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domenica 24 maggio 2026

La Bolivia insorge contro il neoliberalismo del governo Paz. Articolo di Luca Bagatin

 

Proseguono da giorni, in Bolivia, le mobilitazioni contro il governo della destra democristiana di Rodrigo Paz Pereira.

Le proteste sono guidate da gruppi agrari e sindacali legati al sindacato COB (Central Obrera Boliviana), i quali hanno denunciato l'intenzione del governo di privatizzare ampi settori del comparto pubblico boliviano, ai tempi fiore all'occhiello dei governi socialisti del Presidente Evo Morales.

Tali privatizzazioni causerebbero aumenti dei prezzi di elettricità, acqua potabile, GPL e gas naturale.

Da oltre venti giorni, operai, contadini, indigeni, autotrasportatori e insegnanti del COB e della Federazione Contadina di La Paz “Tupac Katari”, chiedono il blocco delle privatizzazioni, aumenti salariali, la stabilizzazione dell'economia e le dimissioni del Presidente Paz, insediatosi nel novembre scorso.

Il dirigente nazionale del COB, Mario Argollo, ricercato dalla Procura boliviana, ha dichiarato, sui social, che il governo non ha fornito alcuna risposta chiara alla popolazione, a parte definire le proteste una forma di provocazione vandalica.

Anche un altro sindacato boliviano, ovvero il Comitato Esecutivo Nazionale della Confederazione Unificata dei Lavoratori Contadini della Bolivia ha chiesto, sabato scorso, di intensificare i blocchi stradali e le proteste, a livello nazionale.

Proteste che mirano, sottolineano i sindacati boliviani, a difendere l'economia popolare, le risorse naturali e la sovranità del Paese, messe a rischio dalle privatizzazioni che il governo ultra-liberale vorrebbe imporre, in barba alla stessa Costituzione del Paese.

Il Presidente Paz, che ha ricevuto la solidarietà da parte del regime statunitense (il Segretario di Stato di Trump Marco Rubio ha addirittura definito i manifestanti dei “criminali e trafficanti di droga”), ha dichiarato di voler avviare un dialogo con le parti sociali, ma affermando che “ogni cosa ha un limite”.

L'ex Presidente socialista Evo Morales, vittima del golpe del 2019 e leader del partito “EVO Pueblo” — unico a denunciare le politiche oligarchiche delle destre, intenzionate a spartirsi il potere in barba alla popolazione, e al quale alle ultime elezioni fu impedito di presentarsi — si è immediatamente schierato dalla parte delle proteste dei lavoratori, condannando le violenze e le uccisioni perpetrate dalle autorità nei confronti dei manifestanti.

Egli, fra le altre cose, ha dichiarato: “La patria non è solo costituita dagli interessi economici che questo governo protegge; la patria è fatta dagli umili uomini e donne che resistono sulle strade rivendicando condizioni di vita dignitose per il popolo boliviano”.

Da non dimenticare che, i governi guidati da Evo Morales, dal 2006 al 2019, riuscirono ad ottenere successi senza precedenti, con una crescita economica del 5% annuo; un surplus fiscale; furono accumulati 15,5 miliardi di dollari in riserve internazionali; mezzo milione di persone uscirono dalla povertà e l'Unesco dichiarò la Bolivia Paese libero dall'analfabetismo.

Dopo di allora, tanto i traditori del socialismo del suo ex partito (il Movimento per il Socialismo), quanto i liberal capitalisti delle destre golpiste o legalitarie, sono riusciti a riportare indietro la Bolivia di decenni.

Ma il popolo boliviano, ancora una volta, è sceso in piazza. Deciso a rivendicare i suoi diritti.

Luca Bagatin

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sabato 3 gennaio 2026

Con l'attacco USA al Venezuela e il sequestro del suo Presidente, ancora una volta, sono sotto attacco la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica. Ovvero il socialismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta siamo di fronte all'ennesimo attacco contro realtà che promuovono la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica.

Con l'aggressione del regime di Trump alla Repubblica Bolivariana del Venezuela e il sequestro del suo legittimo Presidente, il socialista Nicolas Maduro e di sua moglie Cilia Flores, siamo di fronte all'ennesimo atto di pirateria e destabilizzazione, da parte degli USA.

Un atto di guerra a una realtà che non ha mai minacciato la sicurezza degli USA.

Un atto di guerra che – peraltro - è avvenuto a poche ore dalla visita della delegazione cinese a Caracas, per rafforzare i rapporti bilaterali fra Cina e Venezuela.

Un caso? Oppure l'obiettivo del regime di Trump e degli USA è quello di mettere i bastoni fra le ruote alla Cina, non a caso potenza socialista, che importa anche gran parte del petrolio venezuelano?

Sembra di tornare indietro nel tempo, ma nemmeno troppo.

Ai tempi della defenestrazione del socialista Salvador Allende in Cile e la sua sostituzione con la sanguinaria dittatura liberal capitalista di Pinochet, sostenuto dagli USA.

Ma non solo.

L'elenco delle destabilizzazioni e delle deliberate aggressioni contro Paesi nei quali veniva promossa e praticata la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica, sono sempre stata all'ordine del giorno.

L'elenco è lunghissimo.

Pensiamo all'Argentina di Peron, nel 1955, costretto all'esilio.

Pensiamo alla Jugoslavia, bombardata e smembrata con il supporto USA.

Pensiamo all'Italia degli Anni '90, quando una intera classe dirigente democratica, in particolare il PSI di Bettino Craxi, fu messa fuori dai giochi. Vilipesa, perseguitata.

Pensiamo alla Libia socialista di Gheddafi.

Pensiamo alla Siria socialista di Assad.

Pensiamo all'ingiusta incarcerazione del Presidente brasiliano Lula; alle persecuzioni giudiziarie contro l'ex Presidente socialista dell'Ecuador Rafael Correa (costretto oggi all'esilio in Belgio); a quelle contro l'ex Presidentessa peronista dell'Argentina Cristina Kirchner.

Pensiamo ai golpe contro il socialista Evo Morales in Bolivia.

L'elenco, ad ogni modo, è ancora lungo. Infinitamente lungo.

Ma tutto ciò porta a un'unica strada: il mondo liberal capitalista, USA in testa, non può accettare che possano esistere governi socialisti che promuovano giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.

E così, attraverso i media, le destabilizzazioni, le censure e altro ancora, si cerca di screditare e di perseguitare di volta in volta, il mondo socialista.

Si apre la caccia al “socialista ladro”, al “craxiano”, al “chavista”. Si tenta di censurare – in modo più o meno violento - chi la pensa diversamente rispetto al pensiero unico liberal capitalista, che di liberale, nel senso originario del termine, nei fatti, non ha proprio nulla.

Si inneggia al capopopolo di turno, di destra o sinistra, che si chiami Di Pietro, Grillo o Machado. O altri ancora, tutti uniti dalla lotta contro il socialismo.

Si perseguita, a vario titolo e a vario modo.

E siamo sempre lì.

E' la Storia, se ben la si osserva, senza il paraocchi e il pregiudizio della stupida e ignorante ideologia di turno, che ci mostra la realtà dei fatti.

