Da molti anni mi chiedo
il perché esistano ancora partitini di area
laico-socialista-repubblicana, ma tali solo di nome e per nulla di
fatto, che sostengono politiche e politici di stampo liberal
capitalista, guerrafondaio, irresponsabile e di destra, più o meno
estrema.
Destra più o meno
estrema che, nei fatti, ha preso il sopravvento pressoché in tutto
l'arco parlamentare, dopo il 1993, anche quando finge di chiamarsi
“sinistra”, ma, nei fatti, porta avanti agende di
deregolamentazione o soppressione dei diritti sociali, della
rappresentanza democratica e sostiene realtà e politiche belliciste
e che sopprimono la volontà dei popoli non occidentali e/o non
liberal capitalisti, ad autodeterminarsi.
Me lo chiedo sia da ex
militante politico dell'area laico-socialista-repubblicana, sia da
studioso che si rifà proprio alla storia e alla cultura politica del
PRI e del PSDI (fino agli Anni '60) e del PSI (a partire dal 1976).
Ovvero da persona che,
aldilà delle sigle politiche e dei feticismi/fanatismi ideologici,
ha da sempre un programma chiaro, che si sostanzia in: giustizia
sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; democrazia il
più possibile partecipativa; economia il più possibile socializzata
e partecipativa, ove i lavoratori sono produttori e proprietari del
loro lavoro e non dei salariati sfruttati dal capitale; società ordinata e moralizzata; cooperazione
e sviluppo internazionale.
Un programma un tempo
portato avanti da politici troppo spesso volutamente dimenticati o
oscurati, oppure ingiustamente infangati, ma i cui nomi vorrei, qui
come altrove, riportare. Proprio affinché siano ricordati, almeno da
chi leggerà questo articolo.
Mario e Guido Bergamo;
Alceste De Ambris; Gabriele d'Annunzio; Alfredo Bottai; Giulio Andrea
Belloni; Randolfo Pacciardi; Roberto Tremelloni; Bettino Craxi.
Senza dimenticare due dei
loro (e dei nostri) più celebri ispiratori: Giuseppe Mazzini e
Giuseppe Garibaldi.
La politica e la Storia
non si fanno né con i se, né con i ma, purtuttavia dalla Storia si
dovrebbe imparare.
Di questo, ovvero di
Storia e di cultura politica, in sostanza, ho preferito, negli anni,
occuparmi, evitando di interessarmi sia di politica nazionale, che di
beghe fra i politicanti italiani attuali, che, a mio avviso, lasciano
il tempo che trovano e lo vediamo anche nella gestione dell'ultima
crisi internazionale, che viene trattata con il solito servilismo nei
confronti di Washington e con una superficialità e una ipocrisia
totalmente inappropriate.
E ciò non solo dal
governo, ma anche dalle sedicenti opposizioni, anche quelle come i
Cinque Stelle che sembrano talvolta parlare bene, ma, una volta
andate al governo, fanno l'esatto opposto di ciò che vanno
affermando.
Ho preferito e preferisco
occuparmi di politica estera, in particolare di realtà che hanno
molto in comune con la cultura laico-socialista-repubblicana.
Consapevolmente o meno.
Chi legge i miei articoli
o ha letto i miei saggi lo può ben comprendere.
Interessante è la
politica del Brasile di Lula, ad esempio. Quella cubana e socialista
venezuelana (che hanno aspetti anche di democrazia partecipativa).
Quella del socialismo con caratteristiche cinesi, che non è altro
che economia socialista di mercato, ovvero quel socialismo adatto ai
tempi promosso dai partiti laici della Prima Repubblica di area
laico-socialista, almeno fino agli Anni '70/'80.
Ma, per comprenderlo
occorre studiare, approfondire, andare oltre il paraocchi
dell'ideologia.
Dice bene, poi, il mio
caro amico Giorgio Pizzol, ex Senatore socialista, quando punta il
dito contro le leggi elettorali italiane dal 1993 ad oggi, spiegando
come queste violino la Costituzione e in merito vorrei rimandare al
suo intervento riportato a questo link:
https://ilparlamento.eu/legge-elettorale-lopinione-di-giorgio-pizzol/
Per non parlare delle
violazioni della Costituzione per ciò che attiene l'Art. 11, il
quale recita che l'Italia ripudia la guerra e quindi dovrebbe
chiamarsi fuori da ogni conflitto che non la veda direttamente
attaccata.
Cosa ci facevamo noi
nell'ex Jugoslavia; Libia, Afghanistan e via discorrendo? Perché
inviamo, da qualche anno, armi a Paesi né UE, né NATO? Perché
sanzioniamo Paesi, spesso a nostro discapito economico, anziché
cooperare con loro?
Difronte a ciò, che
fare?
Quando i politicanti
della cosiddetta Seconda Repubblica, sorta da un golpe che ha
distrutto i partiti democratici di governo e cavalcata da poteri
forti nazionali e internazionali; post-comunisti approdati al
capitalismo assoluto; post-fascisti; leghisti; liberisti; comici;
banchieri... hanno svuotato il Paese di ogni possibile contenuto
attinente alla giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza
economica, cosa altro puoi fare, se non chiamarti fuori dal circo e,
per quel che ti compete, cercare di denunciarlo?
E soprattutto spiegare ai
più giovani o a chi ha la pazienza di ascoltare, come sono e come
vanno le cose.
Del resto non è solo
fenomeno italiano, ma europeo, visto che in tutta UE è stata
distrutta la giustizia sociale, la sovranità nazionale e
l'indipendenza economica, per fare spazio a banchieri centrali e
commissari irresponsabili e bellicisti, che o sono al servizio di
Washington, oppure non sanno che pesci prendere.
Gli spazi di libertà,
partecipazione e democrazia si riducono sempre più. Le opposte
tifoserie (spesso strumentali e strumentalizzate) la fanno da padrone
e così le censure (sempre più provenienti da cosiddetti “liberali”
o “riformisti”, o sedicenti tali) nei confronti di chi la pensa o
ragiona diversamente.
I più deboli vengono
bombardati, abusati, vilipesi, mal curati o non curati.
La criminalità pullula
nelle strade, ma per la politica nostrana la priorità sembra un
referendum inutile e costoso, il cui esito non sposterà, per il
cittadino medio, una sola virgola (e infatti avrebbe senso, come farò
io stesso, astenersi).
C'è di che indignarsi. E
non poco.
Pier Paolo Pasolini –
cantore degli ultimi e di coloro i quali non sapevano di avere dei
diritti - scrisse, nel 1960, frasi che potrebbero adattarsi anche
all'oggi: “Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della
ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà.
È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza
desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente,
tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire
in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la
ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E
allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di
menzogne crollerà...”.
Personalmente
auspicherei la nascita, così come l'auspicavo quando ero più
giovane, vent'anni fa, di una concentrazione socialista e
repubblicana mazziniana, alleata unicamente ai cittadini e a nessuna
altra forza politica. Che si ponga come primo compito quello di
istruire i cittadini e di elevarli moralmente e politicamente. Non
già di gettarsi nel fango delle elezioni (che premiano sempre e solo
chi imbroglia meglio il prossimo e ha i mezzi economici per farlo),
ma per ricostruire i fondamenti della democrazia, secondo gli
insegnamenti di giustizia sociale; sovranità nazionale e
indipendenza economica di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi.
