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lunedì 24 febbraio 2025

Cossiga e l'intelligence. Articolo di Luca Bagatin


Francesco Cossiga, come ricordato e descritto dall'ottima Clio Pedone nella biografia “L'uomo che guardò oltre il muro”, edita da Rubbettino (e da me recensita recentemente a questo link https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/11/luomo-che-guardo-oltre-il-muro-di-clio.html), fu politico democristiano di lunghissimo corso, il quale ricoprì innumerevoli incarichi istituzionali.

Nato a Sassari nel 1928, laureatosi a vent'anni nel 1948 e successivamente docente di diritto costituzionale all'Università di Sassari.

Uomo coltissimo e curioso, divenne deputato nel 1958, a trent'anni.

Stimatissimo dal Ministro della Difesa socialdemocratico, Roberto Tremelloni, persona nobile e dalla specchiatissima moralità, divenne suo Sottosegretario dal 1966 al 1970 e con lui collaborò alla riforma del SIFAR e alla sua trasformazione in SID. Fu proprio allora che, Cossiga, inizierà ad appassionarsi alla politica estera e all'intelligence.

E proprio di tale tema si occupa l'interessante saggio “Cossiga e l'intelligence”, edito sempre da Rubbettino, che è poi una raccolta di interventi di studiosi e analisti, a cura di Mario Caligiuri, Professore di Pedagogia generale all’Università della Calabria e Presidente della Società Italiana di Intelligence.

Un saggio nel quale è rimarcata la passione del Presidente Cossiga per l'intelligence, quale strumento di difesa della democrazia, invitando il mondo della politica, della cultura e dell'opinione pubblica a confrontarsi con tale tema, auspicando che il tema dell'intelligence possa e potesse divenire oggetto di studio nelle Università italiane.

“Cossiga e l'intelligence”, come dicevo, è una raccolta di interventi (di Giorgio Galli, Rosario Priore, Giulio Cazzella, Carlo Jean, Pino Arlacchi, Paolo Savona e Carlo Mosca), nei quali, ciascuno degli intervenuti descrive che cosa ha rappresentato per il Presidente Cossiga l'intelligence, sia durante il periodo della Guerra Fredda, che successivamente, durante le numerosi crisi internazionali, non ultima quella legata ai fatti terroristici dell'11 settembre 2001.

Come spiega Giorgio Galli, ogni democrazia ha il suo “governo visibile e invisibile”, con tutte le sue contraddizioni e Cossiga, che si adoperò per salvare, pur senza riuscirvi, il suo amico Aldo Moro (al punto da uscirne profondamente provato, anche sotto il profilo psicologico), ne era ben consapevole.

L'allora Prefetto Giorgio Cazzella illustra la visione di Cossiga durante i cosiddetti Anni di Piombo, che è una visione di rafforzamento degli apparati pubblici e di una legislazione antiterrorismo, nel pieno rispetto della Costituzione.

Il Generale Carlo Jean analizza il periodo del crollo del Muro di Berlino e quello del crollo del sistema dei partiti democratici in Italia, oltre che l'interesse e il rispetto di Cossiga per le forze armate e la sua visione in politica estera, fondata sull'equilibrio.

Il prof. Paolo Savona tratta il periodo della fine della Guerra Fredda e delinea il nuovo ruolo dell'intelligence, atto a fronteggiare i nuovi rischi legati alla sicurezza dello Stato e di come Cossiga sia stato, nel 2007, con la riforma dei servizi di sicurezza, profondamente lungimirante.

Pino Arlacchi racconta della sua amicizia con Cossiga, pur nella differenza di opinioni. Ne scaturisce un profilo di un politico colto, che dice ciò che pensa al limite della provocazione, profondo conoscitore del mondo dell'intelligence e della sua utilità per difendere la democrazia e la sicurezza dei cittadini.

L'ex Prefetto Carlo Mosca illustra, invece, l'intelligence, sotto il profilo giuridico e storico.

Nel saggio sono presenti anche interventi del prof. Caligiuri, che ricorda come il Presidente Cossiga, per la sua profonda conoscenza del mondo dell'intelligence, fosse ritenuto, all'estero, un membro dell'intelligence stesso, al punto che gli fu dato, simpaticamente, il nome in codice “Cesare”. E il Presidente Cossiga, per far conoscere al grande pubblico quel mondo scrisse anche il suo “Abecedario”, edito da Rubbettino, nel quale spiegò i rudimenti dei servizi di sicurezza a difesa degli interessi nazionali.

In “Cossiga e l'intelligence” non mancano, inoltre, interventi dello stesso Cossiga, molti dei quali sottoforma di interviste realizzate dal nipote e biografo Paolo Testoni.

Un saggio interessante e non scontato. Su un politico di altissimo profilo della Prima Repubblica che, comunque la si pensi, merita non solo rispetto, ma anche di essere studiato e ristudiato per il carattere profondamente lungimirante e democratico che seppe rappresentare.

Un politico come lui, come Tremelloni, Craxi e molti altri, manca profondamente al nostro sempre più triste e sempre meno lungimirante Paese.

Luca Bagatin

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martedì 21 gennaio 2025

L'alternativa socialista democratica di Antonio Cariglia. Articolo di Luca Bagatin


Il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) fu un piccolo partito di sinistra e d'opinione, protagonista più volte nella Storia politica italiana, ma troppo spesso dimenticato e bistrattato, fra le pieghe della Storia.

Come dimenticati furono molti dei suoi protagonisti.

Nel recente passato, ho avuto modo di ripercorrere la storia di questo interessante partito e alcuni dei suoi esponenti più significativi, grazie anche agli ottimi saggi del prof. Michele Donno, editi da Rubbettino (“Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 – 1952)" e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956 – 1968)”); grazie alla raccolta di discorsi e scritti dell'On. Pietro Longo (edita da Sugarco negli Anni '80, dal titolo “Il socialismo della coerenza”) e grazie all'ottimo saggio di Mattia Granata, edito da Rubbettino, sul Ministro Roberto Tremelloni, “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico” .

