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mercoledì 15 ottobre 2025

Thomas Sankara, eroe socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

 

Era il 15 ottobre 1987, quando il Presidente del Burkina Faso – Thomas Sankara – fu ucciso, nell'ambito del colpo di Stato organizzato dal suo ex compagno d'armi Blaise Campaoré, con l'appoggio degli USA, della Francia e dei militari liberiani.

Sankara fu e rimane un simbolo per i popoli del Terzo Mondo africani. Un simbolo panafricano di riscatto e emancipazione.

Burkina Faso, significa, letteralmente, “paese degli uomini integri”. Così come integro fu sempre Sankara, salito al potere a soli 35 anni, attraverso una rivoluzione senza spargimento di sangue, esattamente come avvenne in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi.

Sankara nacque il 21 dicembre 1949 da una famiglia povera burkinabé. Il suo sogno, sin da bambino, fu che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e che tutti potessero vivere in pace, con due pasti al giorno.

Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.

Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.

Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.

Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.

Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.

Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.

Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.

Un programma che consistette in: una massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; in una massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, al fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari e una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.

Programma ambizioso e in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.

Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto peraltro anche dal Partito Radicale di Marco Pannella che lanciò in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.

La vita e l'esempio di Sankara, portato avanti dall'attuale Presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, che combatte tanto contro l'imperialismo neocoloniale francese, che contro il terrorismo islamista, ci spiegano, per moltissimi versi, le vere cause del fenomeno migratorio di oggi, che è frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi. I quali continuano a invadere e destabilizzare Paesi sovrani, a sanzionarli, a vendere loro armi. E obbligano i Paesi poveri ad indebitarsi, attraverso le criminali politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, già ampiamente denunciate da Sankara stesso.

Sankara rimane un simbolo per i popoli liberi e sue lotte, che sono ancora oggi le lotte dei panafricani, meritano rispetto e concreta attuazione. Affinché il suo sacrificio eroico non sia stato vano.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 24 aprile 2025

Socialismo, ovvero gestione dell'economia a beneficio della comunità. Articolo di Luca Bagatin


Da troppi decenni, purtroppo, la parola stessa “socialismo” o non viene utilizzata, oppure viene utilizzata a sproposito. Almeno nei Paesi UE e, più in generale, nel cosiddetto Occidente liberal capitalista.

Appena si parla di socialismo, ovvero di gestione dell'economia da parte della comunità, a beneficio della stessa, si viene accusati di estremismo o di...comunismo (come se il comunismo fosse, in sé, una bestemmia).

I veri estremisti, solitamente, sono invece coloro i quali muovono determinate accuse. Solitamente si tratta di liberal capitalisti che, l'economia, vogliono sia gestita da pochi e a beneficio di pochi.

Ovvero coloro i quali, la comunità, vogliono metterla in vendita, oppure l'hanno già venduta.

Alle multinazionali e al grande capitale finanziario, che veicola bisogni indotti attraverso la pubblicità commerciale e che privatizza ogni cosa. Sanità compresa.

Ovvero coloro i quali vorrebbero, nei fatti, negare i diritti umani fondamentali delle persone.

Come hanno fatto con i Paesi dell'Est europeo – a partire dagli Anni '90 - e tutti gli altri, sottomettendone sovranità politica, economica e sociale.

Ho i miei dubbi che, dalle nostre parti si possa ricostituire qualcosa di socialista, più che altro perché mancano tre aspetti fondamentali: formazione (conoscenza, alla base di tutto); coraggio; capacità di analisi; volontà di andare oltre il proprio orticello e quindi di comprendere che, fare in modo di stare bene tutti, anziché solamente noi stessi, è il modo più efficace ed efficiente per vivere, far vivere il prossimo e far prosperare la comunità nella quale si vive.

Questi concetti li hanno compresi solamente i socialisti seri. In Europa quelli slovacchi e moldavi, qualche britannico come Jeremy Corbyn, i neo-bonapartisti francesi e i socialisti latinoamericani, panafricani, russi e cinesi.

Nella Storia, sia italiana, che europea e mondiale, moltissimi sarebbero gli esponenti socialisti ai quali ispirarsi. Solo apparentemente diversi fra loro, ma unicamente perché hanno vissuto in epoche e contesti culturali diversi.

Ad ogni modo, molti di costoro, li ho descritti nel mio saggio “Ritratti del Socialismo” (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/670930/ritratti-del-socialismo), nel quale invito anche a recuperare gli ideali e propositi socialisti, mazziniani, anarchici e marxisti della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864), attualizzandoli, osservando gli esempi socialisti emancipatori, autogestionari e efficienti di America Latina e Repubblica Popolare Cinese.

