Il Natale è una forma
rituale antica il cui significato originario andò perduto già per
molti versi con l'avvento del cristianesimo, il quale utilizzò la
festività pagana del Sol Invictus ovvero del Dies Natalis Solis
Invicti (Giorno Natale del Sole Invincibile), la festività di Yule
secondo il calendario celtico e dei Saturnalia secondo quello romano,
per decretare - attraverso l'Imperatore Costantino - la nascita di
Gesù detto Il Cristo.
Il Solstizio d'Inverno,
in celtico Yule, rappresenta dunque un passaggio fondamentale per
tutte le persone impegnate sul sentiero spirituale, da comprendere e
interiorizzare. È il momento in cui la luce vince sull'oscurità, il
momento in cui la Dea partorisce il Bambino Sacro, il momento in cui
la vibrazione della speranza si diffonde come un'onda sulla Terra.
Simbolicamente, ad ogni
modo, anche la nascita (simbolica ma non storica) del Cristo può
indicare la Luce, il Sole che illumina d'amore le coscienze terrene e
le invita al dono ed è in questo senso che il Natale può essere
celebrato e vissuto. Non dovrebbe, in sostanza, essere certo la festa
del commercio, del consumo, dello spreco, tanto in voga
nell'occidente liberal-capitalista.
Ricordo che, anni fa,
partecipai alla presentazione di un illuminante saggio dell'amico
prof. Claudio Bonvecchio, dall'emblematico titolo “Filosofia del
Natale”.
Un saggio senza tempo,
che merita di essere conosciuto, in quanto va ad approfondire il
significato di questa festività, troppo relegata al consumismo e
molto poco al suo profondo significato spirituale, gnostico ed
esoterico.
Il testo del prof.
Bonvecchio spiega infatti come il Natale, Yule, la Festa della Luce
o, appunto, il “Giorno Natale del Sole Invincibile”, fosse
festeggiato tanto dalle popolazioni indo-iraniche devote al dio del
sole Mithra, quanto dagli antichi romani, attraverso le celebrazioni
dei “Saturnalia” in onore, appunto, di Saturno, il mitico dio
della pace e della felicità.
Con l'avvento del
cristianesimo, come spiegato anche dal prof. Bonvecchio, per volontà
dell'Imperatore romano Costantino, fu deciso di cumulare la festa del
Sol Invictus con quella della nascita del Cristo, considerato,
appunto, la “Luce del Mondo” e fu così che il 25 dicembre
divenne la data ufficiale della festività del Natale.
Di quel Natale ricco di
simboli antichissimi, dunque, tutti spiegati nel testo del buon prof.
Bonvecchio: dall'Albero natalizio – simbolo dell'unione fra Cielo
e Terra – passando per il significato della stella di Natale, del
vischio, dei cibi natalizi, dei canti di Natale e via via sino agli
ornamenti dell'albero di Natale stesso e del presepe.
In particolare il prof.
Bonvecchio si sofferma sulla spiegazione del simbolismo della grotta,
ovvero della capanna nella quale, secondo quanto scritto nei Vangeli
Apocrifi (e non in quelli canonici), nacque il Cristo. La grotta,
secondo tutte le tradizioni simboliche, rappresenta infatti l'“uterus
mundi”, ovvero il luogo nel quale si trovano le acque primordiali
che, come il liquido amniotico per il feto, portano alla
nascita/rinascita di una nuova vita. Oltretutto, come spiegato nel
saggio, le grotte erano i luoghi nei quali non solo nascevano le
grandi divinità, ma erano anche il santuario nel quale venivano
praticati i rituali in onore alla Grande Madre o al dio Mithra,
imperniati non a caso sulla morte simbolica e sulla rinascita
dell'iniziando.
