La marginalizzazione dell’Unione Europea e dei Paesi europei in
Africa ha cause recenti. In questo Continente ricco di risorse e in
piena crescita demografica, le grandi potenze si contendono le
opportunità di cooperazione più vantaggiose.
Le relazioni tra l’UE ed
alcuni Paesi dell’Africa mediterranea e, di conseguenza, i Paesi del
Maghreb e dell’Africa subsahariana (regione del Sahel) rivelano
complessi cambiamenti geopolitici e diplomatici. Quali sono le cause
profonde della frattura tra l’UE e alcuni Paesi africani? Quali errori
ha commesso l’UE? Quale impatto hanno avuto questi errori sulle loro
interazioni? Nel mondo odierno, in rapida evoluzione e attraversato da
crisi, quali aggiustamenti geopolitici e diplomatici sono necessari per
superare queste fratture e rivitalizzare la cooperazione?
A detta di
Omar al-Bah – professore presso il Centro di Parigi per la diplomazia e
gli studi strategici, e consigliere delle Nazioni Unite e dell’Unione
Africana – i tre principali errori commessi dall’UE in Africa e il loro
impatto sulle relazioni diplomatiche e strategiche bilaterali sono:
l’intervento della NATO in Libia sostenuto dall’UE; l’ambiguità dell’UE
sulla questione del Sahara; e i doppi standard dell’UE; e la questione
relativa alle tradizioni africane che gli Occidentali vorrebbero
cancellare in nome di una “modernizzazione” della moralità.
I
bombardamenti della NATO sulla Libia hanno superato l’ambito
dell’autorizzazione della Risoluzione 1973 del Consiglio di Sicurezza
delle Nazioni Unite (17 marzo 2011). Tale risoluzione prevedeva solo una
no-fly zone e non autorizzava l’uso della forza contro la Libia.
Tuttavia, i Paesi occidentali hanno utilizzato questa autorizzazione per
affermare all’opinione pubblica internazionale che la NATO aveva il
mandato ONU di rovesciare il regime libico, colpire Gheddafi e
distruggere la Libia. Tutto ciò sembrava essere a sostegno dei ribelli
“pro-democrazia” che sostenevano una Libia “moderna e progressista”.
Tuttavia, dal 2011, la Libia è afflitta da una guerra civile e non ha
una guida governativa unitaria e universalmente accettata. Nel 2020, la
Libia rimaneva divisa in tre distinte regioni ostili l’un l’altra.
Questa
divisione tripartita indica che ci sono tre governi: a) governo di
unità nazionale a Tripoli: guidato dal primo ministro Abdul Hamid
Dbeibah: controlla la capitale e l’ovest del Paese, sostenuto dalla
comunità internazionale e dalla Turchia; b) governo di Bengasi/Est:
diretto dal primo ministro Osama Hammad, supportato dal parlamento
(Camera dei Rappresentanti) con sede a Tobruch e controllato dal gen.
Khalifa Haftar e dal suo Esercito Nazionale Libico; c) Alto Consiglio di
Stato: un organo consultivo con sede a Tripoli che, sebbene non sia un
governo esecutivo indipendente, svolge un ruolo cruciale nelle
negoziazioni politiche e si contrappone al parlamento di Tobruch. Oltre
al fatto che ci sono zone grigie dominate da milizie armate: forze con
intrinseche caratteristiche terroristiche che propugnano uno Stato
teocratico in Libia.
Tale situazione mina gravemente il processo di
ricostruzione nazionale, interrompe un dialogo nazionale inclusivo e
sostenibile, ostacola lo svolgimento di elezioni regolari e impedisce le
riforme strutturali volte a promuovere una ripresa di alta qualità
dalla crisi e a raggiungere la rivitalizzazione nazionale postbellica.
