Visualizzazione post con etichetta urss. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta urss. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2026

Il 9 maggio 1945 e la memoria dimenticata dell’Europa. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 9 maggio 1945, data che segnò la vittoria dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche contro il nazifascismo hitleriano e fine della Seconda Guerra Mondiale in Europa, dovrebbe essere celebrata e ricordata non solo in tutte le Repubbliche post-sovietiche, ma anche in tutto il resto d'Europa.

E ciò per ricordare e celebrare il contributo dato dai 27 milioni di cittadini sovietici, ma anche di altre nazionalità dei Paesi dell'Est europeo, fra civili e soldati, che diedero la loro vita per abbattere una delle più sanguinarie e genocide dittature al mondo.

La Giornata della Vittoria nella Grande Guerra Patriottica, oggi celebrata particolarmente in Russia, ma anche in Slovacchia, Bulgaria, Serbia, Montenegro, Bosnia e Erzegovina, Israele e Bielorussia, dovrebbe unire e non dividere.

Il neo Premier bulgaro, Rumen Radev, trionfatore delle elezioni di aprile, con il partito di ispirazione socialista democratica e populista di sinistra “Bulgaria Progressista”, sui social, ha dichiarato, riferendosi ai caduti bulgari in quell'occasione:Il 9 maggio è soprattutto una giornata di omaggio alla memoria dei soldati bulgari della Seconda Guerra Mondiale, alle milioni di vittime che, con la loro morte, hanno fermato l'avanzata del nazismo in Europa. Il conflitto più sanguinoso del XX secolo ha segnato la vita di intere generazioni e la sua fine ha aperto la strada al rifiuto dell'uso della forza nel Vecchio Continente. Il Giorno della Vittoria ha aperto le porte alla Giornata dell'Europa e alla speranza di uno sviluppo pacifico dei Paesi europei. Pertanto, l'Unione Europea ha oggi l'enorme responsabilità di fermare lo spargimento di sangue in Ucraina e in Medio Oriente. L'UE deve avere non solo una leadership morale, ma anche la volontà di essere un fattore di pace in Europa e nelle regioni limitrofe”.

Dello stesso tenore anche il socialista democratico slovacco Robert Fico, il quale, ricordando i caduti slovacchi, si è recato anche a Mosca per le celebrazioni.

Tale ricorrenza, assieme a quella del 27 gennaio 1945, giornata nella quale i soldati sovietici liberarono il campo di sterminio nazifascista di Auschwitz, dovrebbe essere scolpita nella Storia europea.

Non essere pretesto, come fa oggi Berlino, per vietare simboli e canti sovietici, aspetto che purtroppo richiama a un tragico passato.

Occorre “riunire ciò che è sparso”, scrivevo di recente, assieme all'amica Paola Bergamo in un lungo articolo (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/04/ritrovare-i-sentieri-perduti-del-mondo.html) nel quale, fra le altre cose, auspicavamo la nascita di “Una nuova NATO intercontinentale, sicuramente europea”, capace di includere sia la Russia che la Cina, “anche considerando che la Russia è Europa e che entrambe sono Eurasia e, a tutti gli effetti, non solo rappresenterebbero il ricompattamento dell’Heartland che spaventa a morte gli statunitensi, ma di fatto sia Russia che Cina, assieme, hanno combattuto e stanno combattendo l'Islam radicale”.

Male, molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera fra l'Est e l'Ovest, includendo la Russia nel sistema europeo come peraltro già a suo tempo caldeggiato dall'ex Ministro degli Esteri Gianni De Michelis in tempi non sospetti e, successivamente, forse anche consigliato dallo stesso De Michelis, da Silvio Berlusconi.

Male, molto male, ha fatto l'UE a non porsi quale cerniera di dialogo e di diplomazia, anziché cedere ai desiderata dei Presidenti statunitensi di turno, troppo spesso russofobi e così i loro Paesi satellite in Europa.

Male, molto male, ha fatto l'UE a sanzionare la Russia, di fatto, auto-sanzionandosi, specie nel settore energetico.

Molte vite si sarebbero risparmiate e si risparmierebbero, se si ricercasse, senza pregiudizio, la verità dei fatti, tanto dal punto di vista storico che geopolitico e a partire dal drammatico crollo dell'URSS (realtà pluri-nazionale nella quale convivevano, pacificamente e nel socialismo, popoli differenti), causato tanto dall'esterno quanto dall'interno.

In proposito, è molto interessante il punto di vista di Egor Ligaciov, che fu figura chiave del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) nel periodo gorbacioviano e del cui saggio fondamentale ho scritto diffusamente in un articolo, leggibile anche a questo link: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, nel suo saggio pubblicato in Italia nel 1993, dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, ravvisa già allora la diffusione dei nazionalismi di estrema destra, a seguito della disgregazione dell'URSS: “Il Paese è a un bivio. Il problema è questo: o tutto ciò che è stato raggiunto, con sforzi enormi di tante generazioni, sarà conservato e sviluppato sulla base del vero socialismo, o l'Unione Sovietica cesserà di esistere e al suo posto si formeranno decine di Stati con regimi diversi.

In Lituania i nazionalisti borghesi hanno preso il sopravvento, la repubblica sta andando alla deriva e si avvicina all'occidente. Nella stessa direzione vogliono andare Estonia e Lettonia. In alcune regioni occidentali dell'Ucraina il potere è passato nelle mani dei nazionalisti. Nel Caucaso è in corso una guerra fratricida. L'alleanza socialista in Europa si è spezzata, il paese perde i suoi amici mentre si rafforzano le posizioni dell'imperialismo.

I conflitti etnici, gli scioperi, le forze disgregatrici non tengono conto delle leggi, del Soviet supremo e dei decreti del presidente, rendendo impossibile la realizzazione della riforma economica.

Bisogna convocare il Plenum del Partito e elaborare misure urgenti e concrete per battere le forze antisocialiste e separatiste, riordinare le fila dei comunisti e rafforzare l'integrità territoriale dell'URSS”.

Da dire anche che Ligaciov era ben consapevole e fu fra i primi a ravvisarlo, che era necessario sviluppare un socialismo democratico in URSS, che l'avrebbe definitivamente salvata. In tal senso egli scrisse: “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Sappiamo bene come sono andate le cose. Sappiamo bene che hanno prevalso i traditori del socialismo e che, nonostante la maggioranza dei cittadini sovietici avesse votato per la conservazione dell'URSS, al referendum del marzo 1991, essa ha finito per disgregarsi, andando in pasto a mafie, oligarchie, lacchè ultra-liberali, nazionalismi vari. Le popolazioni ne furono ulteriormente impoverite, lasciate in balia di tali forze e spesso spinte le une contro le altre.

E siamo ancora lì. Ma non abbiamo fatto i conti con la Storia.

La Storia è importante perché da essa si può e si dovrebbe imparare. Essa non andrebbe mai sostituita dall'ipocrisia, dall'ideologia, dal razzismo, dalla convenienza economica dei pochi.

