La politica, in Europa e non solo, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente. Non è soltanto crisi di consenso, ma di leadership, trasparenza e autonomia.
Le recenti polemiche nate attorno alle presunte chat tra alcuni leader europei, tra cui spiccano Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, finiti al centro dell’attenzione del Mediatore Europeo per questioni legate alla trasparenza istituzionale, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Al di là dell’esito delle verifiche e delle responsabilità effettive, emerge un dato politico inquietante: l’impressione di un ristretto circuito decisionale nel quale pochi attori si confrontano, come membri di un club esclusivo, lontano dagli occhi dei cittadini, mentre le grandi questioni del continente vengono sottratte al dibattito democratico.
E
del resto sono passati soli pochi anni dal Qatar-gate per cui la
magistratura belga avviò una vasta operazione su gravi episodi di
corruzione, riciclaggio, e associazione criminale legati a tentativi di
influenzare anche quelle poche decisioni che sono in capo al Parlamento
Europeo. Fu scandalo che mise in risalto non tanto la corruttibilità e
amoralità sempre dietro l’angolo di una singola persona, quanto
piuttosto che vi è una criticità strutturale rapportabile al peso delle
lobby, ai meccanismi di trasparenza e controllo interno nella stessa
Unione Europea.
La
prima domanda che mi sovviene, e che attiene al ruolo della stessa EU, è
che se il Parlamento che dovrebbe rappresentare cinquecento milioni di
cittadini può essere vulnerabile alle pressioni degli stati esteri, ai
grandi interessi economici, alle speculazioni finanziarie, chi tutela
davvero l’autonomia della politica in Europa?
Esiste ancora la politica?
E ancor più: è la politica a governare l’economia o ne è diventato un semplice braccio amministrativo?
L’Europa appare sempre più governata da una tecnocrazia che comunica con sé stessa, autoreferenziale, distante dai bisogni reali delle popolazioni.
Nel frattempo, la gente comune sperimenta un progressivo impoverimento materiale, culturale ed esistenziale. Crescono l’incertezza, la precarietà, il disagio sociale e l’infelicità collettiva. Eppure, questi fenomeni sembrano occupare spazio marginale nelle priorità delle classi dirigenti.
Viene allora spontanea una domanda: chi detta realmente l’agenda politica dell’Occidente contemporaneo?
Molti osservatori individuano nel capitalismo finanziario globale una forza capace di influenzare profondamente le scelte dei governi. Non più soltanto il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, ma il predominio di interessi economici sovranazionali che attraversano indistintamente i diversi schieramenti politici.
Questo
è il vero motivo per cui anche in Italia la disertazione delle urne è
fenomeno in costante crescita, espressione di un cattivo stato di salute
della democrazia.
Il voto di
protesta premia l’urlatore di turno, il presunto rompi schema e
anti-sistema, che si presenta puntuale a ogni tornata elettorale con
promesse demagogiche. Si tratta di personaggi che promettono di sortire
un cambiamento ma, una volta raggiunto il potere (che è stato permesso
loro scalare), poi si inchinano e si adattano alle logiche dei grandi
interessi economici e finanziari che dominano la scena globale e
rinnegano quanto con sagace pseudo-pathos si è promesso poco prima dal
palco del comizio plateale.
Le
parole volano e lasciano spazio alla continuità delle politiche mentre
quello che appariva come il coraggio della rottura si trasforma in
prudenza e conformismo.
Urlatori di
mestiere, imbonitori con più o meno classe, spesso in deficit di
competenza e costrutti, una volta ascesa la scala del palazzo “scoprono”
che esistono gerarchie invisibili alle quali occorre rendere “omaggio”.
Si possono forse ignorare in buona fede le cose?
Dietro
i grandi gruppi industriali, siano essi attivi nel settore della
difesa, della farmaceutica o dell’energia, compaiono spesso gli stessi
grandi investitori istituzionali. Colossi come BlackRock, Vanguard e
State Street, figurano tra i principali azionisti di numerosissime
multinazionali operanti nei comparti strategici dell’economia mondiale.
Non
si tratta necessariamente di un centro di comando unitario né di una
regia occulta, ma certamente di una straordinaria concentrazione di
capitale, di influenza e di potere che pone interrogativi democratici
enormi sul nostro presente e futuro.
L’industria
degli armamenti, ad esempio, beneficia di enormi flussi finanziari
provenienti da fondi di investimento, ETF specializzati, fondi pensione e
investitori istituzionali. L’aumento delle spese militari europee e
della NATO ha generato nuove opportunità di profitto per i mercati
finanziari.
Ma
lo stesso fenomeno si osserva nel settore farmaceutico e in quello
energetico. Gli stessi grandi gestori patrimoniali detengono
partecipazioni significative nelle principali aziende dei tre comparti,
creando una rete di interessi che travalica i confini delle singole
industrie.
È
qui che nasce la figura simbolica da me immaginata dei “Signori delle
Tre S”: Soldi, Scommessa e Speculazione. Sono i Signori che governano i
destini del mondo.
