Ci sono libri che raccontano una dottrina e libri che cercano di restituirle un’anima.
Ritratti del Socialismo di Luca Bagatin, edito da Mario Pascale appartiene alla seconda categoria.
“Il suo approccio neutrale” – scrive Ananda Craxi, nella prefazione al testo, “ci regala una miccia per accendere il fuoco di una riflessione sana e necessaria verso il pensiero costruttivo”.
Non è una storia sistematica del socialismo, nè pretende di esserlo.
È
piuttosto una lunga traversata attraverso uomini, idee, rivoluzioni,
sconfitte, eresie e tentativi politici che l’autore riconduce a una
domanda ancora irrisolta: che cosa resta del socialismo quando il
socialismo cessa di essere soltanto un partito, un apparato o
un’ideologia?
La risposta di Bagatin è chiara fin dalle prime pagine: socialismo significa anzitutto giustizia sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica. Non una formula consegnata al Novecento, dunque, ma una tensione che si nutre del tempo e va al di là del tempo, permanendo come una bussola inossidabile verso l’emancipazione dell’uomo e delle comunità.
Forse questa è la chiave più interessante
dell’intero volume, tanto più pensando alla nostra contemporaneità dove
globalizzazione, tecno-turbo capitalismo, privatizzazioni sconsiderate,
hanno contribuito a mettere in ginocchio l’Italia complice una politica
che ha sacrificato il bene comune per garantirsi privilegi di casta.
Ma, le idee restano: si possono uccidere le persone o silenziarle – tante sono le “damnatio memoriae” ricordate nel libro e applicate sistematicamente a intelligenze politiche ritenute eretiche.
Però le idee immortali sopravvivono ai loro sicari.
Bagatin rompe una delle semplificazioni
più radicate nella cultura politica contemporanea: l’identificazione del
socialismo con il solo marxismo e, ancor più, con la storia dei partiti
novecenteschi.
Il suo socialismo è ampio, “inquieto” e attraversa
Mazzini e Garibaldi, Proudhon e Marx, Bakunin, i fratelli Rosselli,
Berneri, Craxi, il peronismo, Chávez, fino alle esperienze socialiste
extraeuropee, e quindi guarda alla Cina contemporanea che ci costringe a
fare i conti con noi stessi perché ci mette innanzi al fatto che non
esiste un solo modello possibile di modernizzazione e prosperità: quello
liberal-capitalista. Il “socialismo con caratteristiche cinesi”
– espressione che Bagatin mutua da Deng Xiaoping dimostra che è
possibile coniugare mercato, sviluppo economico, controllo politico,
giustizia sociale, apertura internazionale, difesa della sovranità
nazionale, cooperazione internazionale, non ingerenza e multilateralismo
nel multipolarismo.
Ne nasce una raccolta del pensiero sociale, una sorta di atlante delle sfumature e delle “eresie” socialiste.
Ed è precisamente qui che il libro diventa
anche più interessante, perché costringe il lettore ad abbandonare
categorie troppo comode.
Bagatin recupera figure dimenticate, oppure
imprigionate dalla storiografia dentro definizioni incapaci di
restituirne la complessità.
Nel suo racconto il socialismo non
coincide necessariamente con l’internazionalismo che dissolve la
nazione; al contrario, può incontrare il patriottismo. Non coincide con
lo statalismo; può incontrare l’autogestione e il cooperativismo. Non
coincide necessariamente con il materialismo; può incontrare una
concezione spirituale dell’uomo e della comunità.
Il libro incontra una figura per me inevitabilmente particolare: Mario Bergamo, mio Nonno.
Bagatin ha il merito di riportarlo dentro la storia delle correnti sociali e repubblicane del Novecento, ricordandone la battaglia antifascista, la corrente da lui fondata “Repubblica Sociale” che si imposenel Partito Repubblicano Italiano, il progetto di unificazione delle forze repubblicane e socialiste e soprattutto quella singolare elaborazione che Mario Bergamo chiamò Nazionalcomunismo.
Bagatin ha ragione nel definire Mario Bergamo il “Mazziniano Nazionalcomunista”
e su questo punto, tuttavia, è d’obbligo una precisazione storica e
filosofica. Il Nazionalcomunismo di Mario Bergamo non va ricondotto al Nazionalbolscevismo.
Possono esistere consonanze legate al tempo e alle questioni sociali
del ‘900: la critica dell’ordine liberal-borghese, la centralità della
sovranità nazionale, la ricerca di una sintesi capace di oltrepassare le
categorie politiche consolidate. Ma la matrice di Mario Bergamo non è
il Bolscevismo, non c’è identità genealogica.
Il “nazionale” di Mario Bergamo riassume i valori ideali e il “comunista” i valori sociali positivi. Il termine “comunismo”
di Mario Bergamo non equivale a una adesione al comunismo di matrice
marxista-leninista, è piuttosto appropriazione della questione sociale
in chiave mazziniana repubblicana.
