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lunedì 31 agosto 2026

"Ritratti del socialismo", ovvero ritrovare il filo rosso di una idea smarrita. Recensione di Paola Bergamo al saggio di Luca Bagatin

 

Ci sono libri che raccontano una dottrina e libri che cercano di restituirle un’anima.
Ritratti del Socialismo di Luca Bagatin, edito da Mario Pascale appartiene alla seconda categoria.

Il suo approccio neutrale” – scrive Ananda Craxi, nella prefazione al testo, “ci regala una miccia per accendere il fuoco di una riflessione sana e necessaria verso il pensiero costruttivo”.

Non è una storia sistematica del socialismo, nè pretende di esserlo.
È piuttosto una lunga traversata attraverso uomini, idee, rivoluzioni, sconfitte, eresie e tentativi politici che l’autore riconduce a una domanda ancora irrisolta: che cosa resta del socialismo quando il socialismo cessa di essere soltanto un partito, un apparato o un’ideologia?

La risposta di Bagatin è chiara fin dalle prime pagine: socialismo significa anzitutto giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Non una formula consegnata al Novecento, dunque, ma una tensione che si nutre del tempo e va al di là del tempo, permanendo come una bussola inossidabile verso l’emancipazione dell’uomo e delle comunità.

Forse questa è la chiave più interessante dell’intero volume, tanto più pensando alla nostra contemporaneità dove globalizzazione, tecno-turbo capitalismo, privatizzazioni sconsiderate, hanno contribuito a mettere in ginocchio l’Italia complice una politica che ha sacrificato il bene comune per garantirsi privilegi di casta.

Ma, le idee restano: si possono uccidere le persone o silenziarle – tante sono le “damnatio memoriae” ricordate nel libro e applicate sistematicamente a intelligenze politiche ritenute eretiche.
Però le idee immortali sopravvivono ai loro sicari.

Bagatin rompe una delle semplificazioni più radicate nella cultura politica contemporanea: l’identificazione del socialismo con il solo marxismo e, ancor più, con la storia dei partiti novecenteschi.
Il suo socialismo è ampio, “inquieto” e attraversa Mazzini e Garibaldi, Proudhon e Marx, Bakunin, i fratelli Rosselli, Berneri, Craxi, il peronismo, Chávez, fino alle esperienze socialiste extraeuropee, e quindi guarda alla Cina contemporanea che ci costringe a fare i conti con noi stessi perché ci mette innanzi al fatto che non esiste un solo modello possibile di modernizzazione e prosperità: quello liberal-capitalista. Il “socialismo con caratteristiche cinesi” – espressione che Bagatin mutua da Deng Xiaoping dimostra che è possibile coniugare mercato, sviluppo economico, controllo politico, giustizia sociale, apertura internazionale, difesa della sovranità nazionale, cooperazione internazionale, non ingerenza e multilateralismo nel multipolarismo.

Ne nasce una raccolta del pensiero sociale, una sorta di atlante delle sfumature e delle “eresie” socialiste.

Ed è precisamente qui che il libro diventa anche più interessante, perché costringe il lettore ad abbandonare categorie troppo comode.
Bagatin recupera figure dimenticate, oppure imprigionate dalla storiografia dentro definizioni incapaci di restituirne la complessità.
Nel suo racconto il socialismo non coincide necessariamente con l’internazionalismo che dissolve la nazione; al contrario, può incontrare il patriottismo. Non coincide con lo statalismo; può incontrare l’autogestione e il cooperativismo. Non coincide necessariamente con il materialismo; può incontrare una concezione spirituale dell’uomo e della comunità.

Il libro incontra una figura per me inevitabilmente particolare: Mario Bergamo, mio Nonno.

Bagatin ha il merito di riportarlo dentro la storia delle correnti sociali e repubblicane del Novecento, ricordandone la battaglia antifascista, la corrente da lui fondata “Repubblica Sociale” che si imposenel Partito Repubblicano Italiano, il progetto di unificazione delle forze repubblicane e socialiste e soprattutto quella singolare elaborazione che Mario Bergamo chiamò Nazionalcomunismo.

Bagatin ha ragione nel definire Mario Bergamo il “Mazziniano Nazionalcomunista” e su questo punto, tuttavia, è d’obbligo una precisazione storica e filosofica. Il Nazionalcomunismo di Mario Bergamo non va ricondotto al Nazionalbolscevismo. Possono esistere consonanze legate al tempo e alle questioni sociali del ‘900: la critica dell’ordine liberal-borghese, la centralità della sovranità nazionale, la ricerca di una sintesi capace di oltrepassare le categorie politiche consolidate. Ma la matrice di Mario Bergamo non è il Bolscevismo, non c’è identità genealogica.
Il “nazionale” di Mario Bergamo riassume i valori ideali e il “comunista” i valori sociali positivi. Il termine “comunismo” di Mario Bergamo non equivale a una adesione al comunismo di matrice marxista-leninista, è piuttosto appropriazione della questione sociale in chiave mazziniana repubblicana.

Mario Bergamo però si esprime compiutamente sul bolscevismo e dice “Il Bolscevismo è una sintesi, il Fascismo è l’aspetto del tentativo di una sintesi” ma per mio Nonno era necessaria una nuova sintesi tra “il politico e il sociale” e cioè tra Fascismo e Bolscevismo. Le questioni sociali non possono venir compresse dalle questioni politiche nè essere subordinate alle questioni economiche.
Mario Bergamo riconosce però la valenza storica del Bolscevismo e lo supera con una sintesi social repubblicana mazziniana, peraltro ancora attuale e di grande potenza quando invita a : Occidentalizzare il comunismo!”
La “forma” russa è storica, effimera (!)
cioè destinata a non durare, – e fu quindi anche profetico- mentre  […] Occidentalizzare  è un invito alla tutela della libertà individuale e senso critico”.
E ancora Non si rinasce all’idea universale che attraverso l’idea nazionale”
“Nazionalismo di civiltà, non di razza”.

( Ref. Stralci da L’Italia che resta)


Il Repubblicanesimo Sociale di Mario Bergamo radica perciò in Giuseppe Mazzini, dall’idea cooperativa e autogestionaria, dal Risorgimento democratico, dalla centralità del popolo come comunità politica e morale e dalla convinzione che emancipazione nazionale ed emancipazione sociale siano inseparabili.

Del bolscevismo poteva interessargli la rottura dell’ordine economico oligarchico, l’irruzione delle masse nella storia, la critica radicale al dominio del capitale e la capacità della rivoluzione di trasformare la questione sociale in questione politica. Ma ciò non faceva di lui un bolscevico: il suo orizzonte rimase repubblicano, mazziniano, socialista.
Nazione e socialità, dunque.
Patria e internazionalismo.
Libertà politica e giustizia economica.
Giustizia Sociale e Laicismo Integrale. Non la subordinazione dell’una all’altra, ma il tentativo di comporle.

In questo senso il Nazionalcomunismo bergamino è una grande sintesi storica: il tentativo, audace, di ricomporre ciò che il Novecento aveva progressivamente separato. La questione nazionale dalla questione sociale; la Repubblica dal socialismo; l’individuo dalla comunità; l’indipendenza dei popoli dalla solidarietà internazionale.

Questa mia precisazione non diminuisce il valore di Ritratti del Socialismo.
Al contrario, ne dimostra la capacità di provocare discussione e ringrazio l’autore perché non consegna al lettore un “catechismo”. Consegna delle tesi.

E la sua tesi più provocatoria è che il socialismo sia stato tradito in Europa non perché sconfitto definitivamente dalla storia, ma perché progressivamente abbandonato proprio da una parte consistente di coloro che continuarono e continuano a chiamarsi socialisti o di sinistra.

Il libro allora diventa inevitabilmente politico.

La critica dell’autore investe il progressivo arretramento dello Stato sociale, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la subordinazione della politica all’economia finanziaria e quella globalizzazione nella quale la libertà del capitale ha finito spesso per essere assai più tutelata della libertà degli uomini.

Il merito di Bagatin consiste nell’obbligarci a tornare sulla domanda fondamentale: ma oggi chi governa chi?

È la politica democratica a governare l’economia oppure è il mercato a determinare progressivamente lo spazio del possibile entro il quale la politica è autorizzata a muoversi?

È una domanda antica e tragicamente contemporanea visto come vanno le cose.

Ed è forse qui che i tanti ritratti raccolti nel volume smettono di essere soltanto storia. Garibaldi, Mazzini, Berneri, i Rosselli, Craxi, Mario Bergamo, Perón, Chávez e gli altri protagonisti non vengono convocati semplicemente per ricordare ciò che furono, ma per interrogare ciò che siamo diventati.

Bagatin ha il merito di porre una domanda che attraversa l’intero volume: può esistere una democrazia sostanziale quando la diseguaglianza economica diventa diseguaglianza di potere?

È questa, in fondo, la questione socialista.
Non il colore di una bandiera. Non la nostalgia di un regime. Non l’archeologia delle ideologie novecentesche.
La domanda, molto più radicale, sul rapporto fra libertà e giustizia.

Perché una libertà senza giustizia rischia di diventare privilegio; una giustizia senza libertà può trasformarsi in oppressione. Fra questi due abissi si è consumata gran parte della storia del Novecento.

Il senso più profondo di Ritratti del Socialismo sta nel ricordarci che quella ricerca non è conclusa.

Il socialismo che attraversa queste pagine non è allora un mausoleo nel quale custodire le spoglie di un’idea sconfitta. È una domanda ancora aperta.

E le domande, a differenza delle ideologie, non muoiono finché la Storia continua a produrre le ragioni per formularle.

Paola Bergamo

https://www.centrostudimb2.eu/2026/08/30/ritratti-del-socialismo-ovvero-ritorvare-il-filo-rosso-di-una-idea-smarrita/ 

lunedì 1 giugno 2026

2 Giugno: la Repubblica dimenticata di Mazzini, Garibaldi e della tradizione repubblicana originaria. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 2 giugno si festeggia la Repubblica, ma continuano ad essere dimenticati, volutamente o meno, non pochi eroi che, alla costruzione della Repubblica, quella autentica, non partitocratica, non oligarchica, sociale e fondata su sovranità e indipendenza, diedero la vita.

Pensiamo a Giuseppe Mazzini, morto a Pisa il 10 marzo 1872, sotto il falso nome di George Brown.

E ciò perché considerato sovversivo e ricercato dalle autorità monarchiche nel neonato Regno d'Italia.

Giuseppe Mazzini, in particolare, teorizzava un'Italia e un'Europa unite, affratellate e fondate sull'unione fra il capitale e il lavoro.

Egli nel suo saggio “Condizioni e avvenire dell'Europa, del 1871, scrisse:

Il grande pensiero sociale che ferve oggi in Europa può così definirsi: abolizione del proletariato: emancipazione dei lavoratori dalla tirannide del capitale concentrato in un piccolo numero d'individui: riparto dei prodotti, o del valore che n'esce, a seconda del lavoro compito: educazione morale e intellettuale degli operai: associazione volontaria tra gli operai, sostituita pacificamente, progressivamente e quanto è possibile, al lavoro individuale salariato ad arbitrio del capitalista”.

