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domenica 14 giugno 2026

Oltre la remigrazione: le questioni che la politica italiana non affronta. Articolo di Luca Bagatin

La remigrazione, storicamente, fu un progetto promosso dal sindacalista e scrittore giamaicano Marcus Garvey (1887 - 1940).

Garvey fu fra i primi promotori del movimento panafricano, fondato sull'unità dei popoli di origine africana e sulla ricerca della loro autodeterminazione e emancipazione, sotto il profilo culturale, politico e economico, affrancandosi dal colonialismo e dal razzismo europeo e statunitense.

Il suo slogan, “L'Africa agli Africani”, andava inquadrato in questo senso ed egli fu fra i primi a teorizzare la nascita di una nazione africana, forte, sovrana e indipendente.

E' in tale ambito che nasce il suo concetto di remigrazione o di “ritorno in Africa” (Back to Africa), ovvero incoraggiare il ritorno volontario in Africa dei popoli che l'avevano dovuta lasciare, in modo da affrancarsi dalle società occidentali e lavorare per costruire una nazione africana nella terra d'origine.

Un progetto spesso boicottato dai governi occidentali, che dal colonialismo e dallo sfruttamento degli africani traevano linfa.

Il panafricanismo di matrice nazionalista di Garvey, ma anche quello di matrice socialista di W. E. B. Du Bois, ad ogni modo, influenzarono molto i movimenti per i diritti civili e personalità politiche quali Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Mu'Ammar Gheddafi e, più recentemente, Kemi Seba.

Fa un certo effetto sentire certa estrema destra italiana parlare di “remigrazione”, utilizzando il termine in chiave propagandistica e ignorandone il significato originario.

Nei suoi programmi e progetti non si fa infatti il minimo accenno alle responsabilità occidentali, né alle guerre di invasione e di rapina condotte ai danni dei popoli del Terzo e Quarto Mondo, che sono tra le principali cause dell'immigrazione di massa.

Aspetto che, peraltro, non viene minimamente trattato nemmeno dalla destra di governo e dalla sedicente sinistra di opposizione, in Italia.

Forse perché l'immigrazione fa comodo alle imprese, che così pagano meno i loro dipendenti immigrati. Forse perché continuiamo ad essere amici di governi che, quelle guerre di esportazione di morte e di rapina, continuano a farle o, come la Francia e/o gli Stati Uniti d'America, continuano ad andare orgogliose del loro passato coloniale e del loro presente neo-coloniale.

Dovrebbe, diversamente, scandalizzare che ci siano ancora forze politiche che agitano spauracchi propagandistici, senza andare al nocciolo della questione.

E sono, purtroppo, la maggioranza assoluta.

Stupisce che si gridi allo scandalo quando a compiere un reato sia un immigrato, ma ci si guardi bene dal farlo quando a commetterlo sia un connazionale.

E così si sottovaluta il pericolosissimo fenomeno delle baby gang, degli stupri, delle violenze domestiche o nelle case di riposo, dei femminicidi. Si pensa di risolvere tutto con misure ridicole come il braccialetto elettronico o gli arresti domiciliari, anziché introdurre e applicare pene severe ed esemplari, che possano prevedere anche la perdita della cittadinanza e l'ergastolo senza appello, per gli stessi cittadini italiani che commettono reati contro la persona, specie se contro minori o anziani o persone non in grado di difendersi.

Si parla a sproposito di “remigrazione”, ma ci si guarda bene dal parlare di difesa dei diritti umani di ogni vittima di violenza. Una violenza sempre più dilagante nelle strade e che non viene minimamente arginata da una classe politica che, propaganda a parte durante il periodo elettorale, si guarda bene dall'intervenire e dal sollevare, seriamente, la questione, ponendola come primo punto dell'agenda politica.

E' mai possibile che esistano Paesi nei quali, se un minore delinque e commette atti di violenza contro una persona, questo va in galera anche a partire dai 12 anni (e, a mio avviso, sarebbe giusto venisse anche inquadrato nell'esercito, al 18esimo anno di età, in modo da potersi rendere utile alla società a vita e imparare la disciplina) e anche i genitori sono puniti con un'ammenda e un percorso di rieducazione, mentre in Italia ciò non avviene?

Senza una società moralizzata e ordinata, non si andrà lontano e le violazioni dei diritti umani delle vittime non faranno che aumentare a dismisura, ma questo, la politica, non lo vuole comprendere né vuole minimamente farsi carico di questo.

Al centro dell'agenda politica vi dovrebbero essere pochi ma seri punti fondamentali, di cui al momento nessuno parla, in questo povero Paese: giustizia sociale, sovranità nazionale, indipendenza economica, ordine e rispetto per il prossimo.

E tutto ciò non è né di destra, né di sinistra, ma, a mio avviso, dovrebbe essere al servizio della comunità.

Una comunità che dovrebbe essere posta, finalmente, al centro. Non in senso politico/ideologico (anche perché ormai, chi si dice di centro, guarda verso la destra estrema), ma pratico e pragmatico.

Luca Bagatin

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mercoledì 15 ottobre 2025

Thomas Sankara, eroe socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

 

Era il 15 ottobre 1987, quando il Presidente del Burkina Faso – Thomas Sankara – fu ucciso, nell'ambito del colpo di Stato organizzato dal suo ex compagno d'armi Blaise Campaoré, con l'appoggio degli USA, della Francia e dei militari liberiani.

Sankara fu e rimane un simbolo per i popoli del Terzo Mondo africani. Un simbolo panafricano di riscatto e emancipazione.

Burkina Faso, significa, letteralmente, “paese degli uomini integri”. Così come integro fu sempre Sankara, salito al potere a soli 35 anni, attraverso una rivoluzione senza spargimento di sangue, esattamente come avvenne in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi.

Sankara nacque il 21 dicembre 1949 da una famiglia povera burkinabé. Il suo sogno, sin da bambino, fu che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e che tutti potessero vivere in pace, con due pasti al giorno.

Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.

Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.

Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.

Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.

Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.

Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.

Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.

Un programma che consistette in: una massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; in una massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, al fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari e una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.

Programma ambizioso e in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.

Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto peraltro anche dal Partito Radicale di Marco Pannella che lanciò in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.

La vita e l'esempio di Sankara, portato avanti dall'attuale Presidente del Burkina Faso, Ibrahim Traoré, che combatte tanto contro l'imperialismo neocoloniale francese, che contro il terrorismo islamista, ci spiegano, per moltissimi versi, le vere cause del fenomeno migratorio di oggi, che è frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi. I quali continuano a invadere e destabilizzare Paesi sovrani, a sanzionarli, a vendere loro armi. E obbligano i Paesi poveri ad indebitarsi, attraverso le criminali politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, già ampiamente denunciate da Sankara stesso.

Sankara rimane un simbolo per i popoli liberi e sue lotte, che sono ancora oggi le lotte dei panafricani, meritano rispetto e concreta attuazione. Affinché il suo sacrificio eroico non sia stato vano.

Luca Bagatin

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venerdì 1 agosto 2025

Summit dei Movimenti di Liberazione in Sudafrica. Il Presidente Ramphosa: "Sostenere la visione di un ordine mondiale multipolare, multiculturale, equo, inclusivo e giusto". Articolo di Luca Bagatin

 

Dal 25 al 28 luglio scorso, in Sudafrica, a Johannesburg, si è tenuto il Summit dei Movimenti di Liberazione, ospitato dall'African National Congress (ANC), partito di governo socialista democratico e populista di sinistra.

Al Summit erano presenti rappresentanti del Movimento di Liberazione Popolare dell'Angola; dell'Organizzazione Popolare dell'Africa Sudoccidentale della Namibia (SWAPO); del Fronte di Liberazione del Mozambico (FRELIMO); dell'Unione Nazionale Africana dello Zimbabwe - Fronte patriottico (ZANU-PF); del Chama Cha Mapinduzi, ovvero del Partito Rivoluzionario della Tanzania (CCM); del Partito Comunista Cinese; del Partito Comunista di Cuba; del Fronte di Liberazione Nazionale dell'Algeria; del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale del Nicaragua; del Fronte Nazionale del Borswana; del Partito Democratico del Botswana e di Russia Unita. Sono giunti, peraltro, i saluti anche da parte del Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF).

Tema del Summit: “Difendere le conquiste della liberazione, promuovere lo sviluppo socioeconomico integrato, rafforzare la solidarietà per un'Africa migliore”.

Nel suo discorso introduttivo, il Presidente del Sudafrica e leader dell'ANC, Cyril Ramphosa, ha affermato che “Insieme, i nostri movimenti sono stati forgiati nel calderone della lotta anti-apartheid e anticoloniale. Oggi, insieme, dobbiamo essere nuovamente forgiati nel fuoco di una nuova lotta. La lotta per la giustizia sociale ed economica per il nostro popolo, l'unità regionale, l'integrazione e la sovranità in un ordine globale sempre più ostile”.

