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lunedì 1 giugno 2026

2 Giugno: la Repubblica dimenticata di Mazzini, Garibaldi e della tradizione repubblicana originaria. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 2 giugno si festeggia la Repubblica, ma continuano ad essere dimenticati, volutamente o meno, non pochi eroi che, alla costruzione della Repubblica, quella autentica, non partitocratica, non oligarchica, sociale e fondata su sovranità e indipendenza, diedero la vita.

Pensiamo a Giuseppe Mazzini, morto a Pisa il 10 marzo 1872, sotto il falso nome di George Brown.

E ciò perché considerato sovversivo e ricercato dalle autorità monarchiche nel neonato Regno d'Italia.

Giuseppe Mazzini, in particolare, teorizzava un'Italia e un'Europa unite, affratellate e fondate sull'unione fra il capitale e il lavoro.

Egli nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa, del 1871, scrisse:

Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Giuseppe Garibaldi, la cui memoria ancora oggi viene vilipesa e offesa da troppi ignoranti, revisionisti neo-borbonici o di destra, non ebbe miglior destino.

Egli, socialista sansimoniano e Eroe dei Due Mondi, prima di abbandonare per sempre il suo seggio al Parlamento italiano, per tornarsene nella sua Caprera a fare il contadino, schifato dalla politica post-risorgimentale dell'epoca, dichiarò: “Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento vi troveranno cose da cloaca”.

Ma altri furono ancora gli eroi repubblicani, mazziniani e garibaldini, i cui ideali furono vilipesi, accantonati, traditi, oscurati, anche in quel Partito Repubblicano Italiano che, un tempo glorioso partito rivoluzionario di estrema sinistra, con Ugo La Malfa e successori divenne un partitino liberale di destra ultra-borghese e sostanzialmente ininfluente.

Parliamo di Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Alfredo Bottai e Giulio Andrea Belloni.

Randolfo Pacciardi (1899–1991) fu un combattente, un eroe e un antitotalitarista; proprio per questo la sua storia fu, molto probabilmente, volutamente rimossa dalla memoria di quell’Italia che egli tentò, a rischio della vita, di edificare.

In nome di Mazzini e di Garibaldi fu audace eroe antifascista della Guerra di Spagna, al comando del Battaglione Garibaldi, nonché fu fiero anticomunista, specie dopo aver conosciuto i massacri contro i repubblicani, i socialisti e gli anarchici operati dai comunisti europei su ordine di Stalin.

Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953.

Estraneo alla cultura liberaldemocratica, si oppose alla formula di Centro-Sinistra e quindi a Ugo La Malfa, che purtroppo lo espulse dal partito negli anni ’60.

Espulso dal PRI, Pacciardi fondò – nel 1964 – il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni nettamente presidenzialiste e solo per questo fu sospettato ingiustamente di simpatie fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo!) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo, che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel Paese.

Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo. Se solo parlassimo di una vera Repubblica, democratica e fondata su principi mazziniani e garibaldini.

L’idea pacciardiana di Repubblica presidenziale, ispirata a Charles De Gaulle, prefigurava un Presidente eletto e sganciato dal parlamento partitocratico, tendendo così verso una democrazia partecipativa, nel solco di Giuseppe Mazzini.

Così come nel solco di Mazzini saranno le sue idee politiche e sociali, caratterizzate dall’unione fra capitale e lavoro nelle stesse mani, fondamento di una Repubblica che avrebbe dovuto essere contraria ad ogni mentalità parlamentaristica, fondata sugli interessi di retrobottega dei partiti e sulle lobby economiche che li sostengono.

Questi i fondamenti ideali di quella Unione Democratica per la Nuova Repubblica (il cui nome derivava dal partito gollista Unione per la Nuova Repubblica) che ispirò – nel 1969 – finanche il movimento giovanile di derivazione nazionalcomunista Lotta di Popolo, che ebbe, fra i suoi riferimenti ideali e culturali, oltre che Pacciardi, anche Che Guevara, Juan Domingo Peron, Jack Kerouac, Julius Evola e Pierre-Joseph Proudhon.

Quella pacciardiana fu un’idea e una prospettiva, sia istituzionale che sociale, ispirata a quello che potrebbe essere definito “socialismo mazziniano”, retto da tre pilastri: federalismo sociale, associazionismo volontario (o cooperativismo) e democrazia diretta.

Aspetti peraltro condivisi e portati avanti dall’altro contemporaneo compagno di partito, Mario Bergamo (1892 – 1963), la cui vicenda politica merita, parimenti, di essere ricordata e onorata, perché con Pacciardi ha innumerevoli punti in comune.

Trevigiano, antifascista, repubblicano della prima ora, anche Mario Bergamo subirà la medesima sorte di Pacciardi, ovvero l’oblio politico a causa delle sue idee saldamente mazziniane e garibaldine.

Mario Bergamo fu fondatore, nel 1912, a Bologna – a soli vent’anni – dell’Alleanza Universitaria Repubblicana. Successivamente fu capostipite della corrente di sinistra del PRI, denominata “Repubblica Sociale”, la quale mirava a recuperare l’ideale autogestionario e cooperativista di Giuseppe Mazzini.