Giuseppe Garibaldi, la cui memoria ancora oggi viene vilipesa e offesa da troppi ignoranti, revisionisti neo-borbonici o di destra, non ebbe miglior destino.

Egli, socialista sansimoniano e Eroe dei Due Mondi, prima di abbandonare per sempre il suo seggio al Parlamento italiano, per tornarsene nella sua Caprera a fare il contadino, schifato dalla politica post-risorgimentale dell'epoca, dichiarò: “Quando i posteri esamineranno gli atti del Governo e del Parlamento italiano durante il Risorgimento vi troveranno cose da cloaca”.

Ma altri furono ancora gli eroi repubblicani, mazziniani e garibaldini, i cui ideali furono vilipesi, accantonati, traditi, oscurati, anche in quel Partito Repubblicano Italiano che, un tempo glorioso partito rivoluzionario di estrema sinistra, con Ugo La Malfa e successori divenne un partitino liberale di destra ultra-borghese e sostanzialmente ininfluente.

Parliamo di Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Alfredo Bottai e Giulio Andrea Belloni.

Randolfo Pacciardi (1899–1991) fu un combattente, un eroe e un antitotalitarista; proprio per questo la sua storia fu, molto probabilmente, volutamente rimossa dalla memoria di quell’Italia che egli tentò, a rischio della vita, di edificare.

In nome di Mazzini e di Garibaldi fu audace eroe antifascista della Guerra di Spagna, al comando del Battaglione Garibaldi, nonché fu fiero anticomunista, specie dopo aver conosciuto i massacri contro i repubblicani, i socialisti e gli anarchici operati dai comunisti europei su ordine di Stalin.

Guidò il PRI nel primo dopoguerra e fu Ministro della Difesa dal 1948 al 1953.

Estraneo alla cultura liberaldemocratica, si oppose alla formula di Centro-Sinistra e quindi a Ugo La Malfa, che purtroppo lo espulse dal partito negli anni ’60.

Espulso dal PRI, Pacciardi fondò – nel 1964 – il movimento politico Unione Democratica per la Nuova Repubblica, con posizioni nettamente presidenzialiste e solo per questo fu sospettato ingiustamente di simpatie fasciste e golpiste (proprio lui che aveva combattuto il nazifascismo!) e di aver appoggiato il cosiddetto Piano Solo, che avrebbe dovuto portare ad una svolta autoritaria nel Paese.

Niente di più falso e vergognoso fu detto su di un personaggio al quale la Repubblica e la democrazia italiana devono moltissimo. Se solo parlassimo di una vera Repubblica, democratica e fondata su principi mazziniani e garibaldini.

L’idea pacciardiana di Repubblica presidenziale, ispirata a Charles De Gaulle, prefigurava un Presidente eletto e sganciato dal parlamento partitocratico, tendendo così verso una democrazia partecipativa, nel solco di Giuseppe Mazzini.

Così come nel solco di Mazzini saranno le sue idee politiche e sociali, caratterizzate dall’unione fra capitale e lavoro nelle stesse mani, fondamento di una Repubblica che avrebbe dovuto essere contraria ad ogni mentalità parlamentaristica, fondata sugli interessi di retrobottega dei partiti e sulle lobby economiche che li sostengono.

Questi i fondamenti ideali di quella Unione Democratica per la Nuova Repubblica (il cui nome derivava dal partito gollista Unione per la Nuova Repubblica) che ispirò – nel 1969 – finanche il movimento giovanile di derivazione nazionalcomunista Lotta di Popolo, che ebbe, fra i suoi riferimenti ideali e culturali, oltre che Pacciardi, anche Che Guevara, Juan Domingo Peron, Jack Kerouac, Julius Evola e Pierre-Joseph Proudhon.

Quella pacciardiana fu un’idea e una prospettiva, sia istituzionale che sociale, ispirata a quello che potrebbe essere definito “socialismo mazziniano”, retto da tre pilastri: federalismo sociale, associazionismo volontario (o cooperativismo) e democrazia diretta.

Aspetti peraltro condivisi e portati avanti dall’altro contemporaneo compagno di partito, Mario Bergamo (1892 – 1963), la cui vicenda politica merita, parimenti, di essere ricordata e onorata, perché con Pacciardi ha innumerevoli punti in comune.

Trevigiano, antifascista, repubblicano della prima ora, anche Mario Bergamo subirà la medesima sorte di Pacciardi, ovvero l’oblio politico a causa delle sue idee saldamente mazziniane e garibaldine.

Mario Bergamo fu fondatore, nel 1912, a Bologna – a soli vent’anni – dell’Alleanza Universitaria Repubblicana. Successivamente fu capostipite della corrente di sinistra del PRI, denominata “Repubblica Sociale”, la quale mirava a recuperare l’ideale autogestionario e cooperativista di Giuseppe Mazzini.

Fervido sostenitore, anche negli organi di stampa, dell’impresa di Fiume di Gabriele D’Annunzio e Alceste De Ambriis, oltre che del cooperativismo, nel 1919, fonderà, assieme all’allora repubblicano Pietro Nenni, al fratello Guido e al socialista Arpinati, il Fascio di combattimento di Bologna, abbandonandolo poco dopo nel momento in cui le idee squadriste e violente di Mussolini presero il sopravvento. Egli stesso ricevette le percosse dei fascisti e il suo studio fu più volte devastato.

Fu eletto, nel 1924, nelle file del Partito Repubblicano Italiano e, dalle colonne de “La Voce Repubblicana”, divenne uno dei più acerrimi oppositori al fascismo mussoliniano e propose la costituzione di un partito repubblicano-socialista, in grado di raccogliere le migliori forze antifasciste.

Nel 1926, accusato dell’attentato contro Mussolini, fu costretto a fuggire, assieme a Nenni, prima a Lugano e successivamente a Parigi, contribuendo alla costituzione della Concentrazione antifascista, ponendo ad ogni modo come primo obiettivo l’abolizione della monarchia e la nascita della Repubblica.

Nel 1928 propugnò l’idea di costituire un’Internazionale Repubblicana e, in quell’anno, elaborò la sua teoria sul Nazionalcomunismo, che molti punti aveva in comune sia con l’esperienza dannunziana di Fiume che con il Nazionalbolscevismo promosso dall’ex socialdemocratico tedesco Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel, i primi a combattere – in Germania – il nascente nazismo hitleriano e a subirne le persecuzioni.

Il Nazionalcomunismo, termine ideato dallo stesso Bergamo, non era altro che un recupero del repubblicanesimo mazziniano originario e degli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, fuso con il nascente Bolscevismo sovietico e gli ideali patriottici. Una fusione, in sostanza, fra il nazionale e l’internazionale, che avrebbe dovuto portare alla nascita di una Repubblica Sociale.

Non sappiamo se Bergamo – che sempre si definì un “socialista mazziniano” – abbia avuto rapporti, anche epistolari, con Niekisch o avesse attinto alle sue pubblicazioni (al giornale Widerstand ad esempio), ad ogni modo, anche il Nazionalbolscevismo, negli stessi anni, voleva fondere gli ideali leninisti con quelli nazionali e patriottici, in opposizione al capitalismo, al liberalismo, all’antisemitismo dei regimi totalitari nazifascisti, proponendo un radicale rinnovamento sociale di stampo repubblicano.

Negli Anni ’30, Mario Bergamo, editò la rivista “I nuovissimi annunci”, ove elaborò e diffuse le sue teorie socio-politiche e, nel 1935, a Parigi, diede alle stampe “Un italiano ribelle” (Un italien révolté), raccolta di epistole a personalità europee nelle quali egli condannava la politica coloniale fascista in Etiopia e l’ipocrisia della Società delle Nazioni.

Sul finire degli Anni ’30, aderirà alla Lega dei combattenti per la pace e, allorquando i nazisti occuperanno la Francia, sarà attivo nell’aiuto ad ebrei e antifascisti.

Mussolini, comunque affascinato dai suoi ideali, gli proporrà più volte di tornare in patria, ma Bergamo sempre rifiuterà. Così come rifiuterà di partecipare alla redazione della costituzione della Repubblica Sociale Italiana nel 1943. Il suo rifiuto del fascismo e l’opposizione allo stesso furono sempre totali e intransigenti.

Mario Bergamo, peraltro, si rifiuterà di tornare in Italia anche alla fine della guerra, ritenendo che la nuova Repubblica non avesse imparato nulla dalle tristi vicende del fascismo e non rispecchiasse affatto l’idea di Repubblica popolare e socialista propugnata da Mazzini e Garibaldi.

Diverrà, successivamente, consigliere legale dell’editore socialista e garibaldino Cino Del Duca, il quale pubblicherà, nel 1965, postumo, il saggio “Nazionalcomunismo”, che raccoglierà gli ideali socialisti e repubblicani del Bergamo.

Mario Bergamo morirà a Parigi nel maggio 1963.

Il figlio di Mario Bergamo, Giorgio Mario, padre della mia carissima amica Paola Bergamo, sarà peraltro e non a caso, uno dei collaboratori del giornale “Nuova Repubblica”, organo del partito di Pacciardi.

Altri importanti promotori delle teorie politico-economiche di Mazzini (già ampiamente approfondite da Nello Rosselli, nel suo “Mazzini e Bakunin” del 1927), come ricorda lo storico Silvio Berardi nel suo “Il socialismo mazziniano” (Sapienza Università Editrice), furono – fra gli altri - Alfredo Bottai (1874 – 1965) e Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957).

Figure che rappresenteranno quella sinistra del Partito Repubblicano Italiano, volutamente dimenticata dal PRI a partire dalla scomparsa di Belloni, nel 1957, ma ancor prima osteggiata, dagli esponenti di quella destra repubblicana, i quali finiranno per trasformare il PRI, come sopra detto, da partito risorgimentale di estrema sinistra, a partito sempre più liberale e al servizio della DC.

Fu Alfredo Bottai a coniare il termine “socialismo mazziniano”, attraverso il suo omonimo saggio, “Socialismo mazziniano”, del 1908.

Saggio nel quale si ponevano al centro i concetti di associazionismo operaio, educazione morale e spirituale degli individui, responsabilizzazione degli stessi e emancipazione sociale.

L'obiettivo di Bottai era quello di cercare un'unità e una sinergia politica fra repubblicani, socialisti, radicali e anarchici, mettendo al primo posto la questione sociale.

Egli fu sincero amico dei sindacalisti rivoluzionari di ispirazione mazziniana Filippo Corridoni e Alceste De Ambris (celebre per aver redatto la dannunziana, libertaria, socialista mazziniana Carta del Carnaro) e diresse il giornale “La Gioventù Sindacalista”.

Egli peraltro protestò sempre, come ricordato da Berardi, contro l'appropriazione del pensiero mazziniano e corridoniano da parte del regime mussoliniano, il quale nei fatti lo stravolse e tradì ampiamente.

E lo fece nonostante fosse il nipote del Ministro fascista Giuseppe Bottai, del quale non condivise mai le idee.

