Il Nicaragua Sandinista, guidato da Daniel Ortega e dalla moglie, Rosario Murillo, ha commemorato, il 4 maggio, la Giornata della Dignità Nazionale, in onore del rivoluzionario Augusto Cesar Sandino, il quale, il 4 maggio 1927, respinse il cosiddetto Patto di Espino Negro, ovvero un accordo che gli Stati Uniti d'America imposero per mantenere il governo conservatore al potere.
Fu questo l'inizio della lotta armata sandinista, che portò alla sconfitta dell'esercito statunitense, sei anni dopo e alla fine dell'occupazione statunitense del Nicaragua.
Gli USA, infatti, occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee e per due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.
Ne conseguiva che, i governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora - sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.
Augusto Cesar Sandino era un umile bracciante agricolo e si pose a capo della resistenza contro l'oppressore statunitense, che disponeva addirittura di aerei in grado di bombardare vaste aree del Paese.
La lotta sandinista, per molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura (che si finge “democrazia”) fondata – ieri come oggi - sul danaro, la sopraffazione, lo sfruttamento del prossimo e sul business.
Un popoli che finirà, dunque, per trionfare.
Quella di Sandino, influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e antimperialisti, sarà sempre una lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà sempre di essere riconosciuto quale marxista. Egli, come peraltro affermerà in alcune delle interviste rilasciate, non appartenne nemmeno ad alcuna religione, ma la sua fu una fede teosofica (la Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky nel 1875) e questa lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.
La fede nella teosofia è alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde nel suo stesso esercito.
Sandino infatti, il 15 febbraio 1931, redige un manifesto che intitola “Luce e Verità”, nel quale spiega che è un “impulso divino quello che anima e protegge il nostro esercito”. E spiega che “il principio di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio” e che “l'unica figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.
Egli infatti, secondo i principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta, Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono, è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede nella trascendenza.
Egli identifica la sua battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso di Giustizia.
La medesima visione spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in Italia.
E, come Garibaldi, anche Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo Peron e a Hugo Chavez).
In una delle ultime interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è necessario”.
Sandino uscì dunque vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente liberale Juan Batista Sacasa.
L'anno successivo fu purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e nuovo dittatore del Paese.
Il figlio di Somoza, Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il Nicaragua, guidato da Daniel Ortega e Rosario Murillo.
Il governo sandinista odierno, in occasione del ricordo della lotta di Sandino, ha ribadito di voler promuovere un modello di sviluppo fondato sulla giustizia sociale, il rispetto reciproco, la non ingerenza e la sovranità nazionale.
Luca Bagatin

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