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mercoledì 11 marzo 2026

Ricostruire i fondamenti della democrazia recuperando gli ideali repubblicani e socialisti di Mazzini e Garibaldi. Articolo di Luca Bagatin

 

Da molti anni mi chiedo il perché esistano ancora partitini di area laico-socialista-repubblicana, ma tali solo di nome e per nulla di fatto, che sostengono politiche e politici di stampo liberal capitalista, guerrafondaio, irresponsabile e di destra, più o meno estrema.

Destra più o meno estrema che, nei fatti, ha preso il sopravvento pressoché in tutto l'arco parlamentare, dopo il 1993, anche quando finge di chiamarsi “sinistra”, ma, nei fatti, porta avanti agende di deregolamentazione o soppressione dei diritti sociali, della rappresentanza democratica e sostiene realtà e politiche belliciste e che sopprimono la volontà dei popoli non occidentali e/o non liberal capitalisti, ad autodeterminarsi.

Me lo chiedo sia da ex militante politico dell'area laico-socialista-repubblicana, sia da studioso che si rifà proprio alla storia e alla cultura politica del PRI e del PSDI (fino agli Anni '60) e del PSI (a partire dal 1976).

Ovvero da persona che, aldilà delle sigle politiche e dei feticismi/fanatismi ideologici, ha da sempre un programma chiaro, che si sostanzia in: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; democrazia il più possibile partecipativa; economia il più possibile socializzata e partecipativa, ove i lavoratori sono produttori e proprietari del loro lavoro e non dei salariati sfruttati dal capitale; società ordinata e moralizzata; cooperazione e sviluppo internazionale.

Un programma un tempo portato avanti da politici troppo spesso volutamente dimenticati o oscurati, oppure ingiustamente infangati, ma i cui nomi vorrei, qui come altrove, riportare. Proprio affinché siano ricordati, almeno da chi leggerà questo articolo.

Mario e Guido Bergamo; Alceste De Ambris; Gabriele d'Annunzio; Alfredo Bottai; Giulio Andrea Belloni; Randolfo Pacciardi; Roberto Tremelloni; Bettino Craxi.

Senza dimenticare due dei loro (e dei nostri) più celebri ispiratori: Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

La politica e la Storia non si fanno né con i se, né con i ma, purtuttavia dalla Storia si dovrebbe imparare.

Di questo, ovvero di Storia e di cultura politica, in sostanza, ho preferito, negli anni, occuparmi, evitando di interessarmi sia di politica nazionale, che di beghe fra i politicanti italiani attuali, che, a mio avviso, lasciano il tempo che trovano e lo vediamo anche nella gestione dell'ultima crisi internazionale, che viene trattata con il solito servilismo nei confronti di Washington e con una superficialità e una ipocrisia totalmente inappropriate.

E ciò non solo dal governo, ma anche dalle sedicenti opposizioni, anche quelle come i Cinque Stelle che sembrano talvolta parlare bene, ma, una volta andate al governo, fanno l'esatto opposto di ciò che vanno affermando.

Ho preferito e preferisco occuparmi di politica estera, in particolare di realtà che hanno molto in comune con la cultura laico-socialista-repubblicana. Consapevolmente o meno.

Chi legge i miei articoli o ha letto i miei saggi lo può ben comprendere.

Interessante è la politica del Brasile di Lula, ad esempio. Quella cubana e socialista venezuelana (che hanno aspetti anche di democrazia partecipativa). Quella del socialismo con caratteristiche cinesi, che non è altro che economia socialista di mercato, ovvero quel socialismo adatto ai tempi promosso dai partiti laici della Prima Repubblica di area laico-socialista, almeno fino agli Anni '70/'80.

Ma, per comprenderlo occorre studiare, approfondire, andare oltre il paraocchi dell'ideologia.

Dice bene, poi, il mio caro amico Giorgio Pizzol, ex Senatore socialista, quando punta il dito contro le leggi elettorali italiane dal 1993 ad oggi, spiegando come queste violino la Costituzione e in merito vorrei rimandare al suo intervento riportato a questo link: https://ilparlamento.eu/legge-elettorale-lopinione-di-giorgio-pizzol/

Per non parlare delle violazioni della Costituzione per ciò che attiene l'Art. 11, il quale recita che l'Italia ripudia la guerra e quindi dovrebbe chiamarsi fuori da ogni conflitto che non la veda direttamente attaccata.

Cosa ci facevamo noi nell'ex Jugoslavia; Libia, Afghanistan e via discorrendo? Perché inviamo, da qualche anno, armi a Paesi né UE, né NATO? Perché sanzioniamo Paesi, spesso a nostro discapito economico, anziché cooperare con loro?

Difronte a ciò, che fare?

Quando i politicanti della cosiddetta Seconda Repubblica, sorta da un golpe che ha distrutto i partiti democratici di governo e cavalcata da poteri forti nazionali e internazionali; post-comunisti approdati al capitalismo assoluto; post-fascisti; leghisti; liberisti; comici; banchieri... hanno svuotato il Paese di ogni possibile contenuto attinente alla giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica, cosa altro puoi fare, se non chiamarti fuori dal circo e, per quel che ti compete, cercare di denunciarlo?

E soprattutto spiegare ai più giovani o a chi ha la pazienza di ascoltare, come sono e come vanno le cose.

Del resto non è solo fenomeno italiano, ma europeo, visto che in tutta UE è stata distrutta la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica, per fare spazio a banchieri centrali e commissari irresponsabili e bellicisti, che o sono al servizio di Washington, oppure non sanno che pesci prendere.

Gli spazi di libertà, partecipazione e democrazia si riducono sempre più. Le opposte tifoserie (spesso strumentali e strumentalizzate) la fanno da padrone e così le censure (sempre più provenienti da cosiddetti “liberali” o “riformisti”, o sedicenti tali) nei confronti di chi la pensa o ragiona diversamente.

I più deboli vengono bombardati, abusati, vilipesi, mal curati o non curati.

La criminalità pullula nelle strade, ma per la politica nostrana la priorità sembra un referendum inutile e costoso, il cui esito non sposterà, per il cittadino medio, una sola virgola (e infatti avrebbe senso, come farò io stesso, astenersi).

C'è di che indignarsi. E non poco.

Pier Paolo Pasolini – cantore degli ultimi e di coloro i quali non sapevano di avere dei diritti - scrisse, nel 1960, frasi che potrebbero adattarsi anche all'oggi: “Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà...”.

Personalmente auspicherei la nascita, così come l'auspicavo quando ero più giovane, vent'anni fa, di una concentrazione socialista e repubblicana mazziniana, alleata unicamente ai cittadini e a nessuna altra forza politica. Che si ponga come primo compito quello di istruire i cittadini e di elevarli moralmente e politicamente. Non già di gettarsi nel fango delle elezioni (che premiano sempre e solo chi imbroglia meglio il prossimo e ha i mezzi economici per farlo), ma per ricostruire i fondamenti della democrazia, secondo gli insegnamenti di giustizia sociale; sovranità nazionale e indipendenza economica di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi.

Luca Bagatin

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venerdì 28 novembre 2025

Gianni De Michelis, il socialismo, la democrazia costituzionale e il mondo multipolare. Articolo di Luca Bagatin

Gianni De Michelis e Luca Bagatin, dicembre 2003
 

Il 26 novembre scorso, Gianni De Michelis, avrebbe compiuto 85 anni.

Lo conobbi nel 2003, quando era Segretario del Nuovo PSI, al quale mi iscrissi anch'io - pur per un breve periodo – essendo socialista (e mazziniano) fin da quando ero ragazzino e leggevo Marx, Proudhon, Garibaldi, Mazzini, Gaetano Salvemini e Ernesto Rossi, oltre ai discorsi di Craxi e dello stesso De Michelis.

Fu per me, quindi, un onore diventarne amico e avere anche l'occasione di essere relatore, accanto a lui, ad un convegno pubblico socialista (vedi foto).

De Michelis aderì al Partito Socialista Italiano negli Anni '60, collocandosi a quei tempi nella corrente di sinistra, guidata da Riccardo Lombardi, denominata “Alternativa Socialista”, nella quale erano presenti anche i socialisti rivoluzionari.

Nel 1976 appoggiò - e a mio avviso giustamente - la Segreteria guidata da Bettino Craxi e divenne componente della Direzione Nazionale del PSI.