Sarebbe, infatti, il momento di riunire ciò che è stato sparso. Di riunire ciò che è stato diviso. Di ricominciare a parlare, anche in Europa, al posto di censure, sanzioni e lockdown energetici, di socialismo e di democrazia.

Utopia, forse?

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 13 aprile 2026

Verso un nuovo ordine politico ed economico mondiale. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Mentre il mondo attraversa profondi cambiamenti senza precedenti dagli inizi degli anni Duemila, anche la tendenza verso la multipolarità sta accelerando. Tuttavia, in questo nuovo periodo di turbolenza e trasformazione, la multipolarità sta mostrando nuove caratteristiche: la disuguaglianza e il disordine si stanno aggravando, la competizione spietata tra le grandi potenze si fa più evidente e crescono i timori di una nuova guerra mondiale. Superpotenze infrangono il diritto internazionale e trattano i territori di Paesi indipendenti come il loro cortile di casa, a dir poco. La soluzione migliore a questa situazione è promuovere lo sviluppo della multipolarità in una direzione più equa e ordinata, con i tentativi di erigere un nuovo ordine politico ed economico mondiale.

Al contempo, un fattore positivo – manifestazione più significativa di questa trasformazione – è l’ascesa del Sud globale e la sua crescente consapevolezza politica: maggiore indipendenza e autonomia, e una sfida alle potenti potenze egemoniche e aggressive. Il Sud globale, insieme ad altri Paesi non “occidentali”, costituisce l’Oriente, determinando un netto spostamento degli equilibri di potere tra Oriente e Occidente, con l’ascesa dell’Oriente e il declino dell’Occidente.

Tuttavia, nel quadro più ampio dell’ascesa dell’Oriente e del declino dell’Occidente, Repubblica Popolare della Cina (Stato tellurocratico di pace) e Stati Uniti d’America (Stato talassocratico di guerra) rivestono un’importanza particolare. Tra le potenze globali emergenti, la RP della Cina spicca in modo particolare. Sfruttando i suoi punti di forza come grande potenza, e soprattutto il suo rapido sviluppo negli ultimi quarant’anni, la forza nazionale cinese è cresciuta esponenzialmente, rendendola la seconda economia più grande dopo quella degli Stati Uniti d’America. Nel frattempo, nel mondo occidentale in declino, gli Stati Uniti d’America, in quanto potenza e leader mondiale, hanno registrato il declino più lento, con un conseguente ampliamento del divario di potere con gli altri Paesi occidentali. Pertanto, l’alternarsi di momenti di forza e di debolezza tra Pechino e Washington è diventato uno dei temi più dibattuti nella politica internazionale. Alcuni studiosi ritengono che l’ordine mondiale si sia spostato dalla multipolarità alla bipolarità, come una volta lo era fra la Casa Bianca e il Cremlino.

A prescindere dalle motivazioni di chi sostiene la bipolarità, l’unilateralità di questa argomentazione è evidente. Il fattore decisivo nell’ordine mondiale è il confronto della forza delle grandi potenze. Attualmente, gli Stati Uniti d’America sono in testa in termini di forza complessiva, seguiti a ruota dalla RP della Cina, ma il divario tra le forze dell’Impero di mezzo, degli Stati Uniti d’America e delle altre grandi potenze è molto meno significativo di quello tra Washington e Mosca durante la guerra fredda. Dal punto di vista economico, il PIL dell’UE è paragonabile a quello della RP della Cina; considerando il ruolo dell’euro come seconda valuta mondiale, la forza economica dell’UE dovrebbe essere ulteriormente enfatizzata. Dal punto di vista militare, la Russia è da tempo considerata la seconda potenza militare al mondo. Nonostante le battute d’arresto nella crisi ucraina, ha resistito da sola alla pressione dell’intera alleanza NATO, dimostrando una notevole forza. Per quanto riguarda il soft power, come la cultura e la diplomazia, l’UE, il Regno Unito, l’India e il Giappone sono tutti attori importanti che non vanno sottovalutati.

Dal crollo dell’Unione Sovietica e dalla fine dell’ordine mondiale bipolare, mentre gli Stati Uniti d’America hanno promosso con vigore l’unipolarismo, si è silenziosamente affermata una tendenza multipolare. «Una superpotenza e molteplici potenze forti» è un mantra classico utilizzato nel dibattito accademico per descrivere l’ordine mondiale a partire dagli anni Novanta, l’èra delle illusioni fukuyamesche e della pace universale kantiana dell’Unione Europea.

Oggi è innegabile che la superpotenza unica a stelle e strisce si stia indebolendo, non per nulla la sua ricerca di nuovi teatri di guerra, non è una trovata del cattivo Trump – come la pensano le ingenue teste di alcuni innocui e sprovveduti politici italiani e non – ma un’esigenza del capitale finanziario, quale fusione tra capitale bancario e industriale e la crescente ingerenza dello Stato nell’economia in un processo di sviluppo nell’investire nella proliferazione e produzione bellica. I presidenti degli Stati Uniti d’America, qualsiasi colore siano, sono meramente un prodotto delle tesi di Hilferding.

Al contempo le “altre” molteplici potenze forti, tra cui RP della Cina, Russia, Unione Europea e Giappone, si stanno generalmente rafforzando. In particolare, con l’ascesa del Sud globale, la composizione delle molteplici potenze forti ha subìto sottili cambiamenti, con l’India, di oltre 1,4 miliardi di abitanti, che sta sostituendo il Giappone. Pertanto, in questo ordine mondiale multipolare in evoluzione, i membri non occidentali stanno superato quelli occidentali.

Di fronte a tale realtà, sempre più forze internazionali riconoscono la multipolarità, sebbene le opinioni divergano su quali Paesi dovrebbero farne parte. Dall’inizio del XXI secolo, la RP della Cina ha costantemente integrato la sua diplomazia con Stati Uniti d’America, Russia ed Europa nel quadro della sua diplomazia di grande potenza.

Il tema della 61ª Conferenza sulla Sicurezza di Monaco del 14 al 16 febbraio 2025 è stato la multipolarità che ogni giorno sta diventando reale. Di particolare rilievo è il fatto che gli Stati Uniti d’America, che hanno costantemente perseguito l’egemonia unipolare – e si sono opposti alla multipolarità dalla fine della guerra fredda – hanno iniziato a modificare la loro percezione dell’ordine mondiale. La dichiarazione di Trump, nel gennaio 2025, secondo cui gli Stati Uniti d’America non erano più la potenza leader mondiale significa di fatto riconoscere che Washington ha perso il suo status di egemonia unipolare e cerca di riguadagnare terreno attraverso la produzione bellica. Ricordo che gli Stati Uniti d’America per la loro posizione geografica – salvo che la guerra anglo-statunitense del lontano 1812, e il bombardamento giapponese nella periferica Pearl Harbor il 7 dicembre 1941 – non conoscono la guerra con stranieri in casa, per cui in quanto talassocratici è molto meglio esportarla all’estero.

