venerdì 31 luglio 2026
Intervista relativa al saggio "Ritratti del Socialismo" con l'Autore Luca Bagatin e l''Editore Mario Michele Pascale sul canale YouTube "Rosso Fastidio"
martedì 21 luglio 2026
Il socialismo perduto e la crisi della democrazia europea. Articolo di Luca Bagatin
Jeremy Corbyn, ex leader laburista, alla conferenza del suo nuovo partito socialista, Your Party, nel Galles, tenutasi domenica 19 luglio scorso, ha detto ancora una volta parole emblematiche.
Puntando il dito contro la destra peggiore che, in Gran Bretagna, è rappresentata dallo pseudo laburismo di Starmer, da decenni infiltrato dal peggior liberal capitalismo che ha distrutto e annacquato tutto il socialismo e la sinistra euro-occidentale.
Uno pseudo laburismo che ha segnato un profondo aumento delle diseguaglianze, come sottolineato da Corbyn, oggi deputato al Parlamento britannico.
“Guardate la società che abbiamo in questo Paese, il numero di banche alimentari e il crescente numero di persone in povertà”, ha affermato.
“Le politiche finanziarie perseguite da Reeves e Starmer hanno portato a livelli di disuguaglianza enormi nella nostra società, dove 150 miliardari detengono il 22% della nostra ricchezza nazionale”, ha aggiunto.
Relativamente al successore di Starmer, Andy Burnham, Corbyn ha affermato: “Burnham diventa Primo Ministro senza elezioni, senza dibattiti, senza dichiarazioni programmatiche, ed è una parodia di qualsiasi processo democratico”.
E, esortando il nuovo governo a interrompere immediatamente le forniture di armi al regime di estrema destra di Netanyahu, ha ricordato che “Stiamo assistendo a un genocidio e Israele è in grado di perpetrarlo grazie alle strutture militari fornite dalla Gran Bretagna, insieme alla fornitura di informazioni sulla sicurezza. Sabato abbiamo avuto la 36esima manifestazione nazionale per la Palestina, e il mio messaggio è stato che saremo qui finché sarà necessario”.
Egli ha altresì aggiunto di battersi per un sistema di assistenza sociale universale, indipendentemente dal reddito e di volere la proprietà pubblica del settore idrico.
Spiegando che “Il nostro compito è quello di costruire azione, forza e partecipazione a livello comunitario, che alla fine portano al successo elettorale”.
Perché le parole di Corbyn sono importanti, anche nel dibattito italiano e, più in generale, europeo?
Perché egli è il rappresentante di quel socialismo autentico, comunitario e senza equivoci che è e viene ancora perseguitato in gran parte d'Europa, se non addirittura infiltrato da settori liberal capitalisti che hanno snaturato socialismo e sinistra, facendoli diventare il cane da guardia del capitalismo assoluto, come ampiamente dimostrato anche dal filosofo francese Jean Claude-Michéa.
Ho scritto moltissimo di questi aspetti, in numerosi articoli e nel mio ultimo saggio, con prefazione di Ananda Craxi, “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).
Trovo tutto ciò di profonda attualità, se penso che ancora oggi c'è chi nel nostro Paese si dice “socialista”, ma fa discorsi da liberale e spesso si definisce “riformatore” o “riformista”. Quando nemmeno il sempre purtroppo dimenticato Giuseppe Saragat amava quel termine e, nel 1947, nel suo celebre discorso di fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, esaltando la democrazia in seno al proletariato, dichiarò: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”.
Ho scritto recentemente un commento a un intervento abbastanza generico di Bobo Craxi, che qui vorrei riportare.
La sinistra italiana e europea, se escludiamo i
socialisti Slovacchi, Bulgari e Moldavi e il movimento di Corbyn,
Mélenchon, Galloway, Sanchez e pochi altri, non esiste
più.
Infiltrata e annacquata dal liberal capitalismo a partire
dalla metà degli Anni '90, ha perduto ogni volontà di giustizia
sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica.
Ha perduto
proprio quel sano POPULISMO – da molti ingiustamente criticato -
che era all’origine del socialismo originario, come ricorda
l’ottimo Jean Claude-Michéa.
Nel mio ultimo saggio, Ritratti
del Socialismo, punto il dito proprio contro questo sinistrismo
borghese, beceramente liberale e anti popolare, di cui tutti voi
siete diventati preda.
Ma ancora parlate di “sinistra”, di
“socialismo”, senza conoscere né avere mai frequentato le classi
popolari e senza esservi mai confrontati con realtà socialiste
latinoamericane, eurasiatiche, panafricane.
Al vostro convegno (mi
riferisco al convegno in ricordo dei 50 anni dell'elezione di Bettino
Craxi al Midas, tenutosi a Roma il 16 luglio scorso a Roma e
organizzato dalla lista Avanti) c’ero anch’io l’altro
giorno e mi sono annoiato a morte.
Solite parole vuote che sento
da decenni.
Che a me, personalmente, non incantano più, ma penso
non incantino nemmeno la gran parte degli elettori e chi si richiama
al socialismo e al repubblicanesimo sociale.
