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giovedì 1 maggio 2025

Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin del 21 novembre 2020 (e buon Primo Maggio!)


La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

"Compagne, compagni: Ancora una volta sono nella lotta, di nuovo sono con voi, come ieri, oggi e domani. Sono con te per essere un arcobaleno di amore tra la gente e Perón; Sono con voi per essere quel ponte di amore e felicità che ho sempre cercato di essere tra voi e il capo degli operai"

(Evita Peron, 1 maggio 1952. Suo ultimo discorso) 
 
 
"La festa del Primo Maggio non ha perso la sua rilevanza.
Il Primo Maggio è il giorno dell'operaio, come lo chiamavamo negli anni '90, il giorno del quarto potere, che presta la sua opera per conto terzi.
I lavoratori sono la maggioranza delle persone sul pianeta, quindi questa festività appartiene a una specie di esercito di angeli dell'inferno, su cui tutto poggia"
(Eduard Limonov, 1 Maggio 2015)
 
"Non sono nato in assemblee pubbliche; ma se c'è un'assemblea in cui mi troverete, è quella dei lavoratori. In mezzo a questi cuori semplici, mi sento a casa."
Giuseppe Garibaldi. 'Alla società operaia - Genova, Caprera, 16 settembre 1863; P. 334 Scritti politici e militari, memorie e pensieri inediti)
 

"l'assoluta autonomia della classe operaia da tutti i partiti e da tutte le ideologie politiche; l'azione diretta della classe produttiva, verso le altre classi ed i poteri pubblici, senza mediatori; la rappresentanza delle categorie economiche nei corpi elettivi; l'assoluta autonomia comunale, considerando il Comune come l'organismo della libertà popolare; l'autonomia politica e amministrativa della regione per tutti gli interessi che non richiedono provvedimenti di indole nazionale; l'eliminazione progressiva delle funzioni dello Stato centralistico con la soppressione della relativa burocrazia. Quest'ultimo principio può essere tradotto nei fatti con la Repubblica Sociale Federativa." "L'uomo emancipato dai vincoli della materia potrà liberare soprattutto il suo spirito, dedicarsi al lavoro dell'intelletto che è certo piacevole, come sa chiunque ne abbia gustato. L'uomo si farà superuomo: supererà se stesso ed annullerà la maledizione biblica di dover produrre dolorando." 
 
(Alceste De Ambris 'Il Manifesto dei sindacalisti e la Costituzione Fiumana' 1/9/'21)
 
 
(…). Introducete il lavoro salariato e addio gioia, salute, libertà: addio a tutto ciò che rende la vita bella e degna di essere vissuta.
Lavorate, lavorate proletari per accrescere la ricchezza sociale e le vostre miserie individuali. Lavorate, lavorate, perché diventando più poveri avrete più ragioni per lavorare e per essere miserabili. Questa è la legge inesorabile della produzione capitalista.”
 
(Paul Lafargue) 

domenica 11 ottobre 2020

Covid 19. La necessità di un nuovo modello di sviluppo. Articolo di Luca Bagatin

 

Era prevedibile che, la cosiddetta Fase 2, in Italia e nel mondo, non avrebbe fatto altro che mettere al primo posto l'economia della crescita e non certo la salute e un nuovo modello di sviluppo.

Era prevedibile sin dal momento in cui l'Unione Europea avrebbe preferito che fosse attuato il Meccanismo Europeo di Stabilità (cosa che peraltro è stata in qualche modo fatta) e non, diversamente, emettere liquidità a fondo perduto, in favore di tutti i cittadini e di un sistema sociale e sanitario rafforzato.

E' stato evidente in Italia, con la nomina a capo della cosiddetta “task force” per la Fase 2, non già un medico o uno scienziato, ma un manager già alla guida di Vodafone e già frequentatore dei summit del Gruppo Bilderberg. Ovvero un esponente dell'economia capitalistica e della crescita economica illimitata.

E' oltremodo evidente che non si è colta e compresa la gravità della pandemia - che ha generato sofferenze e molte morti - e la necessità di modificare radicalmente ogni cosa.

Si è preferito tornare a una “normalità” che sta facendo crescere i contagi.

Una “normalità” tanto amata da Confindustria, da Conte, da Renzi, da Salvini, da Zingaretti, da Di Maio, dalla Meloni, dalla Merkel, da Macron, da Trump, come se la “normalità” fosse benefica e positiva per tutti.

Con le nuove riaperture stiamo assistendo al fatto che molti lavoratori rischiano nuovamente il contagio e non sono affatto realmente tutelati, anche perché non sappiamo se e come il Covid 19 tornerà a colpire e se in ogni luogo di lavoro sarà possibile garantire il distanziamento sociale.

Oltre a ciò, non si è minimamente pensato di bloccare il pagamento di mutui, bollette e affitti per coloro i quali hanno perduto il lavoro e non saranno quindi in grado di pagarli o, se saranno in grado di farlo, lo faranno con grosse difficoltà e forse per un periodo limitato (magari saranno costretti addirittura a indebitarsi !).

In compenso, però, si è aiutato le imprese, in modo indiscriminato. Un po' come quando si aiutarono le banche dal tracollo.

Con le nuove riaperture, si è peraltro assistito a una nuova crescita dei livelli di inquinamento atmosferico e ambientale. E se c'è un fattore che aumenta il rischio di contrarre il Covid 19 è proprio l'inquinamento, causa già di gravi infezioni respiratorie.