In tutte le sue opere, Bottai, ribadì anche che il socialismo mazziniano nulla aveva a che spartire con il marxismo, in quanto quest'ultimo sopprimeva ogni forma di credenza spirituale, ogni forma di autorità e la proprietà individuale. Mentre i socialisti mazziniani, pur egualmente e radicalmente critici nei confronti del sistema capitalista fondato sul salario e del liberalismo in generale, si opponevano alla lotta di classe e fondavano la loro dottrina sul riconoscimento dei diritti di proprietà e sull'associazionismo operaio, oltre che sull'elevazione morale e spirituale degli individui e sulla fratellanza universale.

Bottai, rifacendosi a Mazzini, ricordava che non vi può essere alcuna libertà, né alcun benessere sociale senza una coscienza morale “ispirata all'idea del dovere, della solidarietà, di un alto concetto della vita”.

Le idee socialiste mazziniane, nel corso degli Anni '20, trovarono una loro diffusione e dimensione e fu così che, a portarle avanti, fu Giulio Andrea Belloni (1902 – 1957), futuro giurista esperto in criminologia.

Nel 1923 Belloni divenne discepolo di Bottai, oltre che del Padre nobile del Repubblicanesimo italiano, Arcangelo Ghisleri (1855 – 1938), con il quale ebbe lunghi rapporti epistolari.

Belloni, che divenne Segretario nazionale del PRI nel 1924, come scrive Berardi, considerava il mazzinianesimo una sorta di “via italiana al socialismo”.

Belloni e Bottai, con l'avvento del fascismo, militeranno entrambi nelle fila di Giustizia e Libertà, movimento liberalsocialista che ebbe fra i fondatori gli esuli Carlo e Nello Rosselli e, all'interno di GL, diffonderanno le idee socialiste mazziniane.

Nel 1945, Belloni, darà alle stampe il suo “Repubblica e socialismo”, nel solco degli insegnamenti di Mazzini, Ghisleri e Bottai, ma anche del rivoluzionario risorgimentale Carlo Pisacane (1818 – 1857), le cui idee univano il mazzinianesimo, il socialismo libertario e l'anarchismo di Proudhon.

La visione di Belloni si fondava sull'etica del lavoro, sulla lotta al parassitismo e sulla giustizia sociale.

In questo senso, egli, faceva propria l'idea di Gaetano Salvemini (1873 – 1957) di costituire una “terza forza” laico-risorgimentale-socialista (detta anche “concentrazione repubblicana-socialista”, secondo il saggio di Salvemini del 1944), in grado di contrapporsi tanto al bolscevismo del PCI, quanto al clericalismo della DC.

Un terzaforzismo antborghese, anticapitalista, ma inserito a pieno titolo nel solco riformista e dunque volto al dialogo con il PSI di Pietro Nenni (questi peraltro proveniva dalle fila repubblicane) e con il PSLI di Giuseppe Saragat, oltre che con quelle figure del primo Partito Radicale (che nulla aveva a che spartire con la successiva esperienza pannelliana), quali Ernesto Rossi, che avevano una visione contigua e molto simile a quella dei socialisti mazziniani.

In questo senso, Giulio Andrea Belloni, sarà il capostipite della sinistra repubblicana all'interno del PRI. E, in un primo tempo, trovò persino l'appoggio dell'allora Segretario del PRI, Randolfo Pacciardi, anch'egli molto lontano dalle istanze liberali degli ex azionisti come Ugo La Malfa, ovvero dalla destra del partito.

Belloni, peraltro, si troverà molto in sintonia con Guido Bergamo (fratello di quel Mario Bergamo, ex Segretario del PRI, che già negli Anni '20 teorizzava un'unione fra repubblicani e socialisti) e fondatore del Partito Repubblicano Sociale Italiano e del giornale “La Riscossa”, di Treviso.

La sinistra repubblicana di Belloni fonderà la testata “L'Idea Repubblicana” e spesso entrò in contrasto con “La Voce Repubblicana” e con la destra del PRI, per nulla legata alla tradizione risorgimentale mazziniana, ma vicina al “New Deal” rooseveltiano.

Anche Bottai, sostenendo le idee di Belloni, ricordava sempre, sulle pagine de “L'Idea Repubblicana”, che la sinistra repubblicana non si contrapponeva frontalmente al marxismo e al comunismo, pur essendone avversaria. Bensì si contrapponeva a tutti coloro i quali erano nemici del lavoro. Essa si batteva per la scomparsa del “regime del salario” e avrebbe lottato accanto a tutti coloro i quali “combattono questa borghesia gretta, egoistica e supremamente stupida”.

Il dialogo con i socialisti di Nenni, ad ogni modo, fallirà, in quanto questi finiranno per unirsi al PCI nell'ambito del Fronte Democratico Popolare (così come fecero anche i repubblicani sociali di Guido Bergamo).

Nel corso degli Anni '50, ad ogni modo, i socialisti mazziniani finiranno per essere sempre più marginalizzati, all'interno del PRI.

Alcuni, come Oliviero Zuccarini (1883 – 1971), fonderanno l'Unione di Rinascita Repubblicana e, nel 1953, contribuiranno, assieme ad alcuni esponenti di Giustizia e Libertà e fuoriusciti socialdemocratici, a costituire il movimento Unità Popolare.

Belloni rimarrà nel PRI, per spirito unitario.

Morirà prematuramente nel 1957 e così anche la corrente di sinistra repubblicana non gli sopravvisse, perché i suoi amici e discepoli non ebbero la forza di lottare all'interno di un PRI che ormai aveva preso una piega totalmente liberale e opposta agli ideali originari.

Figure eroiche e emblematiche della Sinistra italiana, quella autentica e non equivoca, ovvero non compromessa né con Mosca né con Washington.

Una Sinistra che non esiste più, da moltissimi decenni e che è stata soffocata tanto dalle correnti liberali che da quelle marxiste, oltre che da quelle fasciste o post-fasciste che dir si voglia.

Il 2 giugno dovrebbe essere la festa degli eroi che ho qui descritto, ma così non è.

E non lo è perché, la Repubblica sognata e delineata da Mazzini, Garibaldi, Bergamo, Pacciardi, Bottai, Belloni non è quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica. Ma su partiti/schieramenti liberal capitalisti che fingono di contrapporsi, i cui esponenti sono eletti peraltro con leggi elettorali incostituzionali dal 1994 ad oggi.

Una Repubblica che investe in armi, da dare anche a Paesi a noi totalmente estranei, anziché investire in sanità, scuola, ricerca.

Una Repubblica nella quale le baby gang e la violenza dilagano nelle strade e in cui l'educazione e l'elevazione morale mazziniana è tanto sconosciuta quanto ignorata o calpestata.

Una Repubblica che va completamente ricostruita, a partire dal rispetto e dall'applicazione della Costituzione e nella quale dovrebbero essere posti al centro i valori di giustizia e democrazia, purtroppo ampiamente accantonati da molti, troppi anni.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

martedì 19 maggio 2026

“Ritratti del Socialismo” di Luca Bagatin: oltre le divisioni della Storia, un’alternativa al liberal-capitalismo

 

È uscita per la Mario Pascale Editore la seconda edizione, riccamente ampliata, del saggio “Ritratti del Socialismo” di Luca Bagatin, con prefazione di Ananda Craxi, nipote dell’ex Presidente del Consiglio Bettino Craxi.

Il volume, come si legge nel retro di copertina, “ricostruisce l’evoluzione del pensiero e dell’azione socialista attraverso una vasta galleria di profili storici e politici”. Un percorso che attraversa due secoli di Storia, partendo dalle radici risorgimentali e sansimoniane di Giuseppe Garibaldi e Napoleone III, sino a giungere alle esperienze contemporanee del socialismo latinoamericano e del modello cinese.

L’autore si cimenta in una complessa operazione di chiarificazione storica e culturale, cercando di distinguere il socialismo delle origini – caratterizzato da una forte impronta comunitaria, patriottica e autogestionaria – dalla moderna sinistra liberale e progressista. Attraverso l’analisi di figure centrali come Bettino Craxi, descritto come “l’ultimo dei socialisti europei” e critico anticipatore della globalizzazione, così come di pensatori eterodossi quali Jean-Claude Michéa, Bagatin delinea una possibile alternativa al capitalismo assoluto contemporaneo.

In tutti i suoi scritti, così come nel suo approccio alla quotidianità, Luca Bagatin appare animato da un principio spirituale preciso: “riunire ciò che è sparso”. Un principio che, nella tradizione alchemico-iniziatica, rimanda al ritorno all’unità primordiale e all’integrità spirituale, ma che, nel linguaggio politico e culturale contemporaneo, assume il significato del superamento delle polarizzazioni ideologiche e della ricostruzione di legami storici e umani interrotti.

In “Ritratti del Socialismo” questo approccio anti-dogmatico e anti-confessionale costituisce l’ossatura stessa del saggio. In particolare, le correnti della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864 – socialista, mazziniana, garibaldina, anarchica e marxista – vengono raccontate con la volontà di ricucire ciò che la Storia, le divisioni ideologiche e i conflitti politici hanno separato.

Ciò che accomuna tali esperienze, secondo la prospettiva dell’autore, è infatti un nucleo condiviso fondato sulla giustizia sociale, sull’emancipazione civile, sulla sovranità nazionale e sull’indipendenza economica: elementi che Bagatin ritiene siano stati progressivamente erosi tanto dal dogmatismo ideologico quanto dalla globalizzazione liberal-capitalista.

Per l’autore, il vero conflitto non risiede tanto nelle differenti tradizioni del socialismo, quanto nei processi di sopraffazione, sfruttamento e mercificazione che investono non soltanto la sfera economica, ma anche quella culturale e umana.

Numerose sono le figure e le epoche storiche affrontate nel volume, trattate con un approccio che rifugge tanto la retorica quanto il pregiudizio. Accanto a Giuseppe e Anita Garibaldi, Luigi Napoleone Bonaparte, Paul Lafargue, Edmondo De Amicis e Alceste De Ambris, trovano spazio figure quali Camillo Berneri, Angelica Balabanoff, l’esperienza dannunziana e quella machnovista. Ampio spazio è inoltre dedicato alla storia del PSDI, con particolare riferimento a Roberto Tremelloni, Alberto Simonini, Pietro Longo e Antonio Cariglia; al liberalsocialismo dei fratelli Rosselli; all’anarchismo di Errico Malatesta; al repubblicanesimo sociale di Mario e Guido Bergamo; sino al nazionalbolscevismo di Ernst Niekisch ed Eduard Limonov.

La ricca bibliografia del saggio invita inoltre all’approfondimento di tematiche raramente affrontate nel dibattito contemporaneo. Fra queste, il socialismo con caratteristiche cinesi, analizzato dalle origini del Partito Comunista Cinese – attraverso la figura del democratico e antimperialista Chen Duxiu – sino alla Repubblica Popolare Cinese contemporanea, approfondita e letta dall’Autore come una realtà pragmatica e orientata a coniugare modernizzazione e centralità della comunità.

