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sabato 25 luglio 2026

A 243 anni dalla nascita di Simón Bolívar: l'eredità del Socialismo del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin

 

In questi giorni, il Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, dal Venezuela passando per la Colombia, celebra il “Garibaldi dell'America Latina”, ovvero i 243 anni dalla nascita di Simon Bolivar.

Bolivar, detto anche “El Libertador”, fu colui il quale, in epoca Romantica, ovvero agli inizi dell'Ottocento, contribuì all'indipendenza di gran parte dell'America Latina dal giogo spagnolo e fu Presidente delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù.

Fu il 15 agosto del 1805 che Bolivar – ventiduenne - giurò solennemente, a Roma, sul Monte Aventino (o Monte Sacro) e pronunciò le seguenti parole: “Giuro per il Dio dei miei genitori, giuro per il mio onore e per la mia Patria, che non darò riposo al mio braccio né pace alla mia anima finché non avrò rotto le catene che ci opprimono per volontà del potere spagnolo”.

E, a vent'anni da quel giuramento, l'Impero spagnolo crollò.

Simon Bolivar nacque in una famiglia agiata, di possidenti terrieri, temprato sin da ragazzino dal fuoco della ribellione contro l'oppressione. A ciò contribuì anche il suo precettore - Simon Rodriguez – libero pensatore e figlio dell'Illuminismo, il quale fu anche cospiratore contro l'Impero di Spagna che occupava la terra di Venezuela e gran parte dell'America Latina.

Bolivar non fu uno studente modello, purtuttavia diventò presto un valente combattente e spadaccino. Si sposò molto giovane con Maria Teresa Rodriguez del Toro, la quale contrasse la febbre gialla e morì presto, lasciandolo vedovo a soli vent'anni.

Simon Bolivar viaggiò molto in Europa ed anche a causa della sofferenza per la perdita prematura della moglie il suo spirito ribelle crebbe sempre più. Fu in questo contesto che il futuro El Libertador pronuncerà quel fatidico giuramento a Roma, sul Monte Aventino.

Fu così che inizierà la sua avventura di combattente per la libertà e l'emancipazione del suo popolo ed iniziò così ad organizzare il suo esercito di liberazione contro gli spagnoli, i quali saranno alleati di Napoleone, considerato da Bolivar un traditore dei principi di Libertà, Eguaglianza e Fratellanza enunciati dal conte Alessandro Cagliostro, quale motto sia spirituale che politico e diffusi nelle Logge massoniche dell'epoca.

Bolivar, in quegli anni, a Parigi, entrò, non a caso, in Massoneria e divenne, nel 1806, Gran Maestro della Loggia Madre di San Alessandro di Scozia all'Oriente di Parigi.

Forte dei suoi principi libertari, l'anno seguente, rientrò in Venezuela e da allora inizierà quella rivoluzione che porterà, nel corso degli anni – dal 1811 sino al 1830 – all'indipendenza di gran parte dell'America Latina ed alla proclamazione delle Repubbliche di Venezuela, Colombia, Perù e Bolivia (così chiamata in suo onore).

Nel 1812 Simon Bolivar scrisse il “Manifesto di Cartagena” in cui analizzò le prime sconfitte che portarono alla caduta della Prima Repubblica del Venezuela (1810 – 1812); mentre nel 1815 con la “Carta de Jamaica” gettò le basi per il suo progetto di emancipazione sociale dell'America del Sud, fondato su principi repubblicani, libertari, anti-imperialisti ed egalitari. Principi, peraltro, validi tutt'oggi, come validi sono stati i principi enunciati nella nostra Italia da personalità quali Giuseppe Mazzini e Giuseppe Garibaldi, i quali contribuirono alla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864.

Come Presidente della Repubblica di Venezuela, Colombia, Bolivia, Ecuador, Panama e Perù, Bolivar abolì la schiavitù, confiscò le terre ai possidenti e le ridistribuì agli indigeni, costruì istituti e scuole per donne, bambini indigeni e figli degli schiavi. Le azioni militari che realizzò, in sostanza, spianarono la strada all'emancipazione sociale.

Fu un peccato, purtuttavia, che il progetto di Bolivar per l'integrazione e l'unità dell'America Latina sfumò ben presto e ciò portò - nei decenni successivi alla sua morte (1830) - al saccheggio delle terre latinoamericane da parte degli Stati Uniti d'America, i quali sin da allora rinnegarono i principi di libertà ed emancipazione propugnati dal loro Padre fondatore, ovvero da George Washington e dal Marchese de Lafayette (che tanto aveva fatto per la causa statunitense ai tempi della Guerra d'Indipendenza), il quale peraltro fu amico personale e Fratello - in senso massonico - di Bolivar. In questo senso Bolivar scrisse: “Gli Stati Uniti sembrano destinati dalla Provvidenza a riempire l'America di miseria in nome della Libertà”.

Si pensi peraltro che il figlio di Washington – George Washington Parke Custis – fece avere in dono a Bolivar, nel 1826, il medaglione del padre, in segno di ammirazione e comunanza ideale. Ah, se i principi di Libertà, Fratellanza e Uguaglianza propugnati da Cagliostro, Washington, Lafayette e Bolivar avessero prevalso sul saccheggio e sull'imperialismo, come sarebbero andate diversamente le cose e come i popoli sarebbero potuti crescere in spirito d'armonia e fratellanza!

Fu fra il 1825 ed il 1830 che il progetto di Simon Bolivar si frantumò definitivamente a causa del fatto che le terre che aveva liberato finirono presto nelle mani degli oligarchi e dei ricchi proprietari terrieri, i quali aprirono alla prima ondata di imperialismo nordamericano.

El Libertador morì nel 1830, a soli 47 anni, completamente povero ed il suo corpo fu coperto da una semplice camicia presa in prestito, in quanto quella che possedeva era ormai ridotta in brandelli.

Ci vorranno molti secoli prima che i suoi compatrioti venezuelani possano tornare a conoscere la sua opera ed abbiano, in carne ed ossa, un nuovo Libertador ed un nuovo emancipatore sociale. E ciò avverrà solo negli Anni '90 del XXesimo secolo nella persona del Tenente colonnello Hugo Chavez Frias.

Hugo Chavez, profondo conoscitore dei discorsi e dell'opera di Simon Bolivar, oltre che del nostro Giuseppe Garibaldi, nel 1992, si ribellò alla corruzione dilagante in Venezuela. Ovvero alla corruzione dei partiti e della politica dominante e progettò un golpe, non già autoritario, bensì basato su prospettive bolivariane, fondando appunto il Movimento Bolivariano Rivoluzionario e l'Esercito Bolivariano di Liberazione. Un golpe che purtuttavia fallirà, ma che consacrerà Chavez quale nuovo eroe dell’America Latina per la lotta contro l'oligarchia politica ed economica.

Fra il '94 ed il '95 Chavez lanciò una campagna astensionista contro la corruzione della classe politica venezuelana, compiendo così un atto di rottura con il sistema, ma solo nel 1998 - con il Movimento Quinta Repubblica - diventerà Presidente del Venezuela con il 56% dei voti e – vincendo tutte le successive elezioni alla presidenza - sarà confermato a tale carica sino alla sua prematura morte avvenuta nel 2013.