Fervido sostenitore, anche negli organi di stampa, dell’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambriis, oltre che del cooperativismo, nel 1919, fonderà, assieme all’allora repubblicano Pietro Nenni, al fratello Guido e al socialista Arpinati, il Fascio di combattimento di Bologna, abbandonandolo poco dopo nel momento in cui le idee squadriste e violente di Mussolini presero il sopravvento. Egli stesso ricevette le percosse dei fascisti e il suo studio fu più volte devastato.

Fu eletto, nel 1924, nelle file del Partito Repubblicano Italiano e, dalle colonne de “La Voce Repubblicana”, divenne uno dei più acerrimi oppositori al fascismo mussoliniano e propose la costituzione di un partito repubblicano-socialista, in grado di raccogliere le migliori forze antifasciste.

Nel 1926, accusato dell’attentato contro Mussolini, fu costretto a fuggire, assieme a Nenni, prima a Lugano e successivamente a Parigi, contribuendo alla costituzione della Concentrazione antifascista, ponendo ad ogni modo come primo obiettivo l’abolizione della monarchia e la nascita della Repubblica.

Nel 1928 propugnò l’idea di costituire un’Internazionale Repubblicana e, in quell’anno, elaborò la sua teoria sul Nazionalcomunismo, che molti punti aveva in comune sia con l’esperienza dannunziana di Fiume che con il Nazionalbolscevismo promosso dall’ex socialdemocratico tedesco Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel, i primi a combattere – in Germania – il nascente nazismo hitleriano e a subirne le persecuzioni.

Il Nazionalcomunismo, termine ideato dallo stesso Bergamo, non era altro che un recupero del repubblicanesimo mazziniano originario e degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, fuso con il nascente Bolscevismo sovietico e gli ideali patriottici. Una fusione, in sostanza, fra il nazionale e l’internazionale, che avrebbe dovuto portare alla nascita di una Repubblica Sociale.

Non sappiamo se Bergamo – che sempre si definì un “socialista mazziniano” – abbia avuto rapporti, anche epistolari, con Niekisch o avesse attinto alle sue pubblicazioni (al giornale Widerstand ad esempio), ad ogni modo, anche il Nazionalbolscevismo, negli stessi anni, voleva fondere gli ideali leninisti con quelli nazionali e patriottici, in opposizione al capitalismo, al liberalismo, all’antisemitismo dei regimi totalitari nazifascisti, proponendo un radicale rinnovamento sociale di stampo repubblicano.

Negli Anni ’30, Mario Bergamo, editò la rivista “I nuovissimi annunci”, ove elaborò e diffuse le sue teorie socio-politiche e, nel 1935, a Parigi, diede alle stampe “Un italiano ribelle” (Un italien révolté), raccolta di epistole a personalità europee nelle quali egli condannava la politica coloniale fascista in Etiopia e l’ipocrisia della Società delle Nazioni.

Sul finire degli Anni ’30, aderirà alla Lega dei combattenti per la pace e, allorquando i nazisti occuperanno la Francia, sarà attivo nell’aiuto ad ebrei e antifascisti.

Mussolini, comunque affascinato dai suoi ideali, gli proporrà più volte di tornare in patria, ma Bergamo sempre rifiuterà. Così come rifiuterà di partecipare alla redazione della costituzione della Repubblica Sociale Italiana nel 1943. Il suo rifiuto del fascismo e l’opposizione allo stesso furono sempre totali e intransigenti.

Mario Bergamo, peraltro, si rifiuterà di tornare in Italia anche alla fine della guerra, ritenendo che la nuova Repubblica non avesse imparato nulla dalle tristi vicende del fascismo e non rispecchiasse affatto l’idea di Repubblica popolare e socialista propugnata da Mazzini e Garibaldi.

Diverrà, successivamente, consigliere legale dell’editore socialista e garibaldino Cino Del Duca, il quale pubblicherà, nel 1965, postumo, il saggio “Nazionalcomunismo”, che raccoglierà gli ideali socialisti e repubblicani del Bergamo.

Mario Bergamo morirà a Parigi nel maggio 1963.

Il figlio di Mario Bergamo, Giorgio Mario, padre della mia carissima amica Paola Bergamo, sarà peraltro e non a caso, uno dei collaboratori del giornale “Nuova Repubblica”, organo del partito di Pacciardi.

Altri importanti promotori delle teorie politico-economiche di Mazzini (già ampiamente approfondite da Nello Rosselli, nel suo “Mazzini e Bakunin” del 1927), come ricorda lo storico Silvio Berardi nel suo “Il socialismo mazziniano” (Sapienza Università Editrice), furono – fra gli altri - Alfredo Bottai (1874 – 1965) e Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957).

Figure che rappresenteranno quella sinistra del Partito Repubblicano Italiano, volutamente dimenticata dal PRI a partire dalla scomparsa di Belloni, nel 1957, ma ancor prima osteggiata, dagli esponenti di quella destra repubblicana, i quali finiranno per trasformare il PRI, come sopra detto, da partito risorgimentale di estrema sinistra, a partito sempre più liberale e al servizio della DC.

