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giovedì 13 febbraio 2025

Le Rose, forse, non sono state tutte estirpate


Pensiero da fissare. Un paio d'anni fa, annus horribilis 2023, Zelensky provò ad andare a Sanremo e fu rispedito al mittente. Intanto, Blanco impazziva sul palco calpestando le rose. Il pubblico, unanimemente, lo fischiò e lui, povero incosciente, fu cacciato a pedate. 

Oggi, nella giornata in cui Russia e America tornano a stringersi la mano e archiviano con scherno la peste Zelensky, Simone Cristicchi canta una canzone che fa piangere l'intero Ariston. Il pubblico, unanimemente, lo ringrazia per l'emozione intima che ha saputo trasmettere a ognuno. 

Fisso questo pensiero per quando lo rileggerò. Forse i Paladini non sono tutti morti o falliti, come qualcuno credeva. E forse, le Rose, non sono state tutte estirpate e calpestate, ma ci attendono in un meraviglioso giardino segreto.

(Debdeashakti) 

venerdì 9 febbraio 2024

Il web e la comunicazione (televisiva) e digitale oggi. Articolo di Luca Bagatin

Il mondo di oggi corre veloce. Si dirà che è una banalità, che è sempre andata così.

Il fatto è che corre a una velocità sbagliata o, meglio, squilibrata.

Molti delle mia generazione, che ha ormai superato i quarant'anni da qualche tempo, sono stati i cosiddetti “pionieri” del web, del mondo dei blog, in particolare, quando ancora non esistevano i “social”.

Quando in internet ci bazzicavamo in pochi, sul finire degli Anni '90 e i primi anni 2000.

Quando non c'erano regole né filtri, c'era più libertà, anche di opinione e allo stesso tempo c'erano meno pericoli di oggi.

Quali pericoli? Il pericolo delle truffe online, ma anche delle manipolazioni operate dall'intelligenza artificiale e dagli operatori della pubblicità commerciale, spesso ingannevole, oppure delle notizie create ad arte per aumentare i cosiddetti “click”.

Del resto è notizia recente che le ricerche sul motore di ricerca Google sono drammaticamente peggiorate a causa della cosiddetta spazzatura SEO, proprio perché molti vogliono fare incetta di “click”, per monetizzate con il marketing, facendo apparire, però, contenuti con una pessima qualità del testo.

Sul web, vent'anni fa, ci divertivamo a sperimentare.

Non eravamo bombardati da fastidiosissima pubblicità commerciale, per leggere un sito o per guardare un video su YouTube.

Scrivevamo pensieri, barzellette, riflessioni. I primi articoli seri ho iniziato a scriverli così. E all'epoca – quando creai il mio primo blog (che arrivò, negli anni, persino a superare il milione di visite) - scrivevo da un bar, non disponendo di una connessione casalinga.

E soprattutto non pensavamo a “monetizzare”. Non volevamo guadagnare da ciò che facevamo. Anzi, non volevamo nemmeno la pubblicità sui nostri blog, se possibile.

Molti di noi, fra cui il sottoscritto, la pubblicità sui propri siti/blog, non l'hanno voluta nemmeno dopo.

Perché la banalizzazione dei contenuti, ovvero l'abbassare il proprio pensiero alle necessità commerciali, significherà anche guadagnare dei soldini, ma significa anche perdere in termini di qualità e in termini di onestà intellettuale.

Tutto questo discorso mi è tornato alla mente riflettendo su un paio di cose almeno.

La prima è il Festival di Sanremo, che ho sempre visto come la sagra della noia mortale (tanto quanto i talk show) e della banalità.

Perché? Perché, appunto, i contenuti, sono fatti ad arte per far parlare del programma, a scopo commerciale. Non per approfondire il contenuto (che potrebbe essere anche il contenuto di una canzone!). La canzone, ovvero il festival della canzone, diviene così un pretesto per costruirci, attorno, ben altro.

E' un po' come la politica degli ultimi trent'anni in Europa, che si è completamente americanizzata (e la bassa, se non addirittura bassissima, qualità del personale politico – di maggioranze e opposizioni - si vede eccome!).

I contenuti non esistono. Esiste la ricerca della rissa, del pettegolezzo, dello scontro vuoto e pretestuoso. Della spettacolarizzazione, insomma. Lo slogan e la promessa per attirare voti. Poco importa se, quello che viene detto, non è fattibile o contraddice ciò che si era detto prima.

Mi chiedo quanti ci riflettano, su questo.

Sono convinto meno dell'1% della popolazione. Ma non perché “la gente non ha tempo”, ma perché molti spesso, amano inconsapevolmente o meno, essere ingannati, manipolati, usati. Deformati attraverso un'informazione banale e pre-confezionata, anziché adeguatamente formati attraverso l'approfondimento.

L'approfondimento, infatti, richiede fatica, pazienza, tempo, capacità di mettere in discussione OGNI punto di vista. A iniziare dal proprio.

E' l'esatto opposto della mediaticità della televisione, del web e di quella negazione dell'arte e dell'intelligenza umana chiamata “pubblicità”, sia essa commerciale o politica (ormai sono la stessa cosa, potremmo dire).

Riflettevo sul fatto che a Adriano Celentano non hanno mai fatto condurre un Festival di Sanremo, ed è un peccato.

Perché lui avrebbe sovvertito tutte le regole del gioco televisivo, come ha sempre fatto.

Avrebbe fatto lunghi monologhi su tematiche serie, attuali e concrete, scandalizzando il pubblico, come ha sempre fatto nei suoi programmi (pagando anche di persona).

Allo stesso tempo, probabilmente, si sarebbe sottratto alle domande dei giornalisti e avrebbe disertato quelle inutili conferenze stampa.

Avrebbe avuto pochi ascolti? Meglio ancora!

Sarebbe stato un vero successo! Anzi, il vero successo.

Un punto di partenza per rimettere in discussione il modo di fare televisione, informazione, cultura ai tempi d'oggi.

Celentano sarà sempre un grande artista internazionale, proprio perché capace di USARE il mezzo televisivo e non essere usato dallo stesso.

Ed è la stessa ragione per la quale non esistono più politici seri e degni di questo nome. Alchimisti dello spirito e quindi dell'arte politica, capaci di USARE la politica per il bene della collettività. E non viceversa, come avviene da tempo, ove sono usati tanto da poteri esterni, quanto condizionati da un'opinione pubblica priva di ogni tipo di formazione, ma imbottita di vuota informazione e delle sciocchezze che vengono partorite ormai da ogni dove, ad uso e consumo della pubblicità commerciale e delle mode.

L'altro aspetto sul quale riflettevo è il pericolo dell'intelligenza artificiale. Un'IA che è addirittura in grado di creare, partendo da zero, modelle, attori, cantanti, sostituire i doppiatori e persino gli scrittori!