E' per questo che, la nuova ripartenza che ha messo al centro l'economia della crescita è quanto di peggio si potresse fare e dimostra, ancora una volta, i limiti e le criticità del sistema capitalista e fondato sulla modernità.

Come ricorda da tempo l'economista e filosofo francese Serge Latouche, occorre imparare a vivere del necessario e non del superfluo e proprio situazioni di emergenza (sia economica che sanitaria, ma anche politica) dovrebbero spingerci a modificare radicalmente modo di vivere e soprattutto di pensare. Evitando di sprecare le risorse, autoproducendo, evitando di trarre profitto dalle difficoltà altrui.

Un modo diverso di far andare avanti le cose, tornando ad esempio a forme di superamento dell'industrializzazione, a forme di cooperazione lavorativa e a forme di baratto, che superino il sistema monetario, il quale è fondato sul ricorso a prestiti con interessi, che genera schiavitù (del lavoro e del salario e indebita gli Stati, che mai potranno ripagare i loro interessi sui debiti, né i loro debiti stessi).

L'antropologo socialista Marcel Mauss (1872 – 1950), scrisse il “Saggio sul dono”, proponendo una economia fondata sul dono, praticata peraltro ancora oggi in società arcaiche e matriarcali, che hanno rifiutato ogni insana modernità e ideologia del progresso.

Una economia fondata su un forte senso di libertà, di comunità e di reciprocità, articolata in tre momenti: dare, ricevere e ricambiare.

Mauss spiegò fra l'altro, nel suo saggio, come le società arcaiche considerassero - a differenza di quelle moderne e fondate sulla crescita economica illimitata - i raccolti in eccesso, delle assolute catastrofi. Una volta soddisfatti i bisogni di ciascuno, quindi, dal raccolto in eccesso non si doveva trarre assolutamente alcun profitto (identificato anche nella società moderna come l'interesse sul capitale o usura), bensì andava donato ad altri, ritualmente - attraverso una cerimonia sacra - oppure distrutto.

Una economia fondata sul profitto è quindi destinata a implodere, in particolare in situazioni di emergenza ecnomica o sanitaria e stiamo già iniziando a vederlo, specie con l'aumento di una disoccupazione che da tempo era già endemica.

Ad oggi, un fenomeno molto pericoloso e totalmente sottovalutato, rimane l'accumulo di grandi capitali nelle mani di pochi e soprattutto di pochi che controllano settori sensibili, quali quello delle telecomunicazioni. Molto pericoloso il fatto che esistano monopoli o oligopoli come Google, Microsoft, Facebook, Twitter, Apple, Amazon, per non parlare di grandi società di telecomunicazione. Oligopoli che in questo periodo di emergenza sanitaria hanno accumulato ulteriori profitti.

I settori chiave dell'economia, fra cui questi, dovrebbero essere nazionalizzati e controllati direttamente dai cittadini/fruitori, anche in quanto raccolgono dati altamente sensibili legati alla privacy e come tali non dovrebbero rimere nelle mani di privati o di società quotate in borsa, che si arricchiscono sulle spalle di moltitudini di utenti e cittadini.

Altri settori chiave che andrebbero nazionalizzati, oltre a quello del credito e dell'energia, anche quello delle case farmaceutiche, che diventerà sempre più un settore sensibile e delicato e che non potrà essere più oggetto di profitto da parte delle multinazionali e di imprese private.

Ad oggi nessun governo ragiona in tali termini e non vi sono discussioni in tal senso, ma ciò è davvero molto serio e grave.

Ad oggi solo intellettuali quali Latouche, Dugin, De Benoist, Michéa e politici quali Marco Rizzo e Gennady Zjuganov sembrano avanzare ipotesi in tal senso.

E molto interessante, in questo senso, è l'appello che uscì su “Le Monde”, firmato da scienziati e numerose celebrità, fra cui Robert De Niro, Monica Bellucci, Pedro Almodovar, Wim Wenders, Ricky Martin, Madonna, Penélope Cruz, Juliette Binoche (quest'ultima già sostenitrice delle istanze dei Gilet Gialli, fra le quali un radicale cambio dell'economia francese) e molti altri.

In tale appello – che punta il dito contro il sistema economico, l'inquinamento e i danni alla natura e all'ecosistema, si legge, fra l'altro, “Gli aggiustamenti non bastano più” “Il problema è sistemico”. “Ci vuole una riforma profonda degli obiettivi, dei valori e delle economie. Il consumismo ci ha portati a negare la vita: quella dei vegetali, quella degli animali e quella di un gran numero di umani”. “Il mondo va verso un punto di rottura e dunque tornare alla normalità è inconcepibile” “La trasformazione globale che si impone a tutti i livelli, esige audacia e coraggio. Non avrà luogo senza un impegno di massa e determinato. E' una questione di sopravvivenza, ma anche di dignità e di coerenza”.

Anche il mondo della scienza, oltre che del ricco jet set, sembra dunque aver compreso che non è possibile andare avanti con l'attuale sistema, ma occorra sovvertirlo e puntare a un nuovo modello di sviluppo.

La crescita economica “illimitata”, il capitalismo, l'egoismo, la distruzione dell'ambiente, sono solo alcuni degli aspetti nefasti della nostra società moderna e “benestante”, tipica del Primo Mondo industrializzato.

Aspetti messi certamente a nudo dall'emergenza sanitaria Covid 19, che dovrebbe spingerci a modificare radicalmente il nostro stile di vita, modo di pensare e di agire.

