda politica dell’Occidente contemporaneo?

Molti osservatori individuano nel capitalismo finanziario globale una forza capace di influenzare profondamente le scelte dei governi. Non più soltanto il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, ma il predominio di interessi economici sovranazionali che attraversano indistintamente i diversi schieramenti politici.

Questo è il vero motivo per cui anche in Italia la disertazione delle urne è fenomeno in costante crescita, espressione di un cattivo stato di salute della democrazia.
Il voto di protesta premia l’urlatore di turno, il presunto rompi schema e anti-sistema, che si presenta puntuale a ogni tornata elettorale con promesse demagogiche. Si tratta di personaggi che promettono di sortire un cambiamento ma, una volta raggiunto il potere (che è stato permesso loro scalare), poi si inchinano e si adattano alle logiche dei grandi interessi economici e finanziari che dominano la scena globale e rinnegano quanto con sagace pseudo-pathos si è promesso poco prima dal palco del comizio plateale.

Le parole volano e lasciano spazio alla continuità delle politiche mentre quello che appariva come il coraggio della rottura si trasforma in prudenza e conformismo.
Urlatori di mestiere, imbonitori con più o meno classe, spesso in deficit di competenza e costrutti, una volta ascesa la scala del palazzo “scoprono” che esistono gerarchie invisibili alle quali occorre rendere “omaggio”.
Si possono forse ignorare in buona fede le cose?

Dietro i grandi gruppi industriali, siano essi attivi nel settore della difesa, della farmaceutica o dell’energia, compaiono spesso gli stessi grandi investitori istituzionali. Colossi come BlackRock, Vanguard e State Street, figurano tra i principali azionisti di numerosissime multinazionali operanti nei comparti strategici dell’economia mondiale.
Non si tratta necessariamente di un centro di comando unitario né di una regia occulta, ma certamente di una straordinaria concentrazione di capitale, di influenza e di potere che pone interrogativi democratici enormi sul nostro presente e futuro.

L’industria degli armamenti, ad esempio, beneficia di enormi flussi finanziari provenienti da fondi di investimento, ETF specializzati, fondi pensione e investitori istituzionali. L’aumento delle spese militari europee e della NATO ha generato nuove opportunità di profitto per i mercati finanziari.
Ma lo stesso fenomeno si osserva nel settore farmaceutico e in quello energetico. Gli stessi grandi gestori patrimoniali detengono partecipazioni significative nelle principali aziende dei tre comparti, creando una rete di interessi che travalica i confini delle singole industrie.

È qui che nasce la figura simbolica da me immaginata dei “Signori delle Tre S”: Soldi, Scommessa e Speculazione. Sono i Signori che governano i destini del mondo.
Per costoro la società non rappresenta una comunità da far prosperare, bensì un enorme mercato sul quale allocare capitali, massimizzare rendimenti e trasformare ogni crisi in opportunità economica per sé stessi.
Anche la guerra, in questa prospettiva, appare un gigantesco laboratorio, un ricco affare.
L’Ucraina, ad esempio, non è soltanto il teatro di un dramma umano e geopolitico immenso; è anche il contesto nel quale si sperimentano nuove tecnologie militari, sistemi di difesa avanzati, droni, satelliti, intelligenza artificiale applicata al combattimento e nuovi modelli industriali.

Gli Stati Uniti, del resto, non costituiscono un blocco monolitico. Esistono molte Americhe: quella della democrazia costituzionale, quella dell’innovazione scientifica, quella della società civile, ma anche quella del potente establishment finanziario e lobbistico che ruota attorno al complesso militare-industriale. Tutte queste Americhe hanno un solo Presidente e quello attuale sembra fantasioso, bizzarro nelle sue affermazioni contraddittorie, ma ogni qual volta proferisce verbo, convintosi di una missione anche messianica, sta di fatto che le borse volano e premiano questo o quel  magnate, magari pure amico.
Un sistema di interessi e cointeressenze che, come denunciava già Eisenhower nel suo celebre discorso del 1961, possiede una capacità di influenza enorme sulle decisioni pubbliche e sulla postura dei leader.