L'avvento della follia delle macchine contro l'intelligenza umana è già fra noi, purtroppo.

Non si tratta di essere neo-luddisti, ma di riflettere sui profondi squilibri che ha causato e sta causando gran parte della tecnologia legata al web.

Pensiamo a come i “social” abbiano persino condizionato il modo di vivere delle persone. Che si parlano sempre meno, sono sempre più nervose e rese “folli” da pseudo-confronti che avvengono in rete.

Certamente i “social” sono un pericolo per la salute mentale, ma la colpa è della collettività intera e persino di quei genitori che permettono ai loro figli minorenni di fare uso dello smartphone. Ansia, stress, depressione, riduzione dell'autostima, alcuni dei sintomi che recenti studi hanno rilevato essere associati all'uso massiccio dei “social”, nuova droga moderna, in quanto in grado di dare inconsapevole assuefazione.

Ora, spero di non risultare bacchettone, ma le riflessioni che ho voluto mettere, nero su bianco, derivano proprio dalla mia esperienza ventennale nel settore, sia del web che videoludico e nella mia osservazione di quanto le nuove tecnologie e quelle a venire possano garantire più squilibri (in termini di salute mentale; di perdita di posti di lavoro; di perdita della volontà di molte persone di voler cercare un lavoro, in quanto ormai assuefatte dalle macchine; di dipendenza fisica o addirittura psicologica dalle macchine...) che benefici. Benefici che sono sicuramente immediati, ma, come ogni cosa immediata, destinata a finire molto presto, lasciando un forte amaro in bocca.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

mercoledì 7 febbraio 2024

Evoluzione anti-tecnologica. Riflessioni alternative al mondo moderno e ai suoi pericoli. Di Luca Bagatin

Mi auguro che, un giorno, sempre più persone comprenderanno i danni fatti all'essere umano (oltre che all'ambiente) dalla tecnologia.

La tecnologia è come la crescita economica. Non solo non è illimitata, ma crea squilibri profondi, sotto ogni punto di vista.

Se la gran parte della comunità scientifica non lo spiega e non lo ammetterà mai, è perché la tecnologia (come la crescita economica) crea benefici immediati (in particolare economici).

Benefici che, nel lungo periodo, sono destinati a trasformarsi in problemi enormi.

Lo stesso allungamento dell'aspettativa di vita è un problema serio, ma ci si rifiuta di vederlo come tale.

La stessa influenza che la tecnologia ha sulla mente umana ci rifiutiamo di notarla.

Quando noteremo tutto ciò sarà troppo tardi.

Ma dalla fine di ogni civiltà, un'altra civiltà è destinata a rinascere.

E sono convinto che quella tecnologica, presto o tardi, sia destinata a implodere su sé stessa.

(Luca Bagatin)

L'ideologia confonde sempre e serve unicamente alle persone insicure e deboli di mente.

Spesso, infatti, l'ideologia serve per confondere le masse e viene spessissimo usata dal Potere (politico, religioso, economico), per dividere e comandare.

L'ideologia è una infezione.

Il socialismo, diversamente, è un metodo fondato su educazione e elevazione delle masse.

Non è una ideologia.

E chi lo ha usato o lo dovesse usare come ideologia, è in malafede.

(Luca Bagatin) 

In generale ho simpatia per i governi paternalistici. Quelli in cui, chi comanda, se proprio deve comandare, lo fa per il bene di tutta la comunità, senza ricercare il consenso di tutti e, quindi, senza fare vuote promesse (che sicuramente non può mantenere).

In questo senso ho simpatia tanto per i governi socialisti e le repubbliche popolari, quanto per le monarchie dell'Ancien Régime e in particolare per gli Imperi di Napoleone I e Napoleone III e ciò senza che vi sia alcun tipo di contraddizione.

Anche i governi italiani della Prima Repubblica erano, tutto sommato, piuttosto paternalistici e ciò li rendeva sicuramente migliori rispetto ai governi venuti dopo.

In generale, nel bene o nel male, è comunque sempre meglio un governo paternalistico, piuttosto che un governo di liberali incapaci egoriferiti, che ricercano un vuoto consenso da gente non certo migliore di chi la governa.

(Luca Bagatin)

Se le direttive cosiddette "green" non vanno incontro alle esigenze dei cittadini, allora sono pessime direttive.

E poco importa se servono a inquinare meno.

Non puoi pensare di imporre direttive se queste impediscono alle persone di vendere la propria casa perché non risponde a quelle direttive.

Allo stesso tempo non puoi pensare di imporre direttive se queste implicano costi elevati per gli agricoltori o i cittadini in generale.

Se proprio vuoi imporre quelle direttive allora, chi le impone, dovrebbe essere disposto a RISARCIRE i cittadini danneggiati.

Andrebbe infatti, a parer mio, previsto che ogni politico che vota in favore di tali direttive debba essere OBBLIGATO a pagare di tasca propria per i problemi che crea la direttiva che intende far attuare.

La responsabilità civile e penale del politico dovrebbe essere PERSONALE, per OGNI atto commesso nell'esercizio delle sue funzioni.

A quel punto, un politico, ci penserà almeno 1000 volte prima di imporre e votare una direttiva.

(Luca Bagatin) 

Non c'è niente da fare, ma ho una profonda repulsione per il ricorso spasmodico alla chirurgia estetica da parte di molte e molti.

Le donne che si rifanno zigomi e labbra mi sembrano degli uomini travestiti. Delle caricature carnevalesche.

La stessa cosa per gli uomini, che finiscono per assomigliare a caricature di donne.

Non capisco questa moda, che sembra un eterno, grottesco, carnevale.

Sarò ignorante quanto volete, sarò retrò, ma sono cose che trovo grottesche, come il (pur bellissimo) film di Mauro Bolognini, "Gran bollito".