Ciò permetterà a Chavez di scrivere una nuova Costituzione basata e fondata sugli insegnamenti di Bolivar, ovvero ponendo al centro i diritti umani e via via introducendo norme per la lotta alla povertà ed all’analfabetismo. 

La politica neo-bolivariana portata avanti da Chavez sarà appunto una politica che porterà il Venezuela ad uscire dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale, fonti massime dello sfruttamento speculativo del Paese, oltre che promuoverà una democrazia sempre più diretta.

Il neo-bolivarismo chavista diventerà dunque il cosiddetto Socialismo del XXIesimo secolo, secondo una felice definizione dello studioso tedesco Heinz Dieterich, ovvero una nuova prospettiva di emancipazione sociale che contagerà, via via, tutta l'America Latina nelle sue varie declinazioni e che vedranno nuovamente unite sensibilità politiche simili, ma pur diverse: il bolivarismo venezuelano, il peronismo argentino, il sandinismo nicaraguense e così via. Sensibilità che fanno riferimento proprio ai grandi Libertadores di quelle terre: liberatori dall'ingerenza straniera e dalla povertà ed esclusione sociale.

Nonostante le continue aggressioni (non ultimo il rapimento del Presidente socialista venezuelano Nicolas Maduro, già compagno di lotta di Hugo Chavez, il 3 gennaio scorso) da parte dei regimi liberal capitalisti a guida statunitense.

Luca Bagatin

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giovedì 23 gennaio 2025

Se le destre vincono è perché il sinistrismo borghese (che ad esse finge di contrapporsi) non è socialismo. Articolo di Luca Bagatin


Stupisce che molti si stupiscano dell'avanzare delle estreme destre in un Occidente liberal capitalista da tempo sempre più irresponsabile, sempre meno democratico, sempre più guerrafondaio e reso così dalle varie maggioranze Ursula, dai vari Biden, dai finti socialisti, finti verdi e vere destre, benché si presentino come “moderate”.

Ovvero da un “sinistrismo” borghese che, da una trentina d'anni, ha affossato il socialismo, la giustizia sociale, la sovranità nazionale, per smantellare progressivamente lo stato sociale e i diritti dei lavoratori (vedi i vari Jobs Act); sdoganare le più assurde culture “woke”; promuovere i diritti e le libertà per i più ricchi (come i vari uteri in affitto); promuovere le esportazioni di democrazia a suon di bombe e imporre embarghi a Paesi sovrani, solo perché non allineati ai desiderata degli USA o delle multinazionali europee.

Un sinistrismo borghese (in Italia ampiamente rappresentato da PD; Cinque Stelle; Bonelli e Fratoianni; Calenda, Renzi e Bonino) niente affatto diverso da quelle destre liberal capitaliste (di cui la Meloni, Salvini e Tajani sono i più celebri esponenti, in Italia), più o meno estreme, alle quali finge di contrapporsi.

Da almeno una decina di anni scrivo, sia in articoli che saggi, che occorre un sano ritorno al socialismo originario, ovvero a un sano populismo di sinistra, che recuperi gli ideali e i valori della Prima Internazionale dei Lavoratori (sintesi fra pensiero socialista umanitario, repubblicanesimo, marxismo e anarchismo) e che guardi a esperienze moderne e vincenti, quali il Socialismo Latinoamericano del XXI Secolo (di cui il Presidente brasiliano Lula è uno dei più noti esponenti); il socialismo con caratteristiche cinesi di Xi Jinping (ovvero economia socialista di mercato); quello slovacco di Robert Fico e Peter Pellegrini e alle proposte della tedesca Sahra Wagenknecht, dell'irlandese Mick Wallace; del francese Mélenchon e del britannico Jeremy Corbyn.

Un socialismo (un tempo, in Italia, rappresentato in particolare dal Partito Socialista Italiano di Bettino Craxi, ma anche dal PRI di Mario Bergamo e Randolfo Pacciardi e dal PSDI di Pietro Longo), che abbia valori antichi e promuova scelte moderne; che rompa con l'egemonia liberal capitalista; che ponga al centro il cittadino e la comunità; che riporti nelle mani pubbliche i settori chiave dell'economia (società energetiche; telecomunicazioni; trasporti; settore bancario, siderurgico e militare); che apra all'autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; che getti le basi per una società ordinata, senza sconti nei confronti di una criminalità sempre più dilagante; che punti alla costruzione di un mondo multipolare, portando l'UE nei BRICS; riduca le spese militari, anziché irresponsabilmente volerle aumentare, come vorrebbero le destre e il “sinistrismo” borghese europeo; investa massicciamente in ricerca, sanità e istruzione; promuova il dialogo e la cooperazione internazionale.

Tutto ciò a me pare anche più che evidente. Che ciò sarà possibile, in un momento storico come quello attuale, in cui il socialismo è stato totalmente affossato nei Paesi liberal capitalisti (e non solo, pensiamo anche alla recente detronizzazione del socialismo laico in Siria, nel silenzio più assordante dei sedicenti “laici” e “democratici” di casa nostra), non mi illudo affatto lo sia.

Luca Bagatin

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mercoledì 30 ottobre 2024

Mentre in Italia (Liguria) vince l'astensione, in Uruguay vince il socialismo. Articolo di Luca Bagatin


Mentre alle elezioni regionali della Liguria stravincono gli astensionisti con il 54%, ovvero coloro i quali si oppongono ai due schieramenti di cosiddetto centrodestra e cosiddetto centrosinistra, entrambi uniti dall'omologazione, dall'incapacità e dall'irresponsabilità, sin dal 1994, nel civile Uruguay, vince al primo turno il Frente Amplio, ovvero la coalizione Socialista del XXI Secolo, che portò al governo José “Pepe” Mujica (la cui madre, peraltro, era originaria della Liguria), ovvero il miglior Presidente della Storia, che guidò l'Uruguay dal 2010 al 2015.

Al primo turno di domenica scorsa, infatti, il socialista Yamandù Orsi (già Sindaco di Canelones e aderente al Movimento di Partecipazione Popolare, di ispirazione socialista democratica e rivoluzionaria), con il 43,9% ha ampiamente superato il liberal-capitalista conservatore Alvaro Delgado, candidato dell'attuale partito di governo, il Partido Nacional, che si è fermato al 26,77%.

Al terzo posto Andres Ojeda, del liberal-moderato Partido Colorado, con il 16,85% e a seguire Gustavo Salle, del partito conservatore Identità Sovrana (2,83%); Guido Manini Rios, del partito nazional-conservatore di estrema destra Cabildo Abierto (2,58%) e Pablo Mires, del democristiano Partito Indipendente (1,8%).

Il ballottaggio si terrà il 24 novembre prossimo e il candidato socialista promette un programma fondato su: 1) promozione dell'apertura economica, dell'innovazione, dello sviluppo tecnologico e di efficienza nella gestione pubblica; 2) sicurezza, attuando politiche per rafforzare la convivenza pacifica e contrastare la criminalità organizzata; 3) riforma del sistema di protezione sociale, in modo che nessun cittadino rimanga senza protezione pubblica.

Il socialismo autentico, quello che l'Europa non conosce più dal 1993 ad oggi, dunque, sembra tornare anche in Uruguay, dopo le lezioni di Brasile, Venezuela, Colombia e la riconferma di leader socialisti in Nicaragua e Messico, oltre che in Bolivia e Cile.

