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giovedì 10 luglio 2025

Eutanasia del socialismo riformista o necessità del recupero di un socialismo autentico e rettamente inteso? Articolo di Luca Bagatin

 

Un amico, che conosco da oltre vent'anni, di area liberale e con il quale – su posizioni opposte - discuto spesso di politica, mi ha segnalato un articolo del 9 luglio scorso, a firma Marco Gervasoni, sull'Huffington Post, dal titolo “Eutanasia del socialismo riformista”.

E' un articolo che merita attenta analisi e critica e ringrazio il mio amico per avermelo segnalato, perché mi permette di aprire un'analisi sulla fine – a mio avviso voluta - del socialismo in Italia e in Europa e su un suo possibile recupero, almeno sul piano intellettuale.

L'articolo si rifà a un recente convegno, organizzato da Gennaro Acquaviva della Fondazione Socialismo, dal titolo “Le idee del socialismo ci salveranno”.

Convegno a parte, Gervasoni spiega come oggi “i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti, sono in preda a una lenta eutanasia”. E sottolinea come essi retrocedano non in favore di una “destra democratica e liberale”, ma di una destra “nazionalista e populista”.

Poi, facendo un breve excursus del socialismo dall'800 ai giorni nostri, spiega come ad un certo punto, con Blair, Jospin e Schroder, ma anche con D'Alema e Veltroni (che pur socialisti non sono mai stati, ammesso che siano stati davvero comunisti, aggiungerei), il socialismo ha iniziato a “tradire sé stesso”.

Ovvero, l'articolista spiega come il tema principale dei partiti socialisti non sia più stata la lotta alle diseguaglianze, ma la promozione delle “libertà” (compresa quella di “creare nuove diseguaglianze”).

Gervasoni spiega come questo, inizialmente, abbia pagato sul piano elettorale, ma, con il tempo, quando i lavoratori e i cittadini nel loro complesso, hanno iniziato a comprendere che le politiche di questa “nuova sinistra” hanno finito per peggiorare le loro condizioni di vita, iniziarono o ad astenersi, o a rivolgere il loro voto alla destra “nazionalista populista, reazionaria e xenofoba”.

E aggiunge che, più gli elettori si spostavano verso questa destra e più i cosiddetti “socialdemocratici” diventavano centristi o rincorrevano le politiche della destra.

E cita il caso di Matteo Renzi che “da sinistra”, ha abolito l'Art. 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il riformismo è morto”, spiega Gervasoni, ma ha successo il “socialismo populista” in America Latina, che però non riesce ad affermarsi in Europa.

E conclude dicendo che, forse basterà cambiare nome al PD e al posto della “d” metterci la “s” di socialista.

L'articolo è in sé interessante, per quanto non condivisibile in alcuni punti, in particolare la conclusione. Il PD non è un partito socialista, ma un partito liberal capitalista più o meno di destra.

Ma, per capirlo e per capire come siamo arrivati a questa cosiddetta “eutanasia socialista”, occorre analizzare l'articolo nella sua interezza – come mi appresto a fare - e per farlo occorre avvalersi dell'autorevolezza di almeno due autori, dei quali ho molto scritto, in articoli e saggi: il filosofo orwelliano Jean-Claude Michéa e Pier Paolo Pasolini.

Jean-Claude Michéa, in almeno due saggi, “Il nostro nemico comune” (da me recensito qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2018/05/il-socialismo-autentico-e-originario.html) e “I misteri della sinistra” (da me recensito qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2016/02/il-socialismo-non-e-di-sinistra-parola.html), ha ottimamente spiegato il fenomeno per il quale – e non da oggi – c'è stata un'implosione in senso liberal capitalista della sinistra europea, che ha negato ogni forma di socialismo, al punto che, possiamo dirlo, autentici partiti socialisti, in Europa, non esistono pressoché più, se non di nome (escludendo i partiti socialdemocratici del premier slovacco Robert Fico e del Presidente della Repubblica slovacca Peter Pellegrini – inguistamente espulsi dal PSE, ma questo la dice lunga - e poco altro, come ho spesso spiegato).