(Luca Bagatin)  

venerdì 4 febbraio 2022

L'unicità di Drusilla Foer

 

 "Per comprendere e accettare la propria unicità, bisogna capire come è composta e di cosa è fatta. Siamo fatti di cose belle: ambizioni, valori, convinzioni, talenti. Ma i talenti vanno allenati, seguiti. Le proprie convinzioni richiedono responsabilità, bisogna avere cura delle proprie forza. Immaginate quali dolori vanno affrontati, quali paure vanno esorcizzate, le fragilità vanno accudite"

(Drusilla Foer)

domenica 9 febbraio 2020

L'Aristocrazia Operaia di Lorenzo Cenni, socialista rivoluzionario. Articolo di Luca Bagatin

Operaio tipografo, letterato autodidatta, socialista rivoluzionario dalle simpatie anarchiche e futuriste. Questo fu il toscano Lorenzo Cenni, autore de “L'Aristocrazia Operaia”, pamphlet stampato dall'editore Vallecchi nel 1913 e recuperato dallo studioso Guido Andrea Pautasso, che, per Aspis Edizioni, lo ha recentissimamente ridato alle stampe
Ed è proprio nell'idea ossimorica di Aristocrazia Operaia, che il Cenni racchiude i sui propositi libertari, anticapitalisti, socialisti rivoluzionari, antiborghesi e antielettoralistici, senza voler appartenere ad alcuna fazione politica definita o darsi alcuna etichetta.
Di Lorenzo Cenni poco si sa. Pautasso, studioso di avanguardie futuriste, nella sua ampia introduzione al saggio edito da Aspis, cerca di ricostruirne la vita e il percorso politico-intellettuale.
Sappiamo che, nei primi anni del '900, Cenni lavora come operaio affissatore di manifesti, frequentante la tipografia fuorentina dell'editore anarchico Ugo Polli, che, assieme alla moglie Leda Rafanelli, femminista ante-litteram e scrittrice anarchica, gestiscono la casa editrice libertaria Rafanelli-Polli.
E' la loro casa editrice che pubblica, oltre a testi anarchici e socialisti, la rivista “La Blouse. Rivista sociale”, il cui motto è “L'emancipazione dei lavoratori, deve essere opera dei lavoratori stessi”.
La rivista che, successivamente sarà diretta – dal 1906 - proprio da Lorenzo Cenni, si propone di gettare un ponte fra operai, artisti e intellettuali sovversivi, anticipando, per molto versi, le provocazioni intellettuali e politiche dei futuristi di Filippo Tommaso Marinetti, che ebbero proprio nell'anarchismo il loro primo humus.
Il pensiero di Cenni è essenzialmente anarchico-individualista e socialista al contempo, animato da spirito anticlericale e antireligioso. “La Blouse”, il cui nome deriva dalla blusa indossata dagli operai dell'epoca, risentirà dunque dello spirito del Cenni. Intransigente, infuocato, rivoluzionario al punto che i suoi collaboratori non saranno affatto intellettuali borghesi, bensì operai, muratori, macchinisti.
L'orientamento de “La Blouse” sarà dunque punto di riferimento dei sindacalisti rivoluzionari affascinati dal pensiero di Sorel e di Proudhon, molti dei quali occupavano già un posto di rilievo nell'ala sinistra del Partito Socialista Italiano dell'epoca. Un'ala intransigente ostile a qualsiasi forma di mediazione politica fra classi sociali e ritenevano che la classe lavoratrice dovesse essere l'artefice della propria stessa liberazione dal potere capitalista.
Si noti che, più o meno negli stessi anni, ovvero nel 1911, anche in Francia si sviluppò un movimento simile - guidato da Georges Valois e Edouard Berth - composto da nazionalsindacalisti che fondarono il “Cercle Proudhon” e che rivendicavano la costituzione di un'aristocrazia operaia, contrapposta alla borghesia decadente.
L'obiettivo dei sindacalisti rivoluzionari proprio quello di estinguere lo Stato, le istituzioni legali e giuridiche, al fine di dissolverle in forme di democrazia diretta e di autogestione della produzione. Fra i principali animatori del movimento ricordiamo Alceste De Ambris, deputato al Parlamento nelle file dei Partito Socialista Italiano, di ispirazione mazziniana e socialista, nome di punta dell'Impresa di Fiume, oltre che autore della Carta del Carnaro che a Fiume, introdusse, fra le altre cose, la libertà religiosa, il divorzio e una legislazione sociale avanzatissima.
E' in tale contesto che si sviluppa la rivista “La Blouse” e che vengono veicolare le idee di Lorenzo Cenni, il quale, refrattario a ogni etichetta, attaccò spesso tanto gli anarchici, quanto i socialisti e i repubblicani, rei - a suo dire - di essere borghesi, attaccati alle poltrone parlamentari e di tradire la classe lavoratrice.
Nel suo saggio principale, “L'Aristocrazia Operaia”, egli parla a titolo dell'associazione dei “Liberi” aderenti all'Aristocrazia Operaia, ovvero teorizza una comunità di operai che, elevatisi culturalmente, moralmente e spiritualmente, si sono emancipati rispetto alla massa degli altri operai e sono in grado di indicare la via verso l'emancipazione di tutti gli oppressi e degli sfruttati.
Invita dunque la massa degli operai a studiare, a elevarsi, a rinunciare al vizio del gioco e dell'alcol. A “crearsi delle sane cognizioni scientifiche ed artistiche”. Egli crede che gli operai debbano diventare, dunque, una sorta di monaci-guerrieri, un'avanguardia libera dalla decadenza e dal vizio. Pronta a combattere la decadente borghesia e la classe sfruttatrice.
Egli peraltro si contrappone a ogni forma di elezione politica e di suffragio universale, ritenendo tutto ciò un'impostura borghese, una forma autoritaria per imbrogliare il popolo e tenere schiave le classi sfruttate.
Il Cenni così scrive, fra l'altro, in proposito: “Conquistato il posto, il deputato, si sognerà e si adoprerà per diventar ministro; il consigliere comunale, assessore o sindaco; come - economicamente – il capo ufficio: direttore, il capo-squadra: capo-officina ecc”.
In questo senso egli teorizza una sorta di democrazia diretta, libertaria, socialista, anti-autoritaria e anti-parlamentare. E attacca, per questo, i tre partiti che dovrebbero rappresentare gli operai e gli sfruttati e in realtà, a suo parere, li tradiscono. Ovvero il Partito Repubblicano, che, nonostante gli insegnamenti di Mazzini, è diventato partito borghese e che “farà la repubblica quando la borghesia, nel proprio interesse e per propria difesa, la vorrà imporre alla Nazione”.
Attacca il Partito Socialista, “da non confondersi con il Socialismo, che sarà sempre un sistema di governo, e che verrà plasmato dai secoli per legge di evoluzione – come partito politico ha dimostrato la propria debolezza e gli scopi dei propri capi, snaturandosi e dissolvendosi; ha dimostrato di aver finita la propria missione disgregandosi non appena arrivato alla conquista del proprio programma minimo: municipalizzazione e statizzazione dei pubblici servizi, leggi sociali e suffragio universale” (che il Cenni, come sopra detto, peraltro, avversa).
Il Cenni infine attacca gli anarchici italiani, che sono proprietari di molte stamperie, ma fra loro sono invidiosi e privi di ogni spirito di fratellanza e comunanza di intenti.
L'obiettivo di Cenni è dunque quello di rilanciare la prospettiva di una rivoluzione operaia, promossa dal popolo lavoratore medesimo, senza alcuna mediazione partitico-elettoralistica, che promuova i principi di giustizia e eguaglianza sociale, gettando così le basi per una nuova civiltà, in grado di migliorare l'Umanità intera.
Originale e al contempo anticipatorio il pensiero di Lorenzo Cenni che, per molti versi, si potrebbe dire fu attuato nell'ambito della libertaria Reggenza del Carnaro di Gabriele D'Annunzio e del già citato De Ambris, che purtroppo poco durerà poco e sarà soffocata dal piombo del Regno d'Italia.
Di Cenni, dopo la pubblicazione de “L'Aristocrazia Operaia”, poco si sa. A parte le sue simpatie per il futurismo e il fatto che non ebbe mai simpatia per i marxisti e giunse a criticare la Rivoluzione bolscevica nel suo libello “Il fuoco che incendiò la Russia”, ove ne denuncerà, a suo dire, il carattere dispotico e autoritario. E sappiamo, a quanto scrive Guido Andrea Pautasso nella sua introduzione, che nel 1916 sarà nominato da Mussolini a corrispondente de “Il Popolo d'Italia”, gornale all'epoca ancora di orientamento socialista.
Dopo di ciò, di Lorenzo Cenni si sono perse le tracce.
Nel saggio, edito da Aspis, oltre alla ricostruzione delle vicende del Cenni, che si intrecciano con la storia del movimento socialista, anarchico, libertario, repubblicano e post-risorgimentale italiano, e alla pubblicazione – per la prima volta dal 1913 – de “L'Aristocrazia Operaia”, in appendice troviamo alcuni articoli del Cenni apparsi su “La Bluse” e diversi scritti di esponenti futuristi dell'epoca che ispireranno il Nostro.
Storia poco conosciuta quella dell'Aristocrazia Operaia, di ispirazione anarco-repubblican-socialista. Un'idea dimenticata o forse tenuta nascosta, nei meandri della Storia patria.

