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sabato 25 luglio 2026

India: progressi fra luci ed ombre. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori


Molti guardano all’economia indiana solo in base a una serie di cifre impressionanti: un’elevata crescita del PIL, le continue e forti esportazioni di servizi e tecnologie informatiche, le scoperte nel campo delle nuove energie, l’economia a bassa quota, la produzione manifatturiera di alta gamma e una quota in costante aumento di produttività di nuovo tipo.

Dal punto di vista dei conti nazionali, l’India sembra aver portato a termine ancora una volta un notevole ammodernamento industriale, rimanendo salda, nonostante le incertezze globali.

Ma una volta che si entra in contatto con la gente comune indiana, si scopre una realtà agghiacciante: più i dati macroeconomici sono impressionanti, più la realtà per la gente comune è dura.

Da un lato, il Paese sta compiendo grandi passi avanti, mentre dall’altro il potere d’acquisto delle famiglie comuni continua a indebolirsi, le aspettative di ricchezza della classe media sono in calo e la pressione occupazionale sui giovani è in costante aumento.

Perché c’è una differenza così grande? Questa divergenza non è un fenomeno esclusivo dell’India. Molte economie nel corso della storia hanno vissuto situazioni simili durante i periodi di transizione: i dati macroeconomici sono positivi, ma la vita delle persone si fa più difficile.

La differenza risiede in due punti: se si tratta semplicemente di un problema ciclico, il divario si ridurrà gradualmente con la ripresa economica; ma se la logica di allocazione delle risorse è completamente cambiata, questa divisione persisterà a lungo e potrebbe persino ampliarsi. L’India odierna appartiene a quest’ultima categoria.

Quando una grande potenza sposta il focus del proprio sviluppo sulla sicurezza industriale, l’autosufficienza tecnologica, la competitività globale e le innovazioni nei settori strategici, i capitali, i talenti, il credito e i sussidi statali confluiranno sistematicamente, come una marea, verso le industrie di fascia alta, le imprese leader e i settori orientati all’esportazione. Di conseguenza, le risorse destinate ai beni di consumo, alle piccole e medie imprese private, alle industrie ad alta intensità di lavoro e ai settori dei servizi di base diminuiranno naturalmente.

Ciò ha portato a una situazione in cui il Paese sta acquisendo sempre maggiore potere, ma il senso di benessere della gente comune non è cresciuto di pari passo. La crescita non è più inclusiva, bensì strutturale e stratificata.

Questa è la caratteristica principale dell’economia indiana nel 2026: la macroeconomia è in forte espansione, mentre la microeconomia sta attraversando un periodo arduo.

Per comprendere l’India del 2026, bisogna ripercorrere la logica del suo sviluppo negli ultimi decenni.

L’India ha seguito un percorso di grande successo: facendo leva sulla sua vasta popolazione (la più numerosa al mondo: 1.470.000.000 abitanti), sui mercati aperti, sull’esternalizzazione dei servizi e sull’economia digitale, si è rapidamente integrata nella divisione globale del lavoro. I suoi settori: IT (Information Technology è l’insieme dei metodi, dei sistemi e delle tecnologie utilizzati per archiviare, proteggere, elaborare e trasmettere dati digitali; questi includono sia le componenti fisiche-hardware, come computer e server, sia i programmi-software e le reti), farmaceutico e dell’esternalizzazione dei servizi hanno raggiunto livelli di eccellenza a livello mondiale. I pagamenti digitali e le piattaforme internet locali, hanno spinto i costi all’estremo, creando un vantaggio di scala che i Paesi più piccoli semplicemente non possono replicare.

All’epoca, l’India fece tre cose cruciali nel modo giusto: 1. aprì gradualmente le sue porte al mercato globale; 2. deregolamentò il settore privato per liberare maggiore vitalità; e 3. protesse i diritti di proprietà e incoraggiò la creazione di ricchezza. Questi tre punti sostennero il periodo di rapida crescita che l’India ha conosciuto per decenni. Però negli ultimi anni la logica è completamente cambiata.
Mentre l’attenzione strategica del Paese si sposta verso scoperte di alto livello, autosufficienza e controllo, e concentrazione di imprese di vertice, l’economia indiana sta lentamente cadendo in una trappola strutturale da cui è difficile uscire: la crescita ad alta intensità di capitale.

I settori industriali più dinamici e supportati dell’India al momento – informatica, biomedicina, energie rinnovabili, produzione di alta gamma, intelligenza artificiale, automazione industriale – condividono una caratteristica comune: dipendono fortemente da capitali, tecnologia e talenti, e sono al contempo estremamente indipendenti dalla manodopera ordinaria.

Questi settori possono generare una produzione sbalorditiva, incrementare il PIL e migliorare il prestigio di un Paese, ma non possono creare occupazione su larga scala né aumentare significativamente il reddito delle persone comuni.

Ciò porta a un tipico effetto sifone: le risorse migliori vengono sottratte dalle industrie di vertice, mentre le piccole e medie imprese, i settori di sussistenza, il commercio al dettaglio, i servizi e l’industria manifatturiera tradizionale sono al contempo marginalizzati. Il potere nazionale sta crescendo in modo esponenziale, ma la stragrande maggioranza delle persone non è profondamente coinvolta in questa crescita.

Ciò crea in definitiva una situazione paradossale: povertà in mezzo all’abbondanza. Il Paese vanta industrie di livello mondiale, eppure la gente comune si trova ad affrontare una crescita dei redditi lenta, una forte concorrenza per il lavoro e consumi prudenti.
Questo non accade perché il Paese non sia abbastanza forte, ma perché il modello di crescita non ha più come unico obiettivo il miglioramento del benessere della popolazione.

Quali settori industriali in India rimarranno solidi nel 2026? Quali dovrebbero evitare assolutamente i cittadini comuni? Quali offrono ancora opportunità?

1. Servizi IT, outsourcing di software, biomedicina, produzione di alta gamma e settori di vertice dell’economia digitale. Questi settori sono estremamente competitivi a livello globale e rimarranno insostituibili per i prossimi due o tre anni. Il problema è che le barriere all’ingresso sono estremamente elevate, c’è un monopolio nelle mani dei principali operatori e le risorse sono altamente concentrate. Le persone comuni, coloro che dispongono di un capitale limitato e i nuovi arrivati non hanno praticamente alcuna possibilità di sopravvivenza; affrettarsi nell’ingresso li porterà molto probabilmente a diventare i prossimi a perdere denaro, a trovarsi in una concorrenza spietata e a subire perdite.

2. Il settore di nuove energie, fotovoltaico ed eolico, è fortemente dipendente dai mercati internazionali e dal contesto geopolitico . La domanda europea è relativamente stabile, mentre la regione Asia-Pacifico è soggetta a maggiori rischi di volatilità. Sebbene il settore nel suo complesso sia in crescita, i significativi rischi politici e le forti fluttuazioni cicliche lo rendono inadatto alle piccole e medie imprese.

3. Il settore trasporto ferroviario, infrastrutture e progetti su larga scala, spinto dalla cooperazione estera e dalle esportazioni, si basa sull’economia ancora in fase di crescita nel breve termine. Tuttavia, è fondato su progetti, dominati da aziende leader e caratterizzati da risorse concentrate, pertanto ha poco a che fare con la gente comune.

4. Per quanto riguarda l’intelligenza artificiale, robot industriali, automazione, la direzione di crescita più chiara per il 2026 è un continuo aumento della quota di mercato globale. Tuttavia, questa crescita rimarrà ad alta intensità tecnologica e di capitale, con un impatto molto limitato sull’occupazione ordinaria.

Da ciò si scopre una dura verità: tutti i grandi progetti nazionali dell’India sono irrilevanti per la stragrande maggioranza della popolazione. Possono anche accrescere il prestigio del Paese, ma non sono in grado di migliorare la vita della gente.

Lo spazio per i capitali privati si è ridotto in modo significativo. Con i principali attori del mercato in continua espansione, le piccole e medie imprese private si contendono le quote di mercato esistenti in un luogo economico sempre più ristretto; sarebbe anomalo se non vi partecipassero.

Inoltre bisogna affermare che i bilanci familiari si stanno riducendo. In passato, la ricchezza di molte famiglie si basava sull’apprezzamento del valore degli immobili . Quando la liquidità del mercato immobiliare diminuirà e i rendimenti degli investimenti diventeranno instabili, l’intera società adotterà un approccio unitario: niente debiti, niente investimenti, niente espansione e niente consumi se non strettamente necessari. Con la contrazione dei consumi, la strategia di distribuzione interna si trasforma direttamente in una lotta per le quote di mercato esistenti.

Le imprese abbassano i prezzi per sopravvivere, ne consegue che i profitti si riducono, per cui i salari non aumentano e le persone sono ancora più restie a spendere denaro; da qui inizia il ciclo dell’involuzione.

Inoltre, il costo della vita è in costante aumento, con spese crescenti per utenze, trasporti, istruzione e assistenza sanitaria, esercitando una pressione continua sul flusso di cassa delle famiglie comuni.

Nel 2026 fare affari sarà più difficile; i profitti saranno più esigui; gli aumenti di stipendio saranno più rari; trovare un buon lavoro sarà sempre più competitivo; e anche il minimo rischio potrebbe rivelarsi disastroso. Non si tratta di un problema a breve termine, ma di un periodo prolungato di bassa pressione, causato dal cambiamento dei modelli di crescita.

La parola chiave più realistica per il mondo del lavoro indiano nel 2026 si può riassumere in una sola frase: aumento della produzione senza aumento dei redditi. La produzione industriale è in aumento, le dimensioni delle aziende crescono e il costo della vita aumenta, ma i salari e il senso di sicurezza non crescono di pari passo.

I percorsi professionali dei giovani si stanno concentrando sempre di più: o si affannano per entrare nel settore pubblico e ottenere un lavoro stabile, oppure competono ferocemente nei settori della consegna di cibo a domicilio, dei corrieri e dei servizi di base; i posti di lavoro di alta qualità nel settore privato, che offrono concrete possibilità di avanzamento, stanno diventando sempre più rari.

Non è che i giovani non si impegnino, ma piuttosto che la struttura determina l’assegnazione delle opportunità. I settori di fascia alta richiedono meno manodopera di base e i settori tradizionali sono in contrazione, quindi le ricompense per il duro lavoro si riducono costantemente e i canali di mobilità sociale ascendente si restringono sempre di più. A questo punto si evince che il tasso di crescita del PIL non è poi così importante. Se la crescita non si traduce in più posti di lavoro, redditi più elevati e una maggiore mobilità sociale, allora per la gente comune si tratta di una crescita visibile ma intangibile.

Attualmente chi vive, lavora o sta avviando un’attività in India, deve rendersi conto che alcuni passi da intraprendere sono più importanti di qualsiasi analisi macroeconomica.

1. È necessario abbandonare la fantasia di arricchirsi in fretta. Bisogna evitare un elevato indebitamento, un portafoglio di asset oneroso e un’espansione indiscriminata.