Con “L'Alternativa impossibile – L'Idea socialdemocratica di Antonio Cariglia tra Italia e Europa negli anni della “prima” Repubblica”, edito da Marsilio e ottimamente scritto da Simone Visciola, si potrà aggiungere un ulteriore tassello a questa Storia gloriosa e dimenticata.

Ciò che colpisce, del corposo saggio di Visciola, è la grande mole di informazioni sul PSDI, in particolare dagli Anni '70 alla sua scomparsa, almeno come partito serio e storico, nel 1992-1993, oltre che sull'On. Antonio Cariglia, che guidò il partito dal 1988 sino al 1992.

Cariglia, nato a Vieste nel 1924, si trasferì, nel 1937, a Pistoia, con la famiglia, in quanto il padre, Matteo, aveva vinto il concorso per un posto di comandante nei vigili urbani.

Egli iniziò il suo percorso politico in forma clandestina, come molti antifascisti della prima ora.

Come spiega Visciola, nel suo saggio, Cariglia si avvicinò al marxismo (ma non nella declinazione leninista) grazie alla lettura – ai tempi del liceo – degli scritti del filosofo socialista Rodolfo Mondolfo.

Da lì, il passo nell'entrare nel Partito Socialista Italiano di Filippo Turati, fu breve. Partito marxista “gradualista” e che detestava il più vago e annacquato termine “riformista” (oggi finanche troppo abusato).

Ben presto, Cariglia, si ritroverà sulle posizioni di Giuseppe Saragat, ovvero su un marxismo umanitario, promotore di libertà, giustizia sociale e democrazia, contro ogni forma di totalitarismo, fosse esso fascista o comunista totalitario.

Con Saragat e moltissimi altri, del resto, condivise la storica scissione socialista di Palazzo Barberini, del 1947, nell'ambito della quale nacque il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), che riprendeva il nome dallo storico partito fondato da Turati e Anna Kuliscioff, nel 1892 (primo partito politico italiano).

Un partito che contemplava un socialismo largo, che andava dai gradualisti fino ai trotzkisti e che, in ogni caso, come ricordò lo storico e politico socialista Gaetano Arfè, citato da Simone Visciola, mai si definì “moderato” e per il quale il marxismo rimaneva la dottrina di riferimento.

Come ricorda Visciola, nel suo saggio, del resto, il PSLI non abbandonò dal suo simbolo la storica falce e martello e lo storico inno rimase “L'Internazionale”.

Il PSLI segnò, dunque, un distacco da un PCI che guardava a Stalin e da un PSI che, all'epoca, lo seguiva a ruota.

A 25 anni, Cariglia, iniziò la sua carriera di partito impegnandosi nel sindacato e molto attive furono le sue collaborazioni anche con il sindacato statunitense e, con Saragat, iniziò a far sì che il partito iniziasse a collaborare anche con gli altri socialisti all'estero, in particolare con i laburisti britannici, oltre che con i socialdemocratici tedeschi.

Nel corso degli anni, Cariglia, divenne, come lo definisce Visciola, una sorta di “termometro” del Partito Socialista Unitario (PSU) e, quindi, del PSDI (evoluzioni successiva del PSLI a partire dal 1948 in poi, che abbandonò la falce e martello per il simbolo del Sole Nascente di garibaldina e turatiana memoria).

Egli non amava le correnti, ma cercava, per quel che gli era possibile, di mantenere un equilibrio fra le varie posizioni interne al partito.

A lui, del resto, si deve l'invenzione, nel 1966, della cosiddetta “bicicletta” fra PSDI e PSI, simbolo di un tentativo, quantomeno elettorale, di riunificare il socialismo italiano, pur per un breve periodo.

Del resto, come spiegato ampiamente dal saggio di Visciola, fin dal titolo stesso, l'obiettivo principale di Cariglia fu sempre quello di ricercare l'unità delle forze laico-socialiste, in modo da poter creare una alternativa socialista democratica repubblicana alla DC, alle destre e a un PCI fondamentalmente conservatore.

In questo senso lavorò per tutta la vita, proponendo un apparentamento fra il PSDI, il PSI (che con Craxi, alla fine degli Anni '70, si era smarcato dal marxismo-leninismo, per sviluppare l'idea di un socialismo largo e libertario), il PRI e il Partito Radicale.

Un apparentamento che, a parere di Cariglia, doveva essere favorito da una nuova legge elettorale con appositi sbarramenti e premi di maggioranza, pur mantenendo un assetto proporzionale.

Nel 1985 trovò favorevole in particolare il Partito Radicale guidato da Giovanni Negri che, con altri radicali, prese la doppia tessera al PSDI e nelle cui fila si candidò, qualche anno dopo.

Peraltro in quegli anni si costituirono anche liste unitarie PSDI-PSI-Partito Radicale, nelle cui fila Cariglia fu peraltro rieletto.

Un progetto lungimirante e terzaforzista e che peraltro, diciamolo, auspicarono, decenni prima, anche quegli “Amici de “Il Mondo”” guidati da Mario Pannunzio e Ernesto Rossi e che, in parte, trovò ragione nella presentazione della lista Unità Socialista, alle elezioni del 1948, raccogliendo il 7% dei consensi.

Alla fine degli Anni '80, il PSDI di Cariglia promosse riforme molto avanzate, quali la riduzione dell'orario lavorativo a 35 ore settimanali; una riforma istituzionale che permettesse al Parlamento di scegliere il premier e che questi avesse maggiori poteri e promosse la costituzione di coalizioni prima delle elezioni, sulla base di un programma concordato.

Fra le altre cose, peraltro, annunciò che il PSDI avrebbe rinunciato al finanziamento pubblico e promosse un progetto di legge che prevedesse il finanziamento volontario ai partiti, attraverso la denuncia dei redditi, sul modello dell'8 per mille alle confessioni religiose.

