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martedì 1 giugno 2021

Scompare il Principe Amedeo, Duca d'Aosta e Savoia. Un ricordo. Articolo di Luca Bagatin

E' scomparso il Principe Amedeo, Duca d'Aosta e Savoia, nell'ospedale San Donato di Arezzo, ove era ricoverato da giovedì 27 maggio, per un intervento chirurgico al rene.

Toscano, classe 1943, sopravvisse al campo di concentramento nazista di Hirschegg in Austria, ove fu internato nel 1944, ad appena un anno, assieme alla madre Irene di Grecia e alle cugine Margherita e Maria Cristina.

Dal 2006 aveva rivendicato il ruolo di Capo della Real Casa, in disputa dinastica contro Vittorio Emanuele di Savoia.

Personalmente lo conobbi, il 30 aprile 2010, ad un convegno, a Pordenone, nel quale fu presentato il suo libro, a cura del giornalista Fabio Torriero, “Proposta per l'Italia”.

Ricordo che, prima del convegno, fu contestato da un gruppetto di anarchici, con il quale si confrontò amabilmente e senza farsi intimorire, lasciandoli – alla fine - con il cerino in mano, viste le sue idee piuttosto aperte e anticonformiste.

Parlammo a lungo, prima e dopo il convegno. Avevamo peraltro un'amicizia in comune, ovvero il prof. Aldo A. Mola, storico del Risorgimento e della Massoneria, il quale ricopre la carica di Presidente della Consulta dei Senatori del Regno.

All'epoca, quando ancora credevo che quel partito difendesse gli ideali di Mazzini e Garibaldi, militavo nel Partito Repubblicano Italiano ed ero componente direttivo provinciale. Era normale, inizialmente, per me, nutrire alcuni pregiudizi che, purtuttavia, dialogando, presto si dissiparono.

Amedeo di Savoia si proclamò, infatti, di ideali mazziniani e socialisti, ricordando la sua amicizia con il Segretario del PSDI Antonio Cariglia e ricordò come anche la zia, la Regina Maria José del Belgio, avesse votato per Saragat, alle elezioni per l'Assemblea Costituente, allora ancora vicino, per molti versi, al marxismo.

Evitò ad ogni modo sempre la politica, rifiutando ogni proposta di candidatura che gli fu fatta. Parlammo così di Nenni, Pacciardi, Saragat e di molti altri laici della Prima Repubbica.

Mi colpì molto la sua simpatia per Giuseppe Mazzini e per l'impresa della gloriosa Repubblica Romana del 1849 e di come fosse rammaricato del fatto che fosse (e rimanga) pochissimo studiata e ricordata.

“Infondo, le confesso che ogni mattina, appena mi sveglio, mi sento repubblicano anch'io”, mi disse, pur ritenendo preferibile, come forma di governo, una Monarchia costituzionale super partes.
Lo definii e lo vorrei ricordare, ancora oggi, come un “monarca illuminato” e ricorderò sempre quel giorno di primavera nel quale dialogammo e ci stringemmo la mano.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

Luca Bagatin e Amedeo d'Aosta, 30 aprile 2010

venerdì 25 ottobre 2019

I due pesi e le due misure dell'Europa. Interviene solo quando c'è un governo (socialista) ad essa non gradito. Articolo di Luca Bagatin