Nel corso degli Anni '80 ricoprirà anche il ruolo di Ministro delle Partecipazioni Statali (quando in Italia e Europa ancora lo Stato contava qualcosa e la politica comandava sull'economia e non viceversa!), Ministro del Lavoro, Vicepresidente del Consiglio e Ministro degli Esteri.

Coinvolto nella falsa rivoluzione di Tangentopoli, sarà sottoposto a diversi procedimenti giudiziari, ma spesso fu assolto.

Denuncerà sempre, assieme a Craxi, il clima avvelenato di quegli anni, teso a colpire unicamente i partiti di governo e in particolare quel PSI che, se da una parte voleva modernizzare l'Italia, smarcandosi dalle “chiese” democristiana e comunista (ma già da tempo non più comunista e via via sempre più liberal-capitalista e visceralmente anti-socialista), dall'altra mirava a una politica estera multipolare, smarcata dagli USA e parimenti denunciava l'avanzare della globalizzazione neoliberale e le sue pericolose derive, che avrebbero portato – con il successivo avvento del capitalismo assoluto - a una diffusa povertà, alla sudditanza dell'Italia a poteri stranieri ed economici e all'immigrazione di massa.

Gianni De Michelis sosterrà sempre una politica estera multipolare, a partire dal ruolo centrale del Mediterraneo e dei Balcani in Europa (fece peraltro di tutto per evitare la disgregazione della Jugoslavia); propose l'integrazione della Federazione Russa nel sistema comunitario europeo; promosse un rapporto privilegiato e sinergico con una Repubblica Popolare Cinese, che già negli Anni '80 e '90 si stava modernizzando e aprendo al mondo.

A confronto dei politicanti di oggi, tutti chiacchiere, voltafaccia, rosari e tatuaggi da esibire, Gianni De Michelis, con realismo e pragmatismo, aveva tutto da insegnare. E lo avrebbe ancora.

Fu peraltro degnissimo consigliere di Silvio Berlusconi, negli ultimi decenni della sua vita e si può dire che proprio Berlusconi (non certo i suoi sodali, che presto lo tradiranno), fu l'ultimo politico di razza di questo triste scorcio di Seconda Repubblica.

A Gianni De Michelis, Paolo Franchi ha dedicato un'interessante biografia, “L'irregolare”, edita da Marsilio.

Appena uscita, nel 2024, l'ho volentieri recensita e può essere letta a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/07/lirregolare-gianni-de-michelis-nella.html.

Ci sono alcuni passaggi molto interessanti.

Fra questi una risposta di Gianni De Michelis all'intervista di Stefano Lorenzetto – che Paolo Franchi riporta - che recita così: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Ancora lontani erano i tempi delle irresponsabili Von Der Leyen e Kaja Kallas e delle e dei loro emulatori – bipartisan - in Italia.

Ancora lontani erano i tempi in cui persino i comici avrebbero fondato partiti e sarebbero persino stati eletti a capo di Paesi, con tutte le nefaste conseguenze del caso!

Indietro, ad ogni modo, non si torna più.

Ma il realismo e il pragmatismo di certi politici e statisti con la P e la S maiuscola rimangono, così come rimane l'insegnamento pratico di certi partiti politici storici che hanno guidato, nella democrazia costituzionale, l'Italia, dal 1946 al 1993.

Luca Bagatin

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giovedì 20 novembre 2025

Robert Fico, unico socialista al governo in UE e riflessioni sulla necessità di ricostruire un autentico Centro-Sinistra (quello vero, della Prima Repubblica). Articolo di Luca Bagatin

 

Ancora una volta, Robert Fico, Presidente della Slovacchia e leader del partito socialista democratico SMER (Direzione Socialdemocrazia), si conferma l'unico leader autenticamente socialista in UE.

Egli, ancora una volta, critica le decisioni dei vertici dell'UE di isolarsi dall'approvvigionamento energetico russo a partire dal 2028, dichiarando di valutare la possibilità di citare in giudizio l'UE per tale irresponsabile decisione, che colpirà in particolare Slovacchia e Ungheria i cui governi, non a caso, a tale decisione si sono fermamente opposti.

Questa decisione è estremamente dannosa per noi. Sapete che non l'abbiamo votata”, ha sottolineato il Presidente Fico.

Il suo governo valuterà gli impegni presi dalla Commissione Europea nell'ambito del sostegno energetico alla Slovacchia ed in proposito ha aggiunto: “Tutto dipenderà molto da come la Commissione europea rispetterà i suoi impegni nei confronti della Slovacchia, assunti e firmati direttamente dal Presidente della Commissione Europea”.

Il Premier slovacco ha fatto presente che la decisione di isolarsi dall'approvvigionamento energetico russo, presa a maggioranza qualificata degli Stati membri, rappresenta una violazione della legislazione dell'UE.

Egli ha peraltro dichiarato che “Stiamo parlando di 140 miliardi di euro che la Commissione vuole letteralmente donare all'Ucraina, il che solleva un numero enorme di questioni legali e molta incertezza in Europa” ed ha manifestato preoccupazione relativamente alla confisca dei beni russi congelati, che potrebbe portare alla confisca di proprietà di Stati membri UE nel territorio della Federazione Russa.

Il socialdemocratico Fico, in più occasioni, ha manifestato dissensi nei confronti della politica dell'UE in merito.

Egli non ha sostenuto i pacchetti di sanzioni contro la Federazione Russa; ha preso le distanze nei confronti delle assurde dichiarazioni della rappresentante degli affari esteri dell'UE, nonché esponente della destra estone, Kaja Kallas, la quale avrebbe voluto impedirgli di partecipare alle celebrazioni a Mosca, del 9 maggio scorso, per ricordare le vittime della resistenza antifascista nella Seconda Guerra Mondiale; ha partecipato – unico leader dell'UE - all'80esimo anniversario della Vittoria nella Guerra di Resistenza Popolare Cinese contro l'aggressione giapponese e nella Guerra Mondiale Antifascista ed ha sempre dichiarato di voler lavorare, assieme alla Repubblica Popolare Cinese e al Brasile del socialista Lula, per un piano di pace che risolva la crisi russo-ucraina.

Per tutta risposta, il suo partito è stato estromesso dal Partito Socialista Europeo, che di socialista non ha più nulla da molti decenni.

A differenza di SMER (Direzione Socialdemocrazia), unico partito al governo in UE che, guarda un po', ha valori socialisti, patriottici e senza equivoci liberal-capitalisti e guerrafondai.

Tutto ciò dovrebbe farci riflettere, ma probabilmente in pochi ci rifletteranno.

Come in pochi rifletteranno sulla seria politica estera di Silvio Berlusconi e, ancor più e ancor prima, di Bettino Craxi.

Una politica estera responsabile, multilaterale, volta a far dialogare Ovest e Est; a unire anziché dividere e ad andare a colpire chi davvero vuole destabilizzare il mondo. In primis gli estremisti, gli irresponsabili, i fondamentalisti di ogni colore e fede religiosa.

Aggiungerei una riflessione, da socialista e repubblicano mazziniano, orgogliosamente senza tessera da anni, che ho scritto anche ieri sui social, con un positivo riscontro di pubblico.

Se si volesse ricostruire un autentico Centro-Sinistra, come nella Prima Repubblica, riformatore, responsabile e democratico (nulla a che vedere con l'ulivismo, il PD, il renzismo e il calendismo, anzi!), occorrerebbe:

1) lavorare per dichiarare le leggi elettorali dal 1993 ad oggi incostituzionali, come giustamente dichiarato anche dall'amico ex Senatore socialista Giorgio Pizzol, in una recente intervista che gli ho fatto (facendo pertanto decadere anche l'attuale maggioranza e pseudo opposizione);

2) reintrodurre il sistema proporzionale puro (come previsto dalla Costituzione);

3) lavorare per la ricostituzione di un forte stato sociale e per una società ordinata e moralizzata (la sanità, la scuola, lo stato sociale e l'ordine pubblico sono allo sbando. Il fenomeno baby gang, invece, è sempre più diffuso e purtroppo non solo quello);

4) isolare fondamentalisti, estremisti e censori che oggi si dicono "riformisti" senza esserlo;

5) dialogare con tutti i Paesi del mondo, nel quadro di un nuovo ordine mondiale multilaterale, fondato su giustizia sociale e sovranità nazionale. Ovvero iniziando a fare ragionare gli attuali estremistici e irresponsabili (tutt'altro che “volenterosi”) vertici UE.

Ovviamente sono, come spesso mi accade, molto pessimista, ma già sarebbe molto iniziare a discuterne.