Bettino Craxi, che questa ondata di odio e violenza subì, spiegò molto bene tutto ciò, nel suo romanzo-verità, “Parigi-Hammamet”, che ho recensito a questo link, nel 2020, appena uscito: https://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html

E Craxi, nel suo libro, spiega anche come si potrebbe uscire da questa situazione. Ovvero facendo uscire gli USA dalle ambiguità, in primis.

USA che fanno carta straccia del diritto internazionale e della loro stessa Costituzione, come spesso denunciato anche dall'ex Membro della Camera dei Rappresentanti USA, Ron Paul, che certo non è né socialista né di sinistra, ma è un libertario.

Ron Paul, peraltro, in merito, in uno dei suoi saggi, spiegò come uno del Padri Fondatori degli USA, il Presidente Thomas Jefferson, avesse affermato nel suo primo discorso d'insediamento alla Presidenza: “Pace, commercio e amicizia con tutte le nazioni, nessun vincolo d"alleanze”, a dimostrazione dello spirito cooperativo degli USA delle origini.

C'è chi addirittura vorrebbe paragonare la situazione Venezuela-USA a quella Taiwan-Cina. Il tutto ignorando o fingendo di ignorare la risoluzione nr. 2758 dell'Assemblea Generale dell'ONU, votata a ampia maggioranza, che, il 25 ottobre 1971, stabilì l'espulsione da tutte le organizzazioni delle Nazioni Unite dei rappresentanti del Kuomintang (nazionalisti conservatori, guidati da Chiang Kai-shek) a Taiwan, riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese quale unico rappresentante legittimo della Cina.

Taiwan, in sostanza, è parte della Cina, il Venezuela non risulta sia mai stata parte degli USA... per quanto gli USA abbiano sempre considerato l'America Latina il loro “cortile di casa”, secondo i sostenitori dell'imperialista “Dottrina Monroe”.

Da più parti si sono levate, nel mondo, voci di protesta per l'aggressione statunitense.

L'ex leader laburista britannico, Jeremy Corbyn, ha scritto su Facebook: “Gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco immotivato e illegale contro il Venezuela.
Si tratta di un tentativo sfacciato di assicurarsi il controllo sulle risorse naturali venezuelane.
È un atto di guerra che mette a rischio la vita di milioni di persone e dovrebbe essere condannato da chiunque creda nella sovranità e nel diritto internazionale”
.

Dello stesso avviso anche il Presidente socialista della Colombia, Gustavo Petro, che da mesi sta denunciando l'imperialismo USA nei Caraibi. Fra le altre cose, egli scrive: “Il governo della Repubblica di Colombia osserva con profonda preoccupazione le segnalazioni di esplosioni e attività aeree insolite registrate nelle ultime ore nella Repubblica Bolivariana del Venezuela e la conseguente escalation di tensione nella regione.

La Colombia riafferma il suo impegno nei confronti dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite, in particolare il rispetto della sovranità e dell'integrità territoriale degli Stati, il divieto di utilizzare o minacciare l'uso della forza e la soluzione pacifica delle controversie internazionali. In questo senso, il governo colombiano respinge qualsiasi azione militare unilaterale che possa aggravare la situazione o mettere a rischio la popolazione civile”.

La Repubblica Popolare Cinese, attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri si è detta “scioccata e condanna fermamente l'uso sfacciato della forza da parte degli Stati Uniti contro uno Stato sovrano e l'azione contro il suo Presidente”.

L'ex Presidente socialista della Bolivia, Evo Morales, su Facebook, ha scritto che “Trump è il nuovo Hitler del mondo. Con la forza delle armi, l'ambizione per le risorse naturali, l'odio, la diffamazione e la criminalizzazione di popoli e leader antimperialisti, invade, uccide e saccheggia Paesi impunemente, nel silenzio complice di molti.
I cittadini americani devono essere i primi a consegnarlo alla giustizia per aver sperperato miliardi di dollari delle loro tasse, privandoli di assistenza sanitaria, istruzione e benessere sociale ed economico.
I Paesi del mondo devono unirsi per portare Trump e i suoi alleati davanti alla Corte Penale Internazionale per i numerosi genocidi commessi in vari Paesi, violando la sovranità nazionale e il diritto internazionale.
Basta con il silenzio e la complicità di fronte a questo nuovo Hitler che cerca di eliminare milioni di esseri umani!”.

Il 2026 si apre all'insegna dell'odio e della barbarie. Quando, invece, occorrerebbe urgentemente un mondo più unito e sicuro. Volto alla cooperazione, al mutuo vantaggio, allo sviluppo pacifico delle nuove tecnologie.

Ci si arriverà, probabilmente, perché l'odio e la barbarie, nel lungo periodo, non sono destinate a trionfare.

Ma quanti ancora dovranno soffrire, nel frattempo?

Luca Bagatin

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martedì 19 agosto 2025

L'ex Presidente socialista Evo Morales commenta i risultati delle elezioni in Bolivia. Articolo di Luca Bagatin

 

L'ex Presidente socialista della Bolivia, Evo Morales, ha commentato i tristi risultati delle elezioni generali che si sono tenute, in Bolivia, lo scorso 17 agosto.

Le elezioni hanno infatti visto prevalere i candidati della destra liberal capitalista, Rodrigo Paz Pereira, candidato del Partito Democratico Cristiano, che ha ottenuto il 32% e Jorge Quiroga Ramírez, del partito LIBRE, che ha ottenuto il 27%.

Evo Morales ha dichiarato: “Rispetto i risultati, siamo un movimento politico democratico, ieri siamo andati a votare e non a eleggere (...) dobbiamo riconoscere umilmente i risultati”. Ed ha aggiunto – riferendosi al candidato del partito socialista al governo, non riconosciuto da Morales, ovvero Andrónico Rodríguez (che ha ottenuto appena il 3% dei voti) - che tale risultato è stato “un voto di punizione per il tradimento e per la corruzione”.

Tradimento e corruzione nei confronti dei ceti più umili, che Morales ha sempre sostenuto, mentre il suo predecessore, Luis Arce, sostenitore di Andrónico Rodríguez, sembra avere tradito.

Morales, fondatore del partito socialista “EVO Pueblo”, nelle settimane precedenti, aveva invitato al voto nullo, per protestare contro l'impossibilità di essere candidato, in quanto aveva già governato la Bolivia per tre mandati, dal 2006 al 2019, ottenendo peraltro ottimi risultati in termini sia economici che sociali.

L'ex Presidente Morales, ha affermato che, se i voti delle schede nulle e bianche fosse considerato e così anche il numero degli astenuti, lui si collocherebbe fra il primo e il secondo posto.

I voti nulli sono stati oltre 1.200.000, quelli bianchi circa 160.000. Gli astenuti oltre 1.400.000.

Egli, su Facebook, ha scritto: “Esprimiamo profondo rispetto e ammirazione alle compagne e ai compagni militanti del nostro movimento politico che, in meno di due settimane di campagna per il voto nullo, hanno ottenuto un risultato storico. La nostra protesta si è fatta sentire: abbiamo votato, ma non abbiamo eletto, e il popolo ha chiarito che la democrazia non può essere ridotta a una semplice procedura amministrativa.