Altra figura simbolica
del Natale è quella relativa a Babbo Natale, il quale incarna la
figura di San Nicola, vescovo in Asia Minore e protettore dei bambini
ai quali, come tradizione vuole, porta in dono dei regali. I bambini,
peraltro, secondo tutte le tradizioni simboliche, sono considerati
l'incarnazione degli antenati morti che, peraltro, erano i veri
protagonisti della festività romana dei “Saturnalia”. E' così
che, per allontanare l'immagine della morte dalla società e farci
credere nella vita, Babbo Natale colma i bambini di doni,
propiziandosi così anche le anime degli antenati defunti.
Anche il prof.
Bonvecchio, in conclusione del suo saggio, sempre attuale, pone
l'accento sul drammatico abbandono dello spirito del Sacro da parte
di un'incalzante società mercantilista e dei consumi, che ha
trasformato il Natale – persino in piena pandemia Covid 19 – nel
solito happening del commercio, figlio di una società sempre più
relativista, nichilista, fredda, tecnologica, edonista, globalizzata.
Una società
neo-oscurantista, potremmo dire, laddove le tenebre sono
rappresentate da questi aspetti materialistici e volti al profitto
individuale, anziché al bene collettivo e comunitario.
Ecco dunque la necessità di invertire la rotta, di
ricercare la luce dentro noi stessi, attraverso la riscoperta della
dimensione del Sacro: restituendo dignità al simbolo, alla
simbolica, alla filosofia del Natale, liberando così la società
della metaforiche tenebre che l'avvolgono.
Solo allora potremo assistere ad una nuova rinascita
del Vero, del Buono, del Bello, ovvero nel momento in cui ci
riapproprieremo dell'autentico significato gnostico della festività
natalizia.
Non il Natale del consumismo, dunque, ma il Natale
della Luce, del Sole, dell'innocenza dei bambini non più resi adulti
da una società senza coscienza, ma aperti alla conoscenza di sé
stessi per costruire, da adulti, un mondo d'amore, armonia e
fratellanza universale.
Mi stupisce sempre come un corpo nudo ancora faccia scandalo, ovvero debba essere criticato, associato al sesso, ma come se il sesso e il piacere fossero il male.
E di solito il corpo nudo incriminato è sempre quello femminile. Come se fosse male, mostrare un corpo nudo femminile.
Come se le donne potessero essere così mortificate, mentre il modo per mortificare una donna è altro (negando la sua sessualità, la sua emancipazione, il suo essere soggetto in grado di provare piacere, anche sessuale...).
Si dice che i corpi maschili nudi non vengono mai mostrati, ma anche questo non è vero. Esistono calendari con corpi maschili nudi.
Si dice che però no, una donna non si ecciterebbe mai guardando un corpo nudo maschile.
Perché mai ? Una donna prova ESATTAMENTE le stesse pulsioni erotiche di un uomo.
E se qualcuno pensa di no, è perché la religione (o, meglio, le religioni monoteiste istituzionalizzate e "rivelate") ci ha inculcato che il piacere è male e/o che la donna non debba provare piacere, esternarlo e tutte le scemenze che la vorrebbero "angelo del focolare" e della "famiglia".
A me tutte queste cose hanno sempre scandalizzato.
Mi ha sempre scandalizzato la mortificazione del nudo, del piacere, dell'eros. E, per contro, la glorificazione di una tradizione inventata dalle religioni, a loro volta inventate dai moralisti e dai superstiziosi.
Mi ha sempre scandalizzato la religione, che ha distrutto la Sacralità, che è fatta anche di Erotismo.
La Sacralità è Amore e Libertà. E' Arte, Erotismo, Emancipazione depurate dalla volgarità, dal consumismo, dalla religione, dal danaro.
Le origini dell'Europa
sono ben più antiche di quelle – presunte da molti, in modo errato
– cristiane.
Esse affondano le radici
nell'Antica Religione, quella che i cristiani definirono,
successivamente, “pagana”.
Si tratta degli antichi
culti e rituali misterici, spesso di origine contadina, aventi come
fondamento la Natura, i suoi spiriti invisibili, le sue regole
millenarie.
Culti peraltro esistenti
in ogni cultura del mondo, dall'Europa all'Asia sino all'Africa ed
alle Americhe, solo declinati in modo diverso.