2. C’è da stare alla larga dai settori già monopolizzati dai giganti. Ciò che per gli altri è una tendenza potrebbe rivelarsi una trappola per il cittadino comune.

3. Va data priorità alle attività che generano flusso di denaro contante, ed evitato il processo di investimento su progetti vaghi di lungo periodo e speculativi. Più si è vicini a un introito sicuro per il sostentamento personale e della famiglie, e più si è al sicuro.

4. Escludere di seguire senza esperienza le tendenze negli investimenti immobiliari e in attività ad alto rischio. La liquidità di oggi è più importante del teorico e labile rendimento di domani.

5. Su un posto di lavoro già assicurato dare spazio a stabilità, rapidità di iniziativa personale e flusso di cassa, rafforzando la propria reputazione. Non vale la pena sacrificare un reddito reale e la sicurezza economica per un aleatorio cambiamento di posizione.

6. Vanno ridotti i desideri, tagliate le spese e salvaguardati i bisogni primari della famiglia. La sopravvivenza, la stabilità e la capacità di evitare disastri sono le chiavi per bypassare le questioni anzidette relative a progressi solo verticistici dell’economia indiana.

La cinica realtà è che la nazione indiana continua a crescere, mentre i singoli individui continuano a sopportarne il peso. La gloria di una grande potenza è scritta nei notiziari, nei dati e nella storia; le vite della gente comune sono nascoste tra le buste paga, le bollette e ogni notte insonne.

Mantenere una situazione stabile e prendersi cura della propria famiglia sono le vittorie più grandi.

Giancarlo Elia Valori

giovedì 23 luglio 2026

La talassocrazia delle potenze nell’Oceano Pacifico. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

L’Oceano Pacifico, l’Oceano Atlantico e l’Oceano Indiano sono le principali aree di attività militari marittime. Tra questi, l’Oceano Pacifico presenta le caratteristiche geopolitiche più complesse, soprattutto nella zona occidentale, e pertanto influenza le strategie navali delle principali potenze. La formulazione e l’attuazione della strategia navale sono profondamente vincolate dalle caratteristiche geopolitiche dell’Oceano Pacifico; tali vincoli derivano dalla natura e non sono soggetti alla volontà soggettiva umana o allo sviluppo della scienza e della tecnologia. D’altro canto, le attività navali nell’Oceano Indiano sono sempre state correlate all’Oceano Pacifico. Pertanto, pur evidenziando appieno il tema dell’Oceano Pacifico, anche la situazione geopolitica dell’Oceano Indiano va rammentata.

L’Oceano Pacifico è lungo circa 19.800 chilometri da nord a sud e largo 15.500 chilometri da est a ovest, con una superficie di 179.550.000 chilometri quadrati. La profondità media è di 4.189 metri (escludendo i mari marginali), mentre la profondità massima si trova nella Fossa delle Marianne e raggiunge i 10.984±25 metri.

Il contorno generale dell’Oceano Pacifico è approssimativamente circolare.

È delimitato dall’Oceano Indiano a 107 gradi di longitudine est (Perth, Australia) a sud-ovest e dall’Oceano Atlantico a 86 gradi di longitudine ovest a sud-est. È collegato all’Oceano Artico attraverso lo Stretto di Bering a nord, all’Oceano Atlantico attraverso il Canale di Panamà, lo Stretto di Magellano e il Passaggio di Drake a est e all’Oceano Indiano attraverso lo Stretto di Malacca e lo Stretto della Sonda a ovest. Le isole dell’Oceano Pacifico sono innumerevoli e ampiamente distribuite.

La superficie complessiva di queste isole è di circa 4,4 milioni di chilometri quadrati, pari al 45% della superficie insulare totale del mondo. Tra queste, la sola Indonesia conta 13.667 isole di tutte le dimensioni, mentre le Filippine ne hanno 7.107. Al contrario, nell’Oceano Atlantico e nell’Oceano Indiano le isole sono relativamente poche e più concentrate.

I principali gruppi di isole sono: Isole del Pacifico settentrionale, Isole giapponesi, Isole del Pacifico occidentale, Isole del Mar Cinese Meridionale, Arcipelago malese, Isole Filippine, Isole del Pacifico meridionale, Isole della Polinesia, della Melanesia e della Micronesia. Quasi tutte le isole più piccole si trovano tra i 30 gradi di latitudine nord e i 30 gradi di latitudine sud. Le isole continentali sono distribuite principalmente nell’Oceano Pacifico occidentale, come le isole giapponesi, l’isola di Kalimantan, l’isola della Nuova Guinea, ecc. L’Australia – l’antica Nuova Olanda – a meridione, è allo stesso tempo l’isola più grande e il ‘Continente’ più piccolo del globo.

Nella regione del Pacifico ci sono più di quaranta Paesi ed entità sovrane. I Paesi o le entità sovrane dell’Oceania sono spesso di piccole dimensioni e deboli in termini di forza, ma il loro valore geopolitico non può essere sottovalutato. Storicamente, sono stati famosi campi di battaglia in cui le potenze marittime si sono confrontate o hanno combattuto tra loro. Esistono più di trenta stretti principali collegati all’Oceano Pacifico o al suo interno (tra cui il Canale di Panamà), che possono essere suddivisi grossolanamente in due categorie: quelli che collegano gli oceani e quelli che collegano le regioni.

Tra le battaglie navali che hanno avuto luogo nella regione del Pacifico, principale è la Guerra del Pacifico nel corso del secondo conflitto mondiale.

I maggiori combattenti erano le marine e le forze dell’aviazione navale giapponese e statunitense; i metodi di combattimento erano o navali con la partecipazione di forze di terra e aeree, o terrestri e aeree con la partecipazione delle flotte da guerra.

Ovviamente, gli eserciti statunitense e giapponese hanno la più vasta esperienza nella guerra navale nel Pacifico, mentre la marina cinese è chiaramente carente di esperienza. Per quanto riguarda gli scontri navali interstatali più rigorosi, la Repubblica Popolare della Cina ha avuto solo due battaglie navali su piccola scala in mare aperto con il Vietnam nel Mar Cinese Meridionale e non ha esperienza in operazioni di spedizione marittima su larga scala.

Le basi navali particolarmente importanti della Repubblica Popolare della Cina sono: Lushunkou, Qingdao-Dalian, Shanghai e Hainan. Invece quelle degli Stati Uniti d’America e dei suoi alleati sono – Cerchio esterno: Alaska-Aleutine, Washington State Coastal Base Group, California Coastal Base Group, Guantánamo, Canale di Panamà, Nuova Zelanda, Sydney-Melbourne, Perth, Stretto della Sonda, Diego Garcia, Malacca, Subic, Taiwan, Okinawa, Sasebo, Yokosuka, Busan-Maizuru – Cerchio interno: Isole Midway, Pearl Harbor, Tonga-Figi, Moresby, Darwin, Guam. Inoltre, la parte meridionale è l’area di missione del Southern Command dell’esercito intende un’area specifica con geo-funzioni relativamente indipendenti. La sua struttura interna ha una connessione organica strategica; il suo problema fondamentale è la sua inscindibile integrità; il suo intrinseco pericolo nascosto è che può essere posseduta esclusivamente da un singolo Paese potente e non può essere condivisa con altri Paesi. Ad esempio, il Golfo del Messico e il Mar dei Caraibi formano insieme un’unità geopolitica di proprietà esclusiva degli Stati Uniti d’America (Cuba è compresa ma non dipendente da Washington).

Da una prospettiva geopolitica, la crisi missilistica cubana del 1962 significò che l’Unione Sovietica tentò di condividere questa unità con Washington, il che portò quasi allo scoppio di una guerra nucleare. La situazione si calmò in seguito dopo che i missili sovietici furono ritirati da Cuba e l’integrità dell’unità tornò alla Casa Bianca.

Come unità geopolitica strutturalmente completa, lo Stretto di Taiwan è di proprietà esclusiva della Repubblica Popolare della Cina e di Taiwan.

Se l’unità venisse fatta a pezzi, sarebbe inaccettabile per entrambe le parti dello stretto. Tuttavia, se una delle due parti volesse possedere autonomamente questa unità, dovrebbe stabilire una presenza militare affidabile dall’altra parte dello stretto, altrimenti potrebbe possedere solo metà dell’unità.

Questo tipo di ‘mezza proprietà’ significherebbe che l’integrità dell’unità sia stata divisa. A meno che l’integrità non venga ripristinata, il problema non può essere completamente risolto senza una guerra.

I piccoli regimi che partecipano alla costruzione di unità geopolitiche hanno difficoltà a beneficiare dell’assistenza di Paesi potenti provenienti da lontano. Durante la predetta crisi missilistica, Cuba non avrebbe dovuto contare sull’Unione Sovietica. Altrimenti, una volta scoppiato un conflitto tra Stati Uniti d’America e Unione Sovietica nei Caraibi, Cuba non avrebbe avuto altro futuro se non quello di recitare il ruolo di vittima con funerali a buon mercato, ossa affidarsi ad alleati deboli ed essere facilmente sconfitta da uno forte, e ciò vorrebbe che dire abbandonarsi a salvataggi a distanza e sottovalutare i nemici vicini, non porta alcun beneficio.

Per cui la connotazione di una linea strategica include:

1) una direzione generale piuttosto che una rotta specifica rigida;

2) la linea strategica non è una ‘linea del fronte’ che spinge in avanti, o una ‘linea di difesa’ dispiegata lungo la costa, ma una rotta che è approssimativamente perpendicolare alla linea del fronte o alla linea di difesa o ha un angolo significativo per indicare la direzione dell’attacco;

3) per la marina, la linea strategica può essere suddivisa

in linea strategica di attacco e linea strategica di ritorno. Nella maggior parte dei casi, le due si sovrappongono approssimativamente. In altre parole, la flotta si muove avanti e indietro lungo la linea strategica. Ora trattiamo le basi offshore.

Con queste s’intendono, invece, basi di livello strategico che sono geologicamente indistruttibili, hanno un’area sufficiente, e sono opportunamente ubicate e lontane. La loro connotazione include:

1) Indistruttibilità geologica. Entità geologiche che non vengono facilmente distrutte da esplosioni nucleari ad alta potenza. Le Hawaii hanno questo tipo di ‘indistruttibilità geologica’: sono così grandi che perfino un attacco nucleare di vasta portata avrebbe difficoltà ad affondarle. Mentre le isole Senkaku (cin. Diaoyu: attualmente sotto amministrazione giapponese, e sono reclamate sia dalla Repubblica Popolare Cinese sia da Taiwan) sono anch’esse un’entità geologica, ma piccole e fragili tali da essere completamente distrutte o affondate da un attacco nucleare di piccola potenza. In breve, il fascino fondamentale dell’‘indistruttibilità geologica’ è che non può essere annichilita.