Luca Bagatin

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mercoledì 19 novembre 2025

Intervista di Luca Bagatin all'ex Senatore del PSI e del PSDI Giorgio Pizzol

 

Giorgio Pizzol, classe 1942, già insegnante di lettere, avvocato e giudice di pace, fu Sindaco di Vittorio Veneto dal 1975 al 1982, reggendo forse una delle poche giunte di sinistra a quei tempi, composta da PCI, PSI, PSDI e PRI.

Nel 1987 fu eletto Senatore, nelle fila del PSI e, nel 1990, in contrasto con i vertici del partito, passò prima al gruppo misto e, successivamente, al PSDI, come indipendente, concludendo la legislatura nel 1992.

Giornalista pubblicista, dal 1995, ha collaborato con “La Tribuna di Treviso” e “La Nuova Ferrara”.

Oltre a due raccolte di liriche (“Le stagioni del presente” e “Versi sciolti”), ha pubblicato tre saggi sull'importanza della comunicazione: “Uno e molteplice” (1990); “Pensiero del limite e limite del pensiero” (1998” e “Il Pensiero Riflessivo” (2023).

Sempre a proposito dell'importanza della comunicazione, nel 1992, ha fondato la rivista “Dia Logo” ed è molto attivo nelle battaglie per la difesa della Costituzione Italiana.

Ho qui avuto l'amichevole possibilità di intervistarlo.

Cosa puoi dirci, innanzitutto, dell'ultimo scorcio della Prima Repubblica, avendo tu ricoperto la carica di Senatore nella X legislatura (1987- 1992) nel PSI e poi nel PSDI ?

Parto dal Messaggio alle Camere del Presidente della Repubblica Cossiga del 26 giugno 1991. Un atto eversivo.

Perché eversivo?

Mi spiego. L’Art. 87 attribuisce al Presidente il potere di inviare messaggi alle Camere al fine di garantire il rispetto della Costituzione.

In questo messaggio Cossiga, esorbitando clamorosamente dai suoi poteri, formulava una proposta di stravolgimento del dettato costituzionale. In sintesi, proponeva di annullare le funzioni del Parlamento, di trasferire il potere decisionale al Governo, di abolire i partiti come previsti dall’Art. 49 della Costituzione. Un colpo di stato bianco.

Sei stato fra i pochissimi, peraltro, a denunciare l'incostituzionalità del referendum per l'elezione del Senato, del 1993, che introdusse il sistema maggioritario nel nostro ordinamento. Cosa puoi dirci, in merito?

Il Referendum Segni-Pannella del 1993. Fu l’attuazione concreta del colpo di stato. La Corte costituzionale non avrebbe dovuto ammetterlo. Ad opporsi furono pochissimi davvero.

Il popolo fu ubriacato da una massiccia campagna di propaganda a favore del “sistema maggioritario all’inglese”. Segni e Pannella vinsero trionfalmente con l’82,74%.

Paradosso di un popolo che vota contro la sua sovranità.

L'incostituzionalità delle leggi elettorali maggioritarie, introdotte dopo il 1993, hanno fortemente ridotto la democrazia nel nostro Paese, impedendo a milioni di elettori di eleggere i propri rappresentanti (perché, introducendo maggioritario e sbarramenti vari, è quanto nei fatti è accaduto). Ciò ha prodotto l’astensionismo di massa e la sfiducia nel sistema politico. Che ne pensi?

Hai detto bene. Tutti i sistemi maggioritari sono in contrasto insanabile con gli Articoli 3, 48, 49, e 51 della Costituzione. Questi prescrivono un sistema elettorale proporzionale puro: senza premi di maggioranza e senza sbarramenti. Ogni lista deve poter ottenere un numero di seggi in proporzione esatta ai voti ricevuti. Le leggi maggioritarie, sono palesemente incostituzionali, leggi truffa.

A che cosa potrebbe portare il riconoscimento ufficiale dell'incostituzionalità di tali leggi elettorali? Pensi che sia una battaglia giusta e percorribile?

Temo che questo riconoscimento non ci sarà. Le leggi maggioritarie sono passate con l’avallo della Corte costituzionale e col consenso della stragrande maggioranza del popolo.

Nel 2020 il Movimento Cinque Stelle promosse un altro referendum sul taglio dei seggi del Parlamento da 945 a 600. Ottenne il SI' dal 69% dei votanti. Sempre con l’avallo della Corte. Trai tu stesso le conclusioni.

Che cosa pensi della scomparsa dei partiti socialisti in Italia, a partire dal 1993?

Ho vissuto, in prima persona, questa scomparsa.

Torniamo alla fine del 1989. Da molto tempo avevo osservato che nel Psi non vi era democrazia interna. I capi corrente prendevano decisioni a nome del partito senza alcun rispetto delle norme statutarie.

Il 2 gennaio 1990 comunicai al Segretario Bettino Craxi le mie dimissioni dal PSI e dal Gruppo socialista. Esposi la mia dissociazione dai comportamenti sopra descritti. Assicurai tuttavia il mio appoggio agli obiettivi di fondo del partito, come riportato anche da “La Repubblica” del 5 gennaio 1990.

Mi iscrissi, quindi, al Gruppo misto del Senato.

Dopo una decina di giorni mi contattò Antonio Cariglia, segretario del PSDI. E mi fece questo discorso.

Caro Pizzol conosco il tuo impegno per l’unità dei partiti di sinistra. Bettino Craxi ha in testa un’idea sciagurata. Vuole assorbire il PSDI nel PSI. Ha convinto due Senatori PSDI a entrare nel Gruppo socialista. Il Gruppo PSDI è rimasto con quattro membri, sotto il minimo di cinque richiesto dal regolamento del Senato. Dammi una mano a salvare il Gruppo”.

Accettai. Il PSDI conservò il suo gruppo per il resto della legislatura.

Ma poi i partiti della sinistra italiana non solo non si unirono, ma scomparvero...

Ciò avvenne in conseguenza del colpo di stato Cossiga-Segni-Pannella che fondò, appunto, la Seconda Repubblica. Per mezzo delle leggi maggioritarie, mise fuori combattimento tutti i partiti fondatori della Costituzione.

Cosa mi dici dei partiti socialisti del resto dell'UE, i quali ebbero una mutazione in senso liberal capitalista e spesso guerrafondaio?

Il colpo di stato in Italia fu a sua volta conseguenza dello sconvolgimento geopolitico prodotto dalla caduta del Muro di Berlino.

L’intera politica europea fu condizionata dalla politica degli Stati Uniti vincitori della Guerra Fredda.

I partiti socialisti dell’UE, per rendersi “presentabili” a Washington si convertirono al neoliberismo e si allinearono alle politiche militari dell’Occidente.

Descrivimi, in poche parole, la differenza fra Prima e Seconda Repubblica

La Prima era, con tutti i suoi difetti e le sue tragedie, “Una Repubblica democratica fondata sul lavoro”; la Seconda è “Una Repubblica oligarchica fondata sul capitale”.

Luca Bagatin

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lunedì 13 ottobre 2025

Roberto Tremelloni, un socialista democratico, un servitore della Repubblica democratica. Articolo di Luca Bagatin

Oggi, gli italiani, lo dimostrano anche le recenti elezioni amministrative, non vanno più a votare, per la gran parte.

Non si riconoscono, infatti, in contenitori pressoché uguali e sempre più uguali, con il passare degli anni.

Contenutori volti a distruggere i diritti dei lavoratori; lo stato sociale; la sanità pubblica; a non fare nulla per i diritti degli anziani; delle donne e dei bambini; a non far nulla contro le baby gang e mantenere l'ordine pubblico.

Contenitori lontani tanto a livello nazionale, quanto a livello locale, dalle necessità dei cittadini e della comunità.

Contenitori che preferiscono piegarsi ai desiderata, sempre più sconsiderati e guerrafondai, di Bruxelles e Washington. Che fanno di tutto per distruggere un Occidente alla deriva.

La storia che racconterò e che ho già raccontato in altri articoli e video, riassumendola, è quella di un politico onesto, di un servitore della comunità, attraverso lo Stato democratico italiano di una Repubblica che non esiste più.

Quella Prima Repubblica, nella quale, governavano partiti di autentico Centro-Sinistra. E non gli eredi degli opposti estremismi, approdati al liberal capitalismo assoluto e al fondamentalismo senza costrutto, che si dicono “riformisti” senza esserlo mai stati.

