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venerdì 30 ottobre 2026

Il PCC e il futuro della Cina: autogoverno del Partito, lotta alla corruzione e sviluppo del socialismo con caratteristiche cinesi. Articolo di Luca Bagatin

 

Dal 26 al 29 ottobre 2026 si è tenuta la Quinta Sessione Plenaria del XX Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC).

Evento rilevante per la vita politica e istituzionale del Partito e della Repubblica Popolare Cinese, al quale hanno partecipato 162 membri e 117 membri supplenti del Comitato Centrale.

Il Segretario Generale del PCC e Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha pronunciato il suo discorso di apertura, sottolineando la necessità di preservare l'autogoverno del Partito in modo rigoroso e completo, al fine di promuovere il socialismo con caratteristiche cinesi e mantenere la leadership del PCC nel Paese.

Il Comitato Centrale (C.C.) ha sottolineato che il PCC ha conseguito una vittoria dopo l'altra grazie in particolare alla dedizione nella ricerca degli ideali comunisti, cercando di perseguire la felicità del popolo cinese e il rinnovamento del Paese, rendendolo sempre più grande.

Il C.C. ha altresì rilevato che il Partito ha avuto, in ogni periodo storico, il coraggio di correggere i suoi errori, cercando di risolvere i problemi interni e ponendosi al servizio del popolo.

I partecipanti alla sessione hanno peraltro espresso un giudizio positivo relativamente ai risultati ottenuti dal PCC, anche per la sua capacità di autogoverno e autocontrollo, attraverso misure severe e rigorose, al fine di arginare le tendenze malsane al suo interno. In particolare si è puntato il dito contro la corruzione, che danneggia tanto la classe lavoratrice quanto il popolo cinese, nel suo complesso.

Il C.C. ha altresì sottolineato l'importanza del Pensiero di Xi Jinping relativamente alla costruzione e al rinnovamento del Partito e dell'arricchimento e sviluppo della teoria marxista che lo guida.

E' stato sottolineato come il Partito, in questo periodo di cambiamenti e turbolenze globali, sia impegnato nella promozione delle riforme, nello sviluppo, nel mantenimento dell'armonia e della salvaguardia della sovranità e sicurezza del Paese.

E' stato peraltro ribadito il sostegno al marxismo-leninismo, al Pensiero di Mao Tse-Tung, alla teoria di Deng Xiaoping e dei loro successori, ovvero a quello che definirei lo sviluppo di un socialismo con caratteristiche cinesi che ha saputo coniugare – nel corso della sua Storia - giustizia sociale, indipendenza economica, armonia, mercato, riforme e Stato di diritto.

In tal senso il C.C. ha incoraggiato i membri e i funzionari del PCC a sostenere la natura e gli scopi del Partito e osservato che il centralismo democratico è quel principio organizzativo e il sistema di leadership fondamentale per il funzionamento del Partito stesso.

Si è peraltro parlato di rendere i servizi pubblici sempre più inclusivi e volti a soddisfare le necessità delle persone più bisognose, cercando al contempo di ottenere migliori risultati in materia di sicurezza sul lavoro, prevenzione, soccorso in caso di calamità, sicurezza alimentare e farmaceutica e stabilità sociale.

Il Comitato Centrale ha infine deciso che il PCC convocherà il suo XXI Congresso Nazionale a Pechino, nella seconda metà del 2027.

Luca Bagatin

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lunedì 26 ottobre 2026

Fmi, Repubblica Popolare della Cina: la resilienza dell’economia mondiale. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori

 

Dal 12 al 18 ottobre si sono tenute a Bangkok, in Thailandia, le riunioni annuali 2026 del Fondo Monetario Internazionale (FMI) e del Gruppo della Banca Mondiale. Gli incontri si sono concentrati sulle prospettive di crescita economica globale, sui rischi del debito, sull’impatto dell’intelligenza artificiale e sui conflitti geopolitici, ponendo il futuro dell’economia mondiale al centro del dibattito globale. Durante le riunioni sono stati pubblicati due importanti rapporti, il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report, che illustrano in modo approfondito i cambiamenti in atto nell’economia mondiale: lo «shock negativo sull’offerta energetica» e lo «shock positivo sulla domanda derivante dall’intelligenza artificiale» sono in una sorta di braccio di ferro, con divergenze crescenti e rischi interconnessi. Ma la resilienza della crescita permane nonostante i cambiamenti. 

L’economia mondiale si trova attualmente all’incrocio di due forze: da un lato, i ricorrenti conflitti geopolitici, dall’altro, la rapida evoluzione tecnologica. La tensione tra queste due forze sta rimodellando i modelli di crescita e ampliando il divario tra i Paesi.

I conflitti geopolitici continuano ad intensificarsi, con le catene di approvvigionamento energetico che risultano le più colpite. Dal 2026, l’evoluzione della situazione in Medio Oriente ha ripetutamente interrotto le forniture energetiche, causando significative fluttuazioni dei prezzi del petrolio, che si mantengono elevati. L’aumento dei prezzi dell’energia ha spinto al rialzo l’inflazione globale, incrementando i costi di produzione per le imprese, comprimendo il potere d’acquisto dei consumatori e, di conseguenza, frenando investimenti e consumi. Questo impatto è particolarmente diretto per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo che dipendono dalle importazioni di energia. E con gli effetti del fenomeno de El Niño gli oceani cambiano colore, il Pacifico diventa più blu e tutto questo è senza precedenti. L’Organizzazione meteorologica mondiale prevede anomalie fino a 3,8 gradi nel Pacifico equatoriale tra novembre 2026 e gennaio 2027. Il responsabile umanitario Tom Fletcher avverte: possibili ripercussioni su economia globale, conflitti e sfollamenti.

Intanto i prezzi dell’energia, dei fertilizzanti e dei prodotti alimentari sono aumentati a loro volta, rendendo l’inflazione più persistente del previsto e frenando ulteriormente la crescita. L’avversione al rischio ha inoltre esacerbato la volatilità nei mercati finanziari internazionali, portando a un significativo aumento del premio di rischio per l’economia globale.

Sia il FMI che la Banca Mondiale hanno ripetutamente avvertito che il protezionismo commerciale è diventato un fattore eloquente che ostacola la crescita del commercio globale e gli investimenti transfrontalieri. Non si tratta di una novità.

La direttrice generale del FMI, Kristalina Georgieva, vicepresidente della Commissione europea, ha sottolineato durante la riunione annuale che «le prime stime suggeriscono che la frammentazione commerciale ed economica potrebbe costare al PIL globale fino al 7%». Ha inoltre evidenziato che «ciò che è veramente preoccupante non sono solo le perdite dirette, ma anche i costi opportunità persi a causa della mancanza di cooperazione». Tuttavia, alcune economie sviluppate continuano a generalizzare eccessivamente il concetto di “sicurezza economica” e l’incertezza del contesto commerciale e politico globale è aumentata significativamente, bloccando direttamente il percorso dei Paesi in via di sviluppo verso la riduzione della povertà e la creazione di posti di lavoro attraverso il commercio.

Dopo i significativi aumenti dei tassi di interesse nelle principali economie, l’inflazione si è in qualche modo attenuata. Nella sua riunione annuale, il FMI ha pubblicato una nuova previsione, stimando che l’inflazione globale salirà al 4,7% a fine 2026, proseguendo la sua ascesa dal 4,1% del 2025, a dimostrazione di una forte resistenza all’inflazione. Inoltre, il debito pubblico globale raggiungerà circa il 100% del PIL, gravando pesantemente sui Paesi sviluppati. I tassi di interesse nelle economie sviluppate sono generalmente superiori ai tassi di crescita economica, lasciando poco margine per l’assorbimento naturale del debito attraverso la crescita. Ancora più importante, nell’agosto 2026 il debito statunitense ha superato storicamente i 40 trilioni di dollari, mentre il rendimento dei titoli del Tesoro statunitensi a 30 anni ha continuato a salire, raggiungendo il massimo degli ultimi 24 anni. In questo contesto di tassi di interesse elevati, inflazione alta e prezzi del petrolio elevati, la probabilità di ulteriori aumenti dei tassi di interesse da parte della Federal Reserve continua ad aumentare. Ciò significa che l’impatto del debito statunitense e dei problemi relativi ai tassi di interesse si sta propagando dagli Stati Uniti d’America ad altri Paesi del mondo, potenzialmente evolvendosi in un rischio sistemico globale. La combinazione di inflazione persistente e pressione del debito rappresenta una sfida maggiore per la sostenibilità del debito delle economie in via di sviluppo.

Un cambiamento strutturale più profondo risiede nella trasformazione dei vecchi e nuovi motori della crescita. La produttività di nuova generazione, incentrata sull’intelligenza artificiale, sta rimodellando la logica della crescita, ma si tratta essenzialmente di una rivoluzione altamente disomogenea in termini di produttività ed efficienza. Barriere tecnologiche, ristrutturazione delle catene di approvvigionamento, accumulazione di capitale e differenze politiche stanno amplificando collettivamente il divario Nord-Sud a livello globale, così come la differenziazione all’interno delle economie in via di sviluppo. I settori tradizionali dell’energia, della manifattura ad alta intensità di lavoro e delle risorse naturali si trovano contemporaneamente ad affrontare molteplici pressioni derivanti da shock energetici, rallentamento della domanda e sostituzione tecnologica. Questa trasformazione sta procedendo tra mercati sviluppati ed emergenti, e tra diverse economie in via di sviluppo, a velocità e con benefici variabili, ampliando ulteriormente il divario di crescita.

Il recente rapporto del FMI sulle prospettive economiche mondiali prevede che la crescita economica globale rallenterà al 3,1% nel 2026, rispetto al 3,5% del 2025, per poi risalire al 3,4% nel 2027. La comunità economica ritiene in generale che la resilienza economica rimanga intatta. Da dove proviene principalmente questa resilienza?

L’attuale boom di investimenti e scambi commerciali legati all’intelligenza artificiale è diventato un importante motore della crescita economica globale. L’economista capo del FMI, Silvana Tenreiro, sottolinea che la forte domanda trainata dalla tecnologia IA ha ampiamente compensato gli impatti negativi e le difficoltà provenienti dal mercato energetico. Si stima che il boom degli investimenti in IA potrebbe contribuire dallo 0,5 all’1% alla crescita delle economie asiatiche sviluppate e dallo 0,2 allo 0,8% a quelle emergenti asiatiche. Pertanto, la nuova rivoluzione tecnologica non porta solo sconvolgimenti, ma anche la capacità di stabilizzare la crescita nei momenti critici.