Egli ha aggiunto che: “Ci riuniamo quest'anno in occasione del 64° anniversario dell'indipendenza della Tanzania, del 50° anniversario dell'Indipendenza di Angola e Mozambico, del 45° anniversario dell'indipendenza dello Zimbabwe e del 35° anniversario dell'indipendenza della Namibia. È un momento non solo di celebrazione, ma anche di riflessione critica. Dobbiamo onorare la memoria dei nostri giganti fondatori: Julius Nyerere, Eduardo Mondlane, Samora Machel, Agostinho Neto, Sam Nujoma, Robert Mugabe, Joshua Nkomo, Kenneth Kaunda, Oliver Tambo, Nelson Mandela e molti altri”.

Il Presidente Ramphosa ha infatti sottolineato che “La loro visione, il loro coraggio, la loro audacia, la loro bravura e il loro sacrificio hanno gettato le basi dell'Africa meridionale libera in cui viviamo oggi. Ricordiamo con profonda riverenza il compagno Sam Nujoma e il compagno Hage Geingob della Namibia, recentemente scomparsi, fedeli sostenitori della SWAPO e combattenti per tutta la vita per la giustizia, l'uguaglianza e la dignità. Anche noi, qui in Sudafrica, ricordiamo il recentemente scomparso David Dabede Mabuza, ex Presidente della Repubblica del Sudafrica e dell'African National Congress”.

Egli ha fatto presente come “l'Europa si è sviluppata attraverso lo stesso sottosviluppo dell'Africa” e come sia necessario “respingere la xenofobia in tutte le sue forme”.

In tal senso ha sottolineato che “La nostra libertà è stata conquistata non solo dalle instancabili lotte dei nostri popoli, ma anche dagli sforzi di persone provenienti da tutto il mondo”.

E come, sulla base di tale esperienza, “riaffermiamo il nostro sostegno ai popoli della Palestina, del Sahara Occidentale e di Cuba. Condanniamo con la massima fermezza i crimini contro l'umanità e il genocidio commessi dallo Stato di apartheid di Israele contro il popolo palestinese. Siamo particolarmente inorriditi dalla deliberata fame inflitta alla popolazione di Gaza.

Chiediamo allo Stato di Israele di consentire l'ingresso e la distribuzione di cibo e aiuti essenziali tra i palestinesi affamati. Chiediamo la fine immediata dei bombardamenti incessanti sui civili e della distruzione delle loro case, dei loro ospedali, dei loro luoghi di culto. Chiediamo al mondo di fermare l'uccisione di bambini e neonati per fame”. Sottolineando come “La nostra posizione rimane molto chiara. La liberazione è indivisibile. Non saremo veramente liberi finché tutti non saremo liberi…”.

Il Presidente Ramphosa ha proseguito affermando che “Dovremmo sostenere la visione di un ordine mondiale multipolare, multiculturale, equo, inclusivo e giusto. Dovremmo chiedere la riforma delle istituzioni di governance politica ed economica globale, la fine delle sanzioni unilaterali e la creazione di un sistema di governance globale giusto, radicato nella dignità e nell'equità. Collaborando con forze affini in tutto il mondo, dobbiamo essere gli architetti del nuovo ordine mondiale che cerchiamo”.

Il capo del Dipartimento internazionale del Partito Comunista Cinese (PCC), Liu Jianchao, è successivamente intervenuto portando i saluti dei 100 milioni di membri del PCC e del Presidente e Segretario Generale Xi Jinping.

Egli ha esaltato la lotta di liberazione economica e di rinascita delle civiltà africane, liberatesi dal giogo del colonialismo europeo, ricordando anche le lotte di Nelson Mandela. Egli ha altresì fatto presente come la stessa Cina abbia affrontato un percorso lungo e difficile verso l'emancipazione e la modernizzazione, che l'ha portata, attraverso la saggia guida del PCC, ad essere la seconda economia del mondo.

Relativamente all'Africa, Liu Jianchao ha affermato che “La Cina sosterrà l'Africa nel coltivare i motori della modernizzazione, vale a dire un'industrializzazione verde, equilibrata e sostenibile, la modernizzazione agricola e una forza lavoro qualificata per trasformare ogni risorsa, le ricche risorse e il dividendo demografico in veri e propri motori di crescita. E la Cina sosterrà l'Africa nel rivitalizzare le civiltà africane e nel trarre forza dalla sua splendida civiltà nel cammino verso la modernizzazione. Come disse una volta il compagno Nelson Mandela, la rinascita africana è ormai più di un'idea”.

E' stato inoltre letto un messaggio da parte del Partito Comunista della Federazione Russa, nel quale si afferma, fra le altre cose, che “Siamo orgogliosi che l'Unione Sovietica, guidata dal Partito Comunista, abbia dato un contributo significativo al sostegno della lotta di liberazione. Migliaia di attivisti dei vostri movimenti hanno ricevuto formazione nelle scuole e nelle università militari dell'allora Unione Sovietica. I nostri ufficiali militari hanno lavorato nei campi del movimento di liberazione in Africa. I diplomatici sovietici hanno difeso i vostri legittimi interessi alle Nazioni Unite. Abbiamo fornito questo supporto nonostante l'Occidente cercasse di etichettarvi come terroristi. Oggi, il potere politico appartiene ai governi democratici che riflettono gli interessi del popolo”.

Secondo i rappresentanti dell'African National Congress, partito che governa il Sudafrica, “L'ANC ritiene che la sopravvivenza politica, economica e culturale dell'eredità di liberazione dell'Africa meridionale richieda un'onesta introspezione, un apprendimento condiviso e un'unità concreta”.

In tal senso “Il Summit promuoverà quadri di collaborazione interpartitica, integrazione regionale, coinvolgimento dei giovani e governance delle risorse sovrane. Riaffermando valori condivisi e rafforzando alleanze, il Summit dei Movimenti di Liberazione del 2025 traccerà un percorso che protegga le conquiste del passato e costruisca al contempo un futuro africano giusto, inclusivo e autodeterminato”.

Il prossimo vertice dei Movimenti di Liberazione africana e panafricana, sarà ospitato dal Partito Rivoluzionario della Tanzania (CCM), che al momento governa in Paese, guidato da Samia Suluhu Hassan e che sarà anche la candidata alle elezioni presidenziali e parlamentari del 29 ottobre prossimo.

L'Africa sovrana e socialista, sostenuta dai BRICS, c'è e ribadisce e sostiene quella giustizia e quell'ordine internazionale equo e giusto, troppo spesso violato da chi ha fatto del colonialismo, del razzismo, del suprematismo e dell'ipocrisia, la sua bandiera.

Luca Bagatin

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giovedì 5 giugno 2025

W. E. B. Du Bois, un intellettuale e attivista socialista per l'emancipazione dell'Africa e degli afroamericani. Articolo di Luca Bagatin

 

Quest'anno ricorrono i 70 anni dalla Conferenza di Bandung, che getterà le basi per riunire, per la prima volta, il Sud del mondo e i Paesi Non Allineati ai blocchi contrapposti.

Conferenza che vide protagonisti e promotori, in particolare, il Premier cinese Zhou Enlai, quello indiano Nehru, Presidente indonesiano Sukarno, quello jugoslavo Tito e il Premier egiziano Nasser e che fu incoraggiata moltissimo dal sociologo, saggista, massone e attivista panafricano William Edward Burghardt Du Bois (1868 – 1963).

E proprio di Du Bois andremo a parlare, anche grazie agli spunti forniti da un agile saggio del prof. Marco Sioli, edito da Sandro Teti, dal titolo “All'ombra di Mao – W. E. B. Du Bois un afroamericano tra URSS, Cina e Africa”.

Du Bois fu figura importante e centrale del panafricanismo mondiale, oltre che del socialismo.

Sociologo, saggista, poeta e scrittore, la sua vita fu profondamente segnata dal razzismo degli USA negli anni nei quali si trovò a vivere.

Ciò lo spinse a lottare per la causa degli afroamericani prima e dei popoli africani poi, oltre che a schierarsi dalla parte dei popoli oppressi, del pacifismo e del socialismo.

Nel dicembre 1910, Du Bois, fu peraltro iniziato alla Massoneria nella Widow Son Lodge No. 1 e il percorso massonico influenzò molto la sua lotta per l’emancipazione degli oppressi.

Nel 1926 viaggiò a Mosca e entrò, per la prima volta, in contatto con il mondo marxista-leninista. Un mondo che lo accettava per ciò che era e non per il colore della sua pelle.

Del comunismo sovietico, la prima cosa che lo impressionò, fu il fatto che questo metteva l'istruzione al primo posto. L'istruzione era alla base della società, ovvero dell'emancipazione sociale e dello sviluppo dell'intelligenza.

In tal senso nei suoi scritti, egli sottolineò sempre come la presenza di un unico partito, nei Paesi comunisti, non andava vista come una mancanza di democrazia, ma come una forma diversa di democrazia. Una democrazia nella quale, attraverso i Soviet dei villaggi, le persone potevano partecipare direttamente alla gestione politica.