Culti politeistici, che
in Europa saranno di origine celtica, oppure greca e/o romana.
Fra questi, ancora oggi,
nella notte fra il 31 ottobre e il 1 novembre, molti celebrano il
cosiddetto Capodanno celtico, ovvero Samhain (il cui significato
potrebbe intendersi, secondo l'antico idioma irlandese, “fine
dell'estate” o, dal gaelico, “Novembre”), conosciuto anche come
Halloween (“Notte di tutti gli Spiriti Sacri”), festività
diffusa negli Stati Uniti d'America dai migranti provenienti dalle
isole britanniche, in particolare irlandesi, gallesi e scozzesi,
anticamente popolate dai Celti.
Tale festività segna il
passaggio dalla stagione luminosa a quella più oscura e buia,
inaugurando così un nuovo anno. Diversamente, secondo il Calendario
celtico, il passaggio dalla stagione oscura a quella luminosa si
celebra nelle notti fra il 30 aprile ed il 1 maggio ed è detta festa
di Beltane (nella tradizione irlandese e scozzese), o “Notte di
Valpurga” o Ostara nella tradizione germanica.
Samahin celebra dunque la
morte simbolica della natura, ma nella tradizione pagana la morte è
semplicemente una nuova rinascita, un passaggio a un nuovo stato
della Natura. Per questo si dice che in quella notte il mondo dei
morti interferisce con quello dei vivi, ma, a differenza delle
religioni monoteiste – cristianesimo in primis – il mondo dei
morti non è affatto contrapposto a quello dei vivi e non è affatto,
per così dire, “malvagio”. Bensì è il momento nel quale i
morti entrano in comunicazione con i vivi.
Ad ogni modo, il
cristianesimo, ha fatto sua questa tradizione – cercando di
camuffarla - ideando la festività di Ognissanti, che, pur
celebrandosi – secondo il calendario cristiano – il 2 novembre,
nei fatti viene festeggiata il 1 novembre, proprio perché rimane
radicata, nel patrimonio ancestrale europeo, la tradizione originaria
della festività di Samhain.
Spiritualmente, la festa
di Samhain, è una festa di contemplazione. Per i Celti era il
momento più magico dell'anno, nel quale il tempo era sospeso, ovvero
cessava di esistere.
Sotto il profilo
materiale era il momento nel quale le tribù celtiche raccoglievano e
immagazzinavano il cibo per i lunghi e freddi mesi invernali.
Il simbolo più popolare
di Samhain/Halloween è una zucca intagliata con all'interno una
candela e questa sembra derivare sempre da una antica leggenda
irlandese, probabilmente medievale, avente per protagonista Jack 'O
Lantern.
Jack era un astuto fabbro
che incontrò – in un pub – il Diavolo, il quale voleva a tutti i
costi la sua anima. Purtuttavia, il furbo Jack, in cambio della sua
anima, invitò il Diavolo a tramutarsi in una moneta. Una volta che
il Diavolo divenne una moneta, Jack la fece lestamente finire nel suo
borsellino, accanto ad una croce d'argento, in modo che potesse
essere “esorcizzata” e dunque non nuocere più. Il Diavolo
convinse Jack a farsi liberare e gli assicurò che, per i successivi
dieci anni, non gli avrebbe dato più noie, né chiesto in cambio la
sua anima. Dieci anni dopo, ad ogni modo, il Diavolo si ripresentò,
reclamando l'anima del fabbro. Questa volta Jack gli chiese prima di
raccogliere una mela dall'albero e il Diavolo acconsentì. Ma, quando
il Diavolo salì sull'albero per raccoglierla, Jack incise una croce
sul tronco e, in questo modo, lo esorcizzò e imprigionò di nuovo.
Il Diavolo allora, in cambio della sua liberazione, promise che non
gli avrebbe mai dato più noie né fastidi per l'eternità.