La resilienza deriva anche dalle imprese. Essendo i principali motori dell’economia, la capacità delle imprese di adattarsi e adeguarsi rappresenta il fondamento microeconomico più solido per la resilienza. Di fronte a molteplici rischi, le imprese profondamente radicate in prima linea sono le più vulnerabili; per sopravvivere, devono adattarsi. Grazie al potenziamento offerto dalle nuove tecnologie come i big data e l’IA, le imprese stanno ora adottando una serie di contromisure più rapidamente, come la ristrutturazione delle catene di approvvigionamento, l’ottimizzazione delle strategie di esportazione e il rafforzamento della gestione delle scorte. Queste misure combinate hanno efficacemente mitigato l’impatto. La velocità di risposta e di adattamento delle imprese è stata più rapida del previsto e questa reattività del mercato ha concesso ai governi un prezioso margine di tempo per attuare le politiche macroeconomiche. Pertanto, il FMI afferma che è proprio grazie ai rapidi aggiustamenti effettuati dalle imprese che l’economia globale si è, in una certa misura, «liberata dalle interferenze commerciali e tariffarie».

La risposta del settore energetico ha superato le aspettative di molti. I conflitti geopolitici hanno fatto aumentare i prezzi dell’energia, ma la transizione globale verso le energie rinnovabili, le scorte esistenti e la diversificazione dell’offerta hanno contribuito a mitigarne l’impatto diretto. Inoltre, le tempestive misure fiscali adottate da diversi Paesi hanno protetto i gruppi vulnerabili e i settori chiave. L’insieme di questi fattori ha impedito una recessione potenzialmente ben più grave a livello globale.

Allo stesso tempo, non si possono ignorare le preoccupazioni di fondo relative alla resilienza. Attualmente, la spinta alla crescita è concentrata in pochi settori ed economie, come il predetto dell’IA. Una volta che le aspettative di investimento diminuiranno o l’impatto di crisi come quella energetica si intensificherà, la resilienza potrebbe essere messa a dura prova. I rapporti sulla stabilità finanziaria globale del FMI mettono in guardia dal rischio di una correzione degli asset legati all’IA e invita a limitare l’eccessivo indebitamento e a rafforzare la resilienza sistemica.

La crisi è tutt’altro che finita e la capacità di gestire questi rischi determinerà se l’attuale resilienza potrà essere trasformata in una crescita di qualità superiore.

Il 9 settembre, la Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD) ha pubblicato il suo Rapporto sul Commercio e lo Sviluppo 2026, prevedendo che l’Asia contribuirà per circa il 59% alla crescita economica globale nel 2026. Anche il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni sul tasso di crescita economica delle economie emergenti e in via di sviluppo in Asia, stimandolo ora al 5,1% nel 2026, un valore significativamente superiore al tasso di crescita economica globale e anche al 3,7% previsto per le economie emergenti e in via di sviluppo a livello mondiale nel 2026. Pertanto, gli economisti sono costretti a riconoscere che il centro dell’economia mondiale si sta spostando verso est.

In Asia, la Repubblica Popolare della Cina svolge un ruolo cruciale. La Tenreiro sottolinea esplicitamente che, in quanto economia centrale della regione, la RP della Cina rimane un enorme motore di crescita per l’area. La spinta alla crescita deriva dal significativo contributo della RP della Cina all’economia globale dell’IA. La RP della Cina ha guidato la crescita sostenuta delle esportazioni legate all’IA, modernizzando la propria struttura di commercio estero e mantenendo la stabilità della catena di approvvigionamento globale attraverso la fornitura di beni intermedi, consentendo a tutti i Paesi di condividere i benefici della tecnologia. La RP della Cina aderisce a un approccio «tecnologico per tutti», supportando i Paesi del Sud del mondo nel rafforzamento delle loro capacità in materia di IA e accelerando la costruzione di centri di cooperazione internazionale per l’applicazione dell’IA per i Paesi di Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico, Lega Araba, Unione Africana, Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e BRICS, permettendo alle tecnologie emergenti di illuminare il cammino verso la prosperità comune. L’apertura proattiva della RP della Cina di capacità fondamentali come i modelli su larga scala ha ridotto significativamente le barriere all’uso della tecnologia, rompendo il monopolio tecnologico di poche aziende e Paesi e consentendo a molti Stati del Sud del mondo di accedere all’IA avanzata senza ingenti investimenti.

La stabilità energetica è un altro aspetto fondamentale del ruolo della RP della Cina. Quando lo Stretto di Hormuz è stato bloccato e il panico sui mercati ha fatto impennare i prezzi del petrolio, la RP della Cina non si è unita alla “corsa al petrolio” globale. Al contrario, ha ridotto proattivamente gli acquisti a breve termine, disinnescando il panico e fornendo un periodo di raffreddamento quanto mai necessario al mercato del petrolio greggio surriscaldato. Contemporaneamente, la RP della Cina ha accelerato la costruzione di un sistema energetico pulito e a basse emissioni di carbonio, con la sua capacità installata di energia eolica e solare leader a livello mondiale. Le sue esportazioni dei «nuovi tre pilastri» (veicoli elettrici, batterie agli ioni di litio, pannelli fotovoltaici-celle solari) hanno fornito soluzioni accessibili e convenienti per la transizione energetica globale, contribuendo efficacemente a tale passaggio e compensando gli effetti negativi a cascata degli shock energetici.

Di fronte alle sfide poste dall’elevato debito pubblico globale e dalla riduzione dello spazio fiscale in diversi Paesi, la RP della Cina persegue un elevato livello di apertura, condividendo con altri Paesi il suo enorme mercato di oltre 1,4 miliardi di persone e il potenziale di consumo sostenuto da una classe media di oltre 400 milioni di cittadini. Ciò non solo ha contribuito per circa il 30% alla crescita economica globale, ma ha anche oggettivamente aiutato le economie coinvolte a migliorare la sostenibilità del proprio debito.

Il predetto incontro annuale è servito a ricordare a tutte le parti che l’economia globale è fortemente interconnessa e che i rischi hanno un significativo effetto a catena: nessun Paese può rimanere indenne. Di fronte a sfide comuni, anziché affrontarle individualmente, dovremmo lavorare insieme e promuovere il coordinamento delle politiche e la cooperazione con un atteggiamento aperto. In futuro, la RP della Cina continuerà ad ampliare la sua apertura ad alto livello, a condividere il suo enorme mercato con altri Paesi e a promuovere vantaggi reciproci e risultati vantaggiosi per tutti attraverso piattaforme come la Belt and Road Initiative, infondendo maggiore stabilità nell’economia globale.

Giancarlo Elia Valori 

sabato 24 ottobre 2026

Dalla Lunga Marcia cinese alla Moldavia odierna: il comunismo tra continuità storica e nuove sfide politiche. Articolo di Luca Bagatin

 

In questi giorni si sono svolte due importanti celebrazioni nel mondo comunista internazionale.

Nella Repubblica Popolare Cinese, alla presenza di circa 3.000 persone, il 22 ottobre 2026, presso la Grande Sala del Popolo di Pechino, si è celebrato il 90esimo anniversario della vittoria della Lunga Marcia dell'Armata Rossa cinese del 1934-1936.

Si tratta di una ricorrenza importante, legata a un evento che contribuì a consacrare Mao Tse-Tung quale leader indiscusso del Partito Comunista Cinese.

In un articolo dello scorso anno, il prof. Giancarlo Elia Valori, importante analista geopolitico e caro amico, ricordando i 98 anni dell'Esercito di Liberazione Cinese, così scrisse: “Mao Zedong una volta sottolineò: “Chi ha reso la Lunga Marcia un successo? È stato il Partito Comunista. Senza il Partito Comunista, una Lunga Marcia del genere sarebbe impensabile”. Senza il Partito Comunista, aggiunge il sottoscritto, la Cina sarebbe alla mercé di imperialisti occidentali e spacciatori di droga inglesi, come è avvenuto dal sec. XIX alla prima metà del XX”.

Il 22 ottobre scorso, il Presidente cinese Xi Jinping, ricordando che l'Armata Rossa attraversò più di 10 province durante la Lunga Marcia, aprendo un nuovo capitolo nella rivoluzione cinese, ha affermato: “Questa impresa rivoluzionaria epocale riveste un grande significato nella storia del nostro Partito, del nostro Paese e del nostro esercito, e ha un profondo impatto sul nostro cammino verso la rinascita della nazione cinese”.

In tal senso, il Presidente Xi ha sottolineato come la chiave di volta della modernizzazione cinese risieda nell'integrazione dei principi fondamentali del marxismo con le specificità della Cina, al fine di affrontare le problematiche del Paese.

Ed ha parlato dei nuovi traguardi della Cina: “Nel nostro nuovo cammino, ci impegniamo ora a realizzare il Secondo Obiettivo del Centenario, ovvero trasformare la Cina in un grande Paese socialista moderno sotto ogni aspetto, e a promuovere il rinnovamento della nazione cinese su tutti i fronti attraverso un percorso di modernizzazione cinese”.

Egli ha altresì spiegato come sia necessario promuovere tanto uno sviluppo di alta qualità, quanto favorire la prosperità comune di tutti i cittadini, facendo affidamento sul popolo e sugli obiettivi del Partito Comunista Cinese.

Altro evento, tenutosi sempre il 22 ottobre scorso, è stato l'anniversario dei 33 anni della fondazione del Partito Comunista della Repubblica di Moldavia (PCRM), importante partito della sinistra patriottica moldava, che alle elezioni generali si è presentato in coalizione – fra gli altri - ai socialisti di Igor Dodon, i quali hanno spesso guardato con interesse al modello cinese, fondato sull'economia socialista di mercato,

Il Presidente del PCRM, Vladimir Voronin, in occasione dell'anniversario, ha dichiarato, fra le altre cose, che il Partito è sopravvissuto alla disgregazione dell'URSS, “Quando i simboli comunisti furono messi al bando e il Partito Comunista fu dichiarato illegale”, nonostante avesse lottato per liberare la Moldavia e l'URSS dai nazisti.

Voronin ha altresì dichiarato che tanto l'ideale comunista quanto la morale cristiana sono radicate nel popolo moldavo e sono entrambe fondate sulla condivisione del pane con gli affamati, la protezione dei più deboli e le giuste ricompense ai lavoratori.

Egli ha ricordato che, nel 1993, quando tutto sembrava perduto, un gruppo di comunisti si riunì per far rinascere, in Moldavia, un partito che rischiava di essere posto, per sempre, fuorilegge.