Fu Alfredo Bottai a coniare il termine “socialismo mazziniano”, attraverso il suo omonimo saggio, “Socialismo mazziniano”, del 1908.

Saggio nel quale si ponevano al centro i concetti di associazionismo operaio, educazione morale e spirituale degli individui, responsabilizzazione degli stessi e emancipazione sociale.

L'obiettivo di Bottai era quello di cercare un'unità e una sinergia politica fra repubblicani, socialisti, radicali e anarchici, mettendo al primo posto la questione sociale.

Egli fu sincero amico dei sindacalisti rivoluzionari di ispirazione mazziniana Filippo Corridoni e Alceste De Ambris (celebre per aver redatto la dannunziana, libertaria, socialista mazziniana Carta del Carnaro) e diresse il giornale “La Gioventù Sindacalista”.

Egli peraltro protestò sempre, come ricordato da Berardi, contro l'appropriazione del pensiero mazziniano e corridoniano da parte del regime mussoliniano, il quale nei fatti lo stravolse e tradì ampiamente.

E lo fece nonostante fosse il nipote del Ministro fascista Giuseppe Bottai, del quale non condivise mai le idee.

In tutte le sue opere, Bottai, ribadì anche che il socialismo mazziniano nulla aveva a che spartire con il marxismo, in quanto quest'ultimo sopprimeva ogni forma di credenza spirituale, ogni forma di autorità e la proprietà individuale. Mentre i socialisti mazziniani, pur egualmente e radicalmente critici nei confronti del sistema capitalista fondato sul salario e del liberalismo in generale, si opponevano alla lotta di classe e fondavano la loro dottrina sul riconoscimento dei diritti di proprietà e sull'associazionismo operaio, oltre che sull'elevazione morale e spirituale degli individui e sulla fratellanza universale.

Bottai, rifacendosi a Mazzini, ricordava che non vi può essere alcuna libertà, né alcun benessere sociale senza una coscienza morale “ispirata all'idea del dovere, della solidarietà, di un alto concetto della vita”.

Le idee socialiste mazziniane, nel corso degli Anni '20, trovarono una loro diffusione e dimensione e fu così che, a portarle avanti, fu Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957), futuro giurista esperto in criminologia.

Nel 1923 Belloni divenne discepolo di Bottai, oltre che del Padre nobile del Repubblicanesimo italiano, Arcangelo Ghisleri (1855 – 1938), con il quale ebbe lunghi rapporti epistolari.

Belloni, che divenne Segretario nazionale del PRI nel 1924, come scrive Berardi, considerava il mazzinianesimo una sorta di “via italiana al socialismo”.

Belloni e Bottai, con l'avvento del fascismo, militeranno entrambi nelle fila di Giustizia e Libertà, movimento liberalsocialista che ebbe fra i fondatori gli esuli Carlo e Nello Rosselli e, all'interno di GL, diffonderanno le idee socialiste mazziniane.

Nel 1945, Belloni, darà alle stampe il suo “Repubblica e socialismo”, nel solco degli insegnamenti di Mazzini, Ghisleri e Bottai, ma anche del rivoluzionario risorgimentale Carlo Pisacane (1818 – 1857), le cui idee univano il mazzinianesimo, il socialismo libertario e l'anarchismo di Proudhon.

La visione di Belloni si fondava sull'etica del lavoro, sulla lotta al parassitismo e sulla giustizia sociale.

In questo senso, egli, faceva propria l'idea di Gaetano Salvemini (1873 – 1957) di costituire una “terza forza” laico-risorgimentale-socialista (detta anche “concentrazione repubblicana-socialista”, secondo il saggio di Salvemini del 1944), in grado di contrapporsi tanto al bolscevismo del PCI, quanto al clericalismo della DC.

Un terzaforzismo antborghese, anticapitalista, ma inserito a pieno titolo nel solco riformista e dunque volto al dialogo con il PSI di Pietro Nenni (questi peraltro proveniva dalle fila repubblicane) e con il PSLI di Giuseppe Saragat, oltre che con quelle figure del primo Partito Radicale (che nulla aveva a che spartire con la successiva esperienza pannelliana), quali Ernesto Rossi, che avevano una visione contigua e molto simile a quella dei socialisti mazziniani.

In questo senso, Giulio Andrea Belloni, sarà il capostipite della sinistra repubblicana all'interno del PRI. E, in un primo tempo, trovò persino l'appoggio dell'allora Segretario del PRI, Randolfo Pacciardi, anch'egli molto lontano dalle istanze liberali degli ex azionisti come Ugo La Malfa, ovvero dalla destra del partito.

Belloni, peraltro, si troverà molto in sintonia con Guido Bergamo (fratello di quel Mario Bergamo, ex Segretario del PRI, che già negli Anni '20 teorizzava un'unione fra repubblicani e socialisti) e fondatore del Partito Repubblicano Sociale Italiano e del giornale “La Riscossa”, di Treviso.

