Il 2 giugno si festeggia la Repubblica, ma continuano ad essere dimenticati, volutamente o meno, non pochi eroi che, alla costruzione della Repubblica, quella autentica, non partitocratica, non oligarchica, sociale e fondata su sovranità e indipendenza, diedero la vita.
Pensiamo a Giuseppe Mazzini, morto a Pisa il 10 marzo 1872, sotto il falso nome di George Brown.
E ciò perché considerato sovversivo e ricercato dalle autorità monarchiche nel neonato Regno d'Italia.
Giuseppe Mazzini, in particolare, teorizzava un'Italia e un'Europa unite, affratellate e fondate sull'unione fra il capitale e il lavoro.
Egli nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa, del 1871, scrisse:
“Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.
Giuseppe Garibaldi, la cui memoria ancora oggi viene vilipesa e offesa da troppi ignoranti, revisionisti neo-borbonici o di destra, non ebbe miglior destino.
Egli, socialista sansimoniano e Eroe dei Due Mondi, prima di abbandonare per sempre il suo seggio al Parlamento italiano, per tornarsene nella sua Caprera a fare il contadino, schifato dalla politica post-risorgimentale dell'epoca, dichiarò: “Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento vi troveranno cose da cloaca”.
Ma altri furono ancora gli eroi repubblicani, mazziniani e garibaldini, i cui ideali furono vilipesi, accantonati, traditi, oscurati, anche in quel Partito Repubblicano Italiano che, un tempo glorioso partito rivoluzionario di estrema sinistra, con Ugo La Malfa e successori divenne un partitino liberale di destra ultra-borghese e sostanzialmente ininfluente.
Parliamo di Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Alfredo Bottai e Giulio Andrea Belloni.
Randolfo Pacciardi (1899–1991) fu un combattente, un eroe e un antitotalitarista; proprio per questo la sua storia fu, molto probabilmente, volutamente rimossa dalla memoria di quell’Italia che egli tentò, a rischio della vita, di edificare.
In nome di Mazzini e di Garibaldi fu audace eroe antifascista della Guerra di Spagna, al comando del Battaglione Garibaldi, nonché fu fiero anticomunista, specie dopo aver conosciuto i massacri contro i repubblicani, i socialisti e gli anarchici operati dai comunisti europei su ordine di Stalin.
Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953.
Estraneo alla cultura liberaldemocratica, si oppose alla formula di Centro-Sinistra e quindi a Ugo La Malfa, che purtroppo lo espulse dal partito negli anni ’60.
Espulso dal PRI, Pacciardi fondò – nel 1964 – il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni nettamente presidenzialiste e solo per questo fu sospettato ingiustamente di simpatie fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo!) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo, che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel Paese.
Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo. Se solo parlassimo di una vera Repubblica, democratica e fondata su principi mazziniani e garibaldini.
L’idea pacciardiana di Repubblica presidenziale, ispirata a Charles De Gaulle, prefigurava un Presidente eletto e sganciato dal parlamento partitocratico, tendendo così verso una democrazia partecipativa, nel solco di Giuseppe Mazzini.
Così come nel solco di Mazzini saranno le sue idee politiche e sociali, caratterizzate dall’unione fra capitale e lavoro nelle stesse mani, fondamento di una Repubblica che avrebbe dovuto essere contraria ad ogni mentalità parlamentaristica, fondata sugli interessi di retrobottega dei partiti e sulle lobby economiche che li sostengono.
Questi i fondamenti ideali di quella Unione Democratica per la Nuova Repubblica (il cui nome derivava dal partito gollista Unione per la Nuova Repubblica) che ispirò – nel 1969 – finanche il movimento giovanile di derivazione nazionalcomunista Lotta di Popolo, che ebbe, fra i suoi riferimenti ideali e culturali, oltre che Pacciardi, anche Che Guevara, Juan Domingo Peron, Jack Kerouac, Julius Evola e Pierre-Joseph Proudhon.
Quella pacciardiana fu un’idea e una prospettiva, sia istituzionale che sociale, ispirata a quello che potrebbe essere definito “socialismo mazziniano”, retto da tre pilastri: federalismo sociale, associazionismo volontario (o cooperativismo) e democrazia diretta.
Aspetti peraltro condivisi e portati avanti dall’altro contemporaneo compagno di partito, Mario Bergamo (1892 – 1963), la cui vicenda politica merita, parimenti, di essere ricordata e onorata, perché con Pacciardi ha innumerevoli punti in comune.
Trevigiano, antifascista, repubblicano della prima ora, anche Mario Bergamo subirà la medesima sorte di Pacciardi, ovvero l’oblio politico a causa delle sue idee saldamente mazziniane e garibaldine.