Chi per esempio trae profitto dalla produzione di armamenti e dalla loro continua evoluzione tecnologica difficilmente può considerare irrilevante un conflitto che offre possibilità di sviluppo, sperimentazione e mercato senza precedenti. Ecco quindi la difficoltà della Pace.

Naturalmente, ridurre la complessità del mondo contemporaneo a un’unica spiegazione sarebbe un errore. La realtà è sempre più articolata delle narrazioni ideologiche. Tuttavia, ignorare il peso crescente della grande finanza nelle dinamiche politiche sarebbe altrettanto ingenuo.

La vera questione resta un’altra: quale società immaginano i Signori delle Tre S?

Una società fondata sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul benessere diffuso e sulla partecipazione democratica, oppure una società nella quale ogni aspetto dell’esistenza umana diventa oggetto di investimento, scommessa e speculazione?

Se la politica rinuncia alla propria autonomia e si limita a gestire gli interessi dei grandi flussi finanziari globali, allora la democrazia rischia di trasformarsi in una semplice procedura, svuotata della sua funzione originaria quel “non aggiungere al natural dolore” che Mario Bergamo, si affannava a predicare e perseguire con la propria azione politica di repubblicano sociale antifascista del ‘900.
Rapportando questo pensiero politico filosofico all’oggi significa che la politica deve rappresentare i bisogni, le speranze e le sofferenze delle persone comuni e agire in tal senso.

Forse la crisi della leadership in Occidente nasce dalla progressiva sostituzione della politica con la finanza, del cittadino con l’investitore, della comunità con il mercato.
Quando la politica smette di occuparsi della prosperità collettiva per inseguire esclusivamente gli imperativi della redditività, quando la politica rinuncia a essere lei a guidare l’economia e si limita a gestire ciò che i mercati ritengono conveniente, smette di immaginare il futuro e si limita a amministrare il presente.

La politica storicamente era lo spazio delle grandi visioni collettive: la costruzione dello Stato sociale, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, di una sanità universale, dei grandi progetti infrastrutturali, persino dell’idea stessa di Europa.
Oggi tutto si è invertito: non più la finanza al servizio di un progetto politico ma la politica a dover rassicurare continuamente i mercati, gli investitori, le agenzie di rating, i grandi flussi di capitale, gli speculatori.

Il problema quindi non è solo politico- sociale-economico ma è antropologico e culturale.
Se ogni decisione viene valutata in termini di rendimento, efficienza e competitività allora scompaiono domande profonde sul tipo di società da costruire, quale tipo di felicità umana si persegua, quale posto assegnare a lavoro, famiglia e cultura ma soprattutto quale eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.

Forse la più tragica vittoria della finanza globale non consiste nell’aver conquistato i governi, ma nell’aver ristretto l’orizzonte dell’immaginabile. La politica non progetta più il domani: gestisce vincoli, rispetta parametri, rassicura investitori. Non costruisce il futuro, lo contabilizza.
E’ un continuo attentare all’utopia, alla filosofia e alla speranza collettiva.
Allora diventa essenziale porre una domanda aperta e che attraversa tutto il nostro tempo: chi ha il diritto di immaginare il futuro? I cittadini attraverso la politica o i grandi flussi di capitale attraverso la logica del rendimento?
E’ proprio quì che si gioca la crisi della democrazia contemporanea.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu 

lunedì 9 ottobre 2023

I conflitti si risolvono comprendendo tutti i punti di vista. Una società più giusta si ottiene ponendo un tetto alla ricchezza, ovvero ai desideri. Riflessioni di Luca Bagatin

Studiando la Storia, leggendo, approfondendo e confrontandomi con realtà e mentalità differenti, ho imparato che non esistono bene e male, giusto o sbagliato, ma semplicemente punti di vista differenti.
Le persone si dividono in fazioni, pensando di avere ragione. Ma in realtà non vedono altro che il proprio punto di vista.
La realtà è molto più complessa.
Ma comprendere che non esiste né bene né male, né buoni né cattivi, spaventa le masse.
Perché temono di perdere la loro personale idea di "verità".
Che, in realtà, esiste solo nella loro testa.
 