Egli, peraltro, si trovò concorde con le idee dei laburisti britannici Sidney e Beatrice Potter Webb, peraltro membri della Società Fabiana, culla del miglior socialismo britannico delle origini.

I coniugi Webb furono ferventi sostenitori del comunismo sovietico, in quanto promotore dell'educazione, dell'emancipazione delle classi lavoratrici, delle donne e garantiva un salario pubblico e condizioni dignitose per tutti.

Oltre a ciò, Du Bois, plaudeva al comunismo sovietico anche in quanto riuscì a rendere la religione un fatto privato e non più una forma di ideologia da propagandare alle masse incolte.

Inutile dire che, Du Bois, per le sue simpatie comuniste finirà presto, in patria, nel mirino dell'FBI, ma non smetterà mai, nei suoi discorsi e scritti, di parlare di emancipazione dei lavoratori, dei diritti degli afroamericani, della necessità di pianificare l'economia e renderla funzionale alle necessità delle persone e non del profitto privato; oltre a parlare di pace mondiale.

Du Bois sosteneva, altresì, che nei Paesi socialisti la libertà fosse giustamente disciplinata per il bene della comunità nel suo complesso; che il lavoro fosse garantito dallo Stato; che la pigrizia e la povertà assolute fossero abolite, così come l'eccessivo sfarzo e l'accumulo di beni superflui.

Nel 1950 si candidò, a 82 anni, con il Partito Laburista Americano, alla carica di Senatore, nello Stato di New York e ottenne ben il 4% dei voti, con una campagna elettorale di denuncia dei due partiti principali, quello Democratico e Repubblicano, entrambi considerati da Du Bois egualmente guerrafondai.

Il governo maccartista, guerrafondaio e anticomunista statunitense, nel 1955, non a caso, gli impedì di partecipare alla Conferenza di Bandung, in Indonesia, che egli molto caldeggiò.

Sarà la Cina socialista maoista ad affascinare, ad ogni modo, Du Bois, che la riconobbe quale guida del Terzo Mondo. Egli, in particolare, la considerava “di colore”, in quanto tristemente abituata dalla Storia ad essere sfruttata dall'Occidente imperialista ed alla ricerca di un riscatto.

Molto amico del Grande Timoniere Mao Tse-Tung e del Premier cinese Zhou Enlai, W. E. B. Du Bois, accompagnato dalla moglie, Shirley Graham, nel 1959, tenne una conferenza presso l’Università di Pechino, in cui sostenne il miglioramento dei legami fra le comunità afroamericane statunitensi e la Cina. E sostenendo che l’Africa e la Cina avrebbero dovuto camminare assieme, unite entrambe dalla lotta al colonialismo e allo sfruttamento.

Negli ultimi anni della sua vita, si iscrisse al Partito Comunista degli Stati Uniti d'America e, pressato dalle continue vessazioni e indagini da parte dell'FBI, con la moglie, si trasferì in Ghana, all'epoca governato dal Presidente panafricano e socialista Kwame Nkrumah.

Nkrumah visse e lavorò in gioventù negli USA, ove conobbe il razzismo e lo sfruttamento. Fu così che sviluppò una coscienza marxista e socialista e, nel 1949, fondò il Partito della Convenzione del Popolo, due anni dopo essere tornato in Ghana.

La sua politica fu improntata all'anticolonialismo, al panafricanismo, al socialismo africano e alla nonviolenza, sull'esempio di Gandhi. Grazie alle sue lotte, infatti, il Ghana riuscì a liberarsi dal giogo e dallo sfruttamento britannico e, nel 1960, fu eletto Presidente.

La sua politica fu improntata allo sviluppo dell'istruzione, alla promozione della cultura panafricana, alla decolonizzazione, ai diritti delle donne e fu molto ispirato da Du Bois.

In politica estera, Kwame Nkrumah tentò di avere buoni rapporti sia con gli USA che con l'URSS e la Repubblica Popolare Cinese, ma ricevette il sostegno unicamente da parte di queste ultime due, mentre gli USA sostennero, seppur indirettamente, il golpe militare che rovesciò il suo governo, nel 1966, che lo costrinse all'esilio.

Gli USA, infatti, non potevano accettare l'espansionismo del socialismo in Africa. Così come non hanno mai gradito, nel mondo, nessuna forma di socialismo e emancipazione sociale e civile delle persone.

W. E. B. Du Bois, fortunatamente, non riuscì a vedere la fine del governo di Nkrumah, in quanto morì, serenamente, ad Accra, capitale del Ghana, Paese che lo aveva naturalizzato suo cittadino, nel 1963, a 95 anni.

Un anno prima, le massime autorità cinesi, invitarono lui e la moglie, come ospiti d'onore, alla parata del tredicesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese. Presenti sul palco anche Mao, Zhou Enlai e Deng Xiaoping, futuro leader riformista cinese.

Du Bois e la moglie furono i primi occidentali ad essere ammessi sul palco delle autorità.

Per quanto da noi figura ancora poco studiata ed approfondita, quello di Du Bois fu un pensiero e un'azione che rimasero nella coscienza dei movimenti di liberazione nazionale e dei popoli oppressi, oltre che del movimento afroamericano.

Martin Luther King, in merito, nel 1963, disse: “Du Bois ci ha lasciato, ma non è morto. Lo spirito di libertà non è sepolto nella tomba del valoroso”.

Luca Bagatin

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W. E. B. Du Bois e Zhou Enlai
 
W. E. B. Du Bois e Kwame Nkrumah

domenica 16 febbraio 2025

La Namibia celebra la scomparsa del suo leader storico, Sam Nujoma. Articolo di Luca Bagatin

 

Sam Nujoma fu il padre fondatore della Namibia indipendente e primo Presidente del Paese, dal 1990 al 2005, nonché leader dello SWAPO, ovvero l'Organizzazione Popolare dell'Africa del Sud-Ovest, partito socialista democratico panafricano e nazionalista di sinistra, fondato nel 1960.

Sam Nujoma è morto l'8 febbraio scorso, a 95 anni, nell'ospedale della Capitale, Windhoek.

Guida della lotta per l'indipendenza della Namibia dal dominio sudafricano, sin dagli Anni '50, fu successivamente guida del movimento di liberazione dell'intera Africa del Sudovest dal colonialismo britannico.

Lo SWAPO da lui guidato fu, sin da subito, in chiave anti-colonialista, supportato dai principali Paesi socialisti, quali l'URSS, la Repubblica Popolare Cinese, Cuba e la Repubblica Popolare Democratica di Corea.

Nujoma, peraltro, nel 1973 e nel 1978, fu ospite, in Italia, a Reggio Emilia, della prima Conferenza Internazionale per l'Indipendenza dei Popoli dell'Africa Australe – organizzata dalle autorità regionali e cittadine - e, nel 1982 fu ospite a Roma.

Nel marzo 1990 la Namibia ottenne l'indipendenza ed egli ricoprì la carica di primo Presidente, attuando politiche di riforma sociale e agraria e garantendo tanto i diritti della popolazione namibiana quanto quelli della popolazione bianca, mantenendo peraltro sempre un legame di amicizia con l'Italia, ove fu ospite, in qualità di Presidente, nel 1996 e nel 1998.

Fu grande amico dei leader cinesi Mao Tse-Tung e Zhou Elnai e ha sempre mantenuto un legame di amicizia con la Repubblica Popolare Cinese. Legame che è, ancora oggi, molto forte.

Il Presidente Xi Jinping, a nome del governo e del popolo cinese, ha espresso le sue condoglianze per la scomparsa di Sam Nujoma, ricordando la sua attività di rivoluzionario, statista e guida del popolo namibiano alla ricerca della liberazione nazionale e dell'indipendenza.

Messaggi di cordoglio sono giunti anche da vari leader e organizzazioni socialiste nel mondo.

Fra questi il Presidente cubano, Miguel Díaz-Canel, il quale ha dichiarato tre giorni di lutto nazionale per il leader namibiano e ha dichiarato: “Ha dimostrato per tutta la sua vita un affetto speciale per Cuba e un sostegno alla Rivoluzione cubana, da quando ha guidato l'eroico popolo namibiano nella lotta per l'indipendenza e, più tardi, quando ha assunto la massima leadership del suo nascente stato indipendente, e anche come leader africano, simbolo di fermezza e difesa di giuste cause. Fu un fervente promotore della solidarietà e della cooperazione con Cuba e non cessò mai di riconoscere e apprezzare il contributo cubano alle lotte per la liberazione dell'Africa e la fine dell'apartheid. Il popolo e il governo cubani gli saranno sempre grati per il suo sostegno nella lotta contro il blocco”

Il Presidente socialista sudafricano Cyril Ramaphosa ha ricordato: “Come vicini e compatrioti, il Sudafrica è unito nel dolore ai namibiani che hanno perso il leader della rivoluzione namibiana, che è inseparabile dalla nostra storia di lotta e liberazione. Il dottor Sam Nujoma era uno straordinario combattente per la libertà che divideva il suo programma rivoluzionario tra la lotta della Namibia contro il colonialismo sudafricano e la liberazione del Sudafrica dall'apartheid.