Sovvertendo le regole dell'economia capitalistica e liberale, superando il sistema del mercato, superando il sistema usuraio degli interessi sui prestiti e della moneta quale mezzo di scambio. Introducendo, appunto, forme di baratto equo, di cooperazione, di autogestione del lavoro. Mettendo al bando teconologie pericolose per la salute, mettendo al bando armi e armamenti, che sono costosi e generano violenze di ogni genere, di cui non abbiamo certamente bisogno.

Consumare meno, produrre il necessario e possibilmente a chilomentro zero.

Superare l'ideologia dell'arricchimento personale e lavorare non già per uno stipendio, ma per il benessere della collettività e dell'ecosistema.

Questi i fondamenti di una sana decrescita economica, che è l'unica possibile via d'uscita dalla sistematica distruzione del Pianeta e della Natura.

Pianeta e Natura che non sono nostri, ma che noi esseri umani occupiamo e che sono necessari alla nostra stessa sopravvivenza.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 7 maggio 2020

Covid 19. Perché tornare alla normalità non è auspicabile, ma occorre cambiare modello di sviluppo. Articolo di Luca Bagatin

Era prevedibile che, la cosiddetta Fase 2, in Italia e nel mondo, non avrebbe fatto altro che mettere al primo posto l'economia della crescita e non certo la salute e un nuovo modello di sviluppo.
Era prevedibile sin dal momento in cui l'Unione Europea avrebbe preferito che fosse attuato il Meccanismo Europeo di Staibilità (cosa che peraltro è stata in qualche modo fatta) e non, diversamente, emettere liquidità a fondo perduto, in favore di tutti i cittadini e di un sistema sociale e sanitario rafforzato.
E' stato evidente in Italia, con la nomina a capo della cosiddetta “task force” per la Fase 2, non già un medico o uno scienziato, ma un manager già alla guida di Vodafone e già frequentatore dei summit del Gruppo Bilderberg. Ovvero un esponente dell'economia capitalistica e della crescita economica illimitata.
E' oltremodo evidente che non si è colta e compresa la gravità della pandemia - che ha generato sofferenze e molte morti - e la necessità di modificare radicalmente ogni cosa.
Si sta preferendo tornare alla “normalità” tanto amata da Confindustria, da Renzi, da Salvini, da Zingaretti, da Di Maio, dalla Merkel, da Macron, da Trump, come se la “normalità” fosse o fosse stata benefica e positiva per tutti.
Con le nuove riaperture stiamo assistendo al fatto che molti lavoratori rischiano nuovamente il contagio e non sono affatto realmente tutelati, anche perché non sappiamo se e come il Covid 19 tornerà a colpire e se in ogni luogo di lavoro sarà possibile garantire il distanziamento sociale.
Oltre a ciò, non si è minimamente pensato di bloccare il pagamento di mutui, bollette e affitti per coloro i quali hanno perduto il lavoro e non saranno quindi in grado di pagarli o, se saranno in grado di farlo, lo faranno con grosse difficoltà e forse per un periodo limitato (magari saranno costretti addirittura a indebitarsi !).
In compenso, però, si aiutano le imprese, in modo indiscriminato. Un po' come quando si aiutarono le banche dal tracollo.
Con le nuove riaperture, stiamo peraltro assistendo a una nuova crescita dei livelli di inquinamento atmosferico e ambientale. Il fiume Sarno torna ad essere inquinato dai liquami industriali e così le nostre realtà, non solo italiane, ma di tutto il mondo, torneranno ad essere inquinate. E se c'è un fattore che aumenta il rischio di contrarre il Covid 19 è proprio l'inquinamento, causa già di gravi infezioni respiratorie.
E' per questo che, una nuova ripartenza che punti all'economia della crescita è quanto di peggio si possa e si potresse fare e dimostra, ancora una volta, i limiti e le criticità del sistema capitalista e fondato sulla modernità.
Come ricorda da tempo l'economista e filosofo francese Serge Latouche, occorre imparare a vivere del necessario e non del superfluo e proprio situazioni di emergenza (sia economica che sanitaria, ma anche politica) dovrebbero spingerci a modificare radicalmente modo di vivere e soprattutto di pensare. Evitando di sprecare le risorse, autoproducendo, evitando di trarre profitto dalle difficoltà altrui.
Un modo diverso di far andare avanti le cose, tornando ad esempio a forme di superamento dell'industrializzazione, a forme di cooperazione lavorativa e a forme di baratto, che superino il sistema monetario, il quale è fondato sul ricorso a prestiti con interessi, che genera schiavitù (del lavoro e del salario e indebita gli Stati, che mai potranno ripagare i loro interessi sui debiti, né i loro debiti stessi).
L'antropologo socialista Marcel Mauss (1872 – 1950), scrisse il “Saggio sul dono”, proponendo una economia fondata sul dono, praticata peraltro ancora oggi in società arcaiche e matriarcali, che hanno rifiutato ogni insana modernità e ideologia del progresso.
