sabato 20 ottobre 2018

"Riflessi incondizionati - Parte terza" di Luca Bagatin

In questi anni ho scritto molto meno di Massoneria, se non persino ho evitato di scriverne.
Ho perduto l'entusiasmo di un tempo, perché, pur credendo fermamente negli ideali cagliostriani e massonici di Fratellanza Uguaglianza e Libertà, li vedo e ho visti poco praticati dagli uomini, che spesso tanto li decantano. L'idea di una società egualitaria e senza classi dovrebbe essere l'idea massonica per eccellenza.
Il ricco borghese che si accosta o crede di accostarsi al Sacro, non è nemmeno in grado di capire ciò e con il Sacro ha ben poco a che vedere. Ma tant'è.
La via maestra, nel mondo materiale, rimane pertanto la solitudine e il Silenzio. Fuori da ogni Istituzione.

Per me è addirittura fisicamente impossibile non stare dalla parte di chi trasgredisce, scandalizza, non è conforme.
Pur mantenendomi da sempre un indipendente e un libero pensatore con le mie idee, ho ricercato la trasgressione ideale sin da ragazzino nel mondo beat, hippie, cyberpunk, con i radicali, con i teosofi, i buddisti, i devoti di Sai Baba e via via con le pornodive, con i socialisti rivoluzionari, i nazionalbolscevichi, i bolivariani e i populisti autentici, ovvero i socialisti autogestionari e anticapitalisti.
L'obiettivo è per me sempre stato lo stesso: rompere il muro della censura, aprire la mente delle persone, farle ragionare e permettere alle persone di autogestirsi e autogovernarsi, senza che nessuno possa disporre dei corpi e delle menti.
Senza che nessuno, in sostanza, rompa le balle in nome del danaro del potere o della propria ideologia del cavolo.

Sono, sin da bambino, una persona molto spirituale.
E ho sempre creduto in Dio.
Per questo all'età di dieci anni mi sono allontanato dalla chiesa cattolica. E non ho mai amato o creduto nelle religioni.

Non sono un gran fan delle elezioni e delle istituzioni totalizzanti.
Questo potrebbe fare di me un anarchico, anche se preferirei definirmi autogestionario.
Comuni, Province, Regioni, Enti, Stati...possono essere utili solo ed unicamente se aiutano concretamente la povera gente e sono dalla povera gente autogestiti.

Ho sempre avuto naturale simpatia per le persone schiette e dirette.
La sostanza prima della forma.
Non penso sia un caso se personaggi storici e leader come Garibaldi, Che Guevara, Chavez, Gheddafi, Evo Morales, Pepe Mujica e persino Bettino Craxi non amassero gli abiti formali o vestirsi da cravattoni.
Craxi in Parlamento si presentò persino in blue jeans.
Mancanza di rispetto ?
Tutt'altro: sostanza prima della forma.
Appartenenza alle classi popolari e rispetto per queste prima di ogni altra classe.
Schiettezza in luogo di astruse costruzioni dettate da una società di merda e piena di merda (leggi: ricchezza).
Personalmente non ho mai messo in vita mia la cravatta o un abito formale completo (al massimo giacca e pantaloni, ma mai cravatta). Se richiesto, ho peraltro sempre declinato ogni invito, facendo presente il mio pensiero.

Amore non è attaccamento. E' superamento dell'attaccamento. E' qualche cosa di difficile da comprendere nel mondo materiale. Per comprenderlo non c'è nulla di meglio che il rimanere soli. Soli con la propria coscienza. Soli con la propria anima. Soli con il proprio cuore.
In ascolto del cuore del prossimo. In ascolto del cuore del mondo.

"Riflessi incondizionati - Parte seconda" di Luca Bagatin (clikka qui per leggere)

mercoledì 17 ottobre 2018

Anita e Giuseppe Garibaldi, Evita e Juan Peron, Che Guevara: lo stesso cuore d'Amore e Libertà. Dalla parte dei deboli. Dalla parte dei poveri. Sempre.