L’errore
che ne è derivato risiede nel fatto che i Paesi occidentali hanno
scelto una strada interventista ideologicamente motivata e
apparentemente benevola: l’uso della forza contro uno Stato sovrano nel
contesto della “primavera araba”, ignorando le riserve sollevate
dall’Unione Africana. L’UA aveva chiaramente sostenuto una risoluzione
pacifica della crisi attraverso meccanismi di mediazione guidati
dall’Africa.
L’incapacità dell’Occidente e dell’UE di proporre una
chiara soluzione postbellica ha costituito un errore fondamentale, che
va oltre la mera violazione degli articoli 2(3) e 4 della Carta delle
Nazioni Unite. La maggior parte delle voci a sostegno dell’intervento
invocava la cosiddetta “responsabilità di proteggere”, considerandola
uno strumento per minare sia la sovranità della Libia che il principio
di non ingerenza negli affari interni.
In effetti, sia a livello
macroeconomico che microeconomico, la situazione della Libia sotto
Gheddafi era di gran lunga migliore di quella attuale. D’altro canto, il
Consiglio Nazionale di Transizione, salito al potere dopo la Guida
Suprema, non è mai riuscito a chiarire la destinazione finale dei beni
finanziari libici congelati e confiscati a livello globale. Si stima che
questi beni, principalmente localizzati negli Stati Uniti d’America e
nell’UE, ammontino a un valore compreso tra 100 e 160 miliardi di
dollari.
Il crollo della Libia ha avuto un impatto negativo anche sul
processo di integrazione monetaria panafricana promosso dall’UA, ha
ostacolato significativamente il lancio di una moneta unica africana
(l’Eco per la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale)
che è stato posticipato al 2027 a causa di ostacoli economici e
politici. Mentre alcune iniziative collegano l’integrazione monetaria a
lungo termine all’Agenda 2063 dell’UA, la data del 2027 rimane
l’obiettivo attuale per l’Africa occidentale.
Di fatto, l’UA
inizialmente ha fatto molto affidamento sul consistente sostegno
finanziario della Libia per avviare il processo di unificazione
monetaria nel quadro dell’Area di Libero Scambio Continentale Africana
(AfCFTA, African Continental Free Trade Area). L’AfCFTA è il più grande
accordo di libero scambio al mondo per numero di Paesi coinvolti, attivo
dal 1° gennaio 2021. Promosso dall’UA, mira a creare un mercato unico
per 54 Stati (tranne l’Eritrea), eliminando il 90% dei dazi doganali per
incrementare il commercio intra-africano, industrializzare il
Continente e facilitare la circolazione di merci e servizi. Ciò in linea
con la teoria dell’economista canadese Robert Mundell sulle aree
valutarie ottimali e il loro impatto positivo sulla mobilità del lavoro,
nonché con la visione generale del XXXVIII Vertice dei Capi di Stato e
di Governo dell’UA tenutosi ad Addis Abeba nel febbraio 2025.
Il
secondo errore riguarda la posizione ambigua dell’UE sulla Repubblica
Araba Democratica del Sahara. Esso è stato ed è un gioco strategico
basato sul cosiddetto equilibrio fra il Regno del Marocco, la predetta
RADS e la Repubblica Democratica Popolare dell’Algeria.
Cambiamenti
di posizione complessi e sottili sono comuni nella politica estera
dell’UE. Il 4 ottobre 2024, la Corte di giustizia europea ha emesso tre
sentenze che impongono agli Stati membri di garantire il rispetto dei
diritti sui beni e servizi originari della RADS nell’attuazione di due
accordi commerciali firmati con il Regno del Marocco. Lo stesso giorno,
il Ministero francese dell’Europa e degli Affari Esteri ha rilasciato
una dichiarazione in cui ribadisce i principi fondamentali della
politica estera francese nella regione del Maghreb. La Francia ha
dichiarato di non commentare mai le sentenze giudiziarie, ma allo stesso
tempo ha ribadito che il presidente e il governo francesi danno sempre
priorità al “partenariato strategico speciale” tra Francia e Marocco al
di là dell’UE.