Per
costoro la società non rappresenta una comunità da far prosperare,
bensì un enorme mercato sul quale allocare capitali, massimizzare
rendimenti e trasformare ogni crisi in opportunità economica per sé
stessi.
Anche la guerra, in questa prospettiva, appare un gigantesco laboratorio, un ricco affare.
L’Ucraina,
ad esempio, non è soltanto il teatro di un dramma umano e geopolitico
immenso; è anche il contesto nel quale si sperimentano nuove tecnologie
militari, sistemi di difesa avanzati, droni, satelliti, intelligenza
artificiale applicata al combattimento e nuovi modelli industriali.
Gli
Stati Uniti, del resto, non costituiscono un blocco monolitico.
Esistono molte Americhe: quella della democrazia costituzionale, quella
dell’innovazione scientifica, quella della società civile, ma anche
quella del potente establishment finanziario e lobbistico che ruota
attorno al complesso militare-industriale. Tutte queste Americhe hanno
un solo Presidente e quello attuale sembra fantasioso, bizzarro nelle
sue affermazioni contraddittorie, ma ogni qual volta proferisce verbo,
convintosi di una missione anche messianica, sta di fatto che le borse
volano e premiano questo o quel magnate, magari pure amico.
Un
sistema di interessi e cointeressenze che, come denunciava già
Eisenhower nel suo celebre discorso del 1961, possiede una capacità di
influenza enorme sulle decisioni pubbliche e sulla postura dei leader.
Chi per esempio trae profitto dalla produzione di armamenti e dalla loro continua evoluzione tecnologica difficilmente può considerare irrilevante un conflitto che offre possibilità di sviluppo, sperimentazione e mercato senza precedenti. Ecco quindi la difficoltà della Pace.
Naturalmente, ridurre la complessità del mondo contemporaneo a un’unica spiegazione sarebbe un errore. La realtà è sempre più articolata delle narrazioni ideologiche. Tuttavia, ignorare il peso crescente della grande finanza nelle dinamiche politiche sarebbe altrettanto ingenuo.
La vera questione resta un’altra: quale società immaginano i Signori delle Tre S?
Una società fondata sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul benessere diffuso e sulla partecipazione democratica, oppure una società nella quale ogni aspetto dell’esistenza umana diventa oggetto di investimento, scommessa e speculazione?
Se
la politica rinuncia alla propria autonomia e si limita a gestire gli
interessi dei grandi flussi finanziari globali, allora la democrazia
rischia di trasformarsi in una semplice procedura, svuotata della sua
funzione originaria quel “non aggiungere al natural dolore” che Mario
Bergamo, si affannava a predicare e perseguire con la propria azione
politica di repubblicano sociale antifascista del ‘900.
Rapportando
questo pensiero politico filosofico all’oggi significa che la politica
deve rappresentare i bisogni, le speranze e le sofferenze delle persone
comuni e agire in tal senso.
Forse
la crisi della leadership in Occidente nasce dalla progressiva
sostituzione della politica con la finanza, del cittadino con
l’investitore, della comunità con il mercato.
Quando
la politica smette di occuparsi della prosperità collettiva per
inseguire esclusivamente gli imperativi della redditività, quando la
politica rinuncia a essere lei a guidare l’economia e si limita a
gestire ciò che i mercati ritengono conveniente, smette di immaginare il
futuro e si limita a amministrare il presente.
La
politica storicamente era lo spazio delle grandi visioni collettive: la
costruzione dello Stato sociale, della scuola pubblica, dei diritti del
lavoro, di una sanità universale, dei grandi progetti infrastrutturali,
persino dell’idea stessa di Europa.
Oggi
tutto si è invertito: non più la finanza al servizio di un progetto
politico ma la politica a dover rassicurare continuamente i mercati, gli
investitori, le agenzie di rating, i grandi flussi di capitale, gli
speculatori.
Il problema quindi non è solo politico- sociale-economico ma è antropologico e culturale.
Se
ogni decisione viene valutata in termini di rendimento, efficienza e
competitività allora scompaiono domande profonde sul tipo di società da
costruire, quale tipo di felicità umana si persegua, quale posto
assegnare a lavoro, famiglia e cultura ma soprattutto quale eredità
vogliamo lasciare alle generazioni future.
Forse
la più tragica vittoria della finanza globale non consiste nell’aver
conquistato i governi, ma nell’aver ristretto l’orizzonte
dell’immaginabile. La politica non progetta più il domani: gestisce
vincoli, rispetta parametri, rassicura investitori. Non costruisce il
futuro, lo contabilizza.
E’ un continuo attentare all’utopia, alla filosofia e alla speranza collettiva.
Allora
diventa essenziale porre una domanda aperta e che attraversa tutto il
nostro tempo: chi ha il diritto di immaginare il futuro? I cittadini
attraverso la politica o i grandi flussi di capitale attraverso la
logica del rendimento?
E’ proprio quì che si gioca la crisi della democrazia contemporanea.
Paola Bergamo

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