Rifacendomi al pensiero di Michéa, scrivevo, in proposito nel mio articolo: “La sinistra, storicamente asservita alle logiche del capitale e della borghesia ed oggi in tutta Europa miglior interprete dell'avvento del capitalismo assoluto è, sin dai tempi della repressione (ordinata da governi di sinistra) della Comune di Parigi (1870) e del Movimento Spartachista guidato da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (1919), la maggiore oppositrice del socialismo originario e autentico costituito originariamente da operai e contadini, i quali finirono per allearsi ai borghesi della sinistra liberale e progressista, in un abbraccio mortale, unicamente in chiave antimonarchica e antireazionaria in particolari momenti storici (l'Affaire Dreyfus in primis, l'avvento dei fascismi ecc...).

Nel saggio “Il nostro nemico comune”, a tal proposito, Michéa rammenta che, sino al 1921, la SFIO, ovvero la Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (che darà poi origine al Partito Socialista Francese) ci teneva a precisare di essere un partito "di lotta di classe e rivoluzione" e che "né il blocco delle sinistre né il ministerialismo", condannati entrambi, "troveranno la minima possibilità di successo tra i suoi ranghi".

Ciò accadde in Francia (ove lo stesso Partito Comunista Francese si definirà "di sinistra" solo negli ultimi decenni), ma accadrà via via in tutta Europa, portando ai giorni nostri i cosiddetti "partiti socialisti", ormai abbandonata la lotta di classe e le antiche rivendicazioni portate avanti dagli aderenti alla Prima Internazionale (ricorda lo stesso Michéa che mai nel corso della loro vita Marx, Engels, Bakunin, Proudhon si definirono "di sinistra") a diventare i maggiori sostenitori dei vari Jobs Act, Loi Travail, precarizzazione del lavoro, liberalizzazioni e deregolamentazioni selvagge, austerità, distruzione dell'ambiente in nome della crescita economica, perdita delle identità attraverso la promozione del consumismo e dell'immigrazionismo ecc...

(...). “In tutto ciò sarà proprio la sinistra europea a raccogliere la bandiera del globalismo, del capitalismo assoluto e così via e ciò in nome del "progresso", della "modernizzazione", della "crescita economica" (che non è affatto infinita e illimitata, come credono i liberali della sinistra!) e sostituendo le antiche lotte di emancipazione del lavoro e del salario dei socialisti originari con riforme civili quali "il matrimonio per tutti", l'"utero in affitto" e la fecondazione assistita (con tutte le loro ricadute in termini economico-capitalistici ed utili unicamente a quelle classi sociali che, economicamente, se le possono permettere) ecc...

Non è un caso, come sottolinea Michéa, se i partiti di sinistra, in Francia e non solo, sono votati massicciamente nei quartieri ricchi e "à la page" e se il voto operaio si è via via spostato o verso l'astensione o verso l'estrema destra e se un esponente della sinistra liberale come Emmanuel Macron, uomo dei poteri finanziari, ha affermato - come riportato da Michéa medesimo nel saggio - che essere di sinistra oggi significa fare tutto ciò che è in nostro potere affinché "ogni giovane abbia voglia di diventare miliardario”.

Lo scrittore dissidente russo Eduard Limonov, altra figura della quale ho molto scritto, del resto scriveva: Perché i partiti comunisti e socialisti sono degenerati? Perché dicono le stesse cose dei liberali, hanno gli stessi obiettivi. Se i nostri nemici ideologici predicano la produttività è stupido predicare ancora più produttività”.

Invero, sono le stesse identiche analisi che il marxista Pier Paolo Pasolini fece nel testo che, il 4 novembre 1975, avrebbe dovuto leggere – se non fosse stato barbaramente ucciso due giorni prima – al Congresso del Partito Radicale.