La sinistra repubblicana di Belloni fonderà la testata “L'Idea Repubblicana” e spesso entrò in contrasto con “La Voce Repubblicana” e con la destra del PRI, per nulla legata alla tradizione risorgimentale mazziniana, ma vicina al “New Deal” rooseveltiano.

Anche Bottai, sostenendo le idee di Belloni, ricordava sempre, sulle pagine de “L'Idea Repubblicana”, che la sinistra repubblicana non si contrapponeva frontalmente al marxismo e al comunismo, pur essendone avversaria. Bensì si contrapponeva a tutti coloro i quali erano nemici del lavoro. Essa si batteva per la scomparsa del “regime del salario” e avrebbe lottato accanto a tutti coloro i quali “combattono questa borghesia gretta, egoistica e supremamente stupida”.

Il dialogo con i socialisti di Nenni, ad ogni modo, fallirà, in quanto questi finiranno per unirsi al PCI nell'ambito del Fronte Democratico Popolare (così come fecero anche i repubblicani sociali di Guido Bergamo).

Nel corso degli Anni '50, ad ogni modo, i socialisti mazziniani finiranno per essere sempre più marginalizzati, all'interno del PRI.

Alcuni, come Oliviero Zuccarini (1883 – 1971), fonderanno l'Unione di Rinascita Repubblicana e, nel 1953, contribuiranno, assieme ad alcuni esponenti di Giustizia e Libertà e fuoriusciti socialdemocratici, a costituire il movimento Unità Popolare.

Belloni rimarrà nel PRI, per spirito unitario.

Morirà prematuramente nel 1957 e così anche la corrente di sinistra repubblicana non gli sopravvisse, perché i suoi amici e discepoli non ebbero la forza di lottare all'interno di un PRI che ormai aveva preso una piega totalmente liberale e opposta agli ideali originari.

Figure eroiche e emblematiche della Sinistra italiana, quella autentica e non equivoca, ovvero non compromessa né con Mosca né con Washington.

Una Sinistra che non esiste più, da moltissimi decenni e che è stata soffocata tanto dalle correnti liberali che da quelle marxiste, oltre che da quelle fasciste o post-fasciste che dir si voglia.

Il 2 giugno dovrebbe essere la festa degli eroi che ho qui descritto, ma così non è.

E non lo è perché, la Repubblica sognata e delineata da Mazzini, Garibaldi, Bergamo, Pacciardi, Bottai, Belloni non è quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica. Ma su partiti/schieramenti liberal capitalisti che fingono di contrapporsi, i cui esponenti sono eletti peraltro con leggi elettorali incostituzionali dal 1994 ad oggi.

Una Repubblica che investe in armi, da dare anche a Paesi a noi totalmente estranei, anziché investire in sanità, scuola, ricerca.

Una Repubblica nella quale le baby gang e la violenza dilagano nelle strade e in cui l'educazione e l'elevazione morale mazziniana è tanto sconosciuta quanto ignorata o calpestata.

Una Repubblica che va completamente ricostruita, a partire dal rispetto e dall'applicazione della Costituzione e nella quale dovrebbero essere posti al centro i valori di giustizia e democrazia, purtroppo ampiamente accantonati da molti, troppi anni.

Luca Bagatin

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giovedì 9 febbraio 2023

9 febbraio 1849: proclamazione della prima vera Repubblica d'Italia. Articolo di Luca Bagatin

 
Il 9 febbraio merita di essere ricordato e celebrato in quanto, in quella data, nel 1849, fu proclamata l'unica vera Repubblica che l'Italia abbia mai davvero conosciuto.

Proclamata dal Triumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, conquistata con il sangue di patrioti garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, fu fondata sulla sovranità del Popolo, sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.

Durò, purtroppo, solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III, alleati del Papa dei cattolici.

Una Repubblica indipendente, quella Romana del 1849, non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia.

Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo, moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera di partito, ovvero Giuseppe Garibaldi. Eroina dei Due Mondi, tanto lei – nata in Brasile - quanto il marito, in quanto lottò con lui, sia in America Latina che in Italia, contro ogni forma di oppressione, sopruso, tirannide.

Una Repubblica – quella Romana del 1849 - dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso di interessi di potere contrapposti, la quale oggi è totalmente serva di logiche internazionali, dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea, passando per la NATO e l'UE.

Entità lontane dalle genti e che tanto ricordano l'Impero Asburgico e i difensori dell'Ancien Régime, opposti ad ogni forma di sovranità popolare diretta e, dunque, lontano da ogni forma di democrazia autentica, così come la intendevano Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele d'Annunzio e del mazziniano Alceste De Ambris del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino connotando questa nuova impresa di aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e spiritualisti.

Si pensi – peraltro - che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.

Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di d'Annunzio.

Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti imperialisti dall'altra.

La Storia è sempre destinata, tristemente, a ripetersi. Ma non va mai dimenticata e sempre approfondita.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 9 febbraio 2022

Viva la Repubblica del 9 febbraio 1849! Articolo di Luca Bagatin

9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai davvero conosciuto.