Un Partito che riuscì a tornare al governo nel 2001, ha ricordato Voronin, quando i comunisti ottennero il 50,07% alle elezioni parlamentari, battendo il centro-sinistra e la destra e lo stesso Voronin divenne Presidente della Moldavia, fino al 2009, primo Capo di Stato comunista eletto in Europa.

In proposito, il leader comunista moldavo ha ricordato: “Saliti al potere nel 2001 in un Paese in bancarotta con un debito pari all'85% dell'intera economia, abbiamo salutato con calma gli emissari del FMI e gli altri neo-saccheggiatori del Paese. E abbiamo fatto una svolta: dal 2001 al 2009, il PIL è quadruplicato, il bilancio è sestuplicato e gli investimenti sociali sono cresciuti di nove volte! Il gas ha raggiunto 921 villaggi e il porto di Giurgiulesti è stato costruito sulle sponde spoglie del Danubio. Abbiamo completato la nuova testa di ponte di Serpeni e il Memoriale dell'Eternità, e abbiamo acceso la Fiamma Eterna!” Ed ha aggiunto: “Abbiamo negoziato ad armi pari a Mosca e Pechino, a Washington e a Bruxelles. Stavamo costruendo un ponte affidabile tra Oriente e Occidente, e su un ponte del genere non ci può essere spazio per convogli di armi straniere!”.

Durante la sua Presidenza, infatti, i massicci investimenti in sanità, istruzione, l'aumento delle pensioni e degli stipendi, permisero una sostanziale riduzione della povertà cronica in Moldavia.

I comunisti della Moldavia, oggi in coalizione con i socialisti del PSRM, nel Blocco Elettorale Patriottico (o Blocco Elettorale Patriottico di Socialisti, Comunisti, Cuore e Futuro della Moldavia), sono impegnati in prima linea, nel Parlamento e nelle piazze moldave, per contrastare le politiche di austerità, macelleria sociale e aumento delle imposte portate avanti dal governo liberal-conservatore di centrodestra del Partito di Azione e Solidarietà (PAS).

Luca Bagatin

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giovedì 22 ottobre 2026

Jeffrey Sachs e Dario Rivolta, due testimoni e analisti del nostro tempo per un'Europa autonoma e orientata alla pace. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 14 ottobre 2026, al Parlamento europeo, l'importante economista statunitense Jeffrey Sachs, presentato dal deputato indipendente cipriota Fidias Panayiotou e dal deputato del Movimento Cinque Stelle Danilo Della Valle, ha tenuto un discorso di estrema profondità, pragmatismo e attualità.

Un discorso che Sachs ha intitolato, significativamente, “Come fare la pace in un mondo folle” e che si può leggere integralmente anche sul suo sito ufficiale a questo link: https://www.jeffsachs.org/recorded-lectures/sfyp6ea3p6sb4996yhxha755ar4m5l.

Non posso, dunque, che riassumerne qui i punti salienti, perché meritano tutti attenta lettura e riflessione.

Sachs ha esordito facendo presente che, in quest'epoca “strana”, nella quale gli USA e l'Europa sono “in una profonda crisi politica”, “può succedere di tutto”.

Egli ha fatto presente che “La retorica bellica che ha travolto l'Europa è scioccante ed estremamente pericolosa” e “a questo si aggiunge una politica americana completamente fallimentare, in un Paese che dovrebbe essere un vostro alleato”.

Riferendosi a Trump, peraltro, ha sottolineato che “non abbiamo mai avuto un Presidente peggiore nella nostra storia, nessuno più incompetente, instabile, stupido e pericoloso dal punto di vista del carattere. È una figura patologica, oltre a tutti i suoi altri limiti”.

Sachs ha poi spiegato come, oggi, l'Asia sia diventata sempre più centrale, nella geopolitica ed economia globale.

In merito alla Repubblica Popolare Cinese e all'India, in particolare, ha affermato, fra le altre cose, che “Ho lavorato in Cina per oltre 40 anni e in India, a intermittenza, per più di 40 anni. Per me, assistere alla fine della povertà e all'affermarsi dello sviluppo economico è una grande storia di successo. Posso affermare con certezza, per esperienza diretta, che il popolo cinese ha lavorato senza sosta per 40 anni per raggiungere questo obiettivo”.

Si è detto scandalizzato del fatto che gli USA vedano questo come un aspetto negativo e che vorrebbero una guerra con la Cina.

“Perché?”, si è chiesto l'economista statunitense. “Perché la Cina è cresciuta ancora una volta. Anzi, ha avuto l'incredibile sfrontatezza di avere un'economia più grande di quella degli Stati Uniti. Riuscite a immaginarlo? Questa è l'insolenza della Cina. Certo, hanno quattro volte più abitanti, quindi l'unico modo in cui avrebbero potuto avere un'economia più piccola sarebbe stato quello di rimanere a meno di un quarto del nostro reddito pro capite. Hanno deciso di non farlo. Hanno deciso di voler vivere una vita normale. E guarda un po', se moltiplichiamo una vita normale per 1,4 miliardi di persone e la confrontiamo con gli Stati Uniti e i loro 340 milioni di abitanti, la Cina risulta essere più grande in termini assoluti”.

La crescita economica cinese viene spesso percepita, negli ambienti strategici statunitensi, come una sfida alla tradizionale posizione di preminenza americana. Sachs interpreta dunque tale dinamica come uno dei fattori alla base delle tensioni fra Washington e Pechino.

Egli ha poi aggiunto che gli USA considerano negativamente anche la Russia e, ironicamente, ha affermato che – per gli USA - “il crimine più grande della Russia è quello di avere 17 milioni di chilometri quadrati”. “Perché lo dico?”, si è chiesto Sachs, “Perché con 17 milioni di chilometri quadrati, la Russia è diventata nemica dell'Impero britannico già nel 1840, ed è diventata nemica degli Stati Uniti d'America quando gli Stati Uniti hanno preso il posto dell'Impero britannico nel 1945. Non importa cosa facciano la Russia o l'Unione Sovietica, rimangono sempre un nemico. E se ci si comporta in questo modo abbastanza a lungo, si finisce con la guerra in Ucraina”.

Sachs ha altresì affermato che “Quello che ho appena detto mi rende un apologeta di Putin, un vile portavoce della propaganda russa e ogni altro insulto che potrebbe essermi affibbiato. Ma lavoro lì in prima persona da 37 anni. Non sono l'apologeta di nessuno. Tra l'altro, non sono mai stato stipendiato da nessuno, nel caso qualcuno sentisse mai qualcosa di contrario. Ho adottato questa politica 40 anni fa, quando ho iniziato a fornire consulenza alla Bolivia e qualcuno mi ha attaccato politicamente per essere un consulente esterno. Ho deciso in quel preciso istante che non avrei mai accettato un centesimo da un governo e ho fornito consulenza a decine di governi senza altro che il mio stipendio accademico. Quindi, per essere assolutamente chiari, nulla di ciò che sto dicendo è dovuto al fatto che io sia un consulente o un dipendente retribuito di qualcuno. Non lo sono mai stato e non ho nemmeno bisogno di controllare i conti, perché questa è stata la mia politica per tutta la mia carriera”.

Sachs ha poi spiegato che Gorbaciov, di cui fu consigliere del team economico nel 1990, parlò per primo di “patria comune europea”.

Ricordando quegli anni, nei quali fu consigliere anche del governo polacco, nel 1989, Sachs ha affermato che “Avevamo la pace tra le mani per un secolo a venire, se l'avessimo voluta, perché i russi erano piuttosto esausti dopo settant'anni di bolscevismo. Non era certo il sistema economico più efficiente. Volevano uscirne. Volevano pace, cooperazione e amicizia”.

Sachs ricorda poi come in quegli anni propose vari pacchetti economici per risollevare le sorti economiche della Polonia e dell''Unione Sovietica ma... “Quando proposi la stessa cosa per l'Unione Sovietica, fu respinta senza mezzi termini”, ha affermato l'economista.

L'economista statunitense ha poi proseguito illustrando un passaggio fondamentale: “Il grande crimine della Russia è stato quello di essere grande, proprio come il grande crimine della Cina. Ho appena pubblicato un libro in tedesco, uscito ieri, sulla russofobia in Europa. Nel primo capitolo racconto uno splendido studio dello storico John Howes Gleason, pubblicato nel 1950, intitolato " La genesi della russofobia in Gran Bretagna" . Gleason pose una domanda toccante, di assoluta attualità. Gran Bretagna e Russia erano alleate nella Sesta Coalizione che sconfisse Napoleone nel 1813 e nel 1814. Circa venticinque anni dopo, erano nemiche. Cosa accadde? Perché gli inglesi arrivarono a odiare i russi? Così studiò gli atti parlamentari (Hansard) e ogni altro documento pubblicato. Lesse tutto ciò che fu detto alla Camera dei Comuni e ogni discorso. La sua conclusione in questo splendido libro è che la Russia non fece nulla. La Gran Bretagna si convinse semplicemente che la Russia fosse così grande da rappresentare una minaccia per l'India, per l'Impero britannico in India, e che avrebbe invaso l'India attraverso il Passo Khyber. Quello fu il Grande Gioco, qualcosa che, tra l'altro, non balenò mai nella mente dello Zar. Ma la Gran Bretagna si lasciò trasportare dall'entusiasmo, e nel 1840 la Russia era diventata il nemico. Nel 1854 la Gran Bretagna entrò in guerra in Crimea, con Palmerston, l'imperialista per eccellenza, come principale sostenitore del conflitto e, dal 1855, come Primo Ministro. Perché? È una lunga storia, ma in sostanza l'obiettivo era quello di schiacciare la Russia nel Mar Nero. Nel 1853 la Russia aveva accettato la Nota di Vienna, una soluzione diplomatica alla crisi di Valacchia e Moldavia, e non c'era motivo di entrare in guerra. Eppure la Gran Bretagna insistette, e Palmerston disse: "Andiamo avanti verso Sebastopoli". Il motivo era che voleva ridurre la Russia a un'entità insignificante, in modo che non potesse più minacciare l'Impero britannico. Questo, tra l'altro, si chiama valori occidentali. Seguì una sanguinosa guerra di tre anni, la guerra di Crimea”.