Il volume affronta inoltre, attraverso le testimonianze di esponenti del PCUS come il riformista leninista Egor Ligaciov, le ragioni della dissoluzione dell’URSS e le possibili prospettive di riforma del socialismo sovietico che avrebbero potuto evitare le profonde fratture geopolitiche emerse nello spazio post-sovietico, oggi percorso da conflitti.

Ampi capitoli sono dedicati anche a figure come Gianni De Michelis, Paolo Pillitteri – dei quali Bagatin fu amico – Bettino Craxi, Lucio Colletti, François Mitterrand, Nicolae Ceaușescu (grazie in particolare a un saggio del prof. Giancarlo Elia Valori, che del leader rumeno fu amico), così come al Peronismo, al Sandinismo e al Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, esperienze nelle quali l’autore individua ancora oggi tracce della lezione risorgimentale italiana, trasmessa attraverso l’emigrazione mazziniana e garibaldina e influenzata anche da ambienti massonici e teosofici.

In un’epoca in cui, dagli anni Novanta ad oggi, il socialismo europeo e occidentale appare progressivamente snaturato e dissolto - come ampiamente viene spiegato nel saggio stesso - Luca Bagatin ripercorre dunque Storia, idee e protagonisti di una tradizione di emancipazione civile, umana e sociale che il saggio considera tuttora attuale.

“Ritratti del Socialismo” si propone così non soltanto come ricostruzione del passato, ma anche come strumento di riflessione critica sul presente e sulle trasformazioni economiche, politiche e sociali dell’età contemporanea.

Luca Bagatin ha già pubblicato saggi dedicati alla Storia della Massoneria, al mondo femminile, al socialismo-populismo democratico e a figure della controcultura e del dissenso come Eduard Limonov. 

Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua, nonché tradotti in tedesco e spagnolo. È inoltre redattore della rivista di geopolitica “BRICS & Friends”, anch’essa edita da Mario Pascale Editore.

Il saggio è acquistabile in tutti i maggiori store: 

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https://www.ibs.it/ritratti-del-socialismo-libro-luca-bagatin/e/9791282370158

https://www.lafeltrinelli.it/ritratti-del-socialismo-libro-luca-bagatin/e/9791282370158

lunedì 18 maggio 2026

L’Europa di Draghi non è l’Europa dei popoli. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Sarà forse un caso, oppure no, ma il Premio Carlo Magno, conferito nel 2025 alla baronessa Ursula Von Der Leyen, sembra risultare perfettamente funzionale, nel 2026, a un rilancio politico di Mario Draghi, la cui corsa si era arrestata proprio quando una sua ascesa al Colle appariva imminente.

Colpisce come Mario Draghi, ogni volta che interviene, riesca ad affermare concetti che, nell’immediatezza e grazie alla sua indiscutibile abilità espositiva, possono apparire ragionevoli a taluni, ma che finiscono inevitabilmente per turbare chi non ha memoria corta e conserva ben presenti i corsi e ricorsi della nostra Storia.

Tanto che, a ben vedere, certi suoi discorsi sembrano talvolta rasentare l’assurdo.

In effetti, come ha rilevato il bravissimo Gianandrea Gaiani su “La Penna nel Fianco”, il messaggio di Draghi da Aquisgrana sembra piuttosto contorsionistico, per non dire contorto.

Se il celebre economista insiste sul fatto che è necessario rafforzare l’integrazione europea come risposta alla crisi industriale, energetica e strategica del Continente, non si avvede che molte delle difficoltà attuali sono anche il risultato delle politiche sostenute dalle élite europee, di cui egli è, a pieno titolo, esponente.

Stessa cosa dicasi della profonda crisi dell’Italia, di cui fu Presidente del Consiglio dal febbraio 2021 all'ottobre 2022.

È dall’inizio della crisi russo-ucraina che l’Europa è divenuta meno competitiva, ma il termine è un eufemismo, perché il rischio reale è la de-industrializzazione. Il deserto industriale per mancanza di energia.

Nel suo discorso, Draghi, pur rinnovando la propria fede nell’Atlantismo, definisce gli Stati Uniti un “partner ostile” sul piano economico e industriale. Un’espressione che appare quantomeno contraddittoria: o si è partner oppure si è ostili.

L’accostamento dei due termini può anche rappresentare un efficace esercizio retorico, ma non si può dimenticare che gli USA di allora — quelli che contribuirono ad alimentare la crisi ucraina — erano gli stessi nel cui contesto Victoria Nuland arrivò a pronunciare il celebre “Fuck the EU”.

Ed erano anche gli stessi ai quali Mario Draghi, insieme agli altri leader europei, finì per allinearsi, aderendo a uno storytelling che, secondo molti critici, ha trascinato l’Europa verso una crisi economica e industriale senza precedenti.

Mario Draghi fu il principale sostenitore dell’allineamento dell’Italia alla NATO che Papa Francesco criticò con l’indimenticabile espressione “siete andati ad abbaiare alle porte di Mosca”.

Non pago, proprio da Aquisgrana, Mario Draghi invoca una difesa europea, ma il paradosso è che un'Europa politica è ancora tutta da costruire e suggerisce maggiori investimenti nell’industria militare, quando l'UE - secondo alcune stime aggregate - già investe più della Russia.

Se abbiamo ben compreso, il succo del discorso sarebbe questo: aumentando gli investimenti nella difesa renderemmo più soddisfatto il socio di maggioranza della NATO, gli Stati Uniti, definiti però allo stesso tempo un “partner ostile”. E dovremmo farlo perché il pericolo proverrebbe dalla Russia, un Paese che non solo non ci ha mai attaccati né minacciati direttamente, ma che per anni ci ha fornito gas via gasdotto a prezzi convenienti, mentre oggi acquistiamo gas liquefatto - sia statunitense sia russo - a costi enormemente superiori, con pesanti conseguenze per l’economia europea.

Si potrebbe quindi concludere che chi ha sostenuto l’allineamento a Washington abbia contribuito a provocare una crisi senza precedenti e oggi si proponga di uscirne convertendo parte della nostra industria automobilistica in industria bellica. Il problema è che, per costruire carri armati, servono materie prime — a partire dall’acciaio — e grandi quantità di energia, risorse di cui l’UE dispone sempre meno.

Non sarebbe però giusto dimenticare che, Mario Draghi, fu quello del “Whatever it takes”.
Allora era il 2012, Draghi era a capo della BCE e si era distinto nell’ambito della crisi del debito sovrano impegnandosi a salvare l’Euro dai processi di speculazione in atto, che poi avrebbero messo in ginocchio l’anello debole della catena europea, l’Italia, troppo grande per fallire, troppo piccola per resistere da sola alle intemperie della speculazione finanziaria.

All'epoca, noi facevamo parte dei PIIGS, stritolati tra spread e famelici appetiti d’oltre Manica e soprattutto d’oltre Oceano.

Ai tempi Draghi disse sostanzialmente a tutti di calmarsi, i mercati si rasserenarono e passò alla Storia come il “salvatore di baracca e burattini”, certo facendo storcere il naso ai nostri amici frugali, che speravano di farsi un boccone di noi, di fare il bis, dopo aver soddisfatto - poco tempo prima - i loro appetiti in Grecia.
Draghi, che è un economista formatosi per lo più in Goldman Sachs, è espressione del fenomeno delle “revolving doors”, ma è in ottima compagnia in tal senso, ed è passato alla Storia anche per essere, guarda caso, uno dei protagonisti del Britannia, il panfilo reale inglese, nel quale, il 2 giugno 1992, si tenne un importante convegno sulle privatizzazioni dell’economia italiana.

Perché l’Italia si diede alle privatizzazioni, dismettendo importanti asset anche strategici?
Un po’ per ridurre il peso dello Stato nell’economia, un po’ per aprire i mercati alla concorrenza, ma soprattutto perché, tra sprechi e ruberie che caratterizzano la politica, il nostro Bel Paese aveva bisogno di far quattrini e, si sa, che da noi i soldi nel pubblico non bastano mai.

Si iniziò a vendere, ma c’è chi dice svendere, partecipazioni pubbliche con l’intento, allora spacciato per lodevole, di modernizzare il sistema economico italiano, anche in vista dei vincoli europei di Maastricht. E’ così che IRI, Telecom, ENI, ENEL, Credito Italiano e altri colossi furono privatizzati.
Draghi ne fu l’artefice. Il contesto economico-politico di allora era esplosivo.

L’Italia era sotto attacco della finanza, tanto per cambiare, e la Lira - noi ancora battevamo moneta - era sotto scacco speculativo. Ma era anche l'epoca della falsa rivoluzione di Tangentopoli, non certo un caso, durante la quale si epurarono i partiti storici democratici e un'intera classe politica che, più nel bene che nel male, aveva governato dal 1946.

Il debito pubblico era enorme e di lì a poco saremmo persino dovuti uscire dallo SME. Insomma, avevamo l’acqua alla gola, come spesso accade al nostro splendido, ma peculiare Paese.

E' apparso piuttosto singolare, per non dire allarmante, che alti funzionari italiani discutessero di privatizzazioni con banchieri internazionali a bordo di uno yacht inglese, anche perché, a conti fatti, abbiamo disperso la nostra ricchezza, della quale si sono avvantaggiati Paesi in concorrenza con noi.

Questo è uno dei motivi per i quali il Presidente Francesco Cossiga ebbe più che delle perplessità, anzi, fu piuttosto duro con il Mario nazionale.
Draghi, ad Aquisgrana, il 14 maggio scorso, ha lamentato il fatto che l'UE, per la prima volta, sarebbe sola. E questo perché Trump avrebbe da essa preso le distanze.

Draghi, dunque, anziché rallegrarsi per questa presa di distanza da parte di un regime che, storicamente, anche ben prima di Trump, ha più volte violato il diritto internazionale, sottomesso e invaso popoli liberi e sovrani, lamenta che ci avrebbe “lasciati soli”.

Anziché cogliere l'opportunità per costruire, finalmente, un'Europa sovrana, nel solco degli eroi antifascisti, di matrice repubblicana mazziniana e azionista Mario Bergamo, Ernesto Rossi, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, ma anche Charles De Gaulle, magari allargata alla Russia, con la quale occorrerebbe ricucire i rapporti, lamenta il fatto che Trump sta prendendo le distanze dall'UE.
Da una UE, peraltro, che continua ad auto-sabotarsi con sanzioni controproducenti contro la Russia e sostenendo un'autocrazia corrotta, né UE, né NATO.

Il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperità non esiste più. È diventato più duro, più frammentato e più mercantilista”, dice Draghi.

In realtà mercantilista e anti-europeo, quel mondo, ovvero gli USA, è sempre stato. Che abbiamo ricevuto aiuti è vero ai tempi del Piano Marshall, che fu gestito e pianificato, in Italia, dall'ottimo Ministro socialista democratico Roberto Tremelloni. Ma che, da allora e sempre di più negli ultimi decenni, siamo diventati più che altro una specie di colonia statunitense, è altrettanto vero. Ma questo, Draghi, ovviamente, omette di dirlo.