In esilio e in patria, guidò l'Ovambo People's Organisation, la South West Africa People's Organisation e l'Esercito Popolare di Liberazione della Namibia contro la potenza apparentemente incrollabile delle autorità e delle forze coloniali e dell'apartheid. Sam Nujoma ha ispirato il popolo namibiano a un orgoglio e a una resistenza che smentivano le dimensioni della popolazione. Il conseguimento dell'indipendenza della Namibia dal Sudafrica nel 1990 ha acceso in noi l'inevitabilità della nostra liberazione. La leadership del presidente Nujoma per una Namibia libera ha gettato le basi per la solidarietà e la partnership che i nostri due Paesi condividono oggi, una partnership che continueremo ad approfondire come vicini e amici”.

Messaggi di cordoglio sono giunti anche dal Partito Comunista Sudafricano, dal partito marxista sudafricano Economic Freedom Fighters e dall'associazione anti-apartheid britannica Action for Southern Africa

L'attuale Presidente socialista della Namibia, Nangolo Mbumba ha dichiarato, nel ricordare il suo illustre predecessore: “Questo è l'uomo senza il quale sareste ancora sotto il colonialismo. Non dimenticate che... Ha fatto sì che i lavoratori comuni, dai contadini ai minatori, li addestrasse e li rendesse soldati brillanti”.

E al cordoglio si è unita anche l'attuale Premier, la socialista Netumbo Nandi-Ndaitwah, la ha affermato, sui social: “La sua leadership visionaria e la sua dedizione alla liberazione e alla costruzione della nazione hanno gettato le basi per la nostra nazione libera e unita. Onoriamo la sua eredità sostenendo la resilienza, la solidarietà e il servizio disinteressato. I nostri pensieri sono con la sua famiglia e la nazione in lutto. Possa la sua anima riposare in pace eterna”.

Luca Bagatin

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venerdì 10 gennaio 2025

La Namibia a guida socialista rafforza la sua cooperazione con la Repubblica Popolare Cinese. Articolo di Luca Bagatin


Proficuo l'incontro del 6 gennaio scorso fra il governo socialista democratico della Namibia, presieduto da Nangolo Mbumba e rappresentato dalla Presidentessa eletta Netumbo Nandi-Ndaitwah (prima presidente donna eletta in Namibia) e il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, nell'ambito delle sue visite, dal 5 all'11 gennaio, in Namibia, Repubblica del Congo, Ciad e Nigeria .

Entrambe le parti sono impegnate a promuovere la cooperazione bilaterale, così come la Repubblica Popolare Cinese è impegnata, da molti decenni, nel rafforzare i rapporti con l'Africa e, in generale, il Sud del mondo e a promuoverne la modernizzazione.

Il Ministro Wang ha in particolare elogiato il partito socialista democratico della Namibia, ovvero l'Organizzazione Popolare dell'Africa del Sud-Ovest (SWAPO), in quanto ha adottato una governance fondata sulle necessità dei cittadini, guidando il Paese lungo un percorso di sviluppo, tenendo conto delle peculiarità nazionali del Paese.

Lo SWAPO, che alle ultime elezioni Parlamentari del 2024 ha ottenuto il 53% dei consensi e alle Presidenziali dello stesso anno il 58%, è partito socialista “con caratteristiche namibiane” affiliato all'Internazionale Socialista, che, ai tempi del colonialismo europeo, fu partito indipendentista legato al Movimento dei Paesi Non Allineati.

Il governo socialista della Namibia e la Repubblica Popolare Cinese, hanno così riaffermato la volontà di continuare a cooperare, nel segno dell'amicizia fra i popoli e del comune allineamento ideologico.

Luca Bagatin

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domenica 25 agosto 2024

La storica amicizia che lega Africa e Cina. Articolo di Luca Bagatin


Vi è una storica amicizia che lega l'Africa alla Repubblica Popolare Cinese.

Una storica amicizia che, per molti versi, fonda gran parte delle sue radici nell'influenza che ebbe su Mao Tse-Tung il saggista, sociologo, massone e attivista statunitense naturalizzato ghanese (all'età di 95 anni) William Edward Burghardt Du Bois (1869 – 1963).

Du Bois fu fra i più grandi esponenti del movimento panafricano nel mondo (oltre a Marcus Garvey) e fu fra i primi a battersi per i diritti civili delle persone di colore. Fu infatti fondatore, nel 1909, dell'Associazione nazionale per il progresso delle persone di colore (NAACP).

Molto amico e di Mao, Du Bois, oltre ad essere stato iniziato in Massoneria nella loggia Widow Son Lodge No. 1 nel 1910 (e il suo percorso massonico influenzò molto la sua lotta per l'emancipazione degli oppressi), all'età di 82 anni fu candidato alla carica di Senatore - nello Stato di New York - per il Partito Laburista Americano, ottenendo il 4% dei consensi e, successivamente, si iscrisse al Partito Comunista degli Stati Uniti d'America. Pur sempre critico nei confronti dell'URSS.

Du Bois ritenne ad ogni modo sempre che il capitalismo fosse una delle maggiori cause dell'oppressione delle persone di colore.

Fu uno dei primi sostenitori della Conferenza di Bandung (alla quale purtuttavia il governo USA non gli permise di partecipare), in Indonesia, nel 1955, che avrebbe permesso il dialogo fra i Paesi Non Allineati, edificando così un ponte fra Africa e Asia, gettando le basi per l'unione di quel Sud del mondo sfruttato dalla colonizzazione e dagli imperialismi dei blocchi contrapposti USA-URSS.

Nel 1959 Du Bois tenne una conferenza presso l'Università di Pechino, in cui sostenne il miglioramento dei legami fra le comunità afroamericane statunitensi e la Cina. E sostenendo che l'Africa e la Cina avrebbero dovuto camminare assieme, unite entrambe dalla lotta al colonialismo e allo sfruttamento.

Tale storica amicizia è stata rimarcata, il 12 agosto scorso, dall'Ambasciatore Fu Cong presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

L'Ambasciatore ha fatto presente come i Paesi africani siano diventati una forza importante sulla scena politica globale, ma come ancora oggi vi siano fenomeni di colonialismo e neo-colonialismo.

In tal senso ha fatto presente che “Ancora oggi alcuni Paesi occidentali si aggrappano alla mentalità colonialista con un atteggiamento ipocrita nei confronti delle questioni africane. Interferiscono negli affari interni dei Paesi africani utilizzando mezzi finanziari, legali, basati su sanzioni e persino militari, ed esercitano un’oppressione e un controllo senza scrupoli sui Paesi africani nei settori della valuta, dell’energia, dei minerali e della difesa nazionale”.

Ha infine sottolineato come Cina e Africa siano buoni amici e partner, i cui rapporti sono “basati sull’assistenza reciproca e sullo sviluppo congiunto” sin da quando la Repubblica Popolare Cinese sostenne la “giusta lotta dei Paesi africani per l'indipendenza e la liberazione nazionale”.

La strada per l'emancipazione dei popoli oppressi è probabilmente ancora lunga, ma la promozione di un nuovo ordine mondiale politico e economico più giusto, multipolare, ragionevole, che combatta ingiustizie, terrorismo, fondamentalismo, colonialismo e instabilità, è necessario e ha radici antiche.

Luca Bagatin

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venerdì 21 aprile 2023

Sudafrica. Muore Chris Matlhako, leader comunista panafricano e internazionalista. Articolo di Luca Bagatin

 

Chris Matlhako, Segretario per le Relazioni Internazionali del Partito Comunista Sudafricano, è deceduto giovedì 20 aprile scorso, all'età di 59 anni.

A comunicarlo il Partito Comunista Sudafricano (SACP) e numerose organizzazioni comuniste e socialiste nel mondo, che hanno espresso il loro cordoglio per la prematura scomparsa di Matlhako.

Chris Matlhako, componente del Comitato Centrale del SACP dal luglio 2022, fu Secondo Vice Segretario Generale del SACP; membro dell'African National Congress; attivista panafricano, internazionalista e antimperialista; leader della South African Peace Initiative (SAPI) e Segretario Generale della Società degli Amici di Cuba – Sud Africa (FOCUS-SA).

I suoi compagni di partito lo ricordano come attivista, sin da giovanissimo, del movimento studentesco per combattere il sistema razzista dell'apartheid in Sudafrica.

Fine studioso e intellettuale, scrisse numerosi articoli e pubblicazioni riguardanti la rivoluzione e la causa socialista e una raccolta dei suoi articoli è stata resa disponibile sulla rivista “Thinking Che”.

