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sabato 20 gennaio 2024
"Ritratti del Socialismo", ultimo saggio di Luca Bagatin. Intervista di Maddalena Celano all'Autore
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venerdì 24 aprile 2020
"Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore": un saggio per un nuovo modello di sviluppo
L'ultimo saggio di Luca Bagatin - "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" - uscito ormai quasi un anno fa, ma oggi più attuale che mai, è praticamente incentrato su un nuovo modello di
sviluppo. Che sovverta l'economia e la politica, perché mira a
sovvertire prima di ogni cosa il modo di pensare e di vivere dell'essere umano.E' una denuncia del capitalismo, ma anche la promozione del socialismo latinoamericano, panafricano, eurasiatico.
E' la promozione della decrescita economica, del superamento della dittatura del danaro e della schiavitù del lavoro salariato.
E' la rinascita dell'ambiente e della Natura.
E' possibile leggerne gratuitamente alcuni stralci al seguente link e acquistarlo, unicamente in formato cartaceo, unicamente al seguente link:
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venerdì 14 febbraio 2020
Buon San Valentino anticapitalista !
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giovedì 20 giugno 2019
Due belle recensioni ad "Amore e Libertà - Manifesto per la Civiltà dell'Amore" di Luca Bagatin, scritte da due lettrici
Desidero ringraziare Patrizia Tasselli e Daniela Toschi, due
lettrici del mio ultimo saggio "Amore e Libertà - Manifesto per la
Civiltà dell'Amore", per aver scritto queste loro personali recensioni
al mio saggio.Penso siano andate al Cuore del saggio e mi fa piacere che a scriverle siano state due donne.
Sono due recensioni diverse, scritte come una sorta - direi - di flusso di coscienza.
Daniela ammette di non averlo ancora letto tutto, ma di essere rimasta colpita da alcuni aspetti, che descrive nel suo scritto.
Chiunque volesse acquistare il mio nuovo saggio, chiunque si sia incuriosito, può ordinarlo direttamente a questo link:
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/
Luca Bagatin
Lettura
piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che
non vorresti vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno
pensare, ti costringono a scegliere, che se le condividi sei
costretto a dimezzare le amicizie, quelle che dici non posso e invece
puoi, che vuoi e invece non puoi ...
(Patrizia Tasselli)
Lettura
piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti
vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti
costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare
le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece
non puoi ...
Lettura
piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti
vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti
costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare
le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece
non puoi ...
Lettura
piacevolmente "irritante", ci sono scritte quelle cose che non vorresti
vedere, non vorresti sentire, quelle che ti fanno pensare, ti
costringono a scegliere, che se le condividi sei costretto a dimezzare
le amicizie, quelle che dici non posso e invece puoi, che vuoi e invece
non puoi ...
Alcuni libri si divorano, altri si vivono o
si viaggiano. Ecco perché non ho ancora finito di leggere “Amore e
Libertà” di Luca Bagatin: sto facendo un viaggio impegnativo in questo
libro e ora ho bisogno di sostare. Ho provato un paio di volte a
riprendere il cammino ma mi distraggo, perché il pensiero mi ritorna a
una storia che vi ho letto, una delle tante qui riportate: la storia di
Mario Appignani (“Cavallo Pazzo”). Non la conoscevo. Una terribile
dimenticanza se penso che questo personaggio ha sfiorato la vita di
tanti e anche la mia. Non lo avevamo visto, ed è gravissimo. E’ un
sassolino tagliente nelle scarpe che per ora mi impedisce di proseguire.
