“Sulle tracce della
Socialdemocrazia”, pubblicato da Pensa Multimedia, è una raccolta
di articoli del prof. Michele Donno, pubblicati su riviste
scientifiche, dal 2006 al 2024.
Storia pressoché
ampiamente trascurata, quella del Partito Socialista dei Lavoratori
Italiani (PSLI), poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e
troppo frettolosamente archiviata come la storia di “quelli che
facevano la stampella della Democrazia Cristiana”.
Nulla di più falso e il
prof. Donno ne spiega ampiamente le ragioni.
Il socialismo democratico
si sviluppa con le lotte e i propositi di Filippo Turati e Anna
Kuliscioff, ma, potremmo dire, anche con Arcangelo Ghisleri, che, nel
1887 diede vita a “Cuore e Critica”, prima rivista che volle
unire la coscienza sociale, socialista e repubblicana mazziniana
dell'Italia e che, diverrà successivamente, “Critica Sociale”,
rivista del Socialismo italiano.
Un filo rosso lega il
repubblicanesimo sociale al socialismo democratico italiano, entrambi
figli delle lotte Risorgimentali di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe
Garibaldi, oltre che della Prima Internazionale dei Lavoratori del
1864 e delle influenze marxiste umanitarie.
E, proprio
quell'umanesimo marxista sarà il faro che condurrà, prima Turati e
la Kuliscioff e, durante e dopo il fascismo, nell'esilio e nella
lotta, personalità quali Giuseppe Saragat, Ugo Guido Mondolfo,
Giuseppe Faravelli, Roberto Tremelloni (già repubblicano mazziniano,
in gioventù) e altri, verso lo sviluppo politico dell'emancipazione
sociale e civile delle classi lavoratrici e sfruttate dell'Italia
dell'epoca.
Emancipazione sociale e
civile nel solco di una democrazia minacciata e vilipesa tanto dal
fascismo, quanto dal clerico-fascismo della DC e del MSI, quanto dal
conservatorismo dogmatico del PCI, che pur attirò in un primo tempo
il PSI nenniano, avvolto da un idealismo assai poco pragmatico.
Il prof. Donno ci parla
di tutto ciò. Ci parla della ricostruzione dell'Italia dalle macerie
del fascismo, attraverso l'esperienza dei socialisti democratici e
mettendo in luce, in particolare, figure volutamente oscurate dalla
storiografia e da tanta pessima politica nostrana.
Fra queste la figura
dell'ex Ministro delle Finanze Roberto Tremelloni.
Personalità dalla
specchiata moralità, che lavorò assai alacremente per
razionalizzare la spesa pubblica, alleggerire la burocrazia e
rilanciare produzione e occupazione.
Efficienza e
programmazione economica, infatti, saranno le linee guida del PSLI,
poi PSDI, almeno fino agli Anni '60.
Ovvero gli anni d'oro
dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto,
fondato sull'equilibrio fra la DC e i partiti laici di estrazione
socialista e repubblicana; sulla pianificazione strategica,
nell'ambito dell'economia sociale di mercato; sulla ricerca di un equilibrio
internazionale, oltre i blocchi contrapposti.
Il socialismo
democratico, in particolare, diede un forte impulso alla ricerca di
un “terzaforzismo” laico, sia in politica interna, che in
politica internazionale.
“Terzaforzismo” che,
nel solco della tradizione mazziniana, garibaldina e salveminiana,
con influenze marxiste umanitarie, avrebbe potuto unire le forze
laiche, oltre i conservatorismi DC-PCI e oltre e contro i blocchi
contrapposti USA-URSS. Alla ricerca di un policentrismo, come si
diceva allora (e che oggi chiamiamo multipolarismo), che avrebbe
potuto garantire benessere e equità per tutti.
Un “terzaforzismo”
che proponeva la nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia e
guardava a un'Europa unita, sovrana e affratellata.