Pensiamo a filosofi, ma anche condottieri e politici quali Pierre-Joseph Proudhon, Pierre Leroux, Paul Lafargue, Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini, Aleksandr Herzen, Luigi Napoleone Bonaparte, Mario Bergamo, Randolfo Pacciardi, Ernesto Rossi, Roberto Tremelloni, Juan Domingo Peron, Sandino, Hugo Chavez, Mu Ammar Gheddafi, Thomas Sankara, Josip Broz Tito, Deng Xiaoping, Bettino Craxi e molti altri.

Cosa elaborarono costoro, pur di nazionalità, cultura e epoche diverse, se non un socialismo largo e senza equivoci, anticapitalista e riformatore al contempo, ove al centro vi era la comunità, la sovranità, l'efficienza pubblica, l'autogestione, la collaborazione fra lavoratori e, in particolare, l'unione fra capitale e lavoro, posti nelle stesse mani?

Socialismo è questa roba qui.

Proprietà pubblica dei settori chiave dell'economia (telecomunicazioni, energia, trasporti, banche, industria pesante, settore militare, sanità e istruzione).

Promozione dell'autogestione delle imprese (azionariato popolare, proprietà delle imprese di chi vi lavora).

Promozione dell'efficienza, contro ogni monopolio e spreco.

Promozione della cooperazione internazionale, del multipolarismo, di un commercio aperto e libero fra Paesi.

Promozione di una società ordinata, fondata sul principio di autorità e di rispetto per le persone, in particolare per i più deboli. Con pene molto severe e inappellabili per chi commette reati contro la persona, in particolare contro le persone più deboli.

Promozione dell'educazione e della formazione delle persone. Dalla culla fino all'età matura.

Promozione della giustizia sociale fra le persone e fra gli Stati.

Promozione di un mondo più unito e inclusivo.

Promozione della laicità dello Stato e lotta ai fondamentalismi religiosi.

Nulla, insomma, di trascendentale e nulla che molti Paesi, già sopra citati e non liberal capitalisti, non conoscano già da molti decenni.

Qui da noi si sono solamente perduti questi concetti, per lasciare spazio a una UE oligarchica, non democratica, a guida tedesca (e a unico beneficio della Germania, che il socialismo lo ha abbandonato da quel dì), sostenuta da vere estreme destre e pseudo sinistre liberal capitaliste.

E abbiamo scelto di rimanere sottomessi ai Presidenti USA di turno, che il socialismo lo hanno sempre perseguitato, perché ostacolo alle classi ricche, oligarchiche e suprematiste bianche le cui lobby economiche li sostengono.

Il mondo di oggi, ad ogni modo, è sempre più interconnesso e multipolare.

La demografia condanna l'Occidente liberal capitalista e anche le sue classi politiche, sempre meno colte, efficienti e lungimiranti.

E' il momento del Sud del mondo, che, se guidato dal socialismo, può essere portatore di rinascita e benessere diffuso, come già vediamo grazie al Presidente brasiliano Lula e a quello cinese Xi Jinping.

E' il momento di riannodare i fili di un socialismo largo, efficiente, efficace, serio e che non ha dimenticato la Storia e le sue lezioni.

Luca Bagatin

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giovedì 15 ottobre 2020

15 ottobre 1987: viene ucciso Thomas Sankara, Presidente degli uomini integri. Articolo di Luca Bagatin

Era il 15 ottobre 1987, quando il Presidente del Burkina Faso – Thomas Sankara – fu ucciso, nell'ambito del colpo di Stato organizzato dal suo ex compagno d'armi Blaise Campaoré, con l'appoggio degli USA, della Francia e dei militari liberiani.

Sankara fu e rimane un simbolo per i popoli del Terzo Mondo africani. Un simbolo panafricano di riscatto e emancipazione.

Burkina Faso, significa, letteralmente, “paese degli uomini integri”. Così come integro fu sempre Sankara, salito al potere a soli 35 anni, attraverso una rivoluzione senza spargimento di sangue, esattamente come avvenne in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi.

Sankara nacque il 21 dicembre 1949 da una famiglia povera burkinabé. Il suo sogno, sin da bambino, fu che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e che tutti potessero vivere in pace, con due pasti al giorno.

Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.

Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.

Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.

Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.

Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.

Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.

Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.

Un programma che consistette in: una massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; in una massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, al fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari e una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.

Programma ambizioso e in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.

Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto peraltro anche dal Partito Radicale di Marco Pannella che lanciò in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.

L'esempio e la vita di Sankara ci spiegano, per moltissimi versi, le vere cause del fenomeno migratorio di oggi, che è frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi. I quali continiuano a invadere e destabilizzare Paesi sovrani, a sanzionarli, a vendere loro armi. E obbligano i Paesi poveri ad indebitarsi, attraverso le criminali politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, già ampiamente denunciate da Sankara stesso.

