sabato 25 aprile 2026

Il 25 aprile con mio padre tra tradizione e libertà. Articolo di Paola Bergamo

Paola Bergamo e il suo cagnolino Napoleone

 
Con mio Padre, Giorgio Mario, mi piaceva passeggiare tra i sentieri dolomitici. Nel verde del sottobosco, tra l’intreccio di linfa e corteccia ancora umida per la pioggia, ci soffermavamo a riflettere sulla libertà.

I tronchi degli alberi mi apparivano colonne portanti di cattedrali naturali. La quiete del bosco, tra il digradare delle sfumature dei verdi e i colori brillanti dei fiori di montagna impollinati dalle api, ci era sempre parso il luogo ideale per pensare, solleticati dai profumi che esalavano dalle foglie in dissolvenza, in una miscellanea di resina, muschi e licheni.

Lungo quei pendii, proprio un 25 aprile di tanti anni fa, mi raccontava una volta ancora del suo esilio iniziato nel 1926. Mio Padre aveva solo quattro anni quando fu catapultato a Parigi per raggiungere, con mia Nonna Ermelinda, sua Madre, la Francia e riunirsi tutti a mio Nonno, Mario Bergamo, ultimo Segretario Nazionale del PRI. Perseguitato politico, fu costretto a espatriare per non venir ucciso dagli squadristi fascisti che ne avevano decretato la soppressione quale avversario irriducibile della dittatura.
Mario Bergamo, uomo tutto d’un pezzo, dedicò la vita a difendere la libertà. Lottò per trasformare l’Italia monarchica e dittatoriale in una repubblica democratica ma, quando questo accadde, attraverso la Liberazione , decise di non farvi ritorno addirittura scrivendo dei versi – era anche un poeta –  che indirizzò al primo Presidente della Repubblica Italiana, definendo la nascente Repubblica, che pur aveva cercato e per la quale aveva lottato, “concetta in dolore non nascerà al vituperio ...” e poco oltre continuando “sottoscrivente pace oltraggiosa, peccato mortale contro lo spirito …. sè danna e condanna figli dei figli ….”.
Il Nonno, quale Aventiniano, – già Deputato alla Camera del Regno – aveva diritto alla sedia di Senatore che tuttavia rifiutò preferendo trasformare il suo esilio, dapprima necessario, in un esilio volontario che si protrasse fino al giorno della sua morte nel 1963.
Una scelta dolorosa che per moltissimi anni feci fatica a comprendere e sulla quale mi sono interrogata, intrattenendomi a lungo sul tema con mio Padre, durante i nostri dialoghi. Il Nonno era persuaso che la Repubblica che stava nascendo non era quella che aveva sognato: la Nazione contraeva debiti che ai suoi occhi equivalevano a una dannazione, condannando sé stessa, e le generazioni future, per molto tempo a venire.

Il filosofo e politico Mario Bergamo, ultimo segretario nazionale del Partito Repubblicano Italiano (PRI) prima dello scioglimento imposto dal regime fascista nel 1926.

Per quelle strane coincidenze che possono far pensare a sincronismi legati a cose più grandi di noi, sono nata quando il Nonno si spegneva per un aggressivo cancro al polmone di cui complici furono quei maledetti pacchetti di Gauloises, d’un paradossale azzurro all’apparenza innocente, il cui slogan, ironia della sorte, era “Liberté Toujours”. Il Nonno fumava probabilmente esorcizzando così le tante amarezze, le persecuzioni e le profonde delusioni, ignaro di riempire i suoi polmoni di veleno.

Il 25 Aprile, per noi di Venezia, coincide anche con il giorno di San Marco, rallegrando le donne con quel bocciolo di rosa rossa donato in segno d’ amore, passione e devozione, antica tradizione in onore del patrono della nostra città.
Quando giunge questa data celebrativa, che però è prima di tutto festa nazionale,  non posso non pensare al Nonno, alle sue sofferte scelte e alle lunghe chiacchierate con mio Padre quando mi insegnava, fuori dal coro, che “un popolo non diventa libero per decreto o per vittoria altrui, ma quando sente la libertà come una propria necessità” e ancora che “se l’Italia non manca di momenti eroici, manca di continuità morale”.La libertà non può essere ridotta soltanto a un evento storico da celebrare -la liberazione appunto- , essendo una conquista interiore e collettiva che richiede consapevolezza, responsabilità e durata nel tempo.

La Libertà, proprio come sosteneva il Nonno con il suo Repubblicanesimo Sociale, è prima di tutto figlia della Giustizia Sociale e la portata di verità di tale postulato è anche più evidente oggi, nel convulso tempo della nostra contemporaneità scompaginata che declina inesorabilmente verso immani tragedie in un mondo che mi pare sempre più ingiusto, avido e conflittuale.

Se il 25 aprile con la Festa della Liberazione è uno dei momenti più significativi della storia contemporanea italiana celebrando la fine dell’occupazione nazifascista, la caduta del regime, rimane tuttavia una ricorrenza che, a distanza di decenni, continua a suscitare sentimenti contrapposti sul significato stesso di “Liberazione” e “Libertà”.