Il viaggio in questo libro è iniziato come tanti altri. Lo ordino, mi arriva a casa, lo apro partendo dalla fine, mi soffermo su ciò che cattura la mia attenzione. In questo caso è stato il capitolo “Prendimi l’anima”: un film sulla storia d’amore tra Sabina Spielrein e Carl Gustav Jung. Straordinario che qualcuno si soffermi su questo film di Faenza del 2002, straordinario come la vita dei due protagonisti. Perché il film più recente che li riguarda, “A Dangerous Method” di David Cronenberg, mi è sembrato al confronto deludente. Per Luca Bagatin questo film e la vicenda narrata hanno un significato particolare, che condivido. Dovrei parlare con l’autore del mio entusiasmo per la “Tumbalalaika”, canzone tradizionale yiddish che accompagna due delle scene più belle del film di Faenza: dal 2002 questa canzone accompagna eventi importanti della mia vita. E’ una canzone che descrive l’Amore, la difficoltà e la potenza dell’Amore. Un ragazzo chiede a una ragazza:
Il viaggio in questo libro è iniziato come tanti altri. Lo ordino, mi arriva a casa, lo apro partendo dalla fine, mi soffermo su ciò che cattura la mia attenzione. In questo caso è stato il capitolo “Prendimi l’anima”: un film sulla storia d’amore tra Sabina Spielrein e Carl Gustav Jung. Straordinario che qualcuno si soffermi su questo film di Faenza del 2002, straordinario come la vita dei due protagonisti. Perché il film più recente che li riguarda, “A Dangerous Method” di David Cronenberg, mi è sembrato al confronto deludente. Per Luca Bagatin questo film e la vicenda narrata hanno un significato particolare, che condivido. Dovrei parlare con l’autore del mio entusiasmo per la “Tumbalalaika”, canzone tradizionale yiddish che accompagna due delle scene più belle del film di Faenza: dal 2002 questa canzone accompagna eventi importanti della mia vita. E’ una canzone che descrive l’Amore, la difficoltà e la potenza dell’Amore. Un ragazzo chiede a una ragazza:
Meydl, meydl, ch'vel bay dir fregen,
Vos kan vaksn, vaksn on regn?
Vos kon brenen un nit oyfhern?
Vos kon benken, veynen on treren?
Cosa può crescere senza pioggia, ardere per molti anni, cosa è che desidera e piange senza lacrime? E la ragazza risponde che è l’amore che può crescere senza pioggia, che può ardere per molti anni, che desidera e piange senza lacrime.
Mi si impone subito una sosta: cerco il video di quella volta che ho ballato la tumbalalaika a una festa con mia madre che ancora usciva da casa e con una ragazzina rumena cui volevo molto bene, amica di mio nipote, che ora, dopo la crisi, ha dovuto di nuovo migrare per cercare lavoro e fortuna in un altro paese europeo, che non le piace perché c’è sempre buio e freddo, e deve lavorare dodici ore al giorno, dice, ma deve farlo… Amore, libertà e giustizia sociale sono strettamente legati, forse ha ragione l’autore. E poi cerco il video della rappresentazione teatrale che ho scritto con la Bianca: il regista, Enzo, aveva inserito la Tumbalaika alla fine, quando gli attori salutano il pubblico e il pubblico applaude.
Procedo nel viaggio. Altri film. Questi non li ho visti. Parlano di Cristo. Poco conosciuti ma significativi. Distrazione. Mi metto a guardare le scene dell’interrogatorio di Cristo nel film russo sottotitolato in italiano tratto dal “Maestro e Margherita” di Bulgakov. Sublime.
Vado avanti con la lettura. Immigrazione. Condivido il pensiero dell’autore. Thomas Sankara. Mi fa piacere trovarlo qui. Credevo di sapere tutto di lui. E invece no. Non sapevo che era diventato amico di Marco Pannella, che era venuto in Italia nei pochi anni in cui era presidente del Burkina Faso, dal 1984 al 1987 (solo quattro anni, prima di essere tradito e assassinato) e aveva incontrato i radicali. Ero distratta in quegli anni: cosa facevo? La mente divaga. Ho perso molto. Quante cose lasciamo indietro e le scopriamo solo quando è troppo tardi!