Mentre il mondo attraversa rapidi cambiamenti, è entrato in una nuova èra di turbolenza e trasformazione. Questi sconvolgimento e trasformazione hanno un impatto su tutti gli aspetti del mondo esistente. Nell’ambito della tendenza generale verso un ordine mondiale rapidamente multipolare, le nuove tendenze negative della multipolarità si manifestano principalmente in due aspetti: in primo luogo, i comportamenti egemonici e prepotenti sono più gravi che in passato e la tendenza alla disuguaglianza è più marcata; in secondo luogo, il fenomeno del disprezzo dell’ordine internazionale vigente e dello jus gentium è più evidente che in passato e il mondo multipolare rischia di precipitare nel disordine.

In un auspicabile nuovo ordine globale politico ed economico posto in mondo multipolare, la parità di trattamento tra le grandi potenze, e persino tra le grandi potenze e gli Stati non potenti, è la pietra angolare per il mantenimento di normali scambi e della pace mondiale. Dopo la guerra fredda, sebbene gli Stati Uniti d’America – sotto presidenti democratici e repubblicani (ricordo la tentata invasione di Cuba organizzata dal democratico Kennedy, e il colpo di Stato preparato con il concorso dei servizi segreti statunitensi e con l’avallo formale del suddetto Kennedy, che portò alla morte del presidente vietnamita Ngô Đình Diệm e al successivo intervento militare di Washington) – abbiano perseguito l’egemonia e la politica di potenza, spesso ricorrendo a comportamenti impositivi e autoritari, hanno cercato l’egemonia istituzionale, considerandosi “leader mondiali” e sempre attenti alla propria immagine attraverso leader sorridenti e democratici. Tuttavia, durante la presidenza Trump, i comportamenti dispotici degli Stati Uniti d’America nei confronti di altri Paesi sono diventati dilaganti, ignorando completamente l’opposizione della maggior parte dei Paesi e delle Nazioni Unite, e trascurando la condanna internazionale. Persino tra le grandi potenze, gli Stati Uniti d’America hanno dimostrato una crescente tendenza a giudicare il bene e il male in base ai loro propri interessi.

La creazione delle Nazioni Unite ha dato origine a un sistema e a un ordine internazionale incentrati sull’ONU. È grazie a questo sistema e a questo ordine che il mondo ha mantenuto la pace generale e compiuto progressi significativi in vari aspetti della governance globale. Sebbene questo sistema e ordine presentino molti problemi, è necessario affrontarli e migliorarli continuamente attraverso riforme. Dopo la guerra fredda, gli Stati Uniti d’America e l’Occidente hanno tentato di costruire un ordine internazionale liberale, il cui pilastro centrale era un sistema di alleanze incentrato sulla Casa Bianca. Tuttavia, ciò non ha escluso completamente il sistema e l’ordine delle Nazioni Unite, ma piuttosto ha integrato al suo interno l’ONU e altre organizzazioni ib meccanismi internazionali di bilanciamento. Per cui gli Stati Uniti d’America e i loro alleati, in particolare la NATO, hanno spesso violato i principi della Carta delle Nazioni Unite, lo hanno fatto spesso sotto la copertura dell’ONU o fuori dell’ONU. Ad esempio la “Coalizione dei volenterosi” (Coalition of the Willing), ossia l’alleanza multinazionale guidata da Washington che ha invaso l’Iraq nel marzo 2003, rimuovendo il regime di Saddam Hussein, senza uno specifico mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, ecc.

Le altre grandi potenze si sono vantate di aderire ai principi della Carta delle Nazioni Unite. Però, negli ultimi anni, la situazione è cambiata significativamente. Le violazioni della Carta delle Nazioni Unite sono aumentate notevolmente, soprattutto con la crisi ucraina, che riflette la rivalità strategica tra Stati Uniti d’America, Russia ed Unione Europaa, portando a dubbi sulla sopravvivenza stessa dell’ordine internazionale. Queste azioni sfidano apertamente l’autorità delle Nazioni Unite, indebolendo significativamente il sistema e l’ordine mondiale, e mettendoli persino a rischio di collasso. Il mondo potrebbe scivolare in un’èra di disordine.

La disuguaglianza e il disordine hanno avuto un grave impatto negativo sulle relazioni tra le grandi potenze, con una competizione spietata che si è intensificata al punto che le preoccupazioni per una guerra mondiale e una guerra nucleare sono più forti che mai. La multipolarità rischia di deviare dalla retta via.

Perciò, nei tentativi di stabilire un nuovo ordine mondiale, la strada da seguire è lo sviluppo della multipolarità paritaria. Solo quando la multipolarità si svolgerà lungo un percorso equo e ordinato, le relazioni tra le grandi potenze potranno rimanere sane e stabili; le grandi potenze e la stragrande maggioranza dei Paesi di piccole e medie dimensioni potranno sentirsi sicuri e concentrare i propri sforzi principali sul proprio sviluppo, la cooperazione internazionale a tutti i livelli potrà essere attuata efficacemente; la governance globale in tutti i suoi aspetti potrà progredire continuamente; l’ordine internazionale potrà essere costantemente migliorato; la pace mondiale potrà essere veramente garantita; e l’umanità potrà affrontare efficacemente le diverse sfide e i rischi e la civiltà umana potrà continuare a progredire.

Cosa significa dunque un mondo multipolare equo e ordinato? Significa sostenere l’uguaglianza di tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, opporsi all’egemonismo e alla politica di potenza e promuovere concretamente la democratizzazione delle relazioni internazionali. Queste sono precisamente le norme internazionali e i principi fondamentali che è necessario costantemente sostenere e seguire, e che sono riconosciuti anche dalla stragrande maggioranza dei Paesi del mondo. Tali norme non sono affatto superate nel mondo odierno, caratterizzato da grandi sconvolgimenti e cambiamenti; al contrario, per mantenere la pace mondiale, necessitano di essere rafforzate. Pertanto, tutti i Paesi devono aderire congiuntamente agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite, sostenere congiuntamente le norme fondamentali universalmente riconosciute delle relazioni internazionali e praticare un autentico multilateralismo. Solo in questo modo si può garantire la stabilità complessiva e la natura costruttiva del processo di un mondo multipolare.

Per quanto riguarda l’economia, all’inizio del secolo XXI, molti osservatori prevedevano una società globalizzata ideale, piatta e senza ostacoli. Quest’idea è stata ora gravemente smentita. Le persone si rendono conto che enormi ingiustizie si annidano nel commercio globale, spesso non riuscendo a frenare il dumping e i dazi, e danneggiando il contratto sociale all’interno dei Paesi, portando a crisi notevoli.