Inoltre, il popolo ha dato un messaggio chiaro a coloro che si sono corrotti nell'esercizio politico e hanno tradito i più umili. La Bolivia non vuole privatizzazione o persecuzione con una giustizia prebendalizzata; la Bolivia chiede ripresa economica, stabilità, crescita e più democrazia”.

Luca Bagatin

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giovedì 7 agosto 2025

L'ex Presidente socialista della Bolivia, Evo Morales, in prima linea contro la destra liberal-capitalista, invita all'astensione. Articolo di Luca Bagatin

L'ex Presidente socialista boliviano, Evo Morales, non potrà candidarsi alle elezioni generali previste per il 17 agosto prossimo, in quanto la Corte costituzionale della Bolivia ha stabilito che non si può candidare chi è stato in carica per più di due mandati.

Morales ha sempre ritenuto ingiusta e politica tale sentenza e, celebrando i 200 anni dell'Indipendenza della Bolivia, ha sottolineato il rischio di un ritorno della destra oligarchica al potere.

Per questo ha invitato il popolo boliviano all'astensione di massa.

Egli, nell'ambito di una conferenza organizzata dal suo partito, “EVO Pueblo”, e circondato da leader indigeni e contadini, ha sottolineato che la Bolivia non dovrà più essere sottomessa agli interessi dell'imperialismo e, con il contributo di donne, comunità indigene, contadini e afrodiscendenti, dovrà continuare ad essere libera, così come riuscì nel passato a liberarsi dal colonialismo spagnolo.

Il pericolo che egli intravede è un ritorno del neoliberalismo al potere, ovvero il pericolo che le élite oligarchiche e anti-sociali tornino a governare.

Non potendo il suo partito essere presente, ha lanciato la campagna del “voto nullo”, quale forma di ribellione democratica, dichiarando dunque illegittima la prossima tornata elettorale, trasformando l'astensionismo in un “referendum elettorale”.

Torneremo più forti, con maggiore consapevolezza e con maggiore unità, perché ancora una volta non si tratta solo di resistere, ma di vincere ancora e ancora”, ha sottolineato l'ex Presidente Morales.

Egli ha ricordato che, durante i suoi anni di governo, dal 2006 al 2019, le aziende strategiche sono state nazionalizzate; il PIL crebbe da 9 miliardi di dollari a oltre 42 miliardi di dollari; gli investimenti pubblici aumentarono da 600 milioni di dollari a oltre 8 miliardi di dollari.

Ciò portò alla costruzione di infrastrutture e edifici scolastici e sanitari e all'eradicamento della povertà e dell'analfabetismo.

Egli è stato anche profondamente critico nei confronti dei governi degli ultimi anni, che a suo dire hanno tradito gli ideali socialisti, indebolendo lo status democratico del Paese.

Evo Morales, pur avendo vinto le elezioni nel 2019, fu vittima di un golpe – che lo costrinse all'esilio in Messico - che portò al governo la liberale Jeanine Anez, la quale, nel 2021, fu arrestata e condannata a dieci anni di reclusione, per il suo coinvolgimento nel golpe e per le violente repressioni contro i manifestanti, durante il suo breve mandato.

Indette nuove elezioni, nel 2020, vinse il socialista Luis Arce, in un primo tempo sostenuto da Morales, ma, nel corso del suo mandato, i rapporti fra i due divennero sempre più burrascosi, essendo Arce più tecnocratico ed avendo tradito molti punti del programma del Movimento per il Socialismo (MAS).

Nel marzo 2025, Evo Morales, ha fondato “EVO Pueblo”, nuovo partito socialista nato dalla scissione del Movimento per il Socialismo e i cui valori fondanti sono la lotta per la Natura, la pace e il socialismo autentico, antimperialista e anticapitalista.

I governi guidati da Evo Morales, effettivamente, ottennero successi senza precedenti, con una crescita economica del 5% annuo; un surplus fiscale; furono accumulati 15,5 miliardi di dollari in riserve internazionali; mezzo milione di persone uscirono dalla povertà e l'Unesco dichiarò la Bolivia Paese libero dall'analfabetismo.

Luca Bagatin

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venerdì 4 novembre 2022

L'America Latina punta all'integrazione dal basso con un incontro in Argentina. Articolo di Luca Bagatin

Il 5 e 6 novembre si terrà a Buenos Aires, l'Assemblea per un'America Latina Plurinazionale, ovvero per la costituzione dell'”Unasur de Los Pueblos” (l'Unione delle Nazioni Sudamericane dei Popoli, che sarà chiamato Runasur), iniziativa fortemente voluta dall'ex Presidente socialista della Bolivia Evo Morales.

Nel 2019, infatti, Morales formulò la proposta di emancipazione dei popoli latinoamericani, fondata sulla difesa della democrazia, della pace, dell'identità culturale, della sovranità, dell'anticolonialismo, dell'anticapitalismo e dell'antimperialismo di tutti i popoli indigeni, afro-discendenti, delle organizzazioni sociali, sindacali, territoriali e di tutti i movimenti sociali nel continente.

Morales ha avuto tale intuizione al fine di “risolvere il debito storico che i popoli devono affrontare in un contesto di crisi economica, sociale, culturale e, soprattutto, di vita”.

Tale Assemblea si terrà presso la sede del Club Atletico Banco Nación, nel dipartimento Vicente López, provincia di Buenos Aires ed è prevista la presenza di oltre cento rappresentanti di movimenti sociali, sindacali, indigeni e afrodiscendenti di Venezuela, Argentina, Bolivia , Ecuador, Cile, Perù, Uruguay, Paraguay, Brasile, oltre a Guatemala, Panama, Nicaragua e Messico.

L'ex Presidente Morales incontrerà, inoltre, il Presidente peronista argentino Alberto Fernández e la Vicepresidente Cristina Kirchner e per questo si è detto “Molto grato e onorato per questa possibilità di rafforzare ulteriormente i legami di amicizia, lavoro e solidarietà con le autorità di un Paese fratello”.

Luca Bagatin

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lunedì 18 ottobre 2021

Parlamento Europeo. L'estrema destra candida al premio per i diritti umani la golpista boliviana Jeanine Añez. Articolo di Luca Bagatin


Già nell'aprile 2021, il Parlamento Europeo, attraverso una mozione presentata e sostenuta dall'estrema destra, ovvero dal Partito Popolare, dai liberali e dai conservatori (in primis il partito spagnolo VOX) avrebbe voluto il rilascio di Jeanine Añez, ex senatrice liberale, condannata in Bolivia con l'accusa di golpe, cospirazione e associazione a delinquere.

Oggi, VOX e l'estrema destra del Parlamento Europeo (il gruppo dei Conservatori e Riformisti, di cui fa parte anche il partito della Meloni), propongono addirittura di assegnare alla Añez, il “Premio Andrei Sacharov” per i diritti umani.