Una economia fondata su un forte senso di libertà, di comunità e di reciprocità, articolata in tre momenti: dare, ricevere e ricambiare.
Mauss spiegò fra l'altro, nel suo saggio, come le società arcaiche considerassero - a differenza di quelle moderne e fondate sulla crescita economica illimitata - i raccolti in eccesso, delle assolute catastrofi. Una volta soddisfatti i bisogni di ciascuno, quindi, dal raccolto in eccesso non si doveva trarre assolutamente alcun profitto (identificato anche nella società moderna come l'interesse sul capitale o usura), bensì andava donato ad altri, ritualmente - attraverso una cerimonia sacra - oppure distrutto.
Una economia fondata sul profitto è quindi destinata a implodere, in particolare in situazioni di emergenza ecnomica o sanitaria e stiamo già iniziando a vederlo, specie con l'aumento di una disoccupazione che da tempo era già endemica.
Ad oggi, un fenomeno molto pericoloso e totalmente sottovalutato, rimane l'accumulo di grandi capitali nelle mani di pochi e soprattutto di pochi che controllano settori sensibili, quali quello delle telecomunicazioni. Molto pericoloso il fatto che esistano monopoli o oligopoli come Google, Microsoft, Facebook, Twitter, Apple, Amazon, per non parlare di grandi società di telecomunicazione. Oligopoli che in questo periodo di emergenza sanitaria hanno accumulato ulteriori profitti.
I settori chiave dell'economia, fra cui questi, dovrebbero essere nazionalizzati e controllati direttamente dai cittadini/fruitori, anche in quanto raccolgono dati altamente sensibili legati alla privacy e come tali non dovrebbero rimere nelle mani di privati o di società quotate in borsa, che si arricchiscono sulle spalle di moltitudini di utenti e cittadini.
Altri settori chiave che andrebbero nazionalizzati, oltre a quello del credito e dell'energia, anche quello delle case farmaceutiche, che diventerà sempre più un settore sensibile e delicato e che non potrà essere più oggetto di profitto da parte delle multinazionali e di imprese private.
Ad oggi nessun governo ragiona in tali termini e non vi sono discussioni in tal senso, ma ciò è davvero molto serio e grave.
Ad oggi solo intellettuali quali Latouche, Dugin, De Benoist, Michéa e politici quali Marco Rizzo e Gennady Zjuganov sembrano avanzare ipotesi in tal senso.
E molto interessante, in questo senso, è anche il recente appello uscito pochi giorni fa su “Le Monde”, firmato da scienziati e numerose celebrità, fra cui Robert De Niro, Monica Bellucci, Pedro Almodovar, Wim Wenders, Ricky Martin, Madonna, Penélope Cruz, Juliette Binoche (quest'ultima già sostenitrice delle istanze dei Gilet Gialli, fra le quali un radicale cambio dell'economia francese) e molti altri.
In tale appello – che punta il dito contro il sistema economico, l'inquinamento e i danni alla natura e all'ecosistema, si legge, fra l'altro, “Gli aggiustamenti non bastano più” “Il problema è sistemico”. “Ci vuole una riforma profonda degli obiettivi, dei valori e delle economie. Il consumismo ci ha portati a negare la vita: quella dei vegetali, quella degli animali e quella di un gran numero di umani”. “Il mondo va verso un punto di rottura e dunque tornare alla normalità è inconcepibile” “La trasformazione globale che si impone a tutti i livelli, esige audacia e coraggio. Non avrà luogo senza un impegno di massa e determinato. E' una questione di sopravvivenza, ma anche di dignità e di coerenza”.
Anche il mondo della scienza, oltre che del ricco jet set, sembra dunque aver compreso che non è possibile andare avanti con l'attuale sistema, ma occorra sovvertirlo e puntare a un nuovo modello di sviluppo.
La crescita economica “illimitata”, il capitalismo, l'egoismo, la distruzione dell'ambiente, sono solo alcuni degli aspetti nefasti della nostra società moderna e “benestante”, tipica del Primo Mondo industrializzato.
Aspetti messi certamente a nudo dall'emergenza sanitaria Covid 19, che dovrebbe spingerci a modificare radicalmente il nostro stile di vita, modo di pensare e di agire.
Sovvertendo le regole dell'economia capitalistica e liberale, superando il sistema del mercato, superando il sistema usuraio degli interessi sui prestiti e della moneta quale mezzo di scambio. Introducendo, appunto, forme di baratto equo, di cooperazione, di autogestione del lavoro. Mettendo al bando teconologie pericolose per la salute (a iniziare dal 5G), mettendo al bando armi e armamenti, che sono costosi e generano violenze di ogni genere, di cui non abbiamo certamente bisogno.
Consumare meno, produrre il necessario e possibilmente a chilomentro zero.
Superare l'ideologia dell'arricchimento personale e lavorare non già per uno stipendio, ma per il benessere della collettività e dell'ecosistema.
Questi i fondamenti di una sana decrescita economica, che è l'unica possibile via d'uscita dalla sistematica distruzione del Pianeta e della Natura.
Pianeta e Natura che non sono nostri, ma che noi esseri umani occupiamo e che sono necessari alla nostra stessa sopravvivenza.