(Luca Bagatin)
 
In generale non simpatizzo per i ricchi perché, chi è ricco, vorrebbe sempre di più, non si accontenta mai, spesso disprezza i poveri e, soprattutto, non ha una visione complessiva della realtà, non essendo in grado di avere contezza del valore effettivo delle cose.
Nessuno dovrebbe mai diventare ricco, né aspirare alla ricchezza. 
Chi lo fa compie il primo passo per corrompere sé stesso, moralmente e spiritualmente.
Tutti dovrebbero, invece, avere il necessario per vivere e per apprezzare le piccole cose dell'esistenza.
Né di più, né di meno. 

(Luca Bagatin)

domenica 17 settembre 2023

Psicoanalisi della guerra, ovvero elaborazione del lutto. Articolo di Luca Bagatin

 
Mancavo da Pordenonelegge da diversi anni.

Francamente nemmeno quest'anno avrei voluto andarci, ma poi, trovandomi a Pordenone in questo periodo mi sono detto: “Ma sì, dai, andiamoci e seguiamo qualche conferenza”.

Alla fine, complice il fatto che fisicamente sono un po' a pezzi e faccio non poca fatica a camminare, l'unica conferenza che ho seguito davvero – ma con grande interesse - è stata quella di Massimo Recalcati, psicoanalista e saggista, il quale ha presentato la ripubblicazione – per Feltrinelli - di “Psicoanalisi della guerra”, di Franco Fornari.

Conferenza e saggio interessanti, in quanto di eterna attualità, vista l'impressionante sequela di guerre di cui è disseminata la Storia.

Franco Fornari (1921 – 1985), psicoanalista di lungo corso, fu professore di Recalcati, negli Anni '80.

E Recalcati ci ha parlato del perché ha deciso di far ripubblicare questo suo testo, curandone la prefazione. Ovvero il momento storico in cui viviamo.

Un momento storico di follia guerrafondaia da ogni parte e di rinascita – da una parte, quella filo statunitense - di una insana mentalità da Guerra Fredda.

Fornari, spiega Recalcati, essendo cresciuto in una famiglia numerosa, si è sempre occupato di problemi collettivi e sociali.

Il saggio “Psicoanalisi della guerra” - spiega Recalcati – viene pubblicato nel 1966, in piena Guerra Fredda, ma è concepito – da Fornari – due anni prima, nel '64.

Fornari è comprensibilmente preoccupato – come molti della sua generazione – della possibile escalation nucleare, innescata dalla contrapposizione fra due blocchi geopolitici e ideologici alternativi.

Pertanto, egli si interroga sulle origini psicologiche della guerra e ne trae le seguenti conclusioni: la guerra è una eleborazione paranoica del lutto.

La guerra sostiutisce l'eleborazione del lutto. E' – spiega Recalcati riferendosi al pensiero psicoanalitico di Fornari – una “proiezione aggressiva di tipo paranoico”. Un “lutto collettivo mancato”.

E qui, Recalcati, per spiegare le tesi di Fornari, ricorre a un saggio scritto da Freud nel 1915, di poche pagine, dal titolo “Considerazioni attuali sulla guerra e la morte”.

Nel saggio, Freud ritiene che gli esseri umani siano degli “assassini”, degli esseri che non si amano e ciò lo si può evincere dai sogni che fanno, spesso violenti, che manifestano un inconscio non altruistico e volto all'interesse personale.

Freud ritiene che la Storia sia un'eterna guerra fra i popoli e che, nei confronti di chi amiamo, siamo mossi da una profonda “ambivalenza emotiva”. Ciò ci causa dipendenza emotiva e siamo portati a odiare profondamente chi amiamo, nel momento in cui perdiamo la persona amata.

