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venerdì 10 luglio 2026

Oltre la Guerra Fredda: il dialogo tra Italia e Cina, una prospettiva geopolitica dal saggio di Daniela Caruso. Articolo di Luca Bagatin

 

Parlare di Cina, in quest'epoca turbolenta, percorsa da nuovi scenari geopolitici internazionali improntati all'instabilità, all'irresponsabilità delle nuove generazioni politiche occidentali, incapaci di anteporre la logica del dialogo e della Storia a sciocche e anti-storiche ideologie retaggio della Guerra Fredda, è la priorità.

E' la priorità, sia per conoscere una realtà solo apparentemente distante dalla nostra, sia per stare dalla parte giusta della Storia, che è fondata su comprensione, armonia, condivisione, cooperazione, pace.

E proprio questi sono stati i temi centrali del simposio tenutosi giovedì 9 luglio scorso, a Roma, presso la Sala del Carroccio del Campidoglio.

Protagonista l'ultimo saggio della prof. Daniela Caruso “Tra Italia e Cina cinquantacinque anni di relazioni bilaterali” (Eurilink University Press), che ha visto presenti, oltre all'autrice, fra il pubblico l'ex Ministro degli Esteri Vincenzo Scotti e, fra i relatori, il Ministro Incaricato d'Affari ad Interim della Repubblica Popolare Cinese Li Xiaoyong; Paolo Giordani, Presidente dell'Istituto Diplomatico Internazionale; Antonio Virgili, Presidente del Centro Studi Internazionali e l'Ambasciatore Riccardo Sessa, Presidente della Società Italiana Organizzazione Internazionale.

Il convegno, moderato da Michele De Gasperis, Presidente dell'OBOR (One Belt One Road), è stato introdotto dai saluti della Presidente dell'Assemblea Capitolina, Svetlana Celli, la quale ha spiegato come i rapporti bilaterali fra Italia e Cina contribuiscano a costruire ponti e ad abbattere muri, promuovendo scambi che arricchiscono e contribuiscono a rafforzare i legami fra queste due antiche civiltà.

L'Incaricato d'Affari della Repubblica Popolare Cinese, Li Xiaoyong, ha fatto presente come Cina e Italia siano i pilastri della civiltà globale e debbano fare tesoro delle rispettive saggezze, al fine di affrontare le sfide del presente.

Sfide che possono essere affrontate solamente attraverso il dialogo e il superamento delle divergenze, ha osservato Li Xiaoyong.

Egli ha altresì aggiunto che i 55 anni di relazioni bilaterali fra i due Paesi sono un traguardo importante, come lo è il recente anniversario dei 105 anni del Partito Comunista Cinese, che ha cambiato il destino del popolo cinese e contribuito a ringiovanirlo, edificando una realtà, la Repubblica Popolare Cinese, che ha deciso di intraprendere la via del progresso e della stabilità del mondo, ha sottolineato Li Xiaoyong.

Egli ha affermato come, nei conflitti geopolitici, la Cina si ponga sempre dalla parte della volontà dei popoli, ovvero dalla parte della pace, dello sviluppo, della cooperazione e del mutuo vantaggio, per contribuire a garantire lo sviluppo globale.

Il prof. Michele De Gasperis ha sottolineato come la Via della Seta sia, nei fatti, la via della pace e che la conoscenza delle civiltà è alla base dell'abbattimento di ogni barriera.

Egli, nel presentare l'opera della prof. Caruso, ha voluto sottolineare che in essa sono raccontati i contributi di tre grandi uomini di Stato italiani: Pietro Nenni, Aldo Moro e Enrico Mattei, che per primi intuirono la necessità di costruire un ponte verso la Cina.

Egli ha precisato come le considerazioni del Presidente Aldo Moro e quelle del Presidente Xi Jinping, ovvero di un cattolico italiano e di un marxista cinese, relativamente alla pace e allo sviluppo delle civiltà, siano concordanti.

In particolare riferendosi alle parole del Presidente Xi, laddove egli sottolinea che occorre ricercare un'armonia senza uniformità, ovvero ricercare ciò che unisce, senza stravolgere le identità di ciascun popolo.

Il prof. Paolo Giordani ha spiegato che la diplomazia è l'arte della comprensione e che, laddove non c'è comprensione, c'è unicamente competizione.

Il diplomatico, dunque, è colui il quale, ha spiegato il prof. Giordani, ricerca una via d'uscita onorevole per l'avversario.

Egli ha ricordato l'allora Ministro degli Esteri socialista Pietro Nenni che, nel 1968, si adoperò per primo per il riconoscimento di Pechino, forte dei suoi buoni e solidi rapporti con Mao Tse-Tung e Zhou Enlai.

Egli ha ricordato come tale processo di riconoscimento ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, fu portato a termine il 5 novembre 1970 dal successore di Nenni, Aldo Moro, permettendo così a Pechino di uscire dall'isolamento internazionale, facendo seguito al riconoscimento francese della Repubblica Popolare Cinese voluto da De Gaulle, nel 1964.

Il prof. Giordani, in merito, ha sottolineato come ancora oggi ci sarebbe la necessità della lungimiranza di quei grandi statisti, al fine di prepararci alle sfide future.

La prof. Daniela Caruso ha spiegato come la cultura della pace trascenda le ideologie e si fondi sull'apertura mentale. Apertura mentale ampiamente dimostrata dalla Cina, della quale lei è studiosa da decenni. 

La prof. Caruso ha sottolineato come nel suo saggio si parli molto di comprensione e dialogo di civiltà, attraverso un inedito filo che collega il mondo cattolico e socialista italiano al mondo marxista cinese. Visioni di grande apertura che, ha spiegato Daniela Caruso, non esistono più nelle classi dirigenti odierne.

La prof. ha spiegato come la Cina fondi le sue relazioni internazionali attraverso la mediazione, senza entrare a gamba tesa nelle relazioni con gli altri Paesi, promuovendo pace e sviluppo. Lei ha altresì aggiunto come, tale carattere pacifico, quanto il carattere comunitario della Cina, abbia radici antichissime e sia tutt'altro che un retaggio moderno.

Molto interessanti anche gli interventi del prof. Antonio Virgili, il quale ha ricordato il carattere lungimirante del mondo politico cattolico della Prima Repubblica, relativamente allo sguardo aperto verso la Cina e quello dell'Ambasciatore Riccardo Sessa, già Ambasciatore d'Italia a Pechino.

Quello di Daniela Caruso è certamente il suo ennesimo saggio utile a porre un ulteriore tassello verso la comprensione di una realtà pragmatica, sociale, comunitaria e armoniosa, come quella cinese.

Personalmente sono un grande estimatore dei suoi saggi, che ho recensito e spesso citato nei miei articoli, oltre che nel mio ultimo saggio, “Ritratti del Socialismo”.

La Cina (ma anche i BRICS e il Sud del mondo, che essa sta guidando), come sottolineavo all'inizio dell'articolo, è la chiave di quel futuro che ancora non c'è, ma che potrà garantire una nuova luce a questo mondo piombato nelle tenebre dell'ignoranza, del razzismo, dell'ultra atlantismo (fuori tempo massimo) e di un nuovo oscurantismo geopolitico e culturale.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com

Paolo Giordani, Michele De Gasperis e Daniela Caruso
 

  

Daniela Caruso e Luca Bagatin

Luca Bagatin e Li Xiaoyong

sabato 2 novembre 2024

Marxismo occidentale e marxismo occidentale. La Cina alla prova dei fatti. Articolo di Luca Bagatin


Lo scorso 24 ottobre, l'associazione socialista Friends of Socialist China ha organizzato un evento, a New York – presso la sede dell'International Action Center - per presentare l'uscita dei saggi “People's China at 75: The Flag Stays Red”, a cura di Keit Bennet e Carlos Martinez e “Western Marxism”, del filosofo italiano Domenico Losurdo, nella sua traduzione in lingua inglese.

Il convegno - presieduto da Sara Flounders dell'International Action Center - ha visto la partecipazione dello studioso Carlos Martinez; dell'editore di “Western Marxism” Gabriel Rockhill e di Danny Haiphong, giornalista indipendente e conduttore radiotelevisivo.

