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domenica 14 giugno 2026

Oltre la remigrazione: le questioni che la politica italiana non affronta. Articolo di Luca Bagatin

La remigrazione, storicamente, fu un progetto promosso dal sindacalista e scrittore giamaicano Marcus Garvey (1887 - 1940).

Garvey fu fra i primi promotori del movimento panafricano, fondato sull'unità dei popoli di origine africana e sulla ricerca della loro autodeterminazione e emancipazione, sotto il profilo culturale, politico e economico, affrancandosi dal colonialismo e dal razzismo europeo e statunitense.

Il suo slogan, “L'Africa agli Africani”, andava inquadrato in questo senso ed egli fu fra i primi a teorizzare la nascita di una nazione africana, forte, sovrana e indipendente.

E' in tale ambito che nasce il suo concetto di remigrazione o di “ritorno in Africa” (Back to Africa), ovvero incoraggiare il ritorno volontario in Africa dei popoli che l'avevano dovuta lasciare, in modo da affrancarsi dalle società occidentali e lavorare per costruire una nazione africana nella terra d'origine.

Un progetto spesso boicottato dai governi occidentali, che dal colonialismo e dallo sfruttamento degli africani traevano linfa.

Il panafricanismo di matrice nazionalista di Garvey, ma anche quello di matrice socialista di W. E. B. Du Bois, ad ogni modo, influenzarono molto i movimenti per i diritti civili e personalità politiche quali Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Mu'Ammar Gheddafi e, più recentemente, Kemi Seba.

Fa un certo effetto sentire certa estrema destra italiana parlare di “remigrazione”, utilizzando il termine in chiave propagandistica e ignorandone il significato originario.

Nei suoi programmi e progetti non si fa infatti il minimo accenno alle responsabilità occidentali, né alle guerre di invasione e di rapina condotte ai danni dei popoli del Terzo e Quarto Mondo, che sono tra le principali cause dell'immigrazione di massa.

Aspetto che, peraltro, non viene minimamente trattato nemmeno dalla destra di governo e dalla sedicente sinistra di opposizione, in Italia.

Forse perché l'immigrazione fa comodo alle imprese, che così pagano meno i loro dipendenti immigrati. Forse perché continuiamo ad essere amici di governi che, quelle guerre di esportazione di morte e di rapina, continuano a farle o, come la Francia e/o gli Stati Uniti d'America, continuano ad andare orgogliose del loro passato coloniale e del loro presente neo-coloniale.

Dovrebbe, diversamente, scandalizzare che ci siano ancora forze politiche che agitano spauracchi propagandistici, senza andare al nocciolo della questione.

E sono, purtroppo, la maggioranza assoluta.

Stupisce che si gridi allo scandalo quando a compiere un reato sia un immigrato, ma ci si guardi bene dal farlo quando a commetterlo sia un connazionale.

E così si sottovaluta il pericolosissimo fenomeno delle baby gang, degli stupri, delle violenze domestiche o nelle case di riposo, dei femminicidi. Si pensa di risolvere tutto con misure ridicole come il braccialetto elettronico o gli arresti domiciliari, anziché introdurre e applicare pene severe ed esemplari, che possano prevedere anche la perdita della cittadinanza e l'ergastolo senza appello, per gli stessi cittadini italiani che commettono reati contro la persona, specie se contro minori o anziani o persone non in grado di difendersi.

Si parla a sproposito di “remigrazione”, ma ci si guarda bene dal parlare di difesa dei diritti umani di ogni vittima di violenza. Una violenza sempre più dilagante nelle strade e che non viene minimamente arginata da una classe politica che, propaganda a parte durante il periodo elettorale, si guarda bene dall'intervenire e dal sollevare, seriamente, la questione, ponendola come primo punto dell'agenda politica.

E' mai possibile che esistano Paesi nei quali, se un minore delinque e commette atti di violenza contro una persona, questo va in galera anche a partire dai 12 anni (e, a mio avviso, sarebbe giusto venisse anche inquadrato nell'esercito, al 18esimo anno di età, in modo da potersi rendere utile alla società a vita e imparare la disciplina) e anche i genitori sono puniti con un'ammenda e un percorso di rieducazione, mentre in Italia ciò non avviene?

Senza una società moralizzata e ordinata, non si andrà lontano e le violazioni dei diritti umani delle vittime non faranno che aumentare a dismisura, ma questo, la politica, non lo vuole comprendere né vuole minimamente farsi carico di questo.

Al centro dell'agenda politica vi dovrebbero essere pochi ma seri punti fondamentali, di cui al momento nessuno parla, in questo povero Paese: giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica, ordine e rispetto per il prossimo.

E tutto ciò non è né di destra, né di sinistra, ma, a mio avviso, dovrebbe essere al servizio della comunità.

Una comunità che dovrebbe essere posta, finalmente, al centro. Non in senso politico/ideologico (anche perché ormai, chi si dice di centro, guarda verso la destra estrema), ma pratico e pragmatico.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

lunedì 11 maggio 2026

Dall'Iran all’Africa: la strategia cinese contro l’unilateralismo statunitense. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 6 maggio scorso, a Pechino, il Ministro degli Esteri iraniano Seyyed Abbas Araghchi ha incontrato il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi.

Il Ministro Araghchi ha spiegato che l'Iran intende tutelare fermamente la sua sovranità e dignità nazionale e ha condannato l'attacco illegale di Stati Uniti e Israele contro il suo Paese, spiegando come le crisi politiche vadano affrontate con mezzi pacifici e non militari.

Egli ha altresì affermato di condividere le proposte del Presidente cinese Xi Jinping, volte a promuovere pace e stabilità in Medio Oriente e ha elogiato la Repubblica Popolare Cinese per essersi posta dalla parte giusta della Storia e per il suo atteggiamento costruttivo, volto a risolvere pacificamente la crisi in atto.

Il Ministro iraniano ha, inoltre, affermato come la Cina sia partner strategico dell'Iran e tale continuerà ad essere.

Il Ministro cinese Wang Yi ha sottolineato la posizione della Cina, volta alla promozione della pace e alla facilitazione dei colloqui fra le parti, ribadendo come sia una priorità il cessate il fuoco e il rispetto dei negoziati, volti a salvaguardare sovranità e sicurezza nazionale dell'Iran.

Egli ha altresì ricordato le preoccupazioni della comunità internazionale relative alla necessità del ripristino del normale e sicuro passaggio attraverso lo Stretto di Hormuz ed ha apprezzato l'impegno iraniano di non sviluppare armi nucleari, pur ritenendo legittimo diritto dell'Iran l'utilizzo pacifico dell'energia nucleare.

Il Ministro Wang ha anche esortato al dialogo fra Iran e Paesi del Golfo, volto a raggiungere rapporti di buon vicinato e alla creazione di una regione pacifica, sicura e stabile.

In tal senso ha spiegato come le proposte del Presidente Xi Jinping siano dirette in tal senso e mirino alla costruzione di “quattro patrie condivise”, in dialogo fra loro.

Egli ha, inoltre, ulteriormente criticato l'aggressione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l'Iran che è avvenuta in aperta violazione del diritto internazionale.

La Repubblica Popolare Cinese, rafforzando ulteriormente la cooperazione e la sinergia con i Paesi del Sud del mondo, dal 1 maggio scorso, ha deciso di applicare un trattamento tariffario pari a zero nei confronti dei 53 Paesi africani con i quali intrattiene relazioni diplomatiche.

Una politica, dunque, diametralmente opposta rispetto a quella che il regime statunitense riserva ai suoi partner europei.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 24 marzo 2026

Gli orizzonti del mondo. Articolo di Paola Bergamo

Ci sono più modi per analizzare i conflitti del mondo: la cosa che li accomuna tutti è che ciascun contendente ritiene di giocare la partita della propria sopravvivenza.
La battaglia in atto non è più solo quella tra talassocrazie e tellurocrazie (secondo le celebri teorie del Rimland di Spykman e dell’Heartland di Mackinder) ma è lotta di civiltà e allora ecco che cambiano gli orizzonti del mondo!

Alcuni attori se ne sono resi conto e si ergono ad artefici del cambiamento epocale, anche attraverso l’intransigenza dei loro “no”.

Penso al Presidente Putin, forse finalmente compreso dal Presidente Trump, come è apparso ad Anchorage, ma anche alla ponderata prudenza con cui si muove, sullo scacchiere mondiale, il Presidente Xi Jinping.

Altri, invece, europei compresi, faticano a cogliere i cambi di paradigma restando ancorati a un mondo che è passato.

È piuttosto interessante che Sir Halford Mackinder, l’inventore dell’Heartland, “fortezza naturale della Terra”, fondatore della geopolitica, abbia formulato la sua teoria proprio dopo essere stato Alto Commissario dell’Intesa per l’Ucraina, che, assieme a Polonia e ai Paesi dell’Europa orientale, faceva parte del “cordon sanitaire2 di Inghilterra e Francia, all’epoca alleate.

Allora si comprendono meglio certe aspirazioni dei così detti “Volenterosi” della nostra contemporaneità, quasi una replica storica, simile ma mai uguale a sé stessa, come sosterrebbe Parmenide col suo realismo metafisico.