Il 26 novembre scorso,
Gianni De Michelis, avrebbe compiuto 85 anni.
Lo conobbi nel 2003,
quando era Segretario del Nuovo PSI, al quale mi iscrissi anch'io -
pur per un breve periodo – essendo socialista (e mazziniano) fin da
quando ero ragazzino e leggevo Marx, Proudhon, Garibaldi, Mazzini,
Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi, oltre ai discorsi di Craxi e dello
stesso De Michelis.
Fu per me, quindi, un
onore diventarne amico e avere anche l'occasione di essere relatore, accanto a lui, ad un convegno pubblico socialista (vedi foto).
De Michelis aderì al
Partito Socialista Italiano negli Anni '60, collocandosi a quei tempi
nella corrente di sinistra, guidata da Riccardo Lombardi, denominata
“Alternativa Socialista”, nella quale erano presenti anche i
socialisti rivoluzionari.
Nel 1976 appoggiò - e a
mio avviso giustamente - la Segreteria guidata da Bettino Craxi e
divenne componente della Direzione Nazionale del PSI.
Nel corso degli Anni '80
ricoprirà anche il ruolo di Ministro delle Partecipazioni Statali
(quando in Italia e Europa ancora lo Stato contava qualcosa e la
politica comandava sull'economia e non viceversa!), Ministro del
Lavoro, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri.
Coinvolto nella falsa
rivoluzione di Tangentopoli, sarà sottoposto a diversi procedimenti
giudiziari, ma spesso fu assolto.
Denuncerà sempre,
assieme a Craxi, il clima avvelenato di quegli anni, teso a colpire
unicamente i partiti di governo e in particolare quel PSI che, se da
una parte voleva modernizzare l'Italia, smarcandosi dalle “chiese”
democristiana e comunista (ma già da tempo non più comunista e via
via sempre più liberal-capitalista e visceralmente anti-socialista),
dall'altra mirava a una politica estera multipolare, smarcata dagli
USA e parimenti denunciava l'avanzare della globalizzazione
neoliberale e le sue pericolose derive, che avrebbero portato – con
il successivo avvento del capitalismo assoluto - a una diffusa
povertà, alla sudditanza dell'Italia a poteri stranieri ed economici
e all'immigrazione di massa.
Gianni De Michelis
sosterrà sempre una politica estera multipolare, a partire dal ruolo
centrale del Mediterraneo e dei Balcani in Europa (fece peraltro di
tutto per evitare la disgregazione della Jugoslavia); propose
l'integrazione della Federazione Russa nel sistema comunitario
europeo; promosse un rapporto privilegiato e sinergico con una
Repubblica Popolare Cinese, che già negli Anni '80 e '90 si stava
modernizzando e aprendo al mondo.
A confronto dei
politicanti di oggi, tutti chiacchiere, voltafaccia, rosari e
tatuaggi da esibire, Gianni De Michelis, con realismo e pragmatismo,
aveva tutto da insegnare. E lo avrebbe ancora.
Fu peraltro degnissimo
consigliere di Silvio Berlusconi, negli ultimi decenni della sua vita
e si può dire che proprio Berlusconi (non certo i suoi sodali, che
presto lo tradiranno), fu l'ultimo politico di razza di questo triste
scorcio di Seconda Repubblica.
A Gianni De Michelis,
Paolo Franchi ha dedicato un'interessante biografia, “L'irregolare”,
edita da Marsilio.
Fra questi una risposta
di Gianni De Michelis all'intervista di Stefano Lorenzetto – che
Paolo Franchi riporta - che recita così: “Dalla fine del
precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine
nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per
quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo
multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E'
inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le
spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo,
da un sistema unipolare”.
Ancora
lontani erano i tempi delle irresponsabili Von Der Leyen e Kaja
Kallas e delle e dei loro emulatori – bipartisan - in Italia.
Ancora
lontani erano i tempi in cui persino i comici avrebbero fondato
partiti e sarebbero persino stati eletti a capo di Paesi, con tutte
le nefaste conseguenze del caso!
Indietro,
ad ogni modo, non si torna più.
Ma il
realismo e il pragmatismo di certi politici e statisti con la P e la
S maiuscola rimangono, così come rimane l'insegnamento pratico di
certi partiti politici storici che hanno guidato, nella democrazia
costituzionale, l'Italia, dal 1946 al 1993.
Ancora una volta, Robert
Fico, Presidente della Slovacchia e leader del partito socialista
democratico SMER (Direzione Socialdemocrazia), si conferma l'unico
leader autenticamente socialista in UE.
Egli, ancora una volta,
critica le decisioni dei vertici dell'UE di isolarsi
dall'approvvigionamento energetico russo a partire dal 2028,
dichiarando di valutare la possibilità di citare in giudizio l'UE
per tale irresponsabile decisione, che colpirà in particolare
Slovacchia e Ungheria i cui governi, non a caso, a tale decisione si
sono fermamente opposti.
“Questa decisione è
estremamente dannosa per noi. Sapete che non l'abbiamo votata”, ha
sottolineato il Presidente Fico.
Il
suo governo valuterà gli impegni presi dalla Commissione Europea
nell'ambito del sostegno energetico alla Slovacchia ed in proposito
ha aggiunto: “Tutto dipenderà molto da come la
Commissione europea rispetterà i suoi impegni nei confronti della
Slovacchia, assunti e firmati direttamente dal Presidente della
Commissione Europea”.
Il Premier slovacco ha
fatto presente che la decisione di isolarsi dall'approvvigionamento
energetico russo, presa a maggioranza qualificata degli Stati membri,
rappresenta una violazione della legislazione dell'UE.
Egli ha peraltro
dichiarato che “Stiamo parlando di 140 miliardi di euro che la
Commissione vuole letteralmente donare all'Ucraina, il che solleva un
numero enorme di questioni legali e molta incertezza in Europa” ed
ha manifestato preoccupazione relativamente alla confisca dei beni
russi congelati, che potrebbe portare alla confisca di proprietà di
Stati membri UE nel territorio della Federazione Russa.
Il
socialdemocratico Fico, in più occasioni, ha manifestato dissensi
nei confronti della politica dell'UE in merito.
Egli
non ha sostenuto i pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa;
ha preso le distanze nei confronti delle assurde dichiarazioni della
rappresentante degli affari esteri dell'UE, nonché esponente della
destra estone, Kaja Kallas, la quale avrebbe voluto impedirgli di
partecipare alle celebrazioni a Mosca, del 9 maggio scorso, per ricordare le vittime della resistenza antifascista nella Seconda
Guerra Mondiale; ha partecipato – unico leader dell'UE -
all'80esimo anniversario della Vittoria nella Guerra di Resistenza
Popolare Cinese contro l'aggressione giapponese e nella Guerra
Mondiale Antifascista ed ha sempre dichiarato di voler lavorare,
assieme alla Repubblica Popolare Cinese e al Brasile del socialista
Lula, per un piano di pace che risolva la crisi russo-ucraina.