Sostenitore delle strette relazioni Cina-Africa, ha fatto parte del gruppo consultivo dell'associazione Friends of Socialist China, che ha voluto ricordarlo sul suo sito web, ricordando come egli, celebrando - nel 2021 – il concomitante centenario del Partito Comunista Sudafricano e del Partito Comunista Cinese, ha fatto presente come entrambi i partiti “a modo loro hanno contribuito enormemente alla teorizzazione e all'ulteriore elaborazione della teoria socialista”.

Luca Bagatin

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sabato 23 luglio 2022

Sudafrica. Comunisti a Congresso. Articolo di Luca Bagatin


Il Partito Comunista Sudafricano (SACP), ha tenuto a Johannesburg, dal 13 al 16 luglio scorso, il suo 15esimo Congresso Nazionale, eleggendo a nuovo Segretario Generale, Solly Mapaila.

Il SACP è il partito comunista più antico del Sudafrica (fu fondato nel 1921) e, attualmente, conta 330.000 iscritti.

Al Congresso del partito è intervenuto il Presidente del socialista African National Congress, nonché Presidente del Sudafrica, Cyril Ramaphosa, oltre che i rappresentanti del Partito Comunista di Cuba, del Partito Socialista Unito del Venezuela, del partito di governo della Palestina, del Partito Comunista della Federazione Russa e – tramite collegamento video - Li Mingxiang, Viceministro del Dipartimento Internazionale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese.

Quest'ultimo, in particolare, ha sottolineato come il SACP abbia contribuito alla fine del regime dell'apartheid, alla fondazione e allo sviluppo del nuovo Sudafrica e all'avanzamento del socialismo sudafricano.

Il tema del congresso del Partito Comunista Sudafricano è stato: “Costruiamo insieme un potente movimento socialista dei lavoratori e dei poveri”.

Il SACP fa parte della Coalizione Tripartita attualmente al governo, assieme all'African National Congress e al Congress of South African Trade Unions, partiti socialisti che guidano il Paese da quando Nelson Mandela (che al partito fu iscritto, dal 1958 al 1962) lo liberò dall'apartheid e dalla schiavitù coloniale.

Fra le altre cose, nell'ambito del Congresso, si è discusso in merito alla necessità di “africanizzare il marxismo”, ovvero rafforzare l'esperienza di lotta dei popoli africani per la loro emancipazione, attraverso il socialismo.

Il Congresso ha sancito inoltre che, l'obiettivo delle forze socialiste, è quello di anteporre le persone al profitto; l'ambiente rispetto all'accumulazione privata e anteporre la solidarietà internazionale alla crescente diseguaglianza e al militarismo imperialista.

Luca Bagatin

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martedì 28 dicembre 2021

In Libia si rinviano le elezioni perché si teme il ritorno di Gheddafi. Articolo di Luca Bagatin

Le elezioni presidenziali, in Libia, si sarebbero dovute tenere il 24 dicembre, ma, ancora una volta, sono state rinviate.

Ennesimo rinvio. Ennesimo mancato appuntamento per un definitivo cambio di governo in Libia, che avrebbe, molto probabilmente, messo fine all'instabilità di questi decenni, dopo il colpo di Stato contro Gheddafi. Golpe che ha aperto la strada al fondamentalismo e al caos.

Non ci sono le condizioni per tenere le elezioni, si dice. Il Parlamento libico non fissa alcuna data. Parlamento nel quale non è presente il partito socialista, laico e di sinistra, pro-Gheddafi, in quanto gli è proibito presentare liste elettorali, sin dal 2012.

Il tentativo di estromettere dalla corsa alle presidenziali il figlio di Mu'Ammar Gheddafi, Saif, candidato del “Fronte popolare per la liberazione della Libia”, di ispirazione laica e socialista araba, è fallito e, quindi, essendo egli, secondo tutti i sondaggi il favorito alla Presidenza, con oltre il 50% dei consensi, non potevano far altro che rinviare le elezioni.

Non sia mai che in Libia torni la democrazia, il socialismo e la laicità.

In Libia, dunque, regnano ancora l'incertezza e il caos. Complici i veti incrociati e le interferenze straniere, mentre il Paese rischia una nuova guerra interna. Nel silenzio assordante dell'Unione Europea.

Marco Rizzo, Segretario del Partito Comunista ha affermato, significativamente, sulla sua pagina Facebook: “Esiste qualche giornalista che ha il coraggio di dire che le elezioni in Libia si faranno solo se viene messo fuori quello che sarebbe il vero vincitore? E cioè Saif Gheddafi. E cioè l’unico che si scaglierebbe contro le milizie, contro il furto di petrolio e contro le migrazioni forzate”.

Luca Bagatin

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venerdì 18 giugno 2021

Muore a 97 anni Kenneth Kaunda, primo Presidente dello Zambia indipendente e leader socialista panafricano. Articolo di Luca Bagatin

Kenneth Kaunda, conosciuto anche come KK, fu un eroe panafricano in lotta contro il colonialismo britannico.

Spentosi il 17 giugno scorso, a 97 anni, fu Presidente dello Zambia per 27 anni, dopo averlo liberato dal colonialismo e averlo emancipato socialmente e economicamente.

Nato nel 1924, si avvicinò alla politica nel 1951, entrando a far parte del Congresso Nazionale Africano della Rhodesia del Nord, movimento politico in lotta contro il suprematismo bianco britannico e in favore dell'indipendenza del Paese.

Per questo suo attivismo finì, nel 1955, in carcere, condannato, con i suoi compagni, ai lavori forzati.

Nel 1961, Kaunda, lanciò una campagna di disobbedienza civile contro le autorità e, l'anno successivo, si presentò alle elezioni come candidato del Partito Unito dell'Indipendenza Nazionale (UNIP). Partito che, con il Congresso Nazionale Africano, riuscirà a formare un governo di coalizione, giungendo, nel 1964, a decretare lo scioglimento della federazione di Rhodesia e Nyasaland e portendo il Paese a divenire Zambia indipendente che elesse, come primo Presidente, proprio Kenneth Kaunda.

Le sue idee saranno improntate a quello che viene definito socialismo africano, ovvero al rifiuto del sistema capitalistico dei colonizzatori europei e ad un recupero dei valori tradizionali africani, quali il senso di comunità, della famiglia e la dignità del lavoro agricolo. Ovvero un socialismo che riaffermava l'identità africana e le sue tradizioni.

Kaunda ribattezzò tale socialismo “umanesimo zambiano” e univa idee sia del socialismo sovietico che valori arcaici della cultura africana, fondati sull'aiuto reciproco e sulla fiducia nei confronti dei componenti della comunità.

Tale visione socio-economica portò lo Zambia a sviluppare rapidamente le sue infrastrutture e l'industria e a nazionalizzare le risorse naturali del Paese, restituendo ai cittadini la proprietà delle miniere di rame e di molte altre proprietà, finalmente sottratte ai colonizzatori.

Le politiche sociali di Kaunda portarono a sviluppare un forte sistema scolastico pubblico e gratuito; furono garantite borse di studio ai più meritevoli e fondati diversi istituti universitari.

Kaunda fu, dunque, al pari di Thomas Sankara, Kwame Nkrumah, Ahmed Sékou Touré, Mu'Ammar Gheddafi, Nelson Mandela (di cui fu sostenitore) e molti altri socialisti africani, un grande leader panafricano e per l'emancipazione dell'Africa, pur fra i mille ostacoli dovuti alle interferenze dei Paesi ex coloniali europei e degli USA. I quali, ancora oggi, in Africa e non solo, fanno il bello e il cattivo tempo...fingendo di esportare “democrazia e libertà”.

Kaunda fu anche un solido sostenitore del Movimento dei Non Allineati e fu legato ad una profonda amicizia con il Presidente socialista jugoslavo Tito Broz, peraltro già grande amico di Gheddafi e di tutti i Paesi del Terzo Mondo socialisti, laici e non allineati.

Fu peraltro amico personale dei leader cinesi Mao Zedong, Zhou Enlai e Deng Xiaoping e sulla Cina, grande partner commerciale dello Zambia, ebbe a dire: “La Cina ci ha aiutato a lottare per la nostra indipendenza. La Cina ha aiutato molti altri paesi in Africa a ottenere la loro indipendenza. Ora stanno lavorando con noi per aiutarci a sviluppare le nostre economie. È quello che sta facendo la Cina, aiutandoci, come amici, autentici amici”.

Negli Anni '80, Kaunda, fu vicino, oltre che al Presidente socialista cubano Fidel Castro, anche al Presidente iracheno bah'atista (socialista) Saddam Hussein, impropriamente definito, dai neocolonialisti, un “dittatore”.

Kenneth Kaunda, che diede le dimissioni da Presidente nel 1991, è tutt'ora molto ricordato in Zambia e la sua scomparsa ha intristito molto il Paese e il suo attuale Presidente Edgar Lungu (esponente del socialdemocratico Fronte Patriottico), il quale lo ha a lungo ricordato su Facebook.