Tornando al presente, Jeffrey Sachs ha spiegato che “Questa non è la guerra di Putin. Questa è la nostra guerra, signore e signori. È nata in un modo leggermente diverso, ma molto simile. I nostri strateghi negli anni '90 si sono convinti che gli Stati Uniti fossero la principale potenza mondiale. Scegliete voi l'espressione: siamo l'unica superpotenza mondiale; siamo la nazione indispensabile; siamo, come disse una delle mie segretarie di Stato meno preferite, Madeleine Albright, il paese che vede più lontano di ogni altro. Cercate cosa dice l'America di se stessa. Tutto ciò a cui gli strateghi americani riuscivano a pensare era: quali sono le nostre minacce? Beh, in realtà nessuna. Siamo così potenti che nessuno può affrontarci. L'unica che riusciamo a vedere è la Russia. La Russia è grande, quindi dobbiamo solo assicurarci che rimanga una potenza di terzo livello, o che si disintegri, come voleva Brzezinski”.

Egli ha poi aggiunto come, nel gennaio e febbraio 1990 “si decise di circondare la Russia con la NATO e con i sistemi missilistici Aegis. (…) Nel 1994 Clinton aveva deciso che la NATO si sarebbe espansa. Persino il suo Segretario alla Difesa, William Perry, un vero gentiluomo, pensò di dimettersi perché considerava questa decisione terribile. Il nostro statista di spicco, George Kennan, scrisse nel 1997 che l'espansione della NATO sarebbe stato l'errore più fatale della politica americana in tutta l'era post-Guerra Fredda. Kissinger, che non era certo un uomo affabile, partecipò a un dibattito nel 1994 che dovreste assolutamente guardare, perché vi aiuterà a comprendere meglio la guerra. Discusse con Jack Matlock, il nostro ambasciatore in Unione Sovietica negli ultimi anni del conflitto. Un tempo, nei media americani, si parlava davvero di informazione; si poteva assistere a un dibattito serio, di mezz'ora, su una questione importante. Oggi non abbiamo più niente del genere. Nel 1994 Robert MacNeil intervistò Kissinger e Matlock sull'allargamento della NATO. MacNeil chiese a Matlock se la NATO dovesse espandersi, e Matlock rispose di no: stavamo costruendo relazioni migliori con la Russia, non c'era alcun rischio e non c'era motivo di provocare nulla. Poi si rivolge a Kissinger: "Signor Kissinger, la NATO dovrebbe allargarsi?" "Sì, la NATO dovrebbe allargarsi." "Perché? La Russia è una minaccia?" "No, no, la Russia non è una minaccia." "Beh, questi paesi che chiedono l'adesione alla NATO sono in pericolo?" "No, non sono affatto in pericolo." "Beh, signor Kissinger, questo non inimicherà la Russia?" "Sì, lo farà." "Allora perché, signor Kissinger, la NATO dovrebbe allargarsi, se inimicherebbe la Russia?" E Kissinger risponde: se non si può inimicarsi la Russia quando è debole, cosa si farà quando è forte? Questa è la logica”.

Sachs ha poi elencato i numerosi passaggi relativi all'allargamento ad Est della NATO, sostenuti da tutti i Presidenti statunitensi che si sono succeduti.

Egli si è poi soffermato a spiegare che “Nel 2008 si tenne il vertice NATO di Bucarest e il primo giorno Bush affermò la necessità di impegnarsi per l'allargamento della NATO a Ucraina e Georgia. La cancelliera Merkel replicò: "George, non credo sia una buona idea. È una linea rossa per la Russia. Non è affatto sicuro". "Angela, Angela, dai. Dobbiamo trovare un accordo. Siamo l'alleanza occidentale. Non trattenerti". Esercitarono pressione e il secondo giorno raggiunsero un compromesso. Annunciarono l'allargamento della NATO a Ucraina e Georgia, ma senza fissare una data. Leggendo le memorie della Merkel, pubblicate nel 2024, si evince che in Russia questo annuncio sarebbe stato percepito come una vera e propria dichiarazione di guerra”.

Relativamente a ciò, Sachs ha affermato che, arrivati a questo punto, “L'Europa avrebbe dovuto alzarsi e dire: questa è una sciocchezza, questa è una provocazione, questa è completamente inutile. L'Europa avrebbe dovuto fermarla di colpo. Invece la Merkel ha ceduto, i francesi hanno ceduto, e quella è stata l'ultima volta che abbiamo sentito parlare di politica estera europea”.

Ironicamente, l'economista statunitense ha aggiunto che, da allora, nessuno nell'UE ha più protestato contro gli USA, salvo per dire “"Per favore, papà, non invadere la Groenlandia. Ti daremo tutte le basi che vuoi. Puoi fare quello che vuoi. Puoi avere tutti i minerali. Basta che non invadi". E in secondo luogo: "Per favore, non concludere l'accordo sul diesel", l'accordo di Trump con Putin per revocare le sanzioni sulle esportazioni di diesel russo”

In merito a Trump, Sachs ha affermato che “è la persona più idiota e incompetente che abbia mai ricoperto la presidenza, semplicemente perché non riesce a sostenere un'idea coerente per un giorno intero”.

Il problema, ad ogni modo, è che l'UE non ha fatto nulla, in tutti questi anni, per arginare le politiche sconsiderate di Washington, ha affermato Sachs.

Egli ha poi spiegato quanto accaduto in Ucraina a partire dal 2014. Ha spiegato come l'allora Presidente Yanukovych “Sostenne che l'Ucraina dovesse rimanere neutrale, e aveva ragione, e l'opinione pubblica ucraina, con una maggioranza schiacciante (circa il 60% contro il 20%), si oppose all'ingresso della NATO nel Paese. Gli Stati Uniti dissero che dovevamo sbarazzarci di quest'uomo. Potete chiamarla Rivoluzione della Dignità di Maidan, se volete. Io la chiamo colpo di stato. Potreste chiamarla operazione di cambio di regime, o rivoluzione colorata; usate il nome che preferite. Ma la mia collega Victoria Nuland distribuì biscotti a Maidan, e gli Stati Uniti avevano speso circa 5 miliardi di dollari per contribuire a realizzarla. Dovevamo sbarazzarci di lui, perché l'allargamento della NATO ha bisogno di Paesi che chiedano l'alleanza occidentale, non di Paesi che chiedono la neutralità”.

Ed ha aggiunto che “Si arriva quindi a un colpo di stato, e naturalmente tutto il resto ne consegue. La Russia interviene in Crimea e nel Donbass. Certo che interviene; sa cosa l'aspetta. E propone, nel febbraio successivo, qualcosa che in realtà non era male, ovvero gli accordi di Minsk. Gli accordi di Minsk sono molto interessanti, perché non si trattava di una rivendicazione territoriale russa. Non era il presidente Putin che si atteggiava a Pietro il Grande per ricostruire l'Impero russo, né nessuna delle altre assurde propaganda che si sentono a Bruxelles, a Berlino, a Washington e soprattutto a Londra. Non era niente del genere. Diceva: concedete l'autonomia alla regione a maggioranza russa. E sapete da dove è nata l'idea, in larga parte? È nata a Bolzano, in Alto Adige, perché la Merkel conosceva l'esperienza della minoranza germanofona in Alto Adige, che aveva avuto un grande successo ed era molto prospera. Abbiamo parlato con il sindaco di Bolzano, che ci ha detto che la Merkel veniva spesso e pensava che sarebbe stato un ottimo modello per Minsk II. E lo sarebbe stato, se non fosse che gli Stati Uniti hanno detto di no: l'Ucraina è uno stato unitario. Questo nonostante l'accordo di Minsk II fosse stato firmato e poi approvato all'unanimità dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti e l'Ucraina hanno rifiutato, e l'Europa si è allineata. C'è stato il processo di Normandia, ricorderete, in cui Germania e Francia avrebbero dovuto essere garanti dell'accordo di Minsk II, e sono rimaste completamente in silenzio. La stessa Merkel ha poi affermato che si trattava solo di una fase transitoria e non di un vero accordo. Non credo, tra l'altro, che intendesse questo all'inizio. È una persona migliore di così. Ma questo è ciò che le è stato detto di dire a posteriori, e questo è ciò che è successo. Così l'accordo di Minsk II è scomparso”.

Jeffrey Sachs ha sottolineato, dunque, che la guerra in Ucraina si sarebbe assolutamente potuta evitare, anche perché “Nel dicembre 2021 il presidente Putin ha presentato delle bozze di accordi con la NATO e con gli Stati Uniti in materia di sicurezza. Il punto centrale era il divieto di un ulteriore allargamento della NATO. C'erano anche altre rivendicazioni che, a mio avviso, la NATO non avrebbe mai dovuto accettare, né avrebbe mai potuto accettare, ma il fulcro era: fermare l'allargamento della NATO. Così ho chiamato la Casa Bianca, la Casa Bianca di Biden. Pensavo che fossero miei amici. Ho parlato con Jake Sullivan, il consigliere per la sicurezza nazionale, e gli ho detto: "Jake, accetta l'accordo. Prendi la via d'uscita. Evita una guerra". Lui ha risposto: "No, Jeffrey. La NATO ha una politica di porte aperte. Non possiamo dichiarare che la NATO non si allargherà". Ho replicato: "Jake, stai scherzando? Davvero? Il Messico ha una politica di porte aperte per ospitare una base cinese? Il Canada ha una politica di porte aperte per ospitare una base russa a Windsor? Cos'è questa porta aperta?". Lui ha risposto: "Oh, Jeffrey, non preoccuparti. La NATO non si allargherà all'Ucraina". Ho detto: "Jake, è davvero interessante. Perché non lo dici pubblicamente?" "Oh, no, non possiamo dirlo pubblicamente, Jeffrey. Abbiamo una politica di porte aperte." Allora ho detto: "Jake, state per scatenare una guerra per qualcosa che non accadrà nemmeno." E lui ha risposto: "Jeff, non preoccuparti. Non ci sarà nessuna guerra." Click.”

Jeffrey Sachs ha dunque aggiunto che non c'è alcun motivo di una guerra, né contro la Russia, né contro la Cina, né contro l'Iran o altri Paesi. E, relativamente alla situazione a Gaza, ha affermato che “Gli Stati Uniti e Israele sono complici di un genocidio, perché gli Stati Uniti pongono il veto allo Stato di Palestina. Questo è tutto, e ha una sua storia. Il partito di Netanyahu afferma dal 1977 che tutto il territorio dal fiume Giordano al Mar Mediterraneo sarà sotto la sovranità israeliana. Quindi lo slogan che sta causando l'arresto dei miei studenti, "dal fiume al mare", è lo slogan di Netanyahu, tra l'altro. È lo slogan del Likud, non quello palestinese”.

