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| Paola Bergamo e il suo cagnolino Napoleone |
I
tronchi degli alberi mi apparivano colonne portanti di cattedrali
naturali. La quiete del bosco, tra il digradare delle sfumature dei
verdi e i colori brillanti dei fiori di montagna impollinati dalle
api, ci era sempre parso il luogo ideale per pensare, solleticati dai
profumi che esalavano dalle foglie in dissolvenza, in una miscellanea
di resina, muschi e licheni.
Lungo quei pendii, proprio un 25
aprile di tanti anni fa, mi raccontava una volta ancora del suo
esilio iniziato nel 1926. Mio Padre aveva solo quattro anni quando fu
catapultato a Parigi per raggiungere, con mia Nonna Ermelinda, sua
Madre, la Francia e riunirsi tutti a mio Nonno, Mario Bergamo, ultimo
Segretario Nazionale del PRI. Perseguitato politico, fu costretto a
espatriare per non venir ucciso dagli squadristi fascisti che ne
avevano decretato la soppressione quale avversario irriducibile della
dittatura.
Mario Bergamo, uomo tutto d’un pezzo, dedicò la vita
a difendere la libertà. Lottò per trasformare l’Italia monarchica
e dittatoriale in una repubblica democratica ma, quando questo
accadde, attraverso la Liberazione , decise di non farvi ritorno
addirittura scrivendo dei versi – era anche un poeta – che
indirizzò al primo Presidente della Repubblica Italiana, definendo
la nascente Repubblica, che pur aveva cercato e per la quale aveva
lottato, “concetta in dolore non nascerà al vituperio ...” e
poco oltre continuando “sottoscrivente pace oltraggiosa, peccato
mortale contro lo spirito …. sè danna e condanna figli dei figli
….”.
Il Nonno, quale Aventiniano, – già Deputato alla
Camera del Regno – aveva diritto alla sedia di Senatore che
tuttavia rifiutò preferendo trasformare il suo esilio, dapprima
necessario, in un esilio volontario che si protrasse fino al giorno
della sua morte nel 1963.
Una scelta dolorosa che per moltissimi
anni feci fatica a comprendere e sulla quale mi sono interrogata,
intrattenendomi a lungo sul tema con mio Padre, durante i nostri
dialoghi. Il Nonno era persuaso che la Repubblica che stava nascendo
non era quella che aveva sognato: la Nazione contraeva debiti che ai
suoi occhi equivalevano a una dannazione, condannando sé stessa, e
le generazioni future, per molto tempo a venire.
Il filosofo e politico Mario Bergamo, ultimo segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano (PRI) prima dello scioglimento imposto dal regime fascista nel 1926.
Per quelle
strane coincidenze che possono far pensare a sincronismi legati a
cose più grandi di noi, sono nata quando il Nonno si spegneva per un
aggressivo cancro al polmone di cui complici furono quei maledetti
pacchetti di Gauloises, d’un paradossale azzurro all’apparenza
innocente, il cui slogan, ironia della sorte, era “Liberté
Toujours”. Il Nonno fumava probabilmente esorcizzando così le
tante amarezze, le persecuzioni e le profonde delusioni, ignaro di
riempire i suoi polmoni di veleno.
Il 25 Aprile, per noi di
Venezia, coincide anche con il giorno di San Marco, rallegrando le
donne con quel bocciolo di rosa rossa donato in segno d’ amore,
passione e devozione, antica tradizione in onore del patrono della
nostra città.
Quando giunge questa data celebrativa, che però è
prima di tutto festa nazionale, non posso non pensare al Nonno,
alle sue sofferte scelte e alle lunghe chiacchierate con mio Padre
quando mi insegnava, fuori dal coro, che “un popolo non diventa
libero per decreto o per vittoria altrui, ma quando sente la libertà
come una propria necessità” e ancora che “se l’Italia non
manca di momenti eroici, manca di continuità morale”.La libertà
non può essere ridotta soltanto a un evento storico da celebrare -la
liberazione appunto- , essendo una conquista interiore e collettiva
che richiede consapevolezza, responsabilità e durata nel tempo.
La Libertà, proprio come sosteneva il Nonno con il suo Repubblicanesimo Sociale, è prima di tutto figlia della Giustizia Sociale e la portata di verità di tale postulato è anche più evidente oggi, nel convulso tempo della nostra contemporaneità scompaginata che declina inesorabilmente verso immani tragedie in un mondo che mi pare sempre più ingiusto, avido e conflittuale.
Se il 25 aprile con la Festa della Liberazione è uno dei momenti più significativi della storia contemporanea italiana celebrando la fine dell’occupazione nazifascista, la caduta del regime, rimane tuttavia una ricorrenza che, a distanza di decenni, continua a suscitare sentimenti contrapposti sul significato stesso di “Liberazione” e “Libertà”.
Liberazione e
libertà non sono sinonimi.