L'unica Repubblica, avete letto bene. Perché, se per “res publica” intendiamo “cosa pubblica”, ovvero non cosa dei politici, dei partiti, delle banche, dell'economia e delle istituzioni lontane dai cittadini, allora la Repubblica Romana del 1849 è stata in assoluto l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.

Fondata dal Trimumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, la Repubblica Romana, conquistata con il sangue di patrioti e di garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, durò solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III alleati del Papa. Essa purtuttavia riuscì a dotarsi di una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che prevedeva la sovranità del Popolo fondata sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.

Una Repubblica indipendente non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia. Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo.

Una Repubblica dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso di interessi di potere contrapposti, la quale oggi è totalmente serva di logiche internazionali: dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea, passando per la NATO.

Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele D'Annunzio e Alceste De Ambriis del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino connotando questa nuova impresa di aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e spiritualisti. Si pensi peraltro che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.

Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di D'Annunzio.

Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti prezzolati dall'altra.

Mazzini, Saffi, Armellini, i coniugi Garibaldi, D'Annunzio, De Ambriis e molti altri da una parte e i Giolitti, i Nitti, gli Andreotti, i Fanfani, i DeMita ed oggi i Draghi, i Renzi, i Salvini, le Meloni, i Conte, le Merkel, i Biden, i Putin e via discorrendo dall'altra.

(Anti)politica nel senso di Alta-politica da una parte e realpolitik nel senso di opportunismo politico affamapoli dall'altra.

La Storia si ripete.

Sveglia ragazze e ragazzi !

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 2 giugno 2021

La Repubblica di Mazzini a Garibaldi era la Repubblica dell'Amore (non dei politici o dell'economia globalista)

La Repubblica che sognavano Mazzini e Garibaldi era un'altra cosa.
Era la Repubblica del Popolo sovrano, affratellato, libero dal giogo straniero (oggi UE).
Era la Repubblica dei Doveri, ove tutti avrebbero avuto di che vivere.
Era la Repubblica dell'Amore, non il paravento dei politicanti.
Viva la Repubblica mazziniana e dell'Amore !
 
(Amore e Libertà)

martedì 1 giugno 2021

Scompare il Principe Amedeo, Duca d'Aosta e Savoia. Un ricordo. Articolo di Luca Bagatin

E' scomparso il Principe Amedeo, Duca d'Aosta e Savoia, nell'ospedale San Donato di Arezzo, ove era ricoverato da giovedì 27 maggio, per un intervento chirurgico al rene.

Toscano, classe 1943, sopravvisse al campo di concentramento nazista di Hirschegg in Austria, ove fu internato nel 1944, ad appena un anno, assieme alla madre Irene di Grecia e alle cugine Margherita e Maria Cristina.

Dal 2006 aveva rivendicato il ruolo di Capo della Real Casa, in disputa dinastica contro Vittorio Emanuele di Savoia.

Personalmente lo conobbi, il 30 aprile 2010, ad un convegno, a Pordenone, nel quale fu presentato il suo libro, a cura del giornalista Fabio Torriero, “Proposta per l'Italia”.

Ricordo che, prima del convegno, fu contestato da un gruppetto di anarchici, con il quale si confrontò amabilmente e senza farsi intimorire, lasciandoli – alla fine - con il cerino in mano, viste le sue idee piuttosto aperte e anticonformiste.

Parlammo a lungo, prima e dopo il convegno. Avevamo peraltro un'amicizia in comune, ovvero il prof. Aldo A. Mola, storico del Risorgimento e della Massoneria, il quale ricopre la carica di Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.

All'epoca, quando ancora credevo che quel partito difendesse gli ideali di Mazzini e Garibaldi, militavo nel Partito Repubblicano Italiano ed ero componente direttivo provinciale. Era normale, inizialmente, per me, nutrire alcuni pregiudizi che, purtuttavia, dialogando, presto si dissiparono.

Amedeo di Savoia si proclamò, infatti, di ideali mazziniani e socialisti, ricordando la sua amicizia con il Segretario del PSDI Antonio Cariglia e ricordò come anche la zia, la Regina Maria José del Belgio, avesse votato per Saragat, alle elezioni per l'Assemblea Costituente, allora ancora vicino, per molti versi, al marxismo.

Evitò ad ogni modo sempre la politica, rifiutando ogni proposta di candidatura che gli fu fatta. Parlammo così di Nenni, Pacciardi, Saragat e di molti altri laici della Prima Repubbica.

Mi colpì molto la sua simpatia per Giuseppe Mazzini e per l'impresa della gloriosa Repubblica Romana del 1849 e di come fosse rammaricato del fatto che fosse (e rimanga) pochissimo studiata e ricordata.