In tale frangente, spiega Recalcati, siamo travolti dal senso di colpa, in quanto la persona amata non c'è più e noi rimaniamo soli, ma, intimamente, finiamo per essere felici di questo.

Il legame affettivo è dunque ambivaente. L'amato è, al contempo, odiato, anche se non ne siamo consapevoli a livello conscio.

Tale odio, spiega Recalcati, sorge quando ci guardiamo allo specchio e riflettiamo un'immagine ideale. Scopriamo, dunque, che non possiamo raggiungere chi amiamo e farlo nostro, ovvero farlo esattamente come vorremmo nella nostra immagine ideale.

L'amore, ovvero il superamento di tale odio, sarà possibile solo quando accetteremo che la persona che amiamo non è nostra. Elaborando così il lutto causato dalla pardita della persona che amiamo.

Ecco che la guerra, secondo la visione di Fornari spiegata da Recalcati, è, appunto, il rifiuto del lutto, la mancata elaborazione di un lutto.

E qui Fecalcati fa l'esempio delle antiche tribù africane che, quando moriva il figlio del capotribù, lo sciamano attribuiva tale morte a un maleficio scatenato dallo sciamano della tribù limitrofa.

In questo modo, proiettando la colpa su qualcun altro in modo paranoide, si pongono le basi per scatenare una guerra.

L'unico modo, dunque, secondo Fornari per liberarsi dalla mentalità guerrafondaia è quello di eleborare, metabolizzare il lutto (tenendo presente che un lutto è un avvenimento irreversibile), senza incolpare nessuno, accettando. In senso più ampio, possiamo dire che l'eleborazione del lutto è il fondamento della democrazia, la quale obbliga al confronto fra una pluralità di punti di vista.

Tale confronto, porta a una perdita (un lutto, appunto) delle nostre convinzioni originarie e a una eleborazione/confronto di punti di vista differenti.

Fornari, come spiega Recalcati, analizza anche due aspetti, ovvero il gioco d'azzardo e la tossicomania, ritenendo che tali modalità vengano utilizzate da molti per elaborare, in modo purtuttavia autodistruttivo, il lutto. Attraverso, appunto, queste modalità che portano all'auto-annientamento, esattamente come l'escalation nucleare.

L'escalation nucleare, infatti, da parte dei governi, sembra far credere loro di essere “padroni del mondo” (come credono di esserlo i giocatori d'azzardo patologici e i tossicomani), ma in realtà tale “padronanza” si ribalta nel suo contrario, in quanto destinata a provocare l'autoannientamento del pianeta.

Come se ne esce, dunque? Secondo Fornari, spiegato da Recalcati, “prendendo su di sé la morte e consentendo così la vita”. Accettando la morte naturale, la fine di ogni cosa, che è irreversibile.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 13 febbraio 2022

DIAMO UNA POSSIBILITA' ALLA PACE

 "Combattere per la pace è come fare sesso per la verginità"

(John Lennon) 

„Immagina che non esistano nazioni | Non è difficile farlo | Niente per cui uccidere o morire | E nessuna religione. | Immagina che tutti | vivano la loro vita in pace.“

Fonte: https://le-citazioni.it/frasi/138477-john-lennon-immagina-che-non-esistano-nazioni-non-e-difficil/"Immagina 
"Immagina
che non esistano nazioni.
Non è facile farlo.
Niente per cui uccidere o morire.
E nessuna religione.
Immagina che tutti
vivano la loro vita in pace"
 
(John Lennon)
„Immagina che non esistano nazioni | Non è difficile farlo | Niente per cui uccidere o morire | E nessuna religione. | Immagina che tutti | vivano la loro vita in pace.“

Fonte: https://le-citazioni.it/frasi/138477-john-lennon-immagina-che-non-esistano-nazioni-non-e-difficil/
„Immagina che non esistano nazioni | Non è difficile farlo | Niente per cui uccidere o morire | E nessuna religione. | Immagina che tutti | vivano la loro vita in pace.“