(foto tratta da Spread It)
Cile: 2600 arresti; 20 morti fra cui un bimbo di 4 anni. E' il bilancio delle ultime settimane di repressione del governo liberale di Piñera contro le manifestazioni popolari che mirano a denunciare la crisi economica nel Paese e il carovita.
Manifestazioni represse nel sangue e con la presenza dei carri armati nelle strade. Come non si vedeva dai tempi di Pinochet.
Questo è il liberalismo. Come quello di Lenin Moreno in Ecuador, che è stato costretto – dalle proteste di piazza – a ritirare il pacchetto di misure di austerità imposto dal Fondo Monetario Internazionale e dalle sue folli politiche liberali. Liberalismo, come quello dell'argentino Macri, che ha riportato il Paese indietro di decenni.
E' lo stesso liberalismo che ha portato in Francia i Gilet Gialli in piazza a manifestare da quasi un anni e in Russia i comunisti, i nazionalbolscevichi e il Fronte della Sinistra, contro il liberale Putin.
L'America Latina e l'Eurasia vogliono dire no all'austerità ed al sistema del capitale.
Ma questo malcontento viene represso in vario modo. Violento.
Il Parlamento Europeo si è persino rifiutato di discutere della situazione cilena, rigettando la richiesta dell'eurodeputata spagnola di Podemos Eugenia Rodriguez Palop. Una richiesta rigettata con ben 293 voti (la maggioranza dei quali di eurodeputati che si dicono – pur non essendolo nei fatti - “socialisti”, molti dei quali del PD).
Quel Parlamento Europeo che, quando si trattava di criticare le misure socialiste (e quindi non autoritarie né liberali) del governo Maduro, era in prima linea per approvare ingiuste sanzioni che hanno unicamente affamato la popolazione, come denunciato anche di recente, sulle pagine del quotidiano “El Pais”, dal Ministro degli Affari Esteri del Venezuela Jorge Arreaza, il quale fra l'altro ha affermato: “In Europa sembrano non preoccuparsi delle conseguenze disumane delle misure coercitive unilaterali imposte dall'amministrazione Trump contro la società venezuelana. Spesso definite erroneamente come "sanzioni", tali misure illegali hanno portato alla violazione più grottesca dei diritti umani, con un impatto diretto su 30 milioni di persone. L'obiettivo è impedire o ostacolare che lo Stato, la principale forza economica che ridistribuisce il reddito nel paese, possa avvalersi del sistema finanziario internazionale per fornire ai venezuelani alimenti, medicine, prodotti di base, garantire il corretto mantenimento delle infrastrutture dei servizi pubblici e privati. L'altra faccia di tale aggressione senza precedenti etichettata come terrorismo economico internazionale, incide gravemente sulle capacità produttive del paese, in particolare attacca l'industria petrolifera, la principale fonte di reddito nazionale e intende far crollare l'economia nel suo insieme”.
E' lo stesso Parlamento Europeo che, di recente, ha osato persino equiparare il nazismo al comunismo – negando il determinante apporto del secondo alla sconfitta del primo – e quindi falsificando la Storia. Equiparando un totalitarismo criminale e un ideale di emancipazione sociale.