Tutti aspetti, assieme a moltissimi altri, molto probabilmente, sconosciuti ai più e che trovano ampia trattazione ne “L'alternativa impossibile” di Simone Visciola che, in appendice, presenta anche un'ampia selezione di interventi parlamentari dell'On. Antonio Cariglia, dal 1965 al 1993.

Luca Bagatin

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giovedì 26 dicembre 2024

Roberto Tremelloni, socialista democratico al servizio della comunità. Articolo di Luca Bagatin

La storia che racconteremo, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non esiste più.

Quella Prima Repubblica, nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra.

E' la storia di un socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.

Di Roberto Tremelloni (1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica: “Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un facilone né un demagogo”.

Tremelloni nacque a Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il suo carattere e il suo modo retto di fare politica.

Come riporta Granata, nel suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo sforzo per superarle diventa abitudine”.

Economista serio, fuori da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico nell'interesse di tutta la collettività”.

La sua politica fu sempre in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti di destra e sinistra”, affermava.

Da adolescente aderì al Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria, così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra democratica e laica.

Tremelloni si definiva, già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del Socialismo italiano, Filippo Turati.

Idee che guardavano a un libero mercato regolato a beneficio della collettività e non dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione dell'Italia, nel dopoguerra.

Un socialismo municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere, così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia, a partire dal settore energetico.

Un socialismo che lo farà approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine, Partito Socialista Democratico Italiano.

Si occupò, in gioventù, di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”, fino alla soppressione, durante il fascismo.

Nel 1926 fondò, peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.

Ma la sua vera passione sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche, nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università di Ginevra.

Furono quelli gli anni in cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora, non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.

Egli fu, peraltro, fra i fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.

Nel 1931, a Milano, fondò il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti dell'economia autarchica del regime.

Riuscì, ad ogni modo, a sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete antifascista.

Nel dopoguerra, Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.

Già allora egli mostrava il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito, contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).

Partito di sinistra laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC – PCI.

All'indomani della Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.

E' in questo ruolo che ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni forma di protezionismo economico.

Ampliamento dei mercati e produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.

Il tutto, secondo Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante” intervento pubblico nell'economia del Paese.

In questo senso, fu un sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.

La politica di Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico, come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.

E questa sarà la politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro (1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).

Una politica improntata alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa, ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali Tremelloni intese investire maggiormente.

Inutile dire che si scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.

Fu, come moltissimi esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre che dell'autonomia decisionale dell'Italia.

Fu, da Ministro delle Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose critiche, da destra e sinistra.

La sua linea rigorosa era comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.

Come fa presente Mattia Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche delusioni e persino problemi di salute.

Egli detestava l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la degenerazione partitocratica.

Tutte cose che riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai avrebbe voluto assumere.

Pacifista della prima ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi difronte a una realtà clientelare diffusa.

Tentò di riformare il SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo Moro-Nenni, nel 1964.

All'epoca, Tremelloni, fu lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano sostituendo allo Stato.

Nel saggio “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…) legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…). “Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.

Da allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di consensi da parte dell'opinione pubblica.

Così scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di sinistra”.

In un PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò di sottolinearlo, nelle sue memorie).

Tremelloni non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita, nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.

Tremelloni, ad ogni modo, non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un aumento degli sprechi nel settore pubblico.

Aspetti, entrambi, peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo conosciuta.

L'ultimo atto politico di Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”, del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).

Dopo di allora, come ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.

Molto lo aveva deluso la politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero dovuto tenerlo in palmo di mano.

Come, del resto, accadde nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana, sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise in un canto.

Dei migliori, del resto, pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso Tremelloni.

Se vogliamo comprendere le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non ragionare guardando al nostro passato.

E non possiamo non onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la lungimiranza e intelligenza.

Sono fra coloro i quali, pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista democratica, ormai allo sbando.

Ciò che è possibile e necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.

“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso, un saggio preziosissimo.

Un documento raro, fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi, militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono, specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto Tremelloni.

Di cui, chi vi scrive, parlerà ancora, in altri articoli, nei mesi a venire.

Luca Bagatin

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giovedì 28 novembre 2024

"L'uomo che guardò oltre il muro" di Clio Pedone. Una biografia del Presidente Francesco Cossiga. Articolo di Luca Bagatin


Quello di Clio Pedone - giornalista specializzata in politica estera e già collaboratrice delle cattedre di Diritto e Politica Internazionale, presso le università “La Sapienza” e “Lumsa” - sulla figura di Francesco Cossiga, è un saggio molto importante e interessante.

Sul Presidente Cossiga, politico democristiano di lunghissimo corso e che ricoprì innumerevoli prestigiosi incarichi istituzionali (da Sottosegretario di Stato, passando per ricoprire incarichi ministeriali, sino a divenire Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica) esistono pochissimi saggio biografici.

“L'uomo che guardò oltre il muro”, edito da Rubbettino, di Clio Pedone, appunto, è certamente uno dei più meritevoli di lettura.

E lo è perché si approfondisce a tutto tondo la vita e carriera del Presidente Cossiga.

Presidente che fu, spesso, ingiustamente infangato, definito “picconatore” o in altro modo, solo perché disse sempre ciò che pensava e in quanto aveva, a differenza della gran parte dei democristiani, un piglio pratico e pragmatico alle questioni politiche da affrontare.

Nato nel 1928 a Sassari, cugino del celebre Segretario del PCI Enrico Berlinguer, Cossiga divenne deputato nel 1958, a trent'anni.

Si appassionerà presto alla politica estera e ai sistemi di intelligence, in particolare quando occupò il ruolo di Sottosegretario alla Difesa, dal 1966 al 1970.

Come spiegato nell'introduzione al saggio, dall'Ambasciatore Luigi Vittorio Ferraris, quel suo impegno e quei suoi interessi non potevano che far ricadere su di lui responsabilità mai provate, quali il coinvolgimento nella questione Gladio o in altri cosiddetti “misteri italiani”.

Per l'estrema sinistra, Cossiga, da Ministro dell'Interno, diverrà “Kossiga”, per il suo pugno di ferro contro le manifestazioni violente di piazza.