L'unico eroe di cui il mondo ha mai avuto bisogno si chiama Giuseppe Garibaldi 
(Ernesto Che Guevara)


Oggi è caduto in questa lotta come un eroe la figura più straordinaria che ha potuto darci la rivoluzuione  latinoamericana: è morto il comandante Ernesto Che Guevara.
La sua morte mi strazia l'anima perché era uno dei nostri, forse il migliore. Un esempio di condotta coerente, spirito di sacrificio e rinuncia.
La profonda convinzione di giustizia nella causa che abbracciò gli diede la forza, il valore e il coraggio, che oggi lo eleva alla figura di eroe e martire.
(Juan Domingo Peron) 

Vedi anche:
http://amoreeliberta.blogspot.com/2016/01/anita-garibaldi-eroina-dei-due-mondi.html
http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/03/giuseppe-garibaldi-lamico-degli-umili-e.html
http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/02/evita-peron-e-il-peronismo-articoli-di.html
http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/05/juan-domingo-peron-un-presidente-dalla.html

martedì 16 ottobre 2018

"Crepuscolo". Poesia di Luca Bagatin

Crepuscolo
Poesia di Luca Bagatin

Non ti ho mai baciata.
Quante volte ho immaginato
le tue labbra sulle mie.
Il loro sapore
l'odore del tuo viso sul mio
il calore dei nostri visi.
Il calore dei nostri corpi.
Il calore dei nostri sguardi.
Un pensiero.
Un'immagine.
Non ci siamo mai visti.
Forse, come si dice,
è così che doveva andare.
Anche in silenzio
si può amare.
C'è chi pensa che
per amare
si debba per forza essere "vitali".
Lo "spleen" crepuscolare
forse
non va nemmeno più di moda.
E' una cosa "ottocentesca"
si dirà.
Una cosa "da romanzo".
Io sono così.
Di te mi piaceva anche questo.
"La natura profonda delle cose
ama nascondersi".
Sì, sono scomparso.
Perché ?
Perché speravo,
un giorno
che ci saremmo visti.
E invece non è accaduto.
Tanersi in contatto
a che scopo,
mi sono detto ?
Ho avuto paura ?
Forse.
Di rimanere un soprammobile
sognante.
Disilluso o,
peggio,
illuso.
L'illusione è la vita stessa.
A me vivere è sempre pesato.
Perché ?
E' così che sono nato.
Giustificazione banale.
Forse.
Diciamo che
non mi va
anche sul mio prossimo
di pesare.
Mi va solamente,
in silenzio,
di amare.

Luca Bagatin

martedì 9 ottobre 2018

"Oltre il moderno": la denuncia di Alain De Benoist al totalitarismo liberal-capitalista. Articolo di Luca Bagatin