Per cui questa posizione diplomatica, parallela alle
sentenze della Corte di giustizia europea, ha creato una significativa
tensione tra lo Stato di diritto dell’UE e gli interessi nazionali
francesi a livello diplomatico, economico, finanziario e persino
strategico e storico (al tempo del colonialismo diretto l’attuale RADS
era il Sahara spagnolo). La contraddizione non solo non è riuscita a
placare le emozioni delle parti coinvolte nella regione del Màghreb, ma
non è nemmeno riuscita a chiarire in modo sostanziale la vera posizione
di Bruxelles su questa delicata questione. Per rafforzare la credibilità
e coordinare le posizioni diplomatiche e strategiche, l’UE avrebbe
dovuto dimostrare maggiore coerenza.
Nel frattempo, l’UE si trova
intrappolata tra due principi sulla questione della RADS: da un lato, il
sostegno dell’Algeria al diritto all’autodeterminazione del popolo
della RADS; dall’altro, la rivendicazione di sovranità del Marocco su
alcuni territori della RADS (già membro dell’ex Organizzazione
dell’Unità Africana dal 1982 e oggi membro dell’UA) basata sul principio
di inviolabilità delle frontiere. Il Marocco propone di concedere
l’autonomia alla regione entro quelli che Rabat stabilisce siano i suoi
“confini naturali”, sottolineandone la priorità storica e geografica. La
posizione alquanto parziale del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni
Unite nei confronti dell’approccio marocchino potrebbe offrire all’UE
un’opportunità per ridefinire la propria posizione diplomatica.
Il
terzo errore ha a che fare coi doppi standard dell’UE in nome della
democrazia, dello Stato di diritto, della moralità, del buon governo e
dei diritti umani. Nella maggior parte dei Paesi del Màghreb e
dell’Africa subsahariana, l’UE, come altri attori occidentali, spesso
privilegia l’appello a questi concetti ideologici per giustificare il
proprio intervento negli affari interni dei Paesi africani, imponendo
sanzioni o condizioni. Questi discorsi hanno spesso un tono
condiscendente e “civile” mirando a indebolire regimi ed élite
disobbedienti, favorendo così la creazione di deleghe e salvaguardando i
propri interessi strategici. Questa pratica ha suscitato diffuse
critiche ai doppi standard dell’UE in Africa.
Nonostante l’UE abbia
ripetutamente sottolineato il suo fermo impegno nei confronti di questi
valori, affermando che il suo obiettivo è quello di sostenere “valori
universali” come la pace, la sicurezza, la stabilità, lo Stato di
diritto, la moralità, il buon governo, la lotta alla corruzione, i
diritti umani e blablablà, la frattura tra l’UE e l’Africa persiste.
La
frattura è particolarmente pronunciata nella regione del Sahel. Gli
interventi di sicurezza dell’UE e della comunità internazionale, come la
i) Task Force Takuba dell’UE dal 2021 (strumento ideato da Macron per
coinvolgere l’Europa nel Sahel, dove le forze francesi stentano a
mantenere la stabilità del territorio; e va detto pure che – nonostante
si fossero inizialmente dichiarati favorevoli all’iniziativa francese –
non tutti gli undici Paesi firmatari della dichiarazione di adesione
hanno inviato unità operative sul terreno, mentre uno di essi, la
Germania, ha rifiutato ben due volte la richiesta francese); ii) il G5
Sahel (quadro di cooperazione intergovernativa istituito nel 2014 da
Burkina Faso, Ciad, Mali, Mauritania e Niger per affrontare sfide comuni
di sicurezza e sviluppo) e iii) la Missione Multidimensionale Integrata
delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione in Mali, non sono riusciti a
sradicare completamente il terrorismo e la criminalità transnazionale.
Anche con il ritiro delle truppe straniere, queste minacce persistono.