Mario Bergamo fu fondatore, nel 1912, a Bologna – a soli vent’anni – dell’Alleanza Universitaria Repubblicana. Successivamente fu capostipite della corrente di sinistra del PRI, denominata “Repubblica Sociale”, la quale mirava a recuperare l’ideale autogestionario e cooperativista di Giuseppe Mazzini.
Fervido sostenitore, anche negli organi di stampa, dell’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambriis, oltre che del cooperativismo, nel 1919, fonderà, assieme all’allora repubblicano Pietro Nenni, al fratello Guido e al socialista Arpinati, il Fascio di combattimento di Bologna, abbandonandolo poco dopo nel momento in cui le idee squadriste e violente di Mussolini presero il sopravvento. Egli stesso ricevette le percosse dei fascisti e il suo studio fu più volte devastato.
Fu eletto, nel 1924, nelle file del Partito Repubblicano Italiano e, dalle colonne de “La Voce Repubblicana”, divenne uno dei più acerrimi oppositori al fascismo mussoliniano e propose la costituzione di un partito repubblicano-socialista, in grado di raccogliere le migliori forze antifasciste.
Nel 1926, accusato dell’attentato contro Mussolini, fu costretto a fuggire, assieme a Nenni, prima a Lugano e successivamente a Parigi, contribuendo alla costituzione della Concentrazione antifascista, ponendo ad ogni modo come primo obiettivo l’abolizione della monarchia e la nascita della Repubblica.
Nel 1928 propugnò l’idea di costituire un’Internazionale Repubblicana e, in quell’anno, elaborò la sua teoria sul Nazionalcomunismo, che molti punti aveva in comune sia con l’esperienza dannunziana di Fiume che con il Nazionalbolscevismo promosso dall’ex socialdemocratico tedesco Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel, i primi a combattere – in Germania – il nascente nazismo hitleriano e a subirne le persecuzioni.
Il Nazionalcomunismo, termine ideato dallo stesso Bergamo, non era altro che un recupero del repubblicanesimo mazziniano originario e degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, fuso con il nascente Bolscevismo sovietico e gli ideali patriottici. Una fusione, in sostanza, fra il nazionale e l’internazionale, che avrebbe dovuto portare alla nascita di una Repubblica Sociale.
Non sappiamo se Bergamo – che sempre si definì un “socialista mazziniano” – abbia avuto rapporti, anche epistolari, con Niekisch o avesse attinto alle sue pubblicazioni (al giornale Widerstand ad esempio), ad ogni modo, anche il Nazionalbolscevismo, negli stessi anni, voleva fondere gli ideali leninisti con quelli nazionali e patriottici, in opposizione al capitalismo, al liberalismo, all’antisemitismo dei regimi totalitari nazifascisti, proponendo un radicale rinnovamento sociale di stampo repubblicano.
Negli Anni ’30, Mario Bergamo, editò la rivista “I nuovissimi annunci”, ove elaborò e diffuse le sue teorie socio-politiche e, nel 1935, a Parigi, diede alle stampe “Un italiano ribelle” (Un italien révolté), raccolta di epistole a personalità europee nelle quali egli condannava la politica coloniale fascista in Etiopia e l’ipocrisia della Società delle Nazioni.
Sul finire degli Anni ’30, aderirà alla Lega dei combattenti per la pace e, allorquando i nazisti occuperanno la Francia, sarà attivo nell’aiuto ad ebrei e antifascisti.
Mussolini, comunque affascinato dai suoi ideali, gli proporrà più volte di tornare in patria, ma Bergamo sempre rifiuterà. Così come rifiuterà di partecipare alla redazione della costituzione della Repubblica Sociale Italiana nel 1943. Il suo rifiuto del fascismo e l’opposizione allo stesso furono sempre totali e intransigenti.
Mario Bergamo, peraltro, si rifiuterà di tornare in Italia anche alla fine della guerra, ritenendo che la nuova Repubblica non avesse imparato nulla dalle tristi vicende del fascismo e non rispecchiasse affatto l’idea di Repubblica popolare e socialista propugnata da Mazzini e Garibaldi.
Diverrà, successivamente, consigliere legale dell’editore socialista e garibaldino Cino Del Duca, il quale pubblicherà, nel 1965, postumo, il saggio “Nazionalcomunismo”, che raccoglierà gli ideali socialisti e repubblicani del Bergamo.
Mario Bergamo morirà a Parigi nel maggio 1963.