E' la stessa Europa che oggi pretende di non riconoscere la vittoria del socialista Evo Morales in Bolivia, il quale ha vinto con il 47% dei voti, distaccando di oltre 10 punti il suo avversario e, quindi, per la legge boliviana non occorre il ballottaggio. Ma l'Europa e gli USA no, non possono accettare che un socialista abbia vinto, ancora una volta, in un Paese ricco di risorse che egli vorrà sicuramente distribuire al suo popolo e non cedere alle multinazionali statunitensi e europee, e quindi richiedono che vi sia un secondo turno di ballottaggio, pretendendo dunque di non riconoscere la stessa legge elettorale boliviana. Una vergognosa ingerenza in un Paese sovrano. L'ennesima.
Tutto ciò è molto triste. E' molto triste per noi cittadini europei, in particolare, perché di fronte a ciò ci sentiamo impotenti o, spesso, queste cose i grandi media nemmeno ce le raccontano e quindi non ne siamo nemmeno informati.
Perché appare sempre più evidente che, quando al governo c'è un presidente amico degli USA o comunque di ideologia liberale – e quindi aperto alle multinazionali USA ed europee – questo vada sempre bene e vada sostenuto. Anche quando commette indicibili repressioni di piazza, come il caso di Piñera. Diversamente, se al governo viene eletto un socialista, sia questi Maduro, Morales (che ha ottenuto risultati splendidi e riconosciuti da tutti, in Bolivia, nei suoi sedici anni di governo), Gheddafi, Assad, questo debba per forza essere rimosso; sanzionato il suo popolo (magari perché lo ha democraticamente votato o lo sostiene); bollato come sanguinario criminale o corrotto. Anche quando la verità è un'altra ed è spesso opposta.
Una verità che i grandi media preferiscono mascherare. Perché non fa comodo ai signori del capitale.
Questa Europa, che è l'Europa dell'austerità; del liberal-capitalismo; della negazione della possibilità per i catalani di avere una propria indipendenza; del non riconoscimento delle Repubbliche Popolari di Novorossija (perché magari socialiste e antifasciste), è l'esatto opposto dell'Europa dei popoli fratelli ed emancipati immaginata dai nostri Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, che per questo lottarono a rischio della vita e della vita dei loro compagni. Ed è dunque anche l'esatto opposto dell'Europa di Ernesto Rossi, di Randolfo Pacciardi, di Mario Bergamo e dei repubblicani mazziniani e antifascisti del Secondo Risorgimento.
Lo scrittore Eduard Limonov ha dato una ottima definizione dell'Europa di oggi, nell'ambito di una intervista che il giornale francese “Le Point” gli fece nel 2011: “L'Europa sta mentendo quando afferma di difendere il bene, la democrazia, i diritti degli uomini. L'Europa, infatti, sta uccidendo i paesi dissenzienti, i diversi paesi, l'uomo diverso. L'Europa persegue il bene con tutti i mezzi del male. L'Europa è in profonda crisi, in crisi di coscienza. L'Europa è persa".
E' importante che i sinceri democratici sappiano. Che i sinceri socialisti sappiano.
E che non smettano di sostenere i propri compagni, ovunque nel mondo. Perché solo così il fiore dell'amore, della fratellanza e della giustizia potranno trionfare sull'odio, sull'egoismo e sulla violenza.