Luca Bagatin

venerdì 12 aprile 2019

Per preservare l'ambiente occorre cambiare completamente stile di vita e sistema economico. Articolo di Luca Bagatin

Pensare di occuparsi di clima e ambiente attraverso bei discorsi o manifestazioni, come proposto dalla giovanissima Greta Thunberg, può essere lodevole, ma è assai limitante e, soprattutto, risolve ben poco.
Ben poco, in realtà, avrebbe risolto anche il cosiddetto “Green New Deal” proposto dalla deputata newyorkese Alexandria Ocasio-Cortez, se anche fosse passato al Senato, cosa che ad ogni modo non è accaduta. Tale piano avrebbe previsto l'utilizzo di fonti rinnovabili di energia al 100%, attraverso investimenti nei settori ferroviari “ad alta velocità” (e già l'esistenza di una rete ferroviaria ad alta velocità non è proprio qualcosa di molto “green”) e in nuovi veicoli elettrici.
Tale piano – stimato in circa mille miliardi di dollari - oltre all'ambiente, avrebbe riguardato anche l'assistenza sanitaria universale, un salario minimo di sopravvivenza e una lotta ai monopoli.
Lodevoli iniziative – come il suo puntare il dito contro banche e compagnie petrolifere – ma, permanendo all'interno di un sistema capitalista e consumista – peraltro fortemente condizionato da corporation e multinazionali - che non viene minimamente rimesso in discussione dalla Ocasio-Cortez, rischiano di rimanere più sulla carta che nella pratica.
Le politiche del cosiddetto “sviluppo sostenibile”, tanto amate dalla sinistra liberal-capitalista, in sostanza, non hanno nulla di sostenibile, in quanto tale “sviluppo”, come ricordato dall'economista e filosofo francese Serge Latouche, non è altro che “un'impostura”.
Latouche, filosofo della decrescita, ha più volte ricordato infatti come lo “sviluppo” che noi conosciamo è quello delle tre rivoluzioni industriali, che ha portato ad una contrapposizione fra gli esseri umani e fra gli esseri umani e la natura.
Latouche, a differenza dei promotori dell'ideologia della “crescita economica” e dello “sviluppo”, propone una “decolonizzazione dell'immaginario”, decnomicizzandolo, ovvero proponendo un nuovo stile di vita: vivere del necessario, non del superfluo. E vivere in armonia con la natura.
E' da visioni come questa, arcaiche se vogliamo, che sono sorti – anche online – vari siti di “baratto etico”, ove gli oggetti – anziché essere venduti – vengono scambiati. Generando così un “non-mercato”, evitando così sprechi di oggetti che finirebbero nella spazzatura, rompendo quella spirale consumista che genera unicamente il profitto di pochi, lo sfruttamento di molti e un conseguente inquinamento dell'ecosistema in quanto, per produrre nuovi oggetti, occorrono fabbriche e macchinari non certo “green”.
Aspetti che però le Ocasio-Cortez e le Greta Thunberg non ci raccontano né ci insegnano (a parte qualche lodevole proclama e qualche simpatica manifestazione), in quanto – volenti o nolenti - ancorate ad un modello produttivista, liberal-capitalista, economicista. Un sistema che promette “posti di lavoro” privati (ormai peraltro sempre più rari), che producono reddito e consumo, ma non un lavoro in comune, per il bene delle comunità e quindi dell'umanità nel suo complesso. Ove il prodotto di tale lavoro, anziché generare profitto, possa generare semplicemente lo stretto necessario affinché ciascuno abbia di che vivere. Senza sprechi, senza bisogni indotti, senza il superfluo. Ove ciascuno possa così lavorare meno e godere semplicemente il proprio tempo per stare assieme agli altri, immerso nella natura.
Latouche, in tal senso, recupera il concetto di “economia del dono” (il baratto ne è uno degli aspetti), tipica delle società matriarcali (ancora oggi esistenti, ad esempio in alcune zone della Cina), e di cui parla diffusamente il “Saggio sul dono” dell'antropologo socialista Marcel Mauss.
Tale economia del dono, ricorda Latouche, rafforza peraltro i legami sociali, che il commercio rende invece impersonali e sterili.
Una strada tutta in salita negli USA, che pur hanno rifiutato anche il moderato piano “green” della Ocasio-Cortez.
Modificare il proprio stile di vita e la propria mentalità è una delle cose più difficili che si possano fare e certo sono scelte e percorsi tutt'altro che indolori. La via per un ecosistema preservato, ad ogni modo, dovrà per forza passare attraverso questi aspetti. Non certo per le ricette di una sinistra liberal-capitalista, solo apparentemente differenti rispetto a quelle della destra, ma, nei fatti, ancorate ad un sistema economicista e produttivista che promuove una crescita economica che non è affatto illimitata, così come non sono affatto illimitate le risorse dell'ecosistema nel quale viviamo.
Se abbiano a cuore il nostro ambiente, la natura e i cambiamenti climatici ci spaventano, iniziamo dunque a modificare noi stessi e le nostre abitudini.
I grandi cambiamenti, spesso, non sono operati dai politici, ma dalla gran parte degli esseri umani. Se solamente hanno il coraggio di cambiare, di ragionare e di ricominciare a lavorare in comune per un progetto comune.