Testo che fu comunque letto e messo agli atti e nel quale possiamo trovare queste profetiche parole, fra le tante: “(...) Io vi prospetto - in un momento di giusta euforia delle sinistre - quello che per me è il maggiore e peggiore pericolo che attende specialmente noi intellettuali nel prossimo futuro. Una nuova "trahison del clercs": una nuova accettazione; una nuova adesione; un nuovo cedimento al fatto compiuto; un nuovo regime sia pure ancora soltanto come nuova cultura e nuova qualità di vita.

Vi richiamo a quanto dicevo alla fine del paragrafo quinto: il consumismo può rendere immodificabili i nuovi rapporti sociali espressi dal nuovo modo di produzione "creando come contesto alla propria ideologia edonistica un contesto di falsa tolleranza e di falso laicismo: di falsa realizzazione, cioè, dei diritti civili".

Ora, la massa degli intellettuali che ha mutuato da voi, attraverso una marxistizzazione pragmatica di estremisti, la lotta per i diritti civili rendendola così nel proprio codice progressista, o conformismo di sinistra, altro non fa che il gioco del potere: tanto più un intellettuale progressista è fanaticamente convinto della bontà del proprio contributo alla realizzazione dei diritti civili, tanto più, in sostanza, egli accetta la funzione socialdemocratica che il potere gli impone abrogando, attraverso la realizzazione falsificata e totalizzante dei diritti civili, ogni reale alterità. Dunque tale potere si accinge di fatto ad assumere gli intellettuali progressisti come propri chierici. Ed essi hanno già dato a tale invisibile potere una invisibile adesione intascando una invisibile tessera”.

Come scrissi in un mio articolo di analisi a questo testo (leggibile qui: https://amoreeliberta.blogspot.com/2023/11/pier-paolo-pasolini-profeta-contro-il.html): “E' il Pasolini in dialogo con Pannella, ma anche critico nei confronti dei radicali che, se allora sembravano difendere i diritti di chi non sapeva di avere diritti, via via diventeranno partito del capitalismo assoluto, senza aver compreso o avendo del tutto dimenticato la lezione pasoliniana che poneva al centro la contrapposizione fra lo sfruttato e lo sfruttatore e, il Nostro, prenderà sempre le difese dello sfruttato e lo farà, forse fra i pochi intellettuali marxisti finanche del suo tempo - assieme al filosofo comunista francese Michel Clouscard - denunciando l'avvento di quel "nuovo fascismo" che nei fatti sarebbe stato il consumismo, l'edonismo, il materialismo borghese, il capitalismo assoluto”.

Ecco dunque i germi, già denunciati allora, di un sinistrismo borghese liberal capitalista (ovvero una nuova forma di destra funzionale al consumo e alla negazione dei diritti sociali, sostituendoli con effimere libertà civili, spesso appannaggio dei più ricchi), estraneo alla tradizione socialista originaria dei Proudhon, Garibaldi, Mazzini, Bakunin, Marx ed Engels, paladini della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, ma anche degli Aleksandr Herzen, socialista populista russo, amico di Mazzini e Garibaldi e populista rettamente inteso, ovvero “dalla parte del popolo e per il popolo”, come storicamente sono sempre stati tutti i socialisti delle origini.

Come dalla parte del popolo e per il popolo sono i socialisti autentici latinoamericani come Lula, Hugo Chavez, il compianto José “Pepe” Mujica, Juan Domingo ed Evita Peron e i loro eredi oggi (come la Kirchner, ingiustamente incarcerata, come Lula a suo tempo, come Correa, come la fine che avrebbero voluto fare a Bettino Craxi....) e moltissimi altri, che hanno saputo coniugare: giustizia sociale, autogestione delle imprese, economia socialista di mercato, settori chiave dell'economia saldamente nelle mani pubbliche. Come nella Cina socialista riformista, da Deng Xiaoping a Xi Jinping, ormai avviata a diventare la prima potenza mondiale e a presentarsi quale non egemone, ma cooperante ed inclusiva, a differenza degli USA, ancora fermi alla mentalità della Guerra Fredda.