Ed ecco Gheddafi, il suo libro verde. Per me Gheddafi era il dittatore della Libia, un sanguinario, come ce lo dipingevano i media. Ma il mio amico africano professore di letteratura nella capitale di uno sperduto paese africano mi spiegò con pazienza che no, non era così, e un mio amico fiorentino aveva scritto un libro profetico, uno di quei libri che nessuno pubblica volentieri e ben pochi leggono, “La Libia sull’orlo del vulcano”, e anche lui cercò di convincermi che no, non era così come dicevano i media: lui la Libia la conosceva bene. E così riuscii a capire, e volevo far qualcosa ma non potevo far niente. Ogni tanto sento ancora un assurdo senso di colpa, una morsa allo stomaco, come se tutto quello che accadde allora e che è accaduto dopo fosse stato causato dalla mia dabbenaggine. Assurdo.
Pier Paolo Pasolini. Alexander Dugin. Descrizioni vive, l’autore va al punto.
Mi trovo in compagnia di una folla di personaggi che, negli anni, hanno catturato il mio interesse; che sono rimasti, come i ciottoli sulla spiaggia quando la marea si ritira (immagine non mia, ma tratta da una poesia d’amore di Bulgakov: diamo a Cesare quel che è di Cesare, anche se, come dice giustamente Luca Bagatin, il diritto d’autore andrebbe abolito “al fine di eliminare il monopolio intellettuale e liberare la creatività diffusa che esso oggi opprime”).
Basta, un sacco di gente, guarda caso tutte pietre miliari del mio viaggio spirituale, se la mia vita può definirsi tale, ma credo di sì, come ogni vita.
Continuo a sfogliare, dalla fine all’inizio e dall’inizio alla fine (io faccio così, leggo in libertà quando un libro me lo permette), aumentando la folla e l’affollamento mentale.
Ed ecco un personaggio che non conosco. O meglio che non ricordo. L’ho solo intravisto senza sapere chi fosse, che storia avesse. Mario Appignani detto “Cavallo pazzo”. Uno scorcio sulla realtà che non vorremmo mai vedere. Quanto è facile maltrattare i bambini. Fino a che punto si possono maltrattare i bambini, senza motivo. Fino a farli morire dal freddo nudi su un terrazzo come punizione di qualche innocente malefatta, per poi nascondere il cadavere e con questo sentirsi la coscienza a posto. Lo fanno proprio coloro che dovrebbero proteggerli e che predicano l’Amore. Mai storia mi aveva tanto impressionata, quale rivelatrice di crudeltà e indifferenza quotidiane, da quella volta che avevo letto “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt. Però la storia qui rivelata non si svolge nell’Irlanda povera del primo dopoguerra, ma in un orfanotrofio della fiorente Italia della mia generazione. Il suo libro, “Un ragazzo all’inferno”. Quanti lo avranno letto? Io no…
Provo ad andare avanti nel viaggio, ma non ci riesco per ora. Ho questo sassolino tagliente nella scarpa, che mi ferisce e mi distrae ogni volta che apro il libro. Ho bisogno di una sosta.
Mi succede a volte così, con questi libri (quando ne capitano) che diventano un viaggio, che vengono assorbiti nella vita.
Torno col pensiero a Sabina Spielrein. La marea doveva averle lasciato, come ciottoli sulla sabbia, l’amore per i bambini: andò a studiare a Ginevra nell’Istituto di Claparede, conobbe Piaget…
Di lei ho letto begli articoli, importanti. Quello che preferisco, il più noto, è “La distruzione come causa della nascita”. Lo cita anche Freud perché credo che sia stata proprio lei la prima ad ipotizzare la pulsione di morte. In questo articolo, Sabine sostiene che la nascita implica distruzione. Insomma l’amore è anche distruzione, ma quest’ultima pare conditio sine qua non della nascita. Probabile che queste sue riflessioni siano state sollecitate dalla storia disastrosa con Jung, che tuttavia risultò feconda per entrambi. Ha ragione Luca Bagatin. L’amore è creazione, e la creazione è libertà, e la libertà è amore etc…
Tutte le pagine che ho letto sin qui, i personaggi incontrati sin qui, rivendicano amore, libertà e giustizia sociale. Oppure ci dicono cosa accade quando amore, libertà e giustizia sociale mancano o sono rinnegati, traditi.