Nel 1978 si addosserà le colpe della morte di Aldo Moro, per non aver compreso che, molto probabilmente, una via per salvare il leader democristiano esisteva. E si dimetterà dall'incarico di Ministro, uscendone molto provato.

Nel 1979 assumerà, per un breve periodo, l'incarico al Ministero degli Esteri, il che gli permetterà di occuparsi di relazioni internazionali, ambito che lo sempre lo affascinò. Complice, peraltro, la sua grande preparazione in campo diplomatico e la sua conoscenza delle lingue. Tedesco prima delle altre, oltre che la sua amicizia con statisti di tutto il mondo, in particolare il socialdemocratico Cancelliere tedesco Helmut Schmidt.

Sostenitore di una politica atlantista di equilibrio fra i due blocchi contrapposti, Cossiga si adoperò molto per l'installazione degli euromissili a Comiso – fatti poi installare dal governo Craxi - per riequilibrare i missili sovietici al confine con la Germania Ovest.

Assieme a Craxi, poi, pur rimanendo un fermo sostenitore dell'Alleanza Atlantica, difese sempre l'autonomia decisionale italiana rispetto alle altre potenze, USA in primis. Nel saggio di Clio Pedone, infatti, ampi stralci sono dedicati alla questione di Sigonella e alla fermezza del governo Craxi rispetto alle pressioni del governo USA retto da Reagan, rispetto alle trattative con i terroristi che avevano sequestrato i passeggeri della nave da crociera Achille Lauro, nel 1985.

“L'uomo che guardò oltre il muro”, ripercorre minuziosamente la vita di Cossiga. Da quando, 16 enne, conseguì la maturità classica al liceo “Azuni” di Sassari e, a 20 anni, nel 1948, si laureò in giurisprudenza e volle intraprendere, prima che la passione politica sopraggiungesse, la carriera accademica.

Iscritto alla DC dal 1944, si avvicinò all'area dossettiana, ovvero quella che voleva una maggiore autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche.

Il saggio, attraverso la vita e soprattutto la carriera politica di Cossiga, ripercorre tutte le tappe della costruzione del Centro-Sinistra (quello autentico, della Prima Repubblica!), composto da DC, PSDI, PRI, PLI e poi aperto al PSI prima di Pietro Nenni e, successivamente, negli ultimi decenni, guidato da Bettino Craxi.

Un Francesco Cossiga stimatissimo dall'allora Ministro della Difesa, il socialista democratico Roberto Tremelloni (al quale conto, prossimamente, di dedicare un ampio articolo), con il quale collaborò, in qualità di Sottosegretario, nello svolgere un'“azione correttiva nei confronti dell'ex SIFAR, sciolto nel 1965 e trasformato l'anno successivo in SID, prima che le deviazioni, gli scandali e i sospetti accumulati in 16 anni di attività diventassero di pubblico dominio”.

Del resto, per un appassionato di romanzi di spionaggio quale fu Cossiga, un ruolo di questo tipo non poteva che calzargli a pennello.

Molti sono gli aneddoti, gli interventi e le interviste allo stesso Cossiga, oltre che a suoi illustri e stretti collaboratori, come l'Ambasciatore Ludovico Ortona, contenuti nel saggio di Clio Pedone.

Un Presidente spesso incompreso, Francesco Cossiga, che peraltro, per garantire assoluta imparzialità rispetto ai partiti, decise di non rinnovare più la tessera della DC, nel momento in cui fu chiamato a ricoprire – a soli 57 anni ed eletto al primo scrutinio – il ruolo di Presidente della Repubblica.

Presidente che non mancò mai di esprimere il suo disappunto nei confronti di una classe politica che si rifiutava di vedere che, crollato il Muro di Berlino, gli equilibri interni e internazionali stavano cambiando.

Equilibri che finiranno, peraltro, per travolgere la stessa classe politica che aveva governato democraticamente il Paese, dal 1946 al 1993.

Compreso o incompreso, il Presidente Cossiga merita di essere studiato e approfondito anche da chi, come chi vi scrive, è sempre stato lontanissimo dalla sua area politica (ma non certo dalla sua area di governo).

Il saggio “L'uomo che guardò oltre il muro” di Clio Pedone, con una affettuosa e simpatica prefazione della figlia del Presidente, Anna Maria Cossiga, è un tassello importante in questo percorso, atto a restituire lustro ai Padri della nostra democrazia.

Quando questa era ancora degna di questo nome.

Luca Bagatin

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lunedì 6 novembre 2023

I socialisti democratici italiani e il centro-sinistra. Articolo di Luca Bagatin

 

L'azione dei socialisti democratici del PSLI – poi ribattezzato PSDI – fu fondamentale nella ricostruzione dell'Italia nel secondo dopoguerra, come ricordai in un recente articolo, rifacendomi al saggio del prof. Michele Donno “Socialisti democratici”, edito da Rubbettino (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/10/il-contributo-socialista-democratico.html).

Il prof. Donno ha proseguito le sue ricerche attraverso il suo “I socialisti democratici italiani e il centro-sinistra”, edito sempre da Rubbettino, nel quale viene spiegato come il Partito Socialista Democratico Italiano diede un forte contributo quale traghettatore del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni nei governi presieduti dalla DC, dal PRI e dallo stesso PSDI.

Nel solco della ricerca di una riunificazione socialista, consumatasi nel 1947, il PSDI, non sempre concorde con la DC e spesso rissoso nei confronti del PLI, fece il possibile per staccare il PSI dall'abbraccio mortale con il PCI e portarlo nell'area di governo, in modo da costituire un centro-sinistra organico, atto a portare avanti quelle riforme sociali che attendevano l'Italia da lungo tempo.

E ciò accadde nel dicembre del 1963, con il governo Moro, sostenuto, oltre che dalla DC, dai socialisti, dai socialisti democratici e dai repubblicani.

Un governo che vide il leader socialista Pietro Nenni alla Vicepresidenza del Consiglio e il leader socialista democratico Giuseppe Saragat al Ministero degli Esteri.