Sebbene tutto ciò sarà
ottenuto solamente in parte (nazionalizzazioni di alcuni settori sì,
Europa unita, sovrana e affratellata decisamente meno) e l'idea di
“terza forza” social-repubblicana naufragherà ben presto, dopo
le elezioni del 1948, con la lista “Unità Socialista” che
ottenne appena il 7% dei voti, la via giusta da seguire era
tracciata.
Una via che porterà, nel
corso degli anni, al riavvicinamento del PSI nenniano all'area di
governo e che lo porterà ad abbandonare l'abbraccio mortale con il PCI e contribuirà
a far nascere il Centro-Sinistra organico, nel 1963.
L'affascinante narrazione
del prof. Donno si conclude con l'elezione a Presidente della
Repubblica di Giuseppe Saragat, che avrà il pieno appoggio di
Pietro Nenni.
Un saggio
interessantissimo, quello del prof. Donno e che apre a numerose
riflessioni e approfondimenti che dovrebbero incuriosire soprattutto
i più giovani.
Ciò, direi,
principalmente perché non avranno mai sentito parlare, nel nostro
Paese, di socialismo.
Ideale vilipeso, nel
corso degli ultimi trent'anni e ampiamente perseguitato nel mondo e,
spesso, infiltrato da settori liberal capitalisti e destabilizzatori,
in gran parte dei Paesi UE.
Ma la Storia si può fare
in un solo modo. Recuperando ciò che si è volutamente cercato di
oscurare e far dimenticare.
Ciò che, a vario titolo
e a vario modo, è ancora vivo in gran parte del mondo, laddove il
pensiero mazziniano, garibaldino, socialista democratico,
repubblicano sociale non è stato dimenticato e non è ancora
scomparso. Magari ha intrapreso altre vie, ha incrociato altre
Storie.
Ma la giustizia sociale,
la democrazia realizzata, l'emancipazione sociale e civile, non sono
cose che possono così facilmente essere cancellate. E sono aspetti
che avremmo assoluta necessità di recuperare, anche in questo povero
Paese e continente, ormai alla deriva.
Oggi, gli italiani, lo
dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a
votare, per la gran parte.
Non si riconoscono,
infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con
il passare degli anni.
Contenutori volti a
distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità
pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e
dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine
pubblico.
Contenitori lontani tanto
a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.
Contenitori che
preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e
guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per
distruggere un Occidente alla deriva.
La storia che racconterò
e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è
quella di un politico onesto, di un servitore della comunità,
attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non
esiste più.
Quella Prima Repubblica,
nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non
gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo
assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono
“riformisti” senza esserlo mai stati.
E' la storia di un
socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel
suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito
da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni
(1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del
Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei
ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica:
“Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni
ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve
fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un
facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a
Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il
suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel
suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto
importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato
povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io
benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà
e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le
difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo
sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori
da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della
collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato
che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico
nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre
in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche
se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti
di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al
Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria,
così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della
rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra
democratica e laica.
Tremelloni si definiva,
già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista
mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie
all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del
Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un
libero mercato regolato a beneficio della collettività e non
dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice
marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che
Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu
chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione
dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo
municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere,
così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai
monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave
dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà
approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e
Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria
di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe
Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine,
Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù,
di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con
il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista
della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”,
fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò,
peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto
Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione
sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche,
nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università
di Ginevra.
Furono quelli gli anni in
cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno
politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora,
non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del
governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i
fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò
il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una
sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti
dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a
sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete
antifascista.
Nel dopoguerra,
Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come
ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei
partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla
ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che
fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava
il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito,
contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra
laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC –
PCI.
All'indomani della
Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente
del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di
gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che
ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla
razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo
e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni
forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e
produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano
le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo
Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante”
intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un
sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie
telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio
e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di
Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del
socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma
di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico,
come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la
politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi
incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro
(1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata
alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al
risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa,
ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in
settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali
Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si
scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi
esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti
democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e
della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre
che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle
Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e
dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma
anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose
critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era
comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle
imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero
pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più
efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia
Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita
pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura
realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche
delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava
l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la
degenerazione partitocratica.