Per
tutta risposta, il suo partito è stato estromesso dal Partito
Socialista Europeo, che di socialista non ha più nulla da molti
decenni.
A
differenza di SMER (Direzione Socialdemocrazia), unico partito al
governo in UE che, guarda un po', ha valori socialisti, patriottici e
senza equivoci liberal-capitalisti e guerrafondai.
Tutto
ciò dovrebbe farci riflettere, ma probabilmente in pochi ci
rifletteranno.
Come
in pochi rifletteranno sulla seria politica estera di Silvio
Berlusconi e, ancor più e ancor prima, di Bettino Craxi.
Una
politica estera responsabile, multilaterale, volta a far dialogare
Ovest e Est; a unire anziché dividere e ad andare a colpire chi
davvero vuole destabilizzare il mondo. In primis gli estremisti, gli
irresponsabili, i fondamentalisti di ogni colore e fede religiosa.
Aggiungerei
una riflessione, da socialista e repubblicano mazziniano,
orgogliosamente senza tessera da anni, che ho scritto anche ieri sui
social, con un positivo riscontro di pubblico.
Se
si volesse ricostruire un autentico Centro-Sinistra, come nella
Prima Repubblica, riformatore, responsabile e democratico (nulla a
che vedere con l'ulivismo, il PD, il renzismo e il calendismo,
anzi!), occorrerebbe:
1) lavorare per dichiarare le leggi
elettorali dal 1993 ad oggi incostituzionali, come giustamente
dichiarato anche dall'amico ex Senatore socialista Giorgio Pizzol, in
una recente intervista che gli ho fatto (facendo pertanto decadere anche l'attuale maggioranza e pseudo
opposizione);
2) reintrodurre il sistema proporzionale puro
(come previsto dalla Costituzione);
3) lavorare per la
ricostituzione di un forte stato sociale e per una società ordinata
e moralizzata (la sanità, la scuola, lo stato sociale e l'ordine
pubblico sono allo sbando. Il fenomeno baby gang, invece, è sempre
più diffuso e purtroppo non solo quello);
4) isolare
fondamentalisti, estremisti e censori che oggi si dicono "riformisti"
senza esserlo;
5) dialogare con tutti i Paesi del mondo, nel
quadro di un nuovo ordine mondiale multilaterale, fondato su
giustizia sociale e sovranità nazionale. Ovvero iniziando a fare
ragionare gli attuali estremistici e irresponsabili (tutt'altro che
“volenterosi”) vertici UE.
Ovviamente
sono, come spesso mi accade, molto pessimista, ma già sarebbe molto
iniziare a discuterne.
Giorgio Pizzol, classe 1942, già insegnante di
lettere, avvocato e giudice di pace, fu Sindaco di Vittorio Veneto
dal 1975 al 1982, reggendo forse una delle poche giunte di sinistra a
quei tempi, composta da PCI, PSI, PSDI e PRI.
Nel 1987 fu eletto Senatore, nelle fila del PSI e,
nel 1990, in contrasto con i vertici del partito, passò prima al
gruppo misto e, successivamente, al PSDI, come indipendente,
concludendo la legislatura nel 1992.
Giornalista pubblicista, dal 1995, ha collaborato
con “La Tribuna di Treviso” e “La Nuova Ferrara”.
Oltre a due raccolte di liriche (“Le stagioni del
presente” e “Versi sciolti”), ha pubblicato tre saggi
sull'importanza della comunicazione: “Uno e molteplice” (1990);
“Pensiero del limite e limite del pensiero” (1998” e “Il
Pensiero Riflessivo” (2023).
Sempre a proposito dell'importanza della comunicazione, nel
1992, ha fondato la rivista “Dia Logo” ed è molto attivo nelle
battaglie per la difesa della Costituzione Italiana.
Ho qui avuto l'amichevole possibilità di
intervistarlo.
Cosa puoi dirci,
innanzitutto, dell'ultimo scorcio della Prima Repubblica, avendo tu
ricoperto la carica di Senatore nella X legislatura (1987- 1992) nel
PSI e poi nel PSDI ?
Parto dal Messaggio alle Camere del
Presidente della Repubblica Cossiga del 26 giugno 1991. Un atto
eversivo.
Perché eversivo?
Mi spiego. L’Art. 87 attribuisce
al Presidente il potere di inviare messaggi alle Camere al fine di
garantire il rispetto della Costituzione.
In questo messaggio Cossiga,
esorbitando clamorosamente dai suoi poteri, formulava una proposta di
stravolgimento del dettato costituzionale. In sintesi, proponeva di
annullare le funzioni del Parlamento, di trasferire il potere
decisionale al Governo, di abolire i partiti come previsti dall’Art.
49 della Costituzione. Un colpo di stato bianco.
Sei stato fra i
pochissimi, peraltro, a denunciare l'incostituzionalità del
referendum per l'elezione del Senato, del 1993, che introdusse il
sistema maggioritario nel nostro ordinamento. Cosa puoi dirci, in
merito?
Il Referendum Segni-Pannella del
1993. Fu l’attuazione concreta del colpo di stato. La Corte
costituzionale non avrebbe dovuto ammetterlo. Ad opporsi furono
pochissimi davvero.
Il popolo fu ubriacato da una
massiccia campagna di propaganda a favore del “sistema
maggioritario all’inglese”. Segni e Pannella vinsero
trionfalmente con l’82,74%.
Paradosso di un popolo che vota
contro la sua sovranità.
L'incostituzionalità
delle leggi elettorali maggioritarie, introdotte dopo il 1993, hanno
fortemente ridotto la democrazia nel nostro Paese, impedendo a
milioni di elettori di eleggere i propri rappresentanti (perché,
introducendo maggioritario e sbarramenti vari, è quanto nei fatti è
accaduto). Ciò ha prodotto l’astensionismo di massa e la sfiducia
nel sistema politico. Che ne pensi?
Hai detto bene. Tutti i sistemi
maggioritari sono in contrasto insanabile con gli Articoli 3, 48, 49,
e 51 della Costituzione. Questi prescrivono un sistema
elettorale proporzionale puro: senza premi di maggioranza e senza
sbarramenti. Ogni lista deve poter ottenere un numero di seggi in
proporzione esatta ai voti ricevuti. Le leggi maggioritarie, sono
palesemente incostituzionali, leggi truffa.
A che cosa potrebbe
portare il riconoscimento ufficiale dell'incostituzionalità di tali
leggi elettorali? Pensi che sia una battaglia giusta e percorribile?
Temo che questo riconoscimento non
ci sarà. Le leggi maggioritarie sono passate con l’avallo della
Corte costituzionale e col consenso della stragrande maggioranza del
popolo.
Nel 2020 il Movimento Cinque Stelle
promosse un altro referendum sul taglio dei seggi del Parlamento da
945 a 600. Ottenne il SI' dal 69% dei votanti. Sempre con l’avallo
della Corte. Trai tu stesso le conclusioni.
Che cosa pensi della
scomparsa dei partiti socialisti in Italia, a partire dal 1993?