Luca Bagatin

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mercoledì 10 marzo 2021

Brasile. L'ex Presidente Lula potrà candidarsi alle Presidenziali del 2022. Articolo di Luca Bagatin

L'ex Presidente socialista del Brasile, Luis Inacio Lula da Silva, per il suo popolo semplicemente Lula, potrà partecipare alle elezioni del 2022.

A dichiararlo il giudice della Corte suprema federale brasiliana, Edson Fachin, il quale ha ribaltato tutte le sentenze a carico dell'ex Presidente nell'ambito della Tangentopoli brasiliana.

Il giudice ha stabilito che la giustizia del Paranà non aveva competenza sull'inchiesta per la quale Lula era stato condannato nel 2018. Condanna che gli aveva impedito di candidarsi alle Presidenziali contro Bolsonaro, alle quali, secondo tutti i sondaggi, avrebbe vinto.

Secondo quanto stabilito dal giudice della Corte suprema, ora i casi di condanna andranno nuovamente analizzati dalla Corte federale.

Nel frattempo, l'ex Presidente Lula può riacquistare i suoi diritti politici e decidere di candidarsi alle Presidenziali del 2022, contro Bolsonaro.

Non si deve più votare quel troglodita di Bolsonaro”, ha dichiarato Lula pochi minuti dopo la sentenza.

Lula, nel suo mandato presidenziale, dal 2003 al 2011, aveva messo al primo posto della sua agenda politica i programmi sociali, giungendo a dimezzare la malnutrizione e la mortalità infantile; a far crescere i salari minimi del 130% e a migliorare le condizioni di vita di gran parte dei brasiliani.

Alla guida del suo Partito dei Lavoratori fu, assieme ad Hugo Chavez, uno dei protagonisti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano, ovvero della svolta antimperialista e anticapitalista intrapresa dai Paesi latinoamericani, nel corso dei primi Anni 2000, liberatisi dai governi corrotti, liberali e filo-statunitensi.

Come molti altri leader socialisti latinoamericani (pensiamo all'ecuadoriano Correa e al boliviano Evo Morales) e, negli Anni '90, italiani (Bettino Craxi in primis), fu vittima di un uso politico della giustizia, volto a screditare le conquista del socialismo nei rispettivi Paesi.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 27 gennaio 2020

"Amore e Libertà", saggio sul Socialismo del XXI Secolo, il populismo, la democrazia, i sentimenti

Negli ultimi anni abbiamo sentito soffiare, ovunque nel mondo, l'onda del cosiddetto “populismo”. Pensiamo ad esempio al fenomeno dei Gilet Gialli francesi o dello spagnolo Podemos, oppure delle recenti rivolte in Ecuador e Cile.
Ma che cos'è, davvero, il populismo? Originariamente, il populismo, fu un movimento di origine contadina e socialista, nato in Russia alla fine dell'800, in opposizione allo zarismo e all'industrialismo occidentale. Successivamente si sviluppò negli USA con il People's Party e in America Latina con i vari movimenti socialisti di origine popolare, proletaria e contadina, i quali traevano peraltro ispirazione anche dai moti risorgimentali e socialisti dei nostri Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, ma finanche dall'anarchismo di Bakunin e di Proudhon.
Di questo e molto altro, ovvero di tematiche di scottante attualità politica (dall'economia globale ai temi etici) – pur attingendo al passato storico ed al presente dell'Eurasia, dell'America Latina e dell'Africa – parla l'ultimo saggio di Luca Bagatin, scrittore e collaboratore di numerose testate nazionali online, dal titolo “Amore e Libertà – Manifesto per la Civiltà dell'Amore”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta) e con prefazione del principe A. Tiberio di Dobrynia.
L'unico anti-totalitarismo, l'unico anti-capitalismo e anti-liberalismo possibile è il populismo” - spiega Bagatin, rifacendosi al pensiero populista e socialista originario - “Ovvero la politica di popolo e per il popolo; l'autogestione della comunità; la ripartizione equa delle risorse e il superamento dell'ideologia del danaro, del progresso, del lavoro, del piacere effimero, dell'elettoralismo e della rappresentanza. Il punto di arrivo, che è anche quello di partenza, è l'unione tra l'Amore e la Libertà. Ovvero una società di persone emancipate, che si autogestiscono e si autogovernano, senza necessità di sovrastrutture fondate sull'egoismo. Persone che recuperino l'amore per la Natura e per la semplicità del vivere con poco, che è l'essenza di ogni autentica libertà”.
“Amore e Libertà”, prima di essere un saggio, è un pensatoio che Bagatin ha fondato nel 2013 e che è anche il suo blog www.amoreeliberta.blogspot.it. Ha come simbolo (presente anche nella copertina del saggio) la figura centrale di Anita Garibaldi, “una rivoluzionaria moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera di partito della Storia”, come scrive l'Autore nel saggio.
“Amore e Libertà” è dunque una critica al liberal capitalismo, ovvero all'ideologia oggi dominante in Europa, contrapposta alla visione comunitaria, sociale, emancipatoria e socialista tipica di pensatori, filosofi e politici che Bagatin cita nel suo saggio, approfondendone il pensiero: da Giuseppe Garibaldi ad Alain de Benoist; da Pier Paolo Pasolini a Thomas Sankara; da Eduard Limonov a Aleksandr Dugin; da Jean-Claide Michéa a Mu Ammar Gheddafi, Evo Morales, Hugo Chavez, Evita e Juan Peron, José “Pepe” Mujica e molte altre figure storiche che hanno incarnato valori di eguaglianza, sovranità, indipendenza ed amore per i rispettivi popoli.

E' POSSIBILE acquistare il saggio (leggendone anche alcune parti in anteprima) direttamente al sito nel quale viene editato https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta/ 

OFFERTA LIMITATA: per acquistare il saggio, senza spese di spedizione e con dedica dell'Autore, è possibile farlo contattando direttamente l'Autore alla mail burroughs279@yahoo.it
Ciò sino ad esaurimento delle poche copie messe a disposizione dall'Autore stesso.

martedì 12 novembre 2019

L'AMORE E' LIBERTA' E EMANCIPAZIONE ! Come ha dimostrato e dimostra il Socialismo del XXI Secolo

L'amore si ripaga con l'amore

(José Martì)


Incontro con l'autore LUCA BAGATIN
PRESENTAZIONE DEL LIBRO AMORE E LIBERTA'. Manifesto per la Civiltà dell'Amore

Venerdì 22 novembre ore 19.00
L'Arca delle Arti - via Sebastiano Caboto 18, Pordenone