Un governo che si porponeva, fra le altre cose, di far eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale, di sostenere il processo di distensione fra USA e URSS e, con il socialista democratico Roberto Tremelloni al Ministero delle Finanze, di razionalizzare la spesa pubblica, alleggerire la burocrazia e rilanciare produzione e occupazione.

Le basi di un riavvicinamento fra il PSDI e il PSI e di un avvicinamento di quest'ultimo, all'area governativa centrista, si videro già nel XXXII Congresso del PSI di Venezia nel febbraio 1957 e nel plauso verso i partiti socialisti dell'allora Papa Giovanni XXIII, il quale aprì la Chiesa cattolica alle istanze dei più deboli, all'emancipazione delle classi lavoratrici e alla distensione a livello internazionale fra le superpotenze.

Un PSI che, pur non riuniciando affatto alla sua base anticapitalista, divenne critico nei confronti di un PCI sempre più eterodiretto da Mosca e sempre meno alla ricerca di una sua autonomia.

L'autonomismo socialista divenne, infatti, la bandiera di Nenni e il PSDI si adoperò quale “cerniera” fra il PSI e una DC che, pur conservatrice su molte tematiche, veniva tenuta a bada proprio dalle posizioni più avanzate dei socialisti, sia in ambito economico-sociale che civile e democratico.

Come ricorda il prof. Donno nel suo saggio, l'azione dei socialisti democratici già nei governi De Gasperi e Fanfani fu molto avanzata e portò alla nazionalizzazione dell'energia elettrica; a una legge antimonopolistica; al potenziamento della Cassa del Mezzogiorno; a una più equa e rigorosa politica fiscale; alla lotta contro la speculazione in Borsa; a un programma di edilizia popolare; a una riforma del sistema previdenziale; a una riforma agraria in favore della piccola proprietà contadina; all'obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno di età e all'affermazione della scuola laica.

Tutto ciò pur fra mille difficoltà, considerando la politica spesso clientelare e poco rigorosa operata dalla DC, che molto spesso mise in crisi il rigorosissimo Ministro socialista democratico Tremelloni, il quale occupò spesso, in quegli anni, ministeri a carattere economico e, nel terzo governo Moro, il ruolo di Ministro della Difesa.

Tremelloni, infatti, puntò molto sulla stabilità monetaria, la razionalizzazione della spesa pubblica, la sburocratizzazione e la programmazione economica e l'efficienza della pubblica amministrazione fu, per tutta la sua vita di Ministro e politico, la sua vera missione.

Non a caso, come ricorda il prof. Donno, Tremelloni si allontanò dalla vita politica in un periodo in cui osservò che il clientelismo e la “finanza allegra” tendevano a prevalere rispetto al pragmatismo e alla buona amministrazione.

Gli Anni '60 saranno, peraltro, periodo in cui il PSDI aumenterà i suoi consensi, passando dal 4,5% degli Anni '50, al 6%.

E, come ricorda il saggio del prof. Donno, gli anni del primo centro-sinistra organico, furono anche l'epoca del sostegno dell'Italia ai Paesi africani e del Terzo Mondo; della ricerca di una distensione a livello geopolitico fra le potenze; di ricerca di un policentrismo (oggi si direbbe multipolarismo) che garantisse equilibrio e benessere per tutti.

Il 28 dicembre 1964, per Saragat, giunse l'elezione a Presidente della Repubblica, facendo convergere – dopo numerose peripezie politiche - i voti, non solo dei socialisti democratici, ma anche del PSI, del PRI, della DC e del PCI.

Saragat, nonostante il nuovo ruolo ricoperto, non abbandonò mai l'idea di riunificare il PSI e il PSDI, anche per contrastare da una parte l'azione governativa conservatrice della DC al governo e quella del PCI all'opposizione, evitando che quest'ultimo si ponesse a capo del movimento operaio in Italia.

Fu così che, il 30 ottobre 1966, a Roma, nacque il Partito Socialista Unificato (PSU), ovvero il PSI-PSDI Unificati, unendo, nello stesso simbolo, quello del PSI con il libro aperto, la falce e martello e il sole nascente e quello del PSDI con il sole nascente.

Il nuovo partito, ad ogni modo, percorso comunque da continui contrasti fra i due partiti, alle successive elezioni del 1968 conquistò appena il 14,4% alla Camera e il 15,2% al Senato, ovvero meno della somma dei due elettorati storici (e infatti vennero persi ben 29 seggi, molti dei quali conquistati dal neonato Partito Socialista di Unità Proletaria, che ottenne il 4,45%).

Inutile dire che, tale sconfitta, portò allo scioglimento di tale partito e al ritorno nei ranghi dei rispettivi partiti socialisti.

Occasione mancata che, probabilmente, sarà sanata dall'elezione di Bettino Craxi a Segretario del PSI nel 1976. Questi, infatti, propose al contempo una politica di riformismo, senza rinunciare ai valori fondanti del socialismo originario. Occasione colta da molti esponenti del PSDI che, alla fine degli Anni '80, confluiranno nel PSI di Craxi, fra i quali Pier Luigi Romita e Pietro Longo.

Ma di questa storia, probabilmente, mi auguro parlerà un futuro saggio dell'ottimo prof. Michele Donno, a conclusione delle sue ottime ricerche sul socialismo democratico italiano.

Luca Bagatin

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martedì 17 ottobre 2023

Il contributo socialista democratico alla ricostruzione dell'Italia nel secondo dopoguerra. Articolo di Luca Bagatin

 

Aveva per simbolo, nel 1947, falce, martello, libro e tre frecce rosse (emblema dei movimenti che diedero vita all'Internazionale Operaia, a simboleggiare le tre armi socialiste: il Partito, il Sindacato e l'Impresa socializzata), il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), primo nucleo di quello che diverrà, dal 1952 in poi, il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), partito del dopoguerra troppo spesso dimenticato, ma che diede forte impulso alla ricostruzione post-bellica e all'emancipazione della classe lavoratrice, ancorandola a valori di libertà e democrazia.