Ho vissuto, in prima persona, questa
scomparsa.
Torniamo alla fine del 1989. Da
molto tempo avevo osservato che nel Psi non vi era democrazia
interna. I capi corrente prendevano decisioni a nome del partito
senza alcun rispetto delle norme statutarie.
Il 2 gennaio 1990 comunicai al
Segretario Bettino Craxi le mie dimissioni dal PSI e dal Gruppo
socialista. Esposi la mia dissociazione dai comportamenti sopra
descritti. Assicurai tuttavia il mio appoggio agli obiettivi di fondo
del partito, come riportato anche da “La Repubblica” del 5
gennaio 1990.
Mi iscrissi, quindi, al Gruppo misto
del Senato.
Dopo una decina di giorni mi
contattò Antonio Cariglia, segretario del PSDI. E mi fece questo
discorso.
“Caro Pizzol conosco il tuo
impegno per l’unità dei partiti di sinistra. Bettino Craxi ha in
testa un’idea sciagurata. Vuole assorbire il PSDI nel PSI. Ha
convinto due Senatori PSDI a entrare nel Gruppo socialista. Il Gruppo
PSDI è rimasto con quattro membri, sotto il minimo di cinque
richiesto dal regolamento del Senato. Dammi una mano a salvare il
Gruppo”.
Accettai. Il PSDI conservò il suo
gruppo per il resto della legislatura.
Ma poi i partiti della
sinistra italiana non solo non si unirono, ma scomparvero...
Ciò avvenne in conseguenza del
colpo di stato Cossiga-Segni-Pannella che fondò, appunto, la Seconda
Repubblica. Per mezzo delle leggi maggioritarie, mise fuori
combattimento tutti i partiti fondatori della Costituzione.
Cosa mi dici dei
partiti socialisti del resto dell'UE, i quali ebbero una mutazione in
senso liberal capitalista e spesso guerrafondaio?
Il colpo di stato in Italia fu a sua
volta conseguenza dello sconvolgimento geopolitico prodotto dalla
caduta del Muro di Berlino.
L’intera politica europea fu
condizionata dalla politica degli Stati Uniti vincitori della Guerra
Fredda.
I partiti socialisti dell’UE, per
rendersi “presentabili” a Washington si convertirono al
neoliberismo e si allinearono alle politiche militari dell’Occidente.
Descrivimi, in poche
parole, la differenza fra Prima e Seconda Repubblica
La Prima era, con tutti i suoi
difetti e le sue tragedie, “Una Repubblica democratica fondata sul
lavoro”; la Seconda è “Una Repubblica oligarchica fondata sul
capitale”.
Oggi, gli italiani, lo
dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a
votare, per la gran parte.
Non si riconoscono,
infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con
il passare degli anni.
Contenutori volti a
distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità
pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e
dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine
pubblico.
Contenitori lontani tanto
a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.
Contenitori che
preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e
guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per
distruggere un Occidente alla deriva.
La storia che racconterò
e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è
quella di un politico onesto, di un servitore della comunità,
attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non
esiste più.
Quella Prima Repubblica,
nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non
gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo
assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono
“riformisti” senza esserlo mai stati.
E' la storia di un
socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel
suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito
da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.
Di Roberto Tremelloni
(1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del
Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei
ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica:
“Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni
ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve
fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un
facilone né un demagogo”.
Tremelloni nacque a
Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il
suo carattere e il suo modo retto di fare politica.
Come riporta Granata, nel
suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto
importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato
povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io
benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà
e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le
difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo
sforzo per superarle diventa abitudine”.
Economista serio, fuori
da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della
collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato
che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico
nell'interesse di tutta la collettività”.
La sua politica fu sempre
in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche
se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti
di destra e sinistra”, affermava.
Da adolescente aderì al
Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria,
così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della
rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra
democratica e laica.
Tremelloni si definiva,
già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista
mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie
all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del
Socialismo italiano, Filippo Turati.
Idee che guardavano a un
libero mercato regolato a beneficio della collettività e non
dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice
marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che
Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu
chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione
dell'Italia, nel dopoguerra.
Un socialismo
municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere,
così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai
monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave
dell'economia, a partire dal settore energetico.
Un socialismo che lo farà
approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e
Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria
di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe
Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine,
Partito Socialista Democratico Italiano.
Si occupò, in gioventù,
di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con
il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista
della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”,
fino alla soppressione, durante il fascismo.
Nel 1926 fondò,
peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto
Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.
Ma la sua vera passione
sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche,
nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università
di Ginevra.
Furono quelli gli anni in
cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno
politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora,
non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del
governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.
Egli fu, peraltro, fra i
fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.
Nel 1931, a Milano, fondò
il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una
sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti
dell'economia autarchica del regime.
Riuscì, ad ogni modo, a
sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete
antifascista.
Nel dopoguerra,
Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come
ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei
partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla
ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che
fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.
Già allora egli mostrava
il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito,
contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito
Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).
Partito di sinistra
laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC –
PCI.
All'indomani della
Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente
del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di
gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.
E' in questo ruolo che
ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla
razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo
e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni
forma di protezionismo economico.
Ampliamento dei mercati e
produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano
le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.
Il tutto, secondo
Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante”
intervento pubblico nell'economia del Paese.
In questo senso, fu un
sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie
telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio
e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.
La politica di
Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del
socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma
di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico,
come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.
E questa sarà la
politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi
incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro
(1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).
Una politica improntata
alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al
risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa,
ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in
settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali
Tremelloni intese investire maggiormente.
Inutile dire che si
scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.
Fu, come moltissimi
esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia
al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti
democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e
della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre
che dell'autonomia decisionale dell'Italia.
Fu, da Ministro delle
Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e
dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma
anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose
critiche, da destra e sinistra.
La sua linea rigorosa era
comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle
imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero
pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più
efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.
Come fa presente Mattia
Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita
pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura
realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche
delusioni e persino problemi di salute.
Egli detestava
l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la
degenerazione partitocratica.
Tutte cose che
riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai
avrebbe voluto assumere.
Pacifista della prima
ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di
razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi
difronte a una realtà clientelare diffusa.
Tentò di riformare il
SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle
deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire
un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo
Moro-Nenni, nel 1964.
All'epoca, Tremelloni, fu
lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi
ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano
sostituendo allo Stato.
Nel saggio “Roberto
Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata
riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a
quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di
nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente
quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…)
legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero
attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie
calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori
Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia
giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…).
“Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello
Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.
Da
allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più
isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte
del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di
consensi da parte dell'opinione pubblica.
Così
scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della
Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle
calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e
spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli
amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di
sinistra”.
In un
PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come
Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria
del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più
delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò
di sottolinearlo, nelle sue memorie).
Tremelloni
non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita,
nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla
candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente
grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro
Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.
Tremelloni, ad ogni modo,
non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno
dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici
dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un
aumento degli sprechi nel settore pubblico.