Avrei voluto fare un
intervento, che mi ero preparato. Ma il convegno era interamente
autoreferenziale.
Ho trovato ad ogni modo molto interessante
l’intervento storico di Saro Freni, giovane ricercatore storico,
con il quale ho passato il pomeriggio a chiacchierare al bar, al
centro di Roma, confrontandoci sul passato e il presente, pur da
posizioni politiche differenti”.
Se ce ne fosse stata l'opportunità, a quel convegno, avrei voluto dire quanto segue, a proposito dell'assenza di una forza socialista che si ponga quale rappresentante della comunità e critichi quel sinistrismo borghese che, nei fatti, ha spostato l'asse politico italiano (e dell'UE) sempre più verso destra. Quella destra che preoccupa tanto questi “socialisti”, senza che si siano resi conto che la destra è forte proprio... a causa dell'assenza di politiche socialiste!!!
Francamente si fa davvero fatica a definire “sinistra” il PD e i suoi alleati o potenziali tali, da Renzi, passando per Calenda, Bonelli, Fratoianni e Conte.
In che cosa si differenziano dal campo meloniano?
Nel voler mettere al centro la comunità, magari investendo massicciamente in istruzione, sanità, ricerca e sicurezza pubblica?
Nel voler nazionalizzare i settori chiave dell'economia, in favore, appunto, della comunità stessa?
Nel voler riaprire un dialogo con la Russia, ritornando a commerciare con essa, riaprire i canali energetici e abbandonare il sostegno all'autocrazia corrotta né UE né NATO, retta da un comico irresponsabile?
Nel voler ripristinare la democrazia rappresentativa, ritornando al sistema proporzionale puro, come previsto dalla Costituzione?
Nel voler ridiscutere l'alleanza con gli USA che, sempre di più, spingono l'acceleratore verso la destabilizzazione mondiale?
(...) Perché non si parla più di “socialismo” e si criticano i Paesi socialisti? Perché si parla, al massimo, genericamente, di vuoto “riformismo”? (…).
Ecco, forse il problema sta proprio lì. Dalle nostre parti, in Italia, in UE, nell'Occidente liberal capitalista, si è perseguitato o svuotato, dall'interno, il socialismo ed al contempo si è svuotata di significato la democrazia. Che, come diceva Saragat, è anti-riformista. Ovvero è anti-borghese e anti-individualista.
Perché la democrazia è volontà e sovranità del popolo, nel suo complesso. Non è l'ideologia dell'individualismo, non è l'ideologia della finanza e della speculazione economica, bensì le fondamenta di una comunità organizzata, che si fonda su doveri e diritti.
Doveri, come diceva Giuseppe Mazzini, che vanno anteposti ai diritti, che ne sono conseguenza.
Tutto ciò sembra perduto da tempo.
Dalla metà degli Anni '90, in Italia e Europa (Russia compresa), abbiamo assistito alla disgregazione di ogni forma di valore civile e umano, sostituito dall'ideologia del mercato, dell'individualismo, dell'edonismo.
I partiti e relativi candidati sono diventati di plastica. Imprenditori, comici, attori.... Un po' come già accadeva da tempo negli USA (Ronald Reagan il primo degli esempi).
Questa edonizzazione, spoliticizzazione della società, ha coinciso con l'abbattimento con ogni mezzo dei valori comunitari; di ogni idea socialista; di ogni “decenza comune”, come ebbe spesso a scrivere il filosofo francese Jean-Claude Michéa, che pone in particolare sul banco degli imputati la trasformazione in senso borghese e liberal capitalista (o “riformista”) della “sinistra” euro-occidentale.
Una “sinistra” euro-occidentale che insegue e ha inseguito la destra, in nome della “crescita economica” e dell'atomizzazione della società, cavalcando l'onda delle nuove tecnologie, anziché regolamentarle adeguatamente, rendendo la comunità partecipe di questo processo di regolamentazione, in modo democratico.
La politica, dunque, diventata un eterno “reality show”, ha smesso il suo ruolo educativo e pedagogico, per diventare mero intrattenimento.
Come la televisione, come i social, che sono poi i mezzi da cui provengono (o in cui ritornano o ritorneranno, magari partecipando a qualche reality televisivo o diventando conduttori tv) i politici di turno, o che i politici di turno usano e abusano per qualsivoglia dichiarazione.
Dichiarazione che non è ragionamento, ma slogan. Perché si pensa che le persone non capiscano o non meritino altro che essere trattate come tifosi da stadio.
In modo da far credere che esistano, peraltro, due o tre schieramenti contrapposti quando, in realtà, ne esiste solo uno: anti-comunitario, non democratico, autoreferenziale, anti-socialista. Spesso rispondente a poteri internazionali e quindi nemmeno autonomo.
Schieramento o schieramenti che sono votati con sistemi elettorali sempre meno rappresentativi, fatti di maggioritari e sbarramenti. Contribuendo, peraltro, all'astensionismo di massa, visto che le persone, ormai, hanno compreso da tempo che le regole sono truccate a monte.
Oggi vediamo impennarsi i prezzi a causa di guerre e sanzioni sconsiderate, non volute dalla maggioranza dei cittadini, che non ha alcuna voce in capitolo in merito.