E' la storia di un socialista democratico, raccontata in primis da Mattia Granata, nel suo “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, edito da Rubbettino, con il contributo del Centro per la cultura d'impresa.

Di Roberto Tremelloni (1900 – 1987), che ricoprì i Ministeri dell'Industria e del Commercio; del Tesoro, delle Finanze e della Difesa, Enrico Mattei ebbe a scrivere, a proposito del suo modo di fare politica: “Socialista genuino, uomo di cultura moderna, l'On. Tremelloni ha indicato, senza demagogia, quello che un governo socialista deve fare (…), un dirigista, certo, ma un dirigista serio, non un facilone né un demagogo”.

Tremelloni nacque a Milano, in una famiglia povera e questo ha formato profondamente il suo carattere e il suo modo retto di fare politica.

Come riporta Granata, nel suo saggio, Tremelloni scrisse di sé: “Mi sembra molto importante, nel lungo andare della mia vita, il fatto di essere nato povero. Ciò ha giovato alla formazione del mio carattere. Io benedico spesso di essere stato allevato in un ambiente di difficoltà e ristrettezze materiali. Benedico questa scuola perché le difficoltà e le ristrettezze non mi fanno più paura. Perché lo sforzo per superarle diventa abitudine”.

Economista serio, fuori da ogni ideologismo e dogmatismo e sempre dalla parte della collettività, Tremelloni riteneva che fosse “Il proletariato che può e deve alzare la bandiera dello sviluppo economico nell'interesse di tutta la collettività”.

La sua politica fu sempre in contrasto con quella dei conservatori di ogni colore “anche se sono mascherati da etichette progressiste dei più vari movimenti di destra e sinistra”, affermava.

Da adolescente aderì al Partito Repubblicano Italiano di mazziniana e risorgimentale memoria, così come Pietro Nenni. Partito della trasparenza e della rettitudine per eccellenza, oltre che collocato all'estrema sinistra democratica e laica.

Tremelloni si definiva, già da allora, un risorgimentale fabiano, un umanitarista socialista mazziniano e patriottico e tali idee si rafforzarono anche grazie all'amicizia con il liberalsocialista Carlo Rosselli e il padre del Socialismo italiano, Filippo Turati.

Idee che guardavano a un libero mercato regolato a beneficio della collettività e non dell'egoismo privato. Oltre ogni visione classista di matrice marxista-leninista e contro ogni autarchismo di matrice fascista, che Tremelloni avversò con tutto sé stesso, in particolare quando fu chiamato ai suoi primi incarichi di governo, nella ricostruzione dell'Italia, nel dopoguerra.

Un socialismo municipalista e gradualista, il suo, che lo porterà a sostenere, così come il liberalsocialista e amico Ernesto Rossi, la lotta ai monopoli e la promozione della nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia, a partire dal settore energetico.

Un socialismo che lo farà approdare, nel 1922, al Partito Socialista Unitario di Turati e Treves e, nel dopoguerra, al Partito Socialista di Unità Proletaria di Nenni e al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani di Giuseppe Saragat, successivamente Partito Socialista Unitario e, infine, Partito Socialista Democratico Italiano.

Si occupò, in gioventù, di giornalismo, sia sportivo che di cronaca e, nel 1919 fondò, con il fratello Attilio, la Casa Editrice Aracne e diresse la rivista della Confederazione Generale Del Lavoro, “Battaglie sindacali”, fino alla soppressione, durante il fascismo.

Nel 1926 fondò, peraltro, con Rosselli e Pietro Nenni, la rivista socialista “Quarto Stato”, anch'essa presto soppressa dal regime.

Ma la sua vera passione sarà sempre l'economia. Laureatosi nel 1924 in Scienze economiche, nel 1930, iniziò ad insegnare Economia politica presso l'Università di Ginevra.

Furono quelli gli anni in cui si dedicò maggiormente agli studi economici e meno all'impegno politico, purtuttavia rimase sempre un antifascista della prima ora, non mancando mai di rivolgere critiche alla politica economica del governo mussoliniano, come fa presente il saggio di Granata.

Egli fu, peraltro, fra i fondatori del giornale economico “Il Sole 24 Ore”.

Nel 1931, a Milano, fondò il GAR, ovvero il Gruppo Amici della Razionalizzazione, ovvero una sorta di centro studi economico, fortemente critico nei confronti dell'economia autarchica del regime.

Riuscì, ad ogni modo, a sfuggire alla condanna al confino, grazie al supporto della rete antifascista.

Nel dopoguerra, Tremelloni tornerà ad essere politicamente attivo, sebbene – come ricorda Mattia Granata - considerasse gran parte dei programmi dei partiti italiani piuttosto vaghi, nebulosi, poco concreti. Alla ricerca più del consenso o di non perdere consensi, piuttosto che fondati sulla ricostruzione del Paese, in favore della comunità.

Già allora egli mostrava il suo carattere pragmatico e non ideologico e, con questo spirito, contribuirà, nel 1947, a dare vita, con Saragat, al Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI).

Partito di sinistra laica, socialista democratico e oltre i blocchi contrapposti DC – PCI.

All'indomani della Liberazione, fu incaricato di ricoprire il ruolo di Vicepresidente del Consiglio Industriale per l’Alta Italia, ove si occupò di gestire e riattivare le strutture dell'economia produttiva.

E' in questo ruolo che ebbe modo di applicare la sua visione economica, basata sulla razionalizzazione della produzione, contro ogni forma di parassitismo e di spreco di danaro e energie pubbliche, oltre che contro ogni forma di protezionismo economico.

Ampliamento dei mercati e produzione economica di massa di beni utili e non voluttuari, erano le sue linee guida, per garantire una diffusa prosperità.

Il tutto, secondo Tremelloni, era possibile attraverso un “ordinato e funzionante” intervento pubblico nell'economia del Paese.

In questo senso, fu un sostenitore della nazionalizzazione di ferrovie, compagnie telefoniche e elettriche; dell'abolizione di ogni forma di monopolio e della promozione della meritocrazia in ambito occupazionale.

La politica di Tremelloni, in ambito economico, che era il cuore del programma del socialismo democratico dell'epoca, rifuggiva, dunque, da ogni forma di collettivismo classista e da ogni forma di liberalismo economico, come ottimamente sottolineato dall'autore del saggio biografico.

E questa sarà la politica che egli sempre porterà avanti, anche nei successivi incarichi di governo, all'Industria e commercio (1947), al Tesoro (1962), alle Finanze (1963) e alla Difesa (1966).

Una politica improntata alla buona amministrazione, all'evitare sperperi e sprechi, al risanamento dei conti pubblici ed alla razionalizzazione della spesa, ma all'insegna dello spendere meno, ma meglio, in particolare in settori importantissimi quali sanità e istruzione, sui quali Tremelloni intese investire maggiormente.

Inutile dire che si scontrò moltissimo con i politici della sua epoca, in tal senso.

Fu, come moltissimi esponenti del suo partito, un sostenitore dell'adesione dell'Italia al Patto Atlantico, ma allo stesso tempo fu, come tutti i socialisti democratici, un sostenitore della pace, del disarmo e del dialogo e della cooperazione internazionale con tutti i Paesi del mondo, oltre che dell'autonomia decisionale dell'Italia.

Fu, da Ministro delle Finanze, un sostenitore non solo della progressività delle imposte e dell'abolizione dell'esenzione fiscale a deputati e senatori, ma anche della lotta all'evasione fiscale e ciò gli attirò numerose critiche, da destra e sinistra.

La sua linea rigorosa era comprensibilmente giustificata proprio dal fatto che, grazie alle imposte progressive, non solo le classi meno abbienti avrebbero pagato meno, ma i servizi pubblici potevano essere resi più efficienti, se tutti avessero pagato ciò che a ciascuno competeva.

Come fa presente Mattia Granata nel suo saggio, Tremelloni mirava a moralizzare la vita pubblica e politica e spesso si trovò a scontrarsi con una dura realtà, fatta di malcostume diffuso, che spesso gli causò non poche delusioni e persino problemi di salute.

Egli detestava l'inefficienza, il malaffare, il trasformismo, la superficialità, la degenerazione partitocratica.

Tutte cose che riscontrerà anche da Ministro della Difesa, incarico che egli mai avrebbe voluto assumere.

Pacifista della prima ora, anche in quel caso, con grandi difficoltà, cercò di razionalizzare la spesa militare, pur non riuscendovi e trovandosi difronte a una realtà clientelare diffusa.