Relativamente all'UE, Sachs ha affermato di non comprendere né amare l'attuale leadership che la guida.

Ha sottolineato, in merito, che “L'Europa un tempo aveva una voce, pur nella sua dipendenza dagli Stati Uniti. C'erano leader che facevano la differenza: Willy Brandt, Helmut Schmidt, Helmut Kohl, Gerhard Schröder e, direi, Angela Merkel fino al primo giorno del vertice NATO di Bucarest. E Mitterrand; potrei continuare all'infinito. Erano persone reali. Pensavano, discutevano, dibattevano e difendevano i valori europei del dopoguerra. Non sono sempre stati i valori dell'Europa, ma erano i valori appresi e promossi dopo la Seconda Guerra Mondiale, attingendo al meglio della civiltà occidentale, aggiungerei. Quindi erano valori occidentali, semplicemente non quelli che erano sempre stati applicati. Erano persone straordinarie che si sono espresse apertamente, che si sono opposte alla guerra in Iraq, che hanno difeso l'Ostpolitik, che hanno sconsigliato questo o quello, che volevano l'Atto finale di Helsinki, l'OSCE e la sicurezza indivisibile”.

Ed ha auspicato un ritorno a quel tipo di leadership che probabilmente è anche nel desiderio fra i cittadini europei e il fatto che molti giovani stiano scendendo in piazza, in particolare in Francia, contro il governo Macron, lo sta a dimostrare.

Relativamente alla leadership tedesca ha affermato che “Merz dev'essere il cancelliere meno efficace e meno apprezzato della storia moderna tedesca, perché è un guerrafondaio. Perché lo sia, non lo capisco. Avrebbe dovuto prendere il telefono, chiamare il suo omologo a Mosca e dire: "Presidente Putin, è ora di parlare". Avrebbe dovuto fare la prima cosa il suo primo giorno di mandato. Forse sarebbe stato deludente, ma ci avrebbe provato. Non ci ha mai provato”.

Relativamente alla crisi ucraina e alle prese di posizione della leadership dell'UE, l'economista statunitense ha sottolineato che “L'Europa non sta difendendo l'Ucraina. L'Europa sta uccidendo l'Ucraina. Moriranno moltissime persone; non ci sarà acqua potabile. La Russia sta combattendo la guerra per vincere ora perché ogni giorno l'Europa dice di combattere anche lei la guerra per vincere. Questo tipo di retorica è pura follia nell'era nucleare, e follia viste le poste in gioco”.

Ed ha spiegato che “non si tratta di un cessate il fuoco. Si tratta di un politico europeo che si alza e dice: "Signor Putin, la NATO non si allargherà all'Ucraina o alla Georgia. Ora fermiamo la guerra". Questo è il punto, e la guerra finirà su questa base. Ci saranno disaccordi sui confini, perché non avremo una soluzione giuridica. Avremo una linea di armistizio e una linea di controllo amministrativo, come in molti altri luoghi del mondo, e questo potrebbe durare anni o addirittura decenni. Ma i combattimenti finiranno, la follia finirà e la marcia verso la guerra nucleare si fermerà. Questo non richiede di ripetere ogni giorno che dobbiamo avere un cessate il fuoco, ma piuttosto che dobbiamo avere la pace e una sicurezza indivisibile. E questo è facile da realizzare, perché la ragione di questa guerra è assolutamente chiara”

Il discorso di Jeffrey Sachs – al quale peraltro sono seguite svariate domande con risposte altrettanto interessanti e che si possono leggere al link sul suo sito personale e che ho riportato - è stato lucido, come solo il discorso di un esperto in materia, che ha affrontato in prima persona gli ultimi trent'anni della politica dell'Est europeo, potrebbe essere.

Un discorso di buonsenso, di logica, che stupisce non sia compreso dai vertici UE, che, o sono davvero molto sciocchi, oppure - potrebbe venire il sospetto - sembrano lavorare più per la disgregazione e la distruzione dell'UE e dell'Europa, che per un suo rafforzamento e per una politica estera, economica e sociale, comune e indipendente.

L'ho scritto tantissime volte e condivido, una volta di più, le posizioni dell'On. Dario Rivolta, già responsabile della politica estera di Forza Italia ai tempi di Silvio Berlusconi e che ho recentemente intervistato (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/dario-rivolta-serve-una-vera-europa.html). Egli, nell'intervista, ha riassunto molti dei concetti espressi da Sachs nel suo intervento, peraltro.

In particolare sono tre i passaggi dell'intervista che vorrei qui riportare, per meglio ricollegarli ai concetti espressi da Sachs e all'attualità geopolitica di questi giorni:

Luca Bagatin: Come si immagina il futuro del conflitto russo-ucraino?

Dario Rivolta: Non sono preveggente ma tutto mi porterebbe a pensare che, qualora Trump riuscisse a superare gli ostacoli che i vari elementi del deep-State gli frappongono, chiuderà un accordo con Mosca imponendo le dimissioni di Zelensky, il controllo russo sul Donbass e la garanzia che l’Ucraina non entrerà mai nella NATO. È evidente che, qualora le cose andassero così, tale intesa sarà fatta sulle teste di noi europei e dobbiamo solo sperare che il risultato non sia che dovremo prenderci ciò che resta dell’Ucraina dentro l’Unione Europea. È il quadro peggiore per noi e capisco il perché a Bruxelles si cerchi di scongiurare l’intesa a due fingendo di voler davvero finanziare e nutrire la guerra “sino all’ultimo ucraino”. Nessuno crede davvero che la Russia possa essere sconfitta, ma Bruxelles sta cercando in questo modo di ritagliarsi un posto al tavolo della pace.

Luca Bagatin: E il futuro dell'UE? Ci potrebbe essere un rinnovato dialogo con la Russia?

Dario Rivolta: Ovviamente me lo auguro perché la Russia è un Paese culturalmente europeo ed economicamente converrebbe sia a noi che a loro. Tuttavia, il fatto che alla Commissione ci sia una Presidente molto moralmente discutibile, una responsabile dei rapporti internazionali che nessuno stima per l’intelligenza e uno pseudo- ministro della difesa che, come lei, proviene da Paesi totalmente marginali e noti solo per la loro russofobia non lascia sperare che i russi accettino alcuna trattativa con costoro. Purtroppo, se anche diventerà possibile, temo che non avvenga in un futuro molto vicino. Dal punto di vista politico molto dipenderà da chi saranno i politici che guideranno i Paesi europei nel prossimo futuro. Occorrono persone coraggiose e lungimiranti. Oggi non ne vedo agli alti livelli.

Luca Bagatin: Come mai, a suo avviso, mentre i politici della Prima Repubblica, quali ad esempio Bettino Craxi e Giulio Andreotti, avevano una visione multipolare e multilaterale, volta al dialogo e alla cooperazione con tutti i Paesi, pur mantenendo l'Italia nell'area Atlantica, quelli degli ultimi decenni (in particolare i post-comunisti, la sinistra DC e i post-missini) hanno finito per diventare una sorta di ultrà dell'Atlantismo, peraltro senza una visione pragmatica e lungimirante?

Dario Rivolta: Ricorda che fine hanno fatto Craxi e Andreotti? E Berlusconi? Noi europei siamo di fatto un “protettorato” americano. Distinguersi dai disegni politici di Washington è permesso solo per piccole cose e per breve tempo. Anche Meloni lo ha capito e così si spiegano i suoi comportamenti ben diversi da quelli annunciati ancor prima della campagna elettorale e, parzialmente, durante la stessa. Inoltre non va dimenticato che, Trump permettendo, gli USA sono il nostro secondo mercato di esportazione, subito dopo l’Unione Europea.

Penso che non ci sia null'altro da aggiungere, perché parlano, ancora una volta, i fatti. E i fatti parleranno ancora.

Luca Bagatin

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giovedì 1 ottobre 2026

Il socialismo prospero e pacifico a 77 anni dalla fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 ottobre 2026 ricorre il 77esimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, festeggiata in Cina con alzabandiera e spettacoli, fra patriottismo e orgoglio.

“La grande rinascita della nazione cinese è inarrestabile”, aveva affermato nei giorni scorsi il Presidente Xi Jinping, aggiungendo che “Siamo immensamente orgogliosi degli straordinari risultati ottenuti dalla Nuova Cina e abbiamo piena fiducia nelle brillanti prospettive della modernizzazione cinese”.

Una Cina che conduce una politica estera indipendente e di pace e che ha ribadito, nei giorni scorsi, all'ONU, attraverso le parole del Vicepresidente Han Zheng, le sue prospettive.

Egli ha spiegato che occorre salvaguardare l'ordine internazionale del dopoguerra e promuovere una pace duratura, fondata sulla sicurezza comune, respingendo la mentalità della Guerra Fredda e il confronto fra i blocchi.

Il Vicepresidente cinese ha in particolare sottolineato che “La Cina chiede di promuovere la governance della Cisgiordania e la ricostruzione post-conflitto di Gaza secondo il principio del governo palestinese (...)” e ha proseguito affermando che “La Cina esorta il Paese interessato a cessare immediatamente l'uso della minaccia della forza contro Cuba e a revocare immediatamente e completamente il blocco e le sanzioni contro Cuba”.

Egli ha rammentato come la politica della Repubblica Popolare Cinese sia volta a promuovere la prosperità globale, attraverso l'apertura e la cooperazione. Ed ha esortato a lavorare per dare priorità alla riduzione della povertà, alla sicurezza alimentare, alla transizione energetica, rafforzando il sostegno ai Paesi del Sud del mondo.

Han Zheng ha anche rammentato come occorra lavorare per respingere ogni pregiudizio ideologico, rispettando i percorsi di sviluppo che i popoli di ciascun Paese hanno deciso di darsi e come occorra rimanere fedeli al multilateralismo, adottando misure volte a salvaguardare equità e giustizia.

Egli ha anche fatto presente che, negli ultimi 55 anni, la Cina è stata “una forza stabilizzatrice in tempi di instabilità” e “ha realizzato due miracoli in patria, ovvero una rapida crescita economica e una stabilità sociale a lungo termine, e nel corso degli anni ha contribuito per circa il 30% alla crescita globale”.

Il Vicepresidente cinese ha aggiunto che la Cina è stata anche “una forza progressista” che “si è sempre fatta “portavoce del Sud del mondo, ha difeso i diritti e gli interessi legittimi dei Paesi in via di sviluppo e ha continuato a lavorare per un sistema di governance globale più giusto ed equo”.