Mentre i soldati francesi ed europei sono riusciti a fermare l’avanzata
delle forze giadiste in alcune aree, il mancato raggiungimento di un
obiettivo decisivo ha ulteriormente esacerbato le incomprensioni tra
Francia, UE e l’Associazione degli Stati del Sahel, spingendo
quest’ultima verso Mosca, Pechino e il sistema BRICS. Questo cambiamento
geopolitico rappresenta una sfida diplomatica estremamente difficile
per l’UE e la Francia.
Inoltre va sottolineato che il meccanismo di
pattugliamento anti-migranti Frontex dell’UE (Agenzia europea della
guardia di frontiera e costiera con sede a Varsavia) e la sua pressione
diplomatica e strategica sui Paesi di transito del Màghreb e sui Paesi
di partenza africani hanno ulteriormente esacerbato le tensioni tra l’UE
e l’Africa. Le rotte marittime del Mediterraneo e dell’Atlantico sono
diventate canali di immigrazione illegale, causando migliaia di morti
ogni anno. Ciò non solo innesca attriti tra i Paesi costieri meridionali
dell’UE e i Paesi di destinazione settentrionali, ma aggrava anche i
conflitti con il Màghreb e l’Africa nel suo complesso.
Molti africani
ritengono che l’UE sfrutti le risorse naturali dell’Africa rifiutandosi
di fornire canali legali per la migrazione africana. Allo stesso tempo,
l’UE si trova ad affrontare la pressione dell’ascesa del nazionalismo
anti-immigrati di estrema destra, che sfrutta i cambiamenti demografici,
gli abusi del welfare e la “teoria della sostituzione demografica” per
creare panico e dipingere la migrazione come una minaccia. Questa
retorica è spesso esagerata nel contesto di una realtà complessa e
interdipendente.
Inoltre altro errore è il discorso occidentale sul
genere e le sue diverse forme, che ha incontrato una forte resistenza da
parte dei valori tradizionali, religiosi e culturali in Africa e nel
Sud del mondo. Ciò sottolinea l’importanza del rispetto dell’identità e
delle usanze nelle relazioni internazionali per preservare la diversità
dei Paesi e degli Stati nazionali.
L’UE è ben noto sia un importante
partner strategico per l’Africa, e viceversa. Tuttavia, le frequenti
fratture nelle relazioni riflettono l’inadeguatezza dell’UE
nell’adattare la propria politica estera ai cambiamenti nelle élite
africane, nell’opinione pubblica e nel sistema internazionale
multipolare. Queste linee di frattura geopolitiche dovrebbero indurre
entrambe le parti a ripensare i propri modelli di interazione
multistrato basati sul rispetto reciproco.
L’Africa sostiene i
principi di uguaglianza tra gli Stati, rispetto della sovranità e non
ingerenza negli affari interni, evitando al contempo la sostituzione di
un’egemonia con un’altra, mantenendo così una vera autonomia strategica.
Ed infatti solo preservando il non-allineamento, la resilienza e
l’iniziativa, l’Africa può promuovere più efficacemente le agende
globali, quali la riorganizzazione del sistema economico e finanziario
globale, e la riforma del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite
basata sull’Ezulwini Consensus, ossia la posizione comune dell’UA
adottata nel 2005 per la riforma del Consiglio di Sicurezza delle
Nazioni Unite, mirata a correggere l’ingiustizia storica della mancata
rappresentanza africana: chiede almeno due seggi permanenti (con diritto
di veto) e cinque seggi non permanenti per l’Africa, lasciando il resto
immutato.
In tale processo, l’UE rimane pur un partner
indispensabile per l’Africa. Il Màghreb, l’Africa subsahariana, l’UE e
altre grandi potenze hanno la responsabilità di costruire un nuovo
sistema di relazioni internazionali più pacifico, ordinato, giusto e
reciprocamente vantaggioso attraverso il dialogo e la fiducia reciproca,
e di promuovere l’istituzione di un nuovo ordine mondiale non esclusivo
basato non sulle chiacchiere politicamente corrette, bensì sul rispetto
reciproco, sugli interessi comuni e sul diritto internazionale come
garanzia duratura per la pace, la sicurezza e la stabilità globali.