Il figlio di Mario Bergamo, Giorgio Mario, padre della mia carissima amica Paola Bergamo, sarà peraltro e non a caso, uno dei collaboratori del giornale “Nuova Repubblica”, organo del partito di Pacciardi.
Altri importanti promotori delle teorie politico-economiche di Mazzini (già ampiamente approfondite da Nello Rosselli, nel suo “Mazzini e Bakunin” del 1927), come ricorda lo storico Silvio Berardi nel suo “Il socialismo mazziniano” (Sapienza Università Editrice), furono – fra gli altri - Alfredo Bottai (1874 – 1965) e Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957).
Figure che rappresenteranno quella sinistra del Partito Repubblicano Italiano, volutamente dimenticata dal PRI a partire dalla scomparsa di Belloni, nel 1957, ma ancor prima osteggiata, dagli esponenti di quella destra repubblicana, i quali finiranno per trasformare il PRI, come sopra detto, da partito risorgimentale di estrema sinistra, a partito sempre più liberale e al servizio della DC.
Fu Alfredo Bottai a coniare il termine “socialismo mazziniano”, attraverso il suo omonimo saggio, “Socialismo mazziniano”, del 1908.
Saggio nel quale si ponevano al centro i concetti di associazionismo operaio, educazione morale e spirituale degli individui, responsabilizzazione degli stessi e emancipazione sociale.
L'obiettivo di Bottai era quello di cercare un'unità e una sinergia politica fra repubblicani, socialisti, radicali e anarchici, mettendo al primo posto la questione sociale.
Egli fu sincero amico dei sindacalisti rivoluzionari di ispirazione mazziniana Filippo Corridoni e Alceste De Ambris (celebre per aver redatto la dannunziana, libertaria, socialista mazziniana Carta del Carnaro) e diresse il giornale “La Gioventù Sindacalista”.
Egli peraltro protestò sempre, come ricordato da Berardi, contro l'appropriazione del pensiero mazziniano e corridoniano da parte del regime mussoliniano, il quale nei fatti lo stravolse e tradì ampiamente.
E lo fece nonostante fosse il nipote del Ministro fascista Giuseppe Bottai, del quale non condivise mai le idee.
In tutte le sue opere, Bottai, ribadì anche che il socialismo mazziniano nulla aveva a che spartire con il marxismo, in quanto quest'ultimo sopprimeva ogni forma di credenza spirituale, ogni forma di autorità e la proprietà individuale. Mentre i socialisti mazziniani, pur egualmente e radicalmente critici nei confronti del sistema capitalista fondato sul salario e del liberalismo in generale, si opponevano alla lotta di classe e fondavano la loro dottrina sul riconoscimento dei diritti di proprietà e sull'associazionismo operaio, oltre che sull'elevazione morale e spirituale degli individui e sulla fratellanza universale.
Bottai, rifacendosi a Mazzini, ricordava che non vi può essere alcuna libertà, né alcun benessere sociale senza una coscienza morale “ispirata all'idea del dovere, della solidarietà, di un alto concetto della vita”.
Le idee socialiste mazziniane, nel corso degli Anni '20, trovarono una loro diffusione e dimensione e fu così che, a portarle avanti, fu Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957), futuro giurista esperto in criminologia.
Nel 1923 Belloni divenne discepolo di Bottai, oltre che del Padre nobile del Repubblicanesimo italiano, Arcangelo Ghisleri (1855 – 1938), con il quale ebbe lunghi rapporti epistolari.
Belloni, che divenne Segretario nazionale del PRI nel 1924, come scrive Berardi, considerava il mazzinianesimo una sorta di “via italiana al socialismo”.
Belloni e Bottai, con l'avvento del fascismo, militeranno entrambi nelle fila di Giustizia e Libertà, movimento liberalsocialista che ebbe fra i fondatori gli esuli Carlo e Nello Rosselli e, all'interno di GL, diffonderanno le idee socialiste mazziniane.
Nel 1945, Belloni, darà alle stampe il suo “Repubblica e socialismo”, nel solco degli insegnamenti di Mazzini, Ghisleri e Bottai, ma anche del rivoluzionario risorgimentale Carlo Pisacane (1818 – 1857), le cui idee univano il mazzinianesimo, il socialismo libertario e l'anarchismo di Proudhon.
La visione di Belloni si fondava sull'etica del lavoro, sulla lotta al parassitismo e sulla giustizia sociale.
In questo senso, egli, faceva propria l'idea di Gaetano Salvemini (1873 – 1957) di costituire una “terza forza” laico-risorgimentale-socialista (detta anche “concentrazione repubblicana-socialista”, secondo il saggio di Salvemini del 1944), in grado di contrapporsi tanto al bolscevismo del PCI, quanto al clericalismo della DC.