Liberazione e libertà non sono sinonimi.
La liberazione è un evento, un passaggio storico: indica la rimozione di un’oppressione, che, nel nostro caso è avvenuto grazie a un intervento esterno in una combinazione di forze interne ed esterne.
La libertà, invece, è una condizione più ampia e complessa: è la capacità di autodeterminarsi, di costruire istituzioni, valori e responsabilità condivise.

La liberazione del 1945 fu il risultato dell’avanzata degli Alleati e della Resistenza, un fenomeno che ha più anime e su cui è bene soffermarsi.
Non vi fu solo la componente civile e popolare partigiana nelle sue diverse colorazioni – peraltro andò partigiano, anche mio Zio Guido, fratello del Nonno Mario, comandando l’Insurrezione a Mestre – ma parteciparono alla Resistenza, e ne parlavo qualche giorno fa con il Generale di Corpo d’Armata Antonio Bettelli,  pure i soldati sopravvissuti all’8 settembre, fedeli ai valori e alle istanze libertarie cui si aggiunse la componente militare e istituzionale rappresentata dal Corpo Italiano di Liberazione (poi evolutasi nei Gruppi di Combattimento).  Infine, vi fu una componente silenziosa, in parte ancora negletta, cioè quei seicentocinquantamila internati militari italiani che, incarcerati in Germania e in Polonia, dopo l’8 settembre rifiutarono, per la gran parte, la libertà loro concessa se avessero aderito alla RSI.
 
C’è perciò differenza tra essere liberati e liberarsi.
Nel primo caso, la libertà appare come qualcosa di “concesso”, fonte di obblighi e obbligazioni che ne limitano la portata; nel secondo, come una conquista pienamente consapevole e collettiva, totale e totalizzante.
La Resistenza, che pur da sola non sarebbe stata in grado di conquistare la Libertà, ha permesso di dare alla Liberazione il carattere anche di una conquista in proprio che, come scriveva Hannah Arendt a proposito di libertà, “non è semplicemente l’assenza di oppressione, ma la partecipazione attiva (alla vita pubblica).”

La Resistenza fu quindi un fenomeno complesso e plurale, attraversato da diverse ideologie e visioni politiche. Tuttavia, nel racconto pubblico, essa è stata spesso interpretata attraverso una lente prevalentemente ideologica, che ha finito per enfatizzare solo alcune componenti a discapito di altre.
La verità è che vi fu un popolo che si spese spesso anche con azioni silenziose per sostenere lo sforzo di libertà della Nazione: chi protesse i più deboli, chi coadiuvò lo sforzo bellico, chi rifiutò di collaborare con gli occupanti e i loro fiancheggiatori fascisti.
A distanza di 80 anni però si fatica ancora a metabolizzare quello che fu un dramma collettivo, il Fascismo. Si fatica a comprendere che vi fu chi era in buona fede anche se stava dalla parte sbagliata e che fino a poco prima era considerata quella giusta da un popolo che, si era smarrito, era uscito sconfitto e umiliato dal secondo conflitto mondiale, precipitando in una tremenda e cruenta guerra civile i cui echi e spettri non paiono talora ancora sedati.
Questo ha contribuito a una memoria non sempre condivisa e si stenta a raccontare la Resistenza come un fenomeno nazionale composito e unitario tra civili e militari, popolo e istituzioni.
Spero che un giorno si possa riuscire a vivere il 25 aprile come un simbolo fondativo per tutti nella ritrovata libertà ponendo fine a divisioni che non leniscono le sofferenze che furono di tutti.

Norberto Bobbio osservava: “La democrazia vive di dissenso, ma ha bisogno di memoria comune.”

Perché resta una festa divisiva? Le ragioni sono molteplici.
Il 25 Aprile è espressione di memoria selettiva ad excludendum intrisa di eredità ideologiche che la Guerra Fredda e le contrapposizioni politiche del dopoguerra hanno acuito lasciando tracce profonde nella lettura della Resistenza in una realtà come l’Italia dove è ancora fragile l’identità nazionale. L’Italia, storicamente, ha avuto difficoltà a costruire una narrazione compartecipata dei propri momenti fondativi.

Come ricordava Indro Montanelli: “Gli italiani non hanno fatto i conti con la propria storia: l’hanno archiviata, non compresa.”

Serve allora andare verso una memoria meno retorica e meno selettiva.
Riconoscere che liberazione e libertà non coincidono non significa sminuire il valore del 25 aprile, piuttosto approfondirlo.
Significa interrogarsi su cosa sia davvero la libertà oggi: non solo un’eredità del passato, ma una responsabilità presente.

Il 25 aprile dovrebbe essere non solo il ricordo di una liberazione foriera di libertà, ma un’occasione per discutere, in modo plurale, di cosa significhi essere liberi davvero.
In fondo, come scriveva Piero Calamandrei: “La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare.”

Paola Bergamo

www.centrostudimb2.eu

Nessun commento:

Posta un commento