Però
– a parte le belle parole di circostanza dell’UE, rappresentante di
Paesi che hanno da sempre sfruttato l’Africa – sono i BRICS che si
stanno rendendo maggiormente credibili al cospetto dei Paesi di quel
Continente.
La cooperazione tra i Paesi BRICS e l’Africa si sta
rapidamente rafforzando. Anche Egitto ed Etiopia sono diventati membri a
pieno titolo, mentre Nigeria, Uganda (Stati associati) e Algeria e
Senegal (Stati candidati). Ciò rappresenta l’ascesa del “Sud globale”,
che mira a promuovere la multipolarità geopolitica, la dedollarizzazione
commerciale e lo sviluppo delle infrastrutture, rafforzando così in
modo significativo l’influenza dell’Africa nel panorama politico ed
economico internazionale.
Per cui i Paesi BRICS e l’UA stanno
formando un modello interconnesso, concentrandosi su piattaforme di
negoziazione multilaterali per promuovere la decolonizzazione economica,
la cooperazione energetica e l’accordo sulla valuta locale. Obiettivo
comune è l’attenzione rivolta alla riforma delle istituzioni di
governance globale e alla promozione della rappresentanza dei Paesi in
via di sviluppo negli affari internazionali.
Per quanto riguarda
infrastrutture e sviluppo i Paesi BRICS si sono impegnati ad assistere
il Continente africano nello sviluppo delle risorse e nel potenziamento
delle infrastrutture. Attraverso la partnership con l’Africa, i Paesi
BRICS stanno rafforzando la solidarietà nel “Sud del mondo” e lavorando
per costruire un ordine internazionale più equo.
Dall’espansione del
2024, l’Africa conta ora altri due Stati membri a pieno titolo (i
predetto Egitto ed Etiopia): l’adesione di questi Paesi rafforza
l’influenza strategica dei BRICS nell’Africa nordorientale.
Su valuta
digitale e dedollarizzazione, l’India ha proposto di discutere
l’integrazione delle valute digitali delle banche centrali al vertice
BRICS del 2026 per semplificare gli accordi commerciali tra l’Africa e
gli altri Stati membri e ridurre la dipendenza dal dollaro statunitense.
Per
ciò che concerne esercitazioni militari congiunte nel gennaio 2026,
nelle acque al largo della Repubblica Sudafricana si è tenuta la prima
esercitazione Peace Will 2026, guidata dalla Repubblica Popolare della
Cina, che ha segnato un passo avanti nella cooperazione in materia di
sicurezza.
I principali ambiti di cooperazione sono: il finanziamento
delle infrastrutture : la New Development Bank continua a erogare
prestiti ai Paesi africani, avendo approvato oltre 30 miliardi di
dollari per progetti infrastrutturali e di sviluppo sostenibile a
partire dal 2023 .
Su agricoltura e sicurezza alimentare l’obiettivo
della cooperazione è condividere tecnologie agricole per migliorare la
produttività e sradicare la povertà nel Continente africano.
Per la
cooperazione energetica RP della Cina e Russia stanno promuovendo
diversi progetti su larga scala in Africa, come la centrale nucleare di
El-Dabaa in Egitto e la costruzione di diverse reti di energia solare.
I
Paesi BRICS hanno offerto all’Africa un’alternativa ai sistemi dominati
dall’Occidente, come il FMI o la Banca Mondiale. I Paesi africani
stanno utilizzando la piattaforma BRICS per promuovere lo sviluppo
dell’Area di libero scambio continentale africana (AfCFTA) e cercare
maggiore rappresentanza e autonomia nella governance globale, a parte le
frasi fatte di circostanza dell’UE e degli Occidentali, i quali appena
l’Africa cerca di risolvere i propri problemi da sé, essi intervengono
per stabilire zone d’influenza, sfruttamento e divisione: emblematico il
caso libico, con cui abbiamo aperto tale contributo.
Giancarlo Elia Valori

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