Signor Primo Ministro,
Le scrivo con gravità.
Questa gravità è intima. Sono ebreo. Sono legato all’esistenza dello Stato d’Israele, alla sua sicurezza e alla sua legittimità.
So cosa significa, nella storia, essere privati di una terra, di una protezione, del diritto stesso di esistere.
L’esistenza dello Stato d’Israele non è, per me, un dato astratto: è il compimento di una storia tragica e la condizione concreta di una sicurezza a lungo negata agli ebrei. Ha permesso di rompere con una vulnerabilità secolare. Ha reso possibile ciò che, per secoli, non lo è stato: non dipendere più dal buon volere, né unicamente dalla protezione degli altri, per sopravvivere.
Durante la Rivoluzione francese, Stanislas de Clermont-Tonnerre
affermava che bisognava «rifiutare tutto agli ebrei come nazione e
concedere tutto agli ebrei come individui». Questa frase riassume una
lunga storia: quella di un popolo al quale si riconoscevano talvolta dei
diritti, ma al quale si negava il diritto di esistere collettivamente.
E per molti, ancora oggi, questa idea sembra persistere — non più come
una dottrina esplicita, ma come un riflesso, un presupposto implicito
dei giudizi rivolti a Israele, anche da parte di coloro che non ne
conoscono né l’origine né l’autore.
Lo Stato d’Israele è nato anche da questa negazione. Ha posto fine ad essa.
Ma proprio per questo, Israele non può che essere uno Stato esemplare
nel suo rapporto con il diritto, con la vita umana e con la giustizia.
Nessuno contesta l’orrore del 7 ottobre 2023. Nessuno contesta il
diritto di Israele a difendersi, né a difendere il proprio diritto di
esistere come nazione. Ma ciò che è stato fatto da allora sotto la sua
autorità eccede questo diritto. A Gaza, la guerra è diventata
distruzione. Ha causato decine di migliaia di morti, ha devastato città,
ha distrutto le strutture essenziali alla sopravvivenza di una
popolazione civile. Ha imposto la fame, lo sfollamento, la paura
permanente.
Spingendo questa logica fino alle sue estreme conseguenze, le cose si
rovesciano contro l’obiettivo iniziale. Ciò che doveva proteggere
Israele lo espone. Ciò che doveva garantire la sua sicurezza ne
compromette la legittimità.
Una politica può essere militarmente potente e strategicamente distruttiva.
Questa deriva è anche politica.
Lei governa un Paese profondamente diviso, mentre è personalmente coinvolto in diversi procedimenti penali.
Si mantiene al potere in un momento in cui la fiducia si sgretola, in
cui la guerra sembra prolungare una necessità politica tanto quanto una
strategia militare, confondendo pericolosamente il confine tra
l’interesse di un uomo e quello di uno Stato.
Allo stesso tempo, il suo governo sostiene e promuove testi volti ad
estendere il ricorso alla pena di morte nei confronti dei palestinesi.
Un simile orientamento, fondato su una differenziazione di trattamento
in base all’origine o all’appartenenza, fa emergere l’idea di un diritto
d’eccezione.
Per chi conosce la storia, esso richiama quei dispositivi giuridici che
assegnavano agli ebrei uno status particolare, distinto, sempre a
scapito dei loro diritti.
Non è così che si difende uno Stato di diritto. È così che se ne alterano le fondamenta.
Mai, nella sua storia recente, Israele era stato così isolato. Sono
stati avviati procedimenti davanti alla Corte internazionale di
giustizia. È stato emesso un mandato di arresto dalla Corte penale
internazionale. Al di là dei dibattiti giuridici, un fatto resta:
l’immagine di Israele è colpita come non lo era mai stata.
Ed è qui che il pericolo diventa ancora più profondo.
Perché questo scivolamento non riguarda solo un governo. Agli occhi di
una parte crescente del mondo, è Israele nel suo insieme — e, per un
inquietante slittamento, gli ebrei stessi — ad essere ritenuti
responsabili.
Questa confusione è ingiusta. È pericolosa. Alimenta amalgami di cui la storia ha già mostrato le conseguenze più tragiche.
Il popolo ebraico, nel corso dei secoli, ha invece portato una tradizione intellettuale e morale di straordinaria ricchezza.
Ha contribuito in modo decisivo al pensiero, al diritto, alla scienza, alla medicina, alla filosofia, alla letteratura.
Da Baruch Spinoza a Albert Einstein, da Sigmund Freud a Hannah Arendt,
da Franz Kafka a Claude Lévi-Strauss, ha spesso opposto alla violenza
del mondo un’esigenza di lucidità, di giustizia e di dignità —
nonostante persecuzioni, espulsioni e massacri.
È proprio questa storia che rende oggi la situazione insostenibile.
Rifiuto che questa tradizione venga deformata.
Rifiuto che la memoria ebraica venga invocata per giustificare politiche
che espongono nuovamente gli ebrei del mondo alla confusione,
all’ostilità e all’odio.
Rifiuto che il nome di Israele sia associato all’idea che una democrazia
possa sopravvivere alla distruzione illimitata di un altro popolo senza
distruggere se stessa.
Non capisco più come Lei possa ancora governare. Non capisco più come
un leader così contestato, perseguito e isolato possa continuare a
impegnare il
destino di un Paese di cui compromette ogni giorno di più la credibilità, la sicurezza a lungo termine e l’onore.
Ci sono momenti in cui il potere non protegge più uno Stato, ma lo espone.
Ci sono momenti in cui restare diventa una colpa.
Ci sono momenti in cui andarsene diventa un’esigenza.
Questo momento è arrivato.
Se ne vada!
Dominique Intini
Dominique Intini, calsse 1958, è avvocato e vive a Parigi. Di origini ebraiche da parte di madre, Nevski Landau, scrive qui a titolo personale.

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