Sankara sembra essere sconosciuto, dai nostri popoli, ma rimane un simbolo per i popoli liberi.

Le sue lotte, che sono ancora oggi le lotte dei panafricani, meritano rispetto e concreta attuazione. Affinché il suo sacrificio eroico non sia stato vano.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 20 giugno 2019

Due belle recensioni ad "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" di Luca Bagatin, scritte da due lettrici

Desidero ringraziare Patrizia Tasselli e Daniela Toschi, due lettrici del mio ultimo saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore", per aver scritto queste loro personali recensioni al mio saggio.
Penso siano andate al Cuore del saggio e mi fa piacere che a scriverle siano state due donne.
Sono due recensioni diverse, scritte come una sorta - direi - di flusso di coscienza.
Daniela ammette di non averlo ancora letto tutto, ma di essere rimasta colpita da alcuni aspetti, che descrive nel suo scritto.
Chiunque volesse acquistare il mio nuovo saggio, chiunque si sia incuriosito, può ordinarlo direttamente a questo link: 
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/ 

Luca Bagatin
 
Lettura piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece non puoi ...
(Patrizia Tasselli)

Lettura piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece non puoi ...
Lettura piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece non puoi ...
Lettura piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece non puoi ...
Alcuni libri si divorano, altri si vivono o si viaggiano. Ecco perché non ho ancora finito di leggere “Amore e Libertà” di Luca Bagatin: sto facendo un viaggio impegnativo in questo libro e ora ho bisogno di sostare. Ho provato un paio di volte a riprendere il cammino ma mi distraggo, perché il pensiero mi ritorna a una storia che vi ho letto, una delle tante qui riportate: la storia di Mario Appignani (“Cavallo Pazzo”). Non la conoscevo. Una terribile dimenticanza se penso che questo personaggio ha sfiorato la vita di tanti e anche la mia. Non lo avevamo visto, ed è gravissimo. E’ un sassolino tagliente nelle scarpe che per ora mi impedisce di proseguire.
Il viaggio in questo libro è iniziato come tanti altri. Lo ordino, mi arriva a casa, lo apro partendo dalla fine, mi soffermo su ciò che cattura la mia attenzione. In questo caso è stato il capitolo “Prendimi l’anima”: un film sulla storia d’amore tra Sabina Spielrein e Carl Gustav Jung. Straordinario che qualcuno si soffermi su questo film di Faenza del 2002, straordinario come la vita dei due protagonisti. Perché il film più recente che li riguarda, “A Dangerous Method” di David Cronenberg, mi è sembrato al confronto deludente. Per Luca Bagatin questo film e la vicenda narrata hanno un significato particolare, che condivido. Dovrei parlare con l’autore del mio entusiasmo per la “Tumbalalaika”, canzone tradizionale yiddish che accompagna due delle scene più belle del film di Faenza: dal 2002 questa canzone accompagna eventi importanti della mia vita. E’ una canzone che descrive l’Amore, la difficoltà e la potenza dell’Amore. Un ragazzo chiede a una ragazza:
Meydl, meydl, ch'vel bay dir fregen,
Vos kan vaksn, vaksn on regn?
Vos kon brenen un nit oyfhern?
Vos kon benken, veynen on treren?
Cosa può crescere senza pioggia, ardere per molti anni, cosa è che desidera e piange senza lacrime? E la ragazza risponde che è l’amore che può crescere senza pioggia, che può ardere per molti anni, che desidera e piange senza lacrime.
Mi si impone subito una sosta: cerco il video di quella volta che ho ballato la tumbalalaika a una festa con mia madre che ancora usciva da casa e con una ragazzina rumena cui volevo molto bene, amica di mio nipote, che ora, dopo la crisi, ha dovuto di nuovo migrare per cercare lavoro e fortuna in un altro paese europeo, che non le piace perché c’è sempre buio e freddo, e deve lavorare dodici ore al giorno, dice, ma deve farlo… Amore, libertà e giustizia sociale sono strettamente legati, forse ha ragione l’autore. E poi cerco il video della rappresentazione teatrale che ho scritto con la Bianca: il regista, Enzo, aveva inserito la Tumbalaika alla fine, quando gli attori salutano il pubblico e il pubblico applaude.
Procedo nel viaggio. Altri film. Questi non li ho visti. Parlano di Cristo. Poco conosciuti ma significativi. Distrazione. Mi metto a guardare le scene dell’interrogatorio di Cristo nel film russo sottotitolato in italiano tratto dal “Maestro e Margherita” di Bulgakov. Sublime.