Draghi, in sostanza, non prende atto che è il mondo ad essere cambiato e da molti anni, mentre la dirigenza UE e lui compreso, sembrano non essersene accorti, rimanendo ancorati a vecchie logiche da Guerra Fredda, adottando peraltro le medesime misure ed il medesimo linguaggio di quei tempi andati.

L'unica sicurezza da garantire ai cittadini dell'UE dovrebbe essere quella dai loro stessi sconsiderati governanti. Il pericolo non viene dall'esterno, perché, a quanto consta, nessuno, salvo gli USA, ha intenzione di colonizzarci una volta ancora.

Draghi poi afferma che “nemmeno la Cina offre ancora un'alternativa”.

E perché mai ci dovrebbe essere una alternativa agli USA? Perché mai l'Europa, che non è l'UE, non potrebbe iniziare a camminare con le proprie gambe, in un mondo multipolare?

La Repubblica Popolare Cinese rappresenta, più che una alternativa, un modello di intelligenza, pragmatismo, sviluppo. La Cina è una realtà che ha saputo imparare dai suoi errori, che ha utilizzato il capitalismo a beneficio della comunità, attraverso il socialismo e la pianificazione oculata, aprendosi allo Stato di diritto e mantenendo saldi nelle mani pubbliche (cosa che non hanno fatto i Paesi UE) i settori chiave dell'economia. Investendo in ricerca, formazione, sviluppo, tecnologia ed ecologia.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fatto dai governanti e dirigenti UE.

Draghi, ovviamente, tutto ciò non lo dice. Ma dice, ancora una volta, un'assurdità, ovvero che la Cina “sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia”.

Innanzitutto la Cina è partner della Russia, anche nell'ambito dei BRICS, che è cosa diversa dal “sostenere direttamente”. Si tenga conto che la dirigenza cinese, a differenza della sconsiderata dirigenza UE, ha sempre lavorato, in ogni conflitto, per la risoluzione pacifica delle controversie, attraverso il dialogo, la diplomazia, la ricerca della verità dei fatti, tenendo conto dei punti di vista di tutte le parti in conflitto.

In secondo luogo, la Russia probabilmente è un avversario secondo Draghi, ma non dovrebbe esserlo di una UE, che – prima di mettersi a sostenere un'autocrazia né UE, né NATO, seguendo i desiderata del Presidente USA di turno (Biden), dalla Russia dipendeva energeticamente e con la quale dovrebbe, ancora oggi, essere in dialogo costante e, come la Cina, lavorare per la pace e la cooperazione internazionale.

L'unica cosa corretta che Draghi ha affermato, nel suo discorso, è che l'UE dovrebbe “riportare la partnership con Washington su basi più eque”. Che è ciò che l'UE avrebbe dovuto fare, ma molti decenni fa, anziché diventare una succursale di Washington.

Lasciamo stare, poi, le considerazioni di Draghi relative al fatto che non siamo stati in grado di costruire un mercato interno sufficientemente profondo. L'UE, semplicemente, è un burosauro, una holding finanziaria, una entità non realmente democratica e piuttosto lontana dai cittadini che in Europa vivono, ovvero dalle loro necessità, dalle loro aspettative, dalle loro prospettive e richieste.

Draghi, con artificio retorico, ricorda che i cittadini europei vogliono che “l'Europa agisca” che “l’Unione europea difenda la loro libertà, prosperità e solidarietà”. Afferma che i leader dell'UE dovrebbero fare “un passo in più” e così via. Parole sentite e risentite nel corso dei decenni.

Il punto è che l'Europa non c'è. Deve ancora essere costruita. Quanto alla libertà, l'abbiamo ceduta prima agli USA e poi alla sconsiderata dirigenza UE.

La prosperità e la solidarietà, invece, sono in declino da molti anni.

In conclusione, riprendendo i concetti espressi all'inizio dell'articolo, Mario Draghi è tra coloro i quali tradirono Bettino Craxi, nel 1992, contribuendo a liquidare il patrimonio pubblico italiano, che proprio il socialista Craxi tentava invece di salvare, invano, dato che, poco dopo, la democratica Prima Repubblica crollò, implose, con il beneplacito dei poteri forti internazionali sorosiani e liberal capitalisti in combutta con post-comunisti, leghisti e post-fascisti, anni dopo – guarda un po' - tutti al governo e persino a sostenere il governo Draghi.

Storia nota. Che è all'origine dei mali italiani ed europei del presente e della perdita di democrazia sostanziale in queste realtà.

Paola Bergamo

Presidente Centro Studi MB2 Monte Bianco – Mario Bergamo per dare un tetto all'Europa

www.centrostudimb2.eu

Luca Bagatin

Blogger, scrittore, ideatore del pensatoio socialista e mazziniano “Amore e Libertà”

https://amoreeliberta.blogspot.com

Paola Bergamo, imprenditrice italiana, esperta di relazioni pubbliche e internazionali è apprezzata scrittrice e opinionista. E’ presidente del Centro Studi MB2 Monte Bianco-Mario Bergamo per dare un tetto all’Europa (www.centrostudimb2.eu) attraverso il quale tiene vivo il pensiero politico filosofico di suo nonno, Mario Bergamo, politico del ‘900, perseguitato dalla dittatura fascista e grande europeista. E’ Presidente del Circolo Culturale “La Caduta”, think thank che si occupa di politica, geopolitica, temi di natura filosofica, culturale e di attualità. E’ Presidente del Premio Italiano Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro.

Luca Bagatin, blogger dal 2004, in passato collaboratore del quotidiano nazionale “L’Opinione delle Libertà” e de “La Voce Repubblicana”, oltre che di riviste di cultura esoterica e Risorgimentale. Ha fondato nel maggio 2013 il pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà (amoreeliberta.blogspot.it). Suoi articoli sono stati pubblicati in Francia, Belgio, Serbia, Brasile e Nicaragua e tradotti anche in tedesco e spagnolo. Ha scritto saggi sulla Storia della Massoneria, sul mondo femminile, sul Socialismo e su figure della controcultura e dissidenti come Eduard Limonov.

sabato 25 aprile 2026

Il 25 aprile con mio padre tra tradizione e libertà. Articolo di Paola Bergamo

Paola Bergamo e il suo cagnolino Napoleone

 
Con mio Padre, Giorgio Mario, mi piaceva passeggiare tra i sentieri dolomitici. Nel verde del sottobosco, tra l’intreccio di linfa e corteccia ancora umida per la pioggia, ci soffermavamo a riflettere sulla libertà.

I tronchi degli alberi mi apparivano colonne portanti di cattedrali naturali. La quiete del bosco, tra il digradare delle sfumature dei verdi e i colori brillanti dei fiori di montagna impollinati dalle api, ci era sempre parso il luogo ideale per pensare, solleticati dai profumi che esalavano dalle foglie in dissolvenza, in una miscellanea di resina, muschi e licheni.

Lungo quei pendii, proprio un 25 aprile di tanti anni fa, mi raccontava una volta ancora del suo esilio iniziato nel 1926. Mio Padre aveva solo quattro anni quando fu catapultato a Parigi per raggiungere, con mia Nonna Ermelinda, sua Madre, la Francia e riunirsi tutti a mio Nonno, Mario Bergamo, ultimo Segretario Nazionale del PRI. Perseguitato politico, fu costretto a espatriare per non venir ucciso dagli squadristi fascisti che ne avevano decretato la soppressione quale avversario irriducibile della dittatura.
Mario Bergamo, uomo tutto d’un pezzo, dedicò la vita a difendere la libertà. Lottò per trasformare l’Italia monarchica e dittatoriale in una repubblica democratica ma, quando questo accadde, attraverso la Liberazione , decise di non farvi ritorno addirittura scrivendo dei versi – era anche un poeta –  che indirizzò al primo Presidente della Repubblica Italiana, definendo la nascente Repubblica, che pur aveva cercato e per la quale aveva lottato, “concetta in dolore non nascerà al vituperio ...” e poco oltre continuando “sottoscrivente pace oltraggiosa, peccato mortale contro lo spirito …. sè danna e condanna figli dei figli ….”.
Il Nonno, quale Aventiniano, – già Deputato alla Camera del Regno – aveva diritto alla sedia di Senatore che tuttavia rifiutò preferendo trasformare il suo esilio, dapprima necessario, in un esilio volontario che si protrasse fino al giorno della sua morte nel 1963.
Una scelta dolorosa che per moltissimi anni feci fatica a comprendere e sulla quale mi sono interrogata, intrattenendomi a lungo sul tema con mio Padre, durante i nostri dialoghi. Il Nonno era persuaso che la Repubblica che stava nascendo non era quella che aveva sognato: la Nazione contraeva debiti che ai suoi occhi equivalevano a una dannazione, condannando sé stessa, e le generazioni future, per molto tempo a venire.

Il filosofo e politico Mario Bergamo, ultimo segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano (PRI) prima dello scioglimento imposto dal regime fascista nel 1926.

Per quelle strane coincidenze che possono far pensare a sincronismi legati a cose più grandi di noi, sono nata quando il Nonno si spegneva per un aggressivo cancro al polmone di cui complici furono quei maledetti pacchetti di Gauloises, d’un paradossale azzurro all’apparenza innocente, il cui slogan, ironia della sorte, era “Liberté Toujours”. Il Nonno fumava probabilmente esorcizzando così le tante amarezze, le persecuzioni e le profonde delusioni, ignaro di riempire i suoi polmoni di veleno.

Il 25 Aprile, per noi di Venezia, coincide anche con il giorno di San Marco, rallegrando le donne con quel bocciolo di rosa rossa donato in segno d’ amore, passione e devozione, antica tradizione in onore del patrono della nostra città.
Quando giunge questa data celebrativa, che però è prima di tutto festa nazionale,  non posso non pensare al Nonno, alle sue sofferte scelte e alle lunghe chiacchierate con mio Padre quando mi insegnava, fuori dal coro, che “un popolo non diventa libero per decreto o per vittoria altrui, ma quando sente la libertà come una propria necessità” e ancora che “se l’Italia non manca di momenti eroici, manca di continuità morale”.La libertà non può essere ridotta soltanto a un evento storico da celebrare -la liberazione appunto- , essendo una conquista interiore e collettiva che richiede consapevolezza, responsabilità e durata nel tempo.

La Libertà, proprio come sosteneva il Nonno con il suo Repubblicanesimo Sociale, è prima di tutto figlia della Giustizia Sociale e la portata di verità di tale postulato è anche più evidente oggi, nel convulso tempo della nostra contemporaneità scompaginata che declina inesorabilmente verso immani tragedie in un mondo che mi pare sempre più ingiusto, avido e conflittuale.

Se il 25 aprile con la Festa della Liberazione è uno dei momenti più significativi della storia contemporanea italiana celebrando la fine dell’occupazione nazifascista, la caduta del regime, rimane tuttavia una ricorrenza che, a distanza di decenni, continua a suscitare sentimenti contrapposti sul significato stesso di “Liberazione” e “Libertà”.