Aspetti, entrambi,
peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni
decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che
i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal
sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti
democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo
conosciuta.
L'ultimo atto politico di
Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una
politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”,
del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia
biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).
Dopo di allora, come
ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita
pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come
sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere
un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la
compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.
Molto lo aveva deluso la
politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di
altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato
con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero
dovuto tenerlo in palmo di mano.
Come, del resto, accadde
nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si
ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al
grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro
importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che
da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana,
sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise
in un canto.
Dei migliori, del resto,
pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che
fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era
meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei
professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso
Tremelloni.
Se vogliamo comprendere
le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e
Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del
personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non
ragionare guardando al nostro passato.
E non possiamo non
onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto
Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la
lungimiranza e intelligenza.
Sono fra coloro i quali,
pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una
rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non
considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho
spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò
già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino
Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito
fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista
democratica, ormai allo sbando.
Ciò che è possibile e
necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo
retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare
ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.
“Roberto Tremelloni,
riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto
benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso,
un saggio preziosissimo.
Un documento raro,
fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le
nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi,
militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono,
specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni
ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno
recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto
Tremelloni.
Nell'ottobre dell'Anno Orribile 1993, mentre in
Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente,
“falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la
mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo
democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva
fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana,
accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e
cruento.
Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos
russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero
il Congresso dei Deputati del Popolo.
Fu il culmine di quel
golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa,
ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).
Quasi 2.500 le vittime.
Il tutto nacque con la
crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui
Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei
Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di
essere “troppo comunisti”.
Un atto totalmente
incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media
occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni
nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio
statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e
criminali.
Il Parlamento russo si
oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.
Il Vicepresidente
Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò
il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio
economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e
drasticamente la popolazione.
Il Parlamento – dopo la
richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin
con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le
forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia
sovietica, con i deputati chiusi all'interno.
Durissimi gli scontri,
anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere
– con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di
Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del
Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e
sovietiche.
Conquiste sostenute
pensino dai monarchici neo zaristi, che combatterono assieme ai loro
ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della
democrazia russa.
Nonostante la resistenza
popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca,
sede del Parlamento, che fu conquistata.
Il resto è Storia che
conosciamo.
Gli oppositori al golpe
liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di
Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti,
fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov; quelli guidati da
Viktor Anpilov (che quest'anno avrebbe compiuto 80 anni e che nel
1992 fondò il partito comunista “Russia Laburista” e molto amico
di Limonov) e dai nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov,
il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre
sua moglie di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva,
lanciò un appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa
francese dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e
intellettuali russi.
Nonostante ciò,
l'oligarchia liberal-capitalista ebbe la meglio.
In Russia il comunismo –
che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito,
considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di
Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda
di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora
per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a
Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e
economico sovietico.
Ancora oggi, la gran
parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei
famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini,
sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari,
amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.
Ligaciov, esponente
riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata
dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione
Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che
portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con
guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine. Vedi
il conflitto russo-ucraino, alimentato dalle solite oligarchie
liberal-capitaliste occidentali, dai loro media e dai politicanti di
riferimento, che soffiano sul fuoco.
Molto interessanti questi
passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste
nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della
critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e,
impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere –
il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il
nazionalismo e il separatismo”.
E molto interessanti le
conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare
l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli
Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi
e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale
ho dedicato diversi articoli), che nel resto d'Europa (dopo la
scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli
Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle
vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il
socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla
democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale
dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa
comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.
La base politica di
questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto.
Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano
posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un
regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una
società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno
viene garantito il diritto al lavoro”.
Francesco Cossiga, come
ricordato e descritto dall'ottima Clio Pedone nella biografia “L'uomo
che guardò oltre il muro”, edita da Rubbettino (e da me recensita
recentemente a questo link
https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/11/luomo-che-guardo-oltre-il-muro-di-clio.html),
fu politico democristiano di lunghissimo corso, il quale ricoprì
innumerevoli incarichi istituzionali.
Nato a Sassari nel 1928,
laureatosi a vent'anni nel 1948 e successivamente docente di diritto
costituzionale all'Università di Sassari.
Uomo coltissimo e
curioso, divenne deputato nel 1958, a trent'anni.
Stimatissimo dal Ministro
della Difesa socialdemocratico, Roberto Tremelloni, persona nobile e
dalla specchiatissima moralità, divenne suo Sottosegretario dal 1966
al 1970 e con lui collaborò alla riforma del SIFAR e alla sua
trasformazione in SID. Fu proprio allora che, Cossiga, inizierà ad
appassionarsi alla politica estera e all'intelligence.
E proprio di tale tema si
occupa l'interessante saggio “Cossiga e l'intelligence”, edito
sempre da Rubbettino, che è poi una raccolta di interventi di
studiosi e analisti, a cura di Mario Caligiuri, Professore di
Pedagogia generale all’Università della Calabria e Presidente
della Società Italiana di Intelligence.
Un saggio nel quale è
rimarcata la passione del Presidente Cossiga per l'intelligence,
quale strumento di difesa della democrazia, invitando il mondo della
politica, della cultura e dell'opinione pubblica a confrontarsi con
tale tema, auspicando che il tema dell'intelligence possa e potesse
divenire oggetto di studio nelle Università italiane.
“Cossiga e
l'intelligence”, come dicevo, è una raccolta di interventi (di
Giorgio Galli, Rosario Priore, Giulio Cazzella, Carlo Jean, Pino
Arlacchi, Paolo Savona e Carlo Mosca), nei quali, ciascuno degli
intervenuti descrive che cosa ha rappresentato per il Presidente
Cossiga l'intelligence, sia durante il periodo della Guerra Fredda,
che successivamente, durante le numerosi crisi internazionali, non
ultima quella legata ai fatti terroristici dell'11 settembre 2001.
Come spiega Giorgio
Galli, ogni democrazia ha il suo “governo visibile e invisibile”,
con tutte le sue contraddizioni e Cossiga, che si adoperò per
salvare, pur senza riuscirvi, il suo amico Aldo Moro (al punto da
uscirne profondamente provato, anche sotto il profilo psicologico),
ne era ben consapevole.
L'allora Prefetto Giorgio
Cazzella illustra la visione di Cossiga durante i cosiddetti Anni di
Piombo, che è una visione di rafforzamento degli apparati pubblici e
di una legislazione antiterrorismo, nel pieno rispetto della
Costituzione.
Il Generale Carlo Jean
analizza il periodo del crollo del Muro di Berlino e quello del
crollo del sistema dei partiti democratici in Italia, oltre che
l'interesse e il rispetto di Cossiga per le forze armate e la sua
visione in politica estera, fondata sull'equilibrio.
Il prof. Paolo Savona
tratta il periodo della fine della Guerra Fredda e delinea il nuovo
ruolo dell'intelligence, atto a fronteggiare i nuovi rischi legati
alla sicurezza dello Stato e di come Cossiga sia stato, nel 2007, con
la riforma dei servizi di sicurezza, profondamente lungimirante.