Vado avanti con la lettura. Immigrazione. Condivido il pensiero dell’autore. Thomas Sankara. Mi fa piacere trovarlo qui. Credevo di sapere tutto di lui. E invece no. Non sapevo che era diventato amico di Marco Pannella, che era venuto in Italia nei pochi anni in cui era presidente del Burkina Faso, dal 1984 al 1987 (solo quattro anni, prima di essere tradito e assassinato) e aveva incontrato i radicali. Ero distratta in quegli anni: cosa facevo? La mente divaga. Ho perso molto. Quante cose lasciamo indietro e le scopriamo solo quando è troppo tardi!
Ed ecco Gheddafi, il suo libro verde. Per me Gheddafi era il dittatore della Libia, un sanguinario, come ce lo dipingevano i media. Ma il mio amico africano professore di letteratura nella capitale di uno sperduto paese africano mi spiegò con pazienza che no, non era così, e un mio amico fiorentino aveva scritto un libro profetico, uno di quei libri che nessuno pubblica volentieri e ben pochi leggono, “La Libia sull’orlo del vulcano”, e anche lui cercò di convincermi che no, non era così come dicevano i media: lui la Libia la conosceva bene. E così riuscii a capire, e volevo far qualcosa ma non potevo far niente. Ogni tanto sento ancora un assurdo senso di colpa, una morsa allo stomaco, come se tutto quello che accadde allora e che è accaduto dopo fosse stato causato dalla mia dabbenaggine. Assurdo.
Pier Paolo Pasolini. Alexander Dugin. Descrizioni vive, l’autore va al punto.
Mi trovo in compagnia di una folla di personaggi che, negli anni, hanno catturato il mio interesse; che sono rimasti, come i ciottoli sulla spiaggia quando la marea si ritira (immagine non mia, ma tratta da una poesia d’amore di Bulgakov: diamo a Cesare quel che è di Cesare, anche se, come dice giustamente Luca Bagatin, il diritto d’autore andrebbe abolito “al fine di eliminare il monopolio intellettuale e liberare la creatività diffusa che esso oggi opprime”).
Basta, un sacco di gente, guarda caso tutte pietre miliari del mio viaggio spirituale, se la mia vita può definirsi tale, ma credo di sì, come ogni vita.
Continuo a sfogliare, dalla fine all’inizio e dall’inizio alla fine (io faccio così, leggo in libertà quando un libro me lo permette), aumentando la folla e l’affollamento mentale.
Ed ecco un personaggio che non conosco. O meglio che non ricordo. L’ho solo intravisto senza sapere chi fosse, che storia avesse. Mario Appignani detto “Cavallo pazzo”. Uno scorcio sulla realtà che non vorremmo mai vedere. Quanto è facile maltrattare i bambini. Fino a che punto si possono maltrattare i bambini, senza motivo. Fino a farli morire dal freddo nudi su un terrazzo come punizione di qualche innocente malefatta, per poi nascondere il cadavere e con questo sentirsi la coscienza a posto. Lo fanno proprio coloro che dovrebbero proteggerli e che predicano l’Amore. Mai storia mi aveva tanto impressionata, quale rivelatrice di crudeltà e indifferenza quotidiane, da quella volta che avevo letto “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt. Però la storia qui rivelata non si svolge nell’Irlanda povera del primo dopoguerra, ma in un orfanotrofio della fiorente Italia della mia generazione. Il suo libro, “Un ragazzo all’inferno”. Quanti lo avranno letto? Io no…
Provo ad andare avanti nel viaggio, ma non ci riesco per ora. Ho questo sassolino tagliente nella scarpa, che mi ferisce e mi distrae ogni volta che apro il libro. Ho bisogno di una sosta.
Mi succede a volte così, con questi libri (quando ne capitano) che diventano un viaggio, che vengono assorbiti nella vita.
Torno col pensiero a Sabina Spielrein. La marea doveva averle lasciato, come ciottoli sulla sabbia, l’amore per i bambini: andò a studiare a Ginevra nell’Istituto di Claparede, conobbe Piaget…
Di lei ho letto begli articoli, importanti. Quello che preferisco, il più noto, è “La distruzione come causa della nascita”. Lo cita anche Freud perché credo che sia stata proprio lei la prima ad ipotizzare la pulsione di morte. In questo articolo, Sabine sostiene che la nascita implica distruzione. Insomma l’amore è anche distruzione, ma quest’ultima pare conditio sine qua non della nascita. Probabile che queste sue riflessioni siano state sollecitate dalla storia disastrosa con Jung, che tuttavia risultò feconda per entrambi. Ha ragione Luca Bagatin. L’amore è creazione, e la creazione è libertà, e la libertà è amore etc…
Tutte le pagine che ho letto sin qui, i personaggi incontrati sin qui, rivendicano amore, libertà e giustizia sociale. Oppure ci dicono cosa accade quando amore, libertà e giustizia sociale mancano o sono rinnegati, traditi.
E’ un libro importante, definitivo. Un viaggio necessario.
(Daniela Toschi)

sabato 17 febbraio 2018

Riflessioni panafricane (alternative al neocolonialismo liberale, allo sfruttamento e all'immigrazione quale fenomeno padronale)