Jack, negli anni
seguenti, commise così tanti peccati che non fu accettato in
Paradiso, ma, a causa del patto con il Diavolo, questi non lo volle
accettare nemmeno all'Inferno e gli tirò un tizzone ardente, che
Jack utilizzò per posizionarlo all'interno della zucca che portava
con sé, al fine di scaldarsi e farsi luce nel lungo cammino che lo
avrebbe atteso, costretto a vagare per l'eternità, in un eterno
limbo.
Questa la ragione per la
quale il simbolo popolare di Halloween è proprio “Jack O'Lantern”
(Jack Il Lanternino), intagliato in una zucca con all'interno una
candela accesa.
Festività peraltro
diffusa, anticamente, persino nel mondo agreste in alcune zone della
Sardegna, ove la notte del 30 novembre (non ottobre !), durante la
notte di Sant'Andrea, i ragazzini girano per le strade con zucche
vuote intagliate a forma di teschio e illuminate, all'interno, con
una candela.
Tradizioni
simili erano e in parte rimangono peraltro presenti in Calabria, a
Serra San Bruno; in Puglia, a Ostara di Puglia, a San Nicandro
Garganico e a Massafra; in Veneto e in Friuli; Abruzzo ed Emilia
Romagna.
Purtroppo
tutto ciò, con l'avvento del dogma cristiano che ha dichiarato
“eretico” e assurdamente “satanico” tutto ciò che non era
una invenzione cristiana (la quale ha attinto a piene mani
dall'Antica Religione, stravolgendola o facendo propri i suoi
simboli) o è scomparso o è praticato, comunque, molto meno, oppure
ci si rifà alla festività commerciale e holliwoodyana
dell'Halloween statunitense, quando, invece, tale festività è parte
integrante delle radici spirituali e culturali dell'Europa antica e
della Penisola italiana, dal Nord al Sud sino alle Isole.
Fa sorridere
che, ancora oggi, vi siano dei preti cattolici che affibbiano
etichette negative alla festività di Samhain/Halloween.
Evidentemente non conoscono per nulla la Storia.
Una Storia
che le nuove generazioni dovrebbero invece imparare, conoscere e
amare.
Perché
senza passato, senza radici spirituali, senza antiche tradizioni
autentiche, non vi è alcun presente e, men che meno, alcun futuro.
Dietro a ogni donna selvaggia, c'è uno strato di sofferenza.
Anche dietro a un uomo selvaggio.
Donne e uomini selvaggi si celano dietro a una corazza, che non è affatto una maschera, ma una protezione da un mondo che non comprendono o che, meglio, contrastano.
Il mondo della materia non è fatto per anime spirituali.
Esse sono intrappolate e, intravedendo la via di uscita, ma vedendola ancora lontana, si creano una loro dimensione.
E all'esterno lottano incessantemente, ricoprendo il ruolo di Maghi e Streghe o di eterni combattenti gnostici.
Perché la lotta è il destino dell'Eroe e dell'Amazzone nel mondo materiale.
E l'Eroe e l'Amazzone, che trionfano nel mondo dello Spirito, vengono sconfitti in quello della materia, in quanto creato da un falso dio (Yaldabaoth).
"Cercare di realizzare delle riforme politiche prima di avere riformato
la natura umana è come mettere vino nuovo in bottiglie vecchie. Fate che
gli uomini sentano e ravvisino nel
profondo dei loro cuori ciò che è il loro reale, vero dovere verso
l’umanità e allora spariranno da soli tutti i vecchi abusi di potere,
tutte le leggi inique della politica nazionale che è basata sull’egoismo
umano, sociale e politico. Folle è quel giardiniere che cerca di
eliminare le piante velenose dalla sua aiuola tagliandole a livello del
suolo, invece di estirparle con le radici. Non si possono realizzare
delle riforme politiche durevoli, se restano al potere gli stessi
egoisti di prima".
(...) Il Natale e la Pasqua sono state antiche feste religiose pagane (la
nascita del sole e l’avvento della primavera) piene di rozzo, mitico
spirito religioso: si sono poi trasfuse nelle feste cristiane portando
la loro antica ingenuità nella nuova insegnata da Cristo. Ma dopo la
Controriforma e nell’attuale momento storico, non c’è niente di più
prosaico, ipocrita, conformista dello spirito impresso dal clero a
simili occasioni d’amore. (...)