Jeanine Añez, autoproclamatasi – nell'autunno 2019 - Presidente ad interim della Bolivia, a seguito del golpe violento che ha portato all'esilio del Presidente eletto Evo Morales, secondo un rapporto dettagliato del Parlamento boliviano, è accusata di genocidio, essendo responsabile dei massacri avvenuti a Senkata e Sacaba, durante le relative proteste contro il suo governo illegittimo. Massacri che hanno colpito in particolare la popolazione di origine indigena.

Fra i nominati al “Premio Andrei Sacharov”, da parte del Partito Popolare, l'oppositore russo di destra Alexei Navalny; da parte dei socialisti e dei verdi, le 11 donne afgane che hanno combattuto per i diritti nel loro Paese; mentre, da parte della Sinistra Unitaria Europea, è stata candidata Sultana Khaya, attivista dei diritti umani nel Sahara occidentale.

Il “Premio Sacharov per la libertà di pensiero”, istituito dal Parlamento Europeo, sin da tempi non sospetti, ha più una valenza politica che di riconoscimento effettivo dell'attivismo nell'ambito dei diritti umani.

Spesso sono infatti stati premiati, nel recente passato, esponenti dichiaratamente filo statunitensi, anticomunisti o di destra, come ad esempio i controrivoluzionari cubani o l'opposizione antisocialista in Venezuela.

Luca Bagatin

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giovedì 10 giugno 2021

Elezioni presidenziali in Perù. Vince il socialista populista Pedro Castillo, ma la Fujimori.... Articolo di Luca Bagatin

Dopo uno spoglio delle schede lungo e difficile, la commissione elettorale del Perù ha decretato vincitore il candidato socialista populista Pedro Castillo, che, con il 50,2% (8.791.778 voti) batte la liberal-conservatrice Keiko Fujimori, ferma al 49,8% (8.720.337).

Quest'ultima, non soddisfatta di essersi vista sottrarre la vittoria per 71.441 voti, ha chiesto l'annullamento dei voti in 802 seggi elettorali, pari a circa 200.000 voti.

La Fujimori, figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori, aveva conquistato al primo turno il 13% dei consensi e, sia lei che il padre, sono stati più volte accusati e condannati per reati di corruzione.

Castillo, maestro elementare, forte della sua vittoria e sostenuto dal partito Perù Libre, di orientamento socialista, populista di sinistra e marxista, ha ricevuto le congratulazioni dall'ex Presidente della Bolivia Evo Morales, suo grande sostenitore della prima ora.

Castillo, al primo turno, aveva ottenuto il 19% dei voti e intende da subito avviare l'iter per un'Assemblea Costituente che rediga una nuova Costituzione democratica. Oltre a ciò, ha elaborato un piano anticorruzione, maggiore intervento pubblico in economia, il rafforzamento del sistema sanitario pubblico e gratuito e forti politiche in favore dell'ambiente e della lotta al precariato e allo sfruttamento lavorativo.

Castillo, al secondo turno, aveva ottenuto anche l'appoggio di Veronika Mendoza, candidata alla presidenza per il partito di sinistra e centrosinistra patriottici Uniti per il Perù.

Obiettivo della nuova amministrazione Carrillo, quella di fare uscire il Paese dalla corruzione, da ogni forma di dittatura, discriminazione e garantire diritti a tutti e per tutti.

Se la Fujimori non gli metterà i bastoni fra le ruote, potrà farcela.

Luca Bagatin

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venerdì 14 maggio 2021

Il popolo colombiano viene represso, ma il Parlamento Europeo vorrebbe fare pressione sulla Bolivia.... Articolo di Luca Bagatin

Il popolo colombiano protesta – dal 28 aprile scorso - contro il governo conservatore retto da Ivan Duque, che continua a reprimere le rivolte popolari con la violenza, come denunciato anche da diverse organizzazioni per i diritti umani.

Le proteste sono nate a seguito delle riforme introdotte dal governo, che andranno a penalizzare i ceti medi e poveri. Tali riforme prevedono un aumento delle tasse, a iniziare dall'IVA, mentre la riforma sanitaria sarà ispirata al modello statunitense, con l'introduzione di polizze private e prezzi differenti a seconda delle patologie delle persone.

Mentre le proteste del popolo colombiano vengono represse nella violenza, la Vicepresidente del Parlamento Europeo, la liberal conservatrice Dita Charazová, vuole fare pressione non già sulla Colombia, bensì sulla Bolivia, che si appresta a condannare l'ex presidente golpista Jeanine Añez e i suoi complici.

Il Parlamento Europeo, infatti, nelle scorse settimane ha votato a maggioranza una mozione dell'estrema destra, nella quale si vorrebbe invitare il governo socialista della Bolivia - retto da Luis Arce - a rilasciare i golpisti che – nell'autunno del 2019 – con un golpe, presero il potere nel Paese, attuando politiche di macelleria sociale e di repressione del dissenso.

Il governo Arce – da parte sua - ha respinto ogni forma di interferenza da parte del Parlamento Europeo in merito al processo che vedrà imputata la Añez e i suoi complici.

Luca Bagatin

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venerdì 30 aprile 2021

Il Parlamento Europeo, con i voti dell'estrema destra, vuole la liberazione della golpista Jeanine Anez. Articolo di Luca Bagatin

Proprio negli scorsi giorni, il Presidente del Senato della Bolivia, Adronico Rodriguez, aveva presentato il sesto atto d'accusa contro Jeanine Añez, ex senatrice liberale e auto proclamatasi Presidente a seguito del golpe militare contro il Presidente eletto Evo Morales, nell'autunno 2019.

Sul capo della Añez pendono anche ben quattro cause legali, promosse dall'attuale governo socialista, presieduto da Luis Arce.

La Añez, agli arresti da marzo, è infatti accusata di sedizione, di aver represso le manifestazioni anti-golpiste, di cospirazione e di associazione a delinquere, oltre ad essersi autoproclamata Presidente del Paese, senza averne alcun legale titolo o diritto.

Nonostante ciò, il Parlamento Europeo, con 396 voti favorevoli, 267 contrari e 28 astenuti, ha condannato la detenzione della Añez, invitando le autorità boliviane a rilasciarla, assieme ai suoi ex Ministri. Ritirando, oltretutto, le accuse a loro carico.

La mozione è stata presentata e sostenuta dall'estrema destra, ovvero dal Partito Popolare, dai liberali e dai conservatori. Fra i principali promotori, il partito di estrema destra spagnolo, VOX (fondato da ex aderenti al Partito Popolare).

La Añez fu arrestata, nel marzo scorso, con mandato di cattura del Procuratore del Dipertimento di La Paz, assieme ai suoi ex Ministri Arturo Murillo, Luis Fernando Lopez, Alvaro Coimbra e Rodrigo Guzman.

Medesimo ordine di cattura fu spiccato contro numerosi militari all'epoca in carica, fra i quali, in particolare, l'ex comandante in capo delle forze armate Williams Kaliman, per la sua partecipazione al golpe.

Il golpe militare della Añez aveva provocato un'escalation di violenza nel Paese e l'avvento al governo di elementi razzisti e fondamentalisti religiosi.