Ebbene, potrei spingermi a sostenere che vi è un qualcosa di metafisico anche nell’Heartland Theory, disvelandosi non un semplice elemento nell’ampia scacchiera internazionale, bensì un cuore pulsante con funzione quasi di “Catechon” geopolitico, come ha intuito il Professor Lorenzo Maria Pacini, filosofo, sociologo esperto di cratesiologia, bioetica e geopolitica, guardando in ispecie al pensiero di Aleksandr Gel’evič Dugin a proposito di Heartland.

Premesso che la Russia è sempre stata oggetto di conquista da parte delle potenze colonialiste anche per l’appetibilità delle enormi quantità di ricchezze nel suo sottosuolo, ecco che accerchiarla, isolarla, frammentarla, indebolirla è sempre stato l’obiettivo delle Potenze del Mare (Sea Power) per garantire a sé stesse l’egemonia nella politica mondiale.

La complessa, tortuosa e conflittuale transizione in atto da un mondo unipolare, cioè egemonizzato soprattutto da un’unica potenza verso un mondo multipolare, ci obbliga a riflettere sugli orizzonti del mondo.

La geopolitica si occupa dei fattori geografici che condizionano le interazioni tra i diversi player dello scacchiere mondiale e la loro azione politica.

Chi si occupa di geopolitica, di solito, riesce a svolgere una certa attività predittiva, riuscendo a leggere in anticipo gli eventi, forte delle tracce inscritte nella storia, fondendoli con gli elementi nuovi che emergono magmaticamente, come, per esempio, le nuove forme di sovranità.

Mi riferisco a quel sistema di sovranità identitaria fatta di cultura, cioè lingua, tradizione, religioni e valori che oggi esprimono un senso di rifiuto verso la visione occidentale imposta come preminente, puntando, invece, su una qualità civilizzazionale per cui ogni civiltà ha il diritto di essere quello che è e di seguire un proprio percorso storico.

Se nel passato il Sea Power, fosse Inghilterra o fosse America, ha prevalso e, per quello che concerne noi europei relegati in una sorta di terra di mezzo, è riuscito a bloccare il potere dell’Heartland attraverso il contenimento della Russia, oggi questo non è più possibile in un mondo in viaggio verso la multipolarità.

Ma è altrettanto vero che, se di multipolarità si tratta, la Russia, a sua volta, non può più essere considerato l’unico Heartland della terra.

Aleksander Dugin, non a caso, ha parlato di “Heartland distribuito”. Non più, quindi, un’unica area pivot, ma più perni: quello russo, quello europeo, quello cinese, quello islamico, quello sudamericano, quello africano e, infine, quello americano.

L’Heartland distribuito è quindi una rete di poli che sfidano l’egemonia occidentale secondo una geopolitica che promuove il multipolarismo culturale e politico, non solo territoriale.
La costruzione di una realtà mondiale multipolare richiede, quindi, nuove tabelle di marcia.

La multipolarità è, ad un tempo, strategia e progetto per il futuro, orientata a costruire qualcosa di completamente nuovo, multidimensionale, a geometrie variabili ed eterogenee, dove entrano in relazione e si sovrappongono tra loro matrici identificative diverse: non più solo popoli e nazioni, siamo ben oltre il secondo e terzo nomos della terra, per dirla alla Carl Smith.

La multipolarità sostituisce presente e passato, è un “quarto nomos”, come “quarta” è la Via di Dugin, dove le grandi narrazioni non reggono più nell’epoca della post-modernità. Si affermano le identità locali, muta lo stesso concetto di “limes”.

A ogni società, nel contesto multipolare, si deve quindi riconoscere il diritto inalienabile di essere ciò che vuole anche se a noi occidentali ciò infastidisse o addirittura inorridisse.
Se la cartografia non deve quindi più scoprire nulla del nostro pianeta, vi è un nuovo spazio inesplorato, la Multipolarità, in cui agiscono non più solo gli attori di sempre ma anche nuove entità non statali.

Se il mio punto d’osservazione resta quello di una europea italiana, quello che accade sta comunque sconvolgendo tutto il mondo: lo scopo della mia analisi è, quindi, di intrecciare  l’Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin, partendo dall’assunto che le cose in atto originano da un crocevia storico ma necessitano di una comprensione etno-sociologica che riguarda i popoli, le loro volontà, i loro obiettivi.

Nella multipolarità vi è una multidimensionalità, eppure taluni ripropongono il tentativo anacronistico di perpetrare ancora un Sea Power con lo scopo di circondare un Heartland non più contenibile se, per l’appunto, ora è “distribuito”, come sostiene Dugin.

La comparazione del Heartland di Mackinder con la Quarta Teoria Politica di Dugin diventa perciò utile strumento interpretativo nel contesto del riordino mondiale multipolare per comprendere tra fatto geografico e aspetto ideologico, le guerre in corso, in special modo con riguardo al conflitto in Ucraina e Medio Oriente.

Se per Mackinder, la potenza mondiale dipende dal controllo dell’Heartland, il cuore dell’Eurafrasia (Eurasia + Africa), enorme spazio continentale incredibilmente ricco di risorse naturali e strategicamente protetto dalle coste, e la geopolitica è, quindi, analisi strategica volta a cogliere il conflitto tra poteri terrestri (land power) e poteri marittimi (sea power), Dugin va oltre e sostiene, ideologicamente, che la geopolitica non è solo scontro di poteri ma conflitto di civiltà e modelli esistenziali.

La sua visione è evidente che sia fortemente influenzata dal Tradizionalismo Spirituale (Heidegger, Evola, Guénon), con una profonda critica all’Occidente liberale e un rifiuto radicale dell’universalismo.

Dugin sostiene che il mondo contemporaneo stia passando da un ordine unipolare, dominato dagli Stati Uniti e dall’Occidente liberale, a un ordine multipolare in cui diverse civiltà (e non solo gli Stati) costituiscono poli autonomi e pretendono pari dignità e giustizia.

Questa visione si radica nell’eurasianismo e nella critica al liberalismo come ideologia totalitaria globale.

Tuttavia, per Dugin, la multipolarità non è semplicemente equilibrio di poteri tra Hertland distribuiti, cioè tra superpotenze in competizione tra loro, ma è una controstoria rispetto alla civiltà occidentale: ogni civiltà deve quindi poter mantenere la propria identità culturale e modelli politici propri.

Il fondamento ideologico sta nel suo libro “The Fourth Political Theory”, dove propone il superamento delle tre grandi correnti della modernità: Liberalismo, Comunismo e Fascismo che hanno dominato (e spesso fallito) nel regolare i conflitti e creare stabilità duratura.

La quarta teoria politica cerca di risignificare il soggetto politico attorno all’esistenza collettiva (Dasein, cioè l’esserci heideggeriano collettivizzato, però, da Dugin) e alla sovranità culturale.

In questa prospettiva, lo Stato – nazione e la civiltà diventano soggetti storici autonomi: ogni cultura ha il diritto di decidere il proprio destino politico, lontano dall’universalismo occidentale e dall’egemonia globale.

Alla luce di quanto detto, la Multipolarità per non essere conflittuale, pur nella competitività di ciascun contendente sullo scacchiere mondiale, necessita di accettazione e cooperazione. Là dove non c’è cooperazione e accettazione c’è guerra e il conflitto in Ucraina è “guerra multipolare”. Mosca non combatte solo contro Kiev ma contro il sistema egemonico occidentale per il riconoscimento di un ordine internazionale non unipolare.

Se dal punto di vista di Mackinder, il conflitto è interpretabile come scontro per il controllo geopolitico dell’Eurasia e l’Ucraina, posta al confine tra l’Heartland e la “periferia” europea, diventa il teatro di una lotta simbolica e materiale tra pretendenti alla leadership continentale, nel linguaggio di Dugin, l’Ucraina è molto più di un oggetto geografico: è teatro di un conflitto di civilizzazione contro il dominio liberale-atlantico, e la Russia è vista come difensore di modelli culturali alternativi.

La retorica ufficiale russa è intrisa delle idee di Dugin, filosofo e stratega che ispira e nel contempo interpreta lo spirito politico russo, come un “termometro ideologico” delle élite russe. Ma anche le tensioni e le guerre in Medio Oriente possono essere lette attraverso queste lenti.

Se secondo l’approccio geopolitico classico, il controllo delle vie energetiche, il posizionamento di alleanze e basi militari e la competizione tra potenze marittime e terrestri sono parte di una storia strategica coerente con Mackinder, Spykman e i loro successori, per Dugin e la sua “Quarta Teoria Politica”, le battaglie in Medio Oriente rappresentano la resistenza a modelli di ordine internazionale imposti dall’esterno – siano essi occidentalisti o qualsiasi altro universalismo – e l’affermazione del diritto civile e identitario delle culture locali.

In questa cornice, Stati come Iran o poteri regionali vengono spesso interpretati come poli di contro-egemonia nel mondo multipolare, non semplici pedine. Ed è sull’onda di questa riflessione che appare chiaro che l’Iran non sarà lasciato solo dalla Russia.

L’integrazione tra l’Heartland di Mackinder e quello “distribuito” di Dugin porta quindi a una visione duale: Mackinder offre un quadro analitico e geopolitico, centrato sul territorio, sulle risorse e sugli equilibri di potenza (mare contro terra).

Dugin propone una narrazione incentrata sul conflitto tra civiltà, dove la multipolarità è non solo spaziale ma culturale per una nuova ontologia politica con culture diverse che non devono lasciarsi schiacciare dal progetto unipolare occidentale ma poter vivere in un ordine globale che riconosca la pluralità dei mondi, o meglio dei tanti “orizzonti” del mondo.