Chi
è Sathya Sai Baba ? Un mistico ? Un santone ? Un guru ? Nella
poliedrica varietà di sadhu e mistici che popola il vastissimo
continiente asiatico, è facile confondere Sai Baba con uno di
loro. Ma Sai Baba è – in realtà - molto di più.
Nato a
Puttaparthi - un piccolo villaggio dell'Andra Pradesh, regione
dell'India meridionale - il 23 novembre del 1926, sin da bambino,
dall'età di 10 anni, dimostra di possedere poteri
sovrannaturali. Sai Baba, studiato da numerosissimi ricercatori da
decenni, possiede infatti poteri cognitivi come la chiaroveggenza, la
psicodiagnosi, la telepatia; poteri psicocinetici come la capacità
di materializzare oggetti, apportarli, moltiplicarli, anche sotto
l'occhio vigile di chi gli si trova di fronte. Ma egli stesso non
sembra dare alcuna importanza ai miracoli che compie. Sai Baba sembra
compiere miracoli unicamente per focalizzare l'attenzione di chi lo
ascolta, per lanciare un messaggio di unità fra tutte le religioni
(simboleggiato anche dal Suo vessillo, il Sarva
Dharma: un fior di loto
contornato dal simbolo dell'Om Indù; dalla Ruota buddhista; dal
Fuoco zoroastriano; dalla Stella di David; dalla Luna e la Stella
dell'Islam e dalla Croce cristiana)."Esiste
una sola religione", afferma
Sai Baba, "la religione
dell'Amore. Esiste una sola razza, quella dell'umanità. Esiste un
solo Dio, che è onnipervadente". Questo,
in sintesi, il messaggio che Sai Baba vuole trasmettere a chi lo
ascolta. Ho avuto la fortuna, fra il 2002 ed il 2005, di
frequentare settimanalmente la casa di due anziani coniugi, da anni
abitanti a Pordenone: la romana Gerarda Cesarini, detta
amichevolmente Gegè, ed il napoletano verace Oscar Martino. Entrambi
citati anche in numerose opere dedicate a Sai Baba, in primis quelle
dello psicologo Giancarlo Rosati, massimo studioso italiano del
fenomeno Sai Baba. Gegè
ed Oscar sono stati, infatti, i primi fondatori di un Centro
intitolato a Sai Baba in Italia, negli anni '60 a Roma, in via
Benedetto Musolino, quando ancora era poco conosciuto. Questa
simpatica coppia fu anche in assoluto la più ricevuta dal
Maestro.
Oggi i Centri Sai Baba in Italia - peraltro tutti senza
scopo di lucro e senza alcuno spirito di proselitismo - sono
centinaia e nel mondo i devoti del Maestro, sono milioni. Dal
Maestro, sì, perché infondo Sai Baba non è che un Maestro
spirituale il cui messaggio va ben oltre i suoi miracoli, per così
dire, ed il cui messaggio mira sempre a trasformare il cuore
umano. Sai Baba, come dicevamo, è solo nato in un contesto indù,
ma il suo insegnamento - che fonda le sue radici nella concezione
gnostica ed esoterica delle Sacre Scritture di tutte le fedi e
tradizioni, i Veda in primis e che Baba invita a studiare, a partire
dal concetto di Reincarnazione
- si basa sulla ricerca della Divinità insita in ciascun individuo
per mezzo del canto devozionale, i Bahjan, della ripetizione dei
mantra vedici ed in particolare per mezzo del rispetto quotidiano di
cinque valori umani: Verità, Amore, Pace, Rettitudine e
Nonviolenza. Per mezzo delle frequentazione dei coniugi Martino,
sono rimasto letteralmente rapito nella descrizione delle loro
esperienze dirette con il Maestro. Quando ad esempio ad Oscar
materializzò un anello d'oro, preziosissimo, sotto i suoi stessi
occhi, o quando regalò ad entrambi una cornice d'oro recante la sua
effige ricavata dalla povere dorata che Baba stesso lanciò in aria
per poi ricomporsi, magicamente,
fra le sue mani. Sai Baba, chissà perchè, amava moltissimo Gegè
ed Oscar. Una coppia di teosofi adorabile, semplicissima e sempre
pronta a dare una mano al prossimo. Una coppia che fu peraltro, per
anni, in contatto con Madre Teresa di Calcutta e con Padre Anthony
Elenjimittam, ultimo discepolo vivente del Mahatma Gandhi, alle cui
missioni elargirono gran parte del loro patrimonio. Si recarono in
India, a Puttaparthi, sino in età avanzata, 90 anni Oscar e 80 Gegè.