Fonte: https://le-citazioni.it/autori/john-lennon/frasi-sulla-pace/

mercoledì 13 settembre 2017

Jim Channon, lo sviluppo del potenziale umano ed il fallimento delle politiche militari (specie made in USA)

Il 10 settembre scorso è venuto a mancare Jim Channon, fondatore, alla fine degli Anni '70, di quello che chiamò Primo Battagline Terra, ovvero un esercito composto da "monaci guerrieri" in grado di agire sul nemico attraverso strumenti di pace. Un'idea rivoluzionaria che, personalmente, mi colpì molto.
Per questo nell'agosto del 2014 ne scrissi un articolo, rifacendomi alla ricostruzione che ne fece Jon Ronson.
Di seguito desidero riportare l'intero articolo. In memoria di Jim Channon e di tutti gli hippie rivoluzionari come lui.

Luca Bagatin 


L'uomo che fissa le capre, Jim Channon, lo sviluppo del potenziale umano ed il fallimento delle politiche militari (specie made in USA).
Articolo di Luca Bagatin del 2 agosto 2014 

Ne hanno fatto anche un film.
Abbastanza grottesco. Come grottesca è la vicenda. Più che di vicenda, si tratta in realtà dell'esistenza di assurde attività praticate all'interno dell'esercito statunitense, sin dagli Anni '50.
Attività che sconfinano nel paranormale al punto che in un luogo militare chiamato Fort Bragg, a capo di un personaggio assurdo - benché Generale Maggiore - chiamato Albert Stubblebine, si stenta a credere che siano stati praticati i più curiosi esperimenti: dallo stordimento di ignari greggi di capre, sino al tentativo di attraversamento dei muri da parte di soldati addestrati all'uopo.
E' una storia che potrebbe essere stata partorita da qualche romanzo di fantascienza e/o di fantapolitica ed in realtà è la storia ricostruita dal giornalista Jon Ronson un decennio fa, attraverso il saggio "L'uomo che fissa le capre", dal quale di recente è stato tratto l'omonimo film-commedia con George Clooney.

E' una ricostruzione suggestiva e a tratti irriverente, quella di Ronson, ma profondamente inquietante.
E' inquietante, infatti, pensare che quella che si definisce o si tende a definire "la più grande democrazia del mondo", ovvero gli USA, abbia speso fior fior di quattrini in progetti così assurdi che nella maggior parte dei casi non hanno prodotto alcun risultato concreto se non il proliferarsi di progetti correlati/collaterali, quali l'utilizzo di tecniche di tortura praticati nell'ambito della cosiddeta guerra al Terrore, oppure in missioni speciali della CIA altrettanto umanamente distruttive.
Eh sì, perché la CIA sa bene come avvalersi di tecniche apparentemente "non invasive" per torturare il "nemico". Peccato che, da una democrazia, non ti aspetteresti l'utilizzo di tecniche di tortura. Così come dall'esercito degli Stati Uniti d'America non ti aspetteresti che siano mai esistiti progetti che scadono facilmente nell'imbecillità.
Purtuttavia così è stato e così pare continui ad essere. Gli USA patria anche della stupidita, verrebbe da dire. Infondo il celebre umorista statunitense Mark Twain - a noi tanto caro - scrisse: È stato meraviglioso trovare l'America, ma sarebbe stato ancor più meraviglioso perderla.
Jon Ronson racconta tutto ciò con dovizia di particolari, con interviste alla mano, attraverso ricerche ed inchieste.
Purtuttavia - psicosi paramilitari a parte - nel saggio sono raccontate personalità interessanti. Una di queste è certamente Jim Channon, fondatore - alla fine degli Anni '70 - del Primo Battaglione Terra, ovvero l'idea di un escercito composto da supersoldati o "monaci guerrieri" in grado di agire sul nemico attraverso strumenti di pace tipici dei movimenti New Age e legati alla spiritualità.
Ma chi è Jim Channon ? Tenente Colonnello dell'esercito USA, al termine della Guerra del Vietnam, Channon decise di approdare al cosiddetto "movimento del potenziale umano", frequentando gruppi spiritualeggianti, new age, misticheggianti, tipici in particolare della California ed ispirati al movimento beatnik ed hippie. Fu lì che apprese diverse tecniche di meditazione e di sviluppo, appunto, del potenziale umano.
Tornato nell'esercito decise di rendere operative queste tecniche, attraverso il manuale del Primo Battaglione Terra, di cui tutt'oggi si può trovare traccia presso il sito ufficiale: www.firstearthbattalion.org
Jim Channon è decisamente un personaggio "sui generis". E' un ex militare, ma è anche un hippie nel vero senso della parola. E' una persona molto razionale, ma nel contempo sogna un esercito di pace, che porti effettivamente la pace nel mondo, ovvero che armonizzi la politica in nome della Terra e del pianeta attraverso la ricerca della risoluzione dei conflitti per mezzo di metodi non distruttivi.
Nel film "L'uomo che fissa le capre" il Tenente Colonnello Channon è interpretato da Jeff Bridges e si chiama Bill Django. Un capellone in uniforme, così come lo era, di fatto, lo stesso Channon.
Oggi Jim Channon è un consulente aziendale e cerca di portare, nel mondo degli affari, quel tipo di valori etici che cercò di insegnare all'esercito di Reagan.