Vediamo nuove generazioni sempre più lasciate allo sbando, violente, pronte a fare attentati, a uccidere, vilipendere, violentare chiunque, senza che vi sia alcuna pena severa e esemplare, atta ad educarle.
Vediamo una società edonista, instagrammata e instagrammabile che, all'approfondimento, preferisce il tifo da stadio, l'accumulo di beni materiali, l'esteriorità.
Vediamo un mondo più diviso, come non mai, nemmeno ai tempi della Guerra Fredda.
Eppure la soluzione sarebbe semplice, ma non vi è nessun partito dalle nostre parti che abbia il coraggio di porre al centro la comunità, le sue necessità, che abbia la capacità di ricostruirla dalle fondamenta.
Manca, probabilmente, come dice spesso la mia cara amica Paola Bergamo, lo spazio politico.
In tutto ciò vediamo Paesi che ci hanno ampiamente superati, ma che, nel nostro “suprematismo liberale”, consideriamo “dittature”.
Anziché ammirare e approfondire la Storia, cultura e mentalità cinese (realtà con il più basso tasso di criminalità al mondo e con livelli di modernizzazione e di organizzazione altissimi), la denigriamo, pensando di esserle superiori.
L'incapacità di fare autocritica e di riorganizzarci, ci seppellirà. L'incapacità di modificare i paradigmi e i nostri modelli, sia di pensiero che di comportamento, ci seppelliranno.
E, quando accadrà, non avremo nemmeno il tempo di rendercene conto.
Esattamente un anno fa, rispondendo a un articolo di Marco Gervasoni, sull'Huffington Post, dal titolo “Eutanasia del socialismo riformista”, scrivevo, nelle mie conclusioni:
Avremmo necessità di socialismo, ma rettamente inteso e senza equivoci liberal capitalisti e/o guerrafondai.
Un socialismo come quello di Bettino Craxi, di Giuseppe Saragat (…), di Roberto Tremelloni, di Mario Bergamo, di Luigi Mariotti, di Pietro Longo, di Hugo Chavez, di Lula, di Jeremy Corbyn e così via, come vado scrivendo da un bel po' di annetti.
Altro che aggiungere una “s” alla “d” del PD!
Occorre riannodare i fili di ciò che è stato volutamente distrutto (pensiamo anche alla tragica defenestrazione del socialista Gheddafi in Libia e a quella del laico-socialista Assad in Siria, per lasciare spazio al caos e agli islamisti...ma amici di un Occidente che il socialismo non lo ha mai amato né voluto). (Oggi, peraltro, avrei anche aggiunto: pensiamo alla tragica fine fatta fare al Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, da parte del regime di Trump!).
Che un socialismo autentico, in Europa, possa rinascere, ci credo molto poco. Che sia presente, in molti Paesi del mondo, invece, è una realtà.
Forse perché Paesi che hanno imparato dalla loro Storia e cultura, oltre che dalle disavventure dei rispettivi popoli. E, chi impara dalla propria Storia e dall'esperienza, ha in mano il presente e futuro.
Oggi, a parte i Corbyn e gli altri soggetti che ho citato, non vedo socialisti in Europa. Né vedo sinistra.
In Italia guardo con interesse al progetto di Angelo D'Orsi, che pur ha una storia molto diversa e lontana dalla mia, “Agorà per l'Italia”.
Altro non vedo.
Vedo fondamentalisti censori che si dicono “di centro”. Vedo destre parolaie e inconcludenti. Vedo pseudo sinistre liberal draghiane.
Vedo il livello che abbiamo raggiunto.
E la misura mi appare colma.
Luca Bagatin
lunedì 13 ottobre 2025
Roberto Tremelloni, un socialista democratico, un servitore della Repubblica democratica. Articolo di Luca Bagatin
Oggi, gli italiani, lo dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a votare, per la gran parte.
Non si riconoscono, infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con il passare degli anni.
Contenutori volti a distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine pubblico.
Contenitori lontani tanto a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.
Contenitori che preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per distruggere un Occidente alla deriva.
La storia che racconterò e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non esiste più.
Quella Prima Repubblica, nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono “riformisti” senza esserlo mai stati.
E' la storia di un socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni (1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica: “Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria, così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra democratica e laica.
Tremelloni si definiva, già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un libero mercato regolato a beneficio della collettività e non dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere, così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine, Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù, di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”, fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò, peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche, nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università di Ginevra.
Furono quelli gli anni in cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora, non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete antifascista.
Nel dopoguerra, Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito, contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC – PCI.
All'indomani della Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante” intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico, come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro (1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa, ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la degenerazione partitocratica.
Tutte cose che riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…) legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…). “Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di sinistra”.
In un PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita, nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo, non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi, peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo conosciuta.
L'ultimo atto politico di Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”, del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana, sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise in un canto.
Dei migliori, del resto, pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso Tremelloni.
Se vogliamo comprendere le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali, pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso, un saggio preziosissimo.