Luca Bagatin

Dio e Popolo, i fondamenti della Repubblica Romana e di ogni Repubblica che si rispetti !

Le vere Repubbliche sono fondate su Dio e sul Popolo, ove l'uno e l'altro sono espressione massima di DEMOCRAZIA SOCIALISTA, SPIRITUALISTA, SENTIMENTALE E REPUBBLICANA.
Dio rappresenta la Divinità che è in tutti gli Esseri, mentre il Popolo rappresenta il fondamento di ogni Democrazia.

(Luca Bagatin)

lunedì 3 febbraio 2020

"La scoperta dell'amore". Poesia di Luca Bagatin

La scoperta dell'amore
Poesia di Luca Bagatin
Foto di Antonio Rodríguez
Modella: María José Peón Márquez 
 

Insegnami ad amare
Insegnami a parlarti
Insegnami ad accarezzarti.
Ti insegnerò l'amore
Ti insegnerò a dire parole d'amore
Ti insegnerò ad accarezzarmi
Per poi perderti e ritrovarmi.
Non è difficile capirti.
Non è difficile capire
Dai tuoi sguardi
Dai tuoi sorrisi
Che tanto ancora c'è da scoprire.
Seduta, tu, su quella cassapanca
Il respiro, un po' mi manca
Nell'assaporare le tue rosse labbra.
E ancora poi
E ancora noi
In questa stanza.
Noi e l'amor
L'amor, che mai ci sazia.

Luca Bagatin

sabato 10 febbraio 2018

"L'Eterno fluire". Poesia di Luca Bagatin

L'Eterno fluire.
Poesia di Luca Bagatin
Foto di Antonio Rodríguez
Modella: María José Peón Márquez

Capelli
neri,
morbidamente fluenti,
con le cui punte tu giochi.
Mentre con i tuoi
occhi,
che penetrano il mio pensiero
mi guardi,
dischiudendo appena
le tue rosse labbra.
Labbra,
che m'invitano a baciarti.
Labbra,
che m'invitano ad amarti.
Labbra,
che m'invitano a perdermi
nei meandri del piacere.
Di quel piacere che ci unisce
e mai ci ferisce.
I tuoi seni sono lo scrigno.
Lo scrigno del tuo cuore.
Lo scrigno del piacere.
Lo scrigno del tuo amore.
Il tuo sguardo mi guida,
laddove la mia anima
sembra perdersi.
Per poi ritrovarsi.
In te.
Da dove nasce la passione ?
Non trovo risposte
alle mie domande
se non
nell'irrazionale
ed irrefrenabile
scintilla che scaturisce
dall'unione perfetta
fra i nostri corpi
e le nostre anime.
Esse sono gemelle ?
A dirlo
sarà solo l'Eterno
fluire
del tempo.

Luca Bagatin

giovedì 9 febbraio 2017

Evita Peron e il peronismo. Articoli di Luca Bagatin tratti dal quotidiano nazionale "L'Opinione delle Libertà" (nel video alcuni frammenti della vita di Evita, con in sottofondo la canzone "Maria Eva" di Ignacio Copani)

 

Evita Perón: la Santa
dei “descamisados”