Temi particolarmente trattati, l'impatto della Rivoluzione cinese, la quale ha cambiato profondamente il mondo e i processi di costruzione del socialismo e l'analisi del marxismo occidentale, rispetto al marxismo e al socialismo originario, che viene maggiormente seguito nelle società orientali.

Relativamente a tale aspetto, scrisse molto il filosofo Domenico Losurdo (1941 – 2018), di cui è appunto stato recentemente pubblicato il saggio in lingua inglese.

Secondo Losurdo, infatti, il “marxismo occidentale” è piuttosto dogmatico e considera il socialismo in modo astratto.

Secondo Losurdo, i cosiddetti “marxisti occidentali” sono una sorta di accademici che passano il loro tempo partecipando a conferenze e scrivendo enormi volumi incomprensibili alle masse.

Diversamente, il marxismo orientale è orientato alla lotta, alla pratica contro l'imperialismo e per l'edificazione di un socialismo autentico. Contro ogni egemonia e per l'elevazione della collettività umana.

Da notare, in tal senso che, mentre in Occidente le condizioni economiche di benessere, hanno favorito un certo ammorbamento/addormentamento della coscienza; in Oriente le difficoltà economiche, hanno spinto le masse fare in modo di emanciparsi, lottando e rimanendo vigili. Esattamente come avveniva per i nostri operai e contadini nei secoli passati, allorquando nacquero i primi movimenti socialisti e le prime Società Operaie di Mutuo Soccorso.

I relatori del convegno hanno ricordato, peraltro, come Mao avesse affermato nel suo saggio “Sulla pratica” che “Se vuoi la conoscenza, devi prendere parte alla pratica del cambiamento della realtà. Se vuoi conoscere il sapore di una pera, devi cambiare la pera mangiandola tu stesso”.

Rimanere ancorati alla teoria, come fanno gli intellettuali occidentali, in sostanza, è mero esercizio di retorica, senza alcuna incidenza nella realtà pratica.

La Cina socialista moderna, del resto, ha fatto dell'azione pratica il suo fiore all'occhiello. E, mentre essa cresce, l'Occidente arretra, preda di fondamentalismi, scelte irresponsabili, infantilismo e ignoranza di ritorno.

Aspetti, se vogliamo e se mi è consentito sottolineare, dovuti anche alla distruzione della scuola pubblica, resa fin troppo semplice, con promozioni anche per chi non ha voglia di studiare, anziché invitare gli svogliati, caldamente, a trovarsi un lavoro, anche e soprattutto umile.

Nell'ambito del convegno newyorchese, gli intervenuti hanno rilevato peraltro come Marx ed Engels non vissero abbastanza a lungo (e forse non avevano sufficiente conoscenza del mondo intero) per prevedere l'emergere di Paesi socialisti in Asia e dei processi di riforma che sarebbero stati avviati in Cina a partire dal 1978.

Un Paese che, del resto, sviluppò il socialismo dopo essere passato da Paese semi-coloniale e semi-feudale, accerchiato dalle potenze imperialiste occidentali e con un quinto della popolazione mondiale da sfamare, oltre che con il 6% delle terre coltivabili al mondo.

Un Paese, la Cina, che molti cosiddetti intellettuali “di sinistra” vedono erroneamente come capitalista, ma non notano l'eliminazione della povertà assoluta; il miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, ove tutti hanno una casa, oltre che accesso a istruzione, sanità, e energia gratuite.

Una Cina che, come fatto presente dai relatori, si è concentrata sui diritti fondamentali delle persone a partire dai bisogni fondamentali, sviluppando nuove tecnologie nell'esclusivo benessere della comunità e salvando vite durante l'epidemia di Covid 19.

E ciò grazie a una economia mista, in cui il pubblico domina il privato e non viceversa, come accade nel moderno Occidente, che ha completamente distrutto o dimenticato gli antichi insegnamenti socialisti.

Aggiungerei che, chiunque volesse ricostruire il socialismo in Occidente, dovrebbe partire da qui.

Dal superamento dei vecchi steccati ideologici della Guerra Fredda. Dalla consapevolezza che il liberal capitalismo ha fallito, ma che ha parimenti fallito anche il dogmatismo vetero-sovietico, che la Cina dal 1978 in avanti superò, introducendo quel “socialismo con caratteristiche cinesi” che fu, di fatto, economia socialista di mercato.

Ove capitale e lavoro convivono e sono posti al servizio delle comunità e non del singolo o dell'egoismo del singolo privato o di un manipolo di azionisti privati.

Una lezione che in Italia compresero e intrapresero per primi il PSI di Pietro Nenni e Bettino Craxi; il PSDI di Giuseppe Saragat e Pietro Longo e il PRI di Mario Bergamo e Randolfo Pacciardi.

Nenni e Craxi, peraltro, furono fra i primi a credere nella Cina socialista e a mantenere, con essa, un rapporto di amicizia, solidarietà e fratellanza.

Il marxismo originario dei socialisti, del resto, è sempre stato un marxismo umanista e libertario. Non dogmatico, elitario, intellettualoide, servile nei confronti di uno dei blocchi contrapposti, come quello dei comunisti italiani e occidentali. I cui eredi, peraltro, passarono ben presto – a partire dal 1993 in avanti - dalla parte del carro dei momentanei vincitori a Stelle e Strisce.

La Storia, nei fatti, anche se in Italia e Europa non esistono pressoché più, ha dato ragione ai socialisti e continua a farlo.

Luca Bagatin

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sabato 31 agosto 2024

120 anni dalla nascita di Deng Xiaoping, il leader socialista riformista che modernizzò la Cina. Articolo di Luca Bagatin

Deng Xiaoping (1904 – 1997) fu il leader socialista cinese che, guidando la Repubblica Popolare Cinese dal 1978 al 1989, la seppe trasformare in una potenza mondiale, attraverso aperture al mercato, ma al contempo mantenendo il carattere socialista della Repubblica e adattandolo alla mentalità cinese.

Deng viene infatti ricordato come un grande modernizzatore.

Il prof. Giancarlo Elia Valori, fine analista geopolitico e Honorable de l’Académie des Sciences de l’Institut de France, in diversi suoi articoli ha ricordato le celebri “Quattro modernizzazioni” lanciate da Deng Xiaoping nel 1978: “agricoltura, scienza e tecnologia, industria e difesa nazionale”

E ha altresì fatto presente come “La modernizzazione cinese non è una visione che la Repubblica Popolare vuole imporre ad altri Paesi, come il caso dei tentativi d’occidentalizzazione che a tutti i costi quel sistema di produzione cerca d’imporre al mondo. Cercare la soddisfazione per il popolo cinese e il ringiovanimento della nazione è la missione base della modernizzazione cinese” (...) L’era del socialismo con caratteristiche cinesi fornisce una garanzia istituzionale più completa, una base materiale maggiormente solida, nonché una forza spirituale più attiva verso la modernizzazione nazionale. Si combinano i principi fondamentali del marxismo con caratteristiche cinesi attraverso la realtà specifica della Cina e con la sua cultura tradizionale. La spinta alla modernizzazione, l’approfondimento della sua comprensione teorica, la continua maturazione strategica e l’arricchimento della pratica, sono state avanzate in una serie di idee, nuovi punti di vista e lungimiranti conclusioni, che arricchiscono e sviluppano teorie modernizzatrici. Essa è una nuova analisi delle teorie che hanno promosso da anni le conquiste e i cambiamenti storici del Paese.

E questo sin dal 1978, grazie a quel Deng Xiaoping apprezzato anche dall'allora nostro grande Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, il quale lo incontrò in visita ufficiale in Cina nel 1986, ove fu ricevuto con tutti gli onori.

E dall'ex Ministro degli Esteri, il socialista Gianni De Michelis che, apprezzando molto il nuovo corso socialista riformista cinese, come ha ricordato recentemente Paolo Franchi nella sua biografia edita da Marsilio, un giorno – entrando in polemica con il fratello Cesare – gli disse “Mettiti in testa, caro Cesare, che i centomila libri della tua biblioteca puoi anche bruciarli, e sostituirli con l'opera omnia di Deng Xiaoping”.