2) Area sufficiente. Atta a costruire uno o più grandi porti o aeroporti militari, varie strutture ausiliarie o di supporto (basi missilistiche, riserve di materiali, campi di addestramento, strutture di manutenzione, strutture radar, strutture di monitoraggio, comunicazioni e navigazione, centri di comando di combattimento, caserme, comunità familiari, ospedali e scuole, ecc.); e l’economia e la produzione locali possono essere autosufficienti fino a un certo punto. E se la zona lo consente, si potrebbe costruire un cantiere navale di grandi dimensioni. Esempi di ciò si possono trovare a Guam e Okinawa.

3) Posizione corretta – A. Requisiti di traffico: la soluzione migliore è occupare una posizione hub per rotte civili marittime (trasporto merci e passeggeri), seguita da posizioni lungo, sui fianchi o nelle vicinanze di rotte civili marittime. – B. Requisiti di deterrenza: la capacità di esercitare una pressione strategica sul nemico e, quando necessario, di condurre operazioni di risposta rapida su larga scala contro il territorio nemico. – C. Requisiti

di sistema: la capacità di formare una rete di basi che sia

reciprocamente interdipendente ed efficacemente collegata alle proprie basi correlate.

  1. Livello strategico. La posizione geografica è estremamente importante. Ne abbiamo il possesso a lungo termine o addirittura permanente, il che rende conveniente stazionare o assemblare forze armate su larga scala in tutti i servizi militari. Ha la capacità di lanciare guerre a livello strategico (ad esempio, capacità di combattimento di base) e ha una capacità di autodifesa sistematica e potente (ad esempio, capacità di autodifesa di base).

  2. 5) Oltremare. La sovranità risiede nelle enclave ultramarine. La forma migliore è un arcipelago, seguito da una zona costiera continentale (ad esempio, ‘ripristinando’ la Repubblica di Lan Fang1 o, per ipotesi la RP della d’America, tuttavia, la strategia navale dell’amm. Alfred Thayer Mahan (1840-1914) gettò solide basi per la dottrina di base della Marina statunitense. In seguito, durante la guerra del Pacifico, i vari rami delle forze armate statunitensi utilizzarono innumerevoli basi oltremare nella regione del Pacifico. In altre parole, l’esercito statunitense non solo aveva una ‘flotta d’acciaio’ mobile, ma anche una ‘flotta di basi’ inaffondabile.

Fino ad oggi la situazione non è cambiata sostanzialmente.

Una storia delle battaglie navali nel Pacifico, che iniziarono con Pearl Harbor, ci dice che gli scontri navali tra giapponesi e statunitensi ruotarono attorno alla competizione per le isole, e si conclusero con la grande battaglia di Okinawa (1º aprile-22 giugno 1945) che contrappose i l’Impero nipponico da solo (105.000~110.000 morti), contro Stati Uniti d’America, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda e Canada (76.000~84.000 morti). Di conseguenza un arcipelago naturale con immortalità geologica non può essere creato artificialmente. In precedenza abbiamo affermato che le attività navali nell’Oceano Indiano sono spesso collegate a quello dell’Oceano Pacifico. Da quando l’avventuriero spagnolo Miguel Lopez de Legazpi (1511-72) iniziò la sua spedizione in Asia a metà del sec. XVI, la maggior parte delle rotte europee prevedeva di partire dall’Europa, oltrepassare il Capo di Buona Speranza, dirigersi verso nord-est, attraversare l’equatore e navigare attraverso

l’Oceano Indiano fino alla Cina e all’Asia nord-orientale.

Le imprese di navigazione di Cristoforo Colombo (1451-1506), Fernão de Magalhães (1480-1521: Ferdinando Magellano), Legazpi e di James Cook (1728-79) diedero un contributo immortale all’espansione dei loro rispettivi imperi, cambiando così il corso della civiltà. L’Oceano Indiano non era solo una delle mete delle potenze marittime europee del tempo, ma anche la loro principale tappa prima di dirigersi verso la loro destinazione finale più importante, la Cina. Per circa cinquecento anni, da Legazpi fino alla guerra del Pacifico, l’area contigua Oceano Indiano settentrionale-Oceano Pacifico occidentale fu spesso campo di battaglia per le grandi potenze. Attualmente, la posizione migliore per una base navale nell’Oceano Indiano settentrionale sono le isole Maldive. Le loro posizione geografica e struttura geologica sono addirittura migliori di quelle dell’isola Diego Garcia. Tuttavia, poiché il riscaldamento globale provoca l’innalzamento del livello del mare, le Maldive, con un’altitudine media di 1,2 metri, rischiano di essere sommerse; a quel punto, la predetta Diego Garcia non potrà sfuggire alla stessa sorte.

In questo caso, la posizione della base, che possa evitare la sfortuna dell’innalzamento del livello del mare e dell’inabbissamento della terraferma e ha un valore geopolitico alternativo, è l’insulare Repubblica Democratica Socialista dello Śrī Lańkā (Ceylon fino al 1972). L’isola si estende su una superficie di 65.610 chilometri quadrati e ha una struttura geologica stabile. L’isola è circondata dal mare, dove il tradizionale porto navale strategico è Trincomalee, menzionato da Mahan nel suo Naval Strategy: Compared and Contrasted with the Principles and Practice of Military Operations on Land2.

Sebbene Trincomalee sia attualmente scarsamente attrezzata, il suo valore geografico è infinito. Durante il dominio neerlandese, Trincomalee era il porto principale dello Śrī Lańkā e fu descritta sia da Claudio Tolomeo (ca. 100-ca 168) che da Marco Polo (1254-1324). Durante la seconda guerra mondiale, Trincomalee divenne il quartier generale di Lord Mountbatten (1900-79), comandante supremo alleato del Comando del sud-est asiatico.

Per quanto riguarda la ‘posizione centrale’ menzionata nella Naval Strategy di Mahan, Trincomalee (quindi lo Śrī Lańkā) si trova in una posizione centrale tra il Golfo di Aden e Malacca; e lo stesso vale per lo Śrī Lańkā tra il Golfo Persico e Malacca.

Altro punto è la questione rifornimenti. Prendendo ad esempio le portaerei, e le armi pesanti trasportate da navi quali aerei militari, hovercraft3, mezzi da sbarco e carri armati anfibi, questi sono tutte tigri che hanno bisogno di petrolio. Una flotta che traina una grande squadra di navi-rifornimento è destinata a trovarsi nel dilemma di dover combattere e al contempo scortare la propria squadra, per cui la sua effettiva efficacia in combattimento

è destinata a ridursi notevolmente. Durante la battaglia russo-giapponese di Tsushima del 27-28 maggio 1905, la flotta russa del Pacifico guidata dall’amm. Zinovij Petrovič Rožestvenskij (1848-1909) apprese una dolorosa lezione in merito. Quando le navi, comprese le portaerei, subiscono gravi danni in combattimento, trovare una base affidabile nelle vicinanze in cui ancorare è una scelta inevitabile per evitare l’affondamento e riparare e ripristinare la nave.

Tutto questo induce a pensare che una guerra nell’Oceano Pacifico può essere vinta solo da chi ha più isole, e di conseguenza più basi militari.

Giancarlo Elia Valori

lunedì 6 luglio 2026

Mutamenti geopolitici e nuovi scenari internazionali. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Attualmente, il mondo è entrato in una nuova fase di turbolenza e trasformazione, con numerosi cambiamenti che emergono nel panorama geopolitico globale. La lenta crescita economica, unita allo sviluppo della rivoluzione tecnologica (leggi anche: passi in avanti dell’intelligenza artificiale), hanno portato a un contesto geopolitico globale più instabile e incerto; la perdita dell’egemonia statunitense e il disordine dell’incertezza degli schieramenti internazionali hanno ulteriormente frammentato e disordinato il panorama geopolitico mondiale.

Quanto più complessa e interconnessa diventa la situazione, tanto più la comunità internazionale deve collaborare in solidarietà e mutuo soccorso, attenendosi alla logica del progresso storico e alla tendenza dei tempi. Di fronte a questo intricato scenario geopolitico, contribuire con determinazione alla pace e allo sviluppo mondiale attraverso una governance accettata da tutte le parti, e stabilizzare un mondo incerto con la sicurezza riveste una grande importanza strategica. L’attuale governo statunitense ha ripetutamente minacciato di annettere la Groenlandia con il pretesto della cosiddetta “sicurezza nazionale” e ha dichiarato di non escludere la possibilità di ricorrere alla forza. Addirittura pure i pacifici cittadini danesi hanno marciato e manifestato nella piazza del Municipio di Copenaghen il 17 gennaio 2026, protestando contro tale tentativo.

Il mondo sta attraversando rapidi cambiamenti, con la Casa Bianca e alcuni altri Paesi occidentali che apportano modifiche strategiche e si impegnano in una competizione per il potere e nuove regole, e tutto questo sta determinando un profondo rimodellamento del panorama geopolitico e introducendo una nuova fase storica caratterizzata da cambiamenti interconnessi e da una crescente instabilità.

L’equilibrio e la distribuzione del potere geopolitico stanno subendo una rapida ristrutturazione, con l’indebolimento della superpotenza “unipolare” e la differenziazione di molteplici potenze forti che si evolvono parallelamente. Il modello emerso dopo la guerra fredda ha subìto cambiamenti fondamentali a causa dell’ampliamento delle differenze di sviluppo tra i Paesi, diventando il filo conduttore dell’evoluzione dello scenario. Da un lato, il potere e lo status degli Stati Uniti d’America sono relativamente diminuiti e la loro egemonia unipolare è insostenibile. La quota di Washington nell’economia globale è scesa da circa il 40% al suo apice negli anni Sessanta a circa il 26% negli ultimi tempi, con problemi quali una struttura industriale squilibrata e un pesante debito federale che scuotono le fondamenta del suo potere nazionale. Dall’insediamento dell’attuale amministrazione statunitense, la sua posizione unilaterale e aggressiva si è intensificata, ed il suo soft power è stato gravemente danneggiato; le crepe all’interno del suo sistema di alleanze si sono allargate e la sua capacità di dominare l’agenda è diminuita.

D’altro canto, il mondo si sta evolvendo in una direzione multipolare sempre più marcata, con le potenze tradizionali e i Paesi emergenti – quali, ad esempio i BRICS – che divergono nei loro percorsi di sviluppo, dando luogo a una struttura di potere differenziata. Le difficoltà economiche e di sicurezza dell’Unione Euripea si sono aggravate e la dipendenza strategica di Tokyo da Washington rimane invariata, creando disequilibrio in Estremo Oriente. Allo stesso tempo, il Sud del mondo è cresciuto significativamente, rappresentando oltre il 40% dell’economia globale e diventando una forza indispensabile e importante nel processo di multipolarizzazione mondiale.