Luca Bagatin

venerdì 24 agosto 2018

"C'eravamo anche noi", saggio di Renato Traquandi sulla presenza repubblicana mazziniana all'Assemblea Costituente dal 1946 al 1948. Articolo di Luca Bagatin

Con "C'eravamo anche noi" (Book Sprint Edizioni), agile saggio storico relativo alla presenza Repubblicana nell'Assemblea Costituente dal 1946 al 1948, l'amico Renato Traquandi, già repubblicano mazziniano e collaboratore di Randolfo Pacciardi nell'Unione Democratica Nuova Repubblica nella prima metà degli Anni '60, prosegue la raccolta dei suoi scritti e analisi sul movimento laico e repubblicano, avendo già all'attivo una biografia di Randolfo Pacciardi; un saggio sul repubblicanesimo mazziniano; un saggio che racconta le alterne vicende del nascente Stato unitario italiano e la Chiesa cattolica ed una biografia del repubblicano Mario Angeloni, combattente nella Guerra Civile Spagnola a fianco di Carlo Rosselli e Pacciardi.
In "C'eravamo anche noi", l'amico Traquandi ripercorre le vicende di quei repubblicani mazziniani nati fra la fine dell'800 e gli inizi del '900, che occuparono i banchi di quell'Assemblea Costituente che avrebbe dato vita alla Repubblica italiana.
Repubblicani ancora intrisi di quegli insegnamenti e di quelle passioni mazziniane e garibaldine, legate alla Giovine Italia del 1831 ed al primo Partito d'Azione del 1853, movimenti politici di combattenti fondati da Giuseppe Mazzini, primi veri e autentici partiti politici italiani i cui scopi erano l'Unità italiana, la Repubblica, l'unità fra il capitale ed il lavoro, la cooperazione e la fratellanza fra le genti. Insegnamenti e passioni che contribuiranno a dare vita - anche se per un breve periodo - alla Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, assieme a socialisti, anarchici e marxisti e che nel 1895 daranno vita al Partito Repubblicano Italiano, partito ancor più rivoluzionario e operaio finanche del Partito Socialista Italiano, fondato qualche anno prima, nel 1892.
Quegli insegnamenti e passioni, che hanno rappresentato il miglior spirito operaio e rivoluzionario italiano, purtroppo, a parer mio, si perderanno qualche decennio dopo l'Assemblea Costituente, con l'ingiusta espulsione dal PRI di Randolfo Pacciardi, ultimo dei grandi leader mazziniani e con la trasformazione completa del PRI - prima considerato "piccolo partito di massa" finanche dal Segretario del PCI Palmiro Togliatti - in partitino liberale, borghese, filo statunitense e atlantista e subalterno alla Democrazia Cristiana, con i La Malfa e gli Spadolini, sino alla sua quasi definitiva scomparsa e marginalità.
In parte direi che da allora quell'eredità mazziniana e garibaldina sarà raccolta dal socialista Bettino Craxi, che tornerà a rinverdire la figura del Garibaldi rivoluzionario, anche attraverso il sostegno ai movimenti di liberazione nazionale in Cile, Palestina, Nicaragua sandinista; riprendendo in mano la battaglia presidenzialista di Pacciardi e culturalmente recuperando una figura rivoluzionaria dimenticata quale quella dell'anarchico Proudhon.
In "C'eravamo anche noi" Traquandi ripercorre l'epopea risorgimentale che portò all'Unità d'Italia e successivamente la storia del PRI dal 1895 sino all'avvento della Repubblica. Partito che, con i suoi esponenti, puntò al miglioramento delle condizioni di vita delle classi subalterne, operaie, degli agricoltori, degli artigiani, delle donne e dei minori. Partito che nulla aveva a che spartire con quelle classi borghesi e liberali, ancora spesso legate ad idee monarchiche o comunque moderate.
Nel saggio l'amico Traquandi ripercorre poi le vicende che portarono alla vittoria del referendum del 2 giugno 1946 che portò alla trasformazione dell'Italia da Monarchia a Repubblica e quelle relative alla nascita dell'Assemblea Costituente, nelle cui elezioni - tenutesi lo stesso giorno del Referendum - il PRI conquistò il 4,3% dei consensi, aggiudicandosi 23 deputati.
E non a caso metà del saggio di Traquandi è dedicato alle biografie di gran parte di questi deputati, di cui, per completezza e rispetto storico, ricordiamo qui i nomi: Leone Azzali, Luciano Magrini, Arnaldo Azzi, Tommaso Perassi, Ettore Santi, Cino Macrelli, Oddo Marinelli, Giovanni Magrassi, Bruno Bernabei, Ludovico Camangi, Aurelio Natoli Lamantea, Errico Martino, Silvio Paolucci, Giuseppe Salvatore Bellusci, Gaetano Sardiello, Girolamo Grisolia, Francesco De Vita, Ugo De Mercurio, Vincenzo Mazzei.
Un saggio prezioso, quello di Renato Traquandi, per non dimenticare la nostra Storia, le nostre origini storiche e culturali. Che sono democratiche e rivoluzionarie.