A Deng Xiaoping è stato dedicato, il 22 agosto scorso, un simposio organizzato dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), per commemorarne il 120esimo anniversario dalla nascita.

Il Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, ha ricordato il prestigio di Deng, considerato “un grande marxista, un grande rivoluzionario proletario, statista, stratega militare, diplomatico e un combattente comunista di lunga data”.

Xi ha altresì ricordato Deng quale pioniere del socialismo con caratteristiche cinesi, dell'apertura, della modernizzazione e teorico della pace globale e dello sviluppo del mondo, aspetti che peraltro aveva appreso dai suoi studi di gioventù in Francia e in Russia, che lo portarono ad aderire al marxismo.

Il Presidente Xi Jinping ha, inoltre, sottolineato come Deng Xiaoping abbia contribuito a rafforzare il socialismo in Cina, entro la fine del suo mandato, proprio in un'epoca in cui tale idea di emancipazione sociale stava tragicamente tramontando, in Europa orientale.

Queste le parole di Xi, in merito: “Il compagno Deng Xiaoping ha difeso fermamente la gloriosa bandiera del socialismo. Nel processo di riforma e apertura, ha sempre preso una posizione netta contro la liberalizzazione borghese. Sullo sfondo del crollo dell'Unione Sovietica e dei drastici cambiamenti nell'Europa orientale, un grave tumulto politico si è verificato in Cina a cavallo tra la primavera e l'estate del 1989. Nel momento critico, il compagno Deng Xiaoping ha guidato il partito e il popolo a prendere una posizione netta contro i tumulti e a difendere risolutamente il potere dello Stato socialista, in modo che il partito e il Paese resistessero alla dura prova di venti e onde pericolose. Dopo di che, ha riassunto profondamente le lezioni nel processo di riforma e apertura e ha sottolineato la necessità di concentrarsi sulla costruzione del partito, rafforzare il lavoro ideologico e politico e l'educazione nelle belle tradizioni, migliorare il livello di leadership del partito e la capacità di governo e garantire la stabilità del Paese rosso. Ha ammonito il popolo con voce assordante: “Il socialismo in Cina non può essere cambiato. La Cina seguirà certamente la strada socialista che ha scelto fino in fondo. Nessuno può schiacciarci”.

Xi Jinping ha, inoltre, ricordato alcune profezie di Deng Xiaoping relative al futuro della Cina: “Entro la metà del prossimo secolo la Cina sarà in grado di avvicinarsi al livello dei Paesi sviluppati nel mondo, e questo sarà il grande cambiamento. A quel tempo, il peso e il ruolo della Cina socialista saranno diversi, e saremo in grado di dare maggiori contributi all'umanità”.

Oggi la Cina del socialista riformista Xi Jinping si muove seguendo questo stesso esempio.

Non a caso nel suo discorso commemorativo, Xi, ha fatto presente che “La Cina è una forza risoluta per la pace nel mondo. Dobbiamo sempre tenere alta la bandiera della pace, dello sviluppo, della cooperazione e dei risultati win-win, promuovere la costruzione di una comunità con un futuro condiviso per l'umanità, promuovere i valori comuni di tutta l'umanità, implementare la Global Development Initiative, la Global Security Initiative e la Global Civilisation Initiative, partecipare attivamente alla riforma e alla costruzione del sistema di governance globale e continuare a fornire nuove opportunità per il mondo con nuovi progressi nella modernizzazione in stile cinese”.

In proposito mi ritorna alla mente un interessante passaggio di un articolo del prof. Giancarlo Elia Valori, che ho già citato all'inizio di questo mio pezzo:

Adesso è prematuro affermare se la modernizzazione cinese rappresenterà una nuova forma di civiltà umana, ma una cosa è certa. Essa – al contrario di altre modernizzazioni – non vuole imporsi al mondo con la violenza, ma cerca di migliorare il proprio Paese. Se poi sarà presa ad esempio anche da altri Popoli e Stati solo la Storia potrà dircelo.

Al contrario la modernizzazione portata avanti dall’occidentalizzazione non rappresenta il passato, ma è un’applicazione attuale di tragiche epoche condite da due guerre mondiali volute dall’imperialismo, e da sciagure immani, quali la Shoah, le bombe atomiche sul Giappone, e lo sterminio di interi popoli dell’emisfero occidentale, il saccheggio dell’Africa, ecc. solo per limitarmi a questi esempi emblematici”,

Luca Bagatin

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venerdì 12 luglio 2024

Un ricordo di Giacomo Brodolini, il Ministro socialista dalla parte dei diritti dei lavoratori. Articolo di Luca Bagatin

 

Oggi sembra tutto scontato, ma, evidentemente, in presenza di nuove forme di caporalato e sfruttamento del lavoro e dei lavoratori, oltre che in presenza di chi, dal centrodestra al finto centrosinistra, ha provveduto allo smantellamento dei diritti dei lavoratori, in tutti questi anni, evidentemente non lo è.

Non è scontato, infatti, lo Statuto dei Lavoratori, così come non lo sono le lotte dei socialisti per ottenerlo.

In prima linea l'allora Ministro del Lavoro Giacomo Brodolini, nato il 19 luglio 1920 e morto l'11 luglio 1969.

Brodolini si ispirò sempre all'appello del leader socialista Pietro Nenni: “Da una parte sola. Dalla parte dei lavoratori”.

Di Recanati, come Giacomo Leopardi, militante – nel 1946 - del più nobile fra i partiti politici storici italiani, ovvero del Partito d'Azione, aderirà al Partito Socialista Italiano nel 1948.

Ricoprirà la carica di Vicesegretario nazionale della CGIL fino al 1960 (condannando, nel 1956, l'invasione sovietica in Ungheria) e quella di Vicesegretario del PSI dal 1963 al 1966 e del PSI-PSDI Unificati fino al 1968.

Sarà eletto Deputato, la prima volta, nel 1953 e ricoprirà la carica di Senatore dal 1968 fino alla morte.

Sempre vicino – anche fisicamente - agli operai e ai braccianti, nel 1969 sarà nominato Ministro del Lavoro e della Previdenza Sociale del primo governo Rumor (sostenuto da PSI-PSDI Unificati, DC e PRI) e sosterrà quello Statuto dei Lavoratori che getterà la basi per garantire i diritti dei lavoratori, la loro dignità e la libertà sindacale e che diventerà legge nel 1970.

Il Presidente della Repubblica, Saragat, gli conferirà la Medaglia d'Oro al Valor Civile.

A mantenerne viva la memoria, la Fondazione intitolata a suo nome, le cui attività si possono trovare a questo link: https://www.fondazionebrodolini.it

Luca Bagatin

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venerdì 5 luglio 2024

I Cinque Principi di Coesistenza Pacifica, fondamento della politica estera cinese. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 28 giugno scorso, a Pechino, si è tenuta la conferenza che ha ricordato il 70esimo anniversario dei Cinque Principi di Coesistenza Pacifica, che sono le fondamenta sulle quali si basa la politica estera cinese.

I Cinque Principi furono enunciati da uno dei più importanti, lungimiranti e riformisti leader cinesi, ovvero il Primo Ministro Zhou Enlai, nel dicembre 1953, in occasione del ricevimento di una delegazione del governo indiano.

Essi si fondano su: rispetto reciproco della sovranità e integrità territoriale; non aggressione; non ingerenza reciproca negli affari interni degli Stati; reciproco vantaggio e coesistenza pacifica.

Tali principi furono inseriti nella Costituzione cinese nel 1982 e sono la base delle pacifiche relazioni cinesi con tutti gli altri Paesi del mondo.

Alla conferenza del 28 giugno hanno partecipato ex leader politici di circa venti Paesi e, molto atteso, è stato il discorso del Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping, il quale ha sottolineato, in particolare, come i Cinque Principi, abbiano “segnato un risultato rivoluzionario ed epocale nella Storia delle relazioni internazionali”, in particolare in un'epoca in cui “il mondo era oscurato dalle nubi oscure della Guerra Fredda”.