Il nuovo ordine economico mondiale si riferisce a un nuovo insieme di regole globali (come la Dichiarazione delle Nazioni Unite del 1974 sull’istituzione di un nuovo ordine economico internazionale) volte a modificare la vecchia struttura economica internazionale dominata dall’Occidente e a stabilire regole eque e reciprocamente vantaggiose che riflettano gli interessi dei Paesi in via di sviluppo.

Nel contesto attuale, esso rappresenta l’impegno dei mercati emergenti nel promuovere riforme della governance economica globale, nel sostenere la cooperazione Sud-Sud e la cooperazione nell’economia digitale, e nel costruire un sistema equo, ordinato e diversificato, incentrato su una comunità con un futuro condiviso per l’umanità.

Concetti chiave e prospettive sono l’enfatizzazione dell’uguaglianza sovrana e il diritto di ogni Paese di scegliere il proprio modello di sviluppo economico, e promuovere riforme delle norme finanziarie e commerciali internazionali che oggi risultano dannose per i Paesi in via di sviluppo. Le aree chiave da affrontare sono: la riforma della governance finanziaria, del commercio equo e solidale delle materie prime e della cooperazione internazionale nell’era dell’economia digitale, nel cercare di fronteggiare l’ascesa dell’unilateralismo e del protezionismo, nonché l’inadeguatezza dei meccanismi multilaterali tradizionali.

In conclusione vanno aggiunte alcune riflessioni sui nuovi ordini mondiali che si sono succeduti almeno dal secolo XIX. Dopo l’epopea delle grandi guerre napoleoniche, successive alla Grande Rivoluzione, il Congresso di Vienna nel 1815 stabilì un ordine che durò sino al 1848, la cosiddetta Primavera dei Popoli che principiò da Palermo il 12 gennaio di quell’anno. Da allora le turbolenze dei nazionalismi romantici o meno si protrassero sino a che Italia e Germania raggiunsero l’unità nazionale nel 1871 (Roma capitale ufficializzata con legge 3 febbraio 1871). Questo nuovo ordine di quarantatré anni giunse sino al 1914. Quella che era chiamata belle époque fu ingoiata dalla Prima Guerra Mondiale. Però l’ordine imposto dalla Conferenza di Versailles non resse, cadendo nel 1939 a causa della Seconda Guerra Mondiale. Dal 1945 – o per meglio dire dal telegramma lungo di George Kennan da Mosca a Washington il 22 febbraio 1946 – l’ordine della guerra fredda si prolungò fino al crollo dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (26 dicembre 1991). Allora le menti semplici e i poveri di spirito immaginarono il paradiso in terra, non comprendendo che il katechon paolino era proprio l’Unione Sovietica. Lo dimostrò l’11 settembre 2001 quando, a katechon caduto, i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse hanno avuto briglia sciolta.

Come abbiamo visto un nuovo ordine mondiale – dai tempi dell’Impero Romano ad oggi – presuppone una deflagrazione globale oppure un cedimento strutturale di uno dei piloni. Noi, per un auspicato cambiamento, non ci auguriamo questo, e possiamo solo sperare nella buona volontà di pace di tutti gli attori internazionali e nelle loro migliori espressioni. Le conferenze internazionali sono arene fondamentali per plasmare il nuovo ordine mondiale, determinando l’evoluzione delle regole geopolitiche ed economiche e dei modelli di cooperazione internazionale. Sono cruciali per stabilire nuove norme internazionali, bilanciare gli interessi dei Paesi in via di sviluppo e di quelli sviluppati e affrontare le crisi ambientali ed economiche. In tempi di crisi, le conferenze contribuiscono a costruire alleanze multilaterali per, non dico creare un nuovo ordine, ma almeno prevenire il crollo del vecchio stabilito dalle Nazioni Unite. Per cui o queste o una guerra mondiale per un nuovo ordine mondiale: dipende meramente dalle volontà dei decisori.

Giancarlo Elia Valori 

venerdì 10 aprile 2026

Socialismo o... barbarie. Articolo di Luca Bagatin

 

Fu la socialista rivoluzionaria Rosa Luxemburg, molto critica nei confronti dell'ipocrisia della revisionista “socialdemocrazia” tedesca, la prima a parlare di “Socialismo o barbarie”.

Con questa frase ella riassunse ottimamente un aspetto difficilmente confutabile.

L'unico sistema razionale è quello socialista, non certo quello liberal capitalista.

Per evitare disoccupazione, sotto-occupazione, sfruttamento, il lavoro va organizzato a monte.

Per evitare una distribuzione iniqua delle risorse, che potrebbe generare squilibri economici, psicologici e sociali nella società, è necessario che nessuno disponga di più degli altri. Ovvero occorre che nessuno sottragga risorse alla comunità, per accaparrarsele, egoisticamente.

Il socialismo è quando non esistono né ricchi, né poveri. Quando non esistono né disoccupati, né sfruttati. Quando non esistono ladri, né criminali, né corrotti.

E' quando l'economia e la società vengono, razionalmente e pragmaticamente, pianificate, in modo condiviso e democratico.

Il liberal capitalismo, diversamente, genera squilibri, perché non prevede un'organizzazione razionale dell'economia e della società.

Questo perché il liberal capitalismo sdogana e alimenta l'ego, che andrebbe visto come una patologia congenita dell'anima, in quanto esso sdogana e alimenta una mentalità fondata sull'accumulo e sulla ricchezza individuale, anziché sull'uso razionale e pragmatico delle risorse.

Il liberal capitalismo è una patologia, non propriamente una ideologia. Perché fonda tutto sull'esteriorità e sulla materialità dell'esistenza.

Ben poca cosa, considerando che le risorse e la vita umana, sono entrambe estremamente limitate.

Una persona, nonostante le moderne follie transumaniste, non potrà fisicamente mai essere immortale e quindi non potrà mai arrivare a mantenere, per sempre, le sue ricchezze. E, anche quando lo facesse... che cosa ne trarrebbe? Alla sua morte potrebbe, al massimo, cederle agli eredi o ad altri oligarchi. Continuando, comunque, a sottrarre risorse alla comunità nel suo insieme. Sfruttandola, anziché facendola crescere.

Si dirà che il socialismo rettamente inteso non promuove la libertà. In realtà, rimuove le basi della falsa “libertà”.

Quella, appunto, fondata su ego e accumulo. Ovvero su quegli aspetti patologici della psiche umana materialista. Che generano, peraltro, alienazione, noia, nuova necessità di accumulare, in un ciclo di insoddisfazione continuo.

Droga, prostituzione, abusi sui minori, sfruttamento dei più deboli, sono aspetti perpetrati proprio da soggetti annoiati e abietti, nell'ambito di una società insana e fondata su ego e accumulo.

La libertà, diversamente, non ha nulla a che vedere con il possesso o con l'accumulo. Men che meno con la noia o la degenerazione. Essa è aspetto interiore.

Una persona libera è tale anche in una prigione. Perché dentro di lei c'è un mondo sconfinato, a confronto del quale, quello esteriore, è ben poca cosa.