A raccontarci, lungamente, l'epopea dei socialisti democratici, il prof. Michele Donno, attraverso due ottimi saggi editi da Rubbettino, ovvero “Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 – 1952)" e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956 – 1968)”.

Il primo saggo del prof. Donno si apre parlandoci del Padre nobile del socialismo democratico, ovvero Giuseppe Saragat, ben prima di divenire anche Padre nobile della Repubblica italiana, ovvero Presidente della stessa, dal 1964 al 1971.

Saragat aderì – a 24 anni - al Partito Socialista Unitario (PSU) di Filippo Turati (fondatore del Partito Socialista Italiano, nel 1893) e Giacomo Matteotti, nel 1922. All'epoca del nascente fascismo, al quale si contrapporrà per tutta la vita.

Il PSU rappresentava la corrente riformista del socialismo italiano, la quale aveva preso le distanze dai comunisti e da quei socialisti che, anziché guardare alla costituzione di una democrazia socialista interclassista, guardavano all'esperienza sovietica e alla dittatura del proletariato.

I valori di Saragat e del PSU erano dunque: internazionalismo, identità nazionale e cooperazione fra i popoli e i suoi principi si ispiravano al cosiddetto “centro marxista”, ovvero quella corrente che si collocava fra il riformismo e i principi socialisti rivoluzionari.

In tal senso, Saragat, in particolare, si ispirò al cosiddetto “austromarxismo”, ideologia sviluppata dai socialdemocratici austriaci dell'epoca, fra cui Otto Bauer – che vedeva uniti ceti medi e proletari - e alla quale si ispirò grazie al suo soggiorno viennese.

E proprio quel “centro marxista” sarà il nucleo attorno al quale si sviluppò il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, costituito per la prima volta nel 1926.

L'obiettivo sarà quello di edificare una società socialista, marxista, attraverso la democrazia e l'unione di tutte le classi lavoratrici, dialogando con le classi borghesi, pur non rimanendone dipendenti o subalterni.

Erano gli anni dell'esilio dall'Italia, visto che il fascismo perseguitava tutte le correnti di ispirazione democratica e socialista a Saragat, nel 1929, pubblicò – in Francia - una delle sue più importanti opere, ovvero “Marxismo e democrazia”, nel quale espose le sue tesi relative al marxismo umanitario, secondo lui più autentico rispetto a quello burocratico che aveva trionfato in Unione Sovietica.

Erano comunque anche gli anni della collaborazione fra tutte le correnti socialiste e comuniste antifasciste in esilio e, più volte, i socialisti tentarono l'unificazione e, per il periodo della lotta antifascista, si fusero nel PSIUP, ovvero nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nei quali il riformista Saragat e l'allora filo-sovietico Pietro Nenni, convissero nello stesso partito. E, entrambi i leader socialisti, all'epoca, combatterono nelle fila della Resistenza antifascista.

Nel 1945 – 1946, Giuseppe Saragat fu nominato dall'allora Presidente del Consiglio De Gasperi, Ambasciatore italiano a Parigi e, il 2 giugno 1946, fu eletto all'Assemblea Costituente, di cui fu nominato Presidente sino al 1947.

Il dopoguerra coincise con la ripresa, in Italia, dell'attività socialista e vennero rifondate una serie di riviste e circoli, fra cui la storica “Critica Sociale”, la cui direzione sarà affidata a Ugo Guido Mondolfo, con la collaborazione di Giuseppe Faravelli.

Molto attivo fu anche il gruppo di Rivoluzione Socialista, raccolto attorno alla rivista “Iniziativa Socialista”, guidato da Mario Zagari, futuro deputato socialista democratico e la cui corrente era considerata più a sinistra del Partito Comunista Italiano, di cui denunciavano l'eccessivo tatticismo e la subordinazione all'URSS.

Fu proprio attorno alle riviste “Critica Sociale”, di orientamento riformista e a “Iniziativa Socialista”, più a sinistra, che si costituì la base per la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), nel 1947 e che provocò la cosiddetta “scissione di Palazzo Barberini”, che portò nuovamente il Partito Socialista Italiano a dividersi in due.

Saragat, Zagari, Mondolfo, Matteo Matteotti, Luigi Preti, Ludovico D'Aragona, Alberto Simonini, la rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff e altri, con il PSLI, portarono dunque avanti nuovamente la bandiera di quel “centro marxista” e riformista che non accettava quella subalternità al PCI che, invece, il PSI di Nenni sembrava subire.

Il PSLI, dunque, si proponeva quale partito socialista interclassista, contro tutti i totalitarismi, sia di destra che di sinistra e poneva, alla base della sua strategia, i principi di cooperazione e di pianificazione in ambito economico, attraverso una riorganizzazione della pubblica amministrazione e riforme strutturali.

Nell'ambito dell'Assemblea Costituente, i deputati socialisti democratici, accanto a quelli del Partito d'Azione, del Partito Repubblicano Italiano e del partito Democrazia del Lavoro, cercarono un'intesa e furono fra i primi – assieme al Partito Socialista Italiano - a battersi contro l'inserimento dei fascisti Patti Lateranensi in Costituzione (il famoso Articolo 7), che invece fu approvato grazie alla convergenza dei voti democristiani e comunisti.

Il PSLI, peraltro, con il Partito d'Azione, tentò di riunificare le forze socialiste e, non a caso, alcuni esponenti azionisti, quali Tristano Codignola e Leo Valiani, entreranno nel PSLI.

Figura di spicco, molto citata nei saggi del prof. Donno, quella del socialista democratico Roberto Tremelloni, il quale, peraltro, contribuì alla nascita del celebre quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”.

Fine studioso di economia, anche internazionale, Tremelloni, nominato Ministro dell'Industria e del Commercio nel IV Governo De Gasperi, promosse un piano economico che prevedeva la razionalizzazione della spesa pubblica, attraverso tagli alle spese improduttive e uno snellimento della burocrazia. Tremelloni fu anche un acceso sostenitore del Piano Marshall e, da Ministro, badò a gestirne la pianificazione.