L'azione della Cina socialista, negli Anni '50 e '60, non solo fu molto importante per portare avanti la decolonizzazione di molti Paesi asiatici e africani, ma promosse proprio quei principi di indipendenza e coesistenza pacifica - oltre i due blocchi contrapposti USA-URSS - che gettarono le basi per il suo successo, sia economico che nelle relazioni internazionali.

Come ha sottolineato il Presidente Xi nel suo discorso, peraltro, il Movimento dei Non Allineati, sorto negli Anni '60, adottò come principio guida proprio i Cinque Principi di Coesistenza Pacifica.

In particolare il Presidente Xi ha sottolineato come i Cinque Principi siano: “conformi agli scopi e ai principi della Carta delle Nazioni Unite” (…); “Seguendo i Cinque Principi, anche i Paesi che differiscono tra loro per sistema sociale, ideologia, storia, cultura, fede, stadio di sviluppo e dimensioni possono costruire un rapporto di fiducia reciproca, amicizia e cooperazione” (…); “Sempre più Paesi in Asia, Africa e America Latina si sono espressi e si sono sostenuti a vicenda, si sono opposti alle interferenze straniere e hanno intrapreso un percorso di sviluppo indipendente; “I Cinque Principi sono stati istituiti con lo scopo di proteggere gli interessi e gli interessi dei Paesi piccoli e deboli dalle politiche di potenza. Si oppongono categoricamente all’imperialismo, al colonialismo e all’egemonismo e rifiutano le pratiche belligeranti e prepotenti della legge della giungla”.

Il Presidente Xi ha affermato, altresì, che “C’è un solo Pianeta Terra nell’universo e tutta l’umanità ha un’unica casa comune” e, dunque, occorre “sostenere il principio di uguaglianza sovrana”; “consolidare le basi del rispetto reciproco”; “trasformare la visione di pace e sicurezza in realtà”; “unire tutte le forze per raggiungere la prosperità”; “impegnarci per l'equità e la giustizia”; “abbracciare una mentalità aperta e inclusiva”.

Futuro condiviso, mondo più aperto e inclusivo, nuovo ruolo storico del Sud del mondo, non più subalterno a un Nord opulento e spesso belligerante.

Queste le parole d'ordine della nuova Cina di Xi Jinping, che traggono linfa da quel passato socialista riformista, costruito da Zhou Enlai e che proseguì con Deng Xiaoping e i suoi successori.

Peraltro tutti della stessa generazione e dello stesso piglio politico dei nostri leader socialisti democratici Giuseppe Saragat e Pietro Nenni. E va ricordato come quest'ultimo fu, peraltro, il primo a guardare con interesse alla Cina, a promuoverne il riconoscimento e ad avere sentimenti di amicizia con Zhou Enlai, che conobbe proprio negli Anni '50 ed al quale donò una copia del giornale socialista “L'Avanti!”.

Xi Jinping ha peraltro fatto presente, in conclusione, come “La determinazione della Cina di restare sulla via dello sviluppo pacifico non cambierà. Non prenderemo mai la strada battuta del saccheggio coloniale, o la strada sbagliata della ricerca dell’egemonia quando si diventa forti. Resteremo sulla strada giusta verso uno sviluppo pacifico. Tra i principali Paesi del mondo, la Cina ha il miglior track record in termini di pace e sicurezza. Ha esplorato un approccio tipicamente cinese per risolvere i problemi degli hotspot. Ha svolto un ruolo costruttivo nella crisi ucraina, nel conflitto israelo-palestinese e nelle questioni relative alla penisola coreana, all’Iran, al Myanmar e all’Afghanistan. Ogni aumento della forza della Cina è un aumento delle prospettive di pace nel mondo”.

Luca Bagatin

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lunedì 29 gennaio 2024

Ciao Sandra! Articolo di Luca Bagatin

 

Sandra Milo è volata via.

Artista, attrice, volto noto in tutto il mondo, che a 90 anni non aveva mai smesso di lavorare, se pensiamo che partecipò a due edizioni del programma televisivo “on the road” (tutt'ora in onda sul Canale 8) “Quelle Brave Ragazze”, assieme a Mara Maionchi, Orietta Berti e Marisa Laurito, viaggiando dall'Italia alla Spagna, passando per la Francia e il Marocco! E che a 77 anni partecipò a una edizione del più estremo dei reality show, ovvero l'”Isola dei Famosi”.

Sandra Milo, musa svampita e sensuale di Federico Fellini; attivista socialista della prima ora, prima accanto a Pietro Nenni e successivamente partecipando alle campagne elettorali di Bettino Craxi, che fu anche un suo grande amore. In un'intervista a “Novella 2000”, dei suoi ideali socialisti rivelò: “A 12 anni leggevo Marx, Engels, Lenin, Proudhon…mi volevo costruire una coscienza sociale ed ero molto attratta dall’idea socialista. Andavo ai comizi, di Togliatti, di Nenni. Bettino, era il pupillo di Nenni, ed era un uomo molto affascinante, molto seduttivo, con una voce fantastica”.

Sempre controcorrente, oltre il politicamente corretto e contro ogni sciocco bigottismo, si schierò in favore dell'eutanasia, partecipando anche al film del mio caro amico Cesare Lanza, “La perfezionista”, nel 2009, che trattava proprio di tale scottante tematica e che recensii per primo e con grande trasporto.

Sandra Milo, a 87 anni, nel 2020, arrivò persino a fare lo sciopero della fame e a incatenarsi davanti a Palazzo Chigi, per invitare il governo a provvedere alla crisi del lavoratori del mondo dello spettacolo, a causa della chiusura di cinema e teatri, durante la pandemia.

Personaggio storico, che incarnò – con eleganza e spirito da eterna adolescente - gli eterni valori di amore e libertà, con ironia e con una gioia di vivere che molto ha da insegnare tanto alle nuove, quanto alle passate generazioni.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it


lunedì 6 novembre 2023

I socialisti democratici italiani e il centro-sinistra. Articolo di Luca Bagatin

 

L'azione dei socialisti democratici del PSLI – poi ribattezzato PSDI – fu fondamentale nella ricostruzione dell'Italia nel secondo dopoguerra, come ricordai in un recente articolo, rifacendomi al saggio del prof. Michele Donno “Socialisti democratici”, edito da Rubbettino (https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/10/il-contributo-socialista-democratico.html).

Il prof. Donno ha proseguito le sue ricerche attraverso il suo “I socialisti democratici italiani e il centro-sinistra”, edito sempre da Rubbettino, nel quale viene spiegato come il Partito Socialista Democratico Italiano diede un forte contributo quale traghettatore del Partito Socialista Italiano di Pietro Nenni nei governi presieduti dalla DC, dal PRI e dallo stesso PSDI.

Nel solco della ricerca di una riunificazione socialista, consumatasi nel 1947, il PSDI, non sempre concorde con la DC e spesso rissoso nei confronti del PLI, fece il possibile per staccare il PSI dall'abbraccio mortale con il PCI e portarlo nell'area di governo, in modo da costituire un centro-sinistra organico, atto a portare avanti quelle riforme sociali che attendevano l'Italia da lungo tempo.

E ciò accadde nel dicembre del 1963, con il governo Moro, sostenuto, oltre che dalla DC, dai socialisti, dai socialisti democratici e dai repubblicani.

Un governo che vide il leader socialista Pietro Nenni alla Vicepresidenza del Consiglio e il leader socialista democratico Giuseppe Saragat al Ministero degli Esteri.

Un governo che si porponeva, fra le altre cose, di far eleggere il Parlamento europeo a suffragio universale, di sostenere il processo di distensione fra USA e URSS e, con il socialista democratico Roberto Tremelloni al Ministero delle Finanze, di razionalizzare la spesa pubblica, alleggerire la burocrazia e rilanciare produzione e occupazione.

Le basi di un riavvicinamento fra il PSDI e il PSI e di un avvicinamento di quest'ultimo, all'area governativa centrista, si videro già nel XXXII Congresso del PSI di Venezia nel febbraio 1957 e nel plauso verso i partiti socialisti dell'allora Papa Giovanni XXIII, il quale aprì la Chiesa cattolica alle istanze dei più deboli, all'emancipazione delle classi lavoratrici e alla distensione a livello internazionale fra le superpotenze.