Ed ha concluso affermando che “La Cina collaborerà con tutti gli altri Paesi per costruire una comunità dal futuro condiviso per l'umanità e rendere il mondo un posto migliore per tutti noi”.

Negli scorsi giorni, peraltro, il settimanale politico cinese Beijing Review ha pubblicato un'interessante intervista all'ex deputato laburista britannico George Galloway, oggi leader del Workers Party of Britain (WPB), ovvero il Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna, a proposito del socialismo con caratteristiche cinesi e di come tale modello andrebbe studiato, per essere applicato in Occidente.

Galloway ha spiegato che, mentre “il capitalismo occidentale si basa sull'"io" e sul "presente", “i piani quinquennali cinesi si basano sul "noi" e sul "per sempre"”. E ciò ha permesso alla Cina di coniugare “la forza rivoluzionaria del mercato con una strategia di sviluppo a lungo termine definita dal Partito Comunista Cinese e dallo Stato” creando così “qualcosa di nuovo, qualcosa che il mondo non aveva mai visto prima”.

Il politico britannico ha spiegato come “il sistema politico occidentale è incompatibile con la pianificazione a lungo termine, perché alla fine ciò che conta sono solo le elezioni. La classe politica ha un obiettivo primario: rimanere tale, perché è un lavoro molto redditizio. E se si pensa solo a quattro anni nel futuro, si commettono inevitabilmente degli errori, anche se si hanno le migliori intenzioni, cosa che purtroppo accade nella maggior parte dei casi”.

Egli ha raccontato che recentemente si è recato nella Regione Autonoma Uigura dello Xinjiang, un tempo estremamente povera, mentre oggi “vanta nuove infrastrutture, un nuovo sviluppo e servizi pubblici paragonabili a quelli di aree molto più ricche” ed ha aggiunto che “In molti Paesi occidentali, una regione come lo Xinjiang verrebbe semplicemente lasciata al degrado”.

Il leader del WPB ha rilevato anche come la Cina abbia una forma di democrazia popolare integrale, molto più democratica rispetto a quella occidentale, in quanto fornisce ai cittadini un modo per comunicare direttamente con la dirigenza. “Spero che la Cina continui a perfezionare questo sistema, e tutto ciò che sento suggerisce che gli sviluppi compiuti dalla Cina stiano andando nella giusta direzione”, ha affermato Galloway.

Relativamente all'economia cinese, l'ex deputato laburista ha affermato che “La Cina ha iniziato producendo beni a basso costo, ma si è poi evoluta fino a diventare un produttore di prodotti sofisticati, realizzando articoli che oggi sono spesso più avanzati di quelli offerti da molti produttori e rivenditori occidentali”. Ed ha fatto presente che “il sistema economico cinese è qualcosa che molti in Occidente faticano ad accettare. L'Occidente ha inventato il capitalismo. Per centinaia di anni lo ha usato per conquistare il mondo. E ora faticano ad accettare che qualcuno che un tempo disprezzavano sia diventato più ricco di loro e abbia costruito una società che, per molti aspetti, funziona meglio della loro”.

Confrontando l'economia occidentale e quella cinese, Galloway ha affermato che la debolezza delle industrie occidentali “sta nel fatto che il nostro sistema politico e il nostro sistema economico non sono più adatti al XXI secolo. Il sistema cinese, invece, lo è”.

E, in tal senso, ha aggiunto che il Partito dei Lavoratori della Gran Bretagna propone da sempre di voler “essere come la Cina, ma con caratteristiche britanniche” ed è convinto che presto ci si arriverà.

Relativamente alla situazione internazionale George Galloway ha affermato che “Ci troviamo ad affrontare un periodo molto pericoloso. L'avventatezza di alcuni leader politici in materia di guerra e pace è qualcosa che raramente ho visto nella mia vita”.

Ed ha aggiunto che “In un contesto del genere, può sembrare difficile immaginare che i Paesi cooperino, investendo nelle reciproche economie e lavorando insieme in settori come lo spazio e l'intelligenza artificiale. Ma non c'è altra via per il progresso dell'umanità. Se i Paesi continueranno a guardarsi con sospetto e a considerarsi nemici permanenti, non saremo in grado di risolvere le sfide che l'umanità si trova ad affrontare”.

Egli ha anche raccontato un episodio che gli è capitato direttamente, in questo periodo da “caccia alle streghe”: “Quando sono stato eletto al Parlamento l'ultima volta, solo due anni fa, sono stato interrogato dagli agenti di polizia all'aeroporto di Gatwick. Mi hanno chiesto: "La Cina ti ha detto di tornare in Parlamento? Facevi la spia per la Cina in Parlamento?". Questa è la domanda più volgare e ridicola che qualcuno mi abbia mai fatto in tutta la mia vita, ho detto all'agente”, ha sottolineato Galloway, il quale ha concluso affermando: “Se attraversi il mondo con questa mentalità, non raggiungerai mai l'auto che ti precede. E l'auto che ti precede è la Cina”.

Luca Bagatin

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lunedì 28 settembre 2026

Il socialismo che non c'è più e la sinistra che serve all'Italia. Cacciari ha ragione. Articolo di Luca Bagatin

 

Massimo Cacciari ha assolutamente ragione.

Una sinistra moderata fa vincere la destra.

E' storicamente sempre stato così. Già ai tempi del fascismo montante ad avere ragione erano i fiumani, i dannunziani, i sindacalisti e i socialisti rivoluzionari, non i gradualisti turatiani, che, con la loro moderazione finirono per rendere alle masse più credibile uno scalmanato Mussolini che, partendo dalla sinistra socialista, finì per costituire un movimento social-confuso, imperialista, razzista, traditore nei confronti delle masse ed in favore del padronato industriale.

Avevano e avrebbero ragione, dunque, coloro i quali, come giustamente afferma Cacciari, propongono riforme radicali.

E in questo Paese e continente ce ne vorrebbero di riforme radicali.

Dalla nazionalizzazione dei settori chiave dell'economia a investimenti massicci in sanità, ricerca, istruzione e in ordine pubblico (il fenomeno delle baby gang è purtroppo sottovalutato e ancora poco preso sul serio); da un nuovo primato in politica estera, ricucendo i rapporti con la Russia e valutando l'entrata nei BRICS, alla costruzione di una nuova Europa, sovrana, indipendente e economicamente giusta, ponte e trait-d'union fra Ovest ed Est, Nord e Sud del mondo.

Non sarà certo con un nuovo e peraltro sedicente “riformismo” (o con un becero “liberalismo”) che si batteranno le destre e le estreme destre di cui, peraltro, il PD e i suoi alleati (che negli anni hanno contribuito a smantellare lo Stato sociale e ad attuare tutte le politiche di deregolamentazione economica e del mercato del lavoro) fanno ampiamente parte.

Tutti aspetti di cui ho scritto in moltissimi articoli e anche nel mio ultimo saggio “Ritratti del Socialismo” (Mario Pascale Editore).

Alla fine di agosto, nel mio articolo dal titolo “Ma quale riformismo? Dov'è finito il socialismo? (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/08/ma-quale-riformismo-dove-finito-il.html) scrivevo, fra le altre cose: “Quella che, nel mondo Occidentale, un tempo era sinistra o rappresentava ideali socialisti (giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica), ha finito, dalla metà degli Anni '90 in poi, per annacquarsi nel liberalismo o liberal capitalismo, che, in certa misura, sembra essere esaltato proprio da Taddio nel suo articolo.

Liberal capitalismo che, insinuandosi e annacquando il socialismo, ha finito per distruggere i diritti sociali (dallo svuotamento di alcune delle principali conquiste dello Statuto dei lavoratori, alla promozione delle liberalizzazioni), fino al sostegno incondizionato alle guerre di aggressione a guida statunitense e NATO, dalla Jugoslavia al conflitto russo-ucraino, tutti aspetti ampiamente sostenuti in particolare dal PD e in gran parte dai suoi alleati.

Questo è avvenuto, in Italia, in particolare grazie ai vari Prodi, D'Alema, Bersani, Letta, Renzi e la Schlein non sembra più di tanto discostarsene.

In altri Paesi è avvenuto grazie agli pseudo laburisti alla Tony Blair e alla Keir Starmer; grazie agli pseudo socialdemocratici tedeschi alla Schulz; agli pseudo socialisti francesi alla Hollande e così via. Tutta gente che, guarda caso, ha perso inesorabilmente voti... in favore dell'estrema destra!

Anche negli USA, sedicenti progressisti come Clinton, Obama e Biden, hanno spinto sull'acceleratore delle guerre di aggressione. Bombardando peraltro Paesi laico-socialisti come la Siria e la Libia e inasprendo le sanzioni al Venezuela e a Cuba.

Dove sarebbe, dunque, questo presunto socialismo e questa presunta sinistra nelle file del “progressismo” Occidentale, che ha, anzi, ampiamente contribuito all'avvento dell'estrema destra?”.

E concludevo spiegando che ciò che oggi manca in Italia e in gran parte d'Europa, è “un'area socialista e di sinistra, come quella in Spagna con Pedro Sanchez e Pablo Iglesias; in Francia con Jean-Luc Mélenchon e i bonapartisti di sinistra; in Germania con Sahra Wagenknecht; in Gran Bretagna con Jeremy Corbyn, Zack Polanski e George Galloway; in Slovacchia con Robert Fico e Peter Pellegrini; in Bulgaria con Rumen Radev; in Moldavia con Igor Dodon e i socialisti moldavi...

Un'area che spazzi via ogni forma di liberal capitalismo, di servilismo nei confronti di Paesi stranieri, di ipocrisia. E che ricostruisca forme, come già ho spesso scritto, di comunità organizzata e ordinata, giustizia e emancipazione sociale, sovranità nazionale e indipendenza economica”.

In sostanza spiegavo ciò che afferma oggi Cacciari.