Non più solo conflitti per il controllo geopolitico della terra (e delle sue risorse) ma lotta per permettere la convivenza di modelli multipolari, poliedrici in difesa delle differenze culturali in quella che possiamo definire “sovranità delle civiltà”.

Paola Bergamo 

Paola Bergamo è imprenditrice di formazione classico giuridica, scrittrice e opinionista, si occupa di cultura e politica. Presidente del Centro Studi MB2, Animatore perpetuo del Circolo Culturale La Caduta, è Presidente del Premio Mario e Guido Bergamo e del Premio Scoiattolo d’Oro. 

mercoledì 28 gennaio 2026

Le contraddizioni dell’Unione Europea in Africa e le proposte fattive e realistiche dei Brics. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

La marginalizzazione dell’Unione Europea e dei Paesi europei in Africa ha cause recenti. In questo Continente ricco di risorse e in piena crescita demografica, le grandi potenze si contendono le opportunità di cooperazione più vantaggiose.
Le relazioni tra l’UE ed alcuni Paesi dell’Africa mediterranea e, di conseguenza, i Paesi del Maghreb e dell’Africa subsahariana (regione del Sahel) rivelano complessi cambiamenti geopolitici e diplomatici. Quali sono le cause profonde della frattura tra l’UE e alcuni Paesi africani? Quali errori ha commesso l’UE? Quale impatto hanno avuto questi errori sulle loro interazioni? Nel mondo odierno, in rapida evoluzione e attraversato da crisi, quali aggiustamenti geopolitici e diplomatici sono necessari per superare queste fratture e rivitalizzare la cooperazione?
A detta di Omar al-Bah – professore presso il Centro di Parigi per la diplomazia e gli studi strategici, e consigliere delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana – i tre principali errori commessi dall’UE in Africa e il loro impatto sulle relazioni diplomatiche e strategiche bilaterali sono: l’intervento della NATO in Libia sostenuto dall’UE; l’ambiguità dell’UE sulla questione del Sahara; e i doppi standard dell’UE; e la questione relativa alle tradizioni africane che gli Occidentali vorrebbero cancellare in nome di una “modernizzazione” della moralità.
I bombardamenti della NATO sulla Libia hanno superato l’ambito dell’autorizzazione della Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (17 marzo 2011). Tale risoluzione prevedeva solo una no-fly zone e non autorizzava l’uso della forza contro la Libia. Tuttavia, i Paesi occidentali hanno utilizzato questa autorizzazione per affermare all’opinione pubblica internazionale che la NATO aveva il mandato ONU di rovesciare il regime libico, colpire Gheddafi e distruggere la Libia. Tutto ciò sembrava essere a sostegno dei ribelli “pro-democrazia” che sostenevano una Libia “moderna e progressista”. Tuttavia, dal 2011, la Libia è afflitta da una guerra civile e non ha una guida governativa unitaria e universalmente accettata. Nel 2020, la Libia rimaneva divisa in tre distinte regioni ostili l’un l’altra.
Questa divisione tripartita indica che ci sono tre governi: a) governo di unità nazionale a Tripoli: guidato dal primo ministro Abdul Hamid Dbeibah: controlla la capitale e l’ovest del Paese, sostenuto dalla comunità internazionale e dalla Turchia; b) governo di Bengasi/Est: diretto dal primo ministro Osama Hammad, supportato dal parlamento (Camera dei Rappresentanti) con sede a Tobruch e controllato dal gen. Khalifa Haftar e dal suo Esercito Nazionale Libico; c) Alto Consiglio di Stato: un organo consultivo con sede a Tripoli che, sebbene non sia un governo esecutivo indipendente, svolge un ruolo cruciale nelle negoziazioni politiche e si contrappone al parlamento di Tobruch. Oltre al fatto che ci sono zone grigie dominate da milizie armate: forze con intrinseche caratteristiche terroristiche che propugnano uno Stato teocratico in Libia.
Tale situazione mina gravemente il processo di ricostruzione nazionale, interrompe un dialogo nazionale inclusivo e sostenibile, ostacola lo svolgimento di elezioni regolari e impedisce le riforme strutturali volte a promuovere una ripresa di alta qualità dalla crisi e a raggiungere la rivitalizzazione nazionale postbellica.
L’errore che ne è derivato risiede nel fatto che i Paesi occidentali hanno scelto una strada interventista ideologicamente motivata e apparentemente benevola: l’uso della forza contro uno Stato sovrano nel contesto della “primavera araba”, ignorando le riserve sollevate dall’Unione Africana. L’UA aveva chiaramente sostenuto una risoluzione pacifica della crisi attraverso meccanismi di mediazione guidati dall’Africa.
L’incapacità dell’Occidente e dell’UE di proporre una chiara soluzione postbellica ha costituito un errore fondamentale, che va oltre la mera violazione degli articoli 2(3) e 4 della Carta delle Nazioni Unite. La maggior parte delle voci a sostegno dell’intervento invocava la cosiddetta “responsabilità di proteggere”, considerandola uno strumento per minare sia la sovranità della Libia che il principio di non ingerenza negli affari interni.
In effetti, sia a livello macroeconomico che microeconomico, la situazione della Libia sotto Gheddafi era di gran lunga migliore di quella attuale. D’altro canto, il Consiglio Nazionale di Transizione, salito al potere dopo la Guida Suprema, non è mai riuscito a chiarire la destinazione finale dei beni finanziari libici congelati e confiscati a livello globale. Si stima che questi beni, principalmente localizzati negli Stati Uniti d’America e nell’UE, ammontino a un valore compreso tra 100 e 160 miliardi di dollari.
Il crollo della Libia ha avuto un impatto negativo anche sul processo di integrazione monetaria panafricana promosso dall’UA, ha ostacolato significativamente il lancio di una moneta unica africana (l’Eco per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale) che è stato posticipato al 2027 a causa di ostacoli economici e politici. Mentre alcune iniziative collegano l’integrazione monetaria a lungo termine all’Agenda 2063 dell’UA, la data del 2027 rimane l’obiettivo attuale per l’Africa occidentale.
Di fatto, l’UA inizialmente ha fatto molto affidamento sul consistente sostegno finanziario della Libia per avviare il processo di unificazione monetaria nel quadro dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana (AfCFTA, African Continental Free Trade Area). L’AfCFTA è il più grande accordo di libero scambio al mondo per numero di Paesi coinvolti, attivo dal 1° gennaio 2021. Promosso dall’UA, mira a creare un mercato unico per 54 Stati (tranne l’Eritrea), eliminando il 90% dei dazi doganali per incrementare il commercio intra-africano, industrializzare il Continente e facilitare la circolazione di merci e servizi. Ciò in linea con la teoria dell’economista canadese Robert Mundell sulle aree valutarie ottimali e il loro impatto positivo sulla mobilità del lavoro, nonché con la visione generale del XXXVIII Vertice dei Capi di Stato e di Governo dell’UA tenutosi ad Addis Abeba nel febbraio 2025.
Il secondo errore riguarda la posizione ambigua dell’UE sulla Repubblica Araba Democratica del Sahara. Esso è stato ed è un gioco strategico basato sul cosiddetto equilibrio fra il Regno del Marocco, la predetta RADS e la Repubblica Democratica Popolare dell’Algeria.
Cambiamenti di posizione complessi e sottili sono comuni nella politica estera dell’UE. Il 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia europea ha emesso tre sentenze che impongono agli Stati membri di garantire il rispetto dei diritti sui beni e servizi originari della RADS nell’attuazione di due accordi commerciali firmati con il Regno del Marocco. Lo stesso giorno, il Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri ha rilasciato una dichiarazione in cui ribadisce i principi fondamentali della politica estera francese nella regione del Maghreb. La Francia ha dichiarato di non commentare mai le sentenze giudiziarie, ma allo stesso tempo ha ribadito che il presidente e il governo francesi danno sempre priorità al “partenariato strategico speciale” tra Francia e Marocco al di là dell’UE.
Per cui questa posizione diplomatica, parallela alle sentenze della Corte di giustizia europea, ha creato una significativa tensione tra lo Stato di diritto dell’UE e gli interessi nazionali francesi a livello diplomatico, economico, finanziario e persino strategico e storico (al tempo del colonialismo diretto l’attuale RADS era il Sahara spagnolo). La contraddizione non solo non è riuscita a placare le emozioni delle parti coinvolte nella regione del Màghreb, ma non è nemmeno riuscita a chiarire in modo sostanziale la vera posizione di Bruxelles su questa delicata questione. Per rafforzare la credibilità e coordinare le posizioni diplomatiche e strategiche, l’UE avrebbe dovuto dimostrare maggiore coerenza.
Nel frattempo, l’UE si trova intrappolata tra due principi sulla questione della RADS: da un lato, il sostegno dell’Algeria al diritto all’autodeterminazione del popolo della RADS; dall’altro, la rivendicazione di sovranità del Marocco su alcuni territori della RADS (già membro dell’ex Organizzazione dell’Unità Africana dal 1982 e oggi membro dell’UA) basata sul principio di inviolabilità delle frontiere. Il Marocco propone di concedere l’autonomia alla regione entro quelli che Rabat stabilisce siano i suoi “confini naturali”, sottolineandone la priorità storica e geografica. La posizione alquanto parziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nei confronti dell’approccio marocchino potrebbe offrire all’UE un’opportunità per ridefinire la propria posizione diplomatica.