E’ un libro importante, definitivo. Un viaggio necessario.
(Daniela Toschi)
Vos kan vaksn, vaksn on regn?
Vos kon brenen un nit oyfhern?
Vos kon benken, veynen on treren?
Cosa può crescere senza pioggia, ardere per molti anni, cosa è che desidera e piange senza lacrime? E la ragazza risponde che è l’amore che può crescere senza pioggia, che può ardere per molti anni, che desidera e piange senza lacrime.
Mi si impone subito una sosta: cerco il video di quella volta che ho ballato la tumbalalaika a una festa con mia madre che ancora usciva da casa e con una ragazzina rumena cui volevo molto bene, amica di mio nipote, che ora, dopo la crisi, ha dovuto di nuovo migrare per cercare lavoro e fortuna in un altro paese europeo, che non le piace perché c’è sempre buio e freddo, e deve lavorare dodici ore al giorno, dice, ma deve farlo… Amore, libertà e giustizia sociale sono strettamente legati, forse ha ragione l’autore. E poi cerco il video della rappresentazione teatrale che ho scritto con la Bianca: il regista, Enzo, aveva inserito la Tumbalaika alla fine, quando gli attori salutano il pubblico e il pubblico applaude.
Procedo nel viaggio. Altri film. Questi non li ho visti. Parlano di Cristo. Poco conosciuti ma significativi. Distrazione. Mi metto a guardare le scene dell’interrogatorio di Cristo nel film russo sottotitolato in italiano tratto dal “Maestro e Margherita” di Bulgakov. Sublime.
Vado avanti con la lettura. Immigrazione. Condivido il pensiero dell’autore. Thomas Sankara. Mi fa piacere trovarlo qui. Credevo di sapere tutto di lui. E invece no. Non sapevo che era diventato amico di Marco Pannella, che era venuto in Italia nei pochi anni in cui era presidente del Burkina Faso, dal 1984 al 1987 (solo quattro anni, prima di essere tradito e assassinato) e aveva incontrato i radicali. Ero distratta in quegli anni: cosa facevo? La mente divaga. Ho perso molto. Quante cose lasciamo indietro e le scopriamo solo quando è troppo tardi!
Ed ecco Gheddafi, il suo libro verde. Per me Gheddafi era il dittatore della Libia, un sanguinario, come ce lo dipingevano i media. Ma il mio amico africano professore di letteratura nella capitale di uno sperduto paese africano mi spiegò con pazienza che no, non era così, e un mio amico fiorentino aveva scritto un libro profetico, uno di quei libri che nessuno pubblica volentieri e ben pochi leggono, “La Libia sull’orlo del vulcano”, e anche lui cercò di convincermi che no, non era così come dicevano i media: lui la Libia la conosceva bene. E così riuscii a capire, e volevo far qualcosa ma non potevo far niente. Ogni tanto sento ancora un assurdo senso di colpa, una morsa allo stomaco, come se tutto quello che accadde allora e che è accaduto dopo fosse stato causato dalla mia dabbenaggine. Assurdo.
Pier Paolo Pasolini. Alexander Dugin. Descrizioni vive, l’autore va al punto.
Mi trovo in compagnia di una folla di personaggi che, negli anni, hanno catturato il mio interesse; che sono rimasti, come i ciottoli sulla spiaggia quando la marea si ritira (immagine non mia, ma tratta da una poesia d’amore di Bulgakov: diamo a Cesare quel che è di Cesare, anche se, come dice giustamente Luca Bagatin, il diritto d’autore andrebbe abolito “al fine di eliminare il monopolio intellettuale e liberare la creatività diffusa che esso oggi opprime”).