Un PSI che, pur non riuniciando affatto alla sua base anticapitalista, divenne critico nei confronti di un PCI sempre più eterodiretto da Mosca e sempre meno alla ricerca di una sua autonomia.

L'autonomismo socialista divenne, infatti, la bandiera di Nenni e il PSDI si adoperò quale “cerniera” fra il PSI e una DC che, pur conservatrice su molte tematiche, veniva tenuta a bada proprio dalle posizioni più avanzate dei socialisti, sia in ambito economico-sociale che civile e democratico.

Come ricorda il prof. Donno nel suo saggio, l'azione dei socialisti democratici già nei governi De Gasperi e Fanfani fu molto avanzata e portò alla nazionalizzazione dell'energia elettrica; a una legge antimonopolistica; al potenziamento della Cassa del Mezzogiorno; a una più equa e rigorosa politica fiscale; alla lotta contro la speculazione in Borsa; a un programma di edilizia popolare; a una riforma del sistema previdenziale; a una riforma agraria in favore della piccola proprietà contadina; all'obbligo scolastico fino al quattordicesimo anno di età e all'affermazione della scuola laica.

Tutto ciò pur fra mille difficoltà, considerando la politica spesso clientelare e poco rigorosa operata dalla DC, che molto spesso mise in crisi il rigorosissimo Ministro socialista democratico Tremelloni, il quale occupò spesso, in quegli anni, ministeri a carattere economico e, nel terzo governo Moro, il ruolo di Ministro della Difesa.

Tremelloni, infatti, puntò molto sulla stabilità monetaria, la razionalizzazione della spesa pubblica, la sburocratizzazione e la programmazione economica e l'efficienza della pubblica amministrazione fu, per tutta la sua vita di Ministro e politico, la sua vera missione.

Non a caso, come ricorda il prof. Donno, Tremelloni si allontanò dalla vita politica in un periodo in cui osservò che il clientelismo e la “finanza allegra” tendevano a prevalere rispetto al pragmatismo e alla buona amministrazione.

Gli Anni '60 saranno, peraltro, periodo in cui il PSDI aumenterà i suoi consensi, passando dal 4,5% degli Anni '50, al 6%.

E, come ricorda il saggio del prof. Donno, gli anni del primo centro-sinistra organico, furono anche l'epoca del sostegno dell'Italia ai Paesi africani e del Terzo Mondo; della ricerca di una distensione a livello geopolitico fra le potenze; di ricerca di un policentrismo (oggi si direbbe multipolarismo) che garantisse equilibrio e benessere per tutti.

Il 28 dicembre 1964, per Saragat, giunse l'elezione a Presidente della Repubblica, facendo convergere – dopo numerose peripezie politiche - i voti, non solo dei socialisti democratici, ma anche del PSI, del PRI, della DC e del PCI.

Saragat, nonostante il nuovo ruolo ricoperto, non abbandonò mai l'idea di riunificare il PSI e il PSDI, anche per contrastare da una parte l'azione governativa conservatrice della DC al governo e quella del PCI all'opposizione, evitando che quest'ultimo si ponesse a capo del movimento operaio in Italia.

Fu così che, il 30 ottobre 1966, a Roma, nacque il Partito Socialista Unificato (PSU), ovvero il PSI-PSDI Unificati, unendo, nello stesso simbolo, quello del PSI con il libro aperto, la falce e martello e il sole nascente e quello del PSDI con il sole nascente.

Il nuovo partito, ad ogni modo, percorso comunque da continui contrasti fra i due partiti, alle successive elezioni del 1968 conquistò appena il 14,4% alla Camera e il 15,2% al Senato, ovvero meno della somma dei due elettorati storici (e infatti vennero persi ben 29 seggi, molti dei quali conquistati dal neonato Partito Socialista di Unità Proletaria, che ottenne il 4,45%).

Inutile dire che, tale sconfitta, portò allo scioglimento di tale partito e al ritorno nei ranghi dei rispettivi partiti socialisti.

Occasione mancata che, probabilmente, sarà sanata dall'elezione di Bettino Craxi a Segretario del PSI nel 1976. Questi, infatti, propose al contempo una politica di riformismo, senza rinunciare ai valori fondanti del socialismo originario. Occasione colta da molti esponenti del PSDI che, alla fine degli Anni '80, confluiranno nel PSI di Craxi, fra i quali Pier Luigi Romita e Pietro Longo.

Ma di questa storia, probabilmente, mi auguro parlerà un futuro saggio dell'ottimo prof. Michele Donno, a conclusione delle sue ottime ricerche sul socialismo democratico italiano.

Luca Bagatin

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martedì 17 ottobre 2023

Il contributo socialista democratico alla ricostruzione dell'Italia nel secondo dopoguerra. Articolo di Luca Bagatin

 

Aveva per simbolo, nel 1947, falce, martello, libro e tre frecce rosse (emblema dei movimenti che diedero vita all'Internazionale Operaia, a simboleggiare le tre armi socialiste: il Partito, il Sindacato e l'Impresa socializzata), il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), primo nucleo di quello che diverrà, dal 1952 in poi, il Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI), partito del dopoguerra troppo spesso dimenticato, ma che diede forte impulso alla ricostruzione post-bellica e all'emancipazione della classe lavoratrice, ancorandola a valori di libertà e democrazia.

A raccontarci, lungamente, l'epopea dei socialisti democratici, il prof. Michele Donno, attraverso due ottimi saggi editi da Rubbettino, ovvero “Socialisti democratici. Giuseppe Saragat e il PSLI (1945 – 1952)" e “I socialisti democratici e il centro-sinistra (1956 – 1968)”.

Il primo saggo del prof. Donno si apre parlandoci del Padre nobile del socialismo democratico, ovvero Giuseppe Saragat, ben prima di divenire anche Padre nobile della Repubblica italiana, ovvero Presidente della stessa, dal 1964 al 1971.

Saragat aderì – a 24 anni - al Partito Socialista Unitario (PSU) di Filippo Turati (fondatore del Partito Socialista Italiano, nel 1893) e Giacomo Matteotti, nel 1922. All'epoca del nascente fascismo, al quale si contrapporrà per tutta la vita.

Il PSU rappresentava la corrente riformista del socialismo italiano, la quale aveva preso le distanze dai comunisti e da quei socialisti che, anziché guardare alla costituzione di una democrazia socialista interclassista, guardavano all'esperienza sovietica e alla dittatura del proletariato.

I valori di Saragat e del PSU erano dunque: internazionalismo, identità nazionale e cooperazione fra i popoli e i suoi principi si ispiravano al cosiddetto “centro marxista”, ovvero quella corrente che si collocava fra il riformismo e i principi socialisti rivoluzionari.

In tal senso, Saragat, in particolare, si ispirò al cosiddetto “austromarxismo”, ideologia sviluppata dai socialdemocratici austriaci dell'epoca, fra cui Otto Bauer – che vedeva uniti ceti medi e proletari - e alla quale si ispirò grazie al suo soggiorno viennese.

E proprio quel “centro marxista” sarà il nucleo attorno al quale si sviluppò il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, costituito per la prima volta nel 1926.

L'obiettivo sarà quello di edificare una società socialista, marxista, attraverso la democrazia e l'unione di tutte le classi lavoratrici, dialogando con le classi borghesi, pur non rimanendone dipendenti o subalterni.

Erano gli anni dell'esilio dall'Italia, visto che il fascismo perseguitava tutte le correnti di ispirazione democratica e socialista a Saragat, nel 1929, pubblicò – in Francia - una delle sue più importanti opere, ovvero “Marxismo e democrazia”, nel quale espose le sue tesi relative al marxismo umanitario, secondo lui più autentico rispetto a quello burocratico che aveva trionfato in Unione Sovietica.

Erano comunque anche gli anni della collaborazione fra tutte le correnti socialiste e comuniste antifasciste in esilio e, più volte, i socialisti tentarono l'unificazione e, per il periodo della lotta antifascista, si fusero nel PSIUP, ovvero nel Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, nei quali il riformista Saragat e l'allora filo-sovietico Pietro Nenni, convissero nello stesso partito. E, entrambi i leader socialisti, all'epoca, combatterono nelle fila della Resistenza antifascista.