E puntualmente, pur fra una marea di devoti in attesa di uno sguardo
dal Maestro, furono ricevuti in udienza privata. Oscar, uomo
sensibilissimo, mi raccontò che confidò a Sai Baba che avrebbe
voluto morire prima della moglie, perché non avrebbe sopportato il
dolore della sua scomparsa. Fu allora che Sai Baba predisse loro che
sarebbero morti l'uno a distanza di due soli giorni dall'altra. Prima
sarebbe morto Oscar e successivamente Gegè. La scena mi commosse
molto. Ricordo inoltre ancora con affetto quando - conoscendo la
mia golosità - Oscar mi ricopriva letteralmente di dolciumi e Gegè,
pur non essendo consigliabile per la sua salute, ne approfittava per
mangiarne in quantità. Volevo molto bene a Gegè ed Oscar, che
per me erano come dei nonni ai quali confidavo veramente tutto e fu
un duro colpo quando appresi della loro morte. Il Messaggero
Veneto di Pordenone del 10 gennaio 2006 titolava, a tutta pagina:
"Muore di dolore due giorni
dopo il marito. Gerarda Cesarini e Oscar Martino sono rimasti legati
fino all'ultimo da un'incredibile storia d'amore".
Nell'articolo, ovviamente, si parlava anche di Sai Baba e della sua
previsione e di come la coppia fosse a lui legata. Persino il
prete, in Chiesa, nonostante Sai Baba sia fortemente criticato ed
osteggiato dalla Chiesa cattolica, si prodigò in elogi nei confronti
di questo particolarissimo Maestro indiano dalla folta e curiosa
capigliatura.
Sai Baba, lungi
dall'essere un fenomeno da baraccone o un santone mediatico, è
universalmente noto per la sua opera umanitaria e nel campo del
sociale: dalla costruzione di ospedali nei quali si eseguono
interventi sofisticatissimi e a titolo completamente gratuito (come
il Super Speciality Hospital di Puttaparthi e quello di Whitefield,
entrambi inaugurati alla presenza del Primo ministro dell'India) a
scuole, centri di accoglienza per indigenti, e numerosi progetti
finalizzati a rendere potabile l'acqua nei villaggi rurali e nelle
regioni limitrofe ove vi è siccità.
Dagli anni '60 ad
oggi, numerosissimi studiosi, abbiamo detto, hanno cercato di
approfondire la realtà di Sai Baba.
Su di lui sono
stati scritti numerosissimi testi e notiamo come anche gli studiosi
più critici, alla fine, si sono convinti che questo curioso Maestro
indiano ha qualche cosa di profondamente mistico.
Pensiamo ad
esempio al prete cattolico Don Mario Mazzoleni che, partito per
Puttaparthi per fare un inchiesta per conto dell'Osservatore Romano,
finì per convertirsi
al credo di
Sai Baba, tanto che venne scomunicato.
Oppure
al già citato psicologo Giancarlo Rosati, forse il più prolifico
nello scrivere e nel descrivere il fenomeno
Sai Baba,
tanto che egli lo accosta al Cristo
Cosmicoannunciato
da Gesù nel Vangelo di Giovanni, ma anche al Kalki
Avatar,
l'ultima incarnazione divina descritta dai Veda.