Tutte cose che
riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai
avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima
ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di
razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi
difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il
SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle
deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire
un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo
Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu
lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi
ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano
sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto
Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata
riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a
quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di
nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente
quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…)
legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero
attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie
calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori
Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia
giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…).
“Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello
Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da
allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più
isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte
del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di
consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così
scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della
Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle
calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e
spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli
amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di
sinistra”.
In un
PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come
Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria
del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più
delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò
di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni
non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita,
nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla
candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente
grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro
Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo,
non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno
dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici
dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un
aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi,
peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni
decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che
i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal
sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti
democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo
conosciuta.
L'ultimo atto politico di
Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una
politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”,
del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia
biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come
ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita
pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come
sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere
un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la
compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la
politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di
altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato
con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero
dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde
nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si
ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al
grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro
importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che
da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana,
sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise
in un canto.
Dei migliori, del resto,
pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che
fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era
meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei
professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso
Tremelloni.
Se vogliamo comprendere
le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e
Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del
personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non
ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non
onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto
Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la
lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali,
pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una
rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non
considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho
spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò
già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino
Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito
fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista
democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e
necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo
retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare
ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni,
riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto
benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso,
un saggio preziosissimo.
Un documento raro,
fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le
nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi,
militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono,
specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni
ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno
recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto
Tremelloni.
A
una UE sempre più di estrema destra, più o meno camuffata - fra pericolose maggioranze Ursula e Kaje Kallas varie - che soffia sui conflitti e che vorrebbe aumentare la spesa militare, anziché investire in istruzione, sanità e politiche sociali e che vorrebbe
mettere al bando la Falce e Martello (peraltro simbolo di derivazione
esoterica e massonica, prima ancora che socialista, a indicare i valori
di Forza e Sapienza), vorremmo rispondere con il simbolo e i valori del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI) di Giuseppe
Saragat, Angelica Balabanoff, Ludovico D'Aragona, Bianca Bianchi, Roberto Tremelloni e molti altri. Il futuro dovrebbe essere socialista democratico, per una Europa dei diritti sociali, della pace, dell'amore e delle libertà da ogni blocco contrapposto e da ogni fondamentalismo.
Aveva per simbolo, nel
1947, falce, martello, libro e tre frecce rosse (emblema dei
movimenti che diedero vita all'Internazionale Operaia, a
simboleggiare le tre armi socialiste: il Partito, il Sindacato e
l'Impresa socializzata), il Partito Socialista dei Lavoratori
Italiani (PSLI), primo nucleo di quello che diverrà, dal 1952 in
poi, il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), partito del
dopoguerra troppo spesso dimenticato, ma che diede forte impulso alla
ricostruzione post-bellica e all'emancipazione della classe
lavoratrice, ancorandola a valori di libertà e democrazia.
A raccontarci,
lungamente, l'epopea dei socialisti democratici, il prof. Michele
Donno, attraverso due ottimi saggi editi da Rubbettino, ovvero
“Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 – 1952)"
e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956 – 1968)”.
Il primo saggo del prof. Donno
si apre parlandoci del Padre nobile del socialismo democratico,
ovvero Giuseppe Saragat, ben prima di divenire anche Padre nobile
della Repubblica italiana, ovvero Presidente della stessa, dal 1964
al 1971.
Saragat aderì – a 24
anni - al Partito Socialista Unitario (PSU) di Filippo Turati
(fondatore del Partito Socialista Italiano, nel 1893) e Giacomo
Matteotti, nel 1922. All'epoca del nascente fascismo, al quale si
contrapporrà per tutta la vita.
Il PSU rappresentava la
corrente riformista del socialismo italiano, la quale aveva preso le
distanze dai comunisti e da quei socialisti che, anziché guardare
alla costituzione di una democrazia socialista interclassista,
guardavano all'esperienza sovietica e alla dittatura del
proletariato.