Basta, un sacco di gente, guarda caso tutte pietre miliari del mio viaggio spirituale, se la mia vita può definirsi tale, ma credo di sì, come ogni vita.
Continuo a sfogliare, dalla fine all’inizio e dall’inizio alla fine (io faccio così, leggo in libertà quando un libro me lo permette), aumentando la folla e l’affollamento mentale.
Ed ecco un personaggio che non conosco. O meglio che non ricordo. L’ho solo intravisto senza sapere chi fosse, che storia avesse. Mario Appignani detto “Cavallo pazzo”. Uno scorcio sulla realtà che non vorremmo mai vedere. Quanto è facile maltrattare i bambini. Fino a che punto si possono maltrattare i bambini, senza motivo. Fino a farli morire dal freddo nudi su un terrazzo come punizione di qualche innocente malefatta, per poi nascondere il cadavere e con questo sentirsi la coscienza a posto. Lo fanno proprio coloro che dovrebbero proteggerli e che predicano l’Amore. Mai storia mi aveva tanto impressionata, quale rivelatrice di crudeltà e indifferenza quotidiane, da quella volta che avevo letto “Le ceneri di Angela” di Frank McCourt. Però la storia qui rivelata non si svolge nell’Irlanda povera del primo dopoguerra, ma in un orfanotrofio della fiorente Italia della mia generazione. Il suo libro, “Un ragazzo all’inferno”. Quanti lo avranno letto? Io no…
Provo ad andare avanti nel viaggio, ma non ci riesco per ora. Ho questo sassolino tagliente nella scarpa, che mi ferisce e mi distrae ogni volta che apro il libro. Ho bisogno di una sosta.
Mi succede a volte così, con questi libri (quando ne capitano) che diventano un viaggio, che vengono assorbiti nella vita.
Torno col pensiero a Sabina Spielrein. La marea doveva averle lasciato, come ciottoli sulla sabbia, l’amore per i bambini: andò a studiare a Ginevra nell’Istituto di Claparede, conobbe Piaget…
Di lei ho letto begli articoli, importanti. Quello che preferisco, il più noto, è “La distruzione come causa della nascita”. Lo cita anche Freud perché credo che sia stata proprio lei la prima ad ipotizzare la pulsione di morte. In questo articolo, Sabine sostiene che la nascita implica distruzione. Insomma l’amore è anche distruzione, ma quest’ultima pare conditio sine qua non della nascita. Probabile che queste sue riflessioni siano state sollecitate dalla storia disastrosa con Jung, che tuttavia risultò feconda per entrambi. Ha ragione Luca Bagatin. L’amore è creazione, e la creazione è libertà, e la libertà è amore etc…
Tutte le pagine che ho letto sin qui, i personaggi incontrati sin qui, rivendicano amore, libertà e giustizia sociale. Oppure ci dicono cosa accade quando amore, libertà e giustizia sociale mancano o sono rinnegati, traditi.
E’ un libro importante, definitivo. Un viaggio necessario.
(Daniela Toschi)
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lunedì 17 giugno 2019
L'alternativa al totalitarismo materialista e liberale è l'Amore e la Libertà. Ovvero una possibile Civiltà dell'Amore. Articolo di Luca Bagatin
Tematiche come la
sovranità nazionale, il populismo, l'impagabilità – per gli Stati
– del debito pubblico, la tutela dell'ambiente e delle culture, il
superamento del capitalismo, sono di scottante attualità in questi
ultimi mesi e anni.
Da diversi anni, con il
presente blog ne sto parlando diffusamente – andando al di là
delle ideologie e contrapponendomi alle visioni borghesi e moderniste
della destra e della sinistra, sorte con la Rivoluzione Francese del
1789, la quale escluse del tutto il Quarto Stato, ovvero i proletari
e i contadini.