Il terzo errore ha a che fare coi doppi standard dell’UE in nome della democrazia, dello Stato di diritto, della moralità, del buon governo e dei diritti umani. Nella maggior parte dei Paesi del Màghreb e dell’Africa subsahariana, l’UE, come altri attori occidentali, spesso privilegia l’appello a questi concetti ideologici per giustificare il proprio intervento negli affari interni dei Paesi africani, imponendo sanzioni o condizioni. Questi discorsi hanno spesso un tono condiscendente e “civile” mirando a indebolire regimi ed élite disobbedienti, favorendo così la creazione di deleghe e salvaguardando i propri interessi strategici. Questa pratica ha suscitato diffuse critiche ai doppi standard dell’UE in Africa.
Nonostante l’UE abbia ripetutamente sottolineato il suo fermo impegno nei confronti di questi valori, affermando che il suo obiettivo è quello di sostenere “valori universali” come la pace, la sicurezza, la stabilità, lo Stato di diritto, la moralità, il buon governo, la lotta alla corruzione, i diritti umani e blablablà, la frattura tra l’UE e l’Africa persiste.
La frattura è particolarmente pronunciata nella regione del Sahel. Gli interventi di sicurezza dell’UE e della comunità internazionale, come la i) Task Force Takuba dell’UE dal 2021 (strumento ideato da Macron per coinvolgere l’Europa nel Sahel, dove le forze francesi stentano a mantenere la stabilità del territorio; e va detto pure che – nonostante si fossero inizialmente dichiarati favorevoli all’iniziativa francese – non tutti gli undici Paesi firmatari della dichiarazione di adesione hanno inviato unità operative sul terreno, mentre uno di essi, la Germania, ha rifiutato ben due volte la richiesta francese); ii) il G5 Sahel (quadro di cooperazione intergovernativa istituito nel 2014 da Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger per affrontare sfide comuni di sicurezza e sviluppo) e iii) la Missione Multidimensionale Integrata delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Mali, non sono riusciti a sradicare completamente il terrorismo e la criminalità transnazionale. Anche con il ritiro delle truppe straniere, queste minacce persistono. Mentre i soldati francesi ed europei sono riusciti a fermare l’avanzata delle forze giadiste in alcune aree, il mancato raggiungimento di un obiettivo decisivo ha ulteriormente esacerbato le incomprensioni tra Francia, UE e l’Associazione degli Stati del Sahel, spingendo quest’ultima verso Mosca, Pechino e il sistema BRICS. Questo cambiamento geopolitico rappresenta una sfida diplomatica estremamente difficile per l’UE e la Francia.
Inoltre va sottolineato che il meccanismo di pattugliamento anti-migranti Frontex dell’UE (Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera con sede a Varsavia) e la sua pressione diplomatica e strategica sui Paesi di transito del Màghreb e sui Paesi di partenza africani hanno ulteriormente esacerbato le tensioni tra l’UE e l’Africa. Le rotte marittime del Mediterraneo e dell’Atlantico sono diventate canali di immigrazione illegale, causando migliaia di morti ogni anno. Ciò non solo innesca attriti tra i Paesi costieri meridionali dell’UE e i Paesi di destinazione settentrionali, ma aggrava anche i conflitti con il Màghreb e l’Africa nel suo complesso.
Molti africani ritengono che l’UE sfrutti le risorse naturali dell’Africa rifiutandosi di fornire canali legali per la migrazione africana. Allo stesso tempo, l’UE si trova ad affrontare la pressione dell’ascesa del nazionalismo anti-immigrati di estrema destra, che sfrutta i cambiamenti demografici, gli abusi del welfare e la “teoria della sostituzione demografica” per creare panico e dipingere la migrazione come una minaccia. Questa retorica è spesso esagerata nel contesto di una realtà complessa e interdipendente.
Inoltre altro errore è il discorso occidentale sul genere e le sue diverse forme, che ha incontrato una forte resistenza da parte dei valori tradizionali, religiosi e culturali in Africa e nel Sud del mondo. Ciò sottolinea l’importanza del rispetto dell’identità e delle usanze nelle relazioni internazionali per preservare la diversità dei Paesi e degli Stati nazionali.
L’UE è ben noto sia un importante partner strategico per l’Africa, e viceversa. Tuttavia, le frequenti fratture nelle relazioni riflettono l’inadeguatezza dell’UE nell’adattare la propria politica estera ai cambiamenti nelle élite africane, nell’opinione pubblica e nel sistema internazionale multipolare. Queste linee di frattura geopolitiche dovrebbero indurre entrambe le parti a ripensare i propri modelli di interazione multistrato basati sul rispetto reciproco.
L’Africa sostiene i principi di uguaglianza tra gli Stati, rispetto della sovranità e non ingerenza negli affari interni, evitando al contempo la sostituzione di un’egemonia con un’altra, mantenendo così una vera autonomia strategica. Ed infatti solo preservando il non-allineamento, la resilienza e l’iniziativa, l’Africa può promuovere più efficacemente le agende globali, quali la riorganizzazione del sistema economico e finanziario globale, e la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite basata sull’Ezulwini Consensus, ossia la posizione comune dell’UA adottata nel 2005 per la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, mirata a correggere l’ingiustizia storica della mancata rappresentanza africana: chiede almeno due seggi permanenti (con diritto di veto) e cinque seggi non permanenti per l’Africa, lasciando il resto immutato.
In tale processo, l’UE rimane pur un partner indispensabile per l’Africa. Il Màghreb, l’Africa subsahariana, l’UE e altre grandi potenze hanno la responsabilità di costruire un nuovo sistema di relazioni internazionali più pacifico, ordinato, giusto e reciprocamente vantaggioso attraverso il dialogo e la fiducia reciproca, e di promuovere l’istituzione di un nuovo ordine mondiale non esclusivo basato non sulle chiacchiere politicamente corrette, bensì sul rispetto reciproco, sugli interessi comuni e sul diritto internazionale come garanzia duratura per la pace, la sicurezza e la stabilità globali.
Però – a parte le belle parole di circostanza dell’UE, rappresentante di Paesi che hanno da sempre sfruttato l’Africa – sono i BRICS che si stanno rendendo maggiormente credibili al cospetto dei Paesi di quel Continente.
La cooperazione tra i Paesi BRICS e l’Africa si sta rapidamente rafforzando. Anche Egitto ed Etiopia sono diventati membri a pieno titolo, mentre Nigeria, Uganda (Stati associati) e Algeria e Senegal (Stati candidati). Ciò rappresenta l’ascesa del “Sud globale”, che mira a promuovere la multipolarità geopolitica, la dedollarizzazione commerciale e lo sviluppo delle infrastrutture, rafforzando così in modo significativo l’influenza dell’Africa nel panorama politico ed economico internazionale.
Per cui i Paesi BRICS e l’UA stanno formando un modello interconnesso, concentrandosi su piattaforme di negoziazione multilaterali per promuovere la decolonizzazione economica, la cooperazione energetica e l’accordo sulla valuta locale. Obiettivo comune è l’attenzione rivolta alla riforma delle istituzioni di governance globale e alla promozione della rappresentanza dei Paesi in via di sviluppo negli affari internazionali.
Per quanto riguarda infrastrutture e sviluppo i Paesi BRICS si sono impegnati ad assistere il Continente africano nello sviluppo delle risorse e nel potenziamento delle infrastrutture. Attraverso la partnership con l’Africa, i Paesi BRICS stanno rafforzando la solidarietà nel “Sud del mondo” e lavorando per costruire un ordine internazionale più equo.
Dall’espansione del 2024, l’Africa conta ora altri due Stati membri a pieno titolo (i predetto Egitto ed Etiopia): l’adesione di questi Paesi rafforza l’influenza strategica dei BRICS nell’Africa nordorientale.
Su valuta digitale e dedollarizzazione, l’India ha proposto di discutere l’integrazione delle valute digitali delle banche centrali al vertice BRICS del 2026 per semplificare gli accordi commerciali tra l’Africa e gli altri Stati membri e ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense.
Per ciò che concerne esercitazioni militari congiunte nel gennaio 2026, nelle acque al largo della Repubblica Sudafricana si è tenuta la prima esercitazione Peace Will 2026, guidata dalla Repubblica Popolare della Cina, che ha segnato un passo avanti nella cooperazione in materia di sicurezza.
I principali ambiti di cooperazione sono: il finanziamento delle infrastrutture : la New Development Bank continua a erogare prestiti ai Paesi africani, avendo approvato oltre 30 miliardi di dollari per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile a partire dal 2023 .
Su agricoltura e sicurezza alimentare l’obiettivo della cooperazione è condividere tecnologie agricole per migliorare la produttività e sradicare la povertà nel Continente africano.
Per la cooperazione energetica RP della Cina e Russia stanno promuovendo diversi progetti su larga scala in Africa, come la centrale nucleare di El-Dabaa in Egitto e la costruzione di diverse reti di energia solare.
I Paesi BRICS hanno offerto all’Africa un’alternativa ai sistemi dominati dall’Occidente, come il FMI o la Banca Mondiale. I Paesi africani stanno utilizzando la piattaforma BRICS per promuovere lo sviluppo dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) e cercare maggiore rappresentanza e autonomia nella governance globale, a parte le frasi fatte di circostanza dell’UE e degli Occidentali, i quali appena l’Africa cerca di risolvere i propri problemi da sé, essi intervengono per stabilire zone d’influenza, sfruttamento e divisione: emblematico il caso libico, con cui abbiamo aperto tale contributo.