Nel frattempo, la Repubblica Popolare della Cina ha continuato a compiere dei passi in avanti, rafforzando notevolmente la sua influenza internazionale; la Russia, nonostante le sanzioni occidentali, ha dimostrato una forte resilienza strategica facendo leva sulle sue risorse energetiche e su altri vantaggi; i Paesi emergenti come India, Brasile e Repubblica Sudafricana sono attivamente alla ricerca di opportunità e stanno diventando forze sempre più importanti che influenzano il panorama internazionale.

Le alleanze geopolitiche si stanno frammentando e riorganizzando sempre più, con la competizione e l’autonomia strategiche le quali che assumono un ruolo sempre più rilevante. Le interazioni geopolitiche globali stanno attraversando una complessa evoluzione, con gli Stati Uniti d’America e alcuni altri Paesi occidentali ad essi legati, che continuano a fomentare il confronto tra alleanze.

Molti Paesi mostrano una crescente propensione all’autonomia e all’indipendenza de facto, rendendo la coesistenza di confronto una caratteristica saliente del mutevole panorama geopolitico. Il confronto è una caratteristica chiave. Per mantenere la loro precaria egemonia e reprimere l’ascesa delle potenze emergenti, alcuni Paesi occidentali, e non, stanno intensificando la loro competizione, che si sta estendendo dalle tradizionali regioni chiave come Europa ed Asia-Pacifico ad altre aree.

La crisi ucraina e la situazione in Vicino e Medio Oriente continuano senza sosta, la divergenza tra le posizioni di Stati Uniti d’America e Israele e Stati Uniti ed Unione Europea si sta ampliando e il confronto tra Europa e Russia si approfondisce e consolida.

La Casa Bianca sta mobilitando gli alleati regionali per promuovere la cosiddetta “strategia indo-pacifica”, aumentando i rischi per la sicurezza nella regione estremo-orientale e, al contempo, adattando la propria strategia intercontinentale, esercitando maggiore pressione su regioni e Paesi dell’America Latina (per tutti la questione venezuelana), del Medio Oriente (Israele, Gaza e Libano) e dell’Africa (guerre intestine al Continente). Sempre più Paesi, di fronte a imposizioni e comportamenti autoritari da parte di potenze egemoniche, stanno vivendo un risveglio strategico e cercando di svincolarsi, con la maggiore esigenza di superare i tradizionali scontri tra alleanze, promuovere la multipolarità e migliorare la governance globale.

La competizione geopolitica si sta intensificando, con una crescente rivalità per le vie navigabili strategiche (fra queste, la ben nota questione degli stretti) e le principali risorse minerarie. Con i rapidi progressi tecnologici e i cambiamenti nel panorama globale delle risorse e dell’energia, le roccaforti geopolitiche, le vie navigabili chiave e i minerali critici sono diventati punti nevralgici della competizione.

Le posizioni geografiche e gli snodi strategici hanno sempre rivestito un’importanza fondamentale nella geopolitica globale. Gli Stati Uniti d’America, come abbiamo detto supra, puntano alla Groenlandia, non per l’apparente “vicinanza” al Continente America, ma in quanto ricca di minerali delle terre rare, e per i passaggi che controllano le rotte marittime artiche.

Una questione poco affrontata è il porto australiano di Darwin, che potrebbe essere foriero di una situazione d’instabilità. Quell’approdo è di vitale importanza per gli Stati Uniti d’America grazie alla sua posizione strategica nell’Indo-Pacifico e al suo ruolo nelle operazioni militari alleate. Situato all’estremità settentrionale dell’Australia, funge da snodo logistico cruciale per la Marine Rotational Force-Darwin (base staunitense dei Marine). I pianificatori della difesa statunitensi considerano il porto e la circostante base della Royal Australian Air Force di Darwin essenziali per il mantenimento della sicurezza e per una rapida risposta alle crisi. La sua vicinanza al Sud-Est Asiatico consente alle forze congiunte statunitensi e australiane di condurre addestramenti e dispiegare rapidamente risorse.

Esso è considerato di potenziale importanza militare, impiegando tattiche sia morbide che dure nella loro offensiva, anche a costo di violare la sovranità di altri Paesi. Le vie navigabili chiave sono la linfa vitale del commercio globale e del trasporto di energia. La crisi marittima del Mar Rosso del 2023 e l’attuale di Homuz hanno gravemente colpito le catene di approvvigionamento globali, evidenziando l’estrema importanza delle vie navigabili strategiche. Le recenti azioni di Trump, come il tentativo di assumere il controllo del Canale di Panama, preannunciano una nuova fase di competizione per queste vie navigabili. Minerali chiave come litio, cobalto, nichel e terre rare sono la forza trainante delle energie pulite e di settori emergenti come l’intelligenza artificiale. Assicurarsi l’approvvigionamento di questi minerali chiave è una condizione necessaria per guidare le rivoluzioni industriali in tali àmbiti. Gli Stati Uniti d’America e altri Paesi occidentali hanno costantemente alimentato dispute geopolitiche sui minerali chiave, tentando di promuovere il “disaccoppiamento” delle catene di approvvigionamento di questi minerali chiave da importanti Paesi di quella zona. (Il “disaccoppiamento” è la strategia economica e geopolitica volta a separare o ridurre la dipendenza dai mercati esteri.)

La competizione geostrategica si è ampliata notevolmente, con nuovi àmbiti che sono diventati frontiere a causa delle quali tutti i Paesi cercano di proteggere, rafforzando il loro parco militare. Gli abissi marini, le regioni polari, lo spazio extra-atmosferico e il cyberspazio sono tutti elementi legati alla sicurezza strategica di ogni Stato e influenzano il futuro assetto del potere globale, diventando nuove frontiere su cui potrebbero scatenarsi lotte nella competizione geopolitica internazionale.

I predetti abissi marini, ricchi di risorse minerarie, biologiche ed energetiche, stanno attirando sempre più l’attenzione strategica di diversi Paesi: vedi la questione delle ampie Zone Economiche Esclusive del Pacifico, la cui formale sovranità è esercitata anche da Stati che hanno meno abitanti di un quartiere romano.

Attualmente, le scoperte nella tecnologia di estrazione mineraria in acque profonde ed il relativo vuoto normativo nel diritto internazionale, stanno innescando controversie sull’allocazione delle risorse, con alcuni Paesi che stanno mettendo alla prova i limiti dell’ordine internazionale. Vedi anche la lotta tra Stati Uniti d’America, Russia, Canada e altri per il controllo delle rotte marittime artiche rimane irrisolta e la competizione strategica negli abissi marini polari e caldi si sta intensificando.

Va pure rammentato lo spazio extra-atmosferico il quale è un’area chiave della moderna competizione militare e tecnologica. Gli Stati Uniti d’America, attraverso il progetto Starlink, mirano a prendere l’iniziativa e a scatenare una battaglia per le risorse spaziali, che porterà a un’intensificazione della competizione per i diritti spaziali internazionali. Ma non c’è solo lo spazio atmosferico, ma pure quello cyber, che rappresenta un nuovo palcoscenico per l’interazione geopolitica mondiale. La governance dell’ecosistema cibernetico è fondamentale per lo sviluppo e la sicurezza nazionali. Sempre più Paesi stanno aumentando gli investimenti per potenziare le proprie capacità offensive e difensive nel cyberspazio, e la lotta per il dominio e il controllo dello spazio cibernetico si sta facendo sempre più aspra, con una crescente tendenza alla geopoliticizzazione di quest’ultimo. Tanti sono i nuovi scenari che non vengono appronditi dai mass-media.

Giancarlo Elia Valori 

giovedì 4 giugno 2026

4 giugno 1946: l'alba dell'Argentina di Perón e dei descamisados. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 4 giugno 1946, 80 anni fa, Juan Domingo Peron, indimenticato Presidente argentino, assunse la sua prima presidenza.

Già divenuto popolare a seguito del golpe militare del giugno 1943, allorché, assieme ai suoi compagni del Grupo Oficiales Unidos (Gruppo Ufficiali Uniti), rovesciò il governo conservatore del corrotto Ramon Castillo, divenendo Ministro del lavoro e dello stato sociale, Peron contribuirà presto ad emancipare le classi proletarie e oppresse, i cosiddetti descamisados.

Eletto dal Partito Laburista, con il suo primo governo, Peron, iniziò a garantire maggiore equità e distribuzione del reddito, iniziando a reprimere ogni forma di oppressione.

Fondatore, nel 1947, del Partito Giustizialista, di orientamento anticapitalista e populista di sinistra, Peron aumentò i salari, mise sotto controllo i prezzi (a iniziare da quello degli affitti) e migliorò le prestazioni previdenziali, investendo nel rafforzamento dello stato sociale. Nazionalizzò i servizi pubblici quali compagnie telefoniche, elettriche, gas e ferrovie.

Tutto ciò si tradusse non solo in un miglioramento delle condizioni di vita dei settori popolari, ma anche in un aumento del PIL, dei beni e dei servizi disponibili e in un forte calo del debito contratto con l'estero.

Nel 1945, Peron, sposò Eva Duarte, soprannominata affettuosamente dal popolo Evita. Evita contribuirà molto alla popolarità del marito, occupandosi peraltro per tutta la sua pur breve vita (morì nel 1952, a soli 33 anni) di diritti delle donne, dei bambini e degli anziani.

Furono i governi di Peron a introdurre, in Argentina, la legge sul divorzio, a sopprimere l'educazione religiosa nelle scuole e a legalizzare la prostituzione. Tutto ciò costò a Peron la scomunica da parte del Papa dei cattolici Pio XII.

Nel settembre 1955, un'alleanza fra clero, militari e servizi segreti statunitensi, ad ogni modo, bloccò ogni nuova riforma peronista: un Colpo di Stato guidato dal generale Pedro Eugenio Aramburu, infatti, destituì il Presidente Juan Peron da ogni carica e lo costrinse all'esilio. Un esilio che durò sino al 1973.

In Argentina, peraltro, il Partito Giustizialista fu dichiarato illegale e per quasi vent'anni l'Argentina e il suo popolo subirono un lungo susseguirsi di dittature militari e di violenze, oltre che di pesantissime crisi economiche e di ruberie di Stato, che non permisero più al Paese di risollevarsi come aveva fatto, invece, durante il decennio peronista.

Juan Domingo Peron, ad ogni modo, nel suo esilio di Madrid, scriverà, nel 1967, una sorta di testamento politico, di documento storico e di esortazione al popolo ed ai popoli e lo intitolerà, emblematicamente, “L'ora dei popoli”. In tale testo, che anticiperà il suo ritorno trionfale in patria nel 1973, oltre a denunciare i suoi nemici in patria, denuncerà il pericolo dell'imperialismo yankee, ovvero statunitense. Inoltre, fu forse il primo a denunciare le manovre speculative dei governi USA relative al dollaro, fra cui il fenomeno dei signoraggio, e del Fondo Monetario Internazionale che, peraltro, sono tutt'oggi all'origine della crisi economica che stiamo subendo e fu il primo che, durante il suo mandato di governo, propose l'unificazione dell'America Latina, ovvero la fondazione degli Stati Uniti Latino-Americani.