Un documento raro, fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi, militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono, specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto Tremelloni.
Luca Bagatin
mercoledì 30 luglio 2025
Riflessioni sul socialismo, la libertà di pensiero (e non solo), il riformismo, il fondamentalismo. Di Luca Bagatin
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo/
Propagandare una falsa idea di libertà, non significa promuovere la libertà.
La libertà implica responsabilità, formazione, capacità di giudizio.
In assenza di questi aspetti siamo in presenza di irresponsabilità e, quindi, di schiavitù.
(Luca Bagatin)
(Luca Bagatin)
In Italia non c'è mai stato l'humus per la nascita del socialismo autentico.
E' una realtà.
Ha avuto successo un PCI compromesso con il fascismo (grazie alle amnistie di Togliatti) e la chiesa cattolica (grazie al sostegno ai fascisti Patti Laternanensi in Costituzione, sostenuti anche dai fascisti).
Il PSI, invece, è sempre stato ai margini e così la corrente di sinistra del PRI, di Pacciardi e Mario Bergamo, il quale, giustamente, decise di rimanere in esilio in Francia.
Solo Bettino Craxi qualcosa fece.
E fu fatto fuori. Dall'ingratitudine dei soliti italidioti e da molti dei suoi, all'interno di un PSI diviso fra un "si salvi chi può" e "ciascun per sé, tanto il leader non c'è".
In Italia nulla può nascere di buono e senza equivoci (anche se sarebbe bello). Al massimo continuerà a svilupparsi tutto ciò che è anche fin troppo compromesso e equivoco....
(Luca Bagatin)
Le ideologie, così come le religioni, servono agli imbecilli e alle menti deboli per credere in qualcosa. Che in generale non capiscono, né capiranno mai.
E così nascono quelle divisioni, quelle tifoserie, che fanno comodo a chi comanda.
Del resto le menti deboli, nel mondo, abbondano.
Mentre a comandare sono sempre in pochi.
Non si pianga, dunque, sul latte versato. Perché chi è causa del suo mal... pianga sé stesso.
(Luca Bagatin)
Se penso alle motivazioni per le quali alcuni miei articoli sono stati censurati (da direttori e linee editoriali molto discutibili) mi viene un po' da ridere.
Spesso si è trattato della ridicola e penosa questione relativa al "fascismo"/"antifascismo" e al "comunismo"/"anticomunismo".
Mi viene da ridere perché:
1) ciò che scrivo attiene alla Stora;
2) sono estraneo tanto al fascismo quanto al comunismo italiano e per entrambi ho simpatia pari a (sotto) zero;
3) sostengo che fascismo e comunismo italiano siano esistiti nella misura in cui erano (e rimangono, come concetti) funzionali alla borghesia e alle élite liberal capitaliste.
Chi mi ha censurato non ha mai capito un nulla. Ma si tenga pure le sue ridicole e inutili ideologie (funzionali a qualcun altro, come ho sopra scritto).
(Luca Bagatin)
domenica 4 maggio 2025
In ricordo del Presidente socialista jugoslavo Josip Broz Tito, amico dei socialisti italiani
lunedì 21 aprile 2025
Socialismo contro liberal-capitalismo. Riflessioni di Luca Bagatin
Socialismo non è togliere a chi ha di più per dare di più a chi ha meno.
Quella si chiama carità.
Socialismo è togliere a chi ha di più per organizzare la società in modo che NESSUNO abbia MAI meno del necessario.
(Luca Bagatin)
Appena uno parla di socialismo, ovvero di gestione dell'economia da parte della comunità, a beneficio comunità stessa, lo accusano subito di estremismo.
I veri estremisti, invece, sono proprio colori i quali muovono tali accuse.
Perché dietro di loro si nascondono i liberal capitalisti.
Ovvero coloro i quali, la comunità, vogliono metterla in vendita.
O, forse, l'hanno già venduta.
(Luca Bagatin)
Il concetto di "libertà"
è talmente ampio che non andrebbe affatto generalizzato.
La
generalizzazione di tale concetto, ha portato a una società - quella
Occidentale liberal capitalista - inconsapevole, disordinata, ove
tutto è permesso, ovvero niente è davvero permesso.
Una tale
"libertà" - ove è assente il rispetto per il prossimo e
l'interiorizzazione del concetto del limite - è, nei fatti,
"schiavitù".
Il liberal capitalismo, infatti, si fonda
sulla schiavitù. Oltre che sull'ignoranza.
Per questo è il
nemico principale della libertà e della giustizia sociale.
(Luca Bagatin)
Unire gli opposti.
Questo è quello che ho sempre trovato interessante e utile.
Perché è dall'unione degli opposti che nasce qualche cosa di intelligente.