di Luca Bagatin
23 maggio 2015POLITICA
 
Maria Eva Duarte de Perón: per tutti e per sempre Evita. Soprattutto per coloro i quali l’hanno amata. Il popolo dei descamisados in primis. Figlia illegittima di Juana Ibarguren, nata poverissima nel 1919 a Los Toldos, estrema periferia argentina, Evita imparò presto a conoscere le difficoltà della vita e a pagare il prezzo dell’essere poveri nell’Argentina degli anni Trenta. Nel 1936 esordirà in teatro e da allora intraprenderà, pur con scarso successo, la carriera di attrice e, con maggiore successo, negli anni Quaranta, l’attività radiofonica. Solo l’incontro con il generale Juan Domingo Perón (1944) le permetterà di comprendere la sua vera vocazione per la politica e per le attività sociali.
E da allora la sua vita cambierà per sempre, assieme a quella dei suoi descamisados, ovvero i più poveri fra i poveri d’Argentina. Con la vittoria alle elezioni del 1946 di Perón con il 53 per cento dei consensi, Evita si insedierà al ministero del Lavoro e si occuperà di diritti degli anziani, delle donne, dei bambini e, attraverso la Fondazione da lei istituita, si occuperà di assistenza sociale, oltre che occupersi attivamente dei problemi sindacali dei lavoratori argentini, acquistando e dirigendo, fra l’altro, il giornale “Democracia” e fondando il Partito Peronista Femminile. La sua vita fu però di brevissima durata. Evita morì infatti nel 1952, ad appena 33 anni, lasciandoci purtuttavia un documento fondamentale, che racchiude il suo amore per il popolo e per Perón, oltre che il suo testamento politico e spirituale: “La ragione della mia vita”, pubblicato nel 1951 e divenuto poi testo fondamentale nelle scuole dell’obbligo sino all’avvento delle dittature militari (1955), che cacciarono Perón e abolirono il Partito Peronista.
“La ragione della mia vita” è un inno al popolo ed alla dottrina giustizialista avviata da Perón per un’Argentina libera, economicamente giusta e politicamente sovrana attraverso la cooperazione fra il capitale ed il lavoro, in chiave alternativa al capitalismo imperialista ed al comunismo collettivista. Nelle sue pagine, Evita riporta frasi significative, spesso piene di amarezza nei confronti dell’esistenza delle deseguaglianze sociali: “Ricordo nitidamente la tristezza provata nello scoprire che nel mondo c’erano i poveri e i ricchi; e la cosa strana è che non mi addolorava tanto l’esistenza dei poveri quanto il fatto di sapere che, al tempo stesso, esistevano i ricchi”; oppure piene d’amore e sentimento: “... ho capito che non deve essere molto difficile morire per una causa che si ama. O più semplicemente: morire per amore”.
E ancora: “Quando sarà fatta giustizia non ci sarà più nessun povero” e, ricordando una celebre frase di Perón a proposito del messaggio d’amore del Cristo ed al cristianesimo praticato dagli uomini, scrisse: “Non è il cristianesimo ad essere fallito. Sono gli uomini che hanno sbagliato applicandolo male. Il cristianesimo non è ancora stato applicato rettamente dagli uomini perché il mondo non è mai stato giusto... il cristianesimo sarà una realtà quando l’amore regnerà tra gli uomini e tra i popoli; ma l’amore giungerà solo quando gli uomini e i popoli saranno giustizialisti”. La terza parte de “La ragione della mia vita” è invece dedicata alle donne ed al messaggio di emancipazione che Evita vuole loro impartire, denigrando la figura delle “femministe” inglesi, che si fanno uomini per tentare di emanciparsi.
Evita, diversamente, spiega alle donne che non devono affatto rinunciare alla propria femminilità, dolcezza, altruismo, amore per la propria famiglia e quindi all’orgoglio di essere donne. E vorrebbe che le casalinghe ricevessero una retribuzione, pagata da tutti i lavoratori e dalle donne medesime, che consentisse loro di essere economicamente indipendenti dagli uomini e vedessero così ricompensate le faccende domestiche e la cura dei propri figli, perché – ella afferma – la missione delle donne è quella di creare e non di sacrificarsi. In questo senso Evita scrive, nel suo saggio: “Non disprezzo l'uomo, né la sua intelligenza. Mi chiedo però: se in molti luoghi del mondo abbiamo creato insieme famiglie felici, perché non possiamo creare insieme un’umanità felice ? Questo deve essere il nostro obiettivo: guadagnarci il diritto di creare, insieme all’uomo, un’umanità migliore”. E ancora, ella scrive, a proposito degli stereotipi secondo i quali la donna viene dipinta: “... la donna non è vacua, leggera, superficiale, vanitosa... egoista, fatale, romantica (…) la donna autentica si rifugia nelle famiglie del popolo, di cui l’umanità si fa eterna. Questa donna non è esaltata dagli intellettuali. Non ha storia. Non dà ricevimenti. Non gioca a bridge. Non fuma. Non va all’ippodromo. È l'eroina che nessuno conosce. Neppure suo marito. Neppure i suoi figli! Di lei non si dirà mai nulla di raffinato, nulla di spiritoso. Al massimo, dopo che sarà morta, i suoi figli diranno: “Ora ci rendiamo conto di cosa era per noi”.
Parole forti, toccanti, che Evita scrive per descrivere donne come lei, donne del popolo, dimenticate persino dai propri uomini, ma che meritano riscatto. Proprio quel riscatto che lei fornirà loro attraverso il diritto di voto alle donne e con il Partito Peronista Femminile, composto da sole donne ed unito sono da suo marito Perón, l’uomo che ama e che fu una guida per coloro i quali, negli anni precedenti al suo avvento al governo, erano sfruttati dagli oligarchi e dagli imperialisti statunitensi ed europei. Evita Perón, pur non avendo avuto figli ed essendo morta molto giovane, è stata una vera madre per il suo popolo e lo è anche oggi, se pensiamo che la presidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, si ispira lei, come si ispira a lei il Movimiento Evita (www.movimiento-evita.org.ar) vicino ed a sostegno del partito della presidente Kirchner.
Vorremmo concludere questo ricordo di Evita con l’ultima frase del suo testamento al popolo argentino, estremamente toccante e commovente: “Le mie ultime parole sono le stesse del principio: voglio vivere eternamente con Perón e con il mio popolo. Dio mi perdonerà se preferisco restare con loro, perché anche lui è tra gli umili; in ogni descamisado ho sempre visto Dio che mi chiedeva un po damore e non gliel’ho mai negato”.