I valori di Saragat e del
PSU erano dunque: internazionalismo, identità nazionale e
cooperazione fra i popoli e i suoi principi si ispiravano al
cosiddetto “centro marxista”, ovvero quella corrente che si
collocava fra il riformismo e i principi socialisti rivoluzionari.
In tal senso, Saragat, in
particolare, si ispirò al cosiddetto “austromarxismo”, ideologia
sviluppata dai socialdemocratici austriaci dell'epoca, fra cui Otto
Bauer – che vedeva uniti ceti medi e proletari - e alla quale si
ispirò grazie al suo soggiorno viennese.
E proprio quel “centro
marxista” sarà il nucleo attorno al quale si sviluppò il Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani, costituito per la prima volta nel
1926.
L'obiettivo sarà quello
di edificare una società socialista, marxista, attraverso la
democrazia e l'unione di tutte le classi lavoratrici, dialogando con
le classi borghesi, pur non rimanendone dipendenti o subalterni.
Erano gli anni
dell'esilio dall'Italia, visto che il fascismo perseguitava tutte le
correnti di ispirazione democratica e socialista a Saragat, nel 1929,
pubblicò – in Francia - una delle sue più importanti opere,
ovvero “Marxismo e democrazia”, nel quale espose le sue tesi
relative al marxismo umanitario, secondo lui più autentico rispetto
a quello burocratico che aveva trionfato in Unione Sovietica.
Erano comunque anche gli
anni della collaborazione fra tutte le correnti socialiste e
comuniste antifasciste in esilio e, più volte, i socialisti
tentarono l'unificazione e, per il periodo della lotta antifascista,
si fusero nel PSIUP, ovvero nel Partito Socialista Italiano di Unità
Proletaria, nei quali il riformista Saragat e l'allora filo-sovietico
Pietro Nenni, convissero nello stesso partito. E, entrambi i leader
socialisti, all'epoca, combatterono nelle fila della Resistenza
antifascista.
Nel 1945 – 1946,
Giuseppe Saragat fu nominato dall'allora Presidente del Consiglio De
Gasperi, Ambasciatore italiano a Parigi e, il 2 giugno 1946, fu
eletto all'Assemblea Costituente, di cui fu nominato Presidente sino
al 1947.
Il dopoguerra coincise
con la ripresa, in Italia, dell'attività socialista e vennero
rifondate una serie di riviste e circoli, fra cui la storica “Critica
Sociale”, la cui direzione sarà affidata a Ugo Guido Mondolfo, con
la collaborazione di Giuseppe Faravelli.
Molto attivo fu anche il
gruppo di Rivoluzione Socialista, raccolto attorno alla rivista
“Iniziativa Socialista”, guidato da Mario Zagari, futuro deputato
socialista democratico e la cui corrente era considerata più a
sinistra del Partito Comunista Italiano, di cui denunciavano
l'eccessivo tatticismo e la subordinazione all'URSS.
Fu proprio attorno alle
riviste “Critica Sociale”, di orientamento riformista e a
“Iniziativa Socialista”, più a sinistra, che si costituì la
base per la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani
(PSLI), nel 1947 e che provocò la cosiddetta “scissione di Palazzo
Barberini”, che portò nuovamente il Partito Socialista Italiano a
dividersi in due.
Saragat, Zagari,
Mondolfo, Matteo Matteotti, Luigi Preti, Ludovico D'Aragona, Alberto
Simonini, la rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff e altri, con il
PSLI, portarono dunque avanti nuovamente la bandiera di quel “centro
marxista” e riformista che non accettava quella subalternità al
PCI che, invece, il PSI di Nenni sembrava subire.
Il PSLI, dunque, si
proponeva quale partito socialista interclassista, contro tutti i
totalitarismi, sia di destra che di sinistra e poneva, alla base
della sua strategia, i principi di cooperazione e di pianificazione
in ambito economico, attraverso una riorganizzazione della pubblica
amministrazione e riforme strutturali.