Giancarlo Elia Valori

mercoledì 15 ottobre 2025

Thomas Sankara, eroe socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

 

Era il 15 ottobre 1987, quando il Presidente del Burkina Faso – Thomas Sankara – fu ucciso, nell'ambito del colpo di Stato organizzato dal suo ex compagno d'armi Blaise Campaoré, con l'appoggio degli USA, della Francia e dei militari liberiani.

Sankara fu e rimane un simbolo per i popoli del Terzo Mondo africani. Un simbolo panafricano di riscatto e emancipazione.

Burkina Faso, significa, letteralmente, “paese degli uomini integri”. Così come integro fu sempre Sankara, salito al potere a soli 35 anni, attraverso una rivoluzione senza spargimento di sangue, esattamente come avvenne in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi.

Sankara nacque il 21 dicembre 1949 da una famiglia povera burkinabé. Il suo sogno, sin da bambino, fu che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e che tutti potessero vivere in pace, con due pasti al giorno.

Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.

Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.

Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.

Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.

Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.

Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.

Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.

Un programma che consistette in: una massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; in una massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, al fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari e una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.

Programma ambizioso e in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.

Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto peraltro anche dal Partito Radicale di Marco Pannella che lanciò in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.

La vita e l'esempio di Sankara, portato avanti dall'attuale Presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, che combatte tanto contro l'imperialismo neocoloniale francese, che contro il terrorismo islamista, ci spiegano, per moltissimi versi, le vere cause del fenomeno migratorio di oggi, che è frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi. I quali continuano a invadere e destabilizzare Paesi sovrani, a sanzionarli, a vendere loro armi. E obbligano i Paesi poveri ad indebitarsi, attraverso le criminali politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, già ampiamente denunciate da Sankara stesso.

Sankara rimane un simbolo per i popoli liberi e sue lotte, che sono ancora oggi le lotte dei panafricani, meritano rispetto e concreta attuazione. Affinché il suo sacrificio eroico non sia stato vano.

Luca Bagatin

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venerdì 1 agosto 2025

Summit dei Movimenti di Liberazione in Sudafrica. Il Presidente Ramphosa: "Sostenere la visione di un ordine mondiale multipolare, multiculturale, equo, inclusivo e giusto". Articolo di Luca Bagatin

 

Dal 25 al 28 luglio scorso, in Sudafrica, a Johannesburg, si è tenuto il Summit dei Movimenti di Liberazione, ospitato dall'African National Congress (ANC), partito di governo socialista democratico e populista di sinistra.

Al Summit erano presenti rappresentanti del Movimento di Liberazione Popolare dell'Angola; dell'Organizzazione Popolare dell'Africa Sudoccidentale della Namibia (SWAPO); del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO); dell'Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe - Fronte patriottico (ZANU-PF); del Chama Cha Mapinduzi, ovvero del Partito Rivoluzionario della Tanzania (CCM); del Partito Comunista Cinese; del Partito Comunista di Cuba; del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria; del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua; del Fronte Nazionale del Borswana; del Partito Democratico del Botswana e di Russia Unita. Sono giunti, peraltro, i saluti anche da parte del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF).

Tema del Summit: “Difendere le conquiste della liberazione, promuovere lo sviluppo socioeconomico integrato, rafforzare la solidarietà per un'Africa migliore”.

Nel suo discorso introduttivo, il Presidente del Sudafrica e leader dell'ANC, Cyril Ramphosa, ha affermato che “Insieme, i nostri movimenti sono stati forgiati nel calderone della lotta anti-apartheid e anticoloniale. Oggi, insieme, dobbiamo essere nuovamente forgiati nel fuoco di una nuova lotta. La lotta per la giustizia sociale ed economica per il nostro popolo, l'unità regionale, l'integrazione e la sovranità in un ordine globale sempre più ostile”.

Egli ha aggiunto che: “Ci riuniamo quest'anno in occasione del 64° anniversario dell'indipendenza della Tanzania, del 50° anniversario dell'Indipendenza di Angola e Mozambico, del 45° anniversario dell'indipendenza dello Zimbabwe e del 35° anniversario dell'indipendenza della Namibia. È un momento non solo di celebrazione, ma anche di riflessione critica. Dobbiamo onorare la memoria dei nostri giganti fondatori: Julius Nyerere, Eduardo Mondlane, Samora Machel, Agostinho Neto, Sam Nujoma, Robert Mugabe, Joshua Nkomo, Kenneth Kaunda, Oliver Tambo, Nelson Mandela e molti altri”.

Il Presidente Ramphosa ha infatti sottolineato che “La loro visione, il loro coraggio, la loro audacia, la loro bravura e il loro sacrificio hanno gettato le basi dell'Africa meridionale libera in cui viviamo oggi. Ricordiamo con profonda riverenza il compagno Sam Nujoma e il compagno Hage Geingob della Namibia, recentemente scomparsi, fedeli sostenitori della SWAPO e combattenti per tutta la vita per la giustizia, l'uguaglianza e la dignità. Anche noi, qui in Sudafrica, ricordiamo il recentemente scomparso David Dabede Mabuza, ex Presidente della Repubblica del Sudafrica e dell'African National Congress”.

Egli ha fatto presente come “l'Europa si è sviluppata attraverso lo stesso sottosviluppo dell'Africa” e come sia necessario “respingere la xenofobia in tutte le sue forme”.

In tal senso ha sottolineato che “La nostra libertà è stata conquistata non solo dalle instancabili lotte dei nostri popoli, ma anche dagli sforzi di persone provenienti da tutto il mondo”.

E come, sulla base di tale esperienza, “riaffermiamo il nostro sostegno ai popoli della Palestina, del Sahara Occidentale e di Cuba. Condanniamo con la massima fermezza i crimini contro l'umanità e il genocidio commessi dallo Stato di apartheid di Israele contro il popolo palestinese. Siamo particolarmente inorriditi dalla deliberata fame inflitta alla popolazione di Gaza.

Chiediamo allo Stato di Israele di consentire l'ingresso e la distribuzione di cibo e aiuti essenziali tra i palestinesi affamati. Chiediamo la fine immediata dei bombardamenti incessanti sui civili e della distruzione delle loro case, dei loro ospedali, dei loro luoghi di culto. Chiediamo al mondo di fermare l'uccisione di bambini e neonati per fame”. Sottolineando come “La nostra posizione rimane molto chiara. La liberazione è indivisibile. Non saremo veramente liberi finché tutti non saremo liberi…”.

Il Presidente Ramphosa ha proseguito affermando che “Dovremmo sostenere la visione di un ordine mondiale multipolare, multiculturale, equo, inclusivo e giusto. Dovremmo chiedere la riforma delle istituzioni di governance politica ed economica globale, la fine delle sanzioni unilaterali e la creazione di un sistema di governance globale giusto, radicato nella dignità e nell'equità. Collaborando con forze affini in tutto il mondo, dobbiamo essere gli architetti del nuovo ordine mondiale che cerchiamo”.

Il capo del Dipartimento internazionale del Partito Comunista Cinese (PCC), Liu Jianchao, è successivamente intervenuto portando i saluti dei 100 milioni di membri del PCC e del Presidente e Segretario Generale Xi Jinping.

Egli ha esaltato la lotta di liberazione economica e di rinascita delle civiltà africane, liberatesi dal giogo del colonialismo europeo, ricordando anche le lotte di Nelson Mandela. Egli ha altresì fatto presente come la stessa Cina abbia affrontato un percorso lungo e difficile verso l'emancipazione e la modernizzazione, che l'ha portata, attraverso la saggia guida del PCC, ad essere la seconda economia del mondo.

Relativamente all'Africa, Liu Jianchao ha affermato che “La Cina sosterrà l'Africa nel coltivare i motori della modernizzazione, vale a dire un'industrializzazione verde, equilibrata e sostenibile, la modernizzazione agricola e una forza lavoro qualificata per trasformare ogni risorsa, le ricche risorse e il dividendo demografico in veri e propri motori di crescita. E la Cina sosterrà l'Africa nel rivitalizzare le civiltà africane e nel trarre forza dalla sua splendida civiltà nel cammino verso la modernizzazione. Come disse una volta il compagno Nelson Mandela, la rinascita africana è ormai più di un'idea”.

E' stato inoltre letto un messaggio da parte del Partito Comunista della Federazione Russa, nel quale si afferma, fra le altre cose, che “Siamo orgogliosi che l'Unione Sovietica, guidata dal Partito Comunista, abbia dato un contributo significativo al sostegno della lotta di liberazione. Migliaia di attivisti dei vostri movimenti hanno ricevuto formazione nelle scuole e nelle università militari dell'allora Unione Sovietica. I nostri ufficiali militari hanno lavorato nei campi del movimento di liberazione in Africa. I diplomatici sovietici hanno difeso i vostri legittimi interessi alle Nazioni Unite. Abbiamo fornito questo supporto nonostante l'Occidente cercasse di etichettarvi come terroristi. Oggi, il potere politico appartiene ai governi democratici che riflettono gli interessi del popolo”.

Secondo i rappresentanti dell'African National Congress, partito che governa il Sudafrica, “L'ANC ritiene che la sopravvivenza politica, economica e culturale dell'eredità di liberazione dell'Africa meridionale richieda un'onesta introspezione, un apprendimento condiviso e un'unità concreta”.