Il fenomeno migratorio, nei secoli, è servito sempre ai potenti per depotenziare gli oppressi.
"La tua terra è feccia, povera, vai via" nel mentre loro saccheggiano tesori e dignità, salvo schiavizzare l'indigeno nei loro Paesi.
L'immigrazione era prima un'arma dei coloni, oggi del capitalismo coloniale.
Con in testa il mito dell'emigrazione la nostra lotta non sarebbe mai nata.
Una volta una suora belga mi chiese "perché ti curi tanto della tua terra?"
"Per non lasciare che siate solo voi a curarvene"" risposi.



(Samora Machel, ex Presidente socialista del Mozambico indipendente ed eroe panafricano)



"L'imperialismo è un sistema di sfruttamento che si esprime non solo nella forma brutale della conquista armata del territorio. L'imperialismo si presenta spesso in forme più sottili: un prestito, aiuti alimentari, ricatti. Stiamo combattendo questo sistema che consente a un pugno di uomini sulla Terra di governare tutta l'umanità".


(Thomas Sankara, ex Presidente socialista del Burkina Faso ed eroe panafricano)

Questa mattina quando sono uscito di casa ho visto un extracomunitario pulire le strade del quartiere di sua spontanea iniziativa, chiedendo l'elemosina.
Mi ha fatto riflettere.
Mi ha fatto riflettere del fatto che noi uomini bianchi abbiamo costretto queste persone a emigrare dal loro Paese, attraverso guerre e nuove forme di colonizzazione economica. E nel nostro Paese cosa abbiamo fatto ? Abbiamo ridotto la spesa per i servizi pubblici, fra cui quello della nettezza urbana.
Senza rendercene conto stiamo doppiamente sfruttando i più deboli e stiamo abolendo totalmente il pubblico.
L'elemosina e l'immigrazione non dovrebbero proprio esistere. Sono fenomeni di sfruttamento tipici del sistema capitalista e liberale.
Del peggior sistema totalitario odierno, che sembriamo non voler vedere.
C è chi dice che gli immigrati ci pagano le pensioni, ma questo è vero solo perché i politicanti liberali hanno ridotto il ruolo dello Stato nei servizi pubblici. Che infatti vanno a rotoli.
È il liberalismo, bellezza.
Per questo dico più Eurasia e più Africa unite all' Europa e all'America Latina socialiste nella lotta contro il mondialismo liberale ! 


(Luca Bagatin)



(clikka per poterlo leggere) 

lunedì 14 agosto 2017

Libertà, dignità, comunità, socialismo nelle riflessioni di Michéa, De Benoist e Sankara

Ogni vittoria della sinistra corrisponde obbligatoriamente a una sconfitta del socialismo.
(Jean-Claude Michéa, da "Pour en finir avec le XXI siècle", prefazione all'edizione francese de "La cultura del narcisismo"di Christopher Lasch)

Il liberalismo, affermando che le azioni egoistiche in definitiva giovano al benessere di tutti, contribuisce alla distruzione delle basi morali.
(Alain De Benoist, da "Populismo" Arianna Editrice 2017)

Produrre in Africa, trasformare in Africa, consumare in Africa. Produciamo quello di cui abbiamo bisogno e consumiamo quello che produciamo, invece di importarlo.Il Burkina Faso è venuto a mostrare qui la cotonnade, prodotta in Burkina Faso, tessuta in Burkina Faso, cucita in Burkina Faso per vestire i burkinabé. La mia delegazione ed io stesso siamo vestiti dai nostri tessitori, dai nostri contadini. Non c’è un solo filo che venga d’Europa o d’America. Non faccio una sfilata di moda ma vorrei semplicemente dire che dobbiamo accettare di vivere africano. E’ il solo modo di vivere liberi e degni.
(Thomas Sankara, dal discorso sul debito all'Organizzazione per l'Unità Africana del 29 luglio 1987)
 


venerdì 7 aprile 2017

L'illuminato Marco Pannella nel saggio biografico di Giovanni Negri. Articolo di Luca Bagatin