In ambito economico, l'autoproclamato governo della Añez, aveva distrutto tutte le conquiste sociali ed economiche portate avanti dai governi socialisti di Evo Morales, il quale, a seguito del golpe, fu costretto all'esilio.

Solo la vittoria del socialista Luis Arce, con il 55% dei voti, alle presidenziali dell'ottobre 2020, ha permesso a Morales di rientrare in patria e alla Bolivia di tornare alla democrazia.

Luca Bagatin

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giovedì 29 aprile 2021

Bolivia. Sesto capo d'accusa contro l'ex senatrice liberale Jeanine Anez, per golpe e associazione a delinquere. Articolo di Luca Bagatin

Il Presidente del Senato della Bolivia, Adronico Rodriguez, ha presentato, nei giorni scorsi, una formale denuncia contro Jeanine Anez, ex senatrice liberale e auto proclamatasi Presidente a seguito del golpe militare contro il Presidente eletto Evo Morales, nell'autunno 2019.

Ho formalmente presentato questa denuncia contro l'ex senatrice Jeanine Anez a causa degli atti commessi dagli imputati l'8, 9, 10, 11 e 12 novembre 2019”, ha affermato il socialista Adronico Rodriguez in conferenza stampa.

Secondo le indagini effettuate, la Anez, attualmente agli arresti, sarebbe accusata di “sedizione delle truppe”, di aver represso le manifestazioni anti-golpiste, oltre che di cospirazione e di associazione a delinquere. Ciò assieme ad ex parlamentari e a rappresentanti internazionali. Oltre, naturalmente, essersi arrogata il diritto di autoproclamarsi Presidente del Paese, senza averne alcun legale titolo o diritto.

La denuncia del Presidente del Senato Rodriguez sarebbe il sesto atto d'accusa contro la Anez, agli arresti dal marzo scorso e in attesa del processo per il golpe del novembre 2019.

Oltre a ciò, l'ex senatrice Jeanine Anez, dovrà affrontare ben quattro cause legali – promosse dall'attuale governo socialista, regolarmente eletto nel'autunno 2020 e presieduto da Luis Arce - per i crimini commessi durante la sua autoproclamata presidenza.

Luca Bagatin

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sabato 24 aprile 2021

Elezioni Perù. In testa il candidato socialista populista Castillo, sostenuto anche dall'ex Presidente Boliviano Evo Morales. Articolo di Luca Bagatin

Al primo turno delle elezioni presidenziali del Perù, tenutesi l'11 aprile scorso, il maestro elementare di orientamento socialista e populista Pedro Castillo, si è posizionato al primo posto, conquistando il 19% dei consensi.

Castillo, che guida il partito Perù Libre, dovrà vedersela al ballottaggio del 6 giugno prossimo con la candidata liberal conservatrice di Forza Popolare, Keiko Fujimori, figlia dell'ex dittatore Alberto Fujimori, che ha conquistato il 13% dei consensi. Sia lei che il padre, peraltro, sono stati più volte accusati e condannati per reati di corruzione.

Nei giorni scorsi, in favore della candidatura di Castillo, si è speso anche l'ex Presidente socialista boliviano Evo Morales, il quale ha dichiarato: “Salutiamo ed esprimiamo rispetto e ammirazione per Pedro Castillo dal Perù, che ha un programma simile al nostro: rivoluzione pacifica, democratica e culturale, difesa delle risorse naturali e promozione di un'Assemblea Costituente, a beneficio del popolo in modo che ci sia giustizia sociale”.

Il programma di Castillo – che si ispira sia a valori marxisti-leninisti che socialisti populisti - comprende, fra le altre cose, la costituzione di un'Assemblea Costituente e la redazione di una nuova Costituzione democratica; un piano anticorruzione; maggiore intervento pubblico in economia; rafforamento del sistema sanitario pubblico e gratuito; forte politica di ispirazione ambientalista e lotta al precariato ed allo sfruttamento lavorativo.

Un recente sondaggio lo darebbe vincente, al secondo turno, con il 42% dei consensi, mentre la Fujimori si fermerebbe al 31%. Il 16% degli elettori voterebbe scheda bianca e l'11% non ha voluto dichiarare per chi voterebbe.

Luca Bagatin

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sabato 13 marzo 2021

Bolivia. Arrestata la golpista Jeanine Añez e i suoi ex collaboratori. Articolo di Luca Bagatin

Il colpo di Stato in Bolivia del novembre 2019, che ha obbligato il Presidente eletto Evo Morales all'esilio e che aveva portato al governo la liberale Jeanine Añez, sostenuta dagli USA con l'avallo dell'Unione Europea, non è rimasto impunito.

Il Ministro Eduardo Del Castillo, neoministro del governo socialista presieduto da Luis Arce, ha comunicato al popolo boliviano su Twitter che “La signora Jeanine Añez è stata arrestata ed è attualmente nelle mani della Polizia”.

Il Procuratore del Dipartimento di La Paz ha infatti emesso un mandato di cattura nei confronti della Añez, con l'accusa di “terrorismo, sequestro e cospirazione”, assieme ai suoi ex Ministri Arturo Murillo; Luis Fernando Lopez; Alvaro Coimbra e Rodrigo Guzman.

Medesimo ordine di cattura è stato spiccato contro numerosi militari all'epoca in carica, fra i quali, in particolare, l'ex comandante in capo delle forze armate Williams Kaliman, per la sua partecipazione al golpe.

Il golpe militare della Añez aveva provocato un'escalation di violenza nel Paese, l'avvento al governo di elementi razzisti e fondamentalisti religiosi e, in ambito economico, aveva distrutto tutte le conquiste sociali ed economiche portate avanti dai governi socialisti di Evo Morales.

Con la recente vittoria alle elezioni di Luis Arce, ex Ministro di Morales, il vento della democrazia, in Bolivia, ha ricominciato a soffiare.

Luca Bagatin

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mercoledì 13 gennaio 2021

USA ancora contro Cuba: "E' sponsor del terrorismo". La risposta: "USA ipocriti e cinici". Articolo di Luca Bagatin

Il governo USA, non pago dell'aver imposto un embargo che dura da decenni a Cuba, ha voluto nuovamente inserire l'Isola caraibica socialista nell'elenco dei “Paesi sponsor del terrorismo”, come Siria (altro Paese socialista che il terrorismo islamico sta invece combattendo da anni), Iran e Corea del Nord (Paese che non ha mai interferito con altri Paesi e che proprio con gli USA aveva migliorato i rapporti).

Decisione profondamente pretestuosa e ideologica, oltre che priva di fondamento, al punto che Cuba ha fornito e sta fornendo, in questo periodo di pandemia, assistenza medica a tutti i Paesi che ne hanno fatto e ne stanno facendo richiesta, compresa l'Italia, oltre che la Francia.

Fidel Castro, storico leader rivoluzionario dell'Isola, non a caso, ebbe a dichiarare: “Il nostro Paese non lancia bombe contro altri popoli, né invia migliaia di aerei a bombardare le città; il nostro Paese non possiede armi nucleari, né armi chimiche, né biologiche. Le decine di migliaia di scienziati e di medici di cui dispone il nostro Paese sono stati formati nell'idea di salvare vite. Sarebbe in assoluta contraddizione con la sua concezione costringere uno scienziato o un medico a produrre sostanze, batteri o virus per provocare la morte di altri esseri umani”.