In tal senso “Il Summit promuoverà quadri di collaborazione interpartitica, integrazione regionale, coinvolgimento dei giovani e governance delle risorse sovrane. Riaffermando valori condivisi e rafforzando alleanze, il Summit dei Movimenti di Liberazione del 2025 traccerà un percorso che protegga le conquiste del passato e costruisca al contempo un futuro africano giusto, inclusivo e autodeterminato”.

Il prossimo vertice dei Movimenti di Liberazione africana e panafricana, sarà ospitato dal Partito Rivoluzionario della Tanzania (CCM), che al momento governa in Paese, guidato da Samia Suluhu Hassan e che sarà anche la candidata alle elezioni presidenziali e parlamentari del 29 ottobre prossimo.

L'Africa sovrana e socialista, sostenuta dai BRICS, c'è e ribadisce e sostiene quella giustizia e quell'ordine internazionale equo e giusto, troppo spesso violato da chi ha fatto del colonialismo, del razzismo, del suprematismo e dell'ipocrisia, la sua bandiera.

Luca Bagatin

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domenica 16 febbraio 2025

La Namibia celebra la scomparsa del suo leader storico, Sam Nujoma. Articolo di Luca Bagatin

 

Sam Nujoma fu il padre fondatore della Namibia indipendente e primo Presidente del Paese, dal 1990 al 2005, nonché leader dello SWAPO, ovvero l'Organizzazione Popolare dell'Africa del Sud-Ovest, partito socialista democratico panafricano e nazionalista di sinistra, fondato nel 1960.

Sam Nujoma è morto l'8 febbraio scorso, a 95 anni, nell'ospedale della Capitale, Windhoek.

Guida della lotta per l'indipendenza della Namibia dal dominio sudafricano, sin dagli Anni '50, fu successivamente guida del movimento di liberazione dell'intera Africa del Sudovest dal colonialismo britannico.

Lo SWAPO da lui guidato fu, sin da subito, in chiave anti-colonialista, supportato dai principali Paesi socialisti, quali l'URSS, la Repubblica Popolare Cinese, Cuba e la Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Nujoma, peraltro, nel 1973 e nel 1978, fu ospite, in Italia, a Reggio Emilia, della prima Conferenza Internazionale per l'Indipendenza dei Popoli dell'Africa Australe – organizzata dalle autorità regionali e cittadine - e, nel 1982 fu ospite a Roma.

Nel marzo 1990 la Namibia ottenne l'indipendenza ed egli ricoprì la carica di primo Presidente, attuando politiche di riforma sociale e agraria e garantendo tanto i diritti della popolazione namibiana quanto quelli della popolazione bianca, mantenendo peraltro sempre un legame di amicizia con l'Italia, ove fu ospite, in qualità di Presidente, nel 1996 e nel 1998.

Fu grande amico dei leader cinesi Mao Tse-Tung e Zhou Elnai e ha sempre mantenuto un legame di amicizia con la Repubblica Popolare Cinese. Legame che è, ancora oggi, molto forte.

Il Presidente Xi Jinping, a nome del governo e del popolo cinese, ha espresso le sue condoglianze per la scomparsa di Sam Nujoma, ricordando la sua attività di rivoluzionario, statista e guida del popolo namibiano alla ricerca della liberazione nazionale e dell'indipendenza.

Messaggi di cordoglio sono giunti anche da vari leader e organizzazioni socialiste nel mondo.

Fra questi il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, il quale ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale per il leader namibiano e ha dichiarato: “Ha dimostrato per tutta la sua vita un affetto speciale per Cuba e un sostegno alla Rivoluzione cubana, da quando ha guidato l'eroico popolo namibiano nella lotta per l'indipendenza e, più tardi, quando ha assunto la massima leadership del suo nascente stato indipendente, e anche come leader africano, simbolo di fermezza e difesa di giuste cause. Fu un fervente promotore della solidarietà e della cooperazione con Cuba e non cessò mai di riconoscere e apprezzare il contributo cubano alle lotte per la liberazione dell'Africa e la fine dell'apartheid. Il popolo e il governo cubani gli saranno sempre grati per il suo sostegno nella lotta contro il blocco”

Il Presidente socialista sudafricano Cyril Ramaphosa ha ricordato: “Come vicini e compatrioti, il Sudafrica è unito nel dolore ai namibiani che hanno perso il leader della rivoluzione namibiana, che è inseparabile dalla nostra storia di lotta e liberazione. Il dottor Sam Nujoma era uno straordinario combattente per la libertà che divideva il suo programma rivoluzionario tra la lotta della Namibia contro il colonialismo sudafricano e la liberazione del Sudafrica dall'apartheid.

In esilio e in patria, guidò l'Ovambo People's Organisation, la South West Africa People's Organisation e l'Esercito Popolare di Liberazione della Namibia contro la potenza apparentemente incrollabile delle autorità e delle forze coloniali e dell'apartheid. Sam Nujoma ha ispirato il popolo namibiano a un orgoglio e a una resistenza che smentivano le dimensioni della popolazione. Il conseguimento dell'indipendenza della Namibia dal Sudafrica nel 1990 ha acceso in noi l'inevitabilità della nostra liberazione. La leadership del presidente Nujoma per una Namibia libera ha gettato le basi per la solidarietà e la partnership che i nostri due Paesi condividono oggi, una partnership che continueremo ad approfondire come vicini e amici”.

Messaggi di cordoglio sono giunti anche dal Partito Comunista Sudafricano, dal partito marxista sudafricano Economic Freedom Fighters e dall'associazione anti-apartheid britannica Action for Southern Africa

L'attuale Presidente socialista della Namibia, Nangolo Mbumba ha dichiarato, nel ricordare il suo illustre predecessore: “Questo è l'uomo senza il quale sareste ancora sotto il colonialismo. Non dimenticate che... Ha fatto sì che i lavoratori comuni, dai contadini ai minatori, li addestrasse e li rendesse soldati brillanti”.

E al cordoglio si è unita anche l'attuale Premier, la socialista Netumbo Nandi-Ndaitwah, la ha affermato, sui social: “La sua leadership visionaria e la sua dedizione alla liberazione e alla costruzione della nazione hanno gettato le basi per la nostra nazione libera e unita. Onoriamo la sua eredità sostenendo la resilienza, la solidarietà e il servizio disinteressato. I nostri pensieri sono con la sua famiglia e la nazione in lutto. Possa la sua anima riposare in pace eterna”.

Luca Bagatin

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venerdì 10 gennaio 2025

La Namibia a guida socialista rafforza la sua cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese. Articolo di Luca Bagatin


Proficuo l'incontro del 6 gennaio scorso fra il governo socialista democratico della Namibia, presieduto da Nangolo Mbumba e rappresentato dalla Presidentessa eletta Netumbo Nandi-Ndaitwah (prima presidente donna eletta in Namibia) e il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, nell'ambito delle sue visite, dal 5 all'11 gennaio, in Namibia, Repubblica del Congo, Ciad e Nigeria .

Entrambe le parti sono impegnate a promuovere la cooperazione bilaterale, così come la Repubblica Popolare Cinese è impegnata, da molti decenni, nel rafforzare i rapporti con l'Africa e, in generale, il Sud del mondo e a promuoverne la modernizzazione.

Il Ministro Wang ha in particolare elogiato il partito socialista democratico della Namibia, ovvero l'Organizzazione Popolare dell'Africa del Sud-Ovest (SWAPO), in quanto ha adottato una governance fondata sulle necessità dei cittadini, guidando il Paese lungo un percorso di sviluppo, tenendo conto delle peculiarità nazionali del Paese.

Lo SWAPO, che alle ultime elezioni Parlamentari del 2024 ha ottenuto il 53% dei consensi e alle Presidenziali dello stesso anno il 58%, è partito socialista “con caratteristiche namibiane” affiliato all'Internazionale Socialista, che, ai tempi del colonialismo europeo, fu partito indipendentista legato al Movimento dei Paesi Non Allineati.

Il governo socialista della Namibia e la Repubblica Popolare Cinese, hanno così riaffermato la volontà di continuare a cooperare, nel segno dell'amicizia fra i popoli e del comune allineamento ideologico.

Luca Bagatin

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domenica 25 agosto 2024

La storica amicizia che lega Africa e Cina. Articolo di Luca Bagatin


Vi è una storica amicizia che lega l'Africa alla Repubblica Popolare Cinese.

Una storica amicizia che, per molti versi, fonda gran parte delle sue radici nell'influenza che ebbe su Mao Tse-Tung il saggista, sociologo, massone e attivista statunitense naturalizzato ghanese (all'età di 95 anni) William Edward Burghardt Du Bois (1869 – 1963).

Du Bois fu fra i più grandi esponenti del movimento panafricano nel mondo (oltre a Marcus Garvey) e fu fra i primi a battersi per i diritti civili delle persone di colore. Fu infatti fondatore, nel 1909, dell'Associazione nazionale per il progresso delle persone di colore (NAACP).

Molto amico e di Mao, Du Bois, oltre ad essere stato iniziato in Massoneria nella loggia Widow Son Lodge No. 1 nel 1910 (e il suo percorso massonico influenzò molto la sua lotta per l'emancipazione degli oppressi), all'età di 82 anni fu candidato alla carica di Senatore - nello Stato di New York - per il Partito Laburista Americano, ottenendo il 4% dei consensi e, successivamente, si iscrisse al Partito Comunista degli Stati Uniti d'America. Pur sempre critico nei confronti dell'URSS.