(Luca Bagatin)
(Luca Bagatin)
sabato 11 gennaio 2025
11 gennaio 1947. Nasce il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani
Il
contributo socialista democratico alla ricostruzione dell'Italia nel
secondo dopoguerra. Articolo di Luca Bagatin leggibile a questo link:
https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/10/il-contributo-socialista-democratico.html
Roberto Tremelloni, socialista democratico al servizio della comunità. Articolo di Luca Bagatin leggibile a questo link:

martedì 3 settembre 2024
La necessità del ritorno del socialismo in Europa. Articolo di Luca Bagatin
E' piuttosto interessante il risultato ottenuto dal partito della populista/socialista di sinistra di Sahra Wagenknecht alle recenti elezioni in Turingia (15,6%) e in Sassonia (11%), così come il suo partito, Bündnis Sahra Wagenknecht, ottenne già un buon risultato alle recenti elezioni europee, con il 6,2% dei consensi.
Sahra Wagenknecht è una socialista vecchio stile, come quelli che in Europa non esistono più da circa trent'anni, salvo i rarissimi casi di Jean-Luc Mélenchon, dei britannici Jeremy Corbyn e George Galloway, dell'irlandese Mick Wallace e dei socialisti slovacchi di Robert Fico e quelli di Peter Pellegrini.
Una socialista e populista di sinistra, nel senso originario e positivo del termine (populisti/socialisti furono anche gli amici dei nostri Mazzini e Garibaldi e populista/socialista è tutto il filone della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864), che mette al centro la lotta allo sfruttamento, al divario fra ricchi e poveri, attraverso politiche sociali forti e che lotta per la pace nel mondo, ovvero per un ritorno alla ragionevolezza.
Dall'altra parte è intransigente nei confronti di un'immigrazione che è più utile alle classi imprenditoriali e al sistema della crescita economica, che può seguitare – così - a sfruttare manodopera a basso costo, anziché lavorare per l'emancipazione del Terzo e del Quarto Mondo, con il quale dialogare e commerciare, pacificamente.
Questa non si chiama politica di sinistra unita a idee di destra, ma recupero del socialismo da Pierre Leroux a Proudhon, da Garibaldi al repubblicanesimo mazziniano, passando per il socialismo democratico più moderno, che, pur rigettando il materialismo marxista, non ha dimenticato il valore liberatorio delle tesi di Marx ed Engels e lo ha rinnovato, in varie forme, anche grazie ai pensatori e leader socialisti che sono venuti dopo, nelle varie parti del mondo.
Del resto, i nostri Pietro Nenni e Giuseppe Saragat, i nostri Pietro Longo e Bettino Craxi, non furono altro che dei modernizzatori del socialismo, che hanno portato avanti battaglie quali il salario minimo (i primi a proporlo furono i socialisti democratici, infatti); la difesa dei ceti meno abbienti; delle pensioni; una democrazia sempre più partecipativa; un'economia che tutelasse la proprietà, ma senza favorire le classi più agiate e il padronato.
Oltre a promuovere una società ordinata, in cui tutti rispettassero le leggi e si evitassero le degenerazioni bombarole di piazza, oltre che gli opposti estremismi, sia nel Paese che a livello internazionale.
Oggi, in un'epoca in cui si parla di “crescita economica” (che non è limitata e che genera sfruttamento di ogni risorsa, sia umana che energetica e ambientale) e ove si produce più di ciò che si può effettivamente consumare, vediamo dilagare nelle strade violenza, criminalità, noia, abulia e il fenomeno pericolosissimo delle baby gang, oltre che nuovi fenomeni terroristici.
Vediamo una scuola pubblica che non forma più, ma, al massimo, avvia al lavoro, sempre più precario.
Vediamo una sanità allo sbando con personale sanitario che, addirittura, subisce criminali aggressioni.
Vediamo e abbiamo visto, negli anni, la sistematica privatizzazione dei settori chiave e strategici dell’economia italiana (che furono costruiti e difesi da socialisti e repubblicani nella Prima Repubblica)
Vediamo poi, il dilagare dei fondamentalismi.
Del fondamentalismo guerrafondaio e atlantista (senza la lungimiranza, moderazione e visione dei pur già atlantisti, ma non guerrafondai della Prima Repubblica); il dilagare del fondamentalismo pseudo “ecologista”; il dilagare del fondamentalismo del politicamente corretto; il dilagare del fondamentalismo di un’ “onestà” più sbandierata a parole che nei fatti; il dilagare di un nuovo e pericoloso fondamentalismo antisemita e filo nazista.
Difronte a tutto ciò occorre porre un argine, che sia autenticamente socialista e democratico allo stesso tempo. Che è cosa assente, come dicevo, da troppo tempo, in Europa e ciò rischia di portarci molto indietro.
Perché le pseudo sinistre post-comuniste, pseudo-socialiste e pseudo-ecologiste (diventate sostenitrici delle classi più abbienti) e le pericolose destre (più o meno estreme) hanno fatto, dal 1993 ad oggi, anche troppo danno a questo continente, che ha perso i suoi eroi socialisti o li ha lasciati andare alla deriva o dimenticati. Pensiamo ad alcuni nomi fra tutti: Garibaldi, Mazzini, Craxi, Mitterrand.
Luca Bagatin
giovedì 21 marzo 2024
Il socialismo della coerenza di Pietro Longo. Un ricordo di un'epoca che non esiste più. Articolo di Luca Bagatin
Recentemente ho avuto modo di ritrovare una raccolta di discorsi parlamentari e scritti politici dell'On. Pietro Longo, già ex Segretario del Partito Socialista Democratico Italiano ed ex Ministro del Bilancio e della Programmazione Economica del primo governo Craxi.