Peron nel suo “L'ora dei popoli”, a proposito del giustizialismo e delle sue prospettive scrive infatti: “Il giustizialismo si fonda su tre grandi premesse: 1) La necessità di promuovere una riforma che il mondo dei nostri giorni, con la sua inarrestabile evoluzione, stava segnalando come un imperativo ineludibile. 2) La necessità di una integrazione latino-americana per creare, grazie ad un mercato ampliato, senza frontiere interne, le condizioni più favorevoli al nostro sviluppo; per migliorare il tenore di vita dei nostri 200 milioni di abitanti; per creare le basi dei futuri Stati Uniti Latino-Americani, posto che spetta all'America Latina nelle questioni mondiali. 3) L'opportunità di realizzare un'integrazione storica che permetta di consolidare quella liberazione per la quale lottano oggi quasi tutti i popoli sottomessi.

La lotta in favore dei popoli sottomessi, infatti, fu la costante del pensiero e dell'azione di Juan Peron. La sua posizione politica, infatti, coincideva con quel Terzo Mondo sfruttato e depredato dagli USA e, in tal proposito, scriveva, anche riferendosi alla dittatura antiperonista che stava in quegli anni martoriando l'Argentina: “I governi usurpatori di quelle dittature che pretendono di affermare la propria esistenza con la protezione straniera non possono durare. I governi militari e imposti dal Pentagono e dal Fondo Monetario Internazionale, incorreranno nella stessa sorte in Vietnam come in America Latina, in quanto nulla di stabile può essere fondato sull'infamia”.

Socialismo, integrazione storica del Terzo Mondo e dell'America Latina, sovranità popolare, tutti aspetti che gli imperialisti non potevano e non possono tollerare.

Juan Domingo Perón, nonostante il ritorno trionfale in patria nel 1973 — accompagnato peraltro dall'amico prof. Giancarlo Elia Valori, suo portavoce in Italia — e la successiva rielezione, non riuscì, anche a causa della sua morte nel 1974, a impedire l'avvento di nuovi golpe militari che finirono per soffocare ogni possibile riforma in Argentina. La guida del Paese passò così alla seconda moglie, Isabelita, che certo non possedeva il piglio né l'anima sociale di Evita.

Fu solo nel 2003 che, con Nestor Kirchner e successivamente sua moglie Cristina, il peronismo tornò al governo, riportando in auge i diritti sociali e civili di un tempo.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

mercoledì 15 aprile 2026

La Repubblica Popolare Cinese prosegue nel cammino verso pace, cooperazione e multilateralismo. Articolo di Luca Bagatin

 

Mentre gli USA di Trump proseguono nelle loro guerre e nei loro attacchi gratuiti, verbali e militari, contro mezzo mondo; mentre l'UE rimane a guardare (e intanto i suoi vertici ancora non comprendono che, se non si riaprono i canali diplomatici, commerciali e energetici con la Federazione Russa, le cose saranno destinate a peggiorare), la Repubblica Popolare Cinese prosegue nella sua azione pacificatrice, pragmatica, lungimirante e lo fa promuovendo un ordine mondiale autenticamente multilaterale e pacifico, dialogando e stringendo partnership con chiunque sia disposto a cooperare e dialogare.

A dimostrarlo anche il recente incontro fra il Presidente Xi Jinping e il Primo Ministro spagnolo Pedro Sanchez, in visita ufficiale in Cina.

Un legame rafforzato, costruito negli anni, sulla base della promozione dei comuni interessi.

Il Presidente Sanchez ha ribadito che la Spagna riconosce il principio di un'unica Cina e che considera strategico il rapporto con la Repubblica Popolare Cinese.

Gli scambi bilaterali di merci fra i due Paesi, nel 2025, del resto, hanno superato i 55 miliardi di dollari, con una crescita del 9,8% rispetto al 2024.

Il Presidente Xi non solo ha auspicato che la Spagna rafforzi la sua partnership con la Cina in ambito commerciale, energetico, degli investimenti e degli scambi fra i cittadini dei reciproci Paesi, ma anche promuovendo valori universali quali la giustizia, la promozione del diritto internazionale, respingendo ogni “legge della giungla” e contribuendo a costruire un mondo multipolare equo e ordinato, ove la globalizzazione economica possa essere universalmente vantaggiosa e inclusiva.

Sanchez si è detto concorde con il suo omologo cinese e ha ribadito che la Spagna si oppone a una nuova Guerra Fredda e sostiene una maggiore comunicazione e cooperazione fra UE e Cina, contribuendo così alla pace e alla stabilità mondiale, lottando contro il protezionismo commerciale, i cambiamenti climatici e la promozione di un autentico multilateralismo.

Nei giorni scorsi, peraltro, vi era stato un incontro a Pechino fra il Presidente del Parlamento cinese, Zhao Leji e il Presidente del Parlamento portoghese, José Pedro Aguiar-Branco, per rafforzare la partnership fra i due Paesi. Anche il Portogallo, peraltro, aderisce al principio di un'unica Cina e Aguiar-Branco ha sottolineato anche che il Portogallo apprezza il principio “un Paese, due sistemi” attuato a Macao, ex colonia portoghese.

Oltre all'amichevole visita del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi nella Repubblica Popolare Democratica di Corea, si è tenuto anche un importante e recente incontro, a Pechino, fra il Presidente Xi Jinping e il Ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, ove le due parti hanno riaffermato la solidità delle loro relazioni e la necessità di salvaguardare l'unità dei Paesi del Sud del mondo, oltre che proseguire nel rafforzamento della cooperazione commerciale, degli investimenti e degli scambi culturali.

Il Ministro Lavrov ha inoltre fatto presente che, la Russia, è in grado di compensare la carenza di risorse energetiche affrontata dalla Cina e da altri Paesi, a causa del blocco dello Stretto di Hormuz.

Relativamente alla situazione in Iran, la Cina, pur condannando gli attacchi illegali di USA e Israele, attraverso l'Ambasciatore Fu Cong aveva ribadito, in sede ONU, che “La Cina non condivide gli attacchi dell’Iran contro gli Stati del Golfo e il blocco dello Stretto di Hormuz. Come tutte le parti, la Cina auspica che la pace e la stabilità vengano ripristinate nello Stretto il prima possibile e che la navigazione riprenda”.

La Repubblica Popolare Cinese, del resto, ha presentato un piano di pace che prevede il rispetto della sovranità, integrità territoriale, indipendenza e sicurezza dell'Iran e dei Paesi del Golfo. Esortando le parti a cessare ogni attacco contro i civili e gli obiettivi non militari, a dialogare e a rispettare il diritto internazionale. 

Ho molto apprezzato il recente articolo dell'amico prof. Giancarlo Elia Valori, dal titolo “Verso un nuovo ordine politico ed economico mondiale”, pubblicato su varie testate e anche sul mio blog (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/verso-un-nuovo-ordine-politico-ed.html), che del resto racchiude il pensiero e l'analisi che il prof. Valori porta avanti dagli Anni '70 ad oggi..

Egli fu, del resto, fra i primi ad osservare e a sottolineare la portata storica, pacifica e di sviluppo socio-economico promossa dalla Repubblica Popolare Cinese. Realtà che merita rispetto, studio, approfondimento e attenzione e non denigrazione da sciocchi frequentatori del Bar dello Sport.

Nell'articolo del prof. Valori vi è tutto ciò che occorre per comprendere e costruire un vero ordine mondiale multilaterale e ovviare all'attuale disordine globale, fondato su diseguaglianze, irragionevolezza, guerre e destabilizzazioni.

Vi, è in particolare, un concetto del suo articolo che vorrei qui riportare, proprio a conclusione di questo mio pezzo: Il nuovo ordine economico mondiale si riferisce a un nuovo insieme di regole globali (…). Nel contesto attuale, esso rappresenta l’impegno dei mercati emergenti nel promuovere riforme della governance economica globale, nel sostenere la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione nell’economia digitale, e nel costruire un sistema equo, ordinato e diversificato, incentrato su una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Concetti chiave e prospettive sono l’enfatizzazione dell’uguaglianza sovrana e il diritto di ogni Paese di scegliere il proprio modello di sviluppo economico, e promuovere riforme delle norme finanziarie e commerciali internazionali che oggi risultano dannose per i Paesi in via di sviluppo. Le aree chiave da affrontare sono: la riforma della governance finanziaria, del commercio equo e solidale delle materie prime e della cooperazione internazionale nell’era dell’economia digitale, nel cercare di fronteggiare l’ascesa dell’unilateralismo e del protezionismo, nonché l’inadeguatezza dei meccanismi multilaterali tradizionali”.

Abbiamo noi una classe politica italiana e in sede UE all'altezza di comprendere, assimilare e attuare tutto ciò? Al momento risulta non pervenuta.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 13 aprile 2026

Verso un nuovo ordine politico ed economico mondiale. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Mentre il mondo attraversa profondi cambiamenti senza precedenti dagli inizi degli anni Duemila, anche la tendenza verso la multipolarità sta accelerando. Tuttavia, in questo nuovo periodo di turbolenza e trasformazione, la multipolarità sta mostrando nuove caratteristiche: la disuguaglianza e il disordine si stanno aggravando, la competizione spietata tra le grandi potenze si fa più evidente e crescono i timori di una nuova guerra mondiale. Superpotenze infrangono il diritto internazionale e trattano i territori di Paesi indipendenti come il loro cortile di casa, a dir poco. La soluzione migliore a questa situazione è promuovere lo sviluppo della multipolarità in una direzione più equa e ordinata, con i tentativi di erigere un nuovo ordine politico ed economico mondiale.

Al contempo, un fattore positivo – manifestazione più significativa di questa trasformazione – è l’ascesa del Sud globale e la sua crescente consapevolezza politica: maggiore indipendenza e autonomia, e una sfida alle potenti potenze egemoniche e aggressive. Il Sud globale, insieme ad altri Paesi non “occidentali”, costituisce l’Oriente, determinando un netto spostamento degli equilibri di potere tra Oriente e Occidente, con l’ascesa dell’Oriente e il declino dell’Occidente.

Tuttavia, nel quadro più ampio dell’ascesa dell’Oriente e del declino dell’Occidente, Repubblica Popolare della Cina (Stato tellurocratico di pace) e Stati Uniti d’America (Stato talassocratico di guerra) rivestono un’importanza particolare. Tra le potenze globali emergenti, la RP della Cina spicca in modo particolare. Sfruttando i suoi punti di forza come grande potenza, e soprattutto il suo rapido sviluppo negli ultimi quarant’anni, la forza nazionale cinese è cresciuta esponenzialmente, rendendola la seconda economia più grande dopo quella degli Stati Uniti d’America. Nel frattempo, nel mondo occidentale in declino, gli Stati Uniti d’America, in quanto potenza e leader mondiale, hanno registrato il declino più lento, con un conseguente ampliamento del divario di potere con gli altri Paesi occidentali. Pertanto, l’alternarsi di momenti di forza e di debolezza tra Pechino e Washington è diventato uno dei temi più dibattuti nella politica internazionale. Alcuni studiosi ritengono che l’ordine mondiale si sia spostato dalla multipolarità alla bipolarità, come una volta lo era fra la Casa Bianca e il Cremlino.