L'annuncio da parte del governo USA, ha suscitato le immediate reazioni del Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, il quale ha affermato che “sono gli ultimi colpi di Trump, di un'amministrazione fallita e corrotta impegnata a favore della mafia cubana di Miami”, sottolineando invece come sia terrorista la politica di embargo contro Cuba e dunque il suo popolo.

L'opportunismo politico di questa azione è riconosciuto da chiunque abbia una sincera preoccupazione per il flagello del terrorismo e le sue vittime”, ha sostenuto il Ministro degli Esteri e membro dell'Ufficio politico del Comitato centrale del Partito Comunista Cubano, Bruno Rodríguez Parrilla, il quale ha definito la decisione del governo USA “ipocrita e cinica”.

Aggiungendo che “Il Paese che, nella sua arroganza, solleva una tale farsa contro Cuba, è lo stesso che promuove l'estremismo politico e incoraggia le persone armate a prendere d'assalto le istituzioni pubbliche; che, subordinando la salute al mercato, espone i suoi cittadini al contagio e alla morte di massa a causa di un'epidemia; che uccide selettivamente coloro che considera nemici fuori dai suoi confini, e che, nel silenzio complice, si astiene dal condannare l'attentato con armi da fuoco all'Ambasciata del Paese, che ora accusa spudoratamente di essere un terrorista, e che ha bloccato per più di 60 anni, per farla arrendere alla fame e alla miseria”.

La decisione arbitraria del governo degli Stati Uniti, non solo vìola la Carta delle Nazioni e il diritto internazionale, ma è un affronto ai popoli del mondo”, ha affermato il Segretario esecutivo dell'ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe), Sacha Llorenti, il quale ha ricordato che “Nel mezzo della pandemia e sotto un blocco criminale, Cuba invia medici e salva migliaia e migliaia di vite”.

Sulla questione è intervenuto anche il Ministro degli Esteri del Venezuela, Jorge Arreaza, che ha ribadito il suo sostegno a Cuba e dichiarato che “E' evidente l'intenzione di lasciare minata la strada per ostacolare un riavvicinamento tra il governo entrante della Casa Bianca e il governo rivoluzionario di Cuba” e che “Il Venezuela chiede al nuovo governo degli Stati Uniti di scartare una volta per tutte le pratiche unilaterali che contraddicono e mancano di rispetto al diritto internazionale, in particolare il diritto dei popoli all'autodeterminazione”.

Solidarietà a Cuba è giunta anche dall'ex Presidente della Bolivia e leader del Movimento per il Socialismo, Evo Morales, il quale ha sottolineato come, mentre Cuba è impegnata nel salvare vite, gli USA siano impegnati a invadere Paesi e organzzare golpe.

Solidarietà a Cuba, in America Latina, è giunta anche dal Presidente sandinista del Nicaragua, Daniel Ortega e dal Senatore colombiano Iván Cepeda, il quale ritiene che “la Colombia dovrebbe riconoscere il contributo di Cuba alla pace nel continente”.

Anche la Cina condanna con fermezza l'ultima mossa di Trump. “La Cina ha sempre sostenuto che la comunità internazionale dovrebbe lavorare insieme per combattere il terrorismo, ma si oppone fermamente alla repressione politica degli Stati Uniti e alle sanzioni economiche contro Cuba in nome dell'antiterrorismo”, ha dichiarato Zhao Lijian, portavoce del Ministero degli Esteri cinese.

Infine, sulla questione, è intervenuto anche il Segretario dei Comunisti di Russia, Maksim Suryakin, leader di opposizione il cui partito, pur non essendo presente alla Duma, ovvero nel Parlamento russo, alle recenti elezioni amministrative, ha raccolto dal 4% al 7%, sottraendo voti al ben più consistente, ma decisamente più moderato, Partito Comunista della Federazione Russa. Suryakin ha dichiarato che dubita fortemente che il nuovo Presidente USA, Biden, si discosterà dalle politiche di Trump, in particolare nei rapporti con Cuba. “Lo stesso Biden, dopotutto, fa parte della vecchia generazione di leader politici statunitensi che ha combattuto attivamente contro Fidel Castro. Quando Barack Obama ha deciso di revocare il blocco commerciale all'Isola, è stato il Congresso e tali veterani della politica imperialista USA a non permettere che questa decisione passasse”, ha affermato il leader comunista.

Suryakin ha proseguito il suo ragionamento affermando che, sia democratici che repubblicani USA, continueranno tutti “l'attuale politica imperialista” a Stelle e Strisce e che “Gli USA sono sempre gli stessi: accusano indiscriminatamente gli altri di sostenere i terroristi, sebbene essi stessi lo facciano costantemente”.

Cuba, nonostante sessant'anni di embargo, ha un livello di istruzione e sanitario all'avanguardia nel mondo. E' giunta a brevettare ben due vaccini anti-Covid 19, il “Soberana 1” e il “Soberana 2”. Il governo investe, infatti, gran parte del suo PIL in ricerca e sanità.

La nuova Costituzione dell'Isola ha riaffermato l'economia socialista dell'Isola, sottolineado come lo Stato controlli, regoli e diriga l'attività economica, ma si sancisca anche la partecipazione diretta dei lavoratori alla direzione, all'ordinamento e al controllo dell'attività economica nazionale. Al contempo si riconoscono nuove forme di proprietà e il ruolo del mercato, ma si pone un tetto all'accumulazione della ricchezza, in modo da non creare diseguaglianze sociali.

Luca Bagatin

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mercoledì 25 novembre 2020

Bolivia. La neo-Ministra della Cultura Sabina Orellana Cruz: "Lotta al razzismo e al patriarcato". Articolo di Luca Bagatin

Grandi cambiamenti in Bolivia, dopo la vittoria alle elezioni del socialista Luis Arce, con oltre il 50% dei consensi, al primo turno, tenutesi il 18 ottobre scorso.

Introdotte le prime misure sociali e il ritorno alla normalizzazione del Paese, dopo il golpe bianco liberale che, un anno fa, aveva costretto l'ex Presidente socialista Evo Morales all'esilio e gettato la Bolivia nel caos e nello sfacelo economico e sociale.

Evo Morales ha potuto rientrare, nelle scorse settimane, dal suo esilio in Argentina e un altro importante cambiamento è giunto.

Sabina Orellana Cruz, di origine indigena e leader della Confederazione Femminile, ha prestato giuramento come Ministro delle Culture, della Decolonizzazione e della Depatriarcalizzazione e ha già affermato che intende portare avanti misure atte a combattere il razzismo, i residui di colonialismo e di cultura patriarcale presenti nel Paese, riaffermatesi purtroppo dopo l'avvento al potere dei golpisti liberali e di estrame destra.

Sono una donna orgogliosa delle mie radici, perché sono quechua e tutti dovremmo essere orgogliosi di avere radici indigene”, ha dichiarato la neo Ministra Orellana, nell'ambito della cerimonia di investitura, che ha avuto luogo presso la Casa Grande del Popolo.