Una raccolta dal titolo “Il socialismo della coerenza”, edito da Sugarco nel 1984, con prefazione di Giuseppe Saragat e curato dal saggista e storico Antonio G. Casanova.
Pietro Longo, oggi, ha quasi 90 anni, ma nessuno parla più di lui, né lo si è più visto in giro, da moltissimo tempo.
Vittima illustre del falso scandalo P2 (come lo definì il prof. Aldo A Mola) e della falsa rivoluzione di Tangentopoli (come la definì Bettino Craxi), fu fra quei politici di lungo corso che finirono per ritirarsi, dal 1993 in poi, a vita privata.
Dall'anno orribile, 1993.
L'anno a partire dal quale verranno sdoganate, al governo, le estreme destre e le estreme sinistre, le leghe, i comici in politica, le grande imprese e i Poteri forti nazionali e internazionali. L'anno che segnerà, per sempre, la fine di quasi cinquant'anni di democrazia in Italia, fondata sull'asse fra le forze della democrazia cristiana e quelle della democrazia laica e socialista.
Esponente di spicco di queste ultime, proprio Pietro Longo.
Nato a Roma, classe 1935, figlio della partigiana socialista molisana Rosa Fazio Longo (una delle prime attiviste femministe e una delle prime a seguire Pietro Nenni nella scelta di condanna dell'invasione sovietica in Ungheria, nel 1956), iscritto alla Federazione Giovanile Socialista nel 1951 e partecipe, da quel periodo, alle lotte di lavoratori delle campagne per la riforma agraria contro il latifondo nel Mezzogiorno.
Laureato in giurisprudenza, fu fra i fondatori, nel 1964, del CENSIS, importante istituto di ricerca socio-economica.
Segretario particolare del leader socialista Pietro Nenni, Longo fu nominato capo della sua Segreteria politica, dal 1964 al 1968, gli anni nei quali Nenni ricoprì la carica di Vicepresidente del Consiglio e fu eletto deputato, per la prima volta, nel 1968, nelle file del Partito Socialista Unitario (PSI – PSDI Unificati).
Nel 1969, alla scissione del PSU, partecipò alla ricostruzione del PSDI (nella corrente di sinistra denominata “Democrazia socialista) del quale, nel 1972, fu eletto Vicesegretario nazionale e, dal 1978 al 1985, fu eletto Segretario nazionale, con Giuseppe Saragat Presidente del partito.
Nel febbraio 1989, assieme ad altri esponenti del PSDI favorevoli ad una fusione con il PSI di Bettino Craxi, fra i quali Pier Luigi Romita, diede vita al movimento Unità e Democrazia Socialista (UDS) che, nell'ottobre dello stesso anno, confluì nel PSI e Craxi fece entrare Longo nella Direzione Nazionale del partito.
Il saggio che ho ritrovato - “Il socialismo della coerenza” - è particolarmente interessante in quanto ricorda – attraverso le note introduttive del prof. Casanova e le parole di Pietro Longo - ciò che fu il socialismo italiano ed europeo degli anni d'oro, quando ancora esisteva.
Si parte dagli esordi istituzionali di Pietro Longo, quando negli Anni '60 scelse di aderire alla corrente autonomista di Nenni, autonoma e contrapposta tanto alla “chiesa” democristiana che a quella comunista. Per la costruzione di un socialismo democratico che andasse oltre i blocchi contrapposti, capace di divenire leader non solo delle forze di democrazia laica dell'epoca, ma anche di una sinistra democratica e riformista, comprendente tanto i socialisti, che i socialisti democratici e i repubblicani, capace di garantire il diritto alla casa, alla pensione, alla scuola e alla sanità pubblica gratuita per tutti e al contempo di snellire l'apparato burocratico statale.
E' particolarmente interessante un passaggio di Longo, al XV Congresso del PSDI del 1971, nel quale egli parla di salario minimo garantito. E' interessante, perché di questa scottante tematica già si parlava cinquant'anni fa e a parlarne furono, per primi, i socialisti.
In quel passaggio, Longo, spiega come il primo a proporre il salario minimo garantito (che molti, ancora oggi, vorrebbero negare, in Italia!), fu il Segretario del PSU Mauro Ferri (nominato poi giudice costituzionale dal Presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1987), nel 1969.
Nello stesso discorso congressuale, Longo, parla – nell'ambito della riforma delle Regioni - di introdurre forme di democrazia diretta in modo da garantire “una più consapevole partecipazione di tutti i cittadini alle scelte degli indirizzi politici, dei partiti e degli uomini che li rappresentano”.
Molto interessante l'articolo “Questioni di dottrina socialista”, riportato nel testo, che risale al numero speciale della rivista “Ragionamenti”, del 1975.
In tale articolo, Pietro Longo, illustra ed esalta i valori umanistici e libertari del marxismo, ma li contrappone ai principi leninisti e stalinisti, che portarono l'URSS e molti Paesi del Patto di Varsavia a negare le libertà necessarie allo sviluppo di un socialismo effettivo e realizzato.