A prescindere dalle motivazioni di chi sostiene la bipolarità, l’unilateralità di questa argomentazione è evidente. Il fattore decisivo nell’ordine mondiale è il confronto della forza delle grandi potenze. Attualmente, gli Stati Uniti d’America sono in testa in termini di forza complessiva, seguiti a ruota dalla RP della Cina, ma il divario tra le forze dell’Impero di mezzo, degli Stati Uniti d’America e delle altre grandi potenze è molto meno significativo di quello tra Washington e Mosca durante la guerra fredda. Dal punto di vista economico, il PIL dell’UE è paragonabile a quello della RP della Cina; considerando il ruolo dell’euro come seconda valuta mondiale, la forza economica dell’UE dovrebbe essere ulteriormente enfatizzata. Dal punto di vista militare, la Russia è da tempo considerata la seconda potenza militare al mondo. Nonostante le battute d’arresto nella crisi ucraina, ha resistito da sola alla pressione dell’intera alleanza NATO, dimostrando una notevole forza. Per quanto riguarda il soft power, come la cultura e la diplomazia, l’UE, il Regno Unito, l’India e il Giappone sono tutti attori importanti che non vanno sottovalutati.

Dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine dell’ordine mondiale bipolare, mentre gli Stati Uniti d’America hanno promosso con vigore l’unipolarismo, si è silenziosamente affermata una tendenza multipolare. «Una superpotenza e molteplici potenze forti» è un mantra classico utilizzato nel dibattito accademico per descrivere l’ordine mondiale a partire dagli anni Novanta, l’èra delle illusioni fukuyamesche e della pace universale kantiana dell’Unione Europea.

Oggi è innegabile che la superpotenza unica a stelle e strisce si stia indebolendo, non per nulla la sua ricerca di nuovi teatri di guerra, non è una trovata del cattivo Trump – come la pensano le ingenue teste di alcuni innocui e sprovveduti politici italiani e non – ma un’esigenza del capitale finanziario, quale fusione tra capitale bancario e industriale e la crescente ingerenza dello Stato nell’economia in un processo di sviluppo nell’investire nella proliferazione e produzione bellica. I presidenti degli Stati Uniti d’America, qualsiasi colore siano, sono meramente un prodotto delle tesi di Hilferding.

Al contempo le “altre” molteplici potenze forti, tra cui RP della Cina, Russia, Unione Europea e Giappone, si stanno generalmente rafforzando. In particolare, con l’ascesa del Sud globale, la composizione delle molteplici potenze forti ha subìto sottili cambiamenti, con l’India, di oltre 1,4 miliardi di abitanti, che sta sostituendo il Giappone. Pertanto, in questo ordine mondiale multipolare in evoluzione, i membri non occidentali stanno superato quelli occidentali.

Di fronte a tale realtà, sempre più forze internazionali riconoscono la multipolarità, sebbene le opinioni divergano su quali Paesi dovrebbero farne parte. Dall’inizio del XXI secolo, la RP della Cina ha costantemente integrato la sua diplomazia con Stati Uniti d’America, Russia ed Europa nel quadro della sua diplomazia di grande potenza.

Il tema della 61ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 14 al 16 febbraio 2025 è stato la multipolarità che ogni giorno sta diventando reale. Di particolare rilievo è il fatto che gli Stati Uniti d’America, che hanno costantemente perseguito l’egemonia unipolare – e si sono opposti alla multipolarità dalla fine della guerra fredda – hanno iniziato a modificare la loro percezione dell’ordine mondiale. La dichiarazione di Trump, nel gennaio 2025, secondo cui gli Stati Uniti d’America non erano più la potenza leader mondiale significa di fatto riconoscere che Washington ha perso il suo status di egemonia unipolare e cerca di riguadagnare terreno attraverso la produzione bellica. Ricordo che gli Stati Uniti d’America per la loro posizione geografica – salvo che la guerra anglo-statunitense del lontano 1812, e il bombardamento giapponese nella periferica Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 – non conoscono la guerra con stranieri in casa, per cui in quanto talassocratici è molto meglio esportarla all’estero.

Mentre il mondo attraversa rapidi cambiamenti, è entrato in una nuova èra di turbolenza e trasformazione. Questi sconvolgimento e trasformazione hanno un impatto su tutti gli aspetti del mondo esistente. Nell’ambito della tendenza generale verso un ordine mondiale rapidamente multipolare, le nuove tendenze negative della multipolarità si manifestano principalmente in due aspetti: in primo luogo, i comportamenti egemonici e prepotenti sono più gravi che in passato e la tendenza alla disuguaglianza è più marcata; in secondo luogo, il fenomeno del disprezzo dell’ordine internazionale vigente e dello jus gentium è più evidente che in passato e il mondo multipolare rischia di precipitare nel disordine.

In un auspicabile nuovo ordine globale politico ed economico posto in mondo multipolare, la parità di trattamento tra le grandi potenze, e persino tra le grandi potenze e gli Stati non potenti, è la pietra angolare per il mantenimento di normali scambi e della pace mondiale. Dopo la guerra fredda, sebbene gli Stati Uniti d’America – sotto presidenti democratici e repubblicani (ricordo la tentata invasione di Cuba organizzata dal democratico Kennedy, e il colpo di Stato preparato con il concorso dei servizi segreti statunitensi e con l’avallo formale del suddetto Kennedy, che portò alla morte del presidente vietnamita Ngô Đình Diệm e al successivo intervento militare di Washington) – abbiano perseguito l’egemonia e la politica di potenza, spesso ricorrendo a comportamenti impositivi e autoritari, hanno cercato l’egemonia istituzionale, considerandosi “leader mondiali” e sempre attenti alla propria immagine attraverso leader sorridenti e democratici. Tuttavia, durante la presidenza Trump, i comportamenti dispotici degli Stati Uniti d’America nei confronti di altri Paesi sono diventati dilaganti, ignorando completamente l’opposizione della maggior parte dei Paesi e delle Nazioni Unite, e trascurando la condanna internazionale. Persino tra le grandi potenze, gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato una crescente tendenza a giudicare il bene e il male in base ai loro propri interessi.

La creazione delle Nazioni Unite ha dato origine a un sistema e a un ordine internazionale incentrati sull’ONU. È grazie a questo sistema e a questo ordine che il mondo ha mantenuto la pace generale e compiuto progressi significativi in vari aspetti della governance globale. Sebbene questo sistema e ordine presentino molti problemi, è necessario affrontarli e migliorarli continuamente attraverso riforme. Dopo la guerra fredda, gli Stati Uniti d’America e l’Occidente hanno tentato di costruire un ordine internazionale liberale, il cui pilastro centrale era un sistema di alleanze incentrato sulla Casa Bianca. Tuttavia, ciò non ha escluso completamente il sistema e l’ordine delle Nazioni Unite, ma piuttosto ha integrato al suo interno l’ONU e altre organizzazioni ib meccanismi internazionali di bilanciamento. Per cui gli Stati Uniti d’America e i loro alleati, in particolare la NATO, hanno spesso violato i principi della Carta delle Nazioni Unite, lo hanno fatto spesso sotto la copertura dell’ONU o fuori dell’ONU. Ad esempio la “Coalizione dei volenterosi” (Coalition of the Willing), ossia l’alleanza multinazionale guidata da Washington che ha invaso l’Iraq nel marzo 2003, rimuovendo il regime di Saddam Hussein, senza uno specifico mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ecc.

Le altre grandi potenze si sono vantate di aderire ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Però, negli ultimi anni, la situazione è cambiata significativamente. Le violazioni della Carta delle Nazioni Unite sono aumentate notevolmente, soprattutto con la crisi ucraina, che riflette la rivalità strategica tra Stati Uniti d’America, Russia ed Unione Europaa, portando a dubbi sulla sopravvivenza stessa dell’ordine internazionale. Queste azioni sfidano apertamente l’autorità delle Nazioni Unite, indebolendo significativamente il sistema e l’ordine mondiale, e mettendoli persino a rischio di collasso. Il mondo potrebbe scivolare in un’èra di disordine.

La disuguaglianza e il disordine hanno avuto un grave impatto negativo sulle relazioni tra le grandi potenze, con una competizione spietata che si è intensificata al punto che le preoccupazioni per una guerra mondiale e una guerra nucleare sono più forti che mai. La multipolarità rischia di deviare dalla retta via.

Perciò, nei tentativi di stabilire un nuovo ordine mondiale, la strada da seguire è lo sviluppo della multipolarità paritaria. Solo quando la multipolarità si svolgerà lungo un percorso equo e ordinato, le relazioni tra le grandi potenze potranno rimanere sane e stabili; le grandi potenze e la stragrande maggioranza dei Paesi di piccole e medie dimensioni potranno sentirsi sicuri e concentrare i propri sforzi principali sul proprio sviluppo, la cooperazione internazionale a tutti i livelli potrà essere attuata efficacemente; la governance globale in tutti i suoi aspetti potrà progredire continuamente; l’ordine internazionale potrà essere costantemente migliorato; la pace mondiale potrà essere veramente garantita; e l’umanità potrà affrontare efficacemente le diverse sfide e i rischi e la civiltà umana potrà continuare a progredire.

Cosa significa dunque un mondo multipolare equo e ordinato? Significa sostenere l’uguaglianza di tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, opporsi all’egemonismo e alla politica di potenza e promuovere concretamente la democratizzazione delle relazioni internazionali. Queste sono precisamente le norme internazionali e i principi fondamentali che è necessario costantemente sostenere e seguire, e che sono riconosciuti anche dalla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo. Tali norme non sono affatto superate nel mondo odierno, caratterizzato da grandi sconvolgimenti e cambiamenti; al contrario, per mantenere la pace mondiale, necessitano di essere rafforzate. Pertanto, tutti i Paesi devono aderire congiuntamente agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, sostenere congiuntamente le norme fondamentali universalmente riconosciute delle relazioni internazionali e praticare un autentico multilateralismo. Solo in questo modo si può garantire la stabilità complessiva e la natura costruttiva del processo di un mondo multipolare.

Per quanto riguarda l’economia, all’inizio del secolo XXI, molti osservatori prevedevano una società globalizzata ideale, piatta e senza ostacoli. Quest’idea è stata ora gravemente smentita. Le persone si rendono conto che enormi ingiustizie si annidano nel commercio globale, spesso non riuscendo a frenare il dumping e i dazi, e danneggiando il contratto sociale all’interno dei Paesi, portando a crisi notevoli.

Il nuovo ordine economico mondiale si riferisce a un nuovo insieme di regole globali (come la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1974 sull’istituzione di un nuovo ordine economico internazionale) volte a modificare la vecchia struttura economica internazionale dominata dall’Occidente e a stabilire regole eque e reciprocamente vantaggiose che riflettano gli interessi dei Paesi in via di sviluppo.