Da tempo assistiamo a un
nuovo avanzare - oltre che a un nuovo risveglio - dei ceti
neo-proletari, ovvero dei precari, dei disoccupati, degli sfruttati
dal sistema economico capitalista e finanche di quei soggetti
costretti ad abbandonare il proprio luogo di origine per cercare –
spesso invano – un “futuro migliore”.
Di tutto ciò ho avuto
modo entusiasticamente di sentire parlare anche nelle recenti
conferenze romane del filosofo russo Aleksandr Dugin e anche
nell'ambito di alcuni circoli socialisti della Capitale che,
finalmente, hanno iniziato a parlare di tali tematiche oltre la
destra e la sinistra.
Da una ventina di giorni
ho dato alle stampe il mio terzo saggio, “Amore e Libertà –
Manifesto per la Civiltà dell'Amore”, che raccoglie gli articoli
che in questi anni ho scritto e relativi proprio a tali tematiche di
attualità, sia a livello politico, storico, geopolitico.
Occorre un risveglio
delle coscienze e la prospettiva di una nuova civiltà. Quella che
definisco, appunto, Civiltà dell'Amore. Che combatta l'atavica paura
dell'uomo per tutto ciò che lo circonda. Che lo liberi dall'egoismo,
dal materialismo, dall'odio e dalla violenza, dal razzismo,
conseguenze proprio della mente razionale/materiale nella quale
l'essere umano è imprigionato e portatrice di ideologie totalitarie,
non ultima quella liberale.
Recupero dunque, sotto il
profilo storico/politico del populismo delle origini, ovvero del
socialismo originario della Prima Internazionale dei Lavoratori e di
quello russo di matrice contadina, il quale anticipò di qualche
tempo la Rivoluzione bolscevica.
Recupero di una
dimensione spirituale dell'esistenza, anti-materialista, gnostica,
teosofica, oltre i dogmi religiosi e che vada a riscoprire la natura
Divina dell'essere umano, degli animali e delle piante che lo/ci
circondano e di ogni essere senziente o non senziente.
Recupero della dimensione
comunitaria, sociale, morale dell'essere umano in comunione con la
Natura e con tutti i suoi simili.
Un percorso che ha una
profonda base psicologica e interiore e che vuole essere una forma di
risveglio dei poteri latenti dell'essere umano, delle sue capacità
artistiche e spirituali, che sono aspetti molto più importanti e
potenti del materialismo di matrice politica e economica.
In questo senso, nel mio
saggio, mi sono rifatto al pensiero, alla vita e agli studi di
personalità solo apparentemente eterogenee, ma unite da un filo
rosso/bianco, come rosso/bianco è il simbolo di questa possibile
Civiltà dell'Amore (rosso, il colore del socialismo e della
passione, simbolo della Libertà; bianco il colore della purezza del
cuore, simbolo dell'Amore): Giordano Bruno; Anita e Giuseppe
Garibaldi; Giuseppe Mazzini; Simon Bolivar; Evita e Juan Peron;
Gabriele d'Annunzio; Pier Paolo Pasolini; Alain De Benoist,
Jean-Claude Michéa, Aleksandr Dugin, Eduard Limonov, Moana Pozzi,
Thomas Sankara; Mario Appignani; Adriano Celentano, Hugo Chavez; José
“Pepe” Mujica e molti, molti altri.
Mi auguro che i miei
testi possano essere utili, nel loro piccolo, ad un risveglio
interiore e ad una riflessione più profonda su tematiche che
spaziano dai temi etici sino alla geopolitica. Risveglio interiore e
riflessione/discussione interore, che sono le uniche basi per un possibile cambiamento
della vita quotidiana di ciascuno di noi.
Luca Bagatin
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mercoledì 13 giugno 2018
E' uscita l'ultima raccolta di poesie di Massimiliano Giannocco: "Baluginii", con prefazione di Luca Bagatin
E'
uscita in questi giorni l'ultima raccolta di poesie dell'amico
Massimiliano Giannocco dal
titolo "Baluginii" e della quale ho curato la prefazione,
che colgo l'occasione per pubblicare qui di seguito.