E, in un altro articolo successivo, dei primi di settembre, dal titolo “Da Monti a Vannacci: quando le élite alimentano ciò che dicono di voler combattere” (https://amoreeliberta.blogspot.com/2026/09/da-monti-vannacci-quando-le-elite.html), ricordavo che “Un tempo a denunciare le oligarchie europee e la crisi dello Stato liberale, come poco fa scrivevo, solo i D'Annunzio, i De Ambris, i Bergamo e pochi altri.
Ancora oggi lo fanno solo piccole minoranze illuminate (come Angelo D’Orsi e pochi altri), che hanno compreso che la causa del nuovo fascismo è il liberal capitalismo e i sepolcri imbiancati alla Monti e alla Draghi, oltre ad una maggioranza e ad una opposizione, in Italia, in linea con l’irresponsabile Agenda Ursula.
Ci sarà un futuro roseo?
Negli Anni '20 e successivi di roseo non ci fu proprio nulla.
Era già troppo tardi”.
E ho concluso scrivendo: “Personalmente continuo a credere al buonsenso di persone come D'Orsi, Alessandro Di Battista, l'On. Dario Rivolta, il prof. Giancarlo Elia Valori, Paola Bergamo (nipote di Mario Bergamo) e a pochi altri.

Diversi fra loro per storia e orientamento politico, ma le cui lucide analisi fotografano una realtà che, fra qualche tempo, potrebbe essere ancor più tragica”.

Purtroppo mi dispiace dire che è ormai troppo tardi.

Perché in Italia il socialismo e una sinistra in grado di proporre riforme radicali non esiste più e da molti decenni. Oltre al fatto che non esiste più da molti decenni una classe politica seria, lungimirante e al servizio della comunità.

Non abbiamo più né un Partito Socialista Italiano, né un Partito Repubblicano Italiano degni di questo nome, quando erano all'estrema sinistra finanche dei comunisti. Parliamo dei tempi di De Ambris, Mario e Guido Bergamo, Chiostergi, Belloni e Bottai.

Oggi un'estrema sinistra repubblicana e socialista, fondata su giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica e società moralizzata e ordinata, servirebbe come l'acqua per un assetato.

Così come servirebbero personalità non necessariamente estreme, ma lungimiranti, serie e pragmatiche, come furono Bettino Craxi, Gianni De Michelis, Giulio Andreotti e in parte anche Silvio Berlusconi.

Ovviamente tutto ciò è un'utopia, ma sentire Cacciari che afferma ciò che afferma, almeno un po', fa bene alla mente e al cuore, in quest'epoca oscura e composta in gran parte da sconsiderati, ignoranti e irresponsabili.

Luca Bagatin

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venerdì 25 settembre 2026

La Cina socialista tende la mano agli USA: Xi, pragmatismo, pace e cooperazione. Articolo di Luca Bagatin

 

La Cina socialista, lo ha dimostrato più volte, fonda la sua politica interna sullo sviluppo delle forze produttive a beneficio della comunità e su una società ordinata, stabile e armoniosa.

Per quanto riguarda la politica estera, essa lavora per il multilateralismo, la cooperazione win-win, il libero commercio, l'inclusività, lo sviluppo del Sud del mondo e la risoluzione pacifica delle controversie internazionali.

Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ricevuto da Trump con tutti gli onori, in questi giorni, incarna perfettamente questa tradizione di lungimiranza politica, socialista e democratica.

Nel suo discorso tenuto alla cena offerta da Trump, alla Casa Bianca, il 24 settembre 2026, il Presidente cinese ha teso una mano agli USA e spiegato come la sua politica sia e sarà volta a sostenere un'ulteriore crescita dei legami bilaterali fra i due Paesi.

“Oggi, il Presidente Trump e io abbiamo avuto scambi sinceri e approfonditi e abbiamo raggiunto un'intesa comune su molte questioni”, ha affermato Xi Jinping.

Egli, come nella tradizione cinese, ha fatto riferimento alla Storia comune fra i due Paesi, ricordando che “Più di 200 anni fa, subito dopo la sua indipendenza, gli Stati Uniti hanno rivolto lo sguardo alla Cina. I nostri due Paesi hanno iniziato a commerciare tra loro, scambiandosi beni per soddisfare le reciproche esigenze e attingere ai rispettivi punti di forza complementari. Di fatto, il Presidente George Washington aveva acquisito personalmente un'ampia collezione di porcellane cinesi”. Ed ha ricordato quando il popolo cinese e statunitense si sono trovati fianco a fianco, nella lotta “Oltre 80 anni fa, il popolo cinese e quello americano si sono trovati fianco a fianco nella lotta contro gli aggressori militaristi giapponesi. Insieme abbiamo aperto la famosa rotta aerea "The Hump" sopra l'Himalaya. Durante la Guerra di Resistenza contro l'aggressione giapponese, i soldati e i civili cinesi hanno salvato centinaia di piloti americani a costo di centinaia di migliaia di vite cinesi. Un'amicizia simile, forgiata nel sangue e nel fuoco, vivrà sicuramente attraverso le generazioni”.

Xi ha anche ricordato la politica di normalizzazione dei rapporti fra i due Paesi, avviata da Mao e Nixon.

Ed ha concluso il suo discorso ricordando come i due Paesi abbiano compiuto passi significativi e che occorre coltivare “i bellissimi fiori dell'amicizia tra Cina e Stati Uniti”, per scrivere “un nuovo capitolo” delle relazioni amichevoli fra i due Paesi.

Un sincero discorso di pragmatismo e pace, in quest'epoca di divisioni e tumulti, promosso dal leader di ormai pressoché la maggiore potenza al mondo, che fonda il suo successo proprio sulla pace, il pragmatismo e la volontà di costruire una “comunità dal futuro condiviso per l'umanità”.

Non stupisce, anzi, che Melania Trump, nata e cresciuta nella Jugoslavia socialista di Tito, nel 1970, abbia dichiarato a Fox News: “Sono cresciuta sotto il comunismo e, onestamente, non mi è mancato niente. Ho avuto un'infanzia bellissima”. Anche se, certo, aggiunge che “Non si era liberi come qui negli Stati Uniti oggi”.

Ma questo significa però anche che non c'erano ragazzi armati che, come purtroppo accade negli USA, possono arrivare a compiere stragi nelle scuole: alla faccia della "libertà" di oggi! Anche questo andrebbe detto e ricordato.

Melania finisce per contraddire, ad ogni modo e in sostanza, la retorica propagandistica di suo marito e di settori della politica statunitense, spesso suprematista e di destra, che bollerebbero chiunque non la pensi come loro o sia vagamente “di sinistra”, come “comunista”.

Il comunismo e il socialismo, in sostanza, non sono un insulto. Spesso la Storia ha dimostrato che sono pragmatismo, sovranità nazionale e giustizia sociale al servizio della comunità.

La Cina ce lo ricorda praticamente ogni giorno.

Luca Bagatin

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martedì 15 settembre 2026

Dalla parte giusta della Storia: la sfida dei BRICS all'ordine unipolare. Articolo di Luca Bagatin

Il Presidente cinese Xi Jinping ha partecipato, dal 12 al 13 settembre, al XVIII vertice dei BRICS, che si è svolto nella capitale dell'India, Nuova Delhi.

Al vertice, presieduto dal Primo Ministro indiano Nerendra Modi, hanno partecipato, fra gli altri, il Presidente della Federazione Russa, Vladimir Putin; il Presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa; il Presidente dell'Iran, Masoud Pezeshkian; il Presidente dell'Egitto Abdel Fattah El-Sisi; il Ministro degli Esteri brasiliano Mauro Vieira.

Il Presidente cinese Xi ha sottolineato il vigore e la vitalità dei Paesi BRICS nel corso degli anni, sottolineando come essi siano la piattaforma di cooperazione più influente per i Paesi in via di sviluppo ed i mercati emergenti.

Egli ha spiegato come il Sud del mondo stia guadagnando terreno e come la tendenza verso un mondo multipolare sia inarrestabile. Di pari passo con il declino dell'unilateralismo e delle politiche di potenza, che vorrebbero contrastare tale ascesa.

Il presidente Xi ha spiegato come i BRICS debbano schierarsi dalla parte giusta della Storia, impegnandosi per guidare l'ordine internazionale verso equità e giustizia, lavorando assieme per costruire una comunità dal futuro condiviso per l'umanità.

Egli ha rilevato come i BRICS debbano rafforzare la loro cooperazione nell'ambito dell'Intelligenza Artificiale, incoraggiando l'open source, la trasparenza e la condivisione, partecipando all'Organizzazione mondiale per la cooperazione sull'IA.

Xi Jinping ha altresì sottolineato la necessità che i BRICS sostengano pace e stabilità globali, lavorando per una sicurezza comune globale, cooperativa e sostenibile, che si opponga alla mentalità della Guerra Fredda e al confronto tra i blocchi, contrastando la violazione della sovranità di altri Paesi e l'ingerenza nei loro affari interni.

Egli ha anche puntato il dito contro ogni forma protezionistica a livello commerciale e ha esortato i Paesi BRICS a lavorare in tal senso, ovvero per un sistema commerciale multilaterale e aperto.

Per quanto riguarda la situazione in Medio Oriente, il Presidente cinese ha affermato, nel suo discorso: “La situazione in Medio Oriente rimane complessa e in continua evoluzione. Questa guerra ha inflitto gravi perdite alle popolazioni di tutti i Paesi della regione ed è contraria agli interessi comuni della comunità internazionale. Ho formulato quattro proposte per la salvaguardia e la promozione della pace e della stabilità in Medio Oriente, volte alla de-escalation, alla fine delle ostilità e alla promozione della pace. Le parti interessate dovrebbero attenersi alla via della soluzione politica e adoperarsi per un cessate il fuoco permanente e globale. Occorre prestare attenzione ad affrontare i problemi alla radice, a ricostruire la fiducia tra i paesi della regione e a stabilire una nuova architettura di sicurezza. La questione palestinese è sempre al centro della questione mediorientale e la via fondamentale da seguire è l'attuazione della soluzione dei due Stati e la realizzazione della coesistenza pacifica tra Palestina e Israele. La Cina collaborerà con gli altri membri dei BRICS per svolgere un ruolo adeguato nel portare pace e tranquillità in Medio Oriente”.

Il XVIII vertice ha adottato una dichiarazione congiunta di 140 punti dal titolo “Costruire per la resilienza, l'innovazione, la cooperazione e la sostenibilità”, che prevede un impegno per una governance globale inclusiva, volta al rafforzamento del multilateralismo, della sicurezza internazionale e ragionale, che auspichi la pace e sittolinea la necessità di una crescita economica globale e sostenibile.

Nella dichiarazione si è fatto esplicito riferimento alla Conferenza afro-asiatica di Bandung, in Indonesia, del 1955, che proclamò principi generali quali l'uguaglianza, l'indipendenza, il non intervento e il mutuo vantaggio. E proprio tale spirito funge da punto di riferimento dei BRICS, oggi.