Du Bois ritenne ad ogni modo sempre che il capitalismo fosse una delle maggiori cause dell'oppressione delle persone di colore.

Fu uno dei primi sostenitori della Conferenza di Bandung (alla quale purtuttavia il governo USA non gli permise di partecipare), in Indonesia, nel 1955, che avrebbe permesso il dialogo fra i Paesi Non Allineati, edificando così un ponte fra Africa e Asia, gettando le basi per l'unione di quel Sud del mondo sfruttato dalla colonizzazione e dagli imperialismi dei blocchi contrapposti USA-URSS.

Nel 1959 Du Bois tenne una conferenza presso l'Università di Pechino, in cui sostenne il miglioramento dei legami fra le comunità afroamericane statunitensi e la Cina. E sostenendo che l'Africa e la Cina avrebbero dovuto camminare assieme, unite entrambe dalla lotta al colonialismo e allo sfruttamento.

Tale storica amicizia è stata rimarcata, il 12 agosto scorso, dall'Ambasciatore Fu Cong presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L'Ambasciatore ha fatto presente come i Paesi africani siano diventati una forza importante sulla scena politica globale, ma come ancora oggi vi siano fenomeni di colonialismo e neo-colonialismo.

In tal senso ha fatto presente che “Ancora oggi alcuni Paesi occidentali si aggrappano alla mentalità colonialista con un atteggiamento ipocrita nei confronti delle questioni africane. Interferiscono negli affari interni dei Paesi africani utilizzando mezzi finanziari, legali, basati su sanzioni e persino militari, ed esercitano un’oppressione e un controllo senza scrupoli sui Paesi africani nei settori della valuta, dell’energia, dei minerali e della difesa nazionale”.

Ha infine sottolineato come Cina e Africa siano buoni amici e partner, i cui rapporti sono “basati sull’assistenza reciproca e sullo sviluppo congiunto” sin da quando la Repubblica Popolare Cinese sostenne la “giusta lotta dei Paesi africani per l'indipendenza e la liberazione nazionale”.

La strada per l'emancipazione dei popoli oppressi è probabilmente ancora lunga, ma la promozione di un nuovo ordine mondiale politico e economico più giusto, multipolare, ragionevole, che combatta ingiustizie, terrorismo, fondamentalismo, colonialismo e instabilità, è necessario e ha radici antiche.

Luca Bagatin

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giovedì 31 agosto 2023

Il riformismo socialista cinese fra BRICS e rapporti con il continente africano. Articolo di Luca Bagatin

Al 15esimo vertice dei BRICS di Johannesburg, tenutosi dal 22 al 24 agosto scorsi, il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping ha affermato due concetti importanti.

Il primo: “Noi (Paesi BRICS) scegliamo i nostri percorsi di sviluppo in modo indipendente, difendiamo congiuntamente il nostro diritto allo sviluppo e marciamo in tandem verso la modernizzazione. Ciò rappresenta la direzione del progresso della società umana e avrà un profondo impatto sul processo di sviluppo del mondo”.

Il secondo: “Le regole internazionali devono essere scritte e rispettate congiuntamente da tutti i Paesi sulla base degli scopi e dei principi della Carta delle Nazioni Unite, piuttosto che dettate da coloro che hanno i muscoli più forti o la voce più forte. Organizzarsi per formare gruppi esclusivi e confezionare le proprie regole come norme internazionali è ancora più inaccettabile”.
Sottolineando, così, come il compito dei BRICS sia, fra gli altri, quello di “sostenere l’equità e la giustizia e migliorare la governance globale”.
Il Presidente Xi, si è altresì soffermato elogiando il continente africano, con il quale la Cina ha un rapporto di lunghissima data, affermando come esso sia “un serbatoio di saggezza semplice, ma profonda”, ricordando un proverbio africano che afferma: “Se vuoi andare veloce, vai da solo; se vuoi andare lontano, andiamo insieme”.
Le relazioni fra Cina e Africa, infatti, risalgono agli Anni '60, ai tempi del Grande Timoniere Mao-Tse Tung, il quale, tramite l'allora Primo ministro e Ministro degli Esteri Zhou Enlai, iniziò a intessere relazioni con tutti quei Paesi africani che miravano a liberarsi dal colonialismo occidentale e ad emancipare il Terzo Mondo dagli opposti imperialismi USA-URSS.
Zhou Enlai enunciò, già allora, i principi cardine della politica estera cinese, fondata sul mutuo aiuto: beneficio reciproco attraverso la comune cooperazione, non aggressione e rispetto della sovranità nazionale. Fu così, che, sin da allora, la Repubblica Popolare Cinese iniziò a costruire infrastruttire in Africa, a portare aiuti medici e educativi e a garantire prestiti a tassi agevolati.
Una strategia portata avanti, dopo Mao e Zhou Enlai, da tutti i loro successori e che è alla base della profonda amicizia fra Cina e Africa.
Realtà, entrambe, accomunate dal fatto di essere state preda del colonalismo occidentale, ma che, ciò vale in particolare per la Cina, hanno saputo affrancarsi da tale sudditanza ed emanciparsi, attraverso il socialismo e forme di cooperazione pacifica.
Molto interessanti, in merito ai rapporti Cina-Africa, gli studi della sinologa italiana Alessandra Colarizi e quelli della studiosa statunitense Deborah Brautigam.
Luca Bagatin
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venerdì 25 agosto 2023

Le opportunità di sviluppo e cooperazione economica offerte dai BRICS a livello internazionale. Articolo di Luca Bagatin

  

Il Presidente della Repubblica di Cuba e Primo Segretario del Partito Comunista Cubano, Miguel Díaz-Canel, ha partecipato al recente vertice dei BRICS di Johannesburg, in Sudafrica.

La delegazione cubana ha invitato a potenziare le sinergie e il coordinamento fra BRICS e G77+Cina, al fine di promuovere i legittimi interessi dei Paesi del Sud del mondo e dare maggiore voce ai Paesi in via di sviluppo in ambito economico e finanziario, a livello internazionale.

Il Presidente cubano ha posto l'accento sulla necessità di un ordine monetario internazionale più stabile, sostenendo altresì la difesa del multilateralismo, del rispetto della Carta delle Nazioni Unite e del Diritto Internazionale, condannando l'imposizione di misure coercitive unilaterali, quali, nel caso specifico, l'embargo imposto dal governo degli USA contro il popolo cubano.

Inoltre, la delegazione cubana in sede BRICS ha riaffermato la necessità di promuovere un modello internazionale di cooperazione solidale e di mutuo beneficio, senza ingerenze nelle tematiche di nessuno Stato.

Anche il Presidente socialista del Venezuela, Nicolas Maduro, ha sottolineato tali necessità, affermando che “I BRICS svolgono un ruolo fondamentale nelle dinamiche geopolitiche che generano fiducia tra i popoli ed i governi dell’America Latina, dei Caraibi, dell’Africa e dell’Asia”.

Maduro ha altresì sostenuto la necessità di accelerare riforme relative al sistema finanziario globale, promuovendo la de-dollarizzazione e ricordando come il gruppo dei BRICS controlli “l’8,7% delle riserve mondiali di petrolio, il 25,2% di gas e, in generale, contribuisce per il 40% all’energia mondiale e per il 42% alle rinnovabili”.

Relativamente al vertice di Johannesburg, è intervenuto anche l'autorevole analista e manager italiano, nonché Presidente della Fondazione per gli Studi Internazionali e Geopolitici e Professore onorario dell'Università di Pechino, Giancarlo Elia Valori.

Valori, in un articolo su “Global Times” riportato il 24 agosto anche dal sito BankimpresaNews.com (https://www.bankimpresanews.com/riflessione-elia-valori/2023/08/24/43405_brics-to-break-west-hegemony-create-multipolar-global-system/), ha affermato – fra le altre cose – che il gruppo BRICS è aperto ad aiutare i Paesi a svilupparsi, così come a promuovere gli investimenti e il commercio, e non impone mai precondizioni.

Ancora più importante, il gruppo BRICS difende la multipolarizzazione e il multilateralismo. Difendendo il multilateralismo, i Paesi BRICS lottano contro il concetto di Guerra Fredda ed aprono alla possibilità di costruire un oridne economico internazionale più giusto ed equo, da cui il mondo può trarre beneficio”.

Ed ha concluso il suo intervento sottolineando come “Le economie emergenti, in particolare i Paesi BRICS, hanno sperimentato un’economia di vigorosa crescita e sono diventati importanti motori dello sviluppo economico globale. Tuttavia, di fronte a questi cambiamenti, i Paesi europei non hanno risposto attivamente. A parte le aspirazioni della Francia alla ricerca dell'autonomia strategica europea, esempi dall'Italia e altri Paesi parlano da soli: opportunità di sviluppo mancate, ostacoli terroristici, ignoranza e incompetenza politica”.

Luca Bagatin

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venerdì 21 aprile 2023

Sudafrica. Muore Chris Matlhako, leader comunista panafricano e internazionalista. Articolo di Luca Bagatin

 

Chris Matlhako, Segretario per le Relazioni Internazionali del Partito Comunista Sudafricano, è deceduto giovedì 20 aprile scorso, all'età di 59 anni.

A comunicarlo il Partito Comunista Sudafricano (SACP) e numerose organizzazioni comuniste e socialiste nel mondo, che hanno espresso il loro cordoglio per la prematura scomparsa di Matlhako.