La dottrina di
Evita e Perón

di Luca Bagatin
28 maggio 2015POLITICA
 
La “Dottrina Peronista”, oltre ad essere il testo fondamentale del peronismo, fu la raccolta principale degli scritti e dei discorsi del presidente e generale Juan Domingo Perón (1895-1974), che governò democraticamente l′Argentina dal 1946 al 1955, prima di essere defenestrato ed esiliato dai regimi dittatoriali successivi.
La Dottrina Peronista, testo pubblicato nel 1947 e poi ripubblicato a più riprese anche dopo il ritorno di Perón in Argentina (1973), dopo il suo esilio forzato ed imposto dai dittatori che lo defenestrarono e durato ben 18 anni, è oggi testo purtroppo di difficile reperibilità nel nostro Paese (ma scaricabile in lingua originale dal sito ufficiale del Partito Giustizialista argentino). Tale testo, che consta di ben 670 pagine nella sue prima edizione, illustra la visione politica, sociale ed umanista di Juan Domingo Perón, il quale fonde in sé dottrine e suggestioni di ispirazione socialista, nazionalista, cristiana ed anarchica, dando così vita ad una nuova dottrina ideale di “terza posizione”, come egli stesso la amava definire, né di destra né di sinistra, che supera tanto la visione capitalista del mondo e dell′economia, che quella tipicamente marxista/comunista.
Già ne “Le venti verità del giustizialismo peronista”, Perón enuncia la sua visione di democrazia, ovvero dichiara che “la vera democrazia è dove il governo fa ciò che il popolo vuole e difende un solo interesse: quello del popolo”, sgomberando così il campo da ogni possibile equivoco su ciò che rappresentava e rappresenta il peronismo, che è stato l′esatto opposto di una dittatura totalitaria ed oligarchica. Per Perón ed il peronismo, esiste una sola classe di individui: quelli che lavorano e che producono, per il bene della nazione e dunque a beneficio del popolo medesimo ed in questo senso promuove - come peraltro fece il nostro Giuseppe Mazzini nel suo “Doveri dell′Uomo” (1860) - l′unione fra capitale e lavoro, ovvero un′alternativa reale al capitalismo, pur senza sfociare nel livellamento collettivista. In questo senso Perón, nella sua “Dottrina”, promuove il ruole del sindacato e del sindacalismo attivo e pone una critica alla società capitalista definendola “né cristiana né civile” ed a quella comunista affermando che l′unico scopo del comunismo è quello di “dominare il popolo” ed è per questo che il suo ideale si riassume nel trinomio: “Vogliamo un′Argentina socialmente giusta, economicamente libera e politicamente sovrana”. Ciò che infatti egli riuscirà ad ottenere durante i suoi dieci anni di governo, realizzando un giusto equilibrio fra diritti degli individui e quelli della comunità.
Pur essendo laico, al punto che durante il suo mandato soppresse l′educazione religiosa nelle scuole, introdusse il divorzio e legalizzò la prostituzione - tutte cose che gli costarono una scomunica da parte del Papa dei cattolici Pio XII - la sua visione rimase sempre cristiana, al punto da enunciarlo nei suoi discorsi, che concorreranno a formare la sua “Dottrina”. Il Presidente Perón riteneva infatti che solo una visione “cristiana e profondamente umanista” potesse contrastare lo sfruttamento dell′uomo sull′uomo tipico del capitalismo ed al contempo lo sfruttamento dell′uomo da parte dello Stato tipico del comunismo, ovvero solo una visione basata sulla “giustizia” e sull′“amore”, valori cardine del giustizialismo peronista, inteso appunto come dottrina di “giustizia sociale” e di “aiuto sociale”. Ridicole poi le accuse mosse a Perón da parte dei suoi nemici di xenofobia o di filo-nazismo, al punto che egli scrisse e dichiarò, l′8 dicembre del 1945: “Non abbiamo pregiudizi razziali. Gli uomini decenti e di buona volontà saranno sempre accolti in questa patria generosa e buona”.
Interessante poi la promozione del cooperativismo da parte della “Dottrina” di Perón, che apriva all′autogestione delle imprese da parte dei lavoratori, oggi una realtà in molti Stati dell′America Latina. In attesa della pubblicazione in lingua italiana di una nuova edizione della Dottrina Peronista, non possiamo non notare delle similitudini fra il pensiero mazziniano e quello peronista. Entrambi di matrice laica e cristiana al contempo. Entrambi di matrice nazionalista nel senso di esaltazione dei valori specifici di ciascuna nazione e di ciascun popolo sovrano. Entrambi rivolti appunto ai popoli, spesso oppressi, tanto dal giogo straniero quanto dagli opposti imperialismi.
Si pensi che fu Perón a definire “Terzo Mondo” i cosiddetti “Paesi non allineati”, invitandoli ad emanciparsi - come aveva fatto l′Argentina - e ad opporsi democraticamente all′oppressione ed all′influenza statunitense e sovietica, così come Mazzini invitò i popoli di tutta Europa a ribellarsi ai loro sovrani e, tanto Perón quanto Mazzini invitarono gli operai, i lavoratori tutti ad associarsi in libere cooperative ed a concorrere alla formazione di una Patria giusta, libera e sovrana. Interessanti tali similitudini e francamente mi stupisce che nessuno storico serio - tranne il sottoscritto che è uno storico per passione, ma non certo un cattedratico - le abbia mai notate. Sarebbe interessante, oggi, viste le similitudini fra Argentina ed Italia, proporre agli studenti dei due Paesi uno studio comparato della “Dottrina Peronista” e dei “Doveri dell’Uomo” mazziniani.
Sono certo che, quantomeno la presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner, erede diretta della tradizione peronista, la quale, assieme al defunto marito Néstor ha – pur fra moltissime difficoltà – risollevato le sorti del suo Paese (riducendo la povertà, la fame e analfabetismo), sarebbe certamente favorevole. E sono parimenti certo che i nostri studenti imparerebbero finalmente e davvero i valori della giustizia, della libertà, della tolleranza e della fratellanza fra i propri simili. Aspetti di cui, mai come oggi, abbiamo urgente necessità.

In memoria della Repubblica Romana, l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto !

In occasione del ricordo della Repubblica Romana nata il 9 febbraio 1849, ripubblichiamo in merito, qui di seguito, due articoli storici di Luca Bagatin, pubblicati l'8 febbraio 2016 ed il 9 febbraio 2008.

A&L


9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai avuto. Articolo di Luca Bagatin dell'8 febbraio 2016


9 febbraio 1849: nasce l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.
L'unica Repubblica, avete letto bene. Perché, se per “res publica” intendiamo “cosa pubblica”, ovvero non cosa dei politici, dei partiti, delle banche, dell'economia e delle istituzioni lontane dai cittadini, allora la Repubblica Romana del 1849 è stata in assoluto l'unica Repubblica che l'Italia abbia mai conosciuto.
Fondata dal Trimumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini, la Repubblica Romana, conquistata con il sangue di patrioti e di garibaldini che fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, durò solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi di Napoleone III alleati del Papa. Essa purtuttavia riuscì a dotarsi di una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che prevedeva la sovranità del Popolo fondata sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.
Una Repubblica indipendente non solo dal potere religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia. Una Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà poco dopo.
Una Repubblica dimenticata e la cui memoria fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”, fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso fra clericali, comunisti e persino fascisti e che oggi è totalmente serva di logiche internazionali: dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale Europea.
Solo la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele D'Annunzio e Alceste De Ambriis del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino connotando questa nuova impresa di aspetti libertari, anarco-comunisti, erotici e spiritualisti. Si pensi peraltro che la Costituzione della Repubblica di Fiume, ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.
Anche questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di D'Annunzio.
Uno spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e politicanti prezzolati dall'altra.
Mazzini, Saffi, Armellini, i coniugi Garibaldi, D'Annunzio, De Ambriis e molti altri da una parte e i Giolitti, i Nitti, gli Andreotti, i Fanfani, i Togliatti ed oggi i Draghi, i Renzi, le Merkel, gli Hollande e via discorrendo dall'altra.
(Anti)politica nel senso di Alta-politica da una parte e realpolitik nel senso di opportunismo politico affamapoli dall'altra.
La Storia si ripete.
Sveglia ragazze e ragazzi !