Marco Pannella, l'abruzzese ammaliatore, il bastian contrario, il goliarda, l'attento agli ultimi, lo statista da marciapiedie, il patriarca di un partito che fu anche la sua famiglia. Con queste ed altre parole lo descrive Giovanni Negri, il compagno di battaglie radicali a cavallo fra la fine degli Anni '70 ed i primi Anni '90, che oggi, con “L'illuminato – vita e morte di Marco Pannella e dei radicali” edito da Feltrinelli, ne è anche biografo.
Biografo atipico, Giovanni Negri, che utilizza un linguaggio a tratti da letterato e traccia di Pannella quegli aspetti meno conosciuti al grande pubblico, quelli più privati, persino più teneri e toccanti.
Giovanni Negri, proprio nell'introduzione al suo saggio, ovvero alla biografia postuma del leader radicale, ricorda che “Marco era nato due volte”. La prima il 2 maggio 1930, la seconda molti anni dopo, quando lo stesso Negri scorse sulle vene dei polsi di Pannella delle cicatrici. E fu così che Pannella gli raccontò che: “Un giorno mi dissi che alla vita non potevo più dare nulla, che non ero più necessario”. Fu allora che rinacque, evitando il suo suicidio e da allora si ripeterà sempre: “Amo troppo la vita per avere paura della morte”.
E sarà così che Pannella, riprendendo in mano il Partito Radicale dei Liberali e dei Democratici di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, ridarà vita ad un partito nuovo, che sarà un vero e proprio inno alla vita, alla felicità, a rischio talvolta della morte – certo – a causa dei prolungati digiuni atti a rappresentare quella nonviolenza di matrice gandhiana incarnata dai nuovi radicali.
Nuovi radicali apprezzati dallo scrittore Elio Vittorini – che ne diverrà Presidente – amati da Pier Paolo Pasolini, decantati da Leonardo Sciascia, che nelle loro file sarà eletto deputato al Parlamento.
Ma andiamo con ordine e torniamo al saggio di Giovanni Negri che, come egli stesso scrive, non si sente un biografo in sé, ma si sente di raccontare ciò che ha vissuto in prima persona, da giovanissimo militante e dirigente radicale, poi allontanatosi da quel partito per diverse ragioni.
Negri ci racconta del Pannella giovane giornalista de “Il Giorno”, corrispondente dall'Algeria, il quale aveva di già abbracciato la causa algerina. Un giornalista militante, certo, che abbandonerà presto il giornalismo per la politica incontrata già sui banchi di scuola nell'Unione Goliardica Italiana e nella gioventù liberale e, successivamente, nel primo Partito Radicale del 1955, fondato appunto da Pannunzio e Rossi. Partito anticlericale e che per primo denunciò i potentati economici ed il malaffare politico dilagante.
Pannella il laico e anticlericale, dunque, ma anticlericale credente “in altro che nel potere”, ovvero dai saldi principi spirituali che lo porterà, negli anni, a diventare amico personale del Dalai Lama, di Papa Wojtila e di Papa Francesco, pur su posizioni di forte critica dell'apparato clericale.
Il giovane Pannella amico di Benedetto Croce ed Ugo La Malfa che sembra una “bestia rara” fra gli ex del Partito d'Azione, liberali, repubblicani del Partito Radicale pannunziano e che parla un linguaggio strano, diverso. Lancia infatti temi quali il divorzio, l'aborto, l'abolizione del Concordato con la Chesa cattolica, il disarmo, il controllo delle nascite. Temi destinati a diventare il fulcro del dibattito politico degli anni a venire.
Pannella, ci racconta Negri, diventò pannelliano, per così dire, già da ragazzo. Allorquando visse in Alta Savoia ed allora era ospite di una famiglia ove vive Emile, che non vuole fare il militare in quanto dice che è una stupidaggine, ed assiste anche alle continue litigate dei suoi genitori. In un colpo solo - il giovane Pannella - scopre dunque l'obiezione di coscienza ed il divorzio e scopre che questi aspetti fanno parte della realtà quotidiana, tanto quanto i sentimenti e sarà allora che diventerà quel “protestante in terra di Controriforma” che sarebbe sempre stato.
E' così che, mentre il primo Partito Radicale muore per mancanza di voti, Pannella rilancia un partito nuovo, che diventerà poi il partito dei diritti civili, delle libertà sessuali, dei giovani, delle donne, degli omosessuali, dei verdi, dei libertari, degli yippie, delle prostitute, delle pornodive, degli emarginati. Ma anche il “partito delle nonne”, come amava ricordare lo stesso Pannella. Nonne che gli davano il voto perché, meglio di altri, capivano il suo linguaggio e comprendevano la necessità di un'Italia diversa, meno ipocrita, più libera, più civile ed umana.
E' così che il Partito Radicale di Pannella presenta per la prima volta le sue liste alle elezioni del 20 giugno 1976, anni dopo la vittoria della battaglia sul divorzio, che i radicali avevano promosso e contribuito a far vincere assieme ai socialisti, ai repubblicani ed ai liberali.
In quell'occasione ecco eletti quattro deputati radicali: Pannella, Adele Faccio, Mauro Mellini ed Emma Bonino destinati a scolvolgere il Parlamento negli anni a venire ed ecco avanzare le battaglie sull'obiezione di coscienza al servizio militare, il voto ai diciottenni, le marce antimilitariste, le prime denunce sulle deviazioni dell'Eni, le denunce contro l'Omni e gli orfanotrofi lager...
L'Italia scopre dunque un leader ed un partito diverso: un partito non di massa, non di classe, nonviolento, libertario, che spaventa il monolitismo conservatore sia della Democrazia Cristiana che del bacchettone Partito Comunista Italiano, che vede via via perdere consensi in particolare fra i giovani e le donne.