Tentò di riformare il SIFAR, trasformandolo in SID e tentando di correggere quelle deviazioni dei servizi segreti che stavano portando il Paese a subire un colpo di stato di estrema destra, durante la crisi del governo Moro-Nenni, nel 1964.

All'epoca, Tremelloni, fu lasciato solo persino da molti suoi compagni di partito, essendosi ormai inimicato gran parte dei poteri forti che si stavano sostituendo allo Stato.

Nel saggio “Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, Mattia Granata riporta alcune significative annotazioni di Tremelloni, relative a quel periodo: “Mi trovai intorno una cerchia abbastanza ampia di nemici giurati. Non solo i colpiti (evidentemente quelli del Sifar), ma anche i loro sovvenzionati (…) legati da vincoli di complicità e omertà, mi attaccarono e fecero attaccare con insolita durezza e con la diffusione delle più varie calunnie contro di me attraverso la mafia solidale degli informatori Sifar, che i servizi segreti avevano in ogni partito, in ogni agenzia giornalistica, in ogni centro di informazione o centro politico. (…). “Il Sifar si vendicava rabbiosamente (…) tutto lo Stato nello Stato si ribellava contro chi aveva osato mettersi contro di lui”.

Da allora, inizierà il declino politico di Tremelloni, sempre più isolato anche all'interno di un un PSDI che stava perdendo gran parte del suo glorioso passato socialista ed era in inevitabile calo di consensi da parte dell'opinione pubblica.

Così scriveva Tremelloni, all'indomani dell'esperienza al Ministero della Difesa: “Il partito non mi difese dagli attacchi e dalle calunnie, non fece quadrato attorno a me nella difficile e spericolata traversia che mi aveva attirato gli odii di tutti gli amici dei potentissimi servizi segreti (…) anche nei partiti di sinistra”.

In un PSDI guidato da Mario Tanassi, le personalità di alto profilo come Tremelloni erano sempre più tenute ai margini (la stessa pasionaria del socialismo, Angelica Balabanoff, negli anni, rimase sempre più delusa dai vertici del partito dei socialisti democratici e non mancò di sottolinearlo, nelle sue memorie).

Tremelloni non venne più considerato in seno al PSDI e gli veniva preferita, nel 1968, il sostegno – nel suo stesso collegio milanese - alla candidatura di Eugenio Scalfari alle elezioni politiche e, solamente grazie al ripescaggio dei resti, e all'interessamento di Pietro Nenni, sarà rieletto, come fa presente il saggio di Granata.

Tremelloni, ad ogni modo, non smise mai di scrivere, studiare e battersi contro il fenomeno dell'inflazione, sottovalutatissimo dalla gran parte dei politici dell'epoca. E ciò di pari passo con la denuncia tremelloniana di un aumento degli sprechi nel settore pubblico.

Aspetti, entrambi, peraltro, che porteranno alla crisi della Prima Repubblica, alcuni decenni dopo e sui quali soffieranno sia gli opposti estremismi, che i poteri forti internazionali e un'opinione pubblica manipolata dal sistema mediatico. Portando, dunque, al crollo dei partiti democratici di governo e alla fine dell'Italia per come l'avevamo conosciuta.

L'ultimo atto politico di Tremelloni fu la partecipazione al convegno milanese del PSDI “Una politica contro l'inflazione: per lo sviluppo nella stabilità”, del 1973 (degli atti di tale convegno, che conservo nella mia biblioteca, parlerò in un successivo articolo, fra qualche tempo).

Dopo di allora, come ricorda l'ottimo Granata, Tremelloni si allontanò dalla vita pubblica. Continuò a vivere una vita molto frugale (cibandosi, come sempre, di riso in bianco, una mela e acqua naturale) e a vivere un'esistenza molto ritirata, fra i suoi libri, i suoi studi, la compagnia della moglie Emma e della figlia Laura.

Molto lo aveva deluso la politica del tempo, che aveva accantonato una personalità di altissimo livello, che aveva dato molto al Paese e veniva ripagato con l'oblio e l'isolamento. Specialmente da coloro i quali avrebbero dovuto tenerlo in palmo di mano.

Come, del resto, accadde nel Risorgimento all'Eroe dei due Mondi Giuseppe Garibaldi (che si ritirò a Caprera, molto deluso, dimettendosi da deputato) e anche al grande leader e partigiano Repubblicano Randolfo Pacciardi, altro importante Ministro degli Anni d'oro dell'Italia del dopoguerra e che da tempo denunciava la degenerazione della partitocrazia italiana, sempre meno al servizio alla comunità. Ma che il PRI dell'epoca mise in un canto.

Dei migliori, del resto, pensiamo al Ministro socialista della Sanità, Luigi Mariotti, che fece chiudere i manicomi e si adoperò molto per il welfare, era meglio scordarsi, per lasciare spazio alla “mafia dei professionisti di partito”, come la chiamò lo stesso Tremelloni.

Se vogliamo comprendere le ragioni del disastro politico di oggi, italiano, Europeo e Occidentale, della totale irresponsabilità e perdita di qualità del personale politico degli ultimi trent'anni, non possiamo non ragionare guardando al nostro passato.

E non possiamo non onorare non solo la memoria di leader politici come Roberto Tremelloni, ma anche apprenderne gli insegnamenti, i percorsi, la lungimiranza e intelligenza.

Sono fra coloro i quali, pur socialista fin da ragazzino, non credono assolutamente a una rinascita del socialismo in Italia e Europa (e sicuramente non considero socialisti i partitini che si dicono, oggi, tali). E ne ho spiegato le ragioni, più e più volte. Molte di queste le ravvisò già Tremelloni. Molte di queste le ravvisò comunque anche Bettino Craxi, il cui PSI (l'ultimo dei partiti socialisti italiani, esistito fino al 1992) raccolse gran parte dell'eredità socialista democratica, ormai allo sbando.

Ciò che è possibile e necessario fare è studiare, approfondire, ricercare, agire in modo retto, austero, senza pregiudizi, senza tornaconti personali. Elevare ed elevarsi oltre una massa e una politica resa incolta e arida.

“Roberto Tremelloni, riformismo e sviluppo economico”, di Mattia Granata, scritto benissimo e altrettanto ottimamente documentato, è, in questo senso, un saggio preziosissimo.

Un documento raro, fondamentale, non solo per gli storici, ma anche e soprattutto per le nuove generazioni, siano esse formate da economisti, studiosi, militanti politici, socialisti democratici (se ancora ne esistono, specie fuori da partiti ormai senza alcun valore e fuori da elezioni ormai totalmente inutili), giovani, meno giovani e quanti vorranno recuperare il pensiero e l'azione di un grande uomo quale fu Roberto Tremelloni.

Luca Bagatin

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giovedì 2 ottobre 2025

Ottobre 1993. Il criminale golpe di Eltsin, che pose definitivamente fine al socialismo in Russia e gettò le basi dell'attuale caos nell'Est europeo. Articolo di Luca Bagatin

 

Nell'ottobre dell'Anno Orribile 1993, mentre in Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente, “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana, accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e cruento.

Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero il Congresso dei Deputati del Popolo.

Fu il culmine di quel golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa, ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).

Quasi 2.500 le vittime.

Il tutto nacque con la crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di essere “troppo comunisti”.

Un atto totalmente incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e criminali.

Il Parlamento russo si oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.

Il Vicepresidente Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e drasticamente la popolazione.

Il Parlamento – dopo la richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia sovietica, con i deputati chiusi all'interno.

Durissimi gli scontri, anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere – con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e sovietiche.

Conquiste sostenute pensino dai monarchici neo zaristi, che combatterono assieme ai loro ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della democrazia russa.

Nonostante la resistenza popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca, sede del Parlamento, che fu conquistata.

Il resto è Storia che conosciamo.

Gli oppositori al golpe liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti, fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov; quelli guidati da Viktor Anpilov (che quest'anno avrebbe compiuto 80 anni e che nel 1992 fondò il partito comunista “Russia Laburista” e molto amico di Limonov) e dai nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov, il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre sua moglie di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva, lanciò un appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa francese dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e intellettuali russi.

Nonostante ciò, l'oligarchia liberal-capitalista ebbe la meglio.

In Russia il comunismo – che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito, considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e economico sovietico.

Ancora oggi, la gran parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini, sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari, amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.