Liberazione e libertà non sono sinonimi.
La liberazione è un evento, un passaggio storico: indica la rimozione di un’oppressione, che, nel nostro caso è avvenuto grazie a un intervento esterno in una combinazione di forze interne ed esterne.
La libertà, invece, è una condizione più ampia e complessa: è la capacità di autodeterminarsi, di costruire istituzioni, valori e responsabilità condivise.

La liberazione del 1945 fu il risultato dell’avanzata degli Alleati e della Resistenza, un fenomeno che ha più anime e su cui è bene soffermarsi.
Non vi fu solo la componente civile e popolare partigiana nelle sue diverse colorazioni – peraltro andò partigiano, anche mio Zio Guido, fratello del Nonno Mario, comandando l’Insurrezione a Mestre – ma parteciparono alla Resistenza, e ne parlavo qualche giorno fa con il Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli,  pure i soldati sopravvissuti all’8 settembre, fedeli ai valori e alle istanze libertarie cui si aggiunse la componente militare e istituzionale rappresentata dal Corpo Italiano di Liberazione (poi evolutasi nei Gruppi di Combattimento).  Infine, vi fu una componente silenziosa, in parte ancora negletta, cioè quei seicentocinquantamila internati militari italiani che, incarcerati in Germania e in Polonia, dopo l’8 settembre rifiutarono, per la gran parte, la libertà loro concessa se avessero aderito alla RSI.
 
C’è perciò differenza tra essere liberati e liberarsi.
Nel primo caso, la libertà appare come qualcosa di “concesso”, fonte di obblighi e obbligazioni che ne limitano la portata; nel secondo, come una conquista pienamente consapevole e collettiva, totale e totalizzante.
La Resistenza, che pur da sola non sarebbe stata in grado di conquistare la Libertà, ha permesso di dare alla Liberazione il carattere anche di una conquista in proprio che, come scriveva Hannah Arendt a proposito di libertà, “non è semplicemente l’assenza di oppressione, ma la partecipazione attiva (alla vita pubblica).”

La Resistenza fu quindi un fenomeno complesso e plurale, attraversato da diverse ideologie e visioni politiche. Tuttavia, nel racconto pubblico, essa è stata spesso interpretata attraverso una lente prevalentemente ideologica, che ha finito per enfatizzare solo alcune componenti a discapito di altre.
La verità è che vi fu un popolo che si spese spesso anche con azioni silenziose per sostenere lo sforzo di libertà della Nazione: chi protesse i più deboli, chi coadiuvò lo sforzo bellico, chi rifiutò di collaborare con gli occupanti e i loro fiancheggiatori fascisti.
A distanza di 80 anni però si fatica ancora a metabolizzare quello che fu un dramma collettivo, il Fascismo. Si fatica a comprendere che vi fu chi era in buona fede anche se stava dalla parte sbagliata e che fino a poco prima era considerata quella giusta da un popolo che, si era smarrito, era uscito sconfitto e umiliato dal secondo conflitto mondiale, precipitando in una tremenda e cruenta guerra civile i cui echi e spettri non paiono talora ancora sedati.
Questo ha contribuito a una memoria non sempre condivisa e si stenta a raccontare la Resistenza come un fenomeno nazionale composito e unitario tra civili e militari, popolo e istituzioni.
Spero che un giorno si possa riuscire a vivere il 25 aprile come un simbolo fondativo per tutti nella ritrovata libertà ponendo fine a divisioni che non leniscono le sofferenze che furono di tutti.

Norberto Bobbio osservava: “La democrazia vive di dissenso, ma ha bisogno di memoria comune.”

Perché resta una festa divisiva? Le ragioni sono molteplici.
Il 25 Aprile è espressione di memoria selettiva ad excludendum intrisa di eredità ideologiche che la Guerra Fredda e le contrapposizioni politiche del dopoguerra hanno acuito lasciando tracce profonde nella lettura della Resistenza in una realtà come l’Italia dove è ancora fragile l’identità nazionale. L’Italia, storicamente, ha avuto difficoltà a costruire una narrazione compartecipata dei propri momenti fondativi.

Come ricordava Indro Montanelli: “Gli italiani non hanno fatto i conti con la propria storia: l’hanno archiviata, non compresa.”

Serve allora andare verso una memoria meno retorica e meno selettiva.
Riconoscere che liberazione e libertà non coincidono non significa sminuire il valore del 25 aprile, piuttosto approfondirlo.
Significa interrogarsi su cosa sia davvero la libertà oggi: non solo un’eredità del passato, ma una responsabilità presente.

Il 25 aprile dovrebbe essere non solo il ricordo di una liberazione foriera di libertà, ma un’occasione per discutere, in modo plurale, di cosa significhi essere liberi davvero.
In fondo, come scriveva Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu

giovedì 2 aprile 2026

Ritrovare i sentieri perduti del mondo, riunire ciò che è sparso. Articolo di Paola Bergamo e Luca Bagatin

 

Di fronte alla destabilizzazione globale, alla quale ha ampiamente contribuito Donald Trump, nel solco dei suoi predecessori, ma in modo ancora più smaccatamente evidente e invasivo, oggi accade pure che quest'ultimo minacci l’uscita degli USA dalla NATO, colpevolizzando i Paesi europei di non assecondarlo nella sua “crociata” contro l’Iran.

Un ennesimo colpo di teatro, perché Trump sa perfettamente di non poter certo decidere da solo di uscire dall’Alleanza Atlantica, visto che ci vuole la maggioranza di 2/3 del Congresso degli Stati Uniti.
Ma l’atteggiamento del Presidente Trump è due volte paradossale, perché la guerra in Iran è di fatto illegale, nasce come “preemptive strike”, manca del coinvolgimento delle Nazioni Unite imposto dalla Carta dell’ONU e, in fondo, non si vede perché i Paesi membri della NATO dovrebbero farsi coinvolgere, posto che l’Alleanza è nata con natura difensiva.

E’ proprio questa fondamentale caratteristica ad aver permesso che l’Italia, nel 1949, potesse aderire in perfetta coerenza e conformità, all’Art. 11 della nostra Costituzione, che mette un punto fermo tra i Principi Fondamentali: noi si “ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Trump cerca di coinvolgere gli alleati nella sua battaglia per mantenere un unipolarismo “manu militari”, al fine di ostacolare e impedire il transito verso il multipolarismo che vedrebbe prevalere la visione del “Land Power” sul “Sea Power”.

L’attacco all’Iran non risponde semplicemente al desiderio statunitense di supportare e sostenere Israele. Forse addirittura il regime statunitense sta sfruttando la questione di Israele per attaccare un perno fondamentale per il ricompattamento euroasiatico, qual è l’Iran e in funzione proprio anti-cinese.

E’ tale tesi che induce a riflettere che l’Iran non sarà mai abbandonato al proprio destino e che la guerra scatenata congiuntamente da USA e Israele, non solo ha messo ko il mercato globale, ma potrebbe scatenare, in ipotesi di escalation, un conflitto di dimensioni mondiali.

Detto questo, se Trump trasformasse la minaccia di uscirsene dalla NATO in fatto compiuto, probabilmente potrebbe anche rendere i Paesi membri più indipendenti da una entità, gli USA, che ha sempre più spesso operato per la destabilizzazione e divisione – nel solco del “Divide et Impera” – piuttosto che per la concordia e la cooperazione.

Concordia e cooperazione, in questi anni, è stata invece invocata, praticata e promossa dalla Repubblica Popolare Cinese, all'avanguardia in moltissimi settori economici e strategici e che si appresta a diventare la prima potenza mondiale.

La Cina sta offrendo un modello su cui riflettere: si può diventare grandi e prosperare, sia individualmente che collettivamente, attraverso la cooperazione, la logica “win-win”, ovvero attraverso il mutuo vantaggio, con pragmatismo, non ingerenza e non uso della forza.

E, del resto, il Presidente Xi Jinping non solo più volte ha richiamato il principio di “Armonia” di confuciana memoria come pilastro della politica interna al proprio Paese, ma anche come fondamento della diplomazia cinese in contrapposizione al sistema colonialista, egemonico, prevaricatore e d’interferenza dell’Occidente nelle relazioni internazionali.

Nel 2023, a San Francisco, nel suo vertice negli States con l’allora Presidente Joe Biden, il Presidente cinese sottolineava che “Planet Earth is big enought for the two countries to succeed!”, sancendo cioè il rifiuto del gioco a somma zero; la propensione a una coesistenza pacifica; la tensione a garantire la stabilità globale; la consapevolezza che nel mondo siamo interconnessi e interdipendenti.

Dunque, se ci si chiedesse che cosa hanno in comune l’Iran e il Venezuela, è più che evidente che si tratti del petrolio. Di qui la decisione di prendersi, con l’uso della forza, materie prime che servono al mondo.

Ma non solo.

Colpire il Venezuela socialista, significa anche colpire Cuba socialista, in modo da soffocarla ulteriormente, impedendole l'approvvigionamento di petrolio venezuelano. E, quindi destabilizzare anche il socialismo cubano e via via quello latinoamericano, che ha fatto dell'autogestione, della cooperazione e della democrazia diretta, dagli Anni '90 ad oggi, un modello alternativo a quello predatorio degli USA e di un Occidente sconsiderato, liberal turbo-capitalista e pseudo-democratico.

Quanto all'Iran, tanto quanto il Venezuela, è Paese partner e amico della Repubblica Popolare Cinese e non dimentichiamoci che è Paese BRICS dal 2024. Colpirlo significa voler destabilizzare i BRICS e tentare di destabilizzare la Repubblica Popolare Cinese, che ha un sistema alternativo a quello statunitense. Un sistema socialista di mercato, pragmatico e volto tanto alla realizzazione della persona, quanto allo sviluppo della comunità nel suo insieme.

Profondamente alternativo e diverso rispetto a quello di un Occidente a guida anglofona, sia esso a guida britannica (come avveniva ai tempi della potenza coloniale della Gran Bretagna) o statunitense. Realtà che hanno fatto della prevaricazione sugli altri popoli, del suprematismo e dell'esportazione dei propri sistemi politico-economici, la loro bandiera, facendola diventare anche la nostra e facendoci credere che quella fosse la “bandiera della libertà”.

Di quale “libertà”?

Non certo quella fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Ovvero di quella propugnata dall'Illuminismo francese; dalla Repubblica Romana mazziniana e garibaldina del 1849; dalla Comune di Parigi del 1871, primo governo socialista al mondo; dalla Carta del Carnaro di Alceste De Ambris e promulgata da Gabriele d’Annunzio del 1920 o della Repubblica di Montebelluna del 1919/1921, fondata da Mario, Guido e dal padre Luigi Bergamo, ma potremmo dire anche della Rivoluzione russa del 1905 e per molti versi di quella del 1917, con particolare riferimento all'esperienza della Comune di Kronstadt, quando ancora si difendevano i Soviet originari, ovvero i Consigli degli operai e dei contadini, lontani da ogni autoritarismo e burocratismo, solo per citare alcuni dei fenomeni libertari della Storia europea.