Negli ultimi anni abbiamo sentito soffiare, ovunque nel mondo, l'onda del cosiddetto “populismo”. Pensiamo ad esempio al fenomeno dei Gilet Gialli francesi o dello spagnolo Podemos, oppure delle recenti rivolte in Ecuador e Cile.
Ma che cos'è, davvero, il populismo? Originariamente, il populismo, fu un movimento di origine contadina e socialista, nato in Russia alla fine dell'800, in opposizione allo zarismo e all'industrialismo occidentale. Successivamente si sviluppò negli USA con il People's Party e in America Latina con i vari movimenti socialisti di origine popolare, proletaria e contadina, i quali traevano peraltro ispirazione anche dai moti risorgimentali e socialisti dei nostri Giuseppe Garibaldi e Giuseppe Mazzini, ma finanche dall'anarchismo di Bakunin e di Proudhon.
Di questo e molto altro, ovvero di tematiche di scottante attualità politica (dall'economia globale ai temi etici) – pur attingendo al passato storico ed al presente dell'Eurasia, dell'America Latina e dell'Africa – parla l'ultimo saggio di Luca Bagatin, scrittore e collaboratore di numerose testate nazionali online, dal titolo “Amore e Libertà – Manifesto per la Civiltà dell'Amore”, edito da IlMioLibro (https://ilmiolibro.kataweb.it/libro/saggistica/490308/amore-e-liberta) e con prefazione del principe A. Tiberio di Dobrynia.
L'unico anti-totalitarismo, l'unico anti-capitalismo e anti-liberalismo possibile è il populismo” - spiega Bagatin, rifacendosi al pensiero populista e socialista originario - “Ovvero la politica di popolo e per il popolo; l'autogestione della comunità; la ripartizione equa delle risorse e il superamento dell'ideologia del danaro, del progresso, del lavoro, del piacere effimero, dell'elettoralismo e della rappresentanza. Il punto di arrivo, che è anche quello di partenza, è l'unione tra l'Amore e la Libertà. Ovvero una società di persone emancipate, che si autogestiscono e si autogovernano, senza necessità di sovrastrutture fondate sull'egoismo. Persone che recuperino l'amore per la Natura e per la semplicità del vivere con poco, che è l'essenza di ogni autentica libertà”.
“Amore e Libertà”, prima di essere un saggio, è un pensatoio che Bagatin ha fondato nel 2013 e che è anche il suo blog www.amoreeliberta.blogspot.it. Ha come simbolo (presente anche nella copertina del saggio) la figura centrale di Anita Garibaldi, “una rivoluzionaria moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera di partito della Storia”, come scrive l'Autore nel saggio.
“Amore e Libertà” è dunque una critica al liberal capitalismo, ovvero all'ideologia oggi dominante in Europa, contrapposta alla visione comunitaria, sociale, emancipatoria e socialista tipica di pensatori, filosofi e politici che Bagatin cita nel suo saggio, approfondendone il pensiero: da Giuseppe Garibaldi ad Alain de Benoist; da Pier Paolo Pasolini a Thomas Sankara; da Eduard Limonov a Aleksandr Dugin; da Jean-Claide Michéa a Mu Ammar Gheddafi, Evo Morales, Hugo Chavez, Evita e Juan Peron, José “Pepe” Mujica e molte altre figure storiche che hanno incarnato valori di eguaglianza, sovranità, indipendenza ed amore per i rispettivi popoli.
Una presentazione del saggio – con la presenza dell'Autore - si terrà a Pordenone, presso la galleria d'arte “L'Arca delle Arti” in Via Caboto 18, 
venerdì 22 novembre alle ore 19.00.
L'Arca delle Arti

lunedì 21 ottobre 2019

Evo Morales vince il primo turno presidenziale in Bolivia, mentre il Cile del liberale Piñera è travolto dalle proteste di piazza. Articolo di Luca Bagatin

Con il 45,28% dei voti (ottenendo 64 deputati e 19 senatori), il Presidente socialista della Bolivia Evo Morales si assicura la vittoria al primo turno delle elezioni presidenziali, che si sono tenute domenica 20 ottobre.
Al secondo posto Carlos Mesa, il candidato del Fronte Rivoluzionario di Sinistra, che ha ottenuto il 38,16% dei voti (54 deputati e 16 senatori) e andrà, assieme ad Evo Morales, al ballottaggio che si terrà il 15 dicembre prossimo. Al terzo posto, invece, il candidato democristiano di origine sudcoreana Chi Hyun Chiung, con il 8,77% (9 deputati, nessun senatore) ed al quarto il candidato liberale del partito “Democratas” Oscar Ortiz, con il 4,41% (3 deputati 1 senatore).
Nonostante il discreto risultato di Mesa, candidato di centrosinistra e Presidente della Bolivia per un breve periodo – dal 2003 al 2005 - il Presidente Morales, sostenuto dal Movimento al Socialismo, di ispirazione Socialista del XXI Secolo, mantiene saldo il primo posto.
Leader fiero delle sue origini indigene di etnia aymara, è Presidente della Bolivia dal 2006 ed è riuscito a portare il Paese ad essere uno fra i più avanzati al mondo
E ciò è stato possibile attraverso l'uscita del Paese dal Fondo Monetario Internazionale e dalla Banca Mondiale e attraverso un modello produttivo economico comunitario, fondato sulla nazionalizzazione delle risorse naturali, oltre che delle industrie energetiche e strategiche.
E' così che la Bolivia - oltre ad aver investito in programmi sociali ed educativi all'avanguardia - ha aumentato di nove volte i proventi delle esportazioni nazionali e dichiarato un suprlus fiscale, accumulando 15,5 milioni di dollari nelle riserve internazionali. Il PIL del Paese si attesta sempre a circa il 5% annuo, con una bassa inflazione stimata attorno al 3,5%, su base annuale.
Politiche diametralmente opposte rispetto a quelle del liberale argentino Macri, che sta portando il Paese al collasso (ma che probabilmente, stando ai sondaggi, sarà scalzato alle elezioni presidenziali del 27 ottobre dal candidato peronista Fernandez). Politiche diametralmente opposte rispetto a quelle del liberal-autoritario dell'Ecuador Lenin Moreno, che, dopo le proteste di piazza e la sua conseguente fuga dalla Capitale, ha ritirato il decreto di austerità; e diametralmente opposte rispetto a quelle del Premier liberale cileno Sebastan Piñera, che, a causa dell'aumento del costo della vita e del biglietto dei trasporti, deve fronteggiare proteste di piazza non dissimili rispetto a quelle di pochi giorni fa in Ecuador.
Le ricette liberali, dunque, non pagano. E lo vedremo molto presto anche nel Brasile del liberale Bolsonaro. Sono ricette in favore delle classi più abbienti; che indebitano il Paese; sottraggono risorse alla comunità; favoriscono gli interessi delle multinazionali statunitensi ed europee, a tutto svantaggio dell'economia nazionale.
L'America Latina Socialista del XXI Secolo – quella autenticamente popolare e populista - sta infatti tornando e vincendo. Nelle urne e nelle piazze.