Un terzaforzismo antborghese, anticapitalista, ma inserito a pieno titolo nel solco riformista e dunque volto al dialogo con il PSI di Pietro Nenni (questi peraltro proveniva dalle fila repubblicane) e con il PSLI di Giuseppe Saragat, oltre che con quelle figure del primo Partito Radicale (che nulla aveva a che spartire con la successiva esperienza pannelliana), quali Ernesto Rossi, che avevano una visione contigua e molto simile a quella dei socialisti mazziniani.
In questo senso, Giulio Andrea Belloni, sarà il capostipite della sinistra repubblicana all'interno del PRI. E, in un primo tempo, trovò persino l'appoggio dell'allora Segretario del PRI, Randolfo Pacciardi, anch'egli molto lontano dalle istanze liberali degli ex azionisti come Ugo La Malfa, ovvero dalla destra del partito.
Belloni, peraltro, si troverà molto in sintonia con Guido Bergamo (fratello di quel Mario Bergamo, ex Segretario del PRI, che già negli Anni '20 teorizzava un'unione fra repubblicani e socialisti) e fondatore del Partito Repubblicano Sociale Italiano e del giornale “La Riscossa”, di Treviso.
La sinistra repubblicana di Belloni fonderà la testata “L'Idea Repubblicana” e spesso entrò in contrasto con “La Voce Repubblicana” e con la destra del PRI, per nulla legata alla tradizione risorgimentale mazziniana, ma vicina al “New Deal” rooseveltiano.
Anche Bottai, sostenendo le idee di Belloni, ricordava sempre, sulle pagine de “L'Idea Repubblicana”, che la sinistra repubblicana non si contrapponeva frontalmente al marxismo e al comunismo, pur essendone avversaria. Bensì si contrapponeva a tutti coloro i quali erano nemici del lavoro. Essa si batteva per la scomparsa del “regime del salario” e avrebbe lottato accanto a tutti coloro i quali “combattono questa borghesia gretta, egoistica e supremamente stupida”.
Il dialogo con i socialisti di Nenni, ad ogni modo, fallirà, in quanto questi finiranno per unirsi al PCI nell'ambito del Fronte Democratico Popolare (così come fecero anche i repubblicani sociali di Guido Bergamo).
Nel corso degli Anni '50, ad ogni modo, i socialisti mazziniani finiranno per essere sempre più marginalizzati, all'interno del PRI.
Alcuni, come Oliviero Zuccarini (1883 – 1971), fonderanno l'Unione di Rinascita Repubblicana e, nel 1953, contribuiranno, assieme ad alcuni esponenti di Giustizia e Libertà e fuoriusciti socialdemocratici, a costituire il movimento Unità Popolare.
Belloni rimarrà nel PRI, per spirito unitario.
Morirà prematuramente nel 1957 e così anche la corrente di sinistra repubblicana non gli sopravvisse, perché i suoi amici e discepoli non ebbero la forza di lottare all'interno di un PRI che ormai aveva preso una piega totalmente liberale e opposta agli ideali originari.
Figure eroiche e emblematiche della Sinistra italiana, quella autentica e non equivoca, ovvero non compromessa né con Mosca né con Washington.
Una Sinistra che non esiste più, da moltissimi decenni e che è stata soffocata tanto dalle correnti liberali che da quelle marxiste, oltre che da quelle fasciste o post-fasciste che dir si voglia.
Il 2 giugno dovrebbe essere la festa degli eroi che ho qui descritto, ma così non è.
E non lo è perché, la Repubblica sognata e delineata da Mazzini, Garibaldi, Bergamo, Pacciardi, Bottai, Belloni non è quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica. Ma su partiti/schieramenti liberal capitalisti che fingono di contrapporsi, i cui esponenti sono eletti peraltro con leggi elettorali incostituzionali dal 1994 ad oggi.
Una Repubblica che investe in armi, da dare anche a Paesi a noi totalmente estranei, anziché investire in sanità, scuola, ricerca.
Una Repubblica nella quale le baby gang e la violenza dilagano nelle strade e in cui l'educazione e l'elevazione morale mazziniana è tanto sconosciuta quanto ignorata o calpestata.
Una Repubblica che va completamente ricostruita, a partire dal rispetto e dall'applicazione della Costituzione e nella quale dovrebbero essere posti al centro i valori di giustizia e democrazia, purtroppo ampiamente accantonati da molti, troppi anni.
Luca Bagatin

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