La “bandiera della libertà” a guida statunitense appare piuttosto quella di reprimere le peculiarità dei popoli. Quella di uccidere le differenze, di omologare a un pensiero unico privato di ogni identità originaria.

Una “libertà” fondata sul glamour, sulla sessualizzazione (che non è certo l'erotismo decantato da D'Annunzio!), persino dei minori. Sulla prevaricazione/abuso dei più deboli.

Una “libertà” appannaggio dei più ricchi, dei più furbi, dei più spregiudicati.

Una “libertà” che ignora il principio di uguaglianza.

Una “libertà” che porta dritta ai Peter Thiel di turno, che promuovono un uso completamente distorto e oligarchico/monopolista della tecnologia e che potremmo dire corporativo, nel senso di fondato sulle Corporation, che è il sistema oligarchico sul quale gli USA si reggono.

Una “libertà” e una tecnologia, nella fattispecie, che sfugga a ogni controllo pubblico, ovvero della comunità, ma sia di esclusiva proprietà di pochi “eletti”, capaci di plasmare il destino di una umanità alla quale non sarà permessa alcuna voce in capitolo. Il tutto, ovviamente, sfidando ogni regola naturale. Ecco, dunque, manifestata, la famosa religione dei transumanisti, dove “Technè” viene elevata a nuova “dea” e le masse sono considerate un insieme di gente inutile.

In tutto ciò, costoro, novelli oscurantisti ma, sarebbe preferibile chiamarli “Oscuri”, ritirano fuori la figura biblica dell'Anticristo che, nella loro visione, sarebbe chiunque promuova un ordine mondiale fondato su pace, sicurezza, stabilità, controllo pubblico e quindi consapevole delle tecnologie.

Chiunque, insomma, controlli l’indole dietro la tecnologia fonte della loro ricchezza e ponga fine alla loro “libertà”, quella di distruggere la Natura e di plasmare l'essere umano a loro immagine e somiglianza.

In tutto ciò, se dalla NATO gli USA dovessero andarsene davvero, sarebbe il momento di aprire l'Alleanza a altri player, magari proprio a Cina e Russia e ciò andrebbe visto non come una provocazione, ma come aspetto pragmatico, volto a un mondo sempre più multipolare, fondato su cooperazione e stabilità, trasformando la NATO in qualcosa di molto diverso e molto più potente come avrebbe potuto essere fin dal 1994, quando la Russia aveva già aderito al PfP, Partnership For Peace della NATO, anticamera per una successiva adesione all’Alleanza, che invece subì una voluta battuta d’arresto per parte statunitense, step by step, costruendo un sistema espansivo ad est percepito dai russi una minaccia esistenziale.

Una nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea, anche considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo l'Islam radicale.

Cosa che non si può dire degli USA, che spesso lo hanno fomentato e sostenuto. Afghanistan, Libia, Siria, “Primavere” Arabe restano lì come memento e ci si augura monito!

Paola Bergamo e Luca Bagatin

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martedì 24 marzo 2026

Gli orizzonti del mondo. Articolo di Paola Bergamo

Ci sono più modi per analizzare i conflitti del mondo: la cosa che li accomuna tutti è che ciascun contendente ritiene di giocare la partita della propria sopravvivenza.
La battaglia in atto non è più solo quella tra talassocrazie e tellurocrazie (secondo le celebri teorie del Rimland di Spykman e dell’Heartland di Mackinder) ma è lotta di civiltà e allora ecco che cambiano gli orizzonti del mondo!

Alcuni attori se ne sono resi conto e si ergono ad artefici del cambiamento epocale, anche attraverso l’intransigenza dei loro “no”.

Penso al Presidente Putin, forse finalmente compreso dal Presidente Trump, come è apparso ad Anchorage, ma anche alla ponderata prudenza con cui si muove, sullo scacchiere mondiale, il Presidente Xi Jinping.

Altri, invece, europei compresi, faticano a cogliere i cambi di paradigma restando ancorati a un mondo che è passato.

È piuttosto interessante che Sir Halford Mackinder, l’inventore dell’Heartland, “fortezza naturale della Terra”, fondatore della geopolitica, abbia formulato la sua teoria proprio dopo essere stato Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina, che, assieme a Polonia e ai Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire2 di Inghilterra e Francia, all’epoca alleate.

Allora si comprendono meglio certe aspirazioni dei così detti “Volenterosi” della nostra contemporaneità, quasi una replica storica, simile ma mai uguale a sé stessa, come sosterrebbe Parmenide col suo realismo metafisico.

Ebbene, potrei spingermi a sostenere che vi è un qualcosa di metafisico anche nell’Heartland Theory, disvelandosi non un semplice elemento nell’ampia scacchiera internazionale, bensì un cuore pulsante con funzione quasi di “Catechon” geopolitico, come ha intuito il Professor Lorenzo Maria Pacini, filosofo, sociologo esperto di cratesiologia, bioetica e geopolitica, guardando in ispecie al pensiero di Aleksandr Gel’evič Dugin a proposito di Heartland.

Premesso che la Russia è sempre stata oggetto di conquista da parte delle potenze colonialiste anche per l’appetibilità delle enormi quantità di ricchezze nel suo sottosuolo, ecco che accerchiarla, isolarla, frammentarla, indebolirla è sempre stato l’obiettivo delle Potenze del Mare (Sea Power) per garantire a sé stesse l’egemonia nella politica mondiale.

La complessa, tortuosa e conflittuale transizione in atto da un mondo unipolare, cioè egemonizzato soprattutto da un’unica potenza verso un mondo multipolare, ci obbliga a riflettere sugli orizzonti del mondo.

La geopolitica si occupa dei fattori geografici che condizionano le interazioni tra i diversi player dello scacchiere mondiale e la loro azione politica.

Chi si occupa di geopolitica, di solito, riesce a svolgere una certa attività predittiva, riuscendo a leggere in anticipo gli eventi, forte delle tracce inscritte nella storia, fondendoli con gli elementi nuovi che emergono magmaticamente, come, per esempio, le nuove forme di sovranità.

Mi riferisco a quel sistema di sovranità identitaria fatta di cultura, cioè lingua, tradizione, religioni e valori che oggi esprimono un senso di rifiuto verso la visione occidentale imposta come preminente, puntando, invece, su una qualità civilizzazionale per cui ogni civiltà ha il diritto di essere quello che è e di seguire un proprio percorso storico.

Se nel passato il Sea Power, fosse Inghilterra o fosse America, ha prevalso e, per quello che concerne noi europei relegati in una sorta di terra di mezzo, è riuscito a bloccare il potere dell’Heartland attraverso il contenimento della Russia, oggi questo non è più possibile in un mondo in viaggio verso la multipolarità.

Ma è altrettanto vero che, se di multipolarità si tratta, la Russia, a sua volta, non può più essere considerato l’unico Heartland della terra.

Aleksander Dugin, non a caso, ha parlato di “Heartland distribuito”. Non più, quindi, un’unica area pivot, ma più perni: quello russo, quello europeo, quello cinese, quello islamico, quello sudamericano, quello africano e, infine, quello americano.

L’Heartland distribuito è quindi una rete di poli che sfidano l’egemonia occidentale secondo una geopolitica che promuove il multipolarismo culturale e politico, non solo territoriale.
La costruzione di una realtà mondiale multipolare richiede, quindi, nuove tabelle di marcia.

La multipolarità è, ad un tempo, strategia e progetto per il futuro, orientata a costruire qualcosa di completamente nuovo, multidimensionale, a geometrie variabili ed eterogenee, dove entrano in relazione e si sovrappongono tra loro matrici identificative diverse: non più solo popoli e nazioni, siamo ben oltre il secondo e terzo nomos della terra, per dirla alla Carl Smith.

La multipolarità sostituisce presente e passato, è un “quarto nomos”, come “quarta” è la Via di Dugin, dove le grandi narrazioni non reggono più nell’epoca della post-modernità. Si affermano le identità locali, muta lo stesso concetto di “limes”.

A ogni società, nel contesto multipolare, si deve quindi riconoscere il diritto inalienabile di essere ciò che vuole anche se a noi occidentali ciò infastidisse o addirittura inorridisse.
Se la cartografia non deve quindi più scoprire nulla del nostro pianeta, vi è un nuovo spazio inesplorato, la Multipolarità, in cui agiscono non più solo gli attori di sempre ma anche nuove entità non statali.

Se il mio punto d’osservazione resta quello di una europea italiana, quello che accade sta comunque sconvolgendo tutto il mondo: lo scopo della mia analisi è, quindi, di intrecciare  l’Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin, partendo dall’assunto che le cose in atto originano da un crocevia storico ma necessitano di una comprensione etno-sociologica che riguarda i popoli, le loro volontà, i loro obiettivi.

Nella multipolarità vi è una multidimensionalità, eppure taluni ripropongono il tentativo anacronistico di perpetrare ancora un Sea Power con lo scopo di circondare un Heartland non più contenibile se, per l’appunto, ora è “distribuito”, come sostiene Dugin.

La comparazione del Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin diventa perciò utile strumento interpretativo nel contesto del riordino mondiale multipolare per comprendere tra fatto geografico e aspetto ideologico, le guerre in corso, in special modo con riguardo al conflitto in Ucraina e Medio Oriente.

Se per Mackinder, la potenza mondiale dipende dal controllo dell’Heartland, il cuore dell’Eurafrasia (Eurasia + Africa), enorme spazio continentale incredibilmente ricco di risorse naturali e strategicamente protetto dalle coste, e la geopolitica è, quindi, analisi strategica volta a cogliere il conflitto tra poteri terrestri (land power) e poteri marittimi (sea power), Dugin va oltre e sostiene, ideologicamente, che la geopolitica non è solo scontro di poteri ma conflitto di civiltà e modelli esistenziali.

La sua visione è evidente che sia fortemente influenzata dal Tradizionalismo Spirituale (Heidegger, Evola, Guénon), con una profonda critica all’Occidente liberale e un rifiuto radicale dell’universalismo.

Dugin sostiene che il mondo contemporaneo stia passando da un ordine unipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente liberale, a un ordine multipolare in cui diverse civiltà (e non solo gli Stati) costituiscono poli autonomi e pretendono pari dignità e giustizia.

Questa visione si radica nell’eurasianismo e nella critica al liberalismo come ideologia totalitaria globale.

Tuttavia, per Dugin, la multipolarità non è semplicemente equilibrio di poteri tra Hertland distribuiti, cioè tra superpotenze in competizione tra loro, ma è una controstoria rispetto alla civiltà occidentale: ogni civiltà deve quindi poter mantenere la propria identità culturale e modelli politici propri.

Il fondamento ideologico sta nel suo libro “The Fourth Political Theory”, dove propone il superamento delle tre grandi correnti della modernità: Liberalismo, Comunismo e Fascismo che hanno dominato (e spesso fallito) nel regolare i conflitti e creare stabilità duratura.

La quarta teoria politica cerca di risignificare il soggetto politico attorno all’esistenza collettiva (Dasein, cioè l’esserci heideggeriano collettivizzato, però, da Dugin) e alla sovranità culturale.