Luca Bagatin

domenica 20 marzo 2016

Camillo Berneri: un umanista anarchico. Articolo di Luca Bagatin

Degli anarchici, nella lotta antifascista e nella Guerra di Spagna, si tende a parlare sempre poco, preferendo, invece, esaltare le gesta dei comunisti che, all'epoca, erano al soldo del sanguinario e totalitario Stalin, per nulla diverso da quell'Adolf Hitler – peraltro suo ammiratore - ed al gradasso Benito Mussolini che, senza gli amorevoli insegnamenti della pasionaria del socialismo Angelica Balabanoff, non sarebbe diventato nessuno. E sicuramente i popoli ne avrebbero tratto giovamento.
Ma Angelica Balabanoff, all'epoca, purtroppo, non poteva sapere che aveva allevato la classica “serpe in seno”.
Camillo Berneri (1897 – 1937), lodigiano, è uno di quegli anarchici che la Guerra di Spagna la fece e la combattè dalla parte giusta, ovvero dalla parte degli antifascisti, anarchici, socialisti, antistalinisti e repubblicani. E, se non si beccò il piombo fascista, si beccò quello comunista, in quanto prese le difese del Partito Operaio Unificato Marxista di Spagna (P.O.U.M.), antistalinista e antitotalitario.
Gli scritti di Berneri sono stati editati, diversi anni fa, in un agilissimo volumetto dal titolo “Umanesimo e Anarchismo”. Il percorso politico e intellettuale del Berneri, infatti, fu sempre profondamente umanista, ovvero non provò mai odio per i suoi avversari politici, fossero preti, ricchi o borghesi, ma ricercò sempre il confronto. Critico nei confronti dei comunisti, egli si definiva “comunalista” e “liberalista” - secondo gli insegmanenti di Bakunin e Malatesta - ed il suo modello era l'autodemocrazia, attuabile attraverso l'istituzione di club/comitati popolari che avessero la possibilità di discutere liberamente e seriamente tutte le questioni sociali e dunque permettessero al popolo di partecipare attivamente alla vita ed alla gestione della comunità.
In questo senso egli simpatizzò per la Rivoluzione Russa del 1917, ma, allorquando il sistema dei soviet sarà sostituito dalla centralità del Partito, egli se ne discosterà.
Il suo comunalismo sarà dunque libertario, autonomista e federalista, rifiutando ogni forma di autoritarismo e di parlamentarismo partitocratico.
Interessanti, in questo senso, i confronti che ebbe con Carlo Rosselli sulle pagine di “Giustizia e Libertà”, organo dell'omonimo movimento rosselliano, il quale aveva forti affinità ideali con il movimento anarchico. Sarò proprio Rosselli, peraltro, a proporre a Berneri e a tutti gli anarchici un fronte di unità d'azione rivoluzionaria fra tutti i libertari e socialisti che si battevano contro fascismo e capitalismo, per una soluzione decisiva della crisi italiana: una Alleanza Rivoluzionaria Italiana, come chiamata da Rosselli medesimo.
Purtroppo, sia Berneri che Rosselli – assieme al fratello Nello – moriranno presto trucidati ed entrambi nel 1937, in terra straniera. Il primo per mano dei comunisti stalinisti, come già detto, ed i secondi per mano di agenti legati al regime fascista.
Ecco che una pagina gloriosa dell'antifascismo antitotalitario e democratico si sarebbe chiusa. Ecco che due eroi, due intellettuali, due attivisti che avrebbero meritato di essere i veri Padri della Patria, sarebbero stati uccisi perché scomodi a due regimi totalitari le cui basi affondavano entrambe nel Potere e nella dissoluzione dell'umanesimo.
C'è da chiedersi perché, nemmeno oggi, in questa pseudo Repubblica dei partiti, delle chiese e delle imprese, ove hanno trionfato – alternativamente - il dogma clericofascista, cattocomunista e capitalista, ancora non si parla né di Berneri né di Rosselli. Ma nemmeno di Randolfo Pacciardi di cui pur recentemente abbiamo parlato a proposito di un convegno accademico che si è tenuto all'Università La Sapienza di Roma (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/02/un-convegno-su-randolfo-pacciardi.html).
C'è da chiedersi perché la democrazia autentica, quella comunalista dei comitati popolari sognata da Camillo Berneri, non sia stata presa a modello ideale della Repubblica italiana sovrana e antifascista o magari dell'Europa dei popoli e non delle banche centrali e degli Stati/Parlamenti euro-burocratici.
C'è da chiedersi, in sostanza, se Berneri e i Rosselli non siano morti invano. Come quel Cristo che ha sofferto per tutti noi continua a farlo. Per Amore dell'umanità e della giustizia sociale.

Luca Bagatin

venerdì 26 febbraio 2016

Un convegno su Randolfo Pacciardi, antifascista garibaldino e mazziniano, all'Università "La Sapienza" di Roma. Articolo di Luca Bagatin