Nella dichiarazione congunta si chiede l'attuazione delle Risoluzioni dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e del Consiglio di Sicurezza, che richiedono a tutte le parti del mantenimento del cessate il fuoto e il pieno accesso umanitario nella Striscia di Gaza.

La dichiarazione esprime anche profonda preoccupazione per le continue violenze a Gaza e lo sfollamento forzato dei palestinesi nella Stroscia e chiede la creazione di uno Stato di Palestina “sovrano, indipendente e vitale entro i confini internazionalmente riconosciuti del 1967, che includevano la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, con Gerusalemme Est come capitale, al fine di realizzare la visione di due Stati che vivono fianco a fianco, in pace e sicurezza”.

La dichiarazione congiunta dei Paesi BRICS ha ribadito, inoltre, il proprio sostegno a Cuba affermando: “Sottolineando il carattere dell’America Latina e dei Caraibi come zona di pace, fondata sul rispetto reciproco, sulla risoluzione pacifica delle controversie e sul non intervento, esprimiamo profonda preoccupazione per la situazione relativa a Cuba a causa dell’inasprimento delle misure di blocco unilaterali contro il Paese, dei loro effetti negativi sull’economia cubana, sulle forniture energetiche e del preoccupante impatto umanitario sul popolo cubano. A questo proposito, ribadiamo la necessità di porre fine alle misure economiche, commerciali e finanziarie contro Cuba in conformità con la Risoluzione A/RES/80/4 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite”.

Luca Bagatin

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giovedì 3 settembre 2026

Vertice SCO, Xi Jinping rilancia cooperazione e multilateralismo per un nuovo ordine globale. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 1 settembre 2026 si è tenuto a Bishkek, capitale del Kirghizistan, il 26esimo vertice dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO).

Il summit, che ha visto la presenza del Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres, è stato presieduto dal Presidente del Kirghizistan, Sadyr Zhaparov e ha visto protagonisti i leader degli Stati membri di tale organizzazione, fra i quali il Presidente della Bielorussia Aleksandr Lukashenko; il Primo Ministro indiano Narendra Modi; il Presidente dell'Iran Masoud Pezeshkian; il Presidente del Kazakistan Kassym-Jomart Tokayev; il Primo Ministro del Pakistan Muhammad Shehbaz Sharif; il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin; il Presidente del Tagikistan Emomali Rahmon; il Presidente dell'Uzbekistan Shavkat Mirziyoyev; il Segretario Generale della SCO Nurlan Yermekbayev e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping.

Quest'ultimo ha pronunciato un importante discorso, nel quale ha sottolineato, fra le altre cose, che quest'anno ricorre il 25esimo anniversario della SCO e ha delineato le sue prospettive presenti e future: “Quest'anno ricorre il 25° anniversario dell'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai. Venticinque anni fa, facendo i conti con le dure lezioni della Guerra Fredda, affrontando le reali minacce provenienti da forze terroristiche, separatiste ed estremiste e ascoltando le sincere aspirazioni del mondo alla pace e allo sviluppo, i Paesi della nostra regione giunsero a un consenso generale sulla necessità di collaborare per tutelare la sovranità, la sicurezza e gli interessi di sviluppo. La nostra organizzazione è nata in questo contesto e ha dimostrato un vigore e una vitalità sempre maggiori.

Negli ultimi 25 anni, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) ha compiuto un percorso straordinario. Il suo più grande successo è stato quello di crescere costantemente fino a diventare un nuovo tipo di organizzazione di cooperazione regionale, con la più vasta estensione territoriale e la maggiore popolazione, e un enorme potenziale di sviluppo. Il suo patrimonio spirituale più prezioso è stato quello di aver introdotto e da allora di aver costantemente seguito lo Spirito di Shanghai, basato su fiducia reciproca, mutuo vantaggio, uguaglianza, consultazione, rispetto per la diversità delle civiltà e ricerca dello sviluppo comune. La sua esperienza più importante in materia di cooperazione è stata quella di aver trovato la giusta via di coesistenza, caratterizzata da non alleanza, non scontro e senza prendere di mira terze parti, consentendo ai paesi della regione di costruire insieme una casa comune.

Venticinque anni dopo, una trasformazione senza precedenti da un secolo sta accelerando in tutto il mondo. Si intensifica la rivalità tra dialogo e confronto, tra strategia vincente per tutti e gioco a somma zero, tra multilateralismo e unilateralismo. L'ombra della guerra continua a incombere sul mondo. In un momento così cruciale, con il futuro dell'umanità in gioco, l'Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) dovrebbe farsi avanti per assumersi la propria responsabilità storica e guidare il corso degli eventi”, ha spiegato il Presidente Xi.

Egli, in particolare, ha presentato quattro linee guida da seguire: 1)“promuovere una globalizzazione economica inclusiva e universalmente vantaggiosa”, consolidando e migliorando al contempo la cooperazione regionale; 2) “contrastare con fermezza le tre forze del terrorismo, del separatismo e dell'estremismo, della criminalità organizzata transnazionale, del traffico di droga e delle frodi nel settore delle telecomunicazioni”; 3) “rimanere fedeli a un approccio incentrato sulle persone e consolidare le basi per un'amicizia duratura (…) apprezzare appieno le peculiarità di ogni Paese nella sua storia, cultura, sistema sociale e fase di sviluppo, e costruire reti di cooperazione tra parlamenti, partiti politici, istituzioni educative, think tank, imprese e media, al fine di promuovere gli scambi non governativi e rafforzare il buon vicinato e l'amicizia tra gli Stati membri; 4) “adoperarci per una governance più equa e ordinata. Dobbiamo sempre sostenere che tutti i Paesi, indipendentemente dalle loro dimensioni, sono uguali e che le questioni regionali devono essere discusse da tutti i Paesi per colmare le divergenze e costruire un consenso, gestire adeguatamente le divergenze attraverso il dialogo e la consultazione e affrontare le sfide comuni attraverso la collaborazione multilaterale”.

Per quanto riguarda i conflitti in corso nel mondo, il Presidente cinese, nel suo discorso, ha spiegato che: “Per quanto riguarda l'Ucraina, il Medio Oriente, l'Afghanistan e altre questioni critiche a livello internazionale e regionale, la Cina si dichiara pronta a rafforzare la comunicazione e il coordinamento con tutte le parti, a continuare ad affrontare sia i sintomi che le cause profonde di tali problematiche e a promuovere una soluzione politica”.

Gli Stati membri dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) hanno, in conclusione, delineato una visione di maggiore cooperazione in un contesto internazionale segnato da conflitti, instabilità economica, crisi energetiche e alimentari, cambiamenti climatici e nuove sfide tecnologiche.
Al centro della dichiarazione conclusiva c’è il sostegno al multilateralismo e al ruolo delle Nazioni Unite, con l’obiettivo di promuovere un sistema internazionale più rappresentativo, equo e multipolare.

I Paesi della SCO hanno dichiarato di opporsi alle logiche di contrapposizione e alle misure unilaterali, sostenendo la soluzione diplomatica delle controversie e il principio di una sicurezza indivisibile.

Gli Stati membri hanno dichiarato di voler rafforzare la cooperazione contro terrorismo, separatismo, estremismo, criminalità organizzata e traffico di droga, anche attraverso il potenziamento delle strutture permanenti della SCO e delle esercitazioni congiunte.
Particolare attenzione è stata dedicata alle nuove dimensioni della sicurezza: cyberspazio, infrastrutture digitali e intelligenza artificiale.

La SCO, nel documento sottoscritto dagli Stati membri, chiede una maggiore cooperazione internazionale per contrastare la criminalità informatica, difendere la sovranità degli Stati nel cyberspazio e sostenere un uso sicuro e responsabile dell’IA.
La dichiarazione ha ribadito, inoltre, l’opposizione alla militarizzazione dello spazio e alla corsa agli armamenti spaziali, sostenendo nuovi strumenti internazionali giuridicamente vincolanti.

Sul nucleare, gli Stati membri confermano il sostegno al Trattato di non proliferazione e al disarmo, insieme al diritto di tutti i Paesi di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici.
Relativamente alla situazione in Medio Oriente, la SCO ha condannato gli attacchi militari contro l’Iran, ribadendo il principio della sovranità e dell’integrità territoriale iraniana e chiedendo una soluzione politica e diplomatica delle tensioni.
La dichiarazione sottolinea, inoltre, che una soluzione “completa ed equa” della questione palestinese è considerata indispensabile per la stabilità del Medio Oriente.
Per quanto concerne l’Afghanistan, la SCO conferma il sostegno a un Paese indipendente, neutrale e pacifico, libero da terrorismo, guerra e droga, sottolineando che la formazione di un governo realmente inclusivo rappresenta una condizione essenziale per una stabilità duratura.
Sul fronte economico, la SCO punta a rafforzare il commercio multilaterale, le catene di approvvigionamento regionali e la cooperazione economica tra i Paesi membri.

Tra le priorità figurano infrastrutture, trasporti, corridoi logistici, commercio elettronico, dogane, industria, agricoltura ed energia.
Gli Stati membri sostengono, inoltre, la costruzione della Belt and Road Initiative e il suo coordinamento con l’Unione Economica Eurasiatica. Viene dato spazio anche all'aumento dei pagamenti in valute locali, alla cooperazione finanziaria e alla riforma delle istituzioni finanziarie internazionali, con l’obiettivo di aumentare il peso dei Paesi in via di sviluppo.
Altro aspetto oggetto della dichiarazione è stato il
progetto della futura Banca di sviluppo della SCO, la cui istituzione resta oggetto di consultazioni tra gli Stati membri.
La cooperazione fra i Paesi membri, inoltre, viene estesa anche alle questioni ambientali e sociali.

I Paesi della SCO intendono intensificare gli interventi contro il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità, la gestione delle emergenze e la ricostruzione dopo le calamità.
Nel settore sanitario vengono indicate come priorità la medicina d’urgenza, la telemedicina, la prevenzione delle malattie infettive e una maggiore condivisione delle competenze. Anche istruzione, ricerca scientifica, innovazione e formazione dei giovani assumono un ruolo crescente.
La dichiarazione dedica, infine, ampio spazio alla cooperazione culturale e agli scambi tra i popoli, attraverso iniziative nel campo della letteratura, del patrimonio culturale, dello sport e delle attività giovanili. 

L'obiettivo dichiarato per la nuova fase è proseguire nell'attuazione della Strategia di sviluppo della SCO fino al 2035, consolidando la pace e la stabilità regionale e promuovendo uno sviluppo più equilibrato e multipolare

Luca Bagatin

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