Pino Arlacchi racconta
della sua amicizia con Cossiga, pur nella differenza di opinioni. Ne
scaturisce un profilo di un politico colto, che dice ciò che pensa
al limite della provocazione, profondo conoscitore del mondo
dell'intelligence e della sua utilità per difendere la democrazia e
la sicurezza dei cittadini.
L'ex Prefetto Carlo Mosca
illustra, invece, l'intelligence, sotto il profilo giuridico e
storico.
Nel saggio sono presenti
anche interventi del prof. Caligiuri, che ricorda come il Presidente
Cossiga, per la sua profonda conoscenza del mondo dell'intelligence,
fosse ritenuto, all'estero, un membro dell'intelligence stesso, al
punto che gli fu dato, simpaticamente, il nome in codice “Cesare”.
E il Presidente Cossiga, per far conoscere al grande pubblico quel
mondo scrisse anche il suo “Abecedario”, edito da Rubbettino, nel
quale spiegò i rudimenti dei servizi di sicurezza a difesa degli
interessi nazionali.
In “Cossiga e
l'intelligence” non mancano, inoltre, interventi dello stesso
Cossiga, molti dei quali sottoforma di interviste realizzate dal nipote e
biografo Paolo Testoni.
Un saggio interessante e
non scontato. Su un politico di altissimo profilo della Prima
Repubblica che, comunque la si pensi, merita non solo rispetto, ma
anche di essere studiato e ristudiato per il carattere profondamente
lungimirante e democratico che seppe rappresentare.
Un politico come lui,
come Tremelloni, Craxi e molti altri, manca profondamente al nostro
sempre più triste e sempre meno lungimirante Paese.
Quello di Clio Pedone -
giornalista specializzata in politica estera e già collaboratrice
delle cattedre di Diritto e Politica Internazionale, presso le
università “La Sapienza” e “Lumsa” - sulla figura di
Francesco Cossiga, è un saggio molto importante e interessante.
Sul Presidente Cossiga,
politico democristiano di lunghissimo corso e che ricoprì
innumerevoli prestigiosi incarichi istituzionali (da Sottosegretario
di Stato, passando per ricoprire incarichi ministeriali, sino a
divenire Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica)
esistono pochissimi saggio biografici.
“L'uomo che guardò
oltre il muro”, edito da Rubbettino, di Clio Pedone, appunto, è
certamente uno dei più meritevoli di lettura.
E lo è perché si
approfondisce a tutto tondo la vita e carriera del Presidente
Cossiga.
Presidente che fu,
spesso, ingiustamente infangato, definito “picconatore” o in
altro modo, solo perché disse sempre ciò che pensava e in quanto
aveva, a differenza della gran parte dei democristiani, un piglio
pratico e pragmatico alle questioni politiche da affrontare.
Nato nel 1928 a Sassari,
cugino del celebre Segretario del PCI Enrico Berlinguer, Cossiga
divenne deputato nel 1958, a trent'anni.
Si appassionerà presto
alla politica estera e ai sistemi di intelligence, in particolare
quando occupò il ruolo di Sottosegretario alla Difesa, dal 1966 al
1970.
Come spiegato
nell'introduzione al saggio, dall'Ambasciatore Luigi Vittorio
Ferraris, quel suo impegno e quei suoi interessi non potevano che far
ricadere su di lui responsabilità mai provate, quali il
coinvolgimento nella questione Gladio o in altri cosiddetti “misteri
italiani”.
Per l'estrema sinistra,
Cossiga, da Ministro dell'Interno, diverrà “Kossiga”, per il suo
pugno di ferro contro le manifestazioni violente di piazza.
Nel 1978 si addosserà le
colpe della morte di Aldo Moro, per non aver compreso che, molto
probabilmente, una via per salvare il leader democristiano esisteva.
E si dimetterà dall'incarico di Ministro, uscendone molto provato.
Nel 1979 assumerà, per
un breve periodo, l'incarico al Ministero degli Esteri, il che gli
permetterà di occuparsi di relazioni internazionali, ambito che lo sempre lo affascinò. Complice, peraltro, la sua grande preparazione
in campo diplomatico e la sua conoscenza delle lingue. Tedesco prima
delle altre, oltre che la sua amicizia con statisti di tutto il
mondo, in particolare il socialdemocratico Cancelliere tedesco Helmut
Schmidt.
Sostenitore di una
politica atlantista di equilibrio fra i due blocchi contrapposti,
Cossiga si adoperò molto per l'installazione degli euromissili a
Comiso – fatti poi installare dal governo Craxi - per riequilibrare
i missili sovietici al confine con la Germania Ovest.
Assieme a Craxi, poi, pur
rimanendo un fermo sostenitore dell'Alleanza Atlantica, difese sempre
l'autonomia decisionale italiana rispetto alle altre potenze, USA in
primis. Nel saggio di Clio Pedone, infatti, ampi stralci sono
dedicati alla questione di Sigonella e alla fermezza del governo
Craxi rispetto alle pressioni del governo USA retto da Reagan,
rispetto alle trattative con i terroristi che avevano sequestrato i
passeggeri della nave da crociera Achille Lauro, nel 1985.
“L'uomo che guardò
oltre il muro”, ripercorre minuziosamente la vita di Cossiga. Da
quando, 16 enne, conseguì la maturità classica al liceo “Azuni”
di Sassari e, a 20 anni, nel 1948, si laureò in giurisprudenza e
volle intraprendere, prima che la passione politica sopraggiungesse,
la carriera accademica.
Iscritto alla DC dal
1944, si avvicinò all'area dossettiana, ovvero quella che voleva una
maggiore autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche.
Il saggio, attraverso la
vita e soprattutto la carriera politica di Cossiga, ripercorre tutte
le tappe della costruzione del Centro-Sinistra (quello autentico,
della Prima Repubblica!), composto da DC, PSDI, PRI, PLI e poi aperto
al PSI prima di Pietro Nenni e, successivamente, negli ultimi
decenni, guidato da Bettino Craxi.
Un Francesco Cossiga
stimatissimo dall'allora Ministro della Difesa, il socialista
democratico Roberto Tremelloni (al quale conto, prossimamente, di
dedicare un ampio articolo), con il quale collaborò, in qualità di
Sottosegretario, nello svolgere un'“azione correttiva nei
confronti dell'ex SIFAR, sciolto nel 1965 e trasformato l'anno
successivo in SID, prima che le deviazioni, gli scandali e i sospetti
accumulati in 16 anni di attività diventassero di pubblico dominio”.
Del resto, per un
appassionato di romanzi di spionaggio quale fu Cossiga, un ruolo di
questo tipo non poteva che calzargli a pennello.
Molti sono gli aneddoti,
gli interventi e le interviste allo stesso Cossiga, oltre che a suoi
illustri e stretti collaboratori, come l'Ambasciatore Ludovico
Ortona, contenuti nel saggio di Clio Pedone.
Un Presidente spesso
incompreso, Francesco Cossiga, che peraltro, per garantire assoluta
imparzialità rispetto ai partiti, decise di non rinnovare più la
tessera della DC, nel momento in cui fu chiamato a ricoprire – a
soli 57 anni ed eletto al primo scrutinio – il ruolo di Presidente
della Repubblica.