“Infondo, le confesso che ogni mattina, appena mi sveglio, mi sento repubblicano anch'io”, mi disse, pur ritenendo preferibile, come forma di governo, una Monarchia costituzionale super partes.
Lo definii e lo vorrei ricordare, ancora oggi, come un “monarca illuminato” e ricorderò sempre quel giorno di primavera nel quale dialogammo e ci stringemmo la mano.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

Luca Bagatin e Amedeo d'Aosta, 30 aprile 2010

giovedì 6 maggio 2021

Non si può morire sul posto di lavoro, né di lavoro

Il Quinto Stato di Hernán Chavar

Non si piò morire sul posto di lavoro, né di lavoro.
Il lavoro rende schiavi. Solo i nazisti scrivevano – all'ingresso dei campi di concentramento – che “il lavoro rende liberi”.
Una autentica Repubblica non dovrebbe fondarsi sul lavoro, ma sui lavoratori, liberi dalla schiavitù del salario e dallo sfruttamento del capitalismo e del capitalista.
Ovvero liberi dal consumismo e dall'ideologia del produttivismo.
Sino a che non saremo liberi da tali ideologie (del lavoro, del consumo, del produttivismo), e dalla schiavitù del lavoro salariato e dipendente, non ne usciremo mai.
 
(Luca Bagatin)
 
La società borghese è un male e il borghese è fondamentalmente un malato inconsapevole.
Il fascismo fu un male dell'Italia e affondò le sue radici nella borghesia capitalista (esattamente come nazismo e franchismo, al netto di chi pensò di aderirvi vedendovi una forma di socialismo, mentre in realtà fu solo utilizzato ad uso e consumo della borghesia).
Anche ciò che accadde dopo il fascismo non fu che una nuova forma di nuovo fascismo, ovvero di società borghese, capitalista e consumista (la DC, la televisione commerciale, la pubblicità commerciale).
Pier Paolo Pasolini denunciò tutto ciò.
E siamo ancora al punto di partenza. Non è cambiato nulla. Anzi. Il processo si è drammaticamente accelerato (il precariato, il commercio online con conseguente sfruttamento di manodopera, le società di telecomunicazione private...)
 
(Luca Bagatin)
 

mercoledì 4 luglio 2018

Nato il 4 luglio: Giuseppe Garibaldi, l'amico degli umili e dei popoli

Giuseppe Garibaldi: l'amico degli umili e dei popoli. Articolo di Luca Bagatin del 10 marzo 2017

La figura di Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882) è ancora oggi poco conosciuta, in quanto poco studiata ed approfondita, specie attraverso gli scritti di coloro i quali vissero e combatterono con lui e ne descrissero le gesta. Prima fra tutti la biografa e giornalista, oltre che patriota Jessie White Mario (1832 – 1906), le cui opere dell'epoca non risultano più essere state di recente ripubblicate.
Purtroppo sulla figura di Garibaldi, salvo gli storici contemporanei Denis Mack Smith ed Aldo A. Mola, pochi sono coloro i quali hanno scritto del Generale in modo obiettivo, senza livore complottistico ed antirisorgimentale tipico di coloro i quali hanno preferito seguire certa storiografia clericale e marxista anziché la realtà storica e le gesta dell'Eroe senza macchia, che visse e morì povero, senza onori, che peraltro rifiutò.
Giuseppe Garibaldi fu fra i fondatori, con Mazzini, Marx, Engels e Bakunin, della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864) e questo certa storiografia preferisce dimenticarlo, forse perché il Generale, lungi dall'essere marxista, fu socialista libertario, sansimoniano e umanitario. E Friedrich Engels (1820 - 1895), grande sostenitore dell'impresa dei Mille (1860), ebbe sempre per lui parole di stima, come quando, a proposito di tale azione militare, scrisse: “Garibaldi ha dimostrato di essere non soltanto un capo coraggioso, ma anche un generale dotato di una buona preparazione scientifica. L'attacco aperto a una catena di forti costieri è un'impresa che richiede non soltanto talento militare, ma anche scienza militare”.
Pochi sanno che il Generale Giuseppe Garibaldi scrisse peraltro due romanzi, ripubblicati nel 2006 dalla casa editrice Kaos, ovvero “Cantoni il volontario” e “Il governo dei preti”, entrambi pubblicati per la prima volta nel 1870, prima della Breccia di Porta Pia. Scrive in proposito il prof. Giorgio Galli nella prefazione ad uno dei romanzi di Garibaldi, ovvero “Cantoni il volontario”, riedito dalla casa editrice Kaos nel 2006: “Tra le righe di “Cantoni il volontario”, così come del “Governo dei preti”, si possono leggere i tratti del profilo di Garibaldi. Socialista libertario ingenuo ma non incolto, generale guerrigliero ma non militarista né guerrafondaio, eroe popolare vittorioso ma schivo, anticlericale eppure non insensibile alla fede e alla spiritualità. Solidale con le condizioni delle classi subalterne, rispettoso della figura e del ruolo della donna, cosmpolita e terzomondista ante litteram, perfino dotato di una sensibilità ambientalista (…)”.
Ritango che tale descrizione fatta dal prof. Galli sia davvero emblematica e riassuntiva del personaggio che fu eroe di tutte le cause – dall'America Latina all'Italia – d'emancipazione popolare e sociale. Eroe che richiese sempre precisi impegni ai suoi interlocutori e, non a caso, rifiutò di combattere a fianco dei nordisti nella Guerra Civile Americana o Guerra di Secessione Americana (1861 – 1865) in quanto Lincoln non prese mai un impegni pubblico per l'abolizione della schiavitù.
Fu amante dell'ambiente e degli animali, tanto che fondò l'Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) tutt'oggi attivo. Fu ingenuo, certo, in quanto si fidò del Re e di Casa Savoia pur di fare l'Italia. Un'Italia che però non nacque come egli e Mazzini auspicavano: onesta, laica, indipendente, sovrana. Ma corrotta e ben presto clericale, al punto che Garibaldi – coerentemente con i suoi principi e le sue idee – il 27 settembre 1880 si dimise da deputato al Parlamento scrivendo sul giornale “La Capitale” di non voler essere “tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpastata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti ed ai nemici dell'unità d'Italia. Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero”. Dopo di ciò il Generale tornò nella sua Caprera a fare il mestiere di sempre, ovvero l'agricoltore.
Garibaldi fu massone e teosofo e lo rimase per tutta la vita nel suo cuore, anche allorquando, in polemica con i massoni della sua epoca assai poco massoni, si dimise da ogni carica. Ricoprì la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia e fu il primo ad iniziare le donne in Massoneria, iniziando, pare, anche l'occultista russa Helena Petrovna Blavatsky (1831 - 1891), fondatrice della Società Teosofica e che fu sempre una sua sostenitrice, anche durante la battaglia di Mentana (1867) alla quale prese parte.
Molte cose potrebbero essere dette su Garibaldi, come sui suoi amori. Il più grande fu quello per la rivoluzionaria brasiliana Anita, ovvero per Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (1821 - 1849), la quale combattè al suo fianco sia in America Latina che in Italia, in particolare durante la Repubblica Romana (1849), ove morì poco dopo a causa della malaria a soli 28 anni. Di Anita, ad ogni modo, parlai già in un altro articolo di qualche tempo fa (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/01/anita-garibaldi-eroina-dei-due-mondi.html).
Giuseppe Garibaldi è e rimane una figura centrale nel panorama non solo risorgimentale, ma anche degli Eroi di tutti i tempi. Giuseppe Garibaldi fu infatti prima di tutto l'amico degli uomini e dei popoli per eccellenza e, come al conte Alessandro Cagliostro, sembrò toccare la stessa sorte: amato dagli umili, vilipeso da coloro i quali erano e sono in malafede.
Ma ciò non può toccare il cuore di coloro i quali ricercano, intimamente, il bene dell'umanità e credono nel valore dell'amore e della fratellanza universale. Senza distinzioni.