Lavoreremo tra arte e cultura, est e ovest, campagna e città. Lavoreremo insieme e vi chiedo di darmi l'opportunità di lavorare per la gestione culturale collettiva, a beneficio del nostro popolo di Bolivia”, ha dichiarato.

E ha altresì aggiunto: “La fine del razzismo è una responsabilità che incombe su tutti noi, che vogliamo attuare una pacifica convivenza, nella quale nessuno possa vedere una donna o un uomo inferiori perché diversi. Siamo diversi come i colori della nostra wiphala”. La wiphala è la bandiera rappresentativa di tutti i popoli Nativi che vivono nei territori andini, che il governo golpista liberale, suprematista bianco e fondamentalista evangelico, aveva proibito.

La Ministra Sabina Orellana Cruz, ha concluso il suo discorso affermando che la Bolivia socialista vuole costruire “un Paese decolonizzato, depatriarcalizzato, orgoglioso delle sue radici e della sua grande ricchezza culturale”.

Diritti sociali e lotta al patriarcato sono da sempre cavalli di battaglia dei movimenti sociali, socialisti e peronisti in America Latina, almeno sin dagli Anni '50. Fra le pasionarie di tali diritti, ricordiamo Evita Peron, la quale, assieme al marito, il Presidente argentino Juan Domingo Peron, molto si è battuta, sia per l'emancipazione delle donne argentine, che per il diritto di voto alle donne.

Luca Bagatin

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sabato 7 novembre 2020

Bolivia. Si riparte dalle misure sociali, nonostante la violenza di piazza dell'estrema destra liberale. Articolo di Luca Bagatin

 

Eletto il 18 ottobre scorso con il 55% dei voti, al primo turno, il nuovo Presidente della Bolivia, il socialista Luis Arce, ha subito annunciato le misure economiche che intenderà adottare già a inizio del suo mandato.

Egli ha infatti annunciato che intende introdurre un “buono contro la fame” di 1000 boliviani (circa 150 dollari). Oltre a ciò ha proposto un disegno di legge che prevede la riduzione dell'IVA per i pagamenti con carte di credito, che passerà dal 13% all'8% e il recupero dell'IVA per le persone con redditi bassi.

Altre misure saranno inoltre adottate al fine di rivalutare il peso boliviano.

Nell'ambito della politica estera, la Bolivia, rinsalderà i suoi rapporti con altri importanti Paesi socialisti limitrofi, ovvero Cuba e il Venezuela.

Presidente del Senato boliviano è stato poi eletto il Senatore Andrónico Rodríguez, del Movimento per il Socialismo (MAS), ovvero il partito di governo. Andrónico Rodríguez, 32 anni, è un giovane sindacalista cocalero ed è considerato uno dei rappresentanti dell'ala più rivoluzionaria del MAS.

Una cattiva notizia, ad ogni modo, ha offuscato nei giorni scorsi la vittoria socialista alle presidenziali e il ritorno del Paese alla democrazia. Sebastian Michel, portavoce del MAS, ha infatti denunciato, giovedì scorso, un tentativo di attentato contro il Presidente Arce attraverso un attacco dinamitardo nel corso di una riunione presso la sede del partito a La Paz.

Fortinatamente non vi sono stati feriti.
L'attacco è avvenuto il giorno in cui gruppi di estrema destra, sostenitori del passato regime liberale, hanno scioperato a Santa Cruz, contestando il risultato elettorale del 18 ottobre scorso.

Nei giorni precedenti, peraltro, si erano registrati altri episodi di violenza e attacchi contro organizzazioni sindacali e sociali, sostenitrici dei socialisti.

Il 28 ottobre, a seguito di tali violenze, morì peraltro il Segretario della Federazione Sindacale dei Lavoratori Minerari della Bolivia, Orlando Gutierrez, attivo sostenitore del Movimento per il Socialismo e del Presidente Arce.

Il governo di Luis Arce non consentirà nessun gruppo armato irregolare in Bolivia, né l'uso di armi”, ha dichiarato il portevoce del MAS ai media boliviani.

Luca Bagatin

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giovedì 22 ottobre 2020

Bolivia. Luis Arce rinsalda i rapporti con Cuba e il Venezuela e promette nuove misure sociali. Articolo di Luca Bagatin

Domenica 18 ottobre scorsa è stato eletto, alla Presidenza della Bolivia, l'economista Luis Arce, con oltre il 50% dei consensi.

Arce ha dichiarato che, come primo atto di governo, oltre a rinsaldare i rapporti di amicizia con Cuba, il Venezuela, la Russia e la Cina, intende introdurre un “buono contro la fame”, per tutti coloro i quali detengono un basso reddito.

Il nuovo Presidente ha altresì promesso di non tagliare la spesa pubblica e di voler rilanciare l'economia rafforzando la domanda interna.

Ho le mie idee da quando avevo 14 anni, quando ho iniziato a leggere Karl Marx. Da allora ho mantenuto la stessa posizione ideologica e non ho intenzione di cambiarla”, ha dichiarato nei giorni scorsi Arce all'agenzia di stampa britannica Reuters.

Già Ministro dell'Economia durante i governi socialisti di Evo Morales, nel corso degli Anni 2000, Arce è considerato l'artefice della crescita boliviana e colui il quale ha risollevato la popolazione dalla povertà.

Durante i suoi mandati ha lavorato per nazionalizzare i settori chiave dell'economia, garantendo così un tasso di crescita medio annuo di quasi il 5%. Uno dei migliori dell'America Latina.

Egli ha studiato economia presso la prestigiosa Universidad Mayor de San Andrés in Bolivia e successivamente presso l'Università di Warwick in Inghilterra.

La sua formazione è prettamente accademica e, a differenza di Evo Morales, che pur lo sostiene, non è un leader sindacale.

Luca Bagatin

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lunedì 19 ottobre 2020

Elezioni presidenziali in Bolivia. Trionfa il socialismo e la democrazia. Articolo di Luca Bagatin

 

Nonostante i numerosi tentativi di rinvio delle elezioni, nonostante i tentativi di golpe, in realtà non ancora sopiti, il candidato del Movimento per il Socialismo, Luis Arce - coadiuvato dal suo vice, David Choquehuanca - ha vinto le elezioni presidenziali in Bolivia, tenutesi domenica 18 ottobre 2020, con il 52,4% dei consensi.

Arce, candidato sostenuto anche dall'ex Presidente Evo Morales, costretto un anno fa all'esilio da un golpe bianco liberale, evita così il ballottaggio con il suo avversario, ovvero con il candidato di centrosinistra Carlos Mesa, che si ferma al 31,5%.

Terzo in lizza il candidato di estrema destra, Fernando Camacho, con il 14,1%. Seguono il cristiano democratico Chi Hyun Chung con l'1,6% e il candidato del Partito Azione Nazionale della Bolivia, Feliciano Mamani con lo 0,4%.

Il risultato elettorale è stato riconosciuto anche dalla Presidente ad interim Jeanine Añez, la quale, un anno fa, aveva defenestrato Evo Morales con il contributo delle forze armate, dichiarando illegale la sua vittoria di allora.