Luca Bagatin
 
 Lo spirito della Repubblica Romana per uscire dalla crisi. Articolo di Luca Bagatin del 9 febbraio 2008
 
La Costituzione italiana compie quest'anno 60 anni e per quanto andrebbe oggi modificata per adeguarla ai tempi, ha garantito a noi tutti democrazia e civiltà grazie soprattutto al referendum del 1946 che sancì la procalamazione della Repubblica in Italia.
Il coronamento dei sogni di Giuseppe Mazzini e di Giuseppe Garibaldi, avvenne infatti proprio a molti di distanza dalla loro morte e dopo che l'Italia fu purtroppo martoriata e vilipesa dal fascismo.
Purtuttavia, senza la loro guida politica e le loro battaglie risorgimentali, l'Italia, oggi, sarebbe certamente meno civile e meno democratica.
Per comprenderlo meglio dobbiamo tornare al 9 febbraio del 1849, ovvero quando fu proclamata la Repubblica Romana sotto la guida del Mazzini che ne fu il il propugnatore ed ispiratore politico e grazie al valore militare ed al sangue versato dai garibaldini come Goffredo Mameli e dal popolo romano i cui moti insurrezionali fecero fuggire il Papa Pio IX a Gaeta.
La Repubblica Romana, guidata dal trimunvirato: Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo Armellini si dotò immediatamente di una Costituzione liberale la quale, agli Articoli I e II, stabiliva che la sovranità spettasse unicamente al Popolo, il quale si dava per regola tre principi fondamentali: l'eguaglianza, la libertà e la fraternità senza riconoscere alcun privilegio di casta o di titolo nobiliare.
In tutto il Documento si può notare come essa ricalcasse perfettamente i principi della Costituzione democratica degli Stati Uniti d'America redatta alla fine del '700, ovvero quanto gli USA avevano scacciato il tirannico regime monarchico inglese. Inoltre si può notare quanto fosse liberale e tutt'altro che antireligioso lo spirito di tale Costituzione, la quale, all'Articolo VIII dei Principi Fondamentali stabiliva che al Papa sarebbero comunque state concesse tutte le "guarentigie necessarie per l'esercizio indipendente del potere spirituale" e, all'Articolo precedente, si stabiliva la piena libertà religiosa dei cittadini della Repubblica.
Oggi certa storiografia clericale tende a descrivere i risorgimentali mazziniani di allora come dei "briganti atei ed antireligiosi". Nulla di più falso e calunnioso, al punto che lo stesso Giuseppe Mazzini ha sempre fatto riferimento nei suoi scritti e discorsi a Dio, inteso come Divinità universale antidogmatica, al di sopra di ogni Potere costituito.

Nella fattispecie la bandiera della Repubblica Romana: il tricolore verde, bianco e rosso, recava al centro la scritta "Dio e Popolo" (che per molti versi ricorda l'iscrizione posta sul Dollaro statunitense "In God We Trust", adottato circa un secolo dopo, ovvero nel 1956), per rimarcare la fede mazziniana e repubblicana nel Popolo sovrano e nella Divinità Universale (e ciò ci rimanda per moltissimi versi al teismo illuminista e volteriano), la quale non può ritenersi privilegio esclusivo della Chiesa cattolica e del Vaticano.
La Repubblica Romana durò solamente cinque mesi, soffocata nel sangue il 3 luglio 1849, dopo un mese di assedio, dai soldati francesi di Napoleone III alleati con il Papa. Purtuttavia essa fu un evento storico fondamentale e di svolta nelle lotte risorgimentali per l'unità d'Italia nonché per gettare il seme della speranza verso la creazione di uno Stato laico, civile e repubblicano.
Uno Stato libero dall'influenza della Chiesa e di Casa Savoia, entrambe ree di aver gettato gli italiani, specie i popolani e le classi sociali meno abbienti in generale, nel più nero sottosviluppo.
Oggi, a scuola, di tutto ciò si insegna poco o nulla ed è normale che, raggiunta l'età adulta, si sia poco consapevoli non solo della propria storia e quindi delle proprie origini, ma anche dei propri diritti e doveri.
Se, quantomeno nella scuola pubblica, ovvero in quelll'istituzione per la quale i mazziniani si batterono con maggiore tenacia per garantire a tutti l'elevazione intellettuale, morale e spirituale, si studiasse la Costituzione della Repubblica Romana e i "Doveri dell'Uomo" di Giuseppe Mazzini, sono certo che molti giovani comincerebbero a diventare veramente consapevoli del ruolo politico attivo che ricoprono nella società.
La politica italiana di oggi fa veramente ribrezzo e non mi stancherò mai di ripeterlo. La classe politica che siede in Parlamento è, per la maggior parte, totalmente incolta sia sotto il profilo intellettuale che morale.
La Costituzione della Repubblica andrebbe certamente rivista ed adeguata ai tempi, come abbiamo scritto all'inizio di quest'articolo, ma, come farlo con coloro i quali preferiscono fare accordi sottobanco e, di fronte agli elettori, insultarsi a vicenda come fossimo nella più malfamata delle osterie ?
Un'Assemblea Costituente urge, come nel 1946, per uscire dal nuovo fascismo nel quale siamo entrati da un quindicennio a questa parte.
Prima i cittadini-elettori e soprattutto i giovani elettori prenderanno coscienza del proprio ruolo attivo in una democrazia repubblicana e prima usciremo dal pantano nel quale ci siamo cacciati.
Lo spirito della Repubblica Romana non è morto né morirà mai. Vediamo di ricordarcelo e di agire di conseguenza.
Per il bene nostro e dell'Italia intera.
 
 
Luca Bagatin

domenica 14 febbraio 2016

La Massoneria italiana della Gran Loggia d'Italia degli ALAM apre il suo Tempio al pubblico per presentare un saggio perduto sull'Alchimia. Articolo di Luca Bagatin