Nonostante lo scarso peso elettorale del PSLI nel 1947, attestato attorno al 4%, la Democrazia Cristiana degasperiana accettò di buon grado un suo ingresso al governo, ritenendo, in questo modo, di poter dare rappresentanza a quel socialismo democratico che poteva fungere da argine all'avanzata del comunismo italiano nella società e nelle classi lavoratrici italiane.

E ciò, pur fra i molti dubbi di quelle correnti di sinistra del PSLI, fra cui quella capeggiata da Zagari, le quali non vedevano di buon occhio una collaborazione governativa con forze politiche borghesi.

Anche l'adesione al Piano Marshall da parte dei deputati del PSLI non fu così indolore – per quanto la maggioranza lo sostenne con forza - e, relativamente all'integrazione europea, questa fu sostenuta quale nucleo per la creazione di una “terza forza” europeista di ispirazione federalista e socialista democratica, alternativa al blocco atlantico e a quello sovietico, visti entrambi, dagli esponenti del PSLI, come opposti “imperialismi”.

Il PSLI, come spiega il prof. Donno, fu sostenitore di una seria riforma agraria, di un piano di sicurezza sociale, della stabilizzazione monetaria e di una politica di stabilizzazione dei prezzi, il tutto collegato all'avvio del Piano Marshall, adeguatamente pianificato.

Oltre a ciò, i deputati socialisti democratici, furono sostenitori dell'ordine pubblico (contro ogni estremismo di destra e sinistra); della laicità dello Stato e delle libertà individuali; delle politiche in favore dello sviluppo del Mezzogiorno d'Italia; di una politica fiscale che andasse a colpire il grande capitale, ma tutelasse l'iniziativa privata; della riduzione delle spese militari, in favore dell'aumento del bilancio alla pubblica istruzione. I socialisti democratici furono anche i primi, peraltro, in Italia, a parlare di obiezione di coscienza al servizio militare (ben prima dei radicali di Marco Pannella) e a promuovere l'abolizione della coscrizione obbligatoria.

Come ricorda il prof. Donno nei suoi saggi, l'utilità storica del Piano Marshall, in ogni caso, secondo gli esponenti del PSLI, doveva essere legata a: “parità dei diritti degli Stati aderenti; porta aperta all'Unione Sovietica e alle nazioni dell'Europa orientale; nessuna riabilitazione delle vecchie caste capitaliste e militariste responsabili del nazifascismo e della guerra; inserimento delle masse lavoratrici nella gestione dello Stato e dei grandi mezzi di produzione; coordinamento dei piani di ricostruzione nazionale con quelli degli altri Paesi europei”.

Relativamente all'adesione al Patto Atlantico, nel 1949, il PSLI invece si divise. Ciò portò a una scissione e alla fondazione del PSU, costituito dalla corrente “Critica Sociale” di Mondolfo e Faravelli, che diede la sua adazione al Patto Atlantico.

Se, da una parte, il PSU diede adesione al Patto Atlantico, in ambito di politica interna criticò il PSLI di Saragat per il suo voler proseguire la collaborazione governativa con la DC, accusandolo di essere la “coda marxista della DC”.

Molti socialisti democratici, invece, preferirono astenersi, relativamente al Patto Atlantico, fra cui Mario Zagari, mentre altri, come Piero Calamandrei, votarono contro, ritenendo inaccettabile che l'Italia potesse aderire ad uno dei due blocchi, rinunciando alla sua funzione mediatrice e di promozione della pace internazionale.

A ridosso delle elezioni del 1948, come ricorda il prof. Donno, gli esponenti del PSDI contribuirono a organizzare convegni per la promozione della cosiddetta “terza forza”, ovvero un'aggregazione di forze laiche, socialiste e repubblicane, che avesse come obiettivo l'ammodernamento e la sburocratizzazione della macchina amministrativa e si contrapponesse tanto alla DC quanto al PCI, oltre che al neonato MSI.

A tali convegni contribuirono attivamente personalità di area azionista, socialista democratica e repubblicana quali Ernesto Rossi, Aldo Garosci, Mario Pannunzio, Tristano Codignola Piero Calamandrei e altri e portarono, per molti versi, ad essere la base per la creazione della lista Unità Socialista, che si presenterà alle elezioni del 4 e 5 aprile 1948, ottenendo il 7,1% dei voti alla Camera dei Deputati (34 deputati) e il 7% al Senato (12 senatori).

Risultato considerato modesto, se pensiamo che la DC prese il 48,5% dei voti e il Fronte Democratico Popolare (PCI e PSI uniti) ottenne il 30,98%, ma tale lista socialista e laica si posizionò comunque al terzo posto e la DC le offrì – pur senza essere obbligata a farlo, visto il gran numero di voti conseguiti – una nuova collaborazione governativa.

La DC di De Gasperi sapeva infatti molto bene che, per mantenere buoni rapporti con le forze sociali, era opportuno coalizzarsi con i socialisti democratici, così come si alleò anche con il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Liberale Italiano per ottenere il consenso delle maggiori forze economiche laiche italiane dell'epoca.

Pur fra alti e bassi, nasceva così il V Governo De Gasperi. Governo centrista, equilibrato a sinistra grazie all'apporto del PSLI, che diede un contributo a sostegno dell'istruzione pubblica, nella lotta ai privilegi, in favore dei lavoratori e della ricostruzione industriale.

Giuseppe Saragat sarà nominato Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Roberto Tremelloni sarà Ministro senza portafoglio e, al socialista democratico Ivan Matteo Lombardo, sarà assegnato il Ministero dell'Industria e del Commercio.

Scissioni e ricomposizioni, in casa socialista, non erano ancora finite, ma di questo parleremo in altro articolo, sempre grazie agli ottimi studi del prof. Michele Donno, il quale ha saputo ricostruire la storia di questo piccolo partito socialista che ha contribuito a rendere grande quell'Italia che altri, dal 1993 ad oggi, hanno contribuito, purtroppo, a distruggere.