In questa prospettiva, lo Stato – nazione e la civiltà diventano soggetti storici autonomi: ogni cultura ha il diritto di decidere il proprio destino politico, lontano dall’universalismo occidentale e dall’egemonia globale.

Alla luce di quanto detto, la Multipolarità per non essere conflittuale, pur nella competitività di ciascun contendente sullo scacchiere mondiale, necessita di accettazione e cooperazione. Là dove non c’è cooperazione e accettazione c’è guerra e il conflitto in Ucraina è “guerra multipolare”. Mosca non combatte solo contro Kiev ma contro il sistema egemonico occidentale per il riconoscimento di un ordine internazionale non unipolare.

Se dal punto di vista di Mackinder, il conflitto è interpretabile come scontro per il controllo geopolitico dell’Eurasia e l’Ucraina, posta al confine tra l’Heartland e la “periferia” europea, diventa il teatro di una lotta simbolica e materiale tra pretendenti alla leadership continentale, nel linguaggio di Dugin, l’Ucraina è molto più di un oggetto geografico: è teatro di un conflitto di civilizzazione contro il dominio liberale-atlantico, e la Russia è vista come difensore di modelli culturali alternativi.

La retorica ufficiale russa è intrisa delle idee di Dugin, filosofo e stratega che ispira e nel contempo interpreta lo spirito politico russo, come un “termometro ideologico” delle élite russe. Ma anche le tensioni e le guerre in Medio Oriente possono essere lette attraverso queste lenti.

Se secondo l’approccio geopolitico classico, il controllo delle vie energetiche, il posizionamento di alleanze e basi militari e la competizione tra potenze marittime e terrestri sono parte di una storia strategica coerente con Mackinder, Spykman e i loro successori, per Dugin e la sua “Quarta Teoria Politica”, le battaglie in Medio Oriente rappresentano la resistenza a modelli di ordine internazionale imposti dall’esterno – siano essi occidentalisti o qualsiasi altro universalismo – e l’affermazione del diritto civile e identitario delle culture locali.

In questa cornice, Stati come Iran o poteri regionali vengono spesso interpretati come poli di contro-egemonia nel mondo multipolare, non semplici pedine. Ed è sull’onda di questa riflessione che appare chiaro che l’Iran non sarà lasciato solo dalla Russia.

L’integrazione tra l’Heartland di Mackinder e quello “distribuito” di Dugin porta quindi a una visione duale: Mackinder offre un quadro analitico e geopolitico, centrato sul territorio, sulle risorse e sugli equilibri di potenza (mare contro terra).

Dugin propone una narrazione incentrata sul conflitto tra civiltà, dove la multipolarità è non solo spaziale ma culturale per una nuova ontologia politica con culture diverse che non devono lasciarsi schiacciare dal progetto unipolare occidentale ma poter vivere in un ordine globale che riconosca la pluralità dei mondi, o meglio dei tanti “orizzonti” del mondo.

Non più solo conflitti per il controllo geopolitico della terra (e delle sue risorse) ma lotta per permettere la convivenza di modelli multipolari, poliedrici in difesa delle differenze culturali in quella che possiamo definire “sovranità delle civiltà”.

Paola Bergamo 

Paola Bergamo è imprenditrice di formazione classico giuridica, scrittrice e opinionista, si occupa di cultura e politica. Presidente del Centro Studi MB2, Animatore perpetuo del Circolo Culturale La Caduta, è Presidente del Premio Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro. 

mercoledì 11 marzo 2026

Ricostruire i fondamenti della democrazia recuperando gli ideali repubblicani e socialisti di Mazzini e Garibaldi. Articolo di Luca Bagatin

 

Da molti anni mi chiedo il perché esistano ancora partitini di area laico-socialista-repubblicana, ma tali solo di nome e per nulla di fatto, che sostengono politiche e politici di stampo liberal capitalista, guerrafondaio, irresponsabile e di destra, più o meno estrema.

Destra più o meno estrema che, nei fatti, ha preso il sopravvento pressoché in tutto l'arco parlamentare, dopo il 1993, anche quando finge di chiamarsi “sinistra”, ma, nei fatti, porta avanti agende di deregolamentazione o soppressione dei diritti sociali, della rappresentanza democratica e sostiene realtà e politiche belliciste e che sopprimono la volontà dei popoli non occidentali e/o non liberal capitalisti, ad autodeterminarsi.

Me lo chiedo sia da ex militante politico dell'area laico-socialista-repubblicana, sia da studioso che si rifà proprio alla storia e alla cultura politica del PRI e del PSDI (fino agli Anni '60) e del PSI (a partire dal 1976).

Ovvero da persona che, aldilà delle sigle politiche e dei feticismi/fanatismi ideologici, ha da sempre un programma chiaro, che si sostanzia in: giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica; democrazia il più possibile partecipativa; economia il più possibile socializzata e partecipativa, ove i lavoratori sono produttori e proprietari del loro lavoro e non dei salariati sfruttati dal capitale; società ordinata e moralizzata; cooperazione e sviluppo internazionale.

Un programma un tempo portato avanti da politici troppo spesso volutamente dimenticati o oscurati, oppure ingiustamente infangati, ma i cui nomi vorrei, qui come altrove, riportare. Proprio affinché siano ricordati, almeno da chi leggerà questo articolo.

Mario e Guido Bergamo; Alceste De Ambris; Gabriele d'Annunzio; Alfredo Bottai; Giulio Andrea Belloni; Randolfo Pacciardi; Roberto Tremelloni; Bettino Craxi.

Senza dimenticare due dei loro (e dei nostri) più celebri ispiratori: Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi.

La politica e la Storia non si fanno né con i se, né con i ma, purtuttavia dalla Storia si dovrebbe imparare.

Di questo, ovvero di Storia e di cultura politica, in sostanza, ho preferito, negli anni, occuparmi, evitando di interessarmi sia di politica nazionale, che di beghe fra i politicanti italiani attuali, che, a mio avviso, lasciano il tempo che trovano e lo vediamo anche nella gestione dell'ultima crisi internazionale, che viene trattata con il solito servilismo nei confronti di Washington e con una superficialità e una ipocrisia totalmente inappropriate.

E ciò non solo dal governo, ma anche dalle sedicenti opposizioni, anche quelle come i Cinque Stelle che sembrano talvolta parlare bene, ma, una volta andate al governo, fanno l'esatto opposto di ciò che vanno affermando.

Ho preferito e preferisco occuparmi di politica estera, in particolare di realtà che hanno molto in comune con la cultura laico-socialista-repubblicana. Consapevolmente o meno.

Chi legge i miei articoli o ha letto i miei saggi lo può ben comprendere.

Interessante è la politica del Brasile di Lula, ad esempio. Quella cubana e socialista venezuelana (che hanno aspetti anche di democrazia partecipativa). Quella del socialismo con caratteristiche cinesi, che non è altro che economia socialista di mercato, ovvero quel socialismo adatto ai tempi promosso dai partiti laici della Prima Repubblica di area laico-socialista, almeno fino agli Anni '70/'80.

Ma, per comprenderlo occorre studiare, approfondire, andare oltre il paraocchi dell'ideologia.

Dice bene, poi, il mio caro amico Giorgio Pizzol, ex Senatore socialista, quando punta il dito contro le leggi elettorali italiane dal 1993 ad oggi, spiegando come queste violino la Costituzione e in merito vorrei rimandare al suo intervento riportato a questo link: https://ilparlamento.eu/legge-elettorale-lopinione-di-giorgio-pizzol/

Per non parlare delle violazioni della Costituzione per ciò che attiene l'Art. 11, il quale recita che l'Italia ripudia la guerra e quindi dovrebbe chiamarsi fuori da ogni conflitto che non la veda direttamente attaccata.

Cosa ci facevamo noi nell'ex Jugoslavia; Libia, Afghanistan e via discorrendo? Perché inviamo, da qualche anno, armi a Paesi né UE, né NATO? Perché sanzioniamo Paesi, spesso a nostro discapito economico, anziché cooperare con loro?

Difronte a ciò, che fare?

Quando i politicanti della cosiddetta Seconda Repubblica, sorta da un golpe che ha distrutto i partiti democratici di governo e cavalcata da poteri forti nazionali e internazionali; post-comunisti approdati al capitalismo assoluto; post-fascisti; leghisti; liberisti; comici; banchieri... hanno svuotato il Paese di ogni possibile contenuto attinente alla giustizia sociale; sovranità nazionale; indipendenza economica, cosa altro puoi fare, se non chiamarti fuori dal circo e, per quel che ti compete, cercare di denunciarlo?

E soprattutto spiegare ai più giovani o a chi ha la pazienza di ascoltare, come sono e come vanno le cose.

Del resto non è solo fenomeno italiano, ma europeo, visto che in tutta UE è stata distrutta la giustizia sociale, la sovranità nazionale e l'indipendenza economica, per fare spazio a banchieri centrali e commissari irresponsabili e bellicisti, che o sono al servizio di Washington, oppure non sanno che pesci prendere.

Gli spazi di libertà, partecipazione e democrazia si riducono sempre più. Le opposte tifoserie (spesso strumentali e strumentalizzate) la fanno da padrone e così le censure (sempre più provenienti da cosiddetti “liberali” o “riformisti”, o sedicenti tali) nei confronti di chi la pensa o ragiona diversamente.

I più deboli vengono bombardati, abusati, vilipesi, mal curati o non curati.

La criminalità pullula nelle strade, ma per la politica nostrana la priorità sembra un referendum inutile e costoso, il cui esito non sposterà, per il cittadino medio, una sola virgola (e infatti avrebbe senso, come farò io stesso, astenersi).

C'è di che indignarsi. E non poco.

Pier Paolo Pasolini – cantore degli ultimi e di coloro i quali non sapevano di avere dei diritti - scrisse, nel 1960, frasi che potrebbero adattarsi anche all'oggi: “Noi abbiamo un potente mezzo di lotta: la forza della ragione, con la coerenza e la resistenza fisica e morale che essa dà. È con essa che dobbiamo lottare, senza perdere un colpo, senza desistere mai. I nostri avversari sono, criticamente e razionalmente, tanto deboli quanto sono poliziescamente forti: non potranno mentire in eterno. Dovranno pur rispondere, prima o poi alla ragione con la ragione, alle idee con le idee, al sentimento col sentimento. E allora taceranno: il loro castello di ricatti, di violenze e di menzogne crollerà...”.

Personalmente auspicherei la nascita, così come l'auspicavo quando ero più giovane, vent'anni fa, di una concentrazione socialista e repubblicana mazziniana, alleata unicamente ai cittadini e a nessuna altra forza politica. Che si ponga come primo compito quello di istruire i cittadini e di elevarli moralmente e politicamente. Non già di gettarsi nel fango delle elezioni (che premiano sempre e solo chi imbroglia meglio il prossimo e ha i mezzi economici per farlo), ma per ricostruire i fondamenti della democrazia, secondo gli insegnamenti di giustizia sociale; sovranità nazionale e indipendenza economica di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi.

Luca Bagatin

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