Chris Matlhako, componente del Comitato Centrale del SACP dal luglio 2022, fu Secondo Vice Segretario Generale del SACP; membro dell'African National Congress; attivista panafricano, internazionalista e antimperialista; leader della South African Peace Initiative (SAPI) e Segretario Generale della Società degli Amici di Cuba – Sud Africa (FOCUS-SA).

I suoi compagni di partito lo ricordano come attivista, sin da giovanissimo, del movimento studentesco per combattere il sistema razzista dell'apartheid in Sudafrica.

Fine studioso e intellettuale, scrisse numerosi articoli e pubblicazioni riguardanti la rivoluzione e la causa socialista e una raccolta dei suoi articoli è stata resa disponibile sulla rivista “Thinking Che”.

Sostenitore delle strette relazioni Cina-Africa, ha fatto parte del gruppo consultivo dell'associazione Friends of Socialist China, che ha voluto ricordarlo sul suo sito web, ricordando come egli, celebrando - nel 2021 – il concomitante centenario del Partito Comunista Sudafricano e del Partito Comunista Cinese, ha fatto presente come entrambi i partiti “a modo loro hanno contribuito enormemente alla teorizzazione e all'ulteriore elaborazione della teoria socialista”.

Luca Bagatin

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martedì 28 dicembre 2021

In Libia si rinviano le elezioni perché si teme il ritorno di Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin

Le elezioni presidenziali, in Libia, si sarebbero dovute tenere il 24 dicembre, ma, ancora una volta, sono state rinviate.

Ennesimo rinvio. Ennesimo mancato appuntamento per un definitivo cambio di governo in Libia, che avrebbe, molto probabilmente, messo fine all'instabilità di questi decenni, dopo il colpo di Stato contro Gheddafi. Golpe che ha aperto la strada al fondamentalismo e al caos.

Non ci sono le condizioni per tenere le elezioni, si dice. Il Parlamento libico non fissa alcuna data. Parlamento nel quale non è presente il partito socialista, laico e di sinistra, pro-Gheddafi, in quanto gli è proibito presentare liste elettorali, sin dal 2012.

Il tentativo di estromettere dalla corsa alle presidenziali il figlio di Mu'Ammar Gheddafi, Saif, candidato del “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione laica e socialista araba, è fallito e, quindi, essendo egli, secondo tutti i sondaggi il favorito alla Presidenza, con oltre il 50% dei consensi, non potevano far altro che rinviare le elezioni.

Non sia mai che in Libia torni la democrazia, il socialismo e la laicità.

In Libia, dunque, regnano ancora l'incertezza e il caos. Complici i veti incrociati e le interferenze straniere, mentre il Paese rischia una nuova guerra interna. Nel silenzio assordante dell'Unione Europea.

Marco Rizzo, Segretario del Partito Comunista ha affermato, significativamente, sulla sua pagina Facebook: “Esiste qualche giornalista che ha il coraggio di dire che le elezioni in Libia si faranno solo se viene messo fuori quello che sarebbe il vero vincitore? E cioè Saif Gheddafi. E cioè l’unico che si scaglierebbe contro le milizie, contro il furto di petrolio e contro le migrazioni forzate”.

Luca Bagatin

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venerdì 18 giugno 2021

Muore a 97 anni Kenneth Kaunda, primo Presidente dello Zambia indipendente e leader socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

Kenneth Kaunda, conosciuto anche come KK, fu un eroe panafricano in lotta contro il colonialismo britannico.

Spentosi il 17 giugno scorso, a 97 anni, fu Presidente dello Zambia per 27 anni, dopo averlo liberato dal colonialismo e averlo emancipato socialmente e economicamente.

Nato nel 1924, si avvicinò alla politica nel 1951, entrando a far parte del Congresso Nazionale Africano della Rhodesia del Nord, movimento politico in lotta contro il suprematismo bianco britannico e in favore dell'indipendenza del Paese.

Per questo suo attivismo finì, nel 1955, in carcere, condannato, con i suoi compagni, ai lavori forzati.

Nel 1961, Kaunda, lanciò una campagna di disobbedienza civile contro le autorità e, l'anno successivo, si presentò alle elezioni come candidato del Partito Unito dell'Indipendenza Nazionale (UNIP). Partito che, con il Congresso Nazionale Africano, riuscirà a formare un governo di coalizione, giungendo, nel 1964, a decretare lo scioglimento della federazione di Rhodesia e Nyasaland e portendo il Paese a divenire Zambia indipendente che elesse, come primo Presidente, proprio Kenneth Kaunda.

Le sue idee saranno improntate a quello che viene definito socialismo africano, ovvero al rifiuto del sistema capitalistico dei colonizzatori europei e ad un recupero dei valori tradizionali africani, quali il senso di comunità, della famiglia e la dignità del lavoro agricolo. Ovvero un socialismo che riaffermava l'identità africana e le sue tradizioni.

Kaunda ribattezzò tale socialismo “umanesimo zambiano” e univa idee sia del socialismo sovietico che valori arcaici della cultura africana, fondati sull'aiuto reciproco e sulla fiducia nei confronti dei componenti della comunità.

Tale visione socio-economica portò lo Zambia a sviluppare rapidamente le sue infrastrutture e l'industria e a nazionalizzare le risorse naturali del Paese, restituendo ai cittadini la proprietà delle miniere di rame e di molte altre proprietà, finalmente sottratte ai colonizzatori.

Le politiche sociali di Kaunda portarono a sviluppare un forte sistema scolastico pubblico e gratuito; furono garantite borse di studio ai più meritevoli e fondati diversi istituti universitari.

Kaunda fu, dunque, al pari di Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Ahmed Sékou Touré, Mu'Ammar Gheddafi, Nelson Mandela (di cui fu sostenitore) e molti altri socialisti africani, un grande leader panafricano e per l'emancipazione dell'Africa, pur fra i mille ostacoli dovuti alle interferenze dei Paesi ex coloniali europei e degli USA. I quali, ancora oggi, in Africa e non solo, fanno il bello e il cattivo tempo...fingendo di esportare “democrazia e libertà”.

Kaunda fu anche un solido sostenitore del Movimento dei Non Allineati e fu legato ad una profonda amicizia con il Presidente socialista jugoslavo Tito Broz, peraltro già grande amico di Gheddafi e di tutti i Paesi del Terzo Mondo socialisti, laici e non allineati.

Fu peraltro amico personale dei leader cinesi Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping e sulla Cina, grande partner commerciale dello Zambia, ebbe a dire: “La Cina ci ha aiutato a lottare per la nostra indipendenza. La Cina ha aiutato molti altri paesi in Africa a ottenere la loro indipendenza. Ora stanno lavorando con noi per aiutarci a sviluppare le nostre economie. È quello che sta facendo la Cina, aiutandoci, come amici, autentici amici”.

Negli Anni '80, Kaunda, fu vicino, oltre che al Presidente socialista cubano Fidel Castro, anche al Presidente iracheno bah'atista (socialista) Saddam Hussein, impropriamente definito, dai neocolonialisti, un “dittatore”.

Kenneth Kaunda, che diede le dimissioni da Presidente nel 1991, è tutt'ora molto ricordato in Zambia e la sua scomparsa ha intristito molto il Paese e il suo attuale Presidente Edgar Lungu (esponente del socialdemocratico Fronte Patriottico), il quale lo ha a lungo ricordato su Facebook.

Luca Bagatin

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giovedì 15 ottobre 2020

15 ottobre 1987: viene ucciso Thomas Sankara, Presidente degli uomini integri. Articolo di Luca Bagatin

Era il 15 ottobre 1987, quando il Presidente del Burkina Faso – Thomas Sankara – fu ucciso, nell'ambito del colpo di Stato organizzato dal suo ex compagno d'armi Blaise Campaoré, con l'appoggio degli USA, della Francia e dei militari liberiani.

Sankara fu e rimane un simbolo per i popoli del Terzo Mondo africani. Un simbolo panafricano di riscatto e emancipazione.

Burkina Faso, significa, letteralmente, “paese degli uomini integri”. Così come integro fu sempre Sankara, salito al potere a soli 35 anni, attraverso una rivoluzione senza spargimento di sangue, esattamente come avvenne in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi.

Sankara nacque il 21 dicembre 1949 da una famiglia povera burkinabé. Il suo sogno, sin da bambino, fu che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e che tutti potessero vivere in pace, con due pasti al giorno.

Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.

Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.

Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.

Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.

Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.

Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.

Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.

Un programma che consistette in: una massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; in una massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, al fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari e una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.

Programma ambizioso e in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.

Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto peraltro anche dal Partito Radicale di Marco Pannella che lanciò in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.

L'esempio e la vita di Sankara ci spiegano, per moltissimi versi, le vere cause del fenomeno migratorio di oggi, che è frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi. I quali continiuano a invadere e destabilizzare Paesi sovrani, a sanzionarli, a vendere loro armi. E obbligano i Paesi poveri ad indebitarsi, attraverso le criminali politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, già ampiamente denunciate da Sankara stesso.

Sankara sembra essere sconosciuto, dai nostri popoli, ma rimane un simbolo per i popoli liberi.

Le sue lotte, che sono ancora oggi le lotte dei panafricani, meritano rispetto e concreta attuazione. Affinché il suo sacrificio eroico non sia stato vano.

Luca Bagatin

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