Quello di Pannella è anche il partito che denuncia gli aborti clandestini “di massa e di classe”, il partito delle autodenunce attraverso la trasformazione delle sedi radicali in centri di aiuto per le donne che vogliono abortire e, finalmente, della legge che porterà a legalizzare l'aborto nel 1978, grazie sempre al contributo del socialista Loris Fortuna – già autore della legge sul divorzio - e dei partiti laici.
Pannella è, come ricorda, Negri, anche il leader che dialoga con tutti e fa infuriare in comunisti anche perché dialoga amabilmente con il movimento presidenzialista e repubblicano Nuova Repubblica, fondato dal partigiano mazziniano Randolfo Pacciardi.
Ma Marco Pannella è anche il leader che guarda lontano e guarda a quei popoli martoriati dal colonialismo e dal neocolonialismo, ovvero al Terzo Mondo. E qui Giovanni Negri ricorda la battaglia degli Anni'80 condotta dal Partito Radicale contro lo sterminio per fame nel Terzo Mondo ed a tal proposito, come feci personalmente anche sul sito della rivista socialista rivoluzionaria francese “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr/15-octobre-1987-15-octobre-2016-29e-anniversaire-de-disparition-de-thomas-sankara), ricordai la battaglia comune di Pannella e del Presidente del Burkina Faso Thomas Sankara (poi iscrittosi al Partito Radicale) il quale sarà il primo a criticare aspramente le politiche del Fondo Monetario Internazionale. Ricordo ancora le foto dell'incontro degli stessi Pannella e Negri con il Presidente Sankara, che ho anche riportato sul mio blog (http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/05/thomas-sankara-e-la-rivoluzione.html).
Purtroppo quella battaglia, che avrebbe voluto elevare all'1,4% la quota di aiuti allo sviluppo dell'Italia e per la quale saranno coinvolte numerose personalità di livello internazionale, sarà perduta a causa dell'assoluta mancanza di volontà del Parlamento.
Eppure l'idea di Pannella, raccontata nel saggio di Negri, è suggestiva: dichiarare una vera e propria guerra alla fame, attraverso la convocazione dei Ministri preposti: Difesa, Esteri, Sanità e Lavori pubblici i quali, con i capi di stato maggiore, dovrebbero concordare un programma operativo ed una data di scadenza con l'obiettivo di salvare per dodici mesi la vita di quattro milioni di persone nel Terzo Mondo.
Pannella è dunque un lucido utopista che si scontra contro l'ottusità e l'egoismo umano e politico.
E' il Pannella che si ispira al radicalismo ed alla religiosità di Don Romolo Murri, fondatore della Fuci e del primo movimento che in Italia prenderà il nome di Democrazia Cristiana. Un prete anticlericale sospeso poi a divinis e scomunicato nel 1909, dopo essersi candidato nelle file della Lega Democratica, allora rappresentante dei radicali e dei laici.
E' anche il Pannella che si disinteressa del denaro e dei beni materiali e che aborrisce il consumismo al punto che il suo Partito Radicale, checchè ne scrivano i media, è un partito assai morigerato, sempre alla ricerca di finanziamenti subito spesi in battaglie e campagne civili e referendarie.
E' il Pannella dei digiuni, come Gandhi, che sceglie questo strumento di lotta nonviolenta per affermare la libertà di tutti, il rispetto delle regole, la verità della parola e non sarà compreso, spesso, nell'epoca del terrorismo e della violenza di piazza o di Stato, come quella compiuta contro la giovanissima Giorgiana Masi, il 12 maggio 1977, uccisa nell'ambito di una manifestazione pacifica del Partito Radicale per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio e sulla cui vicenda il Partito Radicale redigerà unlibro bianco, ricordato dallo stesso Negri, nel quale si dimostrerà che la giovane è stata uccisa da forze dell'ordine infiltratesi fra i manifestanti.
E' il Pannella che alla violenza, dunque, risponde sempre con la nonviolenza, con il sorriso, con la ricerca del dialogo e della verità.
E' il Pannella della legalizzazione della cannabis e del Partito Radicale Trasnazionale.
E' il Pannella che, ad ogni modo, come scrive lo stesso Giovanni Negri, nel corso degli Anni '90, finirà forse per diventare un po' autoreferenziale, attraverso la sua Lista Pannella ed i continui dialoghi (fra sordi) con Berlusconi e poi con Prodi.
Oggi che Pannella non c'è più ed il mondo radicale è letteralmente diviso in due, non rimane molto se non quelle battaglie che meritano di essere ricordate e fatte conoscere ai giovani.
Giovanni Negri, in conclusione del suo saggio, elogia la modernità. Personalmente, invece, mi sento di criticarla e di evidenziarne i limiti. La modernità, oggi, si è trasformata in precarietà da una parte ed in superficialità dall'altra. Non è positivo che oggi il tempo medio di attenzione di un ventenne di fronte ai contenuti di una schermata video su internet venga calcolato in un secondo (per citare una frase dello stesso Negri nel saggio). Non è positivo che i ventenni di oggi, per non parlare di noi quarantenni, siano (e siamo) condannati alla precarietà ed all'insicurezza sociale.
La modernità, oggi, appare essere questa qui.
E' forse il caso di porsi qualche domanda e di ricercare, anche in quelle battaglie radicali delle origini (che parlavano anche di autogestione socialista), oltre che nella nostra Storia, chiavi di lettura diverse e non necessariamente proiettate verso un presente ed un futuro edonistico/tecnologico. Bensì in un presente ed in un futuro che ricerchino, piuttosto, qualche cosa che si è preduto, forse da secoli, ovvero un rinnovato contatto fra essere umano e Natura, fra essere umano ed i suoi simili, attraverso il sentimento e l'amore.
Una delle ultime frasi di Marco Pannella prima di morire e con la quale lo vorrei ricordare, è stata infatti: “Grazie, grazie dell'amore, quello conta; l'odio è per i poveri stronzi”.