Nel 1945 – 1946, Giuseppe Saragat fu nominato dall'allora Presidente del Consiglio De Gasperi, Ambasciatore italiano a Parigi e, il 2 giugno 1946, fu eletto all'Assemblea Costituente, di cui fu nominato Presidente sino al 1947.

Il dopoguerra coincise con la ripresa, in Italia, dell'attività socialista e vennero rifondate una serie di riviste e circoli, fra cui la storica “Critica Sociale”, la cui direzione sarà affidata a Ugo Guido Mondolfo, con la collaborazione di Giuseppe Faravelli.

Molto attivo fu anche il gruppo di Rivoluzione Socialista, raccolto attorno alla rivista “Iniziativa Socialista”, guidato da Mario Zagari, futuro deputato socialista democratico e la cui corrente era considerata più a sinistra del Partito Comunista Italiano, di cui denunciavano l'eccessivo tatticismo e la subordinazione all'URSS.

Fu proprio attorno alle riviste “Critica Sociale”, di orientamento riformista e a “Iniziativa Socialista”, più a sinistra, che si costituì la base per la fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani (PSLI), nel 1947 e che provocò la cosiddetta “scissione di Palazzo Barberini”, che portò nuovamente il Partito Socialista Italiano a dividersi in due.

Saragat, Zagari, Mondolfo, Matteo Matteotti, Luigi Preti, Ludovico D'Aragona, Alberto Simonini, la rivoluzionaria russa Angelica Balabanoff e altri, con il PSLI, portarono dunque avanti nuovamente la bandiera di quel “centro marxista” e riformista che non accettava quella subalternità al PCI che, invece, il PSI di Nenni sembrava subire.

Il PSLI, dunque, si proponeva quale partito socialista interclassista, contro tutti i totalitarismi, sia di destra che di sinistra e poneva, alla base della sua strategia, i principi di cooperazione e di pianificazione in ambito economico, attraverso una riorganizzazione della pubblica amministrazione e riforme strutturali.

Nell'ambito dell'Assemblea Costituente, i deputati socialisti democratici, accanto a quelli del Partito d'Azione, del Partito Repubblicano Italiano e del partito Democrazia del Lavoro, cercarono un'intesa e furono fra i primi – assieme al Partito Socialista Italiano - a battersi contro l'inserimento dei fascisti Patti Lateranensi in Costituzione (il famoso Articolo 7), che invece fu approvato grazie alla convergenza dei voti democristiani e comunisti.

Il PSLI, peraltro, con il Partito d'Azione, tentò di riunificare le forze socialiste e, non a caso, alcuni esponenti azionisti, quali Tristano Codignola e Leo Valiani, entreranno nel PSLI.

Figura di spicco, molto citata nei saggi del prof. Donno, quella del socialista democratico Roberto Tremelloni, il quale, peraltro, contribuì alla nascita del celebre quotidiano economico “Il Sole 24 Ore”.

Fine studioso di economia, anche internazionale, Tremelloni, nominato Ministro dell'Industria e del Commercio nel IV Governo De Gasperi, promosse un piano economico che prevedeva la razionalizzazione della spesa pubblica, attraverso tagli alle spese improduttive e uno snellimento della burocrazia. Tremelloni fu anche un acceso sostenitore del Piano Marshall e, da Ministro, badò a gestirne la pianificazione.

Nonostante lo scarso peso elettorale del PSLI nel 1947, attestato attorno al 4%, la Democrazia Cristiana degasperiana accettò di buon grado un suo ingresso al governo, ritenendo, in questo modo, di poter dare rappresentanza a quel socialismo democratico che poteva fungere da argine all'avanzata del comunismo italiano nella società e nelle classi lavoratrici italiane.

E ciò, pur fra i molti dubbi di quelle correnti di sinistra del PSLI, fra cui quella capeggiata da Zagari, le quali non vedevano di buon occhio una collaborazione governativa con forze politiche borghesi.

Anche l'adesione al Piano Marshall da parte dei deputati del PSLI non fu così indolore – per quanto la maggioranza lo sostenne con forza - e, relativamente all'integrazione europea, questa fu sostenuta quale nucleo per la creazione di una “terza forza” europeista di ispirazione federalista e socialista democratica, alternativa al blocco atlantico e a quello sovietico, visti entrambi, dagli esponenti del PSLI, come opposti “imperialismi”.

Il PSLI, come spiega il prof. Donno, fu sostenitore di una seria riforma agraria, di un piano di sicurezza sociale, della stabilizzazione monetaria e di una politica di stabilizzazione dei prezzi, il tutto collegato all'avvio del Piano Marshall, adeguatamente pianificato.

Oltre a ciò, i deputati socialisti democratici, furono sostenitori dell'ordine pubblico (contro ogni estremismo di destra e sinistra); della laicità dello Stato e delle libertà individuali; delle politiche in favore dello sviluppo del Mezzogiorno d'Italia; di una politica fiscale che andasse a colpire il grande capitale, ma tutelasse l'iniziativa privata; della riduzione delle spese militari, in favore dell'aumento del bilancio alla pubblica istruzione. I socialisti democratici furono anche i primi, peraltro, in Italia, a parlare di obiezione di coscienza al servizio militare (ben prima dei radicali di Marco Pannella) e a promuovere l'abolizione della coscrizione obbligatoria.

Come ricorda il prof. Donno nei suoi saggi, l'utilità storica del Piano Marshall, in ogni caso, secondo gli esponenti del PSLI, doveva essere legata a: “parità dei diritti degli Stati aderenti; porta aperta all'Unione Sovietica e alle nazioni dell'Europa orientale; nessuna riabilitazione delle vecchie caste capitaliste e militariste responsabili del nazifascismo e della guerra; inserimento delle masse lavoratrici nella gestione dello Stato e dei grandi mezzi di produzione; coordinamento dei piani di ricostruzione nazionale con quelli degli altri Paesi europei”.

Relativamente all'adesione al Patto Atlantico, nel 1949, il PSLI invece si divise. Ciò portò a una scissione e alla fondazione del PSU, costituito dalla corrente “Critica Sociale” di Mondolfo e Faravelli, che diede la sua adazione al Patto Atlantico.

Se, da una parte, il PSU diede adesione al Patto Atlantico, in ambito di politica interna criticò il PSLI di Saragat per il suo voler proseguire la collaborazione governativa con la DC, accusandolo di essere la “coda marxista della DC”.

Molti socialisti democratici, invece, preferirono astenersi, relativamente al Patto Atlantico, fra cui Mario Zagari, mentre altri, come Piero Calamandrei, votarono contro, ritenendo inaccettabile che l'Italia potesse aderire ad uno dei due blocchi, rinunciando alla sua funzione mediatrice e di promozione della pace internazionale.

A ridosso delle elezioni del 1948, come ricorda il prof. Donno, gli esponenti del PSDI contribuirono a organizzare convegni per la promozione della cosiddetta “terza forza”, ovvero un'aggregazione di forze laiche, socialiste e repubblicane, che avesse come obiettivo l'ammodernamento e la sburocratizzazione della macchina amministrativa e si contrapponesse tanto alla DC quanto al PCI, oltre che al neonato MSI.

A tali convegni contribuirono attivamente personalità di area azionista, socialista democratica e repubblicana quali Ernesto Rossi, Aldo Garosci, Mario Pannunzio, Tristano Codignola Piero Calamandrei e altri e portarono, per molti versi, ad essere la base per la creazione della lista Unità Socialista, che si presenterà alle elezioni del 4 e 5 aprile 1948, ottenendo il 7,1% dei voti alla Camera dei Deputati (34 deputati) e il 7% al Senato (12 senatori).

Risultato considerato modesto, se pensiamo che la DC prese il 48,5% dei voti e il Fronte Democratico Popolare (PCI e PSI uniti) ottenne il 30,98%, ma tale lista socialista e laica si posizionò comunque al terzo posto e la DC le offrì – pur senza essere obbligata a farlo, visto il gran numero di voti conseguiti – una nuova collaborazione governativa.