La crescita economica "illimitata", il capitalismo, l'egoismo, la distruzione dell'ambiente, delle culture, delle identità, delle differenze (con la conseguente xenofobia e sciovinismo) sono tutti aspetti dell'ideologia del progresso e della modernità.
Aspetti denunciati dal filosofo francese Alain De Benoist in numerosi interventi e saggi, in particolare nel suo "Oltre il moderno - Sguardi sul terzo millennio", edito alcuni anni fa in Italia da Arianna Editrice.
Il filosofo da sempre ravvisa la necessità di approdare ad una società democratica autentica, ove le differenze siano valorizzate e così il patrimonio ecologico; ove la politica e la sovranità tornino a primeggiare sulla dittatura dell'economia e del danaro. Una società, in sostanza, populista nel senso originario e positivo del termine e non a caso uno dei suoi ultimi saggi è dedicato proprio al troppo ingiustamente bistrattato fenomeno "populista" (al seguente link la mia recensione al suo "Populismo - La fine della destra e della sinistra": http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/08/populismo-lultimo-saggio-di-alain-de.html).
Nel saggio "Oltre il moderno" egli analizza tutti questi aspetti, partendo dalla critica all'ideologia illuminista portata avanti dalla borghese e sanguinaria Rivoluzione Francese del 1789 e contrapponendole gli ideali democratici, federalisti comunitari di Jean-Jacques Rousseau (e di Proudhon), i quali erano in aperta opposizione al liberalismo inglese, ammirato invece dagli illuministi. Alla visione rappresentativa dei liberali, Rousseau, contrapponeva l'ideale democratico diretto, ovvero favorendo il concetto di partecipazione attiva del cittadino alla vita pubblica e politica della propria comunità, del proprio Stato. Anteponendo così una visione patriottica e civica - ovvero non sciovinista - rispetto ad una visione cosmopolita e finanche colonialista tipica del liberalismo anglosassone.
E' da ciò che De Benoist imposta la sua critica al liberalismo, dottrina essenzialmente economica che tende ad infrangere tutti i legami sociali che vanno al di là dell'individuo, la quale ha favorito, nel corso dei secoli, l'avvento della società borghese industriale, post industriale e l'avvento - infine - del capitalismo assoluto, ovvero del mondialismo e dell'attuale globalizzazione, che ha distrutto ogni senso di appartenenza, comunità, sicurezza sociale, legame amicale e sentimentale, offrendo all'essere umano una sorta di supermercato ove tutto ha un prezzo, ove tutto si vende e si acquista, ove ogni cosa e finanche persona è ridotta a merce. Ove, in sostanza, la famiglia è ormai una sorta di piccola impresa, le relazioni sociali una serie di stretegie concorrenziali interessate e la politica un mercato nel quale gli elettori "vendono" il proprio voto al "miglior offerente".