Invero,
Rosati, porta a sostegno di queste affermazioni una serie di
coincidenze:
il Vishnu Purana annuncia che il Kalki Avatar nascerà nell'India del
Sud, in un territorio bagato da tre mari, nel villaggio dei coni o
termitai (e Puttaparthi corrisponde esattamente a questa descrizione
n.d.a.) e vivrà sino a 95 anni (Sai Baba ha annunciato che vivrà
sino a quell'età).
Inoltre
nell'Apocalisse di Giovanni il Cristo Cosmico è chiamato “Fedele”
e Verace. E guarda casoil nome
di nascita di Sai Baba è Satya Narayana, che in sanscrito significa
appunto “Fedele” e “Verace”.
Andando
oltre, possiamo notare cone il grande mistico indù Sri
Aurobindo,
il 24 novembre del 1926, un giorno dopo la nascita di Sai Baba, fece
l'annuncio che quella notte il Divino si era incarnato portando con
sé tutti i poteri divini: l'Onnipotenza, l'Onniscenza e
l'Onnipresenza.
Maometto,
il fondatore dell'Islamismo, fra le sue profezie, fece la descrizione
di quello che chiamò El
Mahdi Maoud o
il Maestro
del mondo.
E lo descrisse distintamente: “La
sua chioma sarà folta, i capelli neri giungeranno fino alle spalle.
Le sopracciglia si uniranno al centro della fronte, che apparirà
ampia. Il naso sarà dritto e avrà un infossamento alla radice. Avrà
un neo sulla guancia e non porterà mai la barba. I denti centrali
saranno separati e allontanati tra di loro. I suoi occhi saranno neri
e pungenti. Il suo corpo sarà minuto e le sue gambe saranno quelle
di un adolescente. Indosserà due abiti color fiamma, l'uno sopra
l'altro (....). Materializzerà piccoli oggetti con la mano (…).
Egli vivrà fino a 95 anni.”
Qui,
guarda caso, la
descrizione fisica è addirittura soprendentemente identica a quella
di Sai Baba: dalla chioma sino ai tratti somatici, passando per la
bassa statura (Baba è alto all'incirca 150 centimentri) e la
materializzazione di oggetti.
Sai
Baba, materializza, in primis, una curiosa cenere profumata, chiamata
vibhuti.
La
vibhuti,
secondo l'iconografia indù, è attribuita al Dio Shiva, che la porta
sulla fronte e su altre parti del corpo a rappresentare l'immortalità
dell'anima.
Sai
Baba ne materializza in quantità, unicamente per mezzo del palmo
della sua mano che agita in senso orario, così, dal nulla. La dona
ai devoti più bisognosi ed essa ha proprietà spesso miracolose, per
così dire.
Ora,
sappiate che chi scrive – per indole caratteriale – è a
prescindere uno scettico. Purtuttavia ho avuto modo di applicare una
sola volta della vibhutisulla
zampina malata della mia gattina, che anni fa soffriva di un
incurabile tumore, visibilissimo e purulento. Dopo un paio di giorni
il tumore le si era completamente riassorbito e quindi scomparso, con
grande sorpresa mia e del veterinario.
Questo
è solo un banalissimo caso accadutomi personalmente, ma nelle
pubblicazioni dedicate a Sai Baba (edite in Italia dalle Edizioni
Milesi) se ne trovano a bizzeffe e di molto toccanti.
Sai Baba ha fatto
inoltre numerose profezie per gli anni a venire, come quella che - a
partire dal 2015 – ci sarà un ritorno all'Età dell'Oro, di pace e
prosperità, che dovrebbe avere il suo apice attorno al 2021, anno
della morte prevista per Sai Baba stesso.
Numerosissime
altre cose ci sarebbero da dire su questo Maestro spirituale che
afferma con candore: “Io
sono Dio, ma lo sei anche tu”,
ma, forse, l'unico modo per comprendere davvero la sua realtà
spiritualeè
quella di accostarsi al Divino, nella forma in cui ciascuno si
riconosce maggiormente e continuare a ricercare, entro sé stessi,
quella scintilla divinache
rende ciascuno di noi – quotidianamente - davvero speciale.