Nel 1993 venne pubblicato, in Italia, dall'editore Roberto Napoleone, un interessante saggio dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, di Egor Ligaciov, di cui ho parlato qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, esponente riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine. Vedi il conflitto russo-ucraino, alimentato dalle solite oligarchie liberal-capitaliste occidentali, dai loro media e dai politicanti di riferimento, che soffiano sul fuoco.

Molto interessanti questi passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e, impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere – il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il nazionalismo e il separatismo”.

E molto interessanti le conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale ho dedicato diversi articoli), che nel resto d'Europa (dopo la scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Luca Bagatin

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lunedì 24 febbraio 2025

Cossiga e l'intelligence. Articolo di Luca Bagatin


Francesco Cossiga, come ricordato e descritto dall'ottima Clio Pedone nella biografia “L'uomo che guardò oltre il muro”, edita da Rubbettino (e da me recensita recentemente a questo link https://amoreeliberta.blogspot.com/2024/11/luomo-che-guardo-oltre-il-muro-di-clio.html), fu politico democristiano di lunghissimo corso, il quale ricoprì innumerevoli incarichi istituzionali.

Nato a Sassari nel 1928, laureatosi a vent'anni nel 1948 e successivamente docente di diritto costituzionale all'Università di Sassari.

Uomo coltissimo e curioso, divenne deputato nel 1958, a trent'anni.

Stimatissimo dal Ministro della Difesa socialdemocratico, Roberto Tremelloni, persona nobile e dalla specchiatissima moralità, divenne suo Sottosegretario dal 1966 al 1970 e con lui collaborò alla riforma del SIFAR e alla sua trasformazione in SID. Fu proprio allora che, Cossiga, inizierà ad appassionarsi alla politica estera e all'intelligence.

E proprio di tale tema si occupa l'interessante saggio “Cossiga e l'intelligence”, edito sempre da Rubbettino, che è poi una raccolta di interventi di studiosi e analisti, a cura di Mario Caligiuri, Professore di Pedagogia generale all’Università della Calabria e Presidente della Società Italiana di Intelligence.

Un saggio nel quale è rimarcata la passione del Presidente Cossiga per l'intelligence, quale strumento di difesa della democrazia, invitando il mondo della politica, della cultura e dell'opinione pubblica a confrontarsi con tale tema, auspicando che il tema dell'intelligence possa e potesse divenire oggetto di studio nelle Università italiane.

“Cossiga e l'intelligence”, come dicevo, è una raccolta di interventi (di Giorgio Galli, Rosario Priore, Giulio Cazzella, Carlo Jean, Pino Arlacchi, Paolo Savona e Carlo Mosca), nei quali, ciascuno degli intervenuti descrive che cosa ha rappresentato per il Presidente Cossiga l'intelligence, sia durante il periodo della Guerra Fredda, che successivamente, durante le numerosi crisi internazionali, non ultima quella legata ai fatti terroristici dell'11 settembre 2001.

Come spiega Giorgio Galli, ogni democrazia ha il suo “governo visibile e invisibile”, con tutte le sue contraddizioni e Cossiga, che si adoperò per salvare, pur senza riuscirvi, il suo amico Aldo Moro (al punto da uscirne profondamente provato, anche sotto il profilo psicologico), ne era ben consapevole.

L'allora Prefetto Giorgio Cazzella illustra la visione di Cossiga durante i cosiddetti Anni di Piombo, che è una visione di rafforzamento degli apparati pubblici e di una legislazione antiterrorismo, nel pieno rispetto della Costituzione.

Il Generale Carlo Jean analizza il periodo del crollo del Muro di Berlino e quello del crollo del sistema dei partiti democratici in Italia, oltre che l'interesse e il rispetto di Cossiga per le forze armate e la sua visione in politica estera, fondata sull'equilibrio.

Il prof. Paolo Savona tratta il periodo della fine della Guerra Fredda e delinea il nuovo ruolo dell'intelligence, atto a fronteggiare i nuovi rischi legati alla sicurezza dello Stato e di come Cossiga sia stato, nel 2007, con la riforma dei servizi di sicurezza, profondamente lungimirante.

Pino Arlacchi racconta della sua amicizia con Cossiga, pur nella differenza di opinioni. Ne scaturisce un profilo di un politico colto, che dice ciò che pensa al limite della provocazione, profondo conoscitore del mondo dell'intelligence e della sua utilità per difendere la democrazia e la sicurezza dei cittadini.

L'ex Prefetto Carlo Mosca illustra, invece, l'intelligence, sotto il profilo giuridico e storico.

Nel saggio sono presenti anche interventi del prof. Caligiuri, che ricorda come il Presidente Cossiga, per la sua profonda conoscenza del mondo dell'intelligence, fosse ritenuto, all'estero, un membro dell'intelligence stesso, al punto che gli fu dato, simpaticamente, il nome in codice “Cesare”. E il Presidente Cossiga, per far conoscere al grande pubblico quel mondo scrisse anche il suo “Abecedario”, edito da Rubbettino, nel quale spiegò i rudimenti dei servizi di sicurezza a difesa degli interessi nazionali.

In “Cossiga e l'intelligence” non mancano, inoltre, interventi dello stesso Cossiga, molti dei quali sottoforma di interviste realizzate dal nipote e biografo Paolo Testoni.

Un saggio interessante e non scontato. Su un politico di altissimo profilo della Prima Repubblica che, comunque la si pensi, merita non solo rispetto, ma anche di essere studiato e ristudiato per il carattere profondamente lungimirante e democratico che seppe rappresentare.

Un politico come lui, come Tremelloni, Craxi e molti altri, manca profondamente al nostro sempre più triste e sempre meno lungimirante Paese.

Luca Bagatin

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giovedì 28 novembre 2024

"L'uomo che guardò oltre il muro" di Clio Pedone. Una biografia del Presidente Francesco Cossiga. Articolo di Luca Bagatin


Quello di Clio Pedone - giornalista specializzata in politica estera e già collaboratrice delle cattedre di Diritto e Politica Internazionale, presso le università “La Sapienza” e “Lumsa” - sulla figura di Francesco Cossiga, è un saggio molto importante e interessante.

Sul Presidente Cossiga, politico democristiano di lunghissimo corso e che ricoprì innumerevoli prestigiosi incarichi istituzionali (da Sottosegretario di Stato, passando per ricoprire incarichi ministeriali, sino a divenire Presidente del Consiglio e Presidente della Repubblica) esistono pochissimi saggio biografici.

“L'uomo che guardò oltre il muro”, edito da Rubbettino, di Clio Pedone, appunto, è certamente uno dei più meritevoli di lettura.

E lo è perché si approfondisce a tutto tondo la vita e carriera del Presidente Cossiga.

Presidente che fu, spesso, ingiustamente infangato, definito “picconatore” o in altro modo, solo perché disse sempre ciò che pensava e in quanto aveva, a differenza della gran parte dei democristiani, un piglio pratico e pragmatico alle questioni politiche da affrontare.

Nato nel 1928 a Sassari, cugino del celebre Segretario del PCI Enrico Berlinguer, Cossiga divenne deputato nel 1958, a trent'anni.

Si appassionerà presto alla politica estera e ai sistemi di intelligence, in particolare quando occupò il ruolo di Sottosegretario alla Difesa, dal 1966 al 1970.

Come spiegato nell'introduzione al saggio, dall'Ambasciatore Luigi Vittorio Ferraris, quel suo impegno e quei suoi interessi non potevano che far ricadere su di lui responsabilità mai provate, quali il coinvolgimento nella questione Gladio o in altri cosiddetti “misteri italiani”.

Per l'estrema sinistra, Cossiga, da Ministro dell'Interno, diverrà “Kossiga”, per il suo pugno di ferro contro le manifestazioni violente di piazza.

Nel 1978 si addosserà le colpe della morte di Aldo Moro, per non aver compreso che, molto probabilmente, una via per salvare il leader democristiano esisteva. E si dimetterà dall'incarico di Ministro, uscendone molto provato.

Nel 1979 assumerà, per un breve periodo, l'incarico al Ministero degli Esteri, il che gli permetterà di occuparsi di relazioni internazionali, ambito che lo sempre lo affascinò. Complice, peraltro, la sua grande preparazione in campo diplomatico e la sua conoscenza delle lingue. Tedesco prima delle altre, oltre che la sua amicizia con statisti di tutto il mondo, in particolare il socialdemocratico Cancelliere tedesco Helmut Schmidt.