Consiglio a chiunque la lettura de "L'uomo che fissa le capre" di Jon Ronson, molto di più della visione del film che, in realtà, ne è una squinternata parodia.
Il saggio di Ronson, che si legge come un romanzo e che sembra davvero un romanzo, aprirà certamente molte menti e farà riflettere. Farà riflettere sugli USA, sul loro sistema (im)politico, sui media, su vere o presunte cospirazioni, ma soprattutto sulla necessità di nuove forme di comunicazione fra gli individui. E sulla ricerca del bene più prezioso, che nessuno Stato e nessuna forma politica ci può fornire (anzi !), ovvero la ricerca della pace interiore, premessa per la pace dell'intero pianeta.
Persone come Jim Channon hanno forse aperto una piccola via in questo senso.

Luca Bagatin

giovedì 26 novembre 2015

Sui conflitti, sulla democrazia, sulla religione, sulla libertà, sull'economia. Riflessioni di Luca Bagatin (tratte da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it)


Democrazia è governo di popolo.
Non governo della maggioranza.


Non credo in nessuna religione.
Per questo credo in Dio.

I conflitti, ogni tipo di conflitto, nascono dalla nefasta propensione umana dell'invadere la sfera altrui. E ciò può avvenire in molti modi: giudicando il prossimo, facendogli violenza nelle innumerevoli forme possibili (da quella verbale a quella fisica), disturbando o interessandosi agli affari altrui, rompendo le cose altrui (sia metaforicamente che fisicamente) ecc...
Chi si fa gli affari propri campa cent'anni.
Chi non se li fa, finisce per creare situazioni di conflitto e spesso non campa a lungo o, quantomeno, ci auguriamo che ciò non accada.
Una società che voglia evitare i conflitti deve imparare a non essere una società di rompicoglioni (nelle più varie forme possibili).


(Troppa) libertà (di scelta) è schiavitù.

Penso che l'unica lotta efficace alla disoccupazione si trasformarla in tempo libero. E che ci guadagno ? Tempo libero. E come vivo ? Con il baratto. E cosa baratto ? Ciò che non serve a te, ma serve ad altri. E viceversa.

L'Italia è il Paese delle infarstrutture inutili e dannose (vedi TAV e probabile ponte di Messina). Da decenni osservo anche la realizzazione di inutili rotonde stradali e quant'altro...e poi i Comuni italiani, le Province e le Regioni sono sempre lì a battare cassa e a lamentarsi !
I danari pubblici andrebbero usati per una cosa sola: fare stare bene i cittadini, non i politici e le aziende appaltatrici !