Luca Bagatin

venerdì 13 gennaio 2017

Oltre la modernità. Per un ritorno alla Civiltà. Articolo di Luca Bagatin

Il progresso, fondato sul materialismo, è quello che chiamo vero regresso.
L'essere umano sembra aver dimenticato di essere parte della natura ed ha finito per soggiogarla per i suoi capricci e biechi interessi egoistici. Egli ha distrutto interi ecosistemi e sterminato, nei secoli, i suoi simili.
Personalmente sono antimodernista e antiprogressista, ovvero sono per il rilancio di un rinnovato rapporto uomo-natura e per un ritorno all'antico Paradiso perduto. Perduto "grazie" all'antropocentrismo ed all'egoismo umano.
Penso che una società che sdogana e ammette il materialismo, il lusso, la ricchezza, sia una società sconfitta in partenza e destinata alla barbarie. Una società ove la coscienza spirituale è annichilita, l'ignoranza prevale e così la decadenza dei costumi. Una società che vive nell'epoca che gli antichi Veda chiamano, infatti, il Kali Yuga o Età del Ferro, ovvero l'era nella quale siamo immersi tutt'oggi.
Frugalità, disciplina, autodisciplina e spiritualità possono essere le basi per raggiungere consapevolezza di sé, degli altri e quindi libertà dai condizionamenti. Spogliarsi dalle ricchiezze, poi, come fece San Francesco d'Assisi e come da sempre fanno i Rishi e gli Yogin vedici, permetterebbe alla coscienza spirituale dell'essere umano di evolvere, molto più che la mera beneficenza, che serve solo a pulire – transitoriamente - la coscienza del ricco. L'essere umano moderno o, meglio, postmoderno, dovrebbe investire molto nella sua educazione morale e spirituale, ma attualmente investe troppo poco o nulla in essa, perdendosi in tecnologie e caricandosi di lavoro (peggio ancora sfruttando il prossimo), al solo scopo di arricchirsi di beni materiali initili. Dimenticando che presto o tardi anche lui morirà e così chi gli sta accanto e dunque quei beni materiali non gli serviranno a nulla.


Le più Antiche Civiltà della Terra, attraverso la conoscenza spirituale e la teosofia, possedevano tecnologie mille volte più potenti di quelle attuali e vivevano in pace, armonia, amore universale con tutti gli esseri della Madre Terra, così come è scritto negli antichi Veda e in tutti i testi gnostici più sacri.
Abbiamo molto da imparare dai nostri Antenati.


Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it

sabato 7 gennaio 2017

Per il ritorno al Socialismo rivoluzionario e autogestionario, contro la globalizzazione e per l'autogoverno. Articolo di Luca Bagatin

Il mese scorso scrivemmo di come il 2016 si stesse chiudendo con le richieste della gran parte dei popoli d'Europa e Stati Uniti d'America, di maggiori politiche in favore del popolo, di sovranità e di autodeterminazione.
Questo ciò che è stato possibile rilevare relativamente al risultato del referendum sulla Brexit, alle proteste francesi relative alla deregolamentazione del lavoro attraverso la Loi Travial ed alla vittoria alle primarie dei repubblicani francesi del candidato avverso al globalista Sarkozy, oltre che la non presentazione alle elezioni presidenziali francesi del globalista Hollande; alla vittoria di Trump alle elezioni presidenziali USA ed alla vittoria dei NO al referendum costituzionale in Italia.
Donald Trump, negli USA, ha già annunciato il ritiro del Grande Mercato Transatlantico (TTIP), che avrebbe inglobato l'Europa al mercato statunitense, con immensi svantaggi per i mercati europei, per le produzioni locali, per i diritti dei lavoratori e per la tutela dell'ambiente. Inoltre Trump ha annunciato una dura lotta alle imprese che delocalizzano ed anche questa misura sembra davvero finalmente prendere in considerazione il mercato interno e la necessità di privilegiare le produzioni locali ed i lavoratori autoctoni ed i loro diritti, evitando peraltro di sfruttare altrove manodopera a basso costo e magari senza tutele sindacali.
Ecco dunque come il tanto demonizzato Trump che, per quanto sia un ricco magnate del quale non ci fidiamo per questo totalmente, appaia al momento come il paladino di quella che potrebbe essere definita la “sinistra del lavoro” (o, meglio, socialismo delle origini), contrapposta alla “sinistra del capitale”, fighetta e liberal dei Roosevelt, dei Kennedy, dei Clinton, degli Obama ed in Europa dei Blair, degli Hollande, dei Prodi e dei Renzi.
In Europa, allo stesso tempo, anche Marine Le Pen ed il suo Front National, abbandonate le vecchie ricette liberiste di Le Pen padre, appaiono molto più disposti ad accogliere e promuovere misure sociali e di autarchia economica, contrapponendosi alla globalizzazione portata avanti, in Francia, sia dalla destra che dalla sinistra ed a tutto svantaggio dei poveri, dei lavoratori e dei diseredati.
Detto ciò ci viene in mente un grande statista socialista, l'ultimo che l'Europa abbia conosciuto e di cui ricorre a giorni il diciassettesimo anniversario della morte: Bettino Craxi.
Bettino Craxi, erede della tradizione socialista originaria di Proudhon, Pierre Leroux, Garibaldi e della Comune di Parigi dalla quale mutuerà il simbolo del garofano rosso, attuerà e proporrà politiche di rilancio del Made in Italy e della sovranità nazionale; avvierà un dialogo costruttivo con i Paesi mediterranei e arabi di matrice laico-socialista; si contrapporrà, quando necessario, allo strapotere ed alle ingerenze degli Stati Uniti d'America in Italia; si opporrà alle privatizzazioni slevagge; rimarrà ancorato all'anticomunismo, rafforzando comunque i legami con il socialismo latinoamericano che, nel corso degli Anni '90, sarà l'embrione di quel Socialismo del XXI secolo che ha dato vita alla rinascita di quel continente, pur oggi osteggiata dalle élite.
E saranno proprio quelle élite economico-finanziarie che, con il concorso della “sinistra del capitale”, contribuiranno alla caduta di Craxi ed al suo esilio forzato.
Bettino Craxi, per molti versi, può essere paragonato ad un altro grande statista: Charles De Gaulle. Presidente francese ricordato per aver rimpatriato le riserve auree, condannato le politiche israeliane in Palestina e quelle statunitensi in Vietnam, aver fatto uscire la Francia dalla NATO e consolidato il sistema del welfare. Celebre peraltro la sua frase: “Odio i socialisti perché non sono socialisti, mentre odio i miei perché amano troppo il danaro”.
Craxi e De Gaulle, due grandi statisti che – pur formalmente schierati l'uno a sinistra e l'altro a destra dell'agone politico – hanno saputo andare oltre le ideologie e gli steccati, ovvero oltre la destra e la sinistra, recuperando ideali popolari, populisti nel senso positivo del termine e repubblicani e socialisti originari.
Come ricorda infatti il filosofo francese Jean-Claude Michéa nei suoi saggi, il socialismo non è né sarà mai di sinistra né di destra, ovvero non sarà mai borghese e capitalista, ma sarà sempre dalla parte del popolo, per l'autonomia, l'autogestione, l'antimperialismo e la democrazia autentica e diretta.
Aspetti che i socialisti europei di oggi, ormai trasformatisi in liberali, indistintamente “progressisti”, “cosmopoliti”, hanno completamente dimenticato, proponendo e riproponendo ricette di illusoria redistribuzione della ricchezza (anziché proporre una seria liberazione dalla schiavitù del lavoro e del salario); di deregulation del mercato del lavoro (anziché garantire la stabilità lavorativa ed economica per tutti, come dovrebbe essere in una società di liberi, eguali ed emancipati) e di libertà utili solo ai ricchi, alle imprese ed alla borghesia benestante, anziché proporre e promuovere l'uscita progressiva dal sistema capitalista e l'autogestione delle imprese e dell'attività politica, attraverso assemblee e comitati popolari aperti a tutti.
In questo senso, dunque, o il socialismo è rivoluzionario e libertario o è liberal-capitalismo. O torna a Pierre Leroux, Proudhon, Bakunin, Sorel, Garibaldi e Mazzini e riprende le prospettive di Bettino Craxi, ma anche di Juan Domingo Peron, Hugo Chavez, Evo Morales, Rafael Correa, i coniugi Kirchner, José Pepe Mujica e altri e dei pensatori contemporanei quali Michéa, Alain De Benoist, Eduard Limonov e Serge Latouche, oppure rimarrà al servizio della “sinistra del capitale” e del Re di Prussia, ovvero della schiavitù del lavoro e del salario e della “delega elettorale in bianco”, senza permettere ai cittadini di co-gestire sia la propria attività che trarne la propria stabilità economica, senza sfruttare il prossimo e autogovernandosi.
Il questo senso occorre porsi in un'ottica libera dall'interesse egoistico e dunque dal danaro, al fine di tornare ad una società ove si produce per consumare e non si consuma per produrre e quindi per lucrare – egoisticamente - sulla merce e sul lavoro. Ovvero occorre puntare ad un sistema fondato sul baratto e sul dono reciproco, nel rispetto massimo della natura e dell'ambiente, oltre che dell'essere umano.
Queste potrebbero essere alcune possibili prospettive per costruire una Civiltà (dell'Amore !) degna di questo nome, che tenda alla libertà dal bisogno, alla comunanza di tutti gli esseri viventi all'interno della propria comunità d'origine, alla liberazione dal giogo della schiavitù e dell'interesse egoistico, così come si svilupparono le più Antiche Civiltà della Terra, a partire da quelle matriarcali.