Nell'ambito
dell'Assemblea Costituente, i deputati socialisti democratici,
accanto a quelli del Partito d'Azione, del Partito Repubblicano
Italiano e del partito Democrazia del Lavoro, cercarono un'intesa e
furono fra i primi – assieme al Partito Socialista Italiano - a
battersi contro l'inserimento dei fascisti Patti Lateranensi in
Costituzione (il famoso Articolo 7), che invece fu approvato grazie
alla convergenza dei voti democristiani e comunisti.
Il PSLI, peraltro, con il
Partito d'Azione, tentò di riunificare le forze socialiste e, non a
caso, alcuni esponenti azionisti, quali Tristano Codignola e Leo
Valiani, entreranno nel PSLI.
Figura di spicco, molto
citata nei saggi del prof. Donno, quella del socialista democratico
Roberto Tremelloni, il quale, peraltro, contribuì alla nascita del
celebre quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”.
Fine studioso di
economia, anche internazionale, Tremelloni, nominato Ministro
dell'Industria e del Commercio nel IV Governo De Gasperi, promosse
un piano economico che prevedeva la razionalizzazione della spesa
pubblica, attraverso tagli alle spese improduttive e uno snellimento
della burocrazia. Tremelloni fu anche un acceso sostenitore del Piano
Marshall e, da Ministro, badò a gestirne la pianificazione.
Nonostante lo scarso peso
elettorale del PSLI nel 1947, attestato attorno al 4%, la Democrazia
Cristiana degasperiana accettò di buon grado un suo ingresso al
governo, ritenendo, in questo modo, di poter dare rappresentanza a
quel socialismo democratico che poteva fungere da argine all'avanzata
del comunismo italiano nella società e nelle classi lavoratrici
italiane.
E ciò, pur fra i molti
dubbi di quelle correnti di sinistra del PSLI, fra cui quella
capeggiata da Zagari, le quali non vedevano di buon occhio una
collaborazione governativa con forze politiche borghesi.
Anche l'adesione al Piano
Marshall da parte dei deputati del PSLI non fu così indolore – per
quanto la maggioranza lo sostenne con forza - e, relativamente
all'integrazione europea, questa fu sostenuta quale nucleo per la
creazione di una “terza forza” europeista di ispirazione
federalista e socialista democratica, alternativa al blocco atlantico
e a quello sovietico, visti entrambi, dagli esponenti del PSLI, come
opposti “imperialismi”.
Il PSLI, come spiega il
prof. Donno, fu sostenitore di una seria riforma agraria, di un piano
di sicurezza sociale, della stabilizzazione monetaria e di una
politica di stabilizzazione dei prezzi, il tutto collegato all'avvio
del Piano Marshall, adeguatamente pianificato.
Oltre a ciò, i deputati
socialisti democratici, furono sostenitori dell'ordine pubblico
(contro ogni estremismo di destra e sinistra); della laicità dello
Stato e delle libertà individuali; delle politiche in favore dello
sviluppo del Mezzogiorno d'Italia; di una politica fiscale che
andasse a colpire il grande capitale, ma tutelasse l'iniziativa
privata; della riduzione delle spese militari, in favore dell'aumento
del bilancio alla pubblica istruzione. I socialisti democratici
furono anche i primi, peraltro, in Italia, a parlare di obiezione di
coscienza al servizio militare (ben prima dei radicali di Marco
Pannella) e a promuovere l'abolizione della coscrizione obbligatoria.
Come ricorda il prof.
Donno nei suoi saggi, l'utilità storica del Piano Marshall, in ogni
caso, secondo gli esponenti del PSLI, doveva essere legata a: “parità
dei diritti degli Stati aderenti; porta aperta all'Unione Sovietica e
alle nazioni dell'Europa orientale; nessuna riabilitazione delle
vecchie caste capitaliste e militariste responsabili del nazifascismo
e della guerra; inserimento delle masse lavoratrici nella gestione
dello Stato e dei grandi mezzi di produzione; coordinamento dei piani
di ricostruzione nazionale con quelli degli altri Paesi europei”.
Relativamente
all'adesione al Patto Atlantico, nel 1949, il PSLI invece si divise.