La DC di De Gasperi sapeva infatti molto bene che, per mantenere buoni rapporti con le forze sociali, era opportuno coalizzarsi con i socialisti democratici, così come si alleò anche con il Partito Repubblicano Italiano e il Partito Liberale Italiano per ottenere il consenso delle maggiori forze economiche laiche italiane dell'epoca.

Pur fra alti e bassi, nasceva così il V Governo De Gasperi. Governo centrista, equilibrato a sinistra grazie all'apporto del PSLI, che diede un contributo a sostegno dell'istruzione pubblica, nella lotta ai privilegi, in favore dei lavoratori e della ricostruzione industriale.

Giuseppe Saragat sarà nominato Vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Roberto Tremelloni sarà Ministro senza portafoglio e, al socialista democratico Ivan Matteo Lombardo, sarà assegnato il Ministero dell'Industria e del Commercio.

Scissioni e ricomposizioni, in casa socialista, non erano ancora finite, ma di questo parleremo in altro articolo, sempre grazie agli ottimi studi del prof. Michele Donno, il quale ha saputo ricostruire la storia di questo piccolo partito socialista che ha contribuito a rendere grande quell'Italia che altri, dal 1993 ad oggi, hanno contribuito, purtroppo, a distruggere.

Luca Bagatin

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Simbolo del PSLI dal 1947 al 1948

 
Simbolo del socialismo democratico dal 1948 al 1983

giovedì 30 marzo 2023

Il riformismo socialista della Repubblica Popolare Cinese. Articolo di Luca Bagatin

 

Sin da prima dell'inizio del conflitto russo-ucraino, la Cina ha saputo mantenere equilibrio e razionalità.

Lo stesso equilibrio e razionalità che ha mantenuto durante la gestione della pandemia.

Prima dello scoppio del conflitto, il Ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, si era espresso alla Conferenza di Monaco sulla sicurezza nella ricerca di: “una soluzione pacifica che garantisca sicurezza e stabilità in Europa”, sottolineando come “nessuno è al di sopra del diritto internazionale”. E, in tal senso, aveva aggiunto: “si è tornati ad una mentalità da Guerra Fredda, ma è sbagliato riportare indietro le lancette della Storia. Per trasformare il mondo in un posto migliore, i Paesi devono lavorare insieme, in un clima fondato sulla cooperazione, non sulla competizione”.

E' del 15 febbraio scorso un'interessante intervista di Carlo Valentini, su “ItaliaOggi” (https://www.italiaoggi.it/news/basta-con-l-europa-subalterna-2592982), a Giancarlo Elia Valori, attento analista in ambito internazionale, nonché importante dirigente d'azienda italiano e autore di numerosi saggi che spaziano dalla geopolitica, alla spiritualità, alla globalizzazione.

In tale intervista, Giancarlo Elia Valori, peraltro professore onorario all'Università di Pechino, fa presente – fra le altre cose - come l'obiettivo della Cina non sia mai stato quello di superare gli USA, bensì di migliorare la propria economia e affrancarsi dall'imperialismo e dal colonialismo occidentale, del quale essa fu preda nell'Ottocento, ai tempi delle guerre dell'oppio.

Il governo cinese, recentemente, ha posto un piano di pace in dodici punti, che, riassumendo, prevede: il rispetto di sovranità, indipendenza e integrità di tutti i Paesi secondo le leggi internazionali riconosciute, compresi scopi e principi della Carta delle Nazioni Unite; l'abbandono della mentalità della Guerra Fredda: la sicurezza di un Paese non dovrebbe essere perseguita a spese di altri e tutte le parti dovrebbero ricercare pace e cooperazione; il cessare le ostilità e riapertura del dialogo fra Russia e Ucraina; la riaffermazione che dialogo e negoziati sono l'unica via d'uscita praticabile”; dare priorità alla protezione dei civili ed alla creazione di corridoi umanitari; il rispetto del diritto umanitario internazionale: nessun attacco ai civili e alle strutture civili e favorire lo scambio di prigionieri; il mantenimento della sicurezza delle centrali nucleari; il rifiuto dell'uso di armi nucleari in qualsiasi circostanza; la facilitazione delle esportazioni di cereali; lo stop alle sanzioni unilaterali e la creazione delle condizioni affinché i Paesi in via di sviluppo possano far crescere le loro economie e migliorare la vita dei loro popoli; il mantenimento della stabilità delle catene industriali e di approvvigionamento; la promozione della ricostruzione postbellica.

Un piano di ragionevolezza, equilibrio, cooperazione e sviluppo volto a unire, anziché dividere, tutti gli attori coinvolti.

Anziché inviare armi, ancor peggio se all'uranio impoverito, come fa La Gran Bretagna, con tutti i rischi del caso in termini di sicurezza e salute, come sottolineato di recente anche dal giornalista Michele Santoro, visti anche i precedenti che hanno visto coinvolti i militari italiani nell'ex Jugoslavia, la Cina propone un piano di pace.

Piano che, purtuttavia, gli USA rifiutano e l'UE sembra, ancora una volta, andare dietro a Washington.

Non sappiamo se a prevalere sarà la logica della ragionevolezza, ma ad oggi sembra che la Cina di Xi Jinping, erede di quella di Zhou Enlai e Deng Xiaoping, rappresenti quel socialismo riformista che incarnò quel Pietro Nenni, già Ministro degli Esteri socialista, che per primo, in Italia e Europa, aprì – alla fine degli Anni '60 - alle relazioni con la Repubblica Popolare Cinese.

Luca Bagatin

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venerdì 12 novembre 2021

"La via cinese", saggio sulla Cina di oggi e le opportunità che può offrire. Articolo di Luca Bagatin

 

La Cina, specialmente dopo l'ottima gestione della pandemia Covid19, è divenuta una potenza mondiale in grado di competere con gli Stati Uniti d'America per la leadership mondiale.

Il primo a riconoscere le potenzialità della Repubblica Popolare Cinese fu, in piena guerra fredda, l'allora Ministro degli Esteri, nonché leader socialista, Pietro Nenni.

Fu infatti grazie in primis a Nenni, se la Cina è stata riconosciuta in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Da tempo, in Italia, il socialismo di Nenni non esiste più, quanto all'Europa, come rilevato da numerosi studiosi e dai fatti, i partiti cosiddetti “socialisti” sono diventati liberali e capitalisti.

Ovvero ben lontani da prospettive politiche di emancipazione sociale e di elevazione morale, civile e spirituale.

Il prof. Fabio Massimo Parenti, esperto di geopolitica, professore associato alla China Foreign Affairs University di Pechino e docente presso il Lorenzo de' Medici – The Italian International Institute di Firenze, ha recentemente dato alle stampe il suo ultimo saggio dedicato alla Repubblica Popolare Cinese.

Edito da Meltemi, “La via cinese – Sfida per un futuro condiviso” di Parenti, mira innanzitutto – con dati, analisi e studi alla mano - a decostruire gli stereotipi che il pubblico, i media e le autorità occidentali si sono fatti sulla Cina.

Il prof. Parenti ci spiega innanzitutto come, grazie alla leadership del Partito Comunista Cinese (i cui componenti sono selezionati attraverso principi meritocratici), la Cina si sia liberata dalla povertà assoluta e siano state garantite possibilità di miglioramento ad ogni strato della società, rendendo il Paese moderno e in grado, non solo di competere con le più grandi potenze mondiali, ma finanche di essere diventata pressoché la prima potenza economica mondiale al mondo.

Il tutto anche e soprattutto grazie sia a un profondo senso di far prevalere l'interesse generale rispetto a quello egoistico-paersonale, sia ad un profondo patriottismo radicato nel popolo cinese, ispirato al confucianesimo (oltre che al taoismo e al buddismo) ed ai principi marxisti-leninisti e all'insegnamento di Mao Tse-Tung.

Uno spirito patriottico radicato nel popolo cinese che, a differenza di quanto accade nei Paesi occidentali e liberali, supporta direttamente il suo governo. Cosa che peraltro si è vista nella gestione della pandemia che, da tempo, in Cina, non rappresenta più un pericolo reale.