Luca Bagatin

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martedì 20 ottobre 2020

20 ottobre 2011: viene barbaramente ucciso Mu'Ammar Gheddafi, simbolo del socialismo arabo e panafricano. Articolo di Luca Bagatin

 

Era il 20 ottobre 2011, quando Mu'Ammar Gheddafi fu barbaramente ucciso e il suo cadavere fu esposto al pubblico ludibrio, da parte di quei ribelli che inneggiavano a sedicenti “primavere” arabe, ovvero a golpe ai danni del socialismo, sostenute dalla NATO, dalla Francia, dalla Gran Bretagna e dagli USA in primis.

Oggi lo sappiamo, visto che dopo la morte di Gheddafi la Libia è finita in una spirale senza fine di instabilità e continui conflitti.

Gheddafi, per la Libia, per il mondo arabo laico, per il Terzo Mondo e per l'Africa intera, fu e rimane, ad ogni modo, un simbolo di riscatto e emancipazione.

Mu'Ammar Gheddafi, nato in una poverissima famiglia di beduini, fu un rivoluzionario incruento che, nel 1969 – a soli ventisette anni – rovesciò il regime monarchico di Re Idris I al-Senussi.

Egli rovesciò quel regime corrotto senza alcun spargimento di sangue, solo con la forza della ragione, del carisma nel convincere le masse incolte, povere e sfruttate. E alle masse restituì il potere e la sovranità, in accordo con i principi del Socialismo Arabo enunciati da Gamal Abd el-Nasser, Presidente dell'Egitto negli Anni '50 e primi '60. Un socialismo – quello di Nasser e Gheddafi - alternativo rispetto al comunismo marxista ateo e materialista ed al capitalismo sfruttatore. Un socialismo che ricercava l'autogestione dei mezzi di produzione e l'inclusione delle masse nell'attività di governo, al posto dei partiti e dei parlamenti.

Un socialismo adatto ai Paesi non allineati e del Terzo Mondo, ma assolutamente esportabile in ogni Paese che volesse e voglia includere il popolo nelle decisioni politiche, in ogni Paese che abbia compreso che democrazia significa “forza di popolo” e non “forza di una parte del popolo”, ovvero delle oligarchie partitocratiche, delle sette, delle ideologie totalitarie o dei sistemi economici fondati sullo sfruttamento del lavoro salariato.

Di questo il Presidente Gheddafi parla diffusamente nel suo saggio fondamentale, ovvero il “Libro Verde”, nel quale enuncia i principi della sua rivoluzione sociale e teorizza la Jamahiriyya, ovvero il governo delle masse. Una forma di democrazia diretta da attuarsi attraverso appositi comitati popolari spontanei e aperti a tutti.

E nel suo saggio fondamentale, propone un sistema di autogestione delle imprese, ove il lavoratore non è più un salariato, ma proprietario dell'impresa medesima, richiamandosi, per molti versi, non già al marxismo bensì al pensiero mazziniano ove capitale e lavoro risiedono nelle stesse mani.

Un pensiero, quello di Gheddafi, a tratti forse un po' utopistico, come egli stesso rivelò allo storico Angelo Del Boca, affermando di essere rimasto un po' deluso nel non essere stato totalmente compreso dal suo popolo, il quale talvolta ha abusato del “potere delle masse” per diventare corrotto, indolende e consumista.

Ma, ad ogni modo, la Libia di Gheddafi, per quanto non tutti i principi del “Libro Verde” si siano potuti concretizzare, rimase un modello di emancipazione sociale, civile ed economica, sino alla sua distruzione, nel 2011.

Quella di Gheddafi fu battezzata “Rivoluzione Verde”, in quanto il verde, nella cultura islamica, è il colore della conoscenza e dei santi. Il verde ricorda peraltro Al-Khidr, l'Uomo Verde protettore delle tribù nomadi, che incarna la provvidenza divina.

E proprio in una tribù di nomadi beduini è nato Mu'Ammar Gheddafi, il quale tentò di portare, in Libia, quei principi di democrazia popolare e anarchica derivanti sia da Rousseau che da Proudhon.

Egli fu, in sostanza, l'esatto opposto del “dittatore” che i media occidentali vollero rappresentare.

Grazie alla sua rivoluzione socialista araba, riuscì a liberare il Paese non solo della monarchia corrotta, ma anche e soprattutto dell'imperialismo statunitense e inglese, rilanciando il panarabismo ed il panafricanismo, ovvero ricercando l'unità – in pieno spirito di fratellanza - dei popoli arabi e africani. Tentativi, purtroppo, tutti falliti, ma che ricordano molto i tentativi del Presidente del Venezuela Hugo Chavez – ottimo amico di Gheddafi – di ricercare un'unità dei Paesi Latinoamericani e, nel passato, i tentativi del Presidente dell'Argentina Juan Domingo Peron, di ricercare l'unità dei Paesi non allineati e non asserviti né all'URSS, né agli USA.

Gheddafi fu peraltro anche fra i pochi ad arginare il fondamentalismo islamico, ricordando che l'Islam è fondamentalmente una religione di pace, che guarda all'emancipazione dei popoli.

Solo i governi dell'unico vero Centro-Sinistra che l'Italia abbia mai conosciuto, ovvero i governi Craxi e Andreotti dialogheranno con questo leader africano e così farà - opportunisticamente e per un breve lasso di tempo -Berlusconi che purtuttavia – con il sostegno di quello che è oggi il PD - tradirà Gheddafi ben presto e sosterrà anch'egli la guerra contro la Libia a fianco delle potenze imperialiste e neo-colonialiste.

Oggi Francia, Gran Bretagna, Stati Uniti, Italia, Germania e i Paesi UE in generale, piangono per l'avvento di un'immigrazione incontrollata da loro peraltro causata, attraverso la destabilizzazione di Paesi sovrani, dalla Libia alla Siria, oggi in mano a Daesh, ovvero quell'Isis terrorista di cui sentiamo tanto parlare, per decenni peraltro indirettamente sostenuti dagli amici degli Stati Uniti d'America, come raccontato anche dall'ex generale Wesley Clark, in funzione anti-sciita.

E oggi la Libia piange sé stessa, ormai terra di nessuno.

Quale simbolo del socialismo arabo libico rimane Saif-al-Islam Gheddafi, secondogenito di Mu'Ammar. Il quale avrebbe dovuto candidarsi alle elezioni presidenziali, se solo si fossero potute tenere.

In Libia, ancora oggi, molti sostengono la sua candidatura e la sua figura simbolica. Il socialismo arabo, laico e anti-islamista, non è ancora morto.

Luca Bagatin

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giovedì 15 ottobre 2020

15 ottobre 1987: viene ucciso Thomas Sankara, Presidente degli uomini integri. Articolo di Luca Bagatin

Era il 15 ottobre 1987, quando il Presidente del Burkina Faso – Thomas Sankara – fu ucciso, nell'ambito del colpo di Stato organizzato dal suo ex compagno d'armi Blaise Campaoré, con l'appoggio degli USA, della Francia e dei militari liberiani.

Sankara fu e rimane un simbolo per i popoli del Terzo Mondo africani. Un simbolo panafricano di riscatto e emancipazione.

Burkina Faso, significa, letteralmente, “paese degli uomini integri”. Così come integro fu sempre Sankara, salito al potere a soli 35 anni, attraverso una rivoluzione senza spargimento di sangue, esattamente come avvenne in Libia, con Mu'Ammar Gheddafi.

Sankara nacque il 21 dicembre 1949 da una famiglia povera burkinabé. Il suo sogno, sin da bambino, fu che il suo popolo potesse affrancarsi dal neocolonialismo e che tutti potessero vivere in pace, con due pasti al giorno.

Per potersi mantenere entrò nell'esercito partecipando ad un concorso per accedere alla Scuola militare Pryatanée di Kadiogo, superando il concorso nel 1966.

Nel 1978 conobbe colui il quale, tempo dopo, l'avrebbe assassinato, ovvero Blaise Campaoré e con lui costituì il Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti al fine di rovesciare il regime corrotto dell'Alto Volta.

Nel novembre 1980, senza alcun spargimento di sangue, prese il potere il colonnello Sayé Zerbo e Sankara, vista l'alta popolarità di cui godeva nell'esercito, fu nominato Segretario di Stato per l'Informazione. Purtuttavia, in aperto contrasto con il governo che egli scoprì essere corrotto tanto quanto i precedenti, si dimise dall'incarico nell'aprile 1982 e sarà arrestato assieme agli altri componenti del Raggruppamento degli Ufficiali Comunisti.

Un successivo colpo di Stato porterà al potere Jean-Baptiste Ouédraogo che, oltre a liberare Sankara ed i suoi compagni, lo nominerà Primo Ministro.

Da quel momento Sankara inizierà ad applicare sanzioni contro i funzionari pubblici fannulloni, eliminando alcuni vantaggi dei dipendenti pubblici ed iniziando a viaggiare per i Paesi del Terzo Mondo intessendo sempre più fitte relazioni, in particolare con la Libia di Mu'Ammar Gheddafi.