Randolfo Pacciardi, chi era costui ?
Un combattente, un eroe, un antitotalitarista e proprio per questo la sua storia è stata volutamente e scientemente rimossa dalla memoria di quell'Italia libera che egli tentò, a rischio della vita, di edificare.
In nome di Mazzini e di Garibaldi fu audace eroe antifascista della Guerra di Spagna al comando del Battaglione Garibaldi, nonché fu fiero anticomunista, specie dopo aver conosciuto i massacri contro i repubblicani, i socialisti e gli anarchici operati dai comunisti europei su ordine di Stalin.
Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953. Si oppose alla formula di Centrosinistra e quindi ad Ugo La Malfa che purtroppo lo espulse dal partito negli anni '60.
Espulso dal PRI, Pacciardi fondò il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni nettamente presidenzialiste e solo per questo fu sospettato ingiustamente di simpatia fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo !) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel nostro Paese.
Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo.
Randolfo Pacciardi fu riammesso nel PRI negli anni '80 e Repubblicano rimase sino alla morte.
Questa, in breve, la vicenda politica del Nostro al quale l'Università La Sapienza di Roma ha dedicato un convegno patrocinato dall'Associazione Mazziniana Italiana e dall'Associazione ex parlamentari della Repubblica nei giorni 24 e 25 febbraio scorsi e che ha visto la presenza di numerosi accademici, studiosi e di ex militanti pacciardiani e repubblicani.
Un ciclo di quattro incontri di ottimo livello accademico, oltre che politico-sociale.
Interessanti in particolare gli interventi di due ex esponenti dell'allora movimento di Pacciardi, l'Unione Democratica Nuova Repubblica (UDNR), ovvero di Antonio De Martini e Renato Traquandi.
Antonio De Martini - curatore peraltro del sito www.corrieredellacollera.com – ai tempi dell'UDNR giovanissimo studente universitario proveniente dal Movimendo Federalista Europeo, ha raccontato la ragione per la quale la figura di Pacciardi è stata così tanto osteggiata. L'allora Presidente del Consiglio Aldo Moro telefonò a tutti i direttori dei giornali italiani invitandoli, dal 1964 in poi, a non parlare di nessuna delle iniziative di Pacciardi e dei suoi attivisti.
Motivo della censura ? L'incessante lotta del combattente antifascista contro la partitocrazia ed il malaffare politico, che sfociò nella sua proposta di Repubblica presidenziale, precorrendo i tempi ed ispirandosi sia al gollismo francese ma, in particolare, alla Costituzione democratica degli USA, con un Presidente eletto e sganciato dal parlamento partitocratico, tendendo così verso una democrazia partecipativa, nel solco di Giuseppe Mazzini.
Aspetto peraltro interessante toccato da De Martini è l'influenza gollista nelle idee in particolare dei giovani pacciardiani, i quali si ispiravano al gollista di sinistra René Capitant, teorico della partecipazione dei lavoratori agli utili delle imprese.
Renato Traquandi, classe 1941, mio caro amico repubblicano mazziniano da moltissimi anni, ha raccontato la sua vicenda personale e l'incontro con Pacciardi. Il padre di Renato era cugino di Nello Traquandi, partigiano antifascista dell'Italia Libera e di Giustizia e Libertà ed il piccolo Renato già nel dopoguerra si trovò a respirare il profumo della lotta politica dell'ambiente azionista e repubblicano, rimanendo in particolare colpito da un manifesto verde e rosso, con le foglie d'Edera, che annunciava un comizio di Pacciardi.
Nel '68, frequentando Parigi, Renato Traquandi entrerà in contatto con l'ambiente gollista e la sua prima esperienza politica in Italia sarà proprio l'adesione all'Unione Democratica Nuova Repubblica, incontrando Pacciardi per la prima volta quando l'antico combattente aveva già 70 anni ed iniziando a collaborare alle testate “Folla” e “Nuova Repubblica” e rimanendo affascinato dal pensiero di Mazzini, che prevedeva l'unione del capitale e del lavoro nelle stesse mani, superando per moltissimi versi in emancipazione sociale il movimento socialista e comunista.
Interessante, all'interno del convegno pacciardiano, l'intervento del prof. Massimo Scioscioli - storico del mazzinianesimo - il quale, fra le altre cose, ha dichiarato che oggi la politica è completamente scomparsa in quanto si è perso completamente ogni senso morale.
Degno di nota l'intervento del prof. Paolo Palma il quale ha ricordato come il Partito Repubblicano Italiano del periodo antifascista fosse un partito a difesa del proletariato e della classe operaia su posizioni anticomuniste e vicino ai movimenti anarchici e di come Pacciardi propugnasse già allora una Repubblica di ispirazione mazziniana, nè bolscevica nè clericale, collocandosi su posizioni ispirate al “socialismo mazziniano” e contrarie ad ogni mentalità parlamentaristica dei piccoli interessi di retrobottega dei partiti e che si reggesse su tre pilastri: federalismo sociale, associazionismo volontario e sulla democrazia diretta.
Al convegno, fra il pubblico, era presente anche una giovane laureata in Scienze Politiche: Valeria Pozzi, autrice di una interessante tesi di laurea su Randolfo Pacciardi.
Ho avuto modo di chiacchierare con Valeria, romana, classe 1989, e sono davvero rimasto molto colpito dal suo inconsueto interesse per un antico combattente senza macchia né paura in un'epoca nella quale i politicanti, peggio di ieri, si spartiscono il potere, comandati dalle fredde leggi dell'economia e dell'interesse.
Giovani studiosi come Valeria, per quanto possano essere pochi, sono, a mio avviso, l'humus, il sale per una nuova umanità di persone oneste e autenticamente libere ispirate al pensiero di Pacciardi. Persone che sappiano battersi, con coerenza e coraggio, anche a costo di essere vilipesi e oscurati.
Perché la verità e la libertà si conquistano, lottando e faticando, ogni giorno.

Luca Bagatin