martedì 30 giugno 2026

Soldi, scommesse, speculazione: il potere che governa il mondo e il declino della politica in Occidente. Articolo di Paola Bergamo

 

La politica, in Europa e non solo, attraversa una delle crisi più profonde della sua storia recente. Non è soltanto crisi di consenso, ma di leadership, trasparenza e autonomia.

Le recenti polemiche nate attorno alle presunte chat tra alcuni leader europei, tra cui spiccano Zelensky e la presidente della Commissione Ursula von der Leyen, finiti al centro dell’attenzione del Mediatore Europeo per questioni legate alla trasparenza istituzionale, rappresentano soltanto la punta dell’iceberg. Al di là dell’esito delle verifiche e delle responsabilità effettive, emerge un dato politico inquietante: l’impressione di un ristretto circuito decisionale nel quale pochi attori si confrontano, come membri di un club esclusivo, lontano dagli occhi dei cittadini, mentre le grandi questioni del continente vengono sottratte al dibattito democratico.

E del resto sono passati soli pochi anni dal Qatar-gate per cui la magistratura belga avviò una vasta operazione su gravi  episodi di corruzione, riciclaggio, e associazione criminale legati a tentativi di influenzare anche quelle poche decisioni che sono in capo al Parlamento Europeo. Fu scandalo che mise in risalto non tanto la corruttibilità e amoralità sempre dietro l’angolo di una singola persona, quanto piuttosto che vi è una criticità strutturale rapportabile al peso delle lobby, ai meccanismi di trasparenza e controllo interno nella stessa Unione Europea.

La prima domanda che mi sovviene, e che attiene al ruolo della stessa EU, è che se il Parlamento che dovrebbe rappresentare cinquecento milioni di cittadini può essere vulnerabile alle pressioni degli stati esteri, ai grandi interessi economici, alle speculazioni finanziarie, chi tutela davvero l’autonomia della politica in Europa?
Esiste ancora la politica?
E ancor più: è la politica a governare l’economia o ne è diventato un semplice braccio amministrativo?

L’Europa appare sempre più governata da una tecnocrazia che comunica con sé stessa, autoreferenziale, distante dai bisogni reali delle popolazioni.

Nel frattempo, la gente comune sperimenta un progressivo impoverimento materiale, culturale ed esistenziale. Crescono l’incertezza, la precarietà, il disagio sociale e l’infelicità collettiva. Eppure, questi fenomeni sembrano occupare spazio marginale nelle priorità delle classi dirigenti.

Viene allora spontanea una domanda: chi detta realmente l’agenda politica dell’Occidente contemporaneo?

Molti osservatori individuano nel capitalismo finanziario globale una forza capace di influenzare profondamente le scelte dei governi. Non più soltanto il tradizionale conflitto tra destra e sinistra, ma il predominio di interessi economici sovranazionali che attraversano indistintamente i diversi schieramenti politici.

Questo è il vero motivo per cui anche in Italia la disertazione delle urne è fenomeno in costante crescita, espressione di un cattivo stato di salute della democrazia.
Il voto di protesta premia l’urlatore di turno, il presunto rompi schema e anti-sistema, che si presenta puntuale a ogni tornata elettorale con promesse demagogiche. Si tratta di personaggi che promettono di sortire un cambiamento ma, una volta raggiunto il potere (che è stato permesso loro scalare), poi si inchinano e si adattano alle logiche dei grandi interessi economici e finanziari che dominano la scena globale e rinnegano quanto con sagace pseudo-pathos si è promesso poco prima dal palco del comizio plateale.

Le parole volano e lasciano spazio alla continuità delle politiche mentre quello che appariva come il coraggio della rottura si trasforma in prudenza e conformismo.
Urlatori di mestiere, imbonitori con più o meno classe, spesso in deficit di competenza e costrutti, una volta ascesa la scala del palazzo “scoprono” che esistono gerarchie invisibili alle quali occorre rendere “omaggio”.
Si possono forse ignorare in buona fede le cose?

Dietro i grandi gruppi industriali, siano essi attivi nel settore della difesa, della farmaceutica o dell’energia, compaiono spesso gli stessi grandi investitori istituzionali. Colossi come BlackRock, Vanguard e State Street, figurano tra i principali azionisti di numerosissime multinazionali operanti nei comparti strategici dell’economia mondiale.
Non si tratta necessariamente di un centro di comando unitario né di una regia occulta, ma certamente di una straordinaria concentrazione di capitale, di influenza e di potere che pone interrogativi democratici enormi sul nostro presente e futuro.

L’industria degli armamenti, ad esempio, beneficia di enormi flussi finanziari provenienti da fondi di investimento, ETF specializzati, fondi pensione e investitori istituzionali. L’aumento delle spese militari europee e della NATO ha generato nuove opportunità di profitto per i mercati finanziari.
Ma lo stesso fenomeno si osserva nel settore farmaceutico e in quello energetico. Gli stessi grandi gestori patrimoniali detengono partecipazioni significative nelle principali aziende dei tre comparti, creando una rete di interessi che travalica i confini delle singole industrie.