Luca Bagatin

giovedì 2 febbraio 2017

Immigrazione = nuova deportazione

Ci hanno abituati a credere che l'immigrazione sia un fenomeno normale e da incoraggiare.
Invece è un dramma e una forma di deportazione di origine padronale e neo-schiavista generata dal totalitarismo capitalista.
Un fenomeno da arrestare.

(Luca Bagatin) 



mercoledì 4 maggio 2016

Thomas Sankara e la Rivoluzione burkinabé. Articolo di Luca Bagatin


Burkina Faso: letteralmente “paese degli uomini integri”. Integri come lo fu il Presidente che diede questo nome all'Alto Volta, Paese africano di oltre 17 milioni di abitanti per una superficie totale di 274.000 km.
Stiamo parlando di Thomas Sankara, il Presidente degli ultimi e degli umili. Salito al potere a soli 35 anni attraverso una rivoluzione liberatrice senza spargimento di sangue.
Thomas Sankara, nato il 21 dicembre 1949 da una povera famiglia burkinabé, fin da bambino aveva un sogno: che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e tutti potessero vivere in pace e con due pasti al giorno.
Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.
Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.
Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.
Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.
Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.
Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.
Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.
Ma, andiamo con ordine: che cosa fa di Sankara un vero rivoluzionario ed un politico modello ? In che cosa consistette il suo ambiziosissimo programma ?
Nella massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; nella massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, alla fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari ed una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.
Programma ambizioso ed in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, Blaise Campaoré, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.
Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto anche dagli amici del Partito Radicale di Marco Pannella che lanciarono in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.
Ecco che l'esempio e la vita di Sankara ci spiegano le vere cause dell'immigrazionismo di oggi, che sono frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi che sarebbe ora facessero finalmente un “mea culpa” e la smettessero di invadere Paesi sovrani; la smettessero di vendere loro le armi; la smettessero di destabilizzare governi legittimi solo perché non la pensano come loro; la smettessero di far indebitare i Paesi poveri attraverso le politiche criminali della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale.
Ci vorrebbero, in sostanza, più Thomas Sankara e meno Christine Lagarde; più Fidel Castro e meno Dominique Strauss-Khan; più Mu'Ammar Gheddafi, più José Mujica, più Marco Pannella e meno Barak Obama, Blair, Bush, Sarkozy, Hollande e via discorrendo, che hanno prodotto miseria, corruzione, immigrazionismo, ovvero vere e proprie deportazioni moderne di esseri umani da sfruttare nelle imprese di casa nostra.
Ci vorrebbe più umanità. Parrebbe semplice e forse lo è. Basterebbe iniziare a discuterne. Ma la democrazia autentica, forse, è ancora troppo sconosciuta, specie in quei Paesi occidentali che, illusoriamente, si credono “democratici”.

Luca Bagatin