Purtroppo, la mentalità materialistico-borghese e liberal capitalista, spesso, non è in grado di vedere questo mondo, perché limitata all'esteriorità.

Ogni sistema economico, a mio avviso, va approfondito e studiato anche e soprattutto alla luce della psicologia umana, dell'antropologia, della mentalità e della spiritualità, affinché ne esca un'analisi completa, approfondita e razionale.

Il socialismo, dunque, non andrebbe visto né applicato come una ideologia, ma ricercato, studiato e approfondito come una via razionale da percorrere, per la crescita e lo sviluppo di una società sana e armoniosa, fondata su una libertà assoluta da ogni condizionamento e da ogni forma di ego.

Chi pensava che il socialismo, nella Storia, avesse fallito, ha drammaticamente sbagliato.

Perché non in grado di osservare il socialismo depurato dall'ideologia, analizzandolo nella pratica.

Molti si riferiscono al cosiddetto crollo dell'URSS per affermare che il socialismo ha fallito.

Posto che l'URSS è “crollata” per cause esterne e di tradimenti interni dell'allora classe dirigente, costoro non osservano che l'URSS si allontanò dal socialismo già quando i Soviet, intesi come consigli di base di operai e contadini, furono presto abbandonati. Per trasformare l'URSS in una realtà burocratica e revisionista del socialismo stesso.

Diversamente, realtà come la Cina, ma anche molte realtà del Terzo Mondo (inteso come Mondo fuori dai due blocchi contrapposti), pensiamo ad esempio a realtà latinoamericane, panafricane e panarabe, oltre che dell'Estremo Oriente, hanno saputo costruire un socialismo razionale, non ideologico, non burocratico, imparando dagli errori, aprendosi al mondo, attingendo dalla propria cultura, Storia e tradizione.

E così hanno mostrato e stanno mostrando che il socialismo, se rettamente inteso, come via per l'evoluzione dell'essere umano e della comunità nel suo complesso (nazionale e internazionale), può non solo resistere, ma essere una forma di resilienza alle sfide del presente e del futuro.

Diversamente, il liberal capitalismo, mostra che la “libertà” esteriore conduce dritta dritta verso la degenerazione della società. Verso il consumismo degli annoiati, verso lo sfruttamento del lavoro, verso la manipolazione delle menti (pubblicità commerciale) e dei corpi (l'uso smodato e insensato della chirurgia estetica), oltre che lo sfruttamento dei corpi stessi (Onlyfans, per citare un esempio). Senza contare l'abbassamento del livello culturale della società (causato dai tagli al settore scolastico, ma anche da un voluto abbassamento degli standard del livello di istruzione) e un imbarbarimento della società stessa, con stupri e violenze di ogni genere, spesso commesse da minori.

In tutto ciò, stupisce sempre meno un insensato ricorso alla violenza verbale da parte della classe politica liberal capitalista (che si riverbera anche nella società) e una rincorsa agli armamenti, in un circo bellicista che vede il nemico in chiunque non inneggi alla “libertà” esteriore o al suprematismo del ricco e del bianco.

Si potrebbe dunque parlare, non tanto e non solo di socialismo VS liberal capitalismo, ma di comunità VS individualismo o, meglio ancora, di razionalità VS irrazionalità e tutto ciò lo si può comprendere meglio alla luce dell'approfondimento della Storia, dell'economia, della psicologia e dell'antropologia dei popoli.

Abbiamo dunque molto da imparare da Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi, Michail Bakunin, Karl Marx, Friedrich Engels, Pierre Leroux, così come da Carl Gustav Jung, Marcel Mauss e molti altri, il cui pensiero è, ancora oggi, ricco di insegnamenti.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 2 ottobre 2025

Ottobre 1993. Il criminale golpe di Eltsin, che pose definitivamente fine al socialismo in Russia e gettò le basi dell'attuale caos nell'Est europeo. Articolo di Luca Bagatin

 

Nell'ottobre dell'Anno Orribile 1993, mentre in Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente, “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana, accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e cruento.

Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero il Congresso dei Deputati del Popolo.

Fu il culmine di quel golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa, ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).

Quasi 2.500 le vittime.

Il tutto nacque con la crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di essere “troppo comunisti”.

Un atto totalmente incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e criminali.

Il Parlamento russo si oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.

Il Vicepresidente Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e drasticamente la popolazione.

Il Parlamento – dopo la richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia sovietica, con i deputati chiusi all'interno.

Durissimi gli scontri, anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere – con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e sovietiche.

Conquiste sostenute pensino dai monarchici neo zaristi, che combatterono assieme ai loro ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della democrazia russa.

Nonostante la resistenza popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca, sede del Parlamento, che fu conquistata.

Il resto è Storia che conosciamo.

Gli oppositori al golpe liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti, fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov; quelli guidati da Viktor Anpilov (che quest'anno avrebbe compiuto 80 anni e che nel 1992 fondò il partito comunista “Russia Laburista” e molto amico di Limonov) e dai nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov, il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre sua moglie di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva, lanciò un appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa francese dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e intellettuali russi.

Nonostante ciò, l'oligarchia liberal-capitalista ebbe la meglio.

In Russia il comunismo – che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito, considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e economico sovietico.

Ancora oggi, la gran parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini, sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari, amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.

Nel 1993 venne pubblicato, in Italia, dall'editore Roberto Napoleone, un interessante saggio dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, di Egor Ligaciov, di cui ho parlato qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, esponente riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine. Vedi il conflitto russo-ucraino, alimentato dalle solite oligarchie liberal-capitaliste occidentali, dai loro media e dai politicanti di riferimento, che soffiano sul fuoco.

Molto interessanti questi passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e, impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere – il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il nazionalismo e il separatismo”.

E molto interessanti le conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale ho dedicato diversi articoli), che nel resto d'Europa (dopo la scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

martedì 22 aprile 2025

155 anni fa nasceva Vladimir Lenin

“Finché esiste lo Stato non vi è libertà; quando si avrà libertà non vi sarà più Stato”

“La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l'altra mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione borghese e di indebolimento degli operai. L'esperienza di tutti i paesi dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito con l'essere gabbati”

“La società capitalista ci offre nella Repubblica una democrazia più o meno completa ma sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico.
Essa rimarrà sempre per la minoranza, per gli sfruttatori e per i ricchi contro la maggioranza dei salariati, soffocati dal bisogno e dalla miseria.
Così ché la maggioranza dunque è di fatto impedita alla reale partecipazione attiva, alla vita politica e sociale.

Democrazia per un’infima minoranza di ricchi, questa è la democrazia nelle società capitaliste !”