Non mancano le critiche di Longo al capitalismo e in particolare egli scrive: “il capitalismo presenta inadempienze clamorose nella ripartizione delle ricchezze e dei consumi, nella soddisfazione dei bisogni e nella politica sociale”.
Egli esalta, nello stesso articolo, le conquiste sociali del periodo, quali il divorzio e l'avanzare della libertà sessuale, nonostante il clericalismo culturale imperante in Italia. Purtroppo riscontra anche due mancanze: il fatto che la famiglia “non è interamente fondata sulla permanente libertà di scelta” e che “siamo ancora molto indietro nell'attuazione istituzionalizzata delle forme di democrazia diretta”.
Questo punto, rimarcato più volte negli scritti e discorsi di Pietro Longo, è particolarmente importante, in quanto – nonostante nella Storia della Repubblica italiana nessuno sia riuscito a introdurre effettive forme di democrazia diretta (e sicuramente non lo sono i pastrocchi online proposti dai Cinque Stelle) – i primi a volerle promuovere e introdurre furono proprio i socialisti.
E, accanto alla democrazia diretta, Pietro Longo, nei suoi scritti, parla spesso di un altro principio democratico e sociale, ovvero di autogestione economica (sull'esempio della Svezia e della Jugoslavia dell'epoca), cioè la necessità che i lavoratori diventino proprietari effettivi del proprio lavoro, come peraltro prevede da sempre la dottrina socialista, per l'emancipazione della classe lavoratrice.
In tal senso egli scrisse, nel 1978: “La lotta che noi conduciamo attualmente in Italia è la lotta per reintrodurre nella società e nella realtà economica il momento della responsabilità, dopo che l'ipertrofia dell'assistenzialismo e l'esplosione del rivendicazionismo hanno portato all'attuale deresponsabilizzazione. Quando noi studiamo i possibili progetti di “autogestione”, di “cogestione”, sulla scia di sperimentazioni condotte in altri Paesi europei, non facciamo altro che cercare le vie di un disegno di responsabilizzazione di tutta la società civile, quindi anche a livello della classe lavoratrice, anche delle categorie del lavoro manuale. Noi ci battiamo, cioè, perché, in un quadro di libertà, tutte le componenti della società diventino in un certo senso “ceto medio”.
Pietro Longo, nei suoi scritti e discorsi, peraltro, ricorda come i socialisti democratici – pur ancorati all'Occidente - abbiano sempre promosso un mondo pacifico e multipolare e come avessero un ottimo rapporto con quei Paesi socialisti non appiattiti nei confronti dell'URSS, quali la Romania socialista di Nicolae Ceausescu e la Jugoslavia del Maresciallo Josip Tito Broz, che Longo ricorda per aver saputo “difendere l'indipendenza e la sovranità nazionale creando le basi di un interessante tipo di sviluppo della società, verso la quale è viva la nostra attenzione”.
Da non dimenticare anche la stretta amicizia fra Longo e il leader socialdemocratico tedesco Willy Brandt, di cui egli scrive: “La relazione e l'opera di Willy Brandt si collocano sulla scia di questa grande tradizione che dal punto di vista dei principi discende dal socialismo riformista e democratico che si è sviluppato nei decenni passati soprattutto in alcune nazioni dell'Europa occidentale. (…). Un socialismo democratico e libertario che ha sempre denunciato e combattuto gli egoismi e gli avventurismi del sistema capitalistico, contro le dittature militari e fasciste, contro il colonialismo economico e contro il sistema internazionale fondato sullo sfruttamento di alcuni popoli a vantaggio di altri”.
Un socialismo che, aggiungerei, non esiste più dal 1993, in tutta Europa.
Perché non esistono più quei grandi leader, che furono, a vario titolo, defenestrati (come Craxi, lo stesso Longo e molti altri) o sono morti (come Brandt e Mitterrand).
Ci rimangono le testimonianze, gli scritti, i libri e la memoria di chi avrà il piacere della ricerca di un'epoca che, almeno in Europa, non tornerà purtroppo mai più.
Luca Bagatin
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| Bettino Craxi e Pietro Longo |
giovedì 5 ottobre 2023
Quando a proporre il salario minimo fu - per primo - il Partito Socialista Unificato, nel 1969
Dal discorso dell'On. Pietro Longo al Congresso del Partito Socialista Democratico Italiano del febbraio 1971
martedì 12 settembre 2023
Alberto Simonini, socialista democratico d'altri tempi. Articolo di Luca Bagatin
Ormai da trent'anni, i partiti storici e democratici, in Italia, sono scomparsi. Per lasciare spazio a gruppi parolai, di destra e sinistra, che, dalla “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, come ebbe a definirla il leader socialista Bettino Craxi, hanno ottenuto quella legittimazione che giustamente – dal 1945 – era stata loro negata.
Fra i difensori dell'ordine democratico costituzionale, nato dopo la caduta del fascismo e la nascita dell'Italia repubblicana, un esponente assai poco approfondito, ovvero quell'Alberto Simonini, socialista democratico, che – da operaio – divenne nel corso degli anni, Ministro della Repubblica.