E ciò non solo grazie ai forti finanziamenti in campo medico-sanitario (a differenza dei Paesi occidentali e liberali, che hanno fortemente tagliato in questo settore), ma anche in quanto popolazione, istituzioni, personale sanitario, medico e scientifico, hanno agito tempestivamente e in piena sinergia, secondo i tre principi di “testare, tracciare, trattare”, volti ad arginare i contagi e combattere il virus. Oltre che aiutare in tal senso altri Paesi, come l'Italia.

Strategia diametralmente opposta di quanto è avvenuto e sta avvenendo nei Paesi liberal capitalisti occidentali, ove ancora si investe poco in sanità, ove le autorità e la popolazione sembrano collaborare molto poco ed ove l'esempio cinese non è stato affatto seguito.

Altro dato, spiegato da Parenti, che ha permesso alla Cina di divenire la prima economia del pianeta, è stata la possibilità per molti cinesi di viaggiare all'estero già dagli Anni '80 e '90, permettendo loro di acquisire conoscenze da importare e migliorare nel loro stesso Paese.

Oggi, in Cina, risiedono infatti innumerevoli società ad alta tecnologia che sono state in grado di innovare, rispetto ai loro competitor occidentali e il tutto grazie ad un forte, deciso e fattivo sostegno dello Stato socialista cinese.

Proprio a causa di tali successi, come spiega il saggio del prof. Parenti, gli USA hanno e stanno mettendo in campo nuove politiche da “guerra fredda”, al fine di arginare l'ascesa cinese.

E lo fanno sia direttamente, come ha fatto l'amministrazione Trump, attraverso dazi ai prodotti provenienti dalla Cina; sia attraverso tentativi di disinformazione mediatica; sia attraverso tentativi di destabilizzazione interna, sovvenzionando ad esempio i manifestanti violenti ad Hong Kong, che frange terroristiche islamiche nello Xinjiang (tutti aspetti approfonditi nel saggio di Parenti).

Da notare che, invece, la Cina, agisce in modo totalmente opposto. Ovvero non entra nelle questioni interne di altri Paesi, promuovendo non solo l'armonia fra i Paesi, ma anche la cooperazione economica. E, come fa presente il prof. Parenti, mentre gli USA possiedono basi militari in ben 80 Paesi, la Cina ne possiede unicamente una a Gibuti, in Africa.

Da sottolineare peraltro come la Cina, sin dagli Anni '50, abbia sostenuto e cooperato con gran parte dei Paesi africani che si stavano liberando dal colonialismo, mentre gli USA hanno sempre sostenuto le potenze europee coloniali e neo-coloniali, imponendo il loro modello liberal capitalista.

Quello cinese, fa presente il saggio di Parenti, è in sostanza un “socialismo con caratteristiche cinesi” o “socialismo di mercato non capitalista”, che ha delineato, nei decenni, una “globalizzazione con caratteristiche cinesi”.

Una globalizzazione fondata sul modello definito “win-win”, ove tutti gli attori coinvolti risultano soddisfatti e vincitori. Un modello di cooperazione economico, strategico e geopolitico alla pari, ove il modello cinese non viene esportato, ma ove la Cina attua forme di cooperazione paritaria con altri Paesi.

Una cooperazione che si basa sulla non-aggressione e sulla non-ingerenza negli affari interni; sul rispetto reciproco; sulla difesa dell'integrità nazionale territoriale; sul multilateralismo e la cooperazione pacifica.

Da tempo la Repubblica Popolare Cinese collabora con la Russia, l'America Latina (Cuba, Argentina, Bolivia e Venezuela in primis), l'Asia e l'Africa, ma anche con la nostra Europa, attraverso la Belt and Road Initiative (BRI), detta anche Nuova via della seta.

Il saggio di Fabio Massimo Parenti, oltre a ciò, si sofferma nell'illustrare il sistema politico e sociale della Cina moderna, in modo da decostruire quegli stereotipi occidentali che vorrebbero far passare il governo cinese per autoritario e antidemocratico.

Parenti ci spiega come la Cina sia una Repubblica fondata sulla “democrazia consultiva”. Ovvero su una procedura di dialogo fra la società e le istituzioni.

A tal proposito esiste un organismo chiamato Conferenza Consultiva Politica del Popolo Cinese, formata da 3000 componenti e costituisce l'elemento che permette alla società civile di interagire con le autorità politiche.

Ovvero, spiega il prof. Parenti, i membri del Partito Comunista ricevono consigli elaborati da vari rappresentanti della società civile, appartenenti a diversi settori professionali. Si creano, così, gruppi e commissioni che elaborano le varie analisi e proposte e si attuano i piani di sperimentazione delle nuove politiche, oltre che la correzione delle politiche già in atto nel Paese.

Per molti versi, in sostanza, in Cina, si potrebbe parlare di parziali forme di democrazia diretta e dunque popolare e proprio tali aspetti vengono particolarmente approfonditi nel saggio di Parenti.

Il sistema politico e sociale cinese si fonda, essenzialmente, su principi di quella che viene definita “meritocrazia politica verticale”, ovvero di un sistema che premia l'efficienza delle politiche attuate e i buoni risultati ottenuti.

Nella società e nel Partito, in sostanza, fa carriera solamente chi ne ha merito, ovvero ha ottenuto risultati.

Da sottolineare come la società cinese, sia per cultura e religione (confuciana, taoista e buddista), oltre che per principi politici attuati (marxismo-leninismo e maoismo-dengismo), fa prevalere unicamente l'interesse generale e ogni aspetto individualistico e egoistico passa sempre in secondo piano.

E proprio tutto ciò, ha permesso l'edificazione di una Repubblica Popolare che è riuscita a liberarsi, prima dal feudalesimo e dal colonialismo e, nei decenni, dall'analfabetismo e dalla povertà assoluta, divenendo quindi, infine, la prima potenza economica mondiale.

Da dire poi, come sottolinea il prof. Parenti nel saggio, che la Cina non consta di un solo partito politico, per quanto quello Comunista ne rappresenti la guida e la leadership.

Nel Congresso Nazionale del Popolo, ovvero nel parlamento, composto da 3000 deputati con mandato quinquiennale, 800 membri rappresentano 8 partiti non comunisti e 500 sono deputati indipendenti.

Nel parlamento cinese, inoltre, è garantita un'adeguata rappresentanza di genere e delle minoranze etniche. Il 94% dei deputati è in possesso di una laurea; il 70% ha meno di 55 anni e il 5% ha meno di 25 anni.

Capitoli importanti del saggio di Parenti, sono dedicati alla Nuova via della seta cinese – siglata anche dall'Italia - e sono volti a dimostrare come questa non sia un Piano Masshall, ma una grande opportunità economica per tutti e possa gettare le basi per un mondo multipolare, pacifico e fondato sulla mutua cooperazione e non sull'imposizione imperialista del modello unico liberal capitalista e neocolonialista.

Fabio Massimo Parenti, in conclusione, ravvisa come ad ogni modo la perdita di peso economico, politico e strategico degli USA nel mondo, li stia spingendo verso scenari o da nuova “guerra fredda” o addirittura da possibile “terza guerra mondiale” contro la Cina e i Paesi ad essa più vicini strategicamente (si pensi alla Russia, ma anche al Venezuela, a Cuba e a molti Paesi sovrani e che guardano a forme di sviluppo multipolari e alternative al liberal capitalismo).

Tali scenari andrebbero scongiurati, in quanto portatori di tensioni e ripercussioni non solo a livello militare e politico, ma anche economico.

L'unico scenario positivo, ravvisato da Parenti, è dunque quello pacifico e multipolare, guidato dalla Cina nel pieno rispetto della sovranità nazionale di ogni Paese, della sua integrità territoriale e dei suoi usi e costumi.

“La via cinese – Sfida per un futuro condiviso”, offre dunque nuovi spunti sia al lettore che si interessa di fenomeni geopolitici, che a quel lettore che, spesso, sull'onda di un'informazione parziale, faziosa o distorta, ha accumulato pregiudizi relativamente alla Repubblica Popolare Cinese e al suo sistema politico, economico e sociale.

Luca Bagatin

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