Nel contesto attuale, esso rappresenta l’impegno dei mercati emergenti nel promuovere riforme della governance economica globale, nel sostenere la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione nell’economia digitale, e nel costruire un sistema equo, ordinato e diversificato, incentrato su una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Concetti chiave e prospettive sono l’enfatizzazione dell’uguaglianza sovrana e il diritto di ogni Paese di scegliere il proprio modello di sviluppo economico, e promuovere riforme delle norme finanziarie e commerciali internazionali che oggi risultano dannose per i Paesi in via di sviluppo. Le aree chiave da affrontare sono: la riforma della governance finanziaria, del commercio equo e solidale delle materie prime e della cooperazione internazionale nell’era dell’economia digitale, nel cercare di fronteggiare l’ascesa dell’unilateralismo e del protezionismo, nonché l’inadeguatezza dei meccanismi multilaterali tradizionali.

In conclusione vanno aggiunte alcune riflessioni sui nuovi ordini mondiali che si sono succeduti almeno dal secolo XIX. Dopo l’epopea delle grandi guerre napoleoniche, successive alla Grande Rivoluzione, il Congresso di Vienna nel 1815 stabilì un ordine che durò sino al 1848, la cosiddetta Primavera dei Popoli che principiò da Palermo il 12 gennaio di quell’anno. Da allora le turbolenze dei nazionalismi romantici o meno si protrassero sino a che Italia e Germania raggiunsero l’unità nazionale nel 1871 (Roma capitale ufficializzata con legge 3 febbraio 1871). Questo nuovo ordine di quarantatré anni giunse sino al 1914. Quella che era chiamata belle époque fu ingoiata dalla Prima Guerra Mondiale. Però l’ordine imposto dalla Conferenza di Versailles non resse, cadendo nel 1939 a causa della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1945 – o per meglio dire dal telegramma lungo di George Kennan da Mosca a Washington il 22 febbraio 1946 – l’ordine della guerra fredda si prolungò fino al crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (26 dicembre 1991). Allora le menti semplici e i poveri di spirito immaginarono il paradiso in terra, non comprendendo che il katechon paolino era proprio l’Unione Sovietica. Lo dimostrò l’11 settembre 2001 quando, a katechon caduto, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse hanno avuto briglia sciolta.

Come abbiamo visto un nuovo ordine mondiale – dai tempi dell’Impero Romano ad oggi – presuppone una deflagrazione globale oppure un cedimento strutturale di uno dei piloni. Noi, per un auspicato cambiamento, non ci auguriamo questo, e possiamo solo sperare nella buona volontà di pace di tutti gli attori internazionali e nelle loro migliori espressioni. Le conferenze internazionali sono arene fondamentali per plasmare il nuovo ordine mondiale, determinando l’evoluzione delle regole geopolitiche ed economiche e dei modelli di cooperazione internazionale. Sono cruciali per stabilire nuove norme internazionali, bilanciare gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e di quelli sviluppati e affrontare le crisi ambientali ed economiche. In tempi di crisi, le conferenze contribuiscono a costruire alleanze multilaterali per, non dico creare un nuovo ordine, ma almeno prevenire il crollo del vecchio stabilito dalle Nazioni Unite. Per cui o queste o una guerra mondiale per un nuovo ordine mondiale: dipende meramente dalle volontà dei decisori.

Giancarlo Elia Valori 

lunedì 30 marzo 2026

Appunti sul XV Piano Quinquennale della Repubblica Popolare della Cina. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