Tornato in patria, Sankara trovò la sua abitazione circondata da carri armati condotti da uomini al soldo del governo francese, il quale temeva l'impulso rivoluzionario del governo da lui presieduto. Egli fu così arrestato e detenuto presso un campo militare.

Grazie ad una sollevazione popolare lui ed i suoi compagni saranno liberati il 30 maggio 1983 ed inizieranno a progettare il colpo di Stato dell'agosto successivo, che lo porterà finalmente alla Presidenza della Repubblica con un programma ambiziosissimo, che riuscirà purtroppo ad attuare solo in parte a causa del suo assassinio, nell'ottobre 1987.

Un programma che consistette in: una massiccia opera di vaccinazione che permise la riduzione di mortalità infantile in Burkina Faso; in una massiccia opera di rimboschimento al fine di far rivivere l'arido Sahel; nella riforma agraria che permise di ridistribuire le terre ai contadini; nella politica di soppressione delle imposte agricole; nelle importantissime politiche di liberazione femminile che proibirono la pratica barbarica dell'infibulazione, nell'abolizione della poligamia, nella partecipazione delle donne alla vita politica del Paese attraverso l'istituzione dell'Unione delle Donne del Burkina, nell'istituzione della giornata dei mariti al mercato; in un programma di riduzione delle spese e del processo di autarchia ribattezzato da Sankara “produciamo quello che consumiamo”, al fine di abolire progressivamente la dipendenza dalle importazioni con l'estero; la costruzione di apposite dighe, pozzi e bacini idrici che garantissero a tutti l'accesso all'acqua e la garanzia di due pasti al giorno per tutti i burkinabé; la costruzione di un campo sportivo per ogni villaggio al fine di garantire a tutti il diritto all'attività fisica e ricreativa; la lotta alla corruzione pubblica e la richiesta di Sankara ai Potenti della Terra di cancellare il debito ai Paesi del Terzo Mondo, in quanto frutto del colonialismo e del neocolonialismo e dunque all'origine del sottosviluppo di tali Paesi; la proposta di disarmo progressivo di tutti i Paesi africani in modo che questi non combattano più fra loro, ma lottino per l'unità e l'emancipazione dei popoli africani; lo sforzo di far partecipare tutti alla vita pubblica del Paese, attraverso appositi comitati rivoluzionari e una radio attraverso la quale chiunque potesse fare proposte o criticare l'operato del governo.

Programma ambizioso e in parte realizzato sino a quell'ottobre 1987 nel quale sarà ucciso - con un colpo di revolver - dal suo amico di lotte, il quale prenderà così il potere e annullerà molte delle riforme portate avanti da Sankara, facendo peraltro tornare il Burkina Faso preda della corruzione e dei potentati economici e politici stranieri.

Un sogno, quello della Rivoluzione burkinabé, dunque tragicamente interrotto. Un sogno che fu sostenuto peraltro anche dal Partito Radicale di Marco Pannella che lanciò in quegli anni una campagna contro lo sterminio per fame nei Paesi del Terzo Mondo e che porterà lo stesso Presidente Thomas Sakara ad iscriversi al loro partito.

L'esempio e la vita di Sankara ci spiegano, per moltissimi versi, le vere cause del fenomeno migratorio di oggi, che è frutto del capitalismo, del colonialismo e del neocolonialismo dei governi dei Paesi ricchi europei e statunitensi. I quali continiuano a invadere e destabilizzare Paesi sovrani, a sanzionarli, a vendere loro armi. E obbligano i Paesi poveri ad indebitarsi, attraverso le criminali politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, già ampiamente denunciate da Sankara stesso.

Sankara sembra essere sconosciuto, dai nostri popoli, ma rimane un simbolo per i popoli liberi.

Le sue lotte, che sono ancora oggi le lotte dei panafricani, meritano rispetto e concreta attuazione. Affinché il suo sacrificio eroico non sia stato vano.

Luca Bagatin

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giovedì 2 luglio 2020

Patrice Lumumba (2 luglio 1925 - 17 gennaio 1961), eroe panafricano

“Quando parlano di migranti e di razzismo non vi raccontano tutta la verità. L’Africa di oggi potrebbe esser diversa. Potrebbe esser rigogliosa ed indipendente se l’imperialismo non l’avesse depredata e non avesse ucciso i suoi capi come l’eroe africano Patrice Lumumba che nasceva il 2 luglio di 95 anni fa. Patrice Lumumba è un altra vittima della CIA.
Emblema della lotta africana contro il colonialismo, primo capo del governo della Repubblica democratica del Congo dopo l’indipendenza, arrestato e ucciso nel 1961 dalle forze golpiste del colonnello Mobutu, con l’aiuto degli statunitensi. Patrice Lumumba è un simbolo per tutta l’Africa. Fondò il Movimento Nazionale Congolese alla guida del quale, riuscì ad ottenere l’indipendenza del suo paese il 30 giugno 1960. Il giovane primo ministro pagava la sua intransigente politica anti coloniale, il suo desiderio di sollevare le condizioni di vita del suo popolo. Se oggi a governare l’Africa ci fossero capi come Lumumba non ci sarebbero nè migrazioni forzate, nè razzismo.”

(Marco Rizzo, Segretario del Partito Comunista)

lunedì 23 settembre 2019

Cinema sovversivo e panafricanismo. Viaggio nell'universo onirico del regista Dany Colin e dell'attrice Coralie Garnaud. Articolo e intervista di Luca Bagatin

Dany Colin è un attivista panafricano e socialista rivoluzionario francese di origine congolese che, alcuni anni fa, ho avuto modo di intervistare (http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/10/europa-e-africa-unite-nella-lotta-conto.html).
E' infatti autore delle brochure “Europa e Africa: unite nella lotta contro il mondialismo !” e “Il cinema sovversivo”, edite entrambe dalla rivista socialista rivoluzionaria “Rébellion” (http://rebellion-sre.fr).
Dany è anche un cineasta e studioso di cinematografia, appassionato in particolare dei capolavori di Pier Paolo Pasolini e di David Lynch.
Proprio per questo il 14 settembre ha presentato a Parigi l'ultimo numero della rivista “Rébellion” dedicato al cinema, in particolare di Kubrick, Kusturica, Ken Loach e David Lynch.
Dany è altresì autore di due interessanti cortometraggi, le cui atmosfere cupe e oniriche ricordano un po' quelle de “I segreti di Twin Peaks”: “Piment” (https://vimeo.com/321061998), che lo vede anche nel ruolo di attore co-protagonista e “Le Diable” (https://vimeo.com/295013244).
Entrambi hanno per protagonista l'affascinante Coralie Garnaud che, assieme a Dany, ho di seguito avuto la possibilità di intervistare.

Luca Bagatin: Che cos'è per te il cinema sovversivo, Dany?
Dany Colin: Il cinema sovversivo è un cinema che, in un mondo che impone costantemente false risposte, vale a dire il mondo dell'ideologia dominante, solleva ancora domande reali. Questo cinema cerca o cerca di accarezzare il conformismo ambientale. Il cinema sovversivo si avvicinerebbe a ciò che il suo carattere industriale cerca di oscurare: la sua dimensione artistica. L'arte come energia di resistenza, nostalgia del tempo immemorabile, è evacuata e pervertita da imperativi ideologici e commerciali in cui il discorso, sia esso militante o pubblicitario, soffoca la proposizione estetica.

Luca Bagatin: I tuoi registi preferiti, se non erro, sono Pasolini e David Lynch. Si può dire che sono stati dei cineasti sovversivi?
Dany Colin: Pasolini e Lynch sono cineasti che mi piacciono molto. Mi hanno influenzato in due modi diversi, perché la loro estetica e le loro parole sono molto diverse. Ciò che potrebbe avvicinarli è il loro carattere poetico (cioè anti-naturalista, che non imita la realtà), e la loro pratica polimorfica dell'arte (Lynch è un regista, musicista, pittore, scultore Pasolini è allo stesso tempo poeta, romanziere, regista, drammaturgo, teorico, giornalista polemista e anche, ed è meno noto, pittore!). Diciamo che Lynch, che ho scoperto per la prima volta, mi ha fatto conoscere il linguaggio filmico in cui l'emozione si dissocia con garbo da un filo narrativo concordato e "intelligibile" per aprire le porte a nuove coscienze, alterata ( il tema della schizofrenia è molto presente in Lost Highway (1997) e Mulholland Drive (2001), ma con la promessa di purezza alla fine del corridoio. David Lynch vuole rompere qualsiasi relazione con lo spettatore che sarebbe infantile, vale a dire dove sarebbe preso per mano per essere guidato verso una moralità o uno stile di vita che è costretto a seguire.
Di Pasolini mi colpisce la combinazione delle sue riflessioni politiche e dei suoi pregiudizi estetici. Lo trovo ugualmente sorprendente nella sua capacità di abiurare ciò che ha precedentemente costruito nel tentativo di creare nuove forme poetico-politiche, non esitando mai ad esporre il suo punto di vista (per realizzare, come comunista, il Vangelo secondo St. Matteo nel 1964 per esempio).
Questi due cineasti sono per me sovversivi, nel senso che sono artisti completi che hanno creato opere-somme, confuse, scandalose (Pasolini ha subito 33 cause legali, Salò o 120 giorni di Sodoma (1975) non è ancora stato digerito), rivoluzionario (la serie Twin Peaks (1989) ha stravolto completamente il modo di scrivere e filmare la soap opera che prefigura tutta l'attuale serie metafisica degli Stati Uniti Netflix). Come il regista russo Andrei Tarkovsky, sono entrambi derisi e ammirati dai giornalisti cinematografici e da altri specialisti d'arte incaricati dal sistema dominante, ma le loro impronte e influenze nel nuovo la generazione è onnipresente.