“In Italia c'è un rivoluzionario solo: Gabriele d'Annunzio”
 
(Vladimir Lenin)

"Nell’Himalaya, sappiamo ciò che tu stai compiendo. Hai abolito la chiesa, che è diventata una fucina di menzogne e di superstizione. Hai distrutto la borghesia che diventata agente di pregiudizi. Hai distrutto le scuole che erano diventate delle carceri. Hai condannato l’ipocrisia della famiglia. Hai eliminato l’esercito, che guida degli schiavi. Hai schiacciato i guadagni degli avidi speculatori. Hai chiuso le case di tolleranza. Tu hai liberato il paese dal potere del denaro. Hai riconosciuto che la religione è l’insegnamento della materia universale. Hai riconosciuto l’irrilevanza della proprietà privata. Hai previsto l’evoluzione della comunità. Hai posto l’accento sull’importanza della conoscenza. Ti sei prostrato davanti alla bellezza. Hai riservato tutto il potere del Cosmo per i bambini. Hai aperto le finestre dei palazzi. Hai visto l’urgenza di costruire case per il Bene Comune. Hai fermato la rivolta in India, perché era prematura, ma abbiamo riconosciuto la tempestività del tuo intervento, e vi mandiamo tutto il nostro aiuto, affermando l’Unità dell’Asia"

(Mahatma Morya, Maestro dell'Himalaya, dalla lettera consegnata a Nikolaj Konstantinovič Rerich per Lenin ai ministri Lunacharsky e Tchitcherin della neonata Repubblica Sovietica)
 
La cantante rock, modella, scrittrice e poetessa russa Natalia Medvedeva, già ex moglie dello scrittore nazionalbolscevico Eduard Limonov, dedicò il brano che segue - inedito in Italia - all'eroe della Rivoluzione bolscevica Vladimir Lenin, nel 1994, ripercorrendone le gesta.  

mercoledì 2 ottobre 2024

Ottobre 1993. Il criminale golpe di Eltsin, che pose definitivamente fine al socialismo in Russia. Articolo di Luca Bagatin


Nell'ottobre dell'Anno Orribile 1993, mentre in Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente, “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana, accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e cruento.

Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero il Congresso dei Deputati del Popolo.

Fu il culmine di quel golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa, ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).

Quasi 2500 le vittime.

Il tutto nacque con la crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di essere “troppo comunisti”.

Un atto totalmente incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e criminali.

Il Parlamento russo si oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.

Il Vicepresidente Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e drasticamente la popolazione.

Il Parlamento – dopo la richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia sovietica, con i deputati chiusi all'interno.

Durissimi gli scontri, anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere – con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e sovietiche.

Conquiste sostenute pensino dai monarchici neo zaristi, che combatterono assieme ai loro ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della democrazia russa.

Nonostante la resistenza popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca, sede del Parlamento, che fu conquistata.

Il resto è Storia che conosciamo.

Gli oppositori al golpe liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti, fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov e dai nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov, il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre sua moglie di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva, lanciò un appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa francese dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e intellettuali russi.

Nonostante ciò, l'oligarchia liberal-capitalista ebbe la meglio.

In Russia il comunismo – che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito, considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e economico sovietico.

Ancora oggi, la gran parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini, sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari, amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.

Nel 1993 venne pubblicato, in Italia, dall'editore Roberto Napoleone, un interessante saggio dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, di Egor Ligaciov, di cui ho parlato qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, esponente riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine. Vedi il conflitto russo-ucraino.

Molto interessanti questi passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e, impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere – il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il nazionalismo e il separatismo”.

E molto interessanti le conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale ho dedicato diversi articoli), che nel resto d'Europa (dopo la scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 25 maggio 2024

Eduard Limonov, da Dzeržinsk a Cannes, un profeta tutt'altro che controverso. Articolo di Luca Bagatin


In questi giorni si parla molto del film presentato a Cannes, Limonov: The Ballad of Eddie”, scritto dal regista polacco Paweł Pawlikowski, diretto dal regista russo Kirill Serebrennikov e interpretato dall'attore britannico Ben Whishaw.

Confesso di non averlo visto, se non qualche piccola immagine, e le opinioni di chi lo ha visto sembrano essere contrastanti. La maggioranza delle persone che ho sentito, ad ogni modo, confessa che di Eduard Limonov, in quel film, ci sia molto poco.

Un po', forse, come nel libro di Emmanuel Carrère, da cui è tratto il soggetto.

Eduard Limonov, di quel libro, si disinteressò completamente. Non gli interessava il punto di vista di un intellettuale borghese su di lui. Sicuramente non gli sarebbe interessato nemmeno il film in questione.

Quando intervistai Limonov, nel 2019, mi disse chiaramente che a lui non interessavano affatto “tutte le sciocchezze” che gli altri potevano dire o scrivere su di lui.

Eduard Limonov viveva e lottava per i suoi “ragazzi proletari”, come amava definirli. Per i nazionalboscevichi, riuniti ne “L'Altra Russia”, il movimento che prendeva il nome da un suo profetico saggio.

Ragazzi giovani e giovanissimi, spesso adolescenti che, dagli Anni '90 in poi, avevano visto la propria patria svenduta a oligarchi, mafie e nazionalismi di estrema destra.

Eduard Limonov aveva dato loro una bandiera per cui lottare: il ritorno dell'URSS, ma nel socialismo popolare.

Una via di mezzo fra Vladimir Lenin e Nestor Machno. Questo era Limonov. Che non era affatto né controverso, né tanto meno fascista, come in Occidente talvolta viene definito.

Era un dissidente russo, che si era fatto espellere dall'URSS. Insofferente alle regole. Alla ricerca dell'amore assoluto, della rivoluzione e di una vita vissuta come un'opera d'arte, come Gabriele d'Annunzio.

Ma Limonov, a differenza di d'Annunzio, amava considerarsi un “perdente”. Uno che non si è mai arricchito. Che ha frequentato i bassifondi newyorkesi, ma anche la Parigi bene.

Rimanendo sempre sé stesso.

Un russo nato a Dzeržinsk, in Unione Sovietica, nel 1943 e che ha mantenuto ben chiare le sue origini.

Che non è stato cambiato da un Occidente borghese e liberale che, anzi, sul finire degli Anni '80, criticherà nel suo “Grande Ospizio Occidentale”, nel quale, fra le altre cose, punta il dito contro l'uomo bianco, borghese, ricco e “civilizzato”, il quale “è convinto di poter capire qualsiasi conflitto sul pianeta dopo aver dato una rapida occhiata alla televisione o leggiucchiato un paio di trafiletti su qualche giornale. Non è cosciente delle conseguenze negative del proprio intervento nella vita dell'Africa, del fatto che la civiltà europea non è estranea alla moltiplicazione delle Vittime”.

Limonov, infatti, negli Anni '90, tornerà nell'Europa dell'Est e parteciperà alla guerra civile nell’ex Jugoslavia a sostegno della Repubblica Federale di Jugoslavia e alla guerra di Transnistria, a sostegno della Repubblica Socialista Sovietica Moldava di Pridnestrovie. Successivamente, tornato in Russia, prenderà parte alla resistenza popolare in difesa del Parlamento russo, fatto bombardare da Eltsin.