Tutto, nella società liberale borghese, è demandato al mercato ed ai concetti di "utilitarismo" e "individualismo" e tutto gira in funzione di questo: dalla libera circolazione dei capitali a quella delle persone; dalla delocalizzazione delle imprese sino alla distruzione dell'ambiente, alla distruzione di milioni di posti di lavoro ed alla scomparsa dello stato sociale e di quei legami sociali che erano il fondamento di ogni comunità e del suo "bene comune".
L'ideologia giacobina della Rivoluzione Francese, in sostanza, ha sostituito il potere della vecchia aristocrazia con un nuovo potere, quello della borghesia economica e - non a caso - ha escluso del tutto la partecipazione del Quarto Stato, che ha ben pensato di continuare a sfruttare, almeno sino all'avvento di rivoluzioni proletarie quali la Comune di Parigi del 1870 e la Rivoluzione d'Ottobre del 1917, pur episodi assai circoscritti e che hanno influenzato la Storia umana solo in parte.
Con il dominio dell'ideologia liberale e individualista, ogni differenza e identità si è uniformata al modello unico occidentale, nordamericano e bianco e ciò ha fatto riaffiorare nuovi sciovinismi e xenofobie, i quali hanno origine - come afferma De Benoist - non dagli immigrati, bensì dalla totale perdita di identità degli stessi autoctoni. Si crede - scrive De Benoist - di fortificare il sentimento nazionale fondandolo sul rifiuto dell'Altro. Dopodiché, una volta presa l'abitudine, si finisce con il trovare normale il rifiuto dei propri compatrioti.
E' perciò che il filosofo francese ritiene che una società cosciente della propria identità - che è anche affermazione della differenza - possa essere forte solo quando antepone il bene comune all'individualismo, anteponendo convivialità e generosità rispetto alla concorrenza ed al sistema del danaro.
E' proprio in nome dell'affermazione delle differenze che De Benoist critica il nazionalismo sciovinista (che in Francia nell'800 ha avuto origini repubblicane e liberali) e promuove la valorizzazione e rivitalizzazione delle autonomie culturali e linguistiche, oggi particolarmente oppresse in Francia in nome dell'unità nazionale e dell'ideologia giacobina del 1789 (qui fa riferimento in particolare alla cultura bretone e corsa, ancora oggi viste con sufficienza e spesso disprezzo in Francia).
Unitamente a tali aspetti De Benoist analizza il fenomeno ecologista - trascurato sia nel mondo capitalista che comunista - ravvisando nei movimenti Verdi europei la ricerca di recupero della valorizzazione delle differenze, delle identità, delle culture, assieme al recupero della natura intesa come bene pubblico, dell'ecologia profonda in antitesi rispetto a certo riformismo "ecologico", che si limita a contenere i danni all'ecosistema solo in quanto questi potrebbero rallentare il processo economico e dunque l'interesse del ricco borghese, per dirla più prosaicamente.
Egli mette peraltro in parallelo la sensibilità ecologista con quella religiosa, ravvisando - esattamente come scrisse lo storico statunitense Lynn White Jr. - nelle religioni monoteiste una visione antropocentrica e quindi scarsamente o per nulla sensibile nei confronti dell'ambiente - in quanto il Dio giudiaico-cristiano, come indicato nelle Scritture, ha stabilito che l'Uomo può disporre dell'ambiente e degli animali a suo piacimento - rispetto invece ai culti orientali, gnostici e pagani, fondati sull'armonia del Cosmo e dell'unione fra Essere Umano e Natura, che è anch'essa vista come manifestazione del Divino e quindi come tale deve essere salvaguardata, difesa e amata.
Per concludere, Alain De Benoist, denuncia la mondializzazione capitalista ed il sistema dei media, ad esso peraltro correlata. La prima ha reso gli Stati ed i governi stessi - in particolare quelli del Terzo Mondo (grazie alle politiche di deregulation della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale) schiavi del debito pubblico (impagabile, come dimostrato dallo stesso De Benoist in altri saggi) e del sistema del mercato globale, assoggettati alla volontà stessa delle multinazionali al fine di attrarre investitori. E dunque li ha privati di ogni reale sovranità.
Il sistema dei media, invece, come peraltro già profetizzato e denunciato dal nostro Pier Paolo Pasolini negli Anni '70, omologano i telespettatori, ovvero li rendono schiavi del sistema del consumo, ipnotizzandoli e rendendoli acritici, spoliticizzati, permeabili a qualsiasi immagine o manipolazione imposta loro dal mercato, sin dalla più tenera età. E ciò sembra peraltro fare lo stesso internet che, lungi dall'essere diventato luogo di libertà, comunicazione e approfondimento, sembra utilizzare e veicolare gli stessi messaggi sensazionalistici, gli stessi luoghi comuni, le stesse modalità del mezzo televisivo (si pensi all'assurdo fenomeno mediatico, mediocre e commerciale degli e delle "influencer"), creando e ricreando una realtà non così dissimile da quella descritta da George Orwell nel suo "1984".
Quello denunciato da De Benoist - filosofo in grado di coniugare valori di destra con idee di sinistra - è, in sostanza, una sorta di totalitarismo moderno liberal-capitalista che domina menti, corpi e ambiente, in maniera quasi silenziosa, ma costante.