Un socialismo che, volutamente, fu fatto implodere in tutta Europa a partire dal 1993, con la falsa rivoluzione di Tangentopoli; con lo snaturamento del laburismo britannico da parte del guerrafondaio liberal capitalista Blair (e oggi con Starmer); con le persecuzioni dei socialisti e dei comunisti nei Paesi dell'Est ormai passati al capitalismo assoluto, dopo la distruzione dell'URSS voluta da settori liberal capitalisti del PCUS (Jakovlev, Gorbaciov, Eltsin), non più comunisti, o mai stati comunisti...

Poi ci si stupisce se molti elettori potenzialmente socialisti si astengono o votano a destra?

Posso dire che personalmente, socialista da quando avevo 14 anni, dopo il governo D'Alema, che fece bombardare ciò che rimaneva della Jugoslavia, preferii avvicinarmi (prima di diventare un astensionista convinto, quale sono ancora oggi) ai socialisti berlusconiani. 

Conobbi e diventai amico di Gianni De Michelis e lessi con avidità gli editoriali che Bettino Craxi scriveva su “L'Avanti!”, da Hammamet, contro ogni guerra e ogni bomba ed anche quelli dell'ottimo ex Ministro del PSDI Luigi Preti. E lessi avidamente un romanzo verità di Bettino che consiglio caldamente e che spiega molte cose, “Parigi – Hammamet”, da me qui recensito: https://amoreeliberta.blogspot.com/2020/02/parigi-hammamet-il-thriller-inedito-di.html.

Ancora oggi avremmo necessità di quello spirito dialogante tipico del socialismo della Prima Repubblica, altro che armi alle autocrazie (che non fanno parte né dell'UE, né della NATO) o a chi bombarda popoli inermi in Medio Oriente!

Avremmo necessità di socialismo, ma rettamente inteso e senza equivoci liberal capitalisti e/o guerrafondai.

Un socialismo come quello di Bettino Craxi, di Giuseppe Saragat (che, come Turati, non amava affatto la parola riformista e che nel suo discorso a Palazzo Barberini, nel 1947, disse, come riporta Giuseppe Averardi in “I socialisti democratici”: “Quanto più il proletariato sarà democratico, tanto più troverà alleati, tanto più sarà forte. Oggi si pensa che l'ultima parola della saggezza politica sia il riformismo anti-democratico. Noi pensiamo invece che debba essere la democrazia anti-riformista”) di Roberto Tremelloni, di Mario Bergamo, di Luigi Mariotti, di Pietro Longo, di Hugo Chavez, di Lula, di Jeremy Corbyn e così via, come vado scrivendo da un bel po' di annetti.

Altro che aggiungere una “s” alla “d” del PD!

Occorre riannodare i fili di ciò che è stato volutamente distrutto (pensiamo anche alla tragica defenestrazione del socialista Gheddafi in Libia e a quella del laico-socialista Assad in Siria, per lasciare spazio al caos e agli islamisti...ma amici di un Occidente che il socialismo non lo ha mai amato né voluto).

Che un socialismo autentico, in Europa, possa rinascere, ci credo molto poco. Che sia presente, in molti Paesi del mondo, invece, è una realtà.

Forse perché Paesi che hanno imparato dalla loro Storia e cultura, oltre che dalle disavventure dei rispettivi popoli. E, chi impara dalla propria Storia e dall'esperienza, ha in mano il presente e futuro.

Luca Bagatin

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giovedì 29 dicembre 2022

Centenario dell'URSS e prospettive per il socialismo. Articolo di Luca Bagatin

Il 30 dicembre di quest'anno ricorre il Centenario della fondazione dell'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, guidate da Vladimir Lenin (30 dicembre 1922).

Edificata a seguito della Rivoluzione russa del 1917 e sorta dalle ceneri dell'Impero zarista, l'URSS comprendeva 15 repubbliche socialiste, sorelle fra loro.