Luca Bagatin

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Simbolo del PSLI dal 1947 al 1948

 
Simbolo del socialismo democratico dal 1948 al 1983

martedì 12 settembre 2023

Alberto Simonini, socialista democratico d'altri tempi. Articolo di Luca Bagatin

 

Ormai da trent'anni, i partiti storici e democratici, in Italia, sono scomparsi. Per lasciare spazio a gruppi parolai, di destra e sinistra, che, dalla “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, come ebbe a definirla il leader socialista Bettino Craxi, hanno ottenuto quella legittimazione che giustamente – dal 1945 – era stata loro negata.

Fra i difensori dell'ordine democratico costituzionale, nato dopo la caduta del fascismo e la nascita dell'Italia repubblicana, un esponente assai poco approfondito, ovvero quell'Alberto Simonini, socialista democratico, che – da operaio – divenne nel corso degli anni, Ministro della Repubblica.

E' a lui, emiliano doc, nato nel 1896, che è dedicato l'agile volume storico e commemorativo del prof. Michele Donno, edito da Rubbettino, con prefazione di Giuseppe Amadei, già collaboratore di Simonini e deputato socialdemocratico.

Avente per simbolo il Sole Nascente, di ispirazione garibaldina e turatiana, quello che diverrà il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), nel 1951, sarà partito di sinistra di ispirazione marxista democratica, che si porrà quale argine agli opposti estremismi, di destra e sinistra, nel corso della Prima Repubblica.

Alberto Simonini, figlio di un ferroviere e di una contadina, autodidatta, iniziò la sua carriera professionale come operaio meccanico a Reggio Emilia.

Negli Anni '10, affascinato dal socialismo umanitario del deputato del PSI, Camillo Prampolini (1859 – 1930), costituì un circolo giovanile socialista e divenne fervente antimilitarista e, per questo, fu spesso condannato.

Nel 1914 divenne collaboratore del giornale fondato da Prampolini, “La Giustizia” e, pur rimanendo affascinato dall'esperienza della rivoluzione russa degli anni successivi e collocandosi su posizioni “comuniste unitarie” all'interno del PSI, si schierò presto dalla parte dei riformisti di Filippo Turati, Giacomo Matteotti e dello stesso Prampolini, contro lo spirito violento dei massimalisti.

Secondo Simonini, come secondo Prampolini, Turati e gli altri riformisti, compito dei socialisti doveva essere quello di diffondere - fra contadini e operai – idee cooperativistiche e di emancipazione sociale, nel solco della democrazia. Senza cedere a illusioni massimalistiche e alla violenza.

Sarà questo aspetto che lo porterà, assieme anche a Giuseppe Saragat, a scegliere di rimanere nel PSI, quando nel 1921, una parte dei massimalisti, deciderà di abbandonare il partito per fondare il Partito Comunista d'Italia (PCd'I).

Nel 1922 aderirà al Partito Socialista Unitario (PSU), assieme a Turati, Prampolini, Matteotti, Buozzi e Treves.

Saranno quelli gli anni dell'intensa attività sindacale di Simonini, il quale – a differenza dei comunisti e dei massimalisti – riteneva che il sindacato dovesse essere indipendente da ogni influenza partitica ed accettare che vi aderissero lavoratori di ogni tendenza politica.

E, in qualità di socialista e sindacalista, fu attivo nel respongere - fisicamente - gli assalti dei fascisti contro le sedi politiche e sindacali nella città di Parma.

Quando il fascismo dissolverà i partiti socialisti, Simonini e gli altri entreranno nel Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).

Dopo la caduta del regime fascista si ripropose, in ambito socialista, la possibilità di riunificare le due anime, quella massimalista del PSI (più conciliante nei confronti del Partito Comunista), guidata da Pietro Nenni e quella riformista, comprendente – fra gli altri - Simonini, Saragat e Ludovico d'Aragona.

La prospettiva riformista guardava all'idea di una sorta di “terza forza”, centrista, secondo la quale l'Europa dovesse rimanere indipendente dai due blocchi, USA e URSS, promuovendo un socialismo democratico, che richiamasse l'esperienza originaria di Marx e l'idea dei primi Soviet, ovvero consigli democratici diretti, formati da operai e contadini, privi di quelle tendenze burocratiche e statolatriche degli anni successivi al 1917.

Fu così che, lungi dal riunificare le due anime socialiste, nel 1947, i riformisti – con Simonini Segretario nazionale e ormai deputato – daranno vita al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), al quale peraltro aderirà anche la già rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff (1878 – 1965).

Fu così che, il PSLI, entrerà a far parte del Governo De Gasperi, dando vita al Quadripartito, assieme a repubblicani, liberali e democristiani, in modo da arginare – nella visione di Simonini e del suo partito – ogni pericolo totalitario, provenisse esso da destra o da sinistra.

Nel 1950, Alberto Simonini sarà nominato Ministro della Marina Mercantile e, l'anno successivo, il PSLI cambierà nome in Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI) e tale rimarrà il nome sino alla sua dissoluzione, in particolare a causa della già citata falsa rivoluzione di Tangentopoli, nel corso degli Anni '90.

Della storia del PSDI, ad ogni modo, il prof. Michele Donno ha scritto altri interessanti saggi, le cui recensioni vorrei rimandare ad altro articolo.

Alberto Simonini, divenuto nel 1958 Ministro delle Poste e delle Telecomunicazioni del governo Fanfani, morirà improvvisamente, di attacco cardiaco a Strasburgo, nel 1960, ove si trovava per prendere parte ai lavori dell'Assemblea parlamentare europea.

Fu promotore, a Reggo Emilia, dell'Opera benefica “Camillo Prampolini”, alla quale volle imprimere le sue idee sindacali di emancipazione dei lavoratori e dei loro figli e, ancora oggi, è attiva la Fondazione Alberto Simonini, con sede a Reggio Emilia, rivolta al mondo del lavoro ed alla formazione professionale.

Luca Bagatin

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