Luca Bagatin

lunedì 1 ottobre 2018

Alcune riflessioni sul reddito di cittadinanza. Articolo di Luca Bagatin

A parer mio il reddito di cittadinanza dovrebbe essere funzionale a dare un reddito, appunto, in una società di "non lavoro", conseguenza del capitalismo assoluto, la quale genera - ovvero ha generato - precarietà e disoccupazione endemica.
Con la globalizzazione, la sovrappopolazione, l'avvento di una società ipertecnologica, le delocalizzazioni, la crescita economica senza limite, lo sfruttamento dell'ecostistema e del lavoro, il lavoro stesso è diventato sempre più una rarità. 
Temo che coloro i quali criticano l'introduzione del reddito di cittadinanza, non abbiano compreso questo. Ma temo che anche i Cinque Stelle (e non solo loro), ritenendo il reddito di cittadinanza un incentivo al lavoro (che non c'è e ce ne sarà sempre meno), sbaglino.
Il reddito di cittadinanza ha il solo scopo di ammettere che il capitalismo genera disoccupazione nel medio-lungo termine. Che se non si da un reddito a tutti, nessuno potrà più consumare e quindi la crescita economica andrà a farsi benedire e così tutto il sistema capitalista borghese.
È chiaro che, per uscire da questa spirale assistenziale e consumista - che è peraltro una spirale di sfruttamento delle menti e dei corpi - occorre uscire dal capitalismo e puntare ad una società socialista, autogestita, antiglobalista, anticoncorrenziale, di piena autosufficienza economica, addirittura di superamento del lavoro (possibile proprio anche grazie alle nuove tecnologie), di economia del dono, di decrescita e di condivisione delle risorse.
E' chiaro che, una società di questo tipo, essendo una società egualitaria - ovvero potremmo definirla una autentica civiltà democratica - non contemplerà più l'esistenza dei ricchi, ma quantomeno renderà tutti assai meno poveri e decisamente più consapevoli di sè stessi e dei propri doveri verso la comunità e il proprio prossimo.

Luca Bagatin

sabato 29 settembre 2018

"Pugni proletari e baionette prussiane - Il nazionalbolscevismo nella Repubblica di Weimar". Articolo di recensione di Luca Bagatin