Luca Bagatin


giovedì 9 febbraio 2017

In memoria della Repubblica Romana, l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto !

In occasione del ricordo della Repubblica Romana nata il 9 febbraio 1849, ripubblichiamo in merito, qui di seguito, due articoli storici di Luca Bagatin, pubblicati l'8 febbraio 2016 ed il 9 febbraio 2008.

A&L


9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai avuto. Articolo di Luca Bagatin dell'8 febbraio 2016


9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.
L'unica Repubblica, avete letto bene. Perché, se per “res publica” intendiamo “cosa pubblica”, ovvero non cosa dei politici, dei partiti, delle banche, dell'economia e delle istituzioni lontane dai cittadini, allora la Repubblica Romana del 1849 è stata in assoluto l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.
Fondata dal Trimumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, la Repubblica Romana, conquistata con il sangue di patrioti e di garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, durò solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III alleati del Papa. Essa purtuttavia riuscì a dotarsi di una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che prevedeva la sovranità del Popolo fondata sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.
Una Repubblica indipendente non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia. Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo.
Una Repubblica dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso fra clericali, comunisti e persino fascisti e che oggi è totalmente serva di logiche internazionali: dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea.
Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele D'Annunzio e Alceste De Ambriis del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino connotando questa nuova impresa di aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e spiritualisti. Si pensi peraltro che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.
Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di D'Annunzio.
Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti prezzolati dall'altra.
Mazzini, Saffi, Armellini, i coniugi Garibaldi, D'Annunzio, De Ambriis e molti altri da una parte e i Giolitti, i Nitti, gli Andreotti, i Fanfani, i Togliatti ed oggi i Draghi, i Renzi, le Merkel, gli Hollande e via discorrendo dall'altra.
(Anti)politica nel senso di Alta-politica da una parte e realpolitik nel senso di opportunismo politico affamapoli dall'altra.
La Storia si ripete.
Sveglia ragazze e ragazzi !