Presidente che non mancò
mai di esprimere il suo disappunto nei confronti di una classe
politica che si rifiutava di vedere che, crollato il Muro di Berlino,
gli equilibri interni e internazionali stavano cambiando.
Equilibri che finiranno,
peraltro, per travolgere la stessa classe politica che aveva
governato democraticamente il Paese, dal 1946 al 1993.
Compreso o incompreso, il
Presidente Cossiga merita di essere studiato e approfondito anche da
chi, come chi vi scrive, è sempre stato lontanissimo dalla sua area
politica (ma non certo dalla sua area di governo).
Il saggio “L'uomo che
guardò oltre il muro” di Clio Pedone, con una affettuosa e
simpatica prefazione della figlia del Presidente, Anna Maria Cossiga,
è un tassello importante in questo percorso, atto a restituire
lustro ai Padri della nostra democrazia.
Nell'ottobre dell'Anno Orribile 1993, mentre in
Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente,
“falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la
mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo
democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva
fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana,
accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e
cruento.
Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos
russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero
il Congresso dei Deputati del Popolo.
Fu il culmine di quel
golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa,
ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).
Quasi 2500 le vittime.
Il tutto nacque con la
crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui
Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei
Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di
essere “troppo comunisti”.
Un atto totalmente
incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media
occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni
nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio
statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e
criminali.
Il Parlamento russo si
oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.
Il Vicepresidente
Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò
il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio
economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e
drasticamente la popolazione.
Il Parlamento – dopo la
richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin
con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le
forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia
sovietica, con i deputati chiusi all'interno.
Durissimi gli scontri,
anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere
– con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di
Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del
Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e
sovietiche.
Conquiste sostenute
pensino dai monarchici neo zaristi, che combatterono assieme ai loro
ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della
democrazia russa.
Nonostante la resistenza
popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca,
sede del Parlamento, che fu conquistata.
Il resto è Storia che
conosciamo.
Gli oppositori al golpe
liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di
Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti,
fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov e dai
nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov, il quale
partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre sua moglie
di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva, lanciò un
appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa francese
dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e intellettuali
russi.
Nonostante ciò,
l'oligarchia liberal-capitalista ebbe la meglio.
In Russia il comunismo –
che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito,
considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di
Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda
di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora
per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a
Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e
economico sovietico.
Ancora oggi, la gran
parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei
famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini,
sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari,
amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.
Ligaciov, esponente
riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata
dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione
Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che
portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con
guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine. Vedi
il conflitto russo-ucraino.
Molto interessanti questi
passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste
nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della
critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e,
impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere –
il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il
nazionalismo e il separatismo”.
E molto interessanti le
conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare
l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli
Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi
e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale
ho dedicato diversi articoli), che nel resto d'Europa (dopo la
scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli
Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle
vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il
socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla
democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale
dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa
comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.
La base politica di
questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto.
Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano
posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un
regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una
società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno
viene garantito il diritto al lavoro”.
E' la prima biografia
ufficiale dedicata a Gianni De Michelis, quella pubblicata
recentemente da Marsilio, scritta da Paolo Franchi e intitolata
“L'irregolare”.
Una biografia nota a
molti di noi, che hanno seguito e conosciuto Gianni in vita e/o hanno
militato nel suo glorioso Partito Socialista Italiano, che, dal 1993
ad oggi, non esiste più, salvo la breve parentesi del Partito
Socialista (avente per simbolo sette garofani rossi, un libro aperto e un sole nascente) e poi del Nuovo PSI, rifondati proprio da De Michelis alla
fine degli Anni '90.
Una biografia certamente
utile ai più giovani, in particolare in quanto ricorda la
lungimiranza in ambito geopolitico di Gianni De Michelis, che
prefigurò un mondo multipolare e la necessità di integrare la
Russia al sistema europeo e un dialogo costante e strategico con la
Repubblica Popolare Cinese.
Come ricorda Franchi, De
Michelis, cresciuto in una famiglia protestante metodista veneziana,
giovanissimo – a 11 anni - si proclamò monarchico, ma molto presto
scelse la via socialista, aderendo, nel 1960, a vent'anni, al PSI e
all'UGI, il movimento universitario della sinistra laica, di cui
diverrà Presidente nel 1962.
Si schiererà
immediatamente con la sinistra socialista, quella facente capo a
Riccardo Lombardi, che lascerà molti anni dopo, quando sosterrà la
candidatura di Bettino Craxi alla segreteria del partito e si
proclamerà sempre laico o laicista, ovvero antifascista,
anticomunista e anticlericale, come molti socialisti, repubblicani,
radicali e socialdemocratici della sua epoca e generazione e come
molti di noi, cresciuti nel loro esempio.
Lombardiano, dunque
riformista rivoluzionario, De Michelis ritiene che il capitalismo sia
una macchina a cui va cambiato il motore.
Come Lombardi, ritiene
che vada creata una “società senza classi” e la parola d'ordine
della sinistra di matrice socialista e socialdemocratica dell'epoca
è: “Case, scuole, ospedali” e, infatti, opera principale di
partiti quali il PSI, il PSDI e il PRI al governo saranno:
nazionalizzazione dell'energia elettrica, riforma della scuola e
dell'università, riforma urbanistica e abolizione della mezzadria.
Tutte cose considerate
dalla destra, sia democristiana che missina, “l'anticamera del
bolscevismo” e criticate anche dai comunisti, in quanto costoro
ritengono che finiscano per “integrare la classe operaia nel
sistema capitalista”.
Laureato in chimica
industriale nel 1963, presso l'Università degli Studi di Padova, De
Michelis iniziò la carriera accademica e, nel 1964 fu eletto
consigliere comunale di Venezia e Assessore all'Urbanistica.
In quegli anni, assieme
al fratello Cesare, assume il controllo della casa editrice Marsilio,
che si trasforma in SpA.
Dal 1969 gli viene
affidata l'organizzazione del partito e, nel 1976, riesce a farsi
eleggere per la prima volta Deputato al Parlamento.
Da sempre in dialogo
diretto con gli operai, come ricorda Franchi, cerca di far loro
accettare anche le scelte più impopolari, convinto, anche da
Ministro delle Partecipazioni Statali (dal 1980 al 1983), che occorra
modernizzare il Paese e renderlo più efficiente.
Sosterrà, dunque, in
questo senso, il nuovo corso socialista portato avanti da Bettino
Craxi, che sarà eletto alla Segreteria del PSI nel 1976, anche
grazie ai voti dei lombardiani.
Da Ministro delle
Partecipazioni Statali, De Michelis, scontrandosi spesso con i
democristiani, ritiene che occorra porre un argine
all'assistenzialismo e al salvataggio di imprese pubbliche
inefficienti, ritenendo che sia necessario introdurre “principi di
economicità” nella gestione pubblica, anche a costo di perdere
consenso elettorale.