Luca Bagatin

martedì 22 novembre 2016

Riflessioni antimaterialiste di Luca Bagatin sulla passione, sull'economia del dono e della decrescita. Per una (possibile) Civiltà dell'Amore

Se tutta l'umanità annientasse e trascendesse il suo ego, l'economia del dono tipica delle società matriarcali e spiegata dall'antropologo Marcel Mauss sarebbe una realtà. E così l'economia della decrescita tanto cara a Serge Latouche.
I materialisti, capitalisti, liberali e marxisti, non sono in grado di comprendere questo.
Personalmente riconosco la superiorità morale del povero sul ricco e ritengo che il ricco debba per forza essere al servizio del povero, sino al punto in cui povertà e ricchezza non esisteranno più e vi sarà - al loro posto - una comunità di eguali e dunque di liberi. Ma ciò sarà possibile solo rigettando le empie ideologie umane, comprendenti anche le religioni monoteiste istituzionalizzate.
Dall'ideologia nasce solo violenza e divisione.
I comunisti post-marxisti e tutta la sinistra in genere, purtroppo, disprezzano la povertà ed infatti, una volta giunti al potere, finiscono per diventare capitalisti e si alleano o diventano esattamente come i liberali. Ce lo insegnò Pier Paolo Pasolini nel suo discorso ai giovani sull'edonismo sessantottino. Lo abbiamo visto in tutto l'Occidente.
La povertà non va combattuta in sé, ma compresa, appresa, vissuta. Personalmente ho imparato tutto dalla povertà.
I ricchi, i borghesi, i polticanti ideologizzati, invece, si fanno grandi attraverso lo sfruttamento dei poveri per accrescere la loro bramosia materiale. Costoro ricercano potere, ricchezza, agi, desideri illimitati. E' per questo che, una sana filosofia della decrescita, rispettosa dell'umanità e della comunità, non può che osteggiare tutto ciò.