Quell'Eltsin che, assieme a Gorbaciov, porrà fine per sempre – contro la volontà della maggioranza assoluta dei cittadini sovietici - all'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, ovvero a una realtà pluri-nazionale che, nel socialismo, permetteva a popoli diversi di vivere pacificamente.

Sarà a seguito del crollo indotto dell'URSS che Limonov, nel 1993, fonderà il Fronte Nazionale Bolscevico che, nel 1994, assumerà la denominazione di Partito NazionalBolscevico, formato prevalentemente da artisti, giovani e giovanissimi, spesso provenienti dalle estreme periferie dell'URSS e dalla generazione punk.

Ovvero formato da quei “perdenti” vittime dell'avvento del liberalismo oligarchico in Russia e nelle Repubbliche post-sovietiche.

Un gruppo che sarà animato anche dal cantante e chitarrista punk rock Egor Letov e dal musicista e attore Sergey Kuryokhin, oltre che dal filosofo Aleksandr Dugin che purtuttavia presto abbandonerà il partito.

Un gruppo di giovani e giovanissimi, prevalentemente artisti autodidatti, musicisti, pittori, scrittori, che si ispiravano e ascoltavano la musica di David Bowie e Viktor Coj e leggevano le opere di Aleister Crowley, del Marchese De Sade, di Gabriele d'Annunzio, di Yukio Mishima, di William S. Burroughs, di Jack Kerouac e di Hunter S. Thompson. E che, dunque, trovarono in Limonov il loro profeta artistico, il loro padre, una guida che aveva attraversato tutte le generazioni che amavano e che li facevano sentire vivi: quella beatnik, hippie, punk e cyberpunk.

Il Partito NazionalBolscevico di Limonov unirà i principi del nazionalbolscevismo di Ernst Niekisch (ex deputato socialdemocratico e primo oppositore, in Germania, del totalitarismo hitleriano) e gli ideali nazionalcomunisti del repubblicano mazziniano italiano Mario Bergamo, a quelli della controcultura punk e beatnik.

Un partito che non poteva che infastidire il potere putiniano, tanto da essere messo al bando, nel 2007, con l'infondata accusa di “estremismo”.

Un partito che, purtuttavia, non poteva suscitare nemmeno le simpatie dell'Occidente liberal-capitalista, in particolare considerando che Limonov fu il primo, negli Anni '90, a denunciare la deriva di estrema destra russofoba e anti-comunista che stavano prendendo ormai i governi delle ex Repubbliche sovietiche, le quali si stavano avvicinando alla sfera atlantista.

Interessanti e spesso trascurate, invece, le parole della compianta giornalista Anna Politkovskaja sui nazionalbolscevichi di Limonov, ai quali dedicò anche molte pagine del suo “Diario Russo”.

Su di loro, Anna Politkovskaja, ebbe a scrivere:

Mi sono ritrovata a pensare di essere completamente d'accordo con ciò che dicono i Nazbol. L'unica differenza è che a causa della mia età, della mia istruzione e della mia salute, non posso invadere i ministeri e lanciare sedie.

(...) I Nazbol sono soprattutto giovani idealisti che vedono che gli oppositori storici non stanno facendo nulla di serio contro l'attuale regime. Questo è il motivo per cui si stanno radicalizzando.

(...) I Nazbol sono probabilmente il gruppo di sinistra più attivo, ma il loro nucleo si è ridotto da quando molti sono stati arrestati e imprigionati.

(...) I Nazbol sono giovani coraggiosi, puliti, gli unici o quasi che permettono di guardare con fiducia all'avvenire morale del Paese”.

Anche Eduard Limonov aveva un'alta considerazione di Anna Politkovskaja e su di lei scrisse:

"(...) Cosa ha fatto Anna Politkovskaja per noi? Ci ha fatti conoscere nella società. Ci ha spiegati alla gente, perché ci ha riconosciuti prigionieri politici. Ha ricreato nei suoi articoli l'atmosfera di un terribile processo contro i giovani della Russia. Questo processo di massa non avveniva sulla nostra terra dalla fine del XIX secolo. E così rinasceva nel XXI secolo".

(...) Il 7 ottobre 2006 Anna Politkovskaya fu uccisa all'ingresso della casa dove abitava. Sono andato al cimitero. C'erano già tutti i nazionalbolscevichi di Mosca. E quelli che sono riusciti a venire dalle zone limitrofe. I ragazzi mi hanno consegnato fiori di garofano bianco. Poi si è svolta la processione funebre. Il ritratto di Anna Politkovskaja è stato portato da una nostra compagna nazbol, che indossava occhiali in una cornice in metallo. Molto simili a quelli della Politkovskaja".

Fa piacere che anche nella ricca e borghese Cannes – così lontana da Limonov e dai suoi ragazzi proletari - si siano accorti di Eduard Limonov, ma bisognerebbe approfondirlo a 360 gradi, senza pregiudizio. E ci sarebbe molto da imparare.

Sulla Russia di oggi, ma anche sulla deriva di estrema destra di un Occidente ricco, viziato e borghese, ormai sempre meno democratico.

E sul fatto che Limonov ha dato a giovani e giovanissimi post-sovietici, una bandiera per cui lottare, anziché lasciare che diventassero degli sbandati, come sta avvenendo in Occidente, ove la noia e il benessere effimero sta condannando molti ragazzi ad ingrossare le fila delle baby gang o a tramutarli in hikikomori solitari.

Personalmente ho cercato di approfondire la figura di Eduard Limonov e dei suoi nazbol nel saggio “L'Altra Russia di Eduard Limonov – I giovani proletari del nazionalbolscevismo”, edito da IlMioLibro e con prefazione di Sandro Teti (acquistabile unicamente a questo link: https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/617218/laltra-russia-di-eduard-limonov-2/).

E da anni di Limonov, della sua letteratura e della sua militanza si occupa anche l'ottimo sito francese, tradotto in varie lingue e curato dall'amico José Setien, “Tout Sur Limonov”: https://tout-sur-limonov.fr/.

Eduard Limonov è e rimane un profeta del nostro tempo. Un profeta tutt'altro che controverso.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 21 gennaio 2024

100 anni fa moriva l'eroe e guida della Rivoluzione socialista sovietica, Vladimir Lenin

 

“Finché esiste lo Stato non vi è libertà; quando si avrà libertà non vi sarà più Stato”

“La borghesia liberale, porgendo con una mano le riforme, con l'altra mano le ritira sempre, le riduce a nulla, se ne serve per asservire gli operai, per dividerli in gruppi isolati, per perpetuare la schiavitù salariata dei lavoratori. Il riformismo, perfino quando è del tutto sincero, si trasforma quindi di fatto in uno strumento di corruzione borghese e di indebolimento degli operai. L'esperienza di tutti i paesi dimostra che prestando fede ai riformisti gli operai hanno sempre finito con l'essere gabbati”

“La società capitalista ci offre nella Repubblica una democrazia più o meno completa ma sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico.
Essa rimarrà sempre per la minoranza, per gli sfruttatori e per i ricchi contro la maggioranza dei salariati, soffocati dal bisogno e dalla miseria.
Così ché la maggioranza dunque è di fatto impedita alla reale partecipazione attiva, alla vita politica e sociale.