Luca Bagatin

martedì 15 ottobre 2019

José "Pepe" Mujica, il Presidente povero al quale Kusturica ha dedicato un film. Articolo di Luca Bagatin

José “Pepe” Mujica, un simbolo, un raro esempio di buongoverno socialista, democratico, inclusivo.
Ex Presidente dell'Uruguay dal 2010 al 2015, alla guida del Frente Amplio, seppe portare avanti progetti e ideali ritenuti ancora oggi per molti, specie nelle decadente, liberale e austera Europa, utopistici. Parliamo di autogestione delle imprese da parte dei lavoratori; della legalizzazione della marjiuana; degli investimenti nella scuola e nell'educazione, triplicati in pochi anni. Parliamo della legalizzazione del matrimonio omosessuale e l'adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Tutte riforme che nell'Uruguay di Mujica sono state attuate e non sono affatto state imposte ai cittadini, bensì sono nate - come ama ricordare lo stesso Mujica - anche e proprio su ispirazione dei suoi stessi concittadini.
I risultati, del resto, si sono visti e sono anche stati ottimi. In Uruguay l'indice di disoccupazione è sceso al 6%; i salari sono aumentati; il PIL è cresciuto del 6% in dieci anni ed il tasso di povertà è diminuito dal 39% al 6%.
Mujica ha impressionato il mondo soprattutto per il suo stile di vita povero, frugale, semplice.
Nato a Montevideo nel 1935 da padre di origine basca e madre di origine genovese, fu influenzato dalle idee peroniste dello zio materno.
Oltre a Peron, Mujica rimarrà affascinato dal pensiero anarchico e socialista di Proudhon, Bakunin, Kropotkine e Marx, oltre che dall'interesse per la biologia e per l'agricoltura.
Nell'Uruguay militarista autoritario degli Anni '60 sostenuto dagli USA, Mujica aderirà al Movimento di Liberazione Nazionale (MLN) Tupamaros, fondato da Raul Sendic, già militante del Partito Socialista, il quale ispirò il suo movimento a Tupac Amaru, ovvero all'ultimo sovrano dell'Impero inca, eroe dei popoli andini in lotta contro gli spagnoli.
Il MLN Tupamaros, in sostanza, attraverso l'attività di guerriglia e di assalto ad istituti bancari, mirava a combattere la deriva autoritaria e dittatoriale dei regimi neo-militaristi dell'Uruguay e a ridistribuire la terra ai contadini ed ai meno abbienti.
La violenze commesse dai guerriglieri Tupamaros, va detto, non furono mai gratuite, ma sempre dettate dalla necessità politica di liberare il Paese dall'autoritarismo al pari di quanto fecero, in quegli anni, i Montoneros peronisti, per liberare l'Argentina dalla dittatura militare.
Fra i Tupamaros, dunque, anche il nostro Mujica e Lucia Topolansky, che successivamente diverrà sua moglie, i quali purtuttavia ribadiranno sempre la loro contrarietà ad una deriva militarista del Movimento.
Nel 1972, Pepe Mujica, fu catturato dai militari e spedito in carcere, ove rimarrà sino al 1985, subendo umiliazioni e torture, sino allo stremo delle forze fisiche e psicologiche, assieme ad altri compagni del suo Movimento.
Nel 1985, con la fine della dittatura, Mujica ed i suoi compagni furono amnistiati e, pur ritornato alla sua attività di agricoltore e di fioraio, non smise mai di fare politica.
Assieme ad altri suoi compagni Tupamaros, infatti, creò il Movimento di Partecipazione Popolare che, alle elezioni del 1994, si presentò all'interno del Fronte Ampio, ovvero una coalizione eterogenea di forze di sinistra e di centro, di ispirazione socialista, cristiana e libertaria e fu eletto quale primo tupamaros in Parlamento ed il suo stile semplice e sobrio - con jeans e senza cravatta - lo caratterizzeranno subito quale politico “diverso” rispetto agli altri.
Saranno proprio la sobrietà e la ricerca della felicità per tutti, fatta anche della ricerca del tempo libero, in luogo di una vita di lavoro e di sfruttamento del lavoro attraverso la ricerca di una ricchezza effimera, i punti cardine degli ideali di Pepe Mujica. Ideali agli antipodi rispetto alla realpolitik ed alla politica tradizionale – che inizierà ad attuare già come Ministro dell'Agricoltura nel 2005, facendo abbassare il costo della carne per i meno abbienti - e saranno proprio tali ideali, assieme al suo linguaggio diretto, a renderlo popolarissimo, anche all'estero. Oltre che, come abbiamo già scritto, la sua scelta di vivere semplicemente, continuando a coltivare la terra - anche oggi che ricopre la carica di Presidente dell'Uruguay - assieme a sua moglie ed a Manuela, la sua cagnetta zoppa, permettendo ai senzatetto di utilizzare i palazzi presidenziali.
Interessante anche la sua concezione libertaria della rappresentanza popolare alle elezioni, molto vicina all'idea dell'Agorà greca. In un'intervista, infatti, egli affermò: “La gente prende molto sul serio il tema della rappresentanza e finisce per credere di rappresentare qualcuno. Per me è un'idea assurda, anche se la Costituzione dice varie cose, e in questo credo di continuare ad essere un libertario. Nessuno rappresenta gli altri”.
Nell'ottobre 2009, José Mujica è dunque candidato del Fronte Ampio alle elezioni nazionali e ne esce vincitore con il 52% dei consensi. Dei risultati soddisfacenti del suo governo abbiamo già parlato. Rimane solo da aggiungere la sua critica al consumismo ed al capitalismo, oltre che all'austerità. Lo fa in più occasioni, anche di fronte a Capi di Stato e di Governo distratti, in video che, purtuttavia, faranno il giro del mondo attraverso il web.
A proposito dell'austerità praticata anche dalla nostra Europa, Pepe Mujica afferma:
La sobrietà è concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo della vita è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo per se stessi io lo chiamo libertà. E se vuoi essere libero devi essere sobrio nei consumi. L'alternativa è farti schiavizzare dal lavoro per permetterti consumi cospicui che però ti tolgono il tempo per vivere... Lo spreco è invece funzionale all'accumulazione capitalista che implica che si compri di continuo, magari indebitandosi sino alla morte”.
Concetti semplici, ma gli unici davvero, che hanno affascinato persino il regista jugoslavo Emir Kusturica, il quale gli ha dedicato un film documentario dal titolo “Pepe Mujica - Una vita suprema”, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 2018 e nelle sale dal 13 al 16 ottobre.
Un film nel quale Mujica si racconta a Kusturica e lo fa con la profonda umiltà e semplicità che lo contraddistinguono. Mostrando la sua umile vita di agricoltore, quale è sempre stato, pur avendo ricoperto la carica di Presidente e peraltro di unico leader mondiale ad essersi ridotto drasticamente lo stipendio.
Mujica racconta che l'esperienza del carcere, in isolamento, durante la dittatura militare, lo ha segnato molto. Ma lo ha segnato in bene, ovvero gli ha permesso di essere meno superficiale e più vicino al prossimo e al popolo. Egli afferma, altresì che in politica occorre “scegliere persone dal cuore grande e dal portafogli piccolo”, ricordando che essa è servizio ai cittadini, non bramosia di potere né arricchimento personale.
In Europa si può stentare spesso a credere che Mujica possa essere un essere umano in carne ed ossa, probabilmente. Purtuttavia, nel solco del Socialismo latino e latinoamericano, rimane, assieme a Juan Peron, Che Guevara, Fidel Castro, Hugo Chavez, Evo Morales, Danuel Ortega, Nicolas Maduro e i coniugi Kirchner, un raro esempio di governante popolare e populista, ovvero al servizio della comunità.
Un esempio in grado di farci riflettere relativamente alla crisi mondiale che ci sta attanagliando e dalla quale possiamo uscire solo attraverso l'esempio di queste figure storiche e contemporanee, per quanto rare possano essere o essere state.