Per
informazioni e acquisti del testo al seguente link:
https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/poesia/411752/baluginii/
L. B.
Prefazione di Luca Bagatin a "Baluginii" di Massimiliano Giannocco
Quelli di Massimiliano Giannocco sono
baluginii di vita. Timidi bagliori di speranza in un mondo in
decadenza.
I baluginii della lirica di Giannocco
sono richiami al Divino, ai suoi Angeli, all'innocenza. Sono richiami
all'onestà ed all'eterna legge morale che dovrebbe regolare ogni
civiltà degna di questo nome.
Sono baluginii, ovvero timide luci,
timidi chiarori in un mondo fatto d'opportunismo e indifferenza. Sono
richiami ad una civiltà antica, forse non del tutto perduta, ma
sicuramente dimenticata in un'epoca materialista senza più contezza
delle sue radici, della sua Storia, dei suoi Avi.
Sono versi spesso introspettivi,
avvolti di spleen baudelairiano, consapevoli dell'abisso e
dell'inferno terreno, ma che vorrebbero ricercare una via d'uscita,
guardando verso il cielo, il sublime e finanche il dionisiaco,
rappresentato da menadi bramose e da una Venere dalla turgide labbra.
Tutto pur di sfuggire alla "morte diurna delle menti",
all'appiattimento della vita moderna quotidiana !
Anche nelle descrizioni liriche dei
paesaggi si scorge una profonda nostalgia per l'antico. Per l'Antica
Urbe "dove son vaghi i ricordi del disordine
cittadino, dove ville patrizie e rocciosi manieri han per vivace
decoro"; per
gli italici borghi medievali ove i castelli troneggiavano imperiosi,
come fari maestosi a far da guida ai naviganti; per i paesaggi
medievali medesimi dell'Italia centro-meridionale, con le loro vigne,
i loro verdi ulivi e le antiche masserie.
L'Autore
sembra quindi rifuggire dalla modernità dell'Italia d'oggi, che non
rammenta il suo glorioso passato ed ove a prevalere sembrano essere i
mediocri.
Quello
che ho inteso del messaggio di Massimiliano Giannocco, attraverso le
sue liriche, ciò che in sostanza mi ha trasmesso, è un pensiero a
tratti pessimista ma non domo, non addomesticato. Un messaggio che,
forse, in questo momento storico può far riflettere per la carica di
nostalgia che esso rappresenta.
Rappresenta
un pensiero conservatore ma, forse proprio per questo, rivoluzionario
in un contesto ove il degrado della modernità ha ucciso ogni
coscienza critica, ogni senso di comunità e di appartenenza.
Da
Massimiliano Giannocco, ideologicamente, mi dividono molte cose. Più
che altro è forse l'approccio alle questioni che ci divide. Egli è
legato fondamentalmente al concetto di individuo e di libertà
assoluta dell'individuo, mentre io non posso non tenere conto del
fatto che l'individuo è un essere pensante posto all'interno di una
comunità e che senza la consapevolezza di ciò non vi può essere
alcuna ricerca della libertà.
Ciò
che potrebbe unirci è il rifiuto, ad ogni modo, della modernità che
annichilisce le menti e che, volendo essa sradicare gli esseri umani
e renderli dei senza storia, dei senza patria, toglie loro ogni senso
del Sacro, del Divino e dunque li priva della loro intima libertà,
che è interiore prima ancora che esteriore. Che è una libertà
collettiva, aggiungerei io, per quanto l'Autore di questi versi non
sarebbe d'accordo con questa mia ultima affermazione.
Penso
che questo non sarà che l'inizio di una serie di raccolte poetiche
che l'Autore ci donerà.
Il
lettore, dalla lettura delle sue liriche, non potrà che trarne fonte
di meditazione ed ispirazione.
Luca
Bagatin
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