Luca Bagatin: I tuoi cortometraggi sono piuttosto oscuri. Le atmosfere da horror/trhiller. Di cosa parlano, in sostanza, i tuoi due cortometraggi?
Dany Colin: “Le Diable” è la seconda parte di una mini trilogia ispirata alla mia lettura dei Tarocchi di Marsiglia di Alejandro Jodorowsky. Il primo è intitolato The Bateleur (settembre 2018, Kino Road Movie) e il 3 ° Le Mat (novembre 2018, Kino Anticipation). Ho voluto lavorare per un po' su questo tarocco di cui ogni mappa rileva a mio avviso uno o più fotogrammi narrativi che dovrebbero essere sfruttati. Mi ha anche stimolato il concorso di Lione intitolato "Kino Lyon Challenge", in cui si tratta di realizzare un film della durata massima di 3 minuti su un tema imposto. Pertanto, "il diavolo" (carta n. XV dei Tarocchi) è la risposta alla sfida che Fantasy ha lanciato nell'ottobre 2018. Segue, due mesi dopo, "Chili", una risposta alla sfida Obsession (dicembre 2018) con un vincolo extra (riprese in casa), ma non è stato mantenuto in concorso perché troppo a lungo!
Poi torno a temi e motivi su cui ho lavorato diversi anni fa (colore rosso, acqua, nero / bianco, Africa / Ovest) con in particolare “Ciel rouge pour encre noir” (2012), ma spingendomi a interrogare in base all'evoluzione della mia carriera ideologica e artistica.
E tu, cosa hai capito di questi due cortometraggi?

Luca Bagatin: Direi che in entrambi c'è un sottile richiamo alla lotta panafricana. Potrei sbagliare, ma vedo nella protagonista, Coralie, una sorta di eroina – nel bene o nel male – dell'emancipazione del popolo africano oppresso dall'uomo bianco. Personalmente sono rimasto rapito dal fascino che emanano gli occhi di Coralie. Pur non essendo una attrice professionista, è davvero molto brava. Come mai hai pensato di affidare a lei il ruolo di protagonista dei film ?
Dany Colin: Coralie fa parte di un circolo che ruota attorno alla promozione della cultura africana nella comunità studentesca e associativa di Lione, dove sono stato in grado di tenere lezioni in relazione al mio primo opuscolo "Europa-Africa: stessa lotta contro il globalismo!”, sul quale tu stesso mi hai intervistato qualche anno fa. Mi aveva raccontato, durante un evento, il suo desiderio di recitare in un film, avendo vissuto con divertimento un'esperienza figurativa in un cortometraggio girato da studenti della scuola di cinema CinéFabrique Lyon (il cui regista attuale è il regista mauritano Abderrahmane Sissako). Diversi mesi dopo, dopo la proiezione del primo Kino "Le Bateleur" in un'infrastruttura dedicata alla promozione dei cineasti locali chiamato Ciné-Café Aquarium, il tema del mese successivo, Fantasme, era annunciato alla fine della sera, la vidi mentre tornavo a casa dall'altro lato del treno della metropolitana. Mi dissi che sarebbe stata parte dell'avventura.
Ho sempre fiducia nelle persone che sono guidate dal desiderio sopra ogni altra cosa. Per esperienza, so che ciò riserva sempre belle sorprese (è stato il caso dell'architetto Eugénie Baylac nel cortometraggio Au seuil (2014) che non aveva mai filmato finzione, o Yo Matsudaa, capo operatore di Le Devil and Chili, che fino ad allora era solo musicista e fotografo). Inoltre, nel mio lavoro preferisco la presenza, il carisma e i gesti, e non necessariamente la performance di un attore professionista, essendo io stesso un regista che, fino ad ora, autofinanzia i suoi stessi film.
Il fatto che sia meticcia (franco-camerunese lei, franco-congolese io) mi ha spinto a sviluppare i miei temi ricorrenti in modo diverso. Ad esempio, in “Piment”, è importante specificare che non importa di quali neri si parli (due meticci devoti all'afrocentrismo kemita) né di quali bianchi si parli (anglosassoni appartenenti a circoli umanitaristi).

Luca Bagatin: Tu sei un attivista panafricano e socialista rivoluzionario. Come pensi che la tua arte possa contribuire alla tua battaglia?
Dany Colin: Il mio lavoro di regista e scrittore è sempre stato alimentato dall'attivismo. Inoltre, questa vena altamente politicizzata nel mio lavoro di critico cinematografico mi è stata rimproverata diversi anni fa in una piattaforma post-laurea e ho dovuto lasciare alcune realtà che davano priorità all'ideologia militante rispetto alla scrittura sensibile. Tuttavia, è importante per me sapere come dissociare la mia pratica artistica dalla mia pratica di attivista. L'arte, secondo me, non dovrebbe essere negata per partito preso. Altrimenti, diventa parziale, monca: non rimane integra! I legami tra cinema e ideologia sono molto stretti e do questa tesi in modo sintetico nel mio opuscolo “Il cinema sovversivo”. Ma penso che oggi, indipendentemente dal contesto ultra-ideologico della Francia nel 2019, non è sufficiente accontentarsi di un cinema contro-ideologico, ma con un cinema de-ideologizzato, un prerequisito per la sua elevazione al rango di arte singolare.

Passo successivamente a intervistare Coralie Garnaud.

Luca Bagatin: Di dove sei Coralie ?
Coralie Garnaud: Sono nata, cresciuta e vivo in Francia. Posso anche dire che mia madre è del Camerun.

Luca Bagatin: Come hai conosciuto Dany?
Coralie Garnaud: Ho conosciuto Dany grazie a un amico. Siamo andati insieme a una conferenza che ha tenuto e durante la quale ha spiegato la sua visione del panafricanismo, che avrebbe potuto sostenere durante il suo soggiorno in Guinea. È stato molto istruttivo. In effetti, il panafricanismo deve essere adattato alle realtà del continente africano ed esserne consapevoli ci consente, qui in Occidente, di ripensare alcuni aspetti.

Luca Bagatin: Ti è piaciuto interpretare personaggi oscuri nei cortometraggi di Dany? Perché?
Coralie Garnaud: Sì davvero! In primo luogo, mi piace molto l'universo di Dany, il fatto che spinga lo spettatore a interrogarsi, i simboli e i messaggi che devono essere decifrati; secondo me questo rende lo spettatore più attivo.
E per rispondere alla domanda, penso che sia stato interessante interpretare personaggi del genere perché li capisco, la mia esperienza mi ha persino permesso di provare le emozioni e i risentimenti che Dany voleva mostrare sullo schermo. È sicuramente una specie di terapia che mi permette di esprimermi in un altro modo, di analizzare da un'altra prospettiva e con il senno di poi la storia messa in scena e anche di imparare! Ho imparato molto da queste prime esperienze cinematografiche.

Luca Bagatin: Come ti definiresti una persona?
Coralie Garnaud: Ma è difficile rispondere a questa domanda! Sono comunque una brava persona (ride)

Luca Bagatin: Per il resto, di cosa ti occupi nella vita?
Coralie Garnaud: Sono studentessa in un istituto commerciale ...ciò fa molto meno sognare rispetto al cinema! (ride)

Luca Bagatin: So che Dany è un'attivista panafricano. Sei anche tu impegnata in questa battaglia?
Coralie Garnaud: Non mi considero un'attivista. Tuttavia, sono membro di due associazioni studentesche africane a Lione. Così ho partecipato e organizzato eventi per facilitare la vita di questi studenti in Francia, altri che avevano l'obiettivo di parlare di storia e culture afro-discendenti perché purtroppo ciò è ancora troppo poco conosciuto.
Continuo a pensare che il continente africano dovrebbe cogliere con urgenza la dottrina panafricana, per affrontare meglio le attuali sfide globali e, naturalmente, per migliorare le condizioni dei propri cittadini. Fare fronte comune sarebbe un modo per avere un peso reale rispetto agli altri poteri.
Infine, posso dire che è importante per me dare un'occhiata a ciò che sta accadendo in Camerun - e in Africa in generale - semplicemente perché fa parte di me. Penso che al mio livello posso, per non dire che devo, portare la mia pietra nell'edificio e contribuire all'edificazione del mio altro Paese.

Luca Bagatin