Luca Bagatin

mercoledì 9 ottobre 2019

Il ritorno dell'America Latina del Socialismo del XXI Secolo. Un esempio anche per l'Europa (dell'austerità e del liberalcapitalismo) ? Articolo di Luca Bagatin

L'8 ottobre si è celebrato, in Argentina, l'anniversario della nascita dell'indimenticato Presidente socialista Juan Domingo Peron (8 ottobre 1895), fondatore del giustizialismo: un socialismo di matrice nazionale e democratica, che rese il Paese economicamente indipendente e socialmente prospero, sin tanto che non fu costretto all'esilio da un colpo di Stato militare, sostenuto anche dagli USA.
Il 9 ottobre si è celebrato l'anniversario della morte dell'eroe argentino Ernesto “Che” Guevara (9 ottobre 1967), ucciso in Bolivia su mandato della CIA.
Entrambi pagarono per le loro politiche e idee invise al capitalismo statunitense ed al Fondo Monetario Internazionale, ma entrambi sono rimasti nel cuore di tutti i sinceri democratici e socialisti latinoamericani e non solo.
Anche a Peron e Guevara si ispirano, infatti, tutte le correnti del Socialismo del XXI Secolo che hanno governato in America Latina dagli Anni '90 ad oggi, emancipandola socialmente, economicamente, ponendo il popolo al centro di un progetto politico partecipativo e inclusivo.
Correnti che resistono a Cuba con il comunista Manuel Diaz-Canel; resistono in Venezuela, ove il chavista Nicolas Maduro è riuscito a sventare il tentativo di golpe liberale sostenuto dagli USA; resistono in Nicaragua con il sandinista Daniel Ortega, anch'egli riuscito a mettere all'angolo i golpisti filo capitalisti; resistono in Messico con il nazionalista di sinistra Andres Obrador, eletto nel 2018; resistono nella Bolivia del socialista Evo Morales, ricandidato anche alle imminenti elezioni del 20 ottobre (i sondaggi lo danno in vantaggio con oltre il 40% dei consensi) e resistono in Uruguay, ove il candidato socialista del Frente Amplio – Deniel Martinez - è in testa nei sondaggi con il 30% dei consensi in vista delle elezioni del 27 ottobre, battendo il liberale Partido Colorado fermo al 23%
In Argentina, diversamente, il peronismo (presentandosi diviso in ben tre liste contrapposte fra loro) è stato sconfitto nel 2015 – al secondo turno - per una manciata di voti dal liberale Macri. Quel Macri che sta distruggendo il Paese, indebitandolo e martoriandolo con misure di austerità in favore delle politiche del Fondo Monetario Internazionale. Ma alle elezioni del 27 ottobre, secondo i sondaggi, sembra in vantaggio – di ben circa 20 punti - il candidato peronista unitario Alberto Fernandez.
Il Brasile, invece, è passato dai socialisti di Lula e di Dilma Roussef – accusati ingiustamente di corruzione – nelle mani del liberale Bolsonaro, che – dall'anno scorso - sta distruggendo il Paese non solo sotto il profilo sociale, ma finanche ambientale, favorendo la deforestazione dell'Amazzonia.
In Ecuador, come se non bastasse, la situazione sta precipitando. Dopo il voltafaccia del Presidente Lenin Moreno - eletto nelle file socialiste nel 2017 e poi passato ad attuare politiche liberali e di macelleria sociale e destituendo e sconfessando i suoi ex sostenitori socialisti (Rafael Correa, Jorge Glas, Ricardo Patino) - in questi giorni il Paese si trova nel caos.
Moreno ha infatti introdotto un pacchetto di misure di austerità che ha fatto ribollire la piazza. Un pacchetto di misure simili a quelle introdotte da Macron in Francia e che ha fatto scatenare le proteste dei Gilet Gialli. Misure che prevedono: l'aumento del prezzo del carburante di oltre il 100%, l'aumento del prezzo di beni e servizi; la riduzione delle ferie pagate da 30 a 15 giorni; una riduzione del 20% dello stipendio per i dipendenti pubblici; un piano di privatizzazioni e una diminuzione dei contributi pensionistici a fronte di una conseguente riduzione delle pensioni.
Manifestazioni, blocchi stradali e persino l'occupazione del parlamento da parte dei manifestanti, i quali hanno così proclamato il “Parlamento del Popolo”, costringendo Lenin Moreno alla fuga dalla capitale Quito alla città costiera di Guayaquil, bastione tradizionalmente conservatore e ancora non troppo colpito dalle proteste.
A guidare in particolare le proteste ci sono sia il movimento nazionale degli indigeni dell'Ecuador (CONAIE) che i sostenitori dell'ex Presidente socialista Rafael Correa, oltre che numerosi lavoratori, studenti ed ecologisti.
L'America Latina del Socialismo del XXI Secolo chiede dunque, ancora una volta, il suo riscatto. Come ai tempi di Peron, di Guevara, di Sandino, di Chavez e del nostro Giuseppe Garibaldi, che combatté prima di costoro – ispirandoli – per un'America Latina libera dagli oppressori. Così come tentò di fare anche in Italia e in Europa. Un'Italia e un'Europa che, purtroppo, da diversi decenni, hanno drammaticamente fatto molti, troppi passi indietro...sulla via di una china liberal-capitalista alternativa rispetto alle necessità ed alle volontà dei popoli e dei poveri, i quali chiedono sovranità, politiche sociali, democrazia inclusiva. Che sono peraltro i fondamenti del socialismo.