Sostenitore di una politica atlantista di equilibrio fra i due blocchi contrapposti, Cossiga si adoperò molto per l'installazione degli euromissili a Comiso – fatti poi installare dal governo Craxi - per riequilibrare i missili sovietici al confine con la Germania Ovest.

Assieme a Craxi, poi, pur rimanendo un fermo sostenitore dell'Alleanza Atlantica, difese sempre l'autonomia decisionale italiana rispetto alle altre potenze, USA in primis. Nel saggio di Clio Pedone, infatti, ampi stralci sono dedicati alla questione di Sigonella e alla fermezza del governo Craxi rispetto alle pressioni del governo USA retto da Reagan, rispetto alle trattative con i terroristi che avevano sequestrato i passeggeri della nave da crociera Achille Lauro, nel 1985.

“L'uomo che guardò oltre il muro”, ripercorre minuziosamente la vita di Cossiga. Da quando, 16 enne, conseguì la maturità classica al liceo “Azuni” di Sassari e, a 20 anni, nel 1948, si laureò in giurisprudenza e volle intraprendere, prima che la passione politica sopraggiungesse, la carriera accademica.

Iscritto alla DC dal 1944, si avvicinò all'area dossettiana, ovvero quella che voleva una maggiore autonomia rispetto alle gerarchie ecclesiastiche.

Il saggio, attraverso la vita e soprattutto la carriera politica di Cossiga, ripercorre tutte le tappe della costruzione del Centro-Sinistra (quello autentico, della Prima Repubblica!), composto da DC, PSDI, PRI, PLI e poi aperto al PSI prima di Pietro Nenni e, successivamente, negli ultimi decenni, guidato da Bettino Craxi.

Un Francesco Cossiga stimatissimo dall'allora Ministro della Difesa, il socialista democratico Roberto Tremelloni (al quale conto, prossimamente, di dedicare un ampio articolo), con il quale collaborò, in qualità di Sottosegretario, nello svolgere un'“azione correttiva nei confronti dell'ex SIFAR, sciolto nel 1965 e trasformato l'anno successivo in SID, prima che le deviazioni, gli scandali e i sospetti accumulati in 16 anni di attività diventassero di pubblico dominio”.

Del resto, per un appassionato di romanzi di spionaggio quale fu Cossiga, un ruolo di questo tipo non poteva che calzargli a pennello.

Molti sono gli aneddoti, gli interventi e le interviste allo stesso Cossiga, oltre che a suoi illustri e stretti collaboratori, come l'Ambasciatore Ludovico Ortona, contenuti nel saggio di Clio Pedone.

Un Presidente spesso incompreso, Francesco Cossiga, che peraltro, per garantire assoluta imparzialità rispetto ai partiti, decise di non rinnovare più la tessera della DC, nel momento in cui fu chiamato a ricoprire – a soli 57 anni ed eletto al primo scrutinio – il ruolo di Presidente della Repubblica.

Presidente che non mancò mai di esprimere il suo disappunto nei confronti di una classe politica che si rifiutava di vedere che, crollato il Muro di Berlino, gli equilibri interni e internazionali stavano cambiando.

Equilibri che finiranno, peraltro, per travolgere la stessa classe politica che aveva governato democraticamente il Paese, dal 1946 al 1993.

Compreso o incompreso, il Presidente Cossiga merita di essere studiato e approfondito anche da chi, come chi vi scrive, è sempre stato lontanissimo dalla sua area politica (ma non certo dalla sua area di governo).

Il saggio “L'uomo che guardò oltre il muro” di Clio Pedone, con una affettuosa e simpatica prefazione della figlia del Presidente, Anna Maria Cossiga, è un tassello importante in questo percorso, atto a restituire lustro ai Padri della nostra democrazia.

Quando questa era ancora degna di questo nome.

Luca Bagatin

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mercoledì 2 ottobre 2024

Ottobre 1993. Il criminale golpe di Eltsin, che pose definitivamente fine al socialismo in Russia. Articolo di Luca Bagatin


Nell'ottobre dell'Anno Orribile 1993, mentre in Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente, “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana, accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e cruento.

Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero il Congresso dei Deputati del Popolo.

Fu il culmine di quel golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa, ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).

Quasi 2500 le vittime.

Il tutto nacque con la crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di essere “troppo comunisti”.

Un atto totalmente incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e criminali.

Il Parlamento russo si oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.

Il Vicepresidente Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e drasticamente la popolazione.

Il Parlamento – dopo la richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia sovietica, con i deputati chiusi all'interno.

Durissimi gli scontri, anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere – con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e sovietiche.

Conquiste sostenute pensino dai monarchici neo zaristi, che combatterono assieme ai loro ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della democrazia russa.

Nonostante la resistenza popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca, sede del Parlamento, che fu conquistata.

Il resto è Storia che conosciamo.

Gli oppositori al golpe liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti, fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov e dai nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov, il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre sua moglie di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva, lanciò un appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa francese dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e intellettuali russi.

Nonostante ciò, l'oligarchia liberal-capitalista ebbe la meglio.

In Russia il comunismo – che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito, considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e economico sovietico.

Ancora oggi, la gran parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini, sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari, amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.

Nel 1993 venne pubblicato, in Italia, dall'editore Roberto Napoleone, un interessante saggio dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, di Egor Ligaciov, di cui ho parlato qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, esponente riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine. Vedi il conflitto russo-ucraino.

Molto interessanti questi passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e, impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere – il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il nazionalismo e il separatismo”.

E molto interessanti le conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale ho dedicato diversi articoli), che nel resto d'Europa (dopo la scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Luca Bagatin

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martedì 16 luglio 2024

"L'irregolare" Gianni De Michelis nella biografia di Paolo Franchi. Articolo di Luca Bagatin

 

E' la prima biografia ufficiale dedicata a Gianni De Michelis, quella pubblicata recentemente da Marsilio, scritta da Paolo Franchi e intitolata “L'irregolare”.

Una biografia nota a molti di noi, che hanno seguito e conosciuto Gianni in vita e/o hanno militato nel suo glorioso Partito Socialista Italiano, che, dal 1993 ad oggi, non esiste più, salvo la breve parentesi del Partito Socialista (avente per simbolo sette garofani rossi, un libro aperto e un sole nascente) e poi del Nuovo PSI, rifondati proprio da De Michelis alla fine degli Anni '90.

Una biografia certamente utile ai più giovani, in particolare in quanto ricorda la lungimiranza in ambito geopolitico di Gianni De Michelis, che prefigurò un mondo multipolare e la necessità di integrare la Russia al sistema europeo e un dialogo costante e strategico con la Repubblica Popolare Cinese.

Come ricorda Franchi, De Michelis, cresciuto in una famiglia protestante metodista veneziana, giovanissimo – a 11 anni - si proclamò monarchico, ma molto presto scelse la via socialista, aderendo, nel 1960, a vent'anni, al PSI e all'UGI, il movimento universitario della sinistra laica, di cui diverrà Presidente nel 1962.

Si schiererà immediatamente con la sinistra socialista, quella facente capo a Riccardo Lombardi, che lascerà molti anni dopo, quando sosterrà la candidatura di Bettino Craxi alla segreteria del partito e si proclamerà sempre laico o laicista, ovvero antifascista, anticomunista e anticlericale, come molti socialisti, repubblicani, radicali e socialdemocratici della sua epoca e generazione e come molti di noi, cresciuti nel loro esempio.

Lombardiano, dunque riformista rivoluzionario, De Michelis ritiene che il capitalismo sia una macchina a cui va cambiato il motore.

Come Lombardi, ritiene che vada creata una “società senza classi” e la parola d'ordine della sinistra di matrice socialista e socialdemocratica dell'epoca è: “Case, scuole, ospedali” e, infatti, opera principale di partiti quali il PSI, il PSDI e il PRI al governo saranno: nazionalizzazione dell'energia elettrica, riforma della scuola e dell'università, riforma urbanistica e abolizione della mezzadria.

Tutte cose considerate dalla destra, sia democristiana che missina, “l'anticamera del bolscevismo” e criticate anche dai comunisti, in quanto costoro ritengono che finiscano per “integrare la classe operaia nel sistema capitalista”.

Laureato in chimica industriale nel 1963, presso l'Università degli Studi di Padova, De Michelis iniziò la carriera accademica e, nel 1964 fu eletto consigliere comunale di Venezia e Assessore all'Urbanistica.

In quegli anni, assieme al fratello Cesare, assume il controllo della casa editrice Marsilio, che si trasforma in SpA.