Con questo spirito
sosterrà la scelta di Craxi di tagliare alcuni punti della scala
mobile, per frenare l'inflazione. Scelta peraltro sostenuta anche
della maggioranza degli italiani che, al referendum abrogativo del
1985, sostenuto dal PCI, dal MSI, da Democrazia Proletaria e dalla
CGIL, voteranno contro.
De Michelis e i
socialisti in generale, peraltro, spingeranno per la riforma delle
pensioni, ma saranno bloccati dalla convergenza conservatrice di
comunisti, democristiani, CGIL e MSI, che continueranno a garantire i
privilegi pensionistici di pochi, a scapito dei molti.
In quegli anni, peraltro,
si fa crescere i capelli ed è noto il suo amore per il ballo in
discoteca, di cui scrive anche una guida, con prefazione di Gerry
Scotti.
Dal 1989 al 1992
ricoprirà la carica di Ministro degli Esteri e, anche in questo
ambito, sarà attivissimo e sarà fra i primi a sostenere il ruolo
centrale del Mediterraneo, dei Balcani, oltre che il ruolo
modernizzatore, a livello internazionale, della Cina, accolto con
tutti gli onori dall'allora Presidente cinese Jiang Zemin.
Nell'ambito della crisi
jugoslava, peraltro, sarà in prima linea per evitare ogni conflitto,
ma, purtroppo, le vicende relative alla falsa rivoluzione di
Tangentopoli gli impediranno di proseguire nel suo ruolo, così come
di promuovere ulteriori relazioni con la Repubblica Popolare Cinese.
Dopo la caduta, come
ricorda Paolo Franchi, a seguito della vicenda denominata
Tangentopoli, che abbatterà il sistema democratico dei partiti
storici, De Michelis tenterà di ricomporre la diaspora socialista,
ma riuscendovi solo in parte ed essendo eletto europarlamentare nel
2004, grazie al 2% ottenuto dalla lista “Socialisti Uniti per
l'Europa”.
In quegli anni, come
molti ex elettori del PSI, De Michelis si schiererà con Berlusconi,
perché non avrebbe certo potuto schierarsi con i carnefici del
socialismo italiano, ovvero con quel finto “centrosinistra”
post-comunista (oggi PD e i suoi alleati) che aveva fatto di tutto
per abbattere il PSI e l'unico autentico Centro-Sinistra (DC, PSI,
PSDI, PRI, PLI) che l'Italia abbia mai conosciuto.
La Repubblica Popolare
Cinese avrebbe voluto offrirgli un lavoro di supporto alle imprese
italiane che cercavano di collocarsi nel suo mercato, ma rifiutò.
Nel 2009 accettò,
invece, di fare da consulente per la Riforma della pubblica
amministrazione, con uno stipendio annuo di 40.000 euro lordi e
divenne anche Presidente dell'Istituto per le relazioni tra l'Italia
e i Paesi dell'Africa, dell'America Latina e del Medio Oriente.
Gianni De Michelis ci
lascierà l'11 luglio 2019 e, come riportato nella biografia scritta
da Paolo Franchi, riportando una frase tratta da un'intervista di
Stefano Lorenzetto, ci ha lasciato anche un monito su un nuovo ordine
mondiale multipolare, tutto da costruire: “Dalla fine del
precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine
nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per
quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo
multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E'
inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le
spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo,
da un sistema unipolare”.
Fra baby gang, stupri in
aumento, truffe e neo-caporalato, c'è da chiedersi cosa stia facendo
o voglia fare un governo le cui forze politiche che lo compongono
hanno sempre sbandierato il tema “sicurezza”.
Sbandierare temi - anche
per decenni - e poi fare poco o nulla per risolvere i problemi, rimane
la classica pratica delle vuote promesse elettorali, per ottenere
voti facili.
La ricerca del facile
consenso è pratica tipica della Seconda Repubblica, ove le forze
politiche si sono tramutate in prodotti pressoché commerciali, con
candidati la cui esperienza nel campo della politica rimane sempre
tutta da dimostrare.
Porre al centro di un
progetto politico la comunità, nel suo complesso, è cosa più
difficile, ma fondamentale. Ben oltre le vuote promesse da campagna
elettorale.
Porre al centro la
comunità significa proteggerla. Introducendo, ad esempio, pene
severe per chi delinque, con ricorso all'ergastolo (specialmente nei
casi in cui si commettono truffe, raggiri, violenze e abusi contro i
più deboli, anziani e bambini in primis); all'esproprio dei beni (ad
esempio di chi sfrutta il lavoro); se serve anche alla perdita della
cittadinanza italiana, anche per i cittadini italiani che delinquono
e alla castrazione per chi stupra.
Occorre, in sostanza,
pensare ai diritti umani delle vittime. E sarebbe molto utile
iniziare a pensare a questo anche a livello europeo.
Una società allo sbando
è spesso causata dall'eccessiva opulenza, dalla noia, dal fatto che
ormai tutti hanno tutto o vogliono tutto, veicolati da un marketing e
da una pubblicità commerciale sempre più accattivanti e edonisti.
Quando non ci si
accontenta più, si vuole sempre superare il limite.
E questo crea e sta
creando danni incalcolabili, specialmente per i più deboli. Perché
modifica la percezione stessa della realtà nelle persone e, dunque, nella società intera.
Occorre riflettere
attentamente su questi aspetti e non lasciar correre minimamente.
Una scuola pubblica
distrutta, che promuove con facilità; un sistema pubblico sempre più
ridotto all'osso (aspetto peraltro pericolosissimo in tempi in cui
l'Intelligenza Artificiale andrebbe governata e presieduta proprio da
enti pubblici autorevoli); un sistema di liberalizzazioni e
deregolamentazioni del mercato, che hanno sdoganato spesso truffe ai
danni dei cittadini/consumatori.
Tutto ciò, dalla metà
degli Anni '90 ad oggi, ha portato a un benessere effimero, di
cartone, fondato sul nulla. Ed alla sostanziale perdita di potere e
di controllo dei cittadini stessi sui loro effettivi bisogni e
necessità, oltre che la perdita della loro sicurezza (sia sociale
che fisica).
Invertire la rotta
significa innanzitutto riflettere, prendere consapevolezza di ciò.
Pensare a nazionalizzare,
più che a liberalizzare. Dare in gestione le imprese a chi ci lavora
e ai cittadini, più che a speculatori e azionisti privati in giro
per il mondo.
Introdurre pene severe e
esemplari per chi delinque e abusa dei più deboli e dei cittadini in
generale.
Promuovere una scuola che
formi davvero e che sia selettiva e meritocratica, ovvero che non
assecondi i desiderata degli allievi e dei genitori, che non devono
più essere considerati dei clienti/consumatori.
Promuovere una economia
rispettosa dell'ambiente e dei diritti dei cittadini onesti,
recuperando i principi di un grande imprenditore e socialista fabiano
quale fu Adriano Olivetti, che pose al centro la comunità,
attraverso la pianificazione e l'umanesimo sociale.
Promuovere, in sostanza,
la logica e il buonsenso, a beneficio di tutti e non solo di
qualcuno.
Un po' l'opposto di
quanto sembra avvenire da lungo tempo dalle nostre parti.