E' a lui, emiliano doc, nato nel 1896, che è dedicato l'agile volume storico e commemorativo del prof. Michele Donno, edito da Rubbettino, con prefazione di Giuseppe Amadei, già collaboratore di Simonini e deputato socialdemocratico.
Avente per simbolo il Sole Nascente, di ispirazione garibaldina e turatiana, quello che diverrà il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), nel 1951, sarà partito di sinistra di ispirazione marxista democratica, che si porrà quale argine agli opposti estremismi, di destra e sinistra, nel corso della Prima Repubblica.
Alberto Simonini, figlio di un ferroviere e di una contadina, autodidatta, iniziò la sua carriera professionale come operaio meccanico a Reggio Emilia.
Negli Anni '10, affascinato dal socialismo umanitario del deputato del PSI, Camillo Prampolini (1859 – 1930), costituì un circolo giovanile socialista e divenne fervente antimilitarista e, per questo, fu spesso condannato.
Nel 1914 divenne collaboratore del giornale fondato da Prampolini, “La Giustizia” e, pur rimanendo affascinato dall'esperienza della rivoluzione russa degli anni successivi e collocandosi su posizioni “comuniste unitarie” all'interno del PSI, si schierò presto dalla parte dei riformisti di Filippo Turati, Giacomo Matteotti e dello stesso Prampolini, contro lo spirito violento dei massimalisti.
Secondo Simonini, come secondo Prampolini, Turati e gli altri riformisti, compito dei socialisti doveva essere quello di diffondere - fra contadini e operai – idee cooperativistiche e di emancipazione sociale, nel solco della democrazia. Senza cedere a illusioni massimalistiche e alla violenza.
Sarà questo aspetto che lo porterà, assieme anche a Giuseppe Saragat, a scegliere di rimanere nel PSI, quando nel 1921, una parte dei massimalisti, deciderà di abbandonare il partito per fondare il Partito Comunista d'Italia (PCd'I).
Nel 1922 aderirà al Partito Socialista Unitario (PSU), assieme a Turati, Prampolini, Matteotti, Buozzi e Treves.
Saranno quelli gli anni dell'intensa attività sindacale di Simonini, il quale – a differenza dei comunisti e dei massimalisti – riteneva che il sindacato dovesse essere indipendente da ogni influenza partitica ed accettare che vi aderissero lavoratori di ogni tendenza politica.
E, in qualità di socialista e sindacalista, fu attivo nel respongere - fisicamente - gli assalti dei fascisti contro le sedi politiche e sindacali nella città di Parma.
Quando il fascismo dissolverà i partiti socialisti, Simonini e gli altri entreranno nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).
Dopo la caduta del regime fascista si ripropose, in ambito socialista, la possibilità di riunificare le due anime, quella massimalista del PSI (più conciliante nei confronti del Partito Comunista), guidata da Pietro Nenni e quella riformista, comprendente – fra gli altri - Simonini, Saragat e Ludovico d'Aragona.
La prospettiva riformista guardava all'idea di una sorta di “terza forza”, centrista, secondo la quale l'Europa dovesse rimanere indipendente dai due blocchi, USA e URSS, promuovendo un socialismo democratico, che richiamasse l'esperienza originaria di Marx e l'idea dei primi Soviet, ovvero consigli democratici diretti, formati da operai e contadini, privi di quelle tendenze burocratiche e statolatriche degli anni successivi al 1917.
Fu così che, lungi dal riunificare le due anime socialiste, nel 1947, i riformisti – con Simonini Segretario nazionale e ormai deputato – daranno vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), al quale peraltro aderirà anche la già rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff (1878 – 1965).
Fu così che, il PSLI, entrerà a far parte del Governo De Gasperi, dando vita al Quadripartito, assieme a repubblicani, liberali e democristiani, in modo da arginare – nella visione di Simonini e del suo partito – ogni pericolo totalitario, provenisse esso da destra o da sinistra.
Nel 1950, Alberto Simonini sarà nominato Ministro della Marina Mercantile e, l'anno successivo, il PSLI cambierà nome in Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e tale rimarrà il nome sino alla sua dissoluzione, in particolare a causa della già citata falsa rivoluzione di Tangentopoli, nel corso degli Anni '90.
Della storia del PSDI, ad ogni modo, il prof. Michele Donno ha scritto altri interessanti saggi, le cui recensioni vorrei rimandare ad altro articolo.
Alberto Simonini, divenuto nel 1958 Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni del governo Fanfani, morirà improvvisamente, di attacco cardiaco a Strasburgo, nel 1960, ove si trovava per prendere parte ai lavori dell'Assemblea parlamentare europea.
Fu promotore, a Reggo Emilia, dell'Opera benefica “Camillo Prampolini”, alla quale volle imprimere le sue idee sindacali di emancipazione dei lavoratori e dei loro figli e, ancora oggi, è attiva la Fondazione Alberto Simonini, con sede a Reggio Emilia, rivolta al mondo del lavoro ed alla formazione professionale.
Luca Bagatin