La liberazione è un evento, un
passaggio storico: indica la rimozione di un’oppressione, che, nel
nostro caso è avvenuto grazie a un intervento esterno in una
combinazione di forze interne ed esterne.
La libertà, invece, è
una condizione più ampia e complessa: è la capacità di
autodeterminarsi, di costruire istituzioni, valori e responsabilità
condivise.
La liberazione
del 1945 fu il risultato dell’avanzata degli Alleati e della
Resistenza, un fenomeno che ha più anime e su cui è bene
soffermarsi.
Non vi fu solo la componente civile e popolare
partigiana nelle sue diverse colorazioni – peraltro andò
partigiano, anche mio Zio Guido, fratello del Nonno Mario, comandando
l’Insurrezione a Mestre – ma parteciparono alla Resistenza, e ne
parlavo qualche giorno fa con il Generale di Corpo d’Armata Antonio
Bettelli, pure i soldati sopravvissuti all’8 settembre,
fedeli ai valori e alle istanze libertarie cui si aggiunse la
componente militare e istituzionale rappresentata dal Corpo Italiano
di Liberazione (poi evolutasi nei Gruppi di Combattimento).
Infine, vi fu una componente silenziosa, in parte ancora negletta,
cioè quei seicentocinquantamila internati militari italiani che,
incarcerati in Germania e in Polonia, dopo l’8 settembre
rifiutarono, per la gran parte, la libertà loro concessa se avessero
aderito alla RSI.
C’è perciò differenza tra essere
liberati e liberarsi.
Nel primo caso, la libertà appare come
qualcosa di “concesso”, fonte di obblighi e obbligazioni che ne
limitano la portata; nel secondo, come una conquista pienamente
consapevole e collettiva, totale e totalizzante.
La Resistenza,
che pur da sola non sarebbe stata in grado di conquistare la Libertà,
ha permesso di dare alla Liberazione il carattere anche di una
conquista in proprio che, come scriveva Hannah Arendt a proposito di
libertà, “non è semplicemente l’assenza di oppressione, ma la
partecipazione attiva (alla vita pubblica).”
La Resistenza
fu quindi un fenomeno complesso e plurale, attraversato da diverse
ideologie e visioni politiche. Tuttavia, nel racconto pubblico, essa
è stata spesso interpretata attraverso una lente prevalentemente
ideologica, che ha finito per enfatizzare solo alcune componenti a
discapito di altre.
La verità è che vi fu un popolo che si spese
spesso anche con azioni silenziose per sostenere lo sforzo di libertà
della Nazione: chi protesse i più deboli, chi coadiuvò lo sforzo
bellico, chi rifiutò di collaborare con gli occupanti e i loro
fiancheggiatori fascisti.
A distanza di 80 anni però si fatica
ancora a metabolizzare quello che fu un dramma collettivo, il
Fascismo. Si fatica a comprendere che vi fu chi era in buona fede
anche se stava dalla parte sbagliata e che fino a poco prima era
considerata quella giusta da un popolo che, si era smarrito, era
uscito sconfitto e umiliato dal secondo conflitto mondiale,
precipitando in una tremenda e cruenta guerra civile i cui echi e
spettri non paiono talora ancora sedati.
Questo ha contribuito a
una memoria non sempre condivisa e si stenta a raccontare la
Resistenza come un fenomeno nazionale composito e unitario tra civili
e militari, popolo e istituzioni.
Spero che un giorno si possa
riuscire a vivere il 25 aprile come un simbolo fondativo per tutti
nella ritrovata libertà ponendo fine a divisioni che non leniscono
le sofferenze che furono di tutti.
Norberto Bobbio osservava:
“La democrazia vive di dissenso, ma ha bisogno di memoria
comune.”
Perché resta una festa divisiva? Le ragioni sono
molteplici.
Il 25 Aprile è espressione di memoria selettiva ad
excludendum intrisa di eredità ideologiche che la Guerra Fredda e le
contrapposizioni politiche del dopoguerra hanno acuito lasciando
tracce profonde nella lettura della Resistenza in una realtà come
l’Italia dove è ancora fragile l’identità nazionale. L’Italia,
storicamente, ha avuto difficoltà a costruire una narrazione
compartecipata dei propri momenti fondativi.
Come ricordava
Indro Montanelli: “Gli italiani non hanno fatto i conti con la
propria storia: l’hanno archiviata, non compresa.”
Serve allora
andare verso una memoria meno retorica e meno selettiva.
Riconoscere
che liberazione e libertà non coincidono non significa sminuire il
valore del 25 aprile, piuttosto approfondirlo.
Significa
interrogarsi su cosa sia davvero la libertà oggi: non solo
un’eredità del passato, ma una responsabilità presente.
Il 25 aprile
dovrebbe essere non solo il ricordo di una liberazione foriera di
libertà, ma un’occasione per discutere, in modo plurale, di cosa
significhi essere liberi davvero.
In fondo, come scriveva Piero
Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto
vale quando comincia a mancare.”
Paola Bergamo

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