È qui che nasce la figura simbolica da me immaginata dei “Signori delle Tre S”: Soldi, Scommessa e Speculazione. Sono i Signori che governano i destini del mondo.
Per costoro la società non rappresenta una comunità da far prosperare, bensì un enorme mercato sul quale allocare capitali, massimizzare rendimenti e trasformare ogni crisi in opportunità economica per sé stessi.
Anche la guerra, in questa prospettiva, appare un gigantesco laboratorio, un ricco affare.
L’Ucraina, ad esempio, non è soltanto il teatro di un dramma umano e geopolitico immenso; è anche il contesto nel quale si sperimentano nuove tecnologie militari, sistemi di difesa avanzati, droni, satelliti, intelligenza artificiale applicata al combattimento e nuovi modelli industriali.

Gli Stati Uniti, del resto, non costituiscono un blocco monolitico. Esistono molte Americhe: quella della democrazia costituzionale, quella dell’innovazione scientifica, quella della società civile, ma anche quella del potente establishment finanziario e lobbistico che ruota attorno al complesso militare-industriale. Tutte queste Americhe hanno un solo Presidente e quello attuale sembra fantasioso, bizzarro nelle sue affermazioni contraddittorie, ma ogni qual volta proferisce verbo, convintosi di una missione anche messianica, sta di fatto che le borse volano e premiano questo o quel  magnate, magari pure amico.
Un sistema di interessi e cointeressenze che, come denunciava già Eisenhower nel suo celebre discorso del 1961, possiede una capacità di influenza enorme sulle decisioni pubbliche e sulla postura dei leader.

Chi per esempio trae profitto dalla produzione di armamenti e dalla loro continua evoluzione tecnologica difficilmente può considerare irrilevante un conflitto che offre possibilità di sviluppo, sperimentazione e mercato senza precedenti. Ecco quindi la difficoltà della Pace.

Naturalmente, ridurre la complessità del mondo contemporaneo a un’unica spiegazione sarebbe un errore. La realtà è sempre più articolata delle narrazioni ideologiche. Tuttavia, ignorare il peso crescente della grande finanza nelle dinamiche politiche sarebbe altrettanto ingenuo.

La vera questione resta un’altra: quale società immaginano i Signori delle Tre S?

Una società fondata sulla giustizia sociale, sulla solidarietà, sul benessere diffuso e sulla partecipazione democratica, oppure una società nella quale ogni aspetto dell’esistenza umana diventa oggetto di investimento, scommessa e speculazione?

Se la politica rinuncia alla propria autonomia e si limita a gestire gli interessi dei grandi flussi finanziari globali, allora la democrazia rischia di trasformarsi in una semplice procedura, svuotata della sua funzione originaria quel “non aggiungere al natural dolore” che Mario Bergamo, si affannava a predicare e perseguire con la propria azione politica di repubblicano sociale antifascista del ‘900.
Rapportando questo pensiero politico filosofico all’oggi significa che la politica deve rappresentare i bisogni, le speranze e le sofferenze delle persone comuni e agire in tal senso.

Forse la crisi della leadership in Occidente nasce dalla progressiva sostituzione della politica con la finanza, del cittadino con l’investitore, della comunità con il mercato.
Quando la politica smette di occuparsi della prosperità collettiva per inseguire esclusivamente gli imperativi della redditività, quando la politica rinuncia a essere lei a guidare l’economia e si limita a gestire ciò che i mercati ritengono conveniente, smette di immaginare il futuro e si limita a amministrare il presente.

La politica storicamente era lo spazio delle grandi visioni collettive: la costruzione dello Stato sociale, della scuola pubblica, dei diritti del lavoro, di una sanità universale, dei grandi progetti infrastrutturali, persino dell’idea stessa di Europa.
Oggi tutto si è invertito: non più la finanza al servizio di un progetto politico ma la politica a dover rassicurare continuamente i mercati, gli investitori, le agenzie di rating, i grandi flussi di capitale, gli speculatori.

Il problema quindi non è solo politico- sociale-economico ma è antropologico e culturale.
Se ogni decisione viene valutata in termini di rendimento, efficienza e competitività allora scompaiono domande profonde sul tipo di società da costruire, quale tipo di felicità umana si persegua, quale posto assegnare a lavoro, famiglia e cultura ma soprattutto quale eredità vogliamo lasciare alle generazioni future.

Forse la più tragica vittoria della finanza globale non consiste nell’aver conquistato i governi, ma nell’aver ristretto l’orizzonte dell’immaginabile. La politica non progetta più il domani: gestisce vincoli, rispetta parametri, rassicura investitori. Non costruisce il futuro, lo contabilizza.
E’ un continuo attentare all’utopia, alla filosofia e alla speranza collettiva.
Allora diventa essenziale porre una domanda aperta e che attraversa tutto il nostro tempo: chi ha il diritto di immaginare il futuro? I cittadini attraverso la politica o i grandi flussi di capitale attraverso la logica del rendimento?
E’ proprio quì che si gioca la crisi della democrazia contemporanea.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu 

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