Luca Bagatin

venerdì 4 ottobre 2019

Ecuador in rivolta a causa delle misure di austerità. Articolo di Luca Bagatin

Scontri in Ecuador, a seguito delle misure che il governo di Lenin Moreno ha imposto alla popolazione, conseguenza delle richieste del Fondo Monetario Nazionale, in cambio di un credito di 4,2 miliardi di dollari.
Le misure di austerità e di macelleria sociale prevedono: l'aumento del prezzo del carburante di oltre il 100%, l'aumento del prezzo di beni e servizi; la riduzione delle ferie pagate da 30 a 15 giorni; una riduzione del 20% dello stipendio per i dipendenti pubblici; un piano di privatizzazioni e una diminuzione dei contributi pensionistici a fronte di una conseguente riduzione delle pensioni.
Da tempo il governo di Moreno ha tradito il suo mandato con gli elettori, quando fu eletto nelle file socialiste e fu sostenuto dall'ex Presidente Rafael Correa, per poi, qualche mese dopo, sostenere politiche antisociali, antisocialiste e fortemente liberali.
Moreno ha disconosciuto così tutto il lavoro del suo predecessore Rafael Correa, così come ha disconosciuto prima il suo Vicepremier, Jorge Glas, accusandolo e facendolo incriminare ingiustamente per corruzione (e per questo ancora in carcere) e successivamente, nell'aprile 2019, accusando l'ex Ministro socialista di Correa – Ricardo Patino – di istigazione alla protesta e pertanto costringendolo ad emigrare in Perù, come rifugiato politico.
L'Ecuador, da quando Moreno è in carica ed ha traghettato il partito Alianza Pais – prima socialista – su posizioni liberali e autoritarie, ha drasticamente peggiorato la sua situazione sociale ed economica, sino alle proteste di questi giorni.
Con Rafael Correa, eletto nel 2007, il Paese aveva dato il via alla famosa “Revolucion Ciudadana”, ovvero la “rivoluzione cittadina”, democratica e civile, che portò il Paese a rinegoziare il debito con l'estero, a ridurre l'influenza straniera (in particolare quella dei rapaci USA), a ridurre la povertà, l'analfabetismo e, con una nuova Costituzione, a permettere l'inclusione nella vita politica dei cittadini.
Correa, già brillante economista, sulla spinta del Socialismo del XXI Secolo promosso da Hugo Chavez, Evo Morales e Nestor Kirchner, introdusse il modello economico del Buen Vivir ecuadoriano, ovvero un modello di sviluppo ispirato al “buon vivere” dei popoli andini indigeni. Un modello sociale alternativo rispetto al modello edonista e competitivo liberale precedente, il quale garantiva ricchezza a pochi oligarchi.
Con la Rivoluzione Cittadina di Correa, l'Ecuador si era dunque liberato da secoli di sfruttamento coloniale, dalle successive dittature militari e dalle pseudo democrazie corrotte amiche degli USA e del Fondo Monetario Internazionale.
Con Lenin Moreno ed il suo tradimento politico e sociale, ecco che il Paese sta tornando drasticamente indietro.
L'Ecuador rischia infatti di diventare una nuova Argentina liberale di Macri. Dove a pagare il prezzo dell'indebitamento con il Fondo Monetario Internazionale e le sue perverse politiche è, ancora una volta, la popolazione.
Lenin Moreno dichiara lo stato di emergenza, a seguito delle proteste di piazza nella capitale, Quito, e in numerose altre città. 19 gli arrestati. Moreno ha dichiarato altresì che non cederà “ai ricatti” della piazza.
Una piazza che ormai è in rivolta, come già di recente accaduto nella Francia di Macron; nell'Argentina di Macri; nella Grecia di Tsipras e nella Russia di Putin. Il popolo non è più disposto ad accettare le misure di austerità e le politiche liberal-capitaliste.
Correa e i suoi sostenitori, ovvero i socialisti, hanno ad ogni modo da qualche tempo fondato un nuovo partito, “Revolucion Ciudadana”. E proprio in questi giorni l'ex Presidente Correa ha invitato, nei canali social, la popolazione a resistere. Perché la Rivoluzione Cittadina è destinata a tornare e a vincere sull'odio dei traditori e degli oligarchi.

Luca Bagatin

lunedì 21 maggio 2018

Il socialismo, in Venezuela, resiste. Articolo di Luca Bagatin

Il socialismo, in Venezuela, resiste.
Nonostante la guerra economica, le sanzioni e le speculazioni operate dall'emisfero capitalista del Pieneta - Stati Uniti d'America in primis - in quanto risulta inaccettabile che un popolo latinoamericano si sia liberato, nel corso degli anni, delle politiche del Fondo Monetario Internazionale, si sia riappropriato della propria sovranità e delle proprie risorse energetiche. E lo abbia fatto attraverso il socialismo, come ai tempi di Bolivar, di Sandino, di Allende, di Castro, di Guevara e di Evita e Juan Peron.
Il socialismo, in Venezuela, resiste attraverso la nuova vittoria del Presidente Nicolas Maduro che, con il 67,6% dei consensi, ha vinto nuovamente le presidenziali di domenica 20 maggio scorso (anticipate rispetto alla scadenza naturale di dicembre, peraltro).
Maduro, denigrato nell'emisfero capitalista, è amato dal popolo latinos, dagli strati sociali più deboli che, grazie al chavismo, hanno visto elevare le proprie condizioni economico-sociali, nonostante le sanzioni imposte da quegli USA che hanno sempre trattato l'America Latina come il proprio personale "cortile" di casa.
Ma l'America Latina socialista si è riscattata da tempo, perché il socialismo che la pervade è quello autentico, popolare, populista, genuino, originario, di ispirazione bolivariana, garibaldina, cristiana, libertaria e umanitaria.
Un socialismo che l'Europa ha dimenticato da molti decenni, governata da una destra ed una sinistra autoreferenziali e rappresentanti unicamente dei ceti sociali medio-alti ed elitari.
Maduro, come ha scritto di recente sul quotidiano spagnolo "El Pais", ha dichiarato che il Venezuela è una democrazia popolare, non classista, alternativa alle élite, la quale ha garantito missioni sociali, abitazioni, servizi e scuole pubbliche e, per rispondere alla guerra economica ha introdotto una criptovaluta denominata Petro, sostenuta dal petrolio nazionale del Paese, ovvero basata su una fonte economica reale.
Lo stesso ex Premier spagnolo socialista José Luis Rodriguez Zapatero (forse l'ultimo dei governanti autenticamente socialisti in Europa), osservatore internazionale e da tre anni mediatore del processo di dialogo e di pace fra la maggioranza e l'opposizione venezuelana si è detto stupito del comportamento dell'Unione Europea nei confronti dell'attuale leadership socialista. Del resto sarebbe assurdo non riconoscere il risultato elettorale di domenica scorsa, avvenuto con voto elettronico, dal quale si evince una schiacciante vittoria di Maduro, candidato del Gran Polo Patriotico (coalizione di partiti formata dal Partito Socialista Unito del Venezuela, dal Partito Comunista del Venezuela, oltre che da movimenti di ispirazione indigena, socialdemocratica, socialista rivoluzionaria e bolivariana); seguito dal rappresentante del centrosinistra Henri Falcon, alla guida di Avanzada Progresista con il 21,15%; dall'imprenditore Javier Bertucci, rappresentante di "El Cambio" con il 10,7% e dal candidato della sinistra radicale "Unidad Politica Popular 89" Reinaldo Quijada con lo 0,4%.
L'astensione è stata alta, è vero, ovvero del 54%, ma pur sempre inferiore rispetto a quella con la quale si elegge da tempo un Presidente negli USA e non lontanissima da quella della Francia delle ultime presidenziali. Questo dato, ad ogni modo, dovrebbe spingere il governo socialista riconfermato a rendere ancora più partecipe il popolo relativamente alle decisioni politiche ed economiche interne e a riavviare un dialogo costruttivo con quell'opposizione più moderata e meno legata ad interessi capitalistici, oltre che intervenire con incisività nei casi di corruzione e di insicurezza pubblica, problemi certamente da non sottovalutare in Venezuela.
Il socialismo - che è poi il nostro garibaldinismo repubblicano del cuore - ad ogni modo, resiste e auspichiamo possa tornare nuovamente protagonista anche in Brasile e in quell'Argentina che il liberal-capistalista Macri sta facendo tornare indietro di decenni.
Hasta la Victoria Siempre, nel nome di Bolivar, Garibaldi, José Martì, Sandino, Guevara, Peron e Chavez !

Luca Bagatin

lunedì 13 novembre 2017

José "Pepe" Mujica, ex Presidente dell'Uruguay, chiama a raccolta i militanti in difesa della democrazia, contro l'offensiva capitalista e neoliberale e contro la mercificazione della vita in America Latina

L’ex presidente dell’Uruguay, Jose "Pepe" Mujica, invita i «militanti delle organizzazioni sociali» di tutta l’America Latina a partecipare alla Conferenza Continentale per la Democrazia e Contro il Neoliberismo, con l’obiettivo di combattere la regressione politica diffusa.
L’incontro, previsto a Montevideo dal 16 al 18 di novembre, ha l’obiettivo di connettere fra loro le varie lotte contro l’offensiva dei capitalisti nell’intero Continente.