Dal 1969 gli viene affidata l'organizzazione del partito e, nel 1976, riesce a farsi eleggere per la prima volta Deputato al Parlamento.

Da sempre in dialogo diretto con gli operai, come ricorda Franchi, cerca di far loro accettare anche le scelte più impopolari, convinto, anche da Ministro delle Partecipazioni Statali (dal 1980 al 1983), che occorra modernizzare il Paese e renderlo più efficiente.

Sosterrà, dunque, in questo senso, il nuovo corso socialista portato avanti da Bettino Craxi, che sarà eletto alla Segreteria del PSI nel 1976, anche grazie ai voti dei lombardiani.

Da Ministro delle Partecipazioni Statali, De Michelis, scontrandosi spesso con i democristiani, ritiene che occorra porre un argine all'assistenzialismo e al salvataggio di imprese pubbliche inefficienti, ritenendo che sia necessario introdurre “principi di economicità” nella gestione pubblica, anche a costo di perdere consenso elettorale.

Con questo spirito sosterrà la scelta di Craxi di tagliare alcuni punti della scala mobile, per frenare l'inflazione. Scelta peraltro sostenuta anche della maggioranza degli italiani che, al referendum abrogativo del 1985, sostenuto dal PCI, dal MSI, da Democrazia Proletaria e dalla CGIL, voteranno contro.

De Michelis e i socialisti in generale, peraltro, spingeranno per la riforma delle pensioni, ma saranno bloccati dalla convergenza conservatrice di comunisti, democristiani, CGIL e MSI, che continueranno a garantire i privilegi pensionistici di pochi, a scapito dei molti.

In quegli anni, peraltro, si fa crescere i capelli ed è noto il suo amore per il ballo in discoteca, di cui scrive anche una guida, con prefazione di Gerry Scotti.

Dal 1989 al 1992 ricoprirà la carica di Ministro degli Esteri e, anche in questo ambito, sarà attivissimo e sarà fra i primi a sostenere il ruolo centrale del Mediterraneo, dei Balcani, oltre che il ruolo modernizzatore, a livello internazionale, della Cina, accolto con tutti gli onori dall'allora Presidente cinese Jiang Zemin.

Nell'ambito della crisi jugoslava, peraltro, sarà in prima linea per evitare ogni conflitto, ma, purtroppo, le vicende relative alla falsa rivoluzione di Tangentopoli gli impediranno di proseguire nel suo ruolo, così come di promuovere ulteriori relazioni con la Repubblica Popolare Cinese.

Dopo la caduta, come ricorda Paolo Franchi, a seguito della vicenda denominata Tangentopoli, che abbatterà il sistema democratico dei partiti storici, De Michelis tenterà di ricomporre la diaspora socialista, ma riuscendovi solo in parte ed essendo eletto europarlamentare nel 2004, grazie al 2% ottenuto dalla lista “Socialisti Uniti per l'Europa”.

In quegli anni, come molti ex elettori del PSI, De Michelis si schiererà con Berlusconi, perché non avrebbe certo potuto schierarsi con i carnefici del socialismo italiano, ovvero con quel finto “centrosinistra” post-comunista (oggi PD e i suoi alleati) che aveva fatto di tutto per abbattere il PSI e l'unico autentico Centro-Sinistra (DC, PSI, PSDI, PRI, PLI) che l'Italia abbia mai conosciuto.

La Repubblica Popolare Cinese avrebbe voluto offrirgli un lavoro di supporto alle imprese italiane che cercavano di collocarsi nel suo mercato, ma rifiutò.

Nel 2009 accettò, invece, di fare da consulente per la Riforma della pubblica amministrazione, con uno stipendio annuo di 40.000 euro lordi e divenne anche Presidente dell'Istituto per le relazioni tra l'Italia e i Paesi dell'Africa, dell'America Latina e del Medio Oriente.

Gianni De Michelis ci lascierà l'11 luglio 2019 e, come riportato nella biografia scritta da Paolo Franchi, riportando una frase tratta da un'intervista di Stefano Lorenzetto, ci ha lasciato anche un monito su un nuovo ordine mondiale multipolare, tutto da costruire: “Dalla fine del precedente ordine mondiale sono passati invano vent'anni. O l'ordine nuovo lo costruiamo adesso, trovando i compromessi necessari per quella che io chiamo la governance multilaterale del mondo multipolare, oppure scoppierà un altro conflitto planetario. E' inevitabile (…). Un mondo così è troppo pesante anche per le spalle degli Stati Uniti, non può essere governato da un Paese solo, da un sistema unipolare”.

Luca Bagatin

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mercoledì 3 luglio 2024

Porre al centro la comunità democratica, contro ogni forma di sfruttamento e di criminalità. Articolo di Luca Bagatin


Fra baby gang, stupri in aumento, truffe e neo-caporalato, c'è da chiedersi cosa stia facendo o voglia fare un governo le cui forze politiche che lo compongono hanno sempre sbandierato il tema “sicurezza”.

Sbandierare temi - anche per decenni - e poi fare poco o nulla per risolvere i problemi, rimane la classica pratica delle vuote promesse elettorali, per ottenere voti facili.

La ricerca del facile consenso è pratica tipica della Seconda Repubblica, ove le forze politiche si sono tramutate in prodotti pressoché commerciali, con candidati la cui esperienza nel campo della politica rimane sempre tutta da dimostrare.

Porre al centro di un progetto politico la comunità, nel suo complesso, è cosa più difficile, ma fondamentale. Ben oltre le vuote promesse da campagna elettorale.

Porre al centro la comunità significa proteggerla. Introducendo, ad esempio, pene severe per chi delinque, con ricorso all'ergastolo (specialmente nei casi in cui si commettono truffe, raggiri, violenze e abusi contro i più deboli, anziani e bambini in primis); all'esproprio dei beni (ad esempio di chi sfrutta il lavoro); se serve anche alla perdita della cittadinanza italiana, anche per i cittadini italiani che delinquono e alla castrazione per chi stupra.

Occorre, in sostanza, pensare ai diritti umani delle vittime. E sarebbe molto utile iniziare a pensare a questo anche a livello europeo.

Una società allo sbando è spesso causata dall'eccessiva opulenza, dalla noia, dal fatto che ormai tutti hanno tutto o vogliono tutto, veicolati da un marketing e da una pubblicità commerciale sempre più accattivanti e edonisti.

Quando non ci si accontenta più, si vuole sempre superare il limite.

E questo crea e sta creando danni incalcolabili, specialmente per i più deboli. Perché modifica la percezione stessa della realtà nelle persone e, dunque, nella società intera.

Occorre riflettere attentamente su questi aspetti e non lasciar correre minimamente.

Una scuola pubblica distrutta, che promuove con facilità; un sistema pubblico sempre più ridotto all'osso (aspetto peraltro pericolosissimo in tempi in cui l'Intelligenza Artificiale andrebbe governata e presieduta proprio da enti pubblici autorevoli); un sistema di liberalizzazioni e deregolamentazioni del mercato, che hanno sdoganato spesso truffe ai danni dei cittadini/consumatori.

Tutto ciò, dalla metà degli Anni '90 ad oggi, ha portato a un benessere effimero, di cartone, fondato sul nulla. Ed alla sostanziale perdita di potere e di controllo dei cittadini stessi sui loro effettivi bisogni e necessità, oltre che la perdita della loro sicurezza (sia sociale che fisica).

Invertire la rotta significa innanzitutto riflettere, prendere consapevolezza di ciò.

Pensare a nazionalizzare, più che a liberalizzare. Dare in gestione le imprese a chi ci lavora e ai cittadini, più che a speculatori e azionisti privati in giro per il mondo.

Introdurre pene severe e esemplari per chi delinque e abusa dei più deboli e dei cittadini in generale.

Promuovere una scuola che formi davvero e che sia selettiva e meritocratica, ovvero che non assecondi i desiderata degli allievi e dei genitori, che non devono più essere considerati dei clienti/consumatori.

Promuovere una economia rispettosa dell'ambiente e dei diritti dei cittadini onesti, recuperando i principi di un grande imprenditore e socialista fabiano quale fu Adriano Olivetti, che pose al centro la comunità, attraverso la pianificazione e l'umanesimo sociale.

Promuovere, in sostanza, la logica e il buonsenso, a beneficio di tutti e non solo di qualcuno.

Un po' l'opposto di quanto sembra avvenire da lungo tempo dalle nostre parti.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it