Non capita tutti i giorni che un Tempio massonico sia aperto al grande pubblico. E ciò non perché vi sia qualche cosa da nascondere, ma in quanto la Massoneria è un'associazione iniziatica discreta e, come tale, per i suoi lavori rituali, necessita del giusto raccoglimento spirituale.
Ai più la Massoneria apparirà come una cosa assai balzana nell'epoca ipertecnologizzata nella quale viviamo, ad altri apparirà come il luogo degli oscuri complotti politico-economici che muovono i destini del mondo.
Chi ha voglia di apprendere, di capire, di approfondire - cosa rarissima nell'epoca del gossip e dell'ignoranza elevata al grado di saggezza di un popolo sempre più bue e addomesticato dalla televisione e dalla politica – scoprirà che la Massoneria è una istituzione per spiriti coraggiosi e pazienti. Spiriti che amano la gnosi, l'alchimia, la spiritualità, il mistero insito nell'animo umano, nella sua pschiche più profonda: nella sua Anima immortale.
Per questo è e fu osteggiata sia dalle Religioni Monoteiste Istituzionalizzate, che dai regimi totalitari e dittatoriali. La Massoneria è la libertà incarnata nello spirito e nell'animo umano. E solo coloro i quali le si accosteranno con umiltà, pazienza e studio incessante della gnosi potranno trarne beneficio. E saranno pochi, anche fra i massoni e i cosiddetti iniziati, che raggiungeranno tale obiettivo.
Non capita tutti i giorni, dicevamo all'inizio di questo nostro articolo, che un Tempio massonico sia aperto al grande pubblico. E' quanto è avvenuto sabato 13 febbraio scorso a Roma, alle ore 16.00, presso la sede centrale della Massoneria italiana della Gran Loggia d'Italia degli ALAM in Via San Nicola de' Cesarini 3, per la presentazione del rarissimo volume “La Grande Opera” di M. Coutan: testo alchemico del 1775 riportato alla luce grazie al pordenonese Sabato Cerchia.
La presentazione del saggio è avvenuta alla presenza del Sovrano Gran Commendatore Gran Maestro prof. Antonio Binni, il quale ha esordito con un discorso introduttivo dai profondi connotati esoterico-alchemici: “Il testo che presentiamo è un testo francese tradotto dal Caldaico ed è un testo alchemico. L'alchimia è all'origine della scienza moderna e la Grande Opera è appunto la rappresentazione dell'alchimia”. Il prof. Binni ha proseguito il suo discorso citando i grandi filosofi del passato: “Uno dei più grandi filosofi che abbiamo avuto, Hegel, affermava che l'uomo è una natura senza essenza. Pico della Mirandola affermava che l'uomo è un miracolo, in quanto, a differenza degli animali, l'uomo può divenire un santo o un assassino. Platone, del resto, affermava che l'uomo si trova a metà del guado: se egli desidera può trasformarsi, ovvero può evolversi, senza tradire la sua natura di uomo”. Il Gran Maestro ha dunque introdotto il tema centrale della Massoneria, anche come continuatrice della filosofia alchemica: “La Massoneria illumina l'intelletto attraverso l'iniziazione e questa ha, come risultato finale, la trasformazione dell'animo umano, ovvero diventare migliori di come si è. L'essenza della Massoneria è dunque quella di progettare il bene della famiglia umana e la Grande Opera non è altro che la trasformazione dell'essere umano. Nel testo di Coutan, la trasformazione è legata al fenomeno alchemico in quanto l'Alchimia è una profonda esperienza spirituale che può essere accostata alla Massoneria. Gli alchimisti, infatti, erano aperti all'infinito e lo erano attraverso la mutazione della materia: da grezza a pura ed in questo modo essi potevano trasformare la loro anima. Non a caso il grande psicanalista Carl G. Jung ci parla dell'Alchimia come strumento volto al bene della personalità”.
Il prof. Antonio Binni ha dunque spiegato come è stato ritrovato e recuperato l'antico testo alchemico di Coutan e detto a chi andranno i proventi della vendita del medesimo: “”La Grande Opera” è un libro scomparso per moltissimo tempo ed è stato ritrovato e ripubblicato con il contributo della Gran Loggia d'Italia grazie ad un nostro Fratello, Sabato Cerchia, che, dopo numerose ricerche è riuscito a recuperarlo e a farlo tradurre dal francese. Il testo è edito dalla casa editrice barese “L'Arco e la Corte” ed i proventi andranno interamente in beneficenza, come spesso facciamo nell'ambito delle nostre iniziative, senza fare pubblicità alcuna in quanto il dono non deve essere reso pubblico e avere una contropartita. In quanto il dono è frutto dell'amore”, ha così concluso il Gran Maestro dell'Obbedienza prima di dare la parola a Sabato Cerchia, giovane geometra di Pordenone, il quale ha raccontato di essersi avvicinato alla Massoneria e alla Gran Loggia d'Italia tramite internet e di essersi particolarmente interessato di Alchimia e proprio tale sua passione lo ha condotto a ricercare questo antico testo di Coutan, che è riuscito a recuperare, dopo moltissime ed estenuanti ricerche, tramite una libreria antiquaria di Perugia.
Essendo un testo francese e non conoscendo io il francese mi sono fatto aiutare da alcuni miei Fratelli di Loggia” - ha esordito Cerchia. “Per le illustrazioni ho chiesto una mano a Laura Spedicato e con me ha collaborato anche Veronica Mesisca”.
Veronica Mesisca, altra curatrice del testo, con una formazione scientifica alle spalle, è poi intervenuta per dare la sua interpretazione del testo medesimo che, avendo lei una formazione scientifica, all'inizio l'aveva lasciata un po' perplessa.
Il saggio “La Grande Opera” all'inizio mi aveva lasciata un po' perplessa” – ha spiegato la Mesisca - “ma successivamente mi ha appassionata molto. All'inizio, con Sabato Cerchia, pensavamo di realizzarne addirittura un testo per ragazzi, in quanto, pur essendo un testo scritto alla metà del XVIII secolo, è un saggio che desidera trasmettere il pensiero filosofico-alchemico alle persone più semplici, ovvero al popolo.
Per Coutan, infatti, il profano non è il non-Iniziato, ma la parte di ciascuno di noi che si rifiuta di conoscere, di accostarsi alla conoscenza. La sua opera ha dunque un intento formativo e di crescita morale attraverso l'uso della narrazione fiabesca, tipica dei testi alchemici e nella fattispecie tipica di un testo alchemico-divulgativo e per tutti coloro i quali desiderano conoscere ed elevarsi moralmente e spiritualmente.
La verità occulta è presente anche nel testo di Coutan, ma questa è occulta solo in quanto può essere compresa solo intimamente dal lettore stesso”.
Il Gran Maestro prof. Antonio Binni è intervenuto poi nuovamente per un discorso conclusivo nel quale ha affermato, fra le altre cose: “Noi massoni siamo davvero stanchi di essere dipinti per come non siamo. Non si entra in una associazione iniziatica senza avere costumi irreprensibili. Come gli Alchimisti di un tempo, anche noi, oggi, operiamo per il bene della società umana”.
Un discorso che potrebbe essere una vera risposta ai tanti massonofobi sparsi fra gli operatori dei mass-media di casa nostra (vedi anche la massonofoba fiction “Il Sindaco pescatore”, trasmessa recentemente da Rai Uno, tendente a equiparare la mafia alla Massoneria) ed ai politicanti quali Chiara Appendino, candidata dei Cinque Stelle a Sindaco di Torino, la quale ha affermato che, nella sua eventuale giunta, qualora fosse eletta, non vuole massoni. Una cosa che riporta alla mente la messa al bando della Massoneria da parte del nazifascismo.
Il Tempio aperto della Gran Loggia d'Italia degli ALAM, le sue opere discrete, lo studio incessante di simboli e della gnosi parlano da soli. A tutti coloro i quali hanno la capacità di saper ascoltare.

Luca Bagatin