"Basta col neoliberismo in America Latina ! Il 16 e 17 novembre invito a Montevideo (Uruguay) tutte le organizzazioni sociali, partiti, sindacati per unirci e costruire un fronte che freni l'avanzata neoliberale che sta creando ingiustizia sociale, assenza di lavoro, distruzione ambientale" ha affermato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay Pepe Mujica.


fonte: https://www.telesurtv.net/english/news/Mujica-Militant-Latin-America-Must-Reject-Neoliberalism-20171110-0027.html

lunedì 16 ottobre 2017

Il Socialismo del XXI secolo è più vivo che mai. Nel nome di Bolivar e di Chavez. Articolo di Luca Bagatin

Mentre in Europa il socialismo è morto da qualche decennio ed i cosiddetti "partiti socialisti" - che di socialista non hanno che il nome - sono da tempo diventati dei partiti liberal capitalisti, proponendo misure di austerità e di precarizzazione del lavoro, in Venezuela il Socialismo del XXI Secolo - con le sue conquiste sociali, non ultima la costituzionalizzazione dei diritti dei disabili e l'aumento delle risorse per poveri ed anziani - è più vivo che mai.
Il 15 ottobre, ovvero con la ventitreesima elezione democratica in diciotto anni (record mondiale per partecipazione democratica e popolare), il Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) guidato dal Presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela Nicolas Maduro e la sua coalizione bolivariana denominata Gran Polo Patriottico, vince le elezioni regionali, conquistando 17 governatori e lasciandone all'opposizione liberal-capitalista (di destra e sinistra, rappresentate principalmente dal partito MUD) solamente 5. E tutto ciò con un aumento dell'affluenza alle urne, passata dal 53,9% del 2012 al 61,4% degli aventi diritto. Praticamente l'esatto inverso di quanto avviene da tempo nei Paesi europei, ove il vincitore assoluto risulta spesso essere l'astensionismo di massa.
Da sottolineare che il PSUV ed il Gran Polo Patriottico conquistano peraltro il ricco Stato di Miranda, tradizionalmente liberal-capitalista ed ove gli scontri dell'opposizione violenta di piazza si sono maggiormente concentrati nei mesi scorsi, mietendo vittime fra i chavisti, con tanto di assalti ad asili ed ospedali.
A livello nazionale, dunque, la coalizione chavista socialista vince con il 54% a fronte del 45% dell'opposizione, che pur vorrebbe rifiutarsi di riconoscere l'esito del voto (sic !).
Il Socialismo del XXI Secolo torna ad essere protagonista e dovrebbe essere esempio per tutti i socialisti del mondo, che si riconoscono da sempre nell'antica lotta per il superamento del capitalismo e del liberalismo egoistico e guardano ad una civiltà fondata sul sentimento e sulla pace civile e sociale.

Luca Bagatin

I risultati delle regionali venezuelane del 15 ottobre 2017, Stato per Stato (in rosso il risultato dei candidati socialisti, in azzurro quello dei liberal-capitalisti):

🔴Amazonas: 58.03%
🔵Anzoátegui : 52.01%
🔴Apure: 51.92%
🔴Aragua: 56.83y%
🔴Barinas: 52.88%
🔴Carabobo: 51.96%
🔴 Cojedes : 55.48%
🔴 Falcón : 51.86
🔴 Guárico :61.68%
🔴 Lara :57.65%
🔵 Merida: 51.05%
🔴Miranda:52.54%
🔴Monagas:54.86%
🔵 Nueva Esparta :51.81%
🔴Portuguesa:64:24%
🔴Sucre:58.89%
🔵Tachira:63.29%
🔴Trujillo:59.09%
🔴Yaracuy:61.88%
🔵Zulia:51.06%
🔴Delta Amacuro: 58.78%
🔴Vargas:52.35%


giovedì 14 settembre 2017

Giornate mondiali di sostegno al Venezuela sovrano ed alla Rivoluzione Bolivariana. Articolo di Luca Bagatin

Dal 15 al 19 settembre si terranno, in tutto il mondo, in contemporanea con Caracas, delle manifestazioni di sostegno alla Rivoluzione Bolivariana ed al Venezuela sovrano, minacciato dagli Stati Uniti d'America di Donald Trump, il quale ha annunciato contro il Paese sudamericano sanzioni economiche ed un intervento militare con l'obiettivo di rovesciare il governo venezuelano democraticamente eletto e guidato dal Presidente socialista Nicolas Maduro.
Non è la prima volta che gli USA, nella Storia, intervengono militarmente per destabilizzare l'America Latina ed il Terzo Mondo in particolare. E' solo di pochi giorni fa il ricordo del compianto Presidente socialista cileno democraticamente eletto Salvador Allende, il cui governo fu rovesciato da un Colpo di Stato fomentato dalla CIA l'11 settembre del 1973 e che portò al governo il dittatore liberista Augusto Pinochet.
L'America Latina socialista e sovrana merita di essere difesa da tutto il mondo autenticamente libero e democratico ed è per questo che il Venezuela ha organizzato un evento al Teatro Teresa Carreño di Caracas, che si terrà dal 16 al 19 settembre prossimi dal titolo "Todos somos Venezuela (Tutti siamo Venezuela) - dialogo mondiale per la pace, la sovranità e la democrazia bolivariana" e, dunque, in numerosi Paesi, fra i quali Italia (il 15 settembre alle ore 17.00 a Roma presso il Parco Simon Bolivar di Montesacro) e Gran Bretagna (il 17 settembre a Londra alle ore 12.00 presso l'Ambasciata del Venezuela), si terranno in quei giorni manifestazioni concomitanti in sostegno a tale iniziativa.
Va peraltro ricordato che già nei primi giorni di agosto, nel Consiglio di Diritti Umani dell'Onu riunito a Ginevra, 57 Stati firmarono un documento in appoggio al legittimo governo del Venezuela contro ogni ingerenza straniera.
All'evento di Caracas sarà in prima linea presente il Presidente socialista della Bolivia Evo Morales al seguito di numerosi movimenti sociali in difesa della Rivoluzione Bolivariana.
Non va dimenticato, peraltro, parlando di America Latina e nella fattispecie in questo caso di Argentina, che cresce il malumore e l'indignazione per la scomparsa dell'attivista Santiago Maldonado, il 28enne della provincia di Buenos Aires scomparso il 1 di agosto agosto dopo una manifestazione - repressa nel sangue dalla polizia - in sostegno agli indigeni Mapuche le cui terre sono minacciate dalle multinazionali straniere.
Santiago Maldonado sembra dunque il primo desaparecido di un governo, quello del liberale Mauricio Macri, cha già dal suo insediamento sta via via distruggendo ogni conquista sociale attuata dal peronismo kirchnerista, in particolare per quanto riguarda i diritti dei disabili e bloccando addirittura ogni sostegno all'associazione delle Nonne di Plaza de Mayo per identificare i bambini sottratti alle madri durante le dittature antiperoniste.
L'America Latina del Socialismo del XXI secolo, dal Venezuela all'Argentina, sembra dunque sempre più in pericolo. Non facciamole mancare la nostra vicinanza. Civile, democratica, socialista e libertaria.

Luca Bagatin