Ho da sempre idee di sinistra e valori di destra. Oppure, viceversa, idee di destra e valori di sinistra.
Credo nella giustizia sociale e nella democrazia intesa come "governo di popolo e per il popolo" tanto quanto nell'eroismo, nelle identità e nei doveri verso patria e umanità.
Sono della scuola, in sostanza, di Alain De Benoist, Giuseppe Mazzini, Anita e Giuseppe Garibaldi, Evita e Juan Domingo Peron, Hugo Chavez, Eduard Limonov, Simon Bolivar e molti altri pensatori, condottieri, patrioti.

La passione brucia tutto ciò che trova.
Se sei una persona appassionata rischi di bruciare e di bruciarti.
Per questo devi indirizzare le tue energie in grandi imprese. Senza fermarti mai. E soprattutto senza curarti del successo o dell'insuccesso.

giovedì 14 luglio 2016

Povertà in aumento e la politica prosegue nel parlare d'altro. Articolo di Luca Bagatin

Dei poveri non si è mai curato nessuno, in particolare in Italia.
Forse perché ritenuti “pochi”, forse perché costoro spesso non votano e non leggono i giornali, in quanto hanno problemi ben più seri a cui far fronte rispetto alle elucubrazioni dei politici.
Purtuttavia i dati ci dicono – e da tempo – che il numero della povertà assoluta è in aumento. In particolare nell'ormai sedicentemente ricco Nord italia.
L'Istat infatti rileva che il 7,6% degli italiani – pari a 4 milioni e seicentomila persone - è sotto la soglia di povertà assoluta e vive con meno di 800 euro al mese al Nord (ma posso assicurarvi che c'è chi vive con molto meno) e con meno di 500 euro al mese al Sud.
Notizie che ai politici italiani sembrano da sempre non interessare, impegnati a parlare di questioni che con le necessità dei cittadini non hanno nulla a che vedere, come ad esempio la più grande arma di distrazione di massa del momento, ovvero il referendum costituzionale.
A costoro è sufficiente ritirare lo stipendio e avallare misure di austerità imposte in terra straniera. E favorire unicamente chi un lavoro già lo ha (come i fantomatici 80 euro renziani, sconto di imposte percepito solo da chi, appunto, già lavora) o è già sindacalizzato.
Ai giovani, ai disoccupati, ai precari ed agli anziani (ai quali si sta sempre più tagliando l'accesso alla sanità pubblica gratuita) nessuna garanzia da sempre.
Del resto i governi della sinistra hanno favorito il capitalismo assoluto in favore di banche e imprese tanto quanto quelli della destra e a discapito di lavoratori, precari, giovani e anziani. Lo abbiamo già scritto, peraltro, in diversi altri articoli.
La ricetta seguita dai politici è stata pressoché la seguente: favorire tutte le politiche imposte dal Fondo Monetario Internazionale e dalla BCE attraverso privatizzazioni selvagge; austerità; flessibilità del lavoro; rafforzamento delle élite e conseguente perdita di sovranità popolare; apertura indiscriminata delle frontiere e conseguente sfruttamento della manodopera straniera a basso costo; rafforzamento delle istituzioni europee a scapito delle diversità di ogni nazione e dei rispettivi popoli; politica estera invasiva nei confronti di Stati sovrani – che peraltro ha favorito il terrorismo internazionale come nel caso libico (ciò vale in particolare per la Gran Bretagna di Blair - colpevole peraltro di aver mentito al suo stesso popolo nella faccenda delle armi di distruzioni di massa in Iraq rivelatisi inesistenti – e per la Francia di Sarkozy e Hollande, rea non solo di aver barbaramente fatto uccidere Gheddafi, ma anche di sostenere Paesi legati al terrorismo come l'Arabia Saudita e di aver tentato di rovesciare il governo laico siriano di Assad).
E pensare, peraltro, che la Brexit era vista come una catastrofe sino a poco tempo fa ed invece pare che il pericolo sia scongiurato, al punto che i prezzi degli immobili inglesi si stanno riducendo e, chissà, magari un meno abbiente britannico potrà finalmente comperarsi una casa sul suolo di Sua Maestà Britannica, non più landa esclusiva per ricchi borghesi.

Ecco che, dunque, occorre semplicemente cambiare il paradigma e l'ottica dalla quele si guarda il mondo. Come uscire dalla crisi ? Uscendo progressivamente dal sistema capitalistico-borghese; attraverso una politica della decrescita economica ed una crescita delle politiche in favore del sociale e dell'ambiente; attraverso il reddito universale di cittadinanza che permetta ai poveri di vivere dignitosamente; attraverso una sanità efficiente e gratuita ed alla quale hanno diritto tutti i cittadini per il solo fatto di essere degli esseri umani; attraverso l'abbandono del colonialismo e del neocolonialismo e l'abolizione del commercio di armi e piani di sviluppo per il Terzo Mondo che favoriscano le condizioni affinché gli attuali migranti – veri e propri deportati - trovino una opportunità di riscatto nella loro terra d'origine; attraverso la rinegoziazione e l'abolizione progressiva del debito con l'estero, che è matematicamente impagabile e serve solo ai Paesi ricchi ed ai ricchi borghesi per mantenere il potere sui poveri; attraverso l'autogestione delle imprese da parte di chi vi lavora.
Nessuna utopia, solo realtà di un mondo più giusto e più umano al quale nessun politico pensa, in quanto attento a favorire la ricca borghesia e le grandi imprese, affinché queste mantengano nell'ignoranza e nella povertà – ovvero nello stato di bisogno - la stragrande maggioranza della popolazione del Pianeta.

Luca Bagatin