Democrazia per un’infima minoranza di ricchi, questa è la democrazia nelle società capitaliste !”

“In Italia c'è un rivoluzionario solo: Gabriele d'Annunzio”
 
(Vladimir Lenin)

"Nell’Himalaya, sappiamo ciò che tu stai compiendo. Hai abolito la chiesa, che è diventata una fucina di menzogne e di superstizione. Hai distrutto la borghesia che diventata agente di pregiudizi. Hai distrutto le scuole che erano diventate delle carceri. Hai condannato l’ipocrisia della famiglia. Hai eliminato l’esercito, che guida degli schiavi. Hai schiacciato i guadagni degli avidi speculatori. Hai chiuso le case di tolleranza. Tu hai liberato il paese dal potere del denaro. Hai riconosciuto che la religione è l’insegnamento della materia universale. Hai riconosciuto l’irrilevanza della proprietà privata. Hai previsto l’evoluzione della comunità. Hai posto l’accento sull’importanza della conoscenza. Ti sei prostrato davanti alla bellezza. Hai riservato tutto il potere del Cosmo per i bambini. Hai aperto le finestre dei palazzi. Hai visto l’urgenza di costruire case per il Bene Comune. Hai fermato la rivolta in India, perché era prematura, ma abbiamo riconosciuto la tempestività del tuo intervento, e vi mandiamo tutto il nostro aiuto, affermando l’Unità dell’Asia"

(Mahatma Morya, Maestro dell'Himalaya, dalla lettera consegnata a Nikolaj Konstantinovič Rerich per Lenin ai ministri Lunacharsky e Tchitcherin della neonata Repubblica Sovietica)

 
QUANDO C'È LO STATO NON C'È LA LIBERTÀ.
CI SARÀ LIBERTÀ QUANDO SCOMPARIRÀ LO STATO (LENIN)

"Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono piú classi (non v'è cioè piú distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora «lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà». Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama Stato.
L'espressione: «lo Stato si estingue» è molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l'abitudine può esercitare, ed eserciterà certamente, una tale azione, poiché noi osserviamo attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano a osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l'indignazione, la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione.
La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa: e quanto piú sarà completa, tanto piú presto diventerà superflua e si estinguerà da sé."

(Vladimir Lenin, da "Stato e Rivoluzione")
 

La cantante rock, modella, scrittrice e poetessa russa Natalia Medvedeva, già ex moglie dello scrittore nazionalbolscevico Eduard Limonov, dedicò il brano che segue - inedito in Italia - all'eroe della Rivoluzione bolscevica Vladimir Lenin, nel 1994, ripercorrendone le gesta. 

domenica 1 ottobre 2023

Ottobre 1993. Il criminale golpe di Eltsin, che pose definitivamente fine al socialismo in Russia. Articolo di Luca Bagatin

 

Esattamente trent'anni fa, nell'ottobre 1993, mentre in Italia imperversava quella che Bettino Craxi definì, giustamente, “falsa rivoluzione di Tangentopoli”, che – annientando sotto la mannaia politico-mediatico-giusiziaria i partiti di governo democratici, ovvero la DC, il PSI, il PSDI, il PRI e il PLI - metteva fine a 50 anni di democrazia nel Paese, nella Russia neo-eltsiniana, accadeva più o meno la stessa cosa. Anche se in modo più violento e cruento.

Erano il 3 e 4 ottobre 1993, quando i commandos russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero il Congresso dei Deputati del Popolo.

Fu il culmine di quel golpe bianco liberale, che attentò al cuore della democrazia russa, ovvero della Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).

Quasi 2500 le vittime.

Il tutto nacque con la crisi costituzionale del 21 settembre 1993, nel momento in cui Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di essere “troppo comunisti”.

Un atto totalmente incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e criminali.

Il Parlamento russo si oppose a tale piano definito, vergognosamente, “riformista”.

Il Vicepresidente Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e drasticamente la popolazione.

Il Parlamento – dopo la richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia sovietica, con i deputati chiusi all'interno.

Durissimi gli scontri, anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere – con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di Lenin in mano, ma anche con bandiere zariste - la legittimità del Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e sovietiche.

Conquiste sostenute pensino dai monarchici neozaristi, che combatterono assieme ai loro ex nemici, ovvero i comunisti, per difendere ciò che rimaneva della democrazia russa.

Nonostante la resistenza popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca, sede del Parlamento, che fu conquistata.

Il resto è Storia che conosciamo.

Gli oppositori al golpe liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico o Fronte di Salvezza Nazionale, composto da numerosi neonati partiti comunisti, fra cui i comunisti guidati da Gennady Zjuganov e dai nazionalbolscevichi dello scrittore Eduard Limonov, il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento, mentre sua moglie di allora, la cantante e poetessa Natalya Medvedeva, lanciò un appello contro il golpe – pubblicato anche dalla stampa francese dell'epoca – e sottoscritto da numerosi artisti e intellettuali russi.

Nonostante ciò, l'oligarchia ebbe la meglio.

In Russia il comunismo – che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito, considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e economico sovietico.

Ancora oggi, la gran parte dei cittadini russi, non ha dimenticato. E, molti dei famigliari delle vittime di allora, oltre che molti cittadini, sfilano ancora oggi con cartelli recanti le foto dei propri cari, amici, parenti e conoscenti morti negli scontri.

Nel 1993 venne pubblicato, in Italia, dall'editore Roberto Napoleone, un interessante saggio dal titolo “L'enigma Gorbaciov”, di Egor Ligaciov, di cui ho parlato qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/02/egor-ligaciov-il-riformista-leninista.html

Ligaciov, esponente riformista del PCUS e successivamente anima riformista e moderata dell'opposizione guidata dal Partito Comunista della Federazione Russa, spiegò molto bene la tensione di quegli anni e le ragioni che portarono a tale tensione, che ancora oggi si trascina ad Est, con guerre fratricide, che sembrano drammaticamente non avere fine.

Molto interessanti questi passaggi di Ligaciov: “Il vero dramma della perestrojka consiste nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e, impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere – il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il nazionalismo e il separatismo”.

E molto interessanti le conclusioni di Ligaciov, in merito alla necessità di recuperare l'idea socialista democratica, peraltro distrutta, alla metà degli Anni '90, sia in Italia (con la distruzione del PSI di Bettino Craxi e del PSDI di Pietro Longo, leader purtroppo dimenticato e al quale dedicherò un futuro articolo), che nel resto d'Europa (dopo la scomparsa di Mitterrand e dei grandi leader socialisti europei degli Anni '70 e '80): “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it