I nuovi risultati elettorali, in realtà, hanno confermato una vittoria del socialismo e sconfitto la strana alleanza trasversale – molto simile a quella che sostiene Juan Guaidò in Venezuela - fra settori liberali (Añez), di estrema destra (Camacho) e di centrosinistra liberale (Mesa) per distruggere le conquiste socialiste attuate da Evo Morales nel corso dei decenni.

Conquiste che avevano portato la Bolivia ad una crescita del 5% annuo; a un surplus fiscale; a far uscire mezzo milione di persone dalla povertà; a garantire sussidi per bambini e anziani e a liberare il Paese dall'analfabetismo e a farlo uscire dalle nefaste influenze degli USA e del Fondo Monetario Internazionale.

Luis Arce, 57 anni, nuovo Presidente della Bolivia, economista, ricoprì la carica di Ministro dell'Economia durante i governi di Morales dal 2006 al 2017 e, ringraziando il popolo boliviano, ha dichiarato, in conferenza stampa: “Ora in Bolivia è tornata la democrazia !”.

La sua vittoria è stata salutata anche dall'ex Presidente Evo Morales, nel suo esilio in Argentina (dal quale probabilmente ora potrà tornare), che ha dichiarato: “Siamo tornati, ora restituiremo dignità e libertà al popolo”.

Luca Bagatin

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sabato 3 ottobre 2020

In Ecuador e Bolivia si avvicinano le elezioni. I socialisti in testa. Articolo di Luca Bagatin

 

Alle elezioni presidenziali ecuadoriane del 7 febbraio 2021, Rafael Correa, ex Presidente socialista, non potrà essere candidato alla vicepresidenza.

Lo ha reso noto il tribunale nazionale dell'Ecuador, che ha confermato la sentenza di corruzione, sebbene mai provata, contro di lui, impendendogli la candidatura.

La coalizione che sostiene, ovvero il Movimento Unione Nazionale per la Speranza” (costituita dai partiti “Rivoluzione Cittadina” (socialista) e “Centro Democratico” (centrosinistra)) va avanti comunque. Forte anche del sostegno dei sondaggi, che la danno in testa.

Candida infatti Andres Arauz, classe 1985, già Ministro del Patrimonio e della Cultura sotto la presidenza di Correa, nel 2017. Economista e ex direttore generale della Banca Centrale dell'Ecuador.

Alla vicepresidenza, a sostituire Correa, ci sarà il celebre giornalista e professionista della comunicazione Carlos Rabascall. Persona particolarmente sensibile alle questioni legate al sociale, allo sviluppo locale e territoriale, all'economia popolare e all'inclusione nel mondo del lavoro delle persone disabili.

Numerosissimi i candidati in lizza alla competizione elettorale: Guilermo Celi, candidato sostenuto dal Presidente Lenin Moreno e candidato del partito liberale “Società Unita più Azione (SUMA); Lucio Gutierrez, candidato nazionalista di destra con il partito “Società Patriottica”; Cesar Montufar Macheno del partito centrista “Movimento Concertazione”; Ferdando Balda sarà il candidato di “Libertà è Popolo” (partito di Gary Moreno, fratello del Presidente in carica, Lenin Moreno); Paul Carrasco, candidato del partito di sinistra “Insieme possiamo”; Abdalá Bucaram, candidato del partito di centrodestra “Forza Ecuador”; Isidoro Romero per il partito di centrosinistra “Avanza”; Guillermo Lasso per il partito liberale “Credo”; Yaku Perez, candidato indigenista per il partito “Pachakutik”, anticapitalista, indigenista e socialista, ma da sempre fortemente critico con la Presidenza di Correa. Possibile anche la candidatura dell'imprenditore Otto Sonnenholzner, vicepresidente di Lenin Moreno.

Arauz promette un programma che impedisca che l'Ecuador torni nelle mani dei neoliberali e degli oligarchi filo statunitensi e che la Rivoluzione Cittadina portata avanti dal 2007 da Correa venga spazzata via.

Situazione molto simile in Bolivia, ove, dopo il golpe bianco liberal-conservatore che ha cacciato dal Paese il Presidente legittimamente eletto, Evo Morales, ha visto precipitare la situazione sociale e economica.

L'autoproclamatasi Presidente Jeanine Anez - una Juan Guaidò al femminile - ha infatti riportato indietro il Paese di decenni, generando tensioni in tutto il Paese.

In caduta libera nei sondaggi, la Anez ha deciso di ritirare la sua candidatura dalle elezioni presidenziali, previste il 18 ottobre prossimo.

L'obiettivo della Anez è compattare il fronte anti-socialista, visto che il candidato socialista di Evo Morales, Luis Arce, anche'egli economista come l'ecuadoriano Arauz, è da tempo in testa in tutti i sondaggi con il 44,4%. A seguire il candidato di centrosinistra liberale Carlos Mesa, con il 34% e al terzo posto l'estremista di destra e fondamentalista religioso – molto attivo durante il golpe contro Morales, assieme alla Anez - Fernando Camacho, con il 15,2%.

Luca Bagatin

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martedì 18 agosto 2020

Bolivia. Muore di Coronavirus Esther Morales Ayma, sorella del Presidente Evo. Articolo di Luca Bagatin

E' deceduta nella sua Bolivia, Esther Morales Ayma, all'età di 70 anni, per aver contratto il Coronavirus.
Sorella del Presidente legittimo della Bolivia, Evo Morales, Esther era ricoverata in un ospedale di Oruro.
Evo Morales, in esilio in Argentina dopo il colpo di Stato dell'autunno scorso, che lo ha costretto alla fuga, ha dichiarato: “Mi dispiace non poter dare l'ultimo saluto a mia sorella, che era per me come una madre, per ringraziarla per il suo amore, la sua onestà”.
E ha ricordato come, durante il golpe, le avessero vigliaccamente incendiato la casa nella quale viveva: “Non ha mai avuto incarichi pubblici, ma nonostante questo nel golpe del 2019 hanno incendiato la sua casa. Perché tanto odio, razzismo e persecuzione politica mi impediscono di vedere per l'ultima volta la mia unica sorella ? Giudicherà la Storia”.
La Bolivia, dall'autunno scorso, è – di fatto - un regime di matrice liberale, razzista, evangelico fondamentalista, guidato da Jeanine Anez, che sta facendo di tutto per evitare che vengano indette nuove elezioni. Ovviamente l'Unione Europea e gli Stati Uniti d'America, si guardano bene dal sanzionarla, come hanno fatto – invece - contro tutti i governi legittimi socialisti (sic !).
Elezioni che, per quanto continuamente rinviata, nei sondaggi, vedono prevalere il candidato socialista sostenuto da Evo Morales, Luis Arce.
La Anez, da quando si è insediata, ha distrutto ogni conquista sociale portata avanti dai governi socialisti di Morales.
Anche il settore sanitario è allo sbando, al punto che i dati ufficiali parlano di oltre 100.000 casi di Coronavirus e oltre 4.000 morti.

Luca Bagatin