Con il trattato di Versailles del 1919 - successivo alla sconfitta nella Prima Guerra Mondiale - la Germania, perdendo la propria sovranità e dovendo restituire alle potenze dell'Intesa una cifra astronomica a titolo di riparazioni di guerra, sarà preda di una delle più tremende crisi economiche della Storia.
Ciò porterà i movimenti di ispirazione socialista a rafforzarsi e a ribellarsi e, fra questi, il nascente movimento nazionalbolscevico, sorto da una costola della socialdemocrazia tedesca, avente per guide Ernst Niekisch e Karl Otto Paetel e con alle spalle qualche migliaio di militanti e un pugno di giornali, circoli e case editrici.
Di tale movimento racconta il saggio accademico "Pugni proletari e baionette prussiane - Il nazionalbolscevismo nella Repubblica di Weimar" di David Bernardini, con prefazione del prof. Marco Cuzzi edito da Biblion Edizioni (www.biblionedizioni.it), casa editrice specializzata in testi e riviste sul socialismo e la storia sociale.
Saggio agile e completo, quello di Bernardini, che contribuisce a colmare non poche lacune attorno a tale scuola di pensiero e movimento politico sorto nel cosiddetto "Biennio rosso" tedesco e destinato ad essere sconfitto e perseguitato durante l'ascesa del nazismo.
Avente per simbolo l'aquila prussiana con al centro una falce e martello, il movimento nazionalbolscevico, destinato a superare la dicotomia destra-sinistra, si proponeva di recuperare la sovranità della Germania, perduta appunto con il Trattato di Versailles, attraverso un'alleanza con la Russia bolscevica di Lenin e con il Partito Comunista Tedesco (KPD).
Contrapposto alla visione liberale, borghese, illuminista e capitalista propugnata dalla Rivoluzione Francese del 1789, asse portante delle nazioni capitaliste occidentali, il nazionalbolscevismo vedeva nella Rivoluzione d'Ottobre del 1917 il suo punto di riferimento, fondato sul primato della comunità e dell'operaio-proletario al servizio della stessa, rispetto all'egoismo dell'"homo economicus" della borghesia capitalista, la quale pensava unicamente al proprio egoistico tornaconto personale.
I nazionalbolscevichi proponevano dunque l'unità della classe operaia e proletaria in chiave nazionale e antiborghese in alleanza all'Unione Sovietica e a tutte le potenze oppresse dal colonialismo economico occidentale. In tal senso i nazionalbolscevichi si contrapposero altresì al nazismo hitleriano e al fascismo, sia per il carattere antisemita di tali ideologie, che in quanto vedevano in esse la prosecuzione della politica capitalista, borghese, imperialista e antisovietica. Tali critiche saranno formulate in particolare da Niekisch nei suoi saggi, pubblicati negli Anni '30: "Hitler - una fatalità tedesca" e "Il Regno dei Demoni" (ripubblicati recentemente da NovaEuropa e sarà mia cura recensirli prossimamente), che gli costeranno successivamente l'internamento in un campo di concentramento dal quale uscirà solo a guerra finita, nel 1945, liberato dalle tuppe sovietiche e successivamente aderirà al Partito Comunista Tedesco della nascente DDR.
Nel saggio di Bernardini si parla di questo e dell'evoluzione del movimento nazionalbolscevico dagli Anni '20 agli Anni '30, nell'epoca della Repubblica di Weimar. Ovvero dai tempi in cui i socialdemocratici amburghesi Laufenberg e Wolffheim iniziarono a distaccarsi dal loro partito, la SPD, in quanto troppo transigente nei confronti dei crediti di guerra nel 1914. Nel 1918 i due parteciparono ai moti rivoluzionari di Amburgo, successivamente aderiranno alla KPD, ovvero al Partito Comunista Tedesco e nel 1920 parteciparono alla costituzione della KAPD, il Partito Comunista Operaio di Germania. Infine costituiranno un circolo di ispirazione nazionalcomunista, la cui eredità sarà successivamente raccolta da Karl Otto Paetel e dalla sua cerchia nazionalrivoluzionaria, dando successivamente origine al Gruppo Nazionalista Social Rivoluzionario (GNSR).
Negli Anni '20, un altro esponente socialdemocratico, Ernst Niekisch, iniziò a ritenere utile e necessario un avvicinamento fra la Germania e la Russia bolscevica, contrapponendosi via via sempre di più alla visione più marcatamente filo occidentale del suo partito, la SPD e dando vita ad un raggruppamento di socialisti indipendenti denominato ASP che, purtuttavia, ebbe scarsissimo seguito elettorale.
A Niekisch va ad ogni modo il merito di aver, fra i primi, elaborato il concetto che, per emancipare i lavoratori tedeschi fosse necessario emancipare la Germania dalle potenze dell'Intesa, le quali le avevano imposto il Trattato di Versailles e, dunque, guardare verso l'Unione Sovietica e ad un modello anticapitalista e socialista autentico.
Nei primi Anni '30 i vari circoli nazionalbolscevichi e i loro organi di stampa, pur poco numerosi e scarsamente coordinati fra loro, elaboreranno una piattaforma che prevedeva in sostanza un tipo di economia pianificata sotto il controllo dello Stato, la separazione fra Stato e Chiesa e un orientamento verso Est in politica estera.
Il 30 gennaio 1933, dunque, mentre Hitler veniva nominato Cancelliere, un manipolo di nazionalisti socialrivoluzionari, in polemica con tale avvenimento, distribuiranno per le strade di Berlino un opuscolo dal titolo "Il manifesto nazionalbolscevico", con in copertina il curioso simbolo composto da una falce e martello che incrociavano una spada. Purtuttavia quello sarà proprio l'inizio della fine del movimento nazionalbolscevico, soffocato dalla dittatura hitleriana.
Il saggio di David Bernardini sul nazionalbolscevismo quale movimento politico e corrente culturale della Rivoluzione conservatrice tedesca, è dunque strumento utilissimo di approfondimento a tale aspetto storico spesso tralasciato, pur rientrando a pieno titolo fra le correnti dell'antifascismo, dell'antimperialismo e dell'anticapitalismo europeo e tedesco.
Come rilevato dal prof. Marco Cuzzi sin dalle prime righe dell'introduzione al saggio, di nazionalboscevismo si è tornato a parlare grazie a esponenti quali lo scrittore Eduard Limonov ed il filosofo Alexandr Dugin (da non dimenticare anche il cantante e chitarrista Egor Letov), fondatori negli Anni '90 del Partito Nazionalbolscevico in Russia, i quali, ispirandosi proprio al nazionalbolscevismo storico, hanno elaborato una critica al materialismo e al totalitarismo borghese, liberale, comunista e fascista e si sono posti quali guida di un movimento di sottoproletari e di giovani delusi dall'avvento del capitalismo assoluto nell'ex URSS, in chiave eurasiatista e multipolare, alternativa rispetto al blocco statunitense e capitalista.
"Pugni proletari e baionette prussiane" è dunque un saggio sul passato per comprendere anche alcuni aspetti storici e geopolitici del presente, scritto da un giovane studioso - David Bernardini - dottorato in Storia dell'Europa presso l'Università degli Studi di Teramo, che ha già all'attivo un saggio sull'anarchico Rudolf Rocker e collabora con la Rivista storica del socialismo, edita dalle stesse Biblion Edizioni.