Mario Bergamo però si esprime compiutamente sul bolscevismo e dice “Il Bolscevismo è una sintesi, il Fascismo è l’aspetto del tentativo di una sintesi” ma per mio Nonno era necessaria una nuova sintesi tra “il politico e il sociale”
e cioè tra Fascismo e Bolscevismo. Le questioni sociali non possono
venir compresse dalle questioni politiche nè essere subordinate alle
questioni economiche.
Mario Bergamo riconosce però la valenza storica
del Bolscevismo e lo supera con una sintesi social repubblicana
mazziniana, peraltro ancora attuale e di grande potenza quando invita a :
“Occidentalizzare il comunismo!”
La “forma” russa è storica, effimera (!) cioè destinata a non durare, – e fu quindi anche profetico- mentre […] Occidentalizzare è un invito alla tutela della libertà individuale e senso critico”.
E ancora “Non si rinasce all’idea universale che attraverso l’idea nazionale”
“Nazionalismo di civiltà, non di razza”.
( Ref. Stralci da L’Italia che resta)
Il Repubblicanesimo Sociale di Mario Bergamo radica perciò in Giuseppe Mazzini,
dall’idea cooperativa e autogestionaria, dal Risorgimento democratico,
dalla centralità del popolo come comunità politica e morale e dalla
convinzione che emancipazione nazionale ed emancipazione sociale siano
inseparabili.
Del bolscevismo poteva interessargli la
rottura dell’ordine economico oligarchico, l’irruzione delle masse nella
storia, la critica radicale al dominio del capitale e la capacità della
rivoluzione di trasformare la questione sociale in questione politica.
Ma ciò non faceva di lui un bolscevico: il suo orizzonte rimase repubblicano, mazziniano, socialista.
Nazione e socialità, dunque.
Patria e internazionalismo.
Libertà politica e giustizia economica.
Giustizia Sociale e Laicismo Integrale. Non la subordinazione dell’una all’altra, ma il tentativo di comporle.
In questo senso il Nazionalcomunismo bergamino è una grande sintesi storica: il tentativo, audace, di ricomporre ciò che il Novecento aveva progressivamente separato. La questione nazionale dalla questione sociale; la Repubblica dal socialismo; l’individuo dalla comunità; l’indipendenza dei popoli dalla solidarietà internazionale.
Questa mia precisazione non diminuisce il valore di Ritratti del Socialismo.
Al
contrario, ne dimostra la capacità di provocare discussione e ringrazio
l’autore perché non consegna al lettore un “catechismo”. Consegna delle
tesi.
E la sua tesi più provocatoria è che il socialismo sia stato tradito in Europa non perché sconfitto definitivamente dalla storia, ma perché progressivamente abbandonato proprio da una parte consistente di coloro che continuarono e continuano a chiamarsi socialisti o di sinistra.
Il libro allora diventa inevitabilmente politico.
La critica dell’autore investe il progressivo arretramento dello Stato sociale, le privatizzazioni, la precarizzazione del lavoro, la subordinazione della politica all’economia finanziaria e quella globalizzazione nella quale la libertà del capitale ha finito spesso per essere assai più tutelata della libertà degli uomini.
Il merito di Bagatin consiste nell’obbligarci a tornare sulla domanda fondamentale: ma oggi chi governa chi?
È la politica democratica a governare l’economia oppure è il mercato a determinare progressivamente lo spazio del possibile entro il quale la politica è autorizzata a muoversi?
È una domanda antica e tragicamente contemporanea visto come vanno le cose.
Ed è forse qui che i tanti ritratti raccolti nel volume smettono di essere soltanto storia. Garibaldi, Mazzini, Berneri, i Rosselli, Craxi, Mario Bergamo, Perón, Chávez e gli altri protagonisti non vengono convocati semplicemente per ricordare ciò che furono, ma per interrogare ciò che siamo diventati.
Bagatin ha il merito di porre una domanda che attraversa l’intero volume: può esistere una democrazia sostanziale quando la diseguaglianza economica diventa diseguaglianza di potere?
È questa, in fondo, la questione socialista.
Non il colore di una bandiera. Non la nostalgia di un regime. Non l’archeologia delle ideologie novecentesche.
La domanda, molto più radicale, sul rapporto fra libertà e giustizia.
Perché una libertà senza giustizia rischia di diventare privilegio; una giustizia senza libertà può trasformarsi in oppressione. Fra questi due abissi si è consumata gran parte della storia del Novecento.
Il senso più profondo di Ritratti del Socialismo sta nel ricordarci che quella ricerca non è conclusa.
Il socialismo che attraversa queste pagine non è allora un mausoleo nel quale custodire le spoglie di un’idea sconfitta. È una domanda ancora aperta.
E le domande, a differenza delle ideologie, non muoiono finché la Storia continua a produrre le ragioni per formularle.
Paola Bergamo

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