Luca Bagatin
 
 Lo spirito della Repubblica Romana per uscire dalla crisi. Articolo di Luca Bagatin del 9 febbraio 2008
 
La Costituzione italiana compie quest'anno 60 anni e per quanto andrebbe oggi modificata per adeguarla ai tempi, ha garantito a noi tutti democrazia e civiltà grazie soprattutto al referendum del 1946 che sancì la procalamazione della Repubblica in Italia.
Il coronamento dei sogni di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, avvenne infatti proprio a molti di distanza dalla loro morte e dopo che l'Italia fu purtroppo martoriata e vilipesa dal fascismo.
Purtuttavia, senza la loro guida politica e le loro battaglie risorgimentali, l'Italia, oggi, sarebbe certamente meno civile e meno democratica.
Per comprenderlo meglio dobbiamo tornare al 9 febbraio del 1849, ovvero quando fu proclamata la Repubblica Romana sotto la guida del Mazzini che ne fu il il propugnatore ed ispiratore politico e grazie al valore militare ed al sangue versato dai garibaldini come Goffredo Mameli e dal popolo romano i cui moti insurrezionali fecero fuggire il Papa Pio IX a Gaeta.
La Repubblica Romana, guidata dal trimunvirato: Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini si dotò immediatamente di una Costituzione liberale la quale, agli Articoli I e II, stabiliva che la sovranità spettasse unicamente al Popolo, il quale si dava per regola tre principi fondamentali: l'eguaglianza, la libertà e la fraternità senza riconoscere alcun privilegio di casta o di titolo nobiliare.
In tutto il Documento si può notare come essa ricalcasse perfettamente i principi della Costituzione democratica degli Stati Uniti d'America redatta alla fine del '700, ovvero quanto gli USA avevano scacciato il tirannico regime monarchico inglese. Inoltre si può notare quanto fosse liberale e tutt'altro che antireligioso lo spirito di tale Costituzione, la quale, all'Articolo VIII dei Principi Fondamentali stabiliva che al Papa sarebbero comunque state concesse tutte le "guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale" e, all'Articolo precedente, si stabiliva la piena libertà religiosa dei cittadini della Repubblica.
Oggi certa storiografia clericale tende a descrivere i risorgimentali mazziniani di allora come dei "briganti atei ed antireligiosi". Nulla di più falso e calunnioso, al punto che lo stesso Giuseppe Mazzini ha sempre fatto riferimento nei suoi scritti e discorsi a Dio, inteso come Divinità universale antidogmatica, al di sopra di ogni Potere costituito.

Nella fattispecie la bandiera della Repubblica Romana: il tricolore verde, bianco e rosso, recava al centro la scritta "Dio e Popolo" (che per molti versi ricorda l'iscrizione posta sul Dollaro statunitense "In God We Trust", adottato circa un secolo dopo, ovvero nel 1956), per rimarcare la fede mazziniana e repubblicana nel Popolo sovrano e nella Divinità Universale (e ciò ci rimanda per moltissimi versi al teismo illuminista e volteriano), la quale non può ritenersi privilegio esclusivo della Chiesa cattolica e del Vaticano.
La Repubblica Romana durò solamente cinque mesi, soffocata nel sangue il 3 luglio 1849, dopo un mese di assedio, dai soldati francesi di Napoleone III alleati con il Papa. Purtuttavia essa fu un evento storico fondamentale e di svolta nelle lotte risorgimentali per l'unità d'Italia nonché per gettare il seme della speranza verso la creazione di uno Stato laico, civile e repubblicano.
Uno Stato libero dall'influenza della Chiesa e di Casa Savoia, entrambe ree di aver gettato gli italiani, specie i popolani e le classi sociali meno abbienti in generale, nel più nero sottosviluppo.
Oggi, a scuola, di tutto ciò si insegna poco o nulla ed è normale che, raggiunta l'età adulta, si sia poco consapevoli non solo della propria storia e quindi delle proprie origini, ma anche dei propri diritti e doveri.
Se, quantomeno nella scuola pubblica, ovvero in quelll'istituzione per la quale i mazziniani si batterono con maggiore tenacia per garantire a tutti l'elevazione intellettuale, morale e spirituale, si studiasse la Costituzione della Repubblica Romana e i "Doveri dell'Uomo" di Giuseppe Mazzini, sono certo che molti giovani comincerebbero a diventare veramente consapevoli del ruolo politico attivo che ricoprono nella società.
La politica italiana di oggi fa veramente ribrezzo e non mi stancherò mai di ripeterlo. La classe politica che siede in Parlamento è, per la maggior parte, totalmente incolta sia sotto il profilo intellettuale che morale.
La Costituzione della Repubblica andrebbe certamente rivista ed adeguata ai tempi, come abbiamo scritto all'inizio di quest'articolo, ma, come farlo con coloro i quali preferiscono fare accordi sottobanco e, di fronte agli elettori, insultarsi a vicenda come fossimo nella più malfamata delle osterie ?
Un'Assemblea Costituente urge, come nel 1946, per uscire dal nuovo fascismo nel quale siamo entrati da un quindicennio a questa parte.
Prima i cittadini-elettori e soprattutto i giovani elettori prenderanno coscienza del proprio ruolo attivo in una democrazia repubblicana e prima usciremo dal pantano nel quale ci siamo cacciati.
Lo spirito della Repubblica Romana non è morto né morirà mai. Vediamo di ricordarcelo e di agire di conseguenza.
Per il bene nostro e dell'Italia intera.
 
 
Luca Bagatin