Luca Bagatin

giovedì 27 settembre 2018

Superare la logica del profitto, del capitalismo, del consumismo, del materialismo nelle riflessioni di De Benoist, Pasolini e Limonov

"Allineandosi alla logica del profitto e alla società del mercato, sostituendo la cultura di massa alla cultura popolare, i partiti di sinistra hanno a loro volta tradito i princìpi fondatori del socialismo e deluso i loro militanti. Invece di fare autocritica, questa sinistra ha denunciato come "populisti" i tentativi del popolo di riprendere parola. Meglio ancora, si è scelta un popolo di ricambio scommettendo sugli immigrati senza vedere che questi ultimi costituiscono anzitutto le truppe di rincalzo del capitale e che sono soprattutto le classi popolari a soffrire di quelle patologie sociali generate da un’immigrazione massiva. Al contempo, si è propagato il nuovo ideale della governance. Questa nozione, la cui origine appartiene al mondo economico (corporate governance), si fonda sull’assunto secondo cui la politica è qualcosa di troppo complesso per essere lasciato al popolo: i princìpi della "buona governance" devono essere definiti da esperti, principalmente in termini di efficacia e reddito. Non è piu l’economia a dover essere messa a servizio dell’uomo, ma quest’ultimo ad adattarsi alle esigenze dell’economia, agli assiomi dell’interesse e alla logica del profitto. Nella misura in cui considera le frontiere come inesistenti, la governance conduce i popoli ad un corto circuito"
(Alain De Benoist)

"Il consumismo altro non è che una nuova forma totalitaria – in quanto del tutto totalizzante, in
quanto alienante fino al limite estremo della degradazione antropologica, o genocidio (Marx) – e che quindi la sua permissività è falsa: è la maschera della peggiore repressione mai esercitata dal potere sulle masse dei cittadini. Infatti (è la battuta di uno dei protagonisti del mio prossimo film, tratto da De Sade e ambientato nella Repubblica di Salò): “In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa”".
"Noi ci troviamo alle origini di quella che sarà probabilmente la più brutta epoca della storia dell’uomo: l’epoca dell’alienazione industriale. [...] Il mondo si incammina per una strada orribile: il neocapitalismo illuministico e socialdemocratico, in realtà più duro e feroce che mai"
(Pier Paolo Pasolini)


L'Europa sta mentendo quando afferma che difende il Bene, la democrazia, i diritti degli uomini. L'Europa, infatti, sta uccidendo i paesi dissidenti, i diversi paesi, i diversi uomini. L'Europa persegue il bene con tutti i mezzi del male. L'Europa è in profonda crisi, in crisi di coscienza"
(Eduard Limonov)