Ciò portò a una scissione e alla fondazione del PSU, costituito
dalla corrente “Critica Sociale” di Mondolfo e Faravelli, che
diede la sua adazione al Patto Atlantico.
Se,
da una parte, il PSU diede adesione al Patto Atlantico, in ambito di
politica interna criticò il PSLI di Saragat per il suo voler
proseguire la collaborazione governativa con la DC, accusandolo di
essere la “coda marxista della DC”.
Molti
socialisti democratici, invece, preferirono astenersi, relativamente
al Patto Atlantico, fra cui Mario Zagari, mentre altri, come Piero
Calamandrei, votarono contro, ritenendo inaccettabile che l'Italia
potesse aderire ad uno dei due blocchi, rinunciando alla sua funzione
mediatrice e di promozione della pace internazionale.
A
ridosso delle elezioni del 1948, come ricorda il prof. Donno, gli
esponenti del PSDI contribuirono a organizzare convegni per la
promozione della cosiddetta “terza forza”, ovvero un'aggregazione
di forze laiche, socialiste e repubblicane, che avesse come obiettivo
l'ammodernamento e la sburocratizzazione della macchina
amministrativa e si contrapponesse tanto alla DC quanto al PCI, oltre
che al neonato MSI.
A tali convegni
contribuirono attivamente personalità di area azionista, socialista
democratica e repubblicana quali Ernesto Rossi, Aldo Garosci, Mario
Pannunzio, Tristano Codignola Piero Calamandrei e altri e portarono,
per molti versi, ad essere la base per la creazione della lista Unità
Socialista, che si presenterà alle elezioni del 4 e 5 aprile 1948,
ottenendo il 7,1% dei voti alla Camera dei Deputati (34 deputati) e
il 7% al Senato (12 senatori).
Risultato considerato
modesto, se pensiamo che la DC prese il 48,5% dei voti e il Fronte
Democratico Popolare (PCI e PSI uniti) ottenne il 30,98%, ma tale
lista socialista e laica si posizionò comunque al terzo posto e la
DC le offrì – pur senza essere obbligata a farlo, visto il gran
numero di voti conseguiti – una nuova collaborazione governativa.
La DC di De Gasperi
sapeva infatti molto bene che, per mantenere buoni rapporti con le
forze sociali, era opportuno coalizzarsi con i socialisti
democratici, così come si alleò anche con il Partito Repubblicano
Italiano e il Partito Liberale Italiano per ottenere il consenso
delle maggiori forze economiche laiche italiane dell'epoca.
Pur fra alti e bassi,
nasceva così il V Governo De Gasperi. Governo centrista, equilibrato
a sinistra grazie all'apporto del PSLI, che diede un contributo a
sostegno dell'istruzione pubblica, nella lotta ai privilegi, in
favore dei lavoratori e della ricostruzione industriale.
Giuseppe Saragat sarà nominato Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Roberto
Tremelloni sarà Ministro senza portafoglio e, al socialista
democratico Ivan Matteo Lombardo, sarà assegnato il Ministero
dell'Industria e del Commercio.
Scissioni e
ricomposizioni, in casa socialista, non erano ancora finite, ma di
questo parleremo in altro articolo, sempre grazie agli ottimi studi
del prof. Michele Donno, il quale ha saputo ricostruire la storia di
questo piccolo partito socialista che ha contribuito a rendere grande
quell'Italia che altri, dal 1993 ad oggi, hanno contribuito,
purtroppo, a distruggere.
Dal discorso dell'On. Pietro Longo al Congresso del Partito Socialista Democratico Italiano del febbraio 1971
In
un'epoca in cui, in Europa, il socialismo democratico - autentico - è
morto nel 1992/93 (e coloro i quali si dicono "socialisti europei", nei
fatti, non lo sono affatto), e in cui in Italia, la destra e la
sedicente sinistra fanno poco o nulla per i diritti sociali, interventi
di questo tipo meritano di essere ricordati.
Seguiranno,
prossimamente, mei articoli sulla storia del socialismo democratico in
Italia e, prossimamente, sarà pubblicato un mio saggio dal titolo
"Ritratti del Socialismo".