L'URSS cessò di esistere il 26 dicembre 1991, con il concorso di Gorbaciov e Eltsin, i quali contribuirono a smantellare il socialismo nelle ormai ex Repubbliche e a svenderle alle oligarchie locali e al liberal capitalismo occidentale, nonostante il 17 marzo 1991 la stragrande maggioranza dei cittadini della Repubbliche sovietiche (77,8%) avesse espresso, con un referendum, la volontà di conservare l'URSS.

Da allora le cose andarono sempre peggio.

Nell'ottobre 1993 Eltsin fece bombardare il parlamento russo e le forze di sinistra, socialiste e comuniste, da allora – nelle ex Repubbliche sovietiche - saranno sempre o perseguitate o proibite, o – laddove non perseguitate - comunque rese minoritarie.

Non sarà infatti un caso che, nelle ex Repubbliche sovietiche, a prevalere, saranno forze di destra o estrema destra, che si imporranno anche grazie all'appoggio delle oligarchie di cui sopra e del liberal capitalismo occidentale.

Ad oggi, la ferita insanabile degli anni 1991 – 1993, è ancora aperta e possiamo vederlo nel conflitto russo-ucraino, così come, a suo tempo, lo vedemmo in Jugoslavia, a seguito dello smantellamento del socialismo. Un socialismo, quello del Maresciallo Tito, che aveva peraltro portato a unire “Slavi, cattolici, ortodossi, musulmani”, come ricordò anche il recentemente scomparso calciatore e allenatore jugoslavo Sinisa Mihajlovic.

Il socialismo, ad Est, ha sempre permesso di unire – nella giustizia e nell'emancipazione sociale – popoli spesso differenti. I nazionalismi di destra e i capitalismi, diversamente, hanno sempre soffiato sulle discordie fra i popoli, con tutte le tragedie che i conflitti fra i popoli possono portare.

Vi è da dire che certamente in URSS l'eccesso di statalismo e burocraticismo e la corsa agli armamenti, hanno fortemente indebolito – negli anni - le Repubbliche sovietiche, causando spesso malcontenti.

Lontani erano i tempi dell'originaria idea sovietica di Lenin dei consigli operai e contadini, che pur si sarebbe potuta meglio organizzare e delineare se Lenin avesse ascoltato l'anarco-comunista Nestor Machno, anziché muovergli guerra.

Il socialismo, infatti, la Storia ci insegna che trionfa solo se è unito alla libertà e dunque all'autogestione dei lavoratori e dei cittadini.

Del resto ce lo spiegarono tanto Marx e Engels quanto Proudhon, Bakunin, Mazzini e Garibaldi che, grazie ai loro insegnamenti, elaborati nell'Associazione Internazionale dei Lavoratori del 1864, contribuiranno – nel 1871 – ad ispirare la Comune di Parigi, primo governo social-comunista della Storia.

E sarà quello spirito socialista originario a ispirare tanto Lenin nel 1917 quanto la Repubblica Bavarese dei Consigli del 1918 e la Reggenza del Carnaro di Gabriele d'Anninzio e Alceste de Ambris del 1920.

Esperienze spesso brevi, ma che permettono di ricordare come il socialismo rettamente inteso punta tanto all'abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione (non certo della piccola proprietà privata, come taluni vorrebbero credere), quanto all'estinzione dello Stato, ovvero punta all'associazione fra tutti i lavoratori, i produttori, i cittadini.

Idee peraltro sviluppate successivamente - nel corso degli Anni '90 e con buon successo - nell'America Latina del Socialismo del XXI Secolo, delineata da Hugo Chavez, Fidel Castro, Lula, Evo Morales, Rafael Correa, José Mujica e i peronisti coniugi Cristina e Nestor Kirchner.

Prospettive, se vogliamo, diverse rispetto alla Cina socialista che, per sviluppare la propria economia ha, alla fine degli Anni '70, aperto al mercato, ma mantenendo saldo il controllo della comunità sull