Fabio Mengozzi,
astigiano, classe 1980, è un musicista di fama internazionale che
già in passato ho avuto modo di intervistare e della cui musica ho
già avuto modo di parlare.
Fabio è un amico
conosciuto quasi per caso ormai diversi anni fa, la cui musica è un
inno alla gnosi ed alla spiritualità. Musica che si avvale di
relazioni matematiche fra le note, attraverso il procedimento caro a
Pitagora di trasformare i numeri in note musicali, appunto.
Di seguito l'intervista
che mi ha concesso in merito.
Luca Bagatin: Come
nasce l'idea di questo disco ?
Fabio Mengozzi:
Negli ultimi anni ho composto numerosi brani dedicati al
mio strumento, il pianoforte. Tuttavia ho destinato ai pubblici
concerti solo una parte di essi. Di conseguenza molti brani, nati
unicamente dalla mia esigenza interiore, erano rimasti nel cassetto e
così ho pensato di selezionare alcuni fra i brani più
rappresentativi e riunirli assieme in un'unica pubblicazione
discografica.
Luca Bagatin: Qual
è il "mistero" celato dietro al titolo del tuo disco ?
Fabio Mengozzi: Un
mistero lo è a tutti gli effetti quando non si è in grado di
rappresentarlo a parole. Tutti facciamo esperienza del mistero e del
Divino, perché sono celati in ogni atomo del creato. Ne è conferma
il fatto che l'uomo si pone interrogativi dalla epoche più remote. E
fa bene a farlo, anche quando rimane senza risposte.
La musica è un
linguaggio particolarmente ineffabile. Non so se sia in grado di
disvelare misteri, ma certamente rivolgendosi direttamente alla parte
più profonda dell'essere umano, ben si presta a sospingere
l'ascoltatore verso lidi incontaminati, inducendo a guardare dentro
noi stessi.
Luca Bagatin: La
copertina del disco è un'allegoria di simboli legati alla
spiritualità ed al mondo onirico. Un faro nel mare, una stella
cadente, una sfinge... Mi hai detto di averlo ideato tu. Che cosa
vuole rappresentare ?
Fabio Mengozzi: E'
opera dell'artista Lia Rinetti, che l'ha fedelmente realizzata in
modo mirabile, seguendo l'idea che mi era venuta nel primo mattino di
una fredda giornata invernale.
Posto che il soggetto
centrale di un disco è e sempre deve essere la musica, mi sono
domandato quale potesse essere il contenuto grafico con il quale
proporre il disco agli ascoltatori. In fondo, la copertina è il
biglietto da visita di un disco. Ho così immaginato di accorpare in
un'unica rappresentazione alcuni dei simboli cui si riferiscono i
brani del disco. Il tutto è ambientato di notte, senza presenza
umana. Una cometa (ndr. il CD
contiene un brano intitolato “Cometa nella notte”), che
tradizionalmente è considerata un evento astronomico legato al fato,
sfavilla in un cielo stellato sul quale si staglia la penetrante luce
d'un faro, riferimento al brano “Faro notturno”. Al centro della
scena, immobile e possente una Sfinge evoca il senso più alto di
sacralità, assoluto e mistero. Si ritrovano anche gli Elementi. A
terra un compasso, simbolo di spiritualità, incuneato nella sabbia.
Luca Bagatin: La
tua musica è suonata ormai da tempo in tutto il mondo. Come immagini
sarà accolto "Mistero e poesia" dal pubblico ?
Fabio Mengozzi: La
mia speranza è che le persone, in qualche modo, possano trarre
beneficio dall'ascolto della mia musica. Si tratta di una musica
“stratificata”, ovvero convivono in essa differenti piani. Spero
che in molti vogliano approfondire e addentrarsi oltre il livello più
superficiale dell'ascolto.