Il Segretario Generale Xi Jinping ha sottolineato che l’elaborazione e l’attuazione del XV Piano Quinquennale (2026-2030) per lo sviluppo economico e sociale nazionale rappresentano un modo importante per il Partito di governare il Paese. Il periodo del XV PQ costituisce la prima fase per il raggiungimento del secondo obiettivo del centenario del Partito e un periodo cruciale per la Repubblica Popolare della Cina per progredire verso la sostanziale modernizzazione entro il 2035.
Il XV PQ, elemento cruciale per il progresso del Paese verso il raggiungimento della modernizzazione entro il 2035, riveste grande importanza per orientare lo sviluppo economico e sociale nei prossimi cinque anni e oltre. In questa nuova era, il XV PQ dovrà affrontare sfide quali i rapidi cambiamenti dell’economia globale, le profonde mutate normative e le discrepanze tra il posizionamento strategico e l’effettiva attuazione. La Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma e le agenzie locali competenti hanno avviato una ricerca preliminare per garantire che i piani locali siano in grado di cogliere appieno le esigenze del momento e promuovere uno sviluppo economico e sociale di alta qualità.
Il XV PQ per lo sviluppo economico e sociale nazionale della RP della Cina è stato elaborato in conformità con i «Suggerimenti del Comitato Centrale del PCC per la formulazione del piano quinquennale per lo sviluppo economico e sociale nazionale». Esso chiarisce principalmente gli obiettivi strategici del Paese, definisce i compiti chiave del governo e guida e regola il comportamento degli enti sociali. Rappresenta il progetto fondamentale per la costruzione di un moderno Paese socialista sotto ogni aspetto e il programma d’azione comune per tutti i gruppi etnici del Paese.
Il periodo del XV PQ riveste un ruolo cruciale nel processo di realizzazione sostanziale della modernizzazione socialista, fungendo da anello di congiunzione tra passato e futuro. È un periodo critico per consolidare le basi e compiere sforzi a tutto campo. Si proseguirà la lotta per ottenere importanti progressi nelle attività strategiche relative alla situazione generale della modernizzazione in stile cinese, al fine di gettare basi più solide per la realizzazione sostanziale della modernizzazione socialista.
Partendo da un nuovo punto, le basi per lo sviluppo cinese sono più solide, il contesto in cui si inserisce ha subìto profondi e complessi cambiamenti e si trova ad affrontare nuove opportunità e sfide.
Già durante il XIV PQ (2021-2025), la Cina ha compiuto progressi significativi nel suo sviluppo. Questo periodo ha segnato l’inizio di un nuovo cammino verso la costruzione di un moderno Paese socialista sotto ogni aspetto, e lo sviluppo della RP della Cina è stato un processo straordinario e notevole. Di fronte a una situazione internazionale complessa e instabile e ad ardui compiti interni di riforma, sviluppo e stabilità, il Comitato Centrale del PCC, diretto da Xi Jinping, ha unito e guidato l’intero Partito e il popolo di tutte le etnie del Paese per superare le difficoltà e guardare avanti. Ha resistito al grave impatto della pandemia di COVID-19, ha risposto efficacemente a una serie di rischi e sfide importanti e ha spinto la causa del Partito e del Paese verso nuovi e significativi traguardi.
Dal centenario della fondazione del Partito Comunista Cinese (2021) è iniziato un nuovo percorso, che attraversa e attraverserà di tre piani quinquennali – il XIV, il XV e il XVI (2031-2035) – per realizzare la modernizzazione socialista entro il predetto anno. Il XV PQ (2026-2030) sarà cruciale in quanto collegherà il passato al futuro.
A partire dalla valutazione intermedia del XIV PQ, iniziarono già le ricerche preliminari per il XV, incentrate principalmente su tendenze, strategie, politiche e progetti di rilievo. In particolare, i progetti di maggiore portata hanno richiesto un periodo di ricerca e sperimentazione più lungo.
Sulla base di studi preliminari, le parti interessate si sono ulteriormente concentrate su aree chiave, hanno affrontato diverse questioni importanti, hanno formulato le idee fondamentali per il XV PQ; effettuato analisi e valutazioni chiave del contesto e delle condizioni di sviluppo a livello internazionale e nazionale; individuato le principali contraddizioni e i rischi nello sviluppo economico e sociale; proposto obiettivi di sviluppo per i prossimi cinque anni in linea con i compiti strategici a lungo termine; e hanno formulato considerazioni generali per la promozione dello sviluppo.
L’ambiente di sviluppo è una componente importante dell’analisi strategica che deve essere condotta nella formulazione dei piani così come la RP della Cina li formula. Solo analizzando correttamente l’ambiente di sviluppo e valutando con precisione le tendenze è possibile proporre scientificamente obiettivi e compiti.
Da una prospettiva internazionale, il mondo è entrato in un nuovo periodo di turbolenza e cambiamento, con una trasformazione epocale che sta accelerando, e un aumento vertiginoso delle incertezze. Rispetto al XIV PQ, il cambiamento più significativo del XV è proprio il contesto internazionale, profondamente mutatosi durante la fase di pianificazione, con un netto aumento delle sfide e dei fattori sfavorevoli. La competizione e la rivalità tra le grandi potenze potrebbero intensificarsi ulteriormente, con potenziali lotte per il controllo e l’influenza in un numero sempre maggiore di settori; rispetto a cinque anni fa, la struttura di governance globale si trova ad affrontare una maggiore instabilità, l’ordine internazionale potrebbe essere ridefinito e i conflitti geopolitici e i rischi per la sicurezza sicuramente aumenteranno.
Nel campo della scienza e della tecnologia la RP della Cina si trova in una fase di accelerazione dei progressi in una nuova ondata di rivoluzione tecnologica e trasformazione industriale, soprattutto dopo che la tecnologia dell’intelligenza artificiale è entrata nella fase di piena applicazione. Da un lato, la competizione nel campo della ricerca di base si intensificherà ulteriormente, il che potrebbe avere un effetto “collo di bottiglia”; dall’altro, se si riuscirà a realizzare una profonda integrazione tra le nuove tecnologie e i vantaggi industriali, la RP della Cina potrebbe essere in grado di assumere un ruolo di primo piano nella futura competizione globale.
Per quanto riguarda il commercio si ritiene che durante il periodo del XV PQ, la posizione dei Paesi lungo la Via della Seta nell’àmbito del commercio estero cinese continuerà a migliorare; la tendenza allo sviluppo relativamente rapido dei servizi e dell’aspetto di scambi digitali proseguirà, e prodotti e più competitivi – prestazioni aziendali, forniture professionali, assistenza, attività di supporto, soluzioni operative, distribuzione, erogazione, consulenza e attività di marketing – raggiungeranno la scena mondiale.
Durante il periodo del XV PQ, la RP della Cina inaugurerà un’èra di esplorazione ed espansione internazionale a tutto tondo. Sono solo un preludio Black Myth: Wukong e Ne Zha 2 i due giganti del 2024-2025 che stanno proiettando la mitologia cinese e la relativa animazione/gaming nel panorama mondiale, con un successo artistico e commerciale senza precedenti: Ne Zha 2 ha infranto record al botteghino, mentre Wukong ha ridefinito gli Action RPG. Gli Action RPG (detti anche GDR d’azione) sono un sottogenere videoludico che fonde la progressione e la narrazione dei giochi di ruolo (RPG) con il combattimento in tempo reale tipico dei giochi d’azione. A differenza dei classici RPG a turni, richiedono riflessi rapidi, abilità manuale e strategia in tempo reale, offrendo un gameplay fluido e dinamico. Ciò che la RP della Cina condividerà con il mondo non saranno solo prodotti, cultura e creatività cinesi, ma anche l’estetica e gli stili di vita del popolo cinese: il cosiddetto soft power, oggi dominato dagli Stati Uniti d’America.
Dal punto di vista interno, si continuerà a dover affrontare una domanda effettiva insufficiente, con problemi a breve termine e questioni strutturali a medio-lungo termine strettamente interconnesse. La RP della Cina si trova attualmente in una fase in cui la pressione al ribasso sull’economia è ancora relativamente elevata, in particolare la contraddizione di una domanda effettiva bassa è ancora molto evidente. Allo stesso tempo, permangono anche problematiche quali le aspettative delle imprese, i rischi nei settori immobiliare e finanziario e così via. Questi problemi, nell’attuale contesto economico, potrebbero protrarsi anche nelle prime fasi del XV PQ. Ed anche questo rappresenterebbe un cambiamento significativo. Nella pianificazione del XV PQ, è necessario tenere conto delle sfide e dei problemi che l’economia si trova ad affrontare attualmente. Alcuni di questi problemi sono di natura strutturale e ciclica e potrebbero continuare a rappresentare una sfida durante il periodo di attuazione del Piano.
Va pure menzionata la questione demografica. I fattori demografici sono potenti e significativi, un tipico “rinoceronte grigio”, che influenza costantemente i cambiamenti complessivi del panorama economico e sociale. Nel 2021, il picco demografico della RP della Cina è stato raggiunto in anticipo rispetto alle previsioni. La crescita demografica negativa, il calo del tasso di natalità e l’invecchiamento della popolazione diventeranno le condizioni di base per la RP della Cina in futuro. Si devono anticipare i cambiamenti e pianificare le questioni demografiche in modo sistematico.
Oltre a pianificare lo sviluppo dal 2021 al 2025, il XIV PQ fornì anche una visione a lungo termine per i successivi quindici anni 2021-2035. Il XIV PQ affinò ulteriormente la tempistica e la tabella di marcia per gli obiettivi già definiti al XIX Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese (18 al 24 ottobre 2017), dimostrando appieno la guida dei piani quinquennali cinesi per i cicli e le fasi di sviluppo, nonché per il lavoro a medio e lungo termine, e riflettendo anche il “ritmo” della promozione dello sviluppo. Il XX Congresso nazionale del PCC (16-22 ottobre 2022) ha ulteriormente delineato gli obiettivi per il 2035, e la pianificazione e la formulazione del XV PQ è aggiornata di conseguenza.
Gli obiettivi di sviluppo includono sia descrizioni qualitative che indicatori quantitativi. Gli obiettivi a lungo termine per il 2035 sono principalmente di natura qualitativa, ma mantenere un certo tasso di crescita economica è altrettanto importante. Oggi per la RP della Cina è necessario studiare come collegare gli obiettivi del 2030 e del 2035 e proporre alcuni indicatori quantitativi con una pianificazione a fasi.
Il trascorso programma del XIV PQ non fissava un obiettivi di crescita media annua del PIL per cinque anni, ma affermava piuttosto che si sarebbe mantenuto entro un intervallo ragionevole, con obiettivi annuali proposti a seconda delle necessità. Attualmente, e per un certo periodo a venire, la RP della Cina ha come sfida principale, nel XV PQ, se l’economia riuscirà a mantenere un certo tasso di crescita. I problemi che sorgono nello sviluppo devono essere risolti attraverso lo sviluppo stesso. Il XV PQ si concentrerà sull’espansione della domanda interna e sul salto complessivo nella produttività di nuova qualità come temi principali. L’espansione della domanda interna non è una misura tampone, ma una mossa strategica. Le “due priorità” (l’attuazione delle principali strategie nazionali e il rafforzamento delle capacità di sicurezza in settori chiave) e le “due nuove politiche” (l’ammodernamento su larga scala delle attrezzature e i programmi di permuta per i beni di consumo) lanciate dal 2024 si sono dimostrate molto precise ed efficaci. Durante il periodo del XV PQ, ci sarà un approccio più sistematico per espandere la domanda interna.
Lo sviluppo di nuove tipologie di forze produttive rappresenta una questione cruciale per il quadro generale e per lo sviluppo a lungo termine. Nel marzo 2024, il responsabile della Commissione nazionale per lo sviluppo e la riforma ha dichiarato pubblicamente la necessità di sfruttare il ruolo guida dei piani a medio e lungo termine e dei piani annuali, per definire e scomporre efficacemente i compiti strategici volti allo sviluppo di nuove tipologie di forze produttive e per fare di tale sviluppo un punto focale della ricerca sui princìpi cardine del XV PQ. Nella pianificazione degli obiettivi principali, degli indicatori, dei compiti strategici più importanti, delle misure di riforma basilari e dei progetti chiave per lo sviluppo economico e sociale durante il periodo del XV PQ, sarà fondamentale considerare appieno le esigenze pratiche per lo sviluppo di nuove tipologie di forze produttive, e in particolare è necessario studiare e proporre i compiti e piani fondamentali per promuovere tale sviluppo.
I grandi progetti sono strettamente collegati alle principali strategie, piani e politiche nazionali. Implicano investimenti su larga scala e lunghi periodi di costruzione, rappresentando uno strumento cruciale per promuoverne l’attuazione.
Ad esempio, a partire dall’XI PQ (2006-2010), i grandi progetti sono stati inseriti in sezioni dedicate all’interno dei documenti di pianificazione, rendendo i relativi contenuti più facilmente reperibili. Mentre il XIII PQ (2016-2020) ha individuato 165 grandi progetti in 23 sezioni dedicate, ed il XIV PQ (2021-2025) ne ha proposti 102 in 17 sezioni dedicate.
Negli ultimi due piani quinquennali, si è posta particolare enfasi sul monitoraggio dei principali progetti di ingegneria: tale pianificazione necessariamente confronta di continuo i risultati con quelli di vari dipartimenti e regioni. Non si tratta semplicemente di elencare progetti di diversi settori, ma anche di effettuare un bilancio complessivo e di evidenziare le priorità.
Oltre al “pacchetto di progetti”, si sono studiati e lanciati simultaneamente una serie di “pacchetti politici”, che rendono il PQ una raccolta di importanti iniziative a medio e lungo termine: quali politiche di sostegno per lo sviluppo di nuove forze produttive, e di politiche relative ad aree strettamente connesse al sostentamento delle persone, come la sanità, l’istruzione e la sicurezza sociale. Questi “pacchetti di politici” sono proposti chiaramente nel XV PQ, e definiscono i requisiti direzionali per poi introdurre politiche specifiche.
Già a partire dal VII PQ (1986-1990), i piani cinesi non sono stati solo di sviluppo, ma anche piani di riforma. La III Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del PCC (15-18 luglio 2024) ha definito oltre 300 compiti di riforma, specificando che tutti dovranno essere completati entro il 2029. Il XV PQ sarà maggiormente integrato con la tempistica e la tabella di marcia per le principali riforme. Ripensando alla Terza Sessione Plenaria del XVIII Comitato Centrale del PCC (9-12 novembre 2013) essa si è concentrata sull’approfondimento complessivo dei compiti di riforma, ed essi sono stati tutti completati entro il 2020, ed infatti l’intero periodo del XIII PQ (2016-2020) è stato dedicato ai suddetti compiti assegnati dalla predetta III Sessione Plenaria.
Dalla riforma alla riforma globale e approfondita, il percorso di modernizzazione della RP della Cina è proceduto in modo costante ed esteso, seguendo le logica stabilite dalle istituzioni. La riforma globale e approfondita significa contrastare i fattori negativi, eliminare per quanto possibile le incertezze e cogliere le certezze e le iniziative che si possono trovare in un contesto di cambiamenti senza precedenti, il più importante del secolo.
Il XV PQ rifletterà l’attuazione del nuovo ciclo di riforme globali e approfondite durante il suo processo di pianificazione. La Decisione della predetta III Sessione Plenaria del 2024 ha proposto di «promuovere vantaggi complementari e uno sviluppo comune tra le diverse economie proprietarie». Inoltre, all’inizio del 2024, la Commissione Nazionale per lo Sviluppo e la Riforma ha richiesto pubblicamente argomenti di ricerca per il XV PQ, uno dei quali era «Ricerca sulla costruzione di un nuovo modello di sviluppo coordinato di alta qualità tra imprese statali e private». Ad esempio, l’anzidetta Decisione ha proposto di «stabilire una chiara divisione delle responsabilità, risorse finanziarie coordinate e relazioni fiscali regionali equilibrate tra il governo centrale e i governi locali». Anche la «ricerca sull’ottimizzazione del rapporto fiscale tra il governo centrale e i governi locali» è tra i suddetti argomenti di ricerca per il XV PQ.
Il XV PQ è al contempo una questione nazionale e riguarda anche le famiglie. All’incrocio di molteplici riforme e obiettivi di pianificazione, si garantiscono la stabilità e la felicità di centinaia di milioni di persone. Prendiamo ad esempio la combinazione tra l’espansione della domanda interna e il miglioramento del sistema di distribuzione del reddito. Si ritiene che l’attuale scarsa domanda effettiva sia dovuta principalmente a una domanda interna insufficiente, la quale a sua volta è dovuta principalmente a consumi minimi da parte delle famiglie. Il reddito è il fondamento e il prerequisito per il consumo. La Decisione ha previsto disposizioni per il miglioramento del sistema di distribuzione del reddito, affermando esplicitamente la necessità di «aumentare la quota di reddito dei residenti nella distribuzione del reddito nazionale».
La costruzione di un Paese con un forte senso di benessere per i cittadini è considerata un importante obiettivo di sviluppo e che l’aumento del reddito e dei consumi dei residenti dovrebbe assumere un ruolo più rilevante, in modo che il miglioramento del potere d’acquisto sia sincronizzato con il miglioramento della produttività. Ovviamente si tratta di un compito a lungo termine e di un progetto sistematico, che richiede un impegno globale in tutti i suoi aspetti, comprese le riforme; ed esso non può certo risolversi in breve tempo.
È basilare la necessità di sviluppare e rafforzare il settore privato e di attuare una politica che privilegi l’occupazione. La logica fondamentale per aumentare la spesa dei cittadini è stabilizzare le imprese, l’occupazione e il reddito e, in definitiva, i consumi. Inoltre, solo affrontando le preoccupazioni di donne e uomini in materia di assistenza sanitaria, istruzione e assistenza agli anziani si possono realmente stimolare i consumi. Tutto si manifesterà col combinare l’espansione della domanda interna con la promozione della prosperità comune, in maniera che l’ampliamento della fascia di reddito medio, favorisca il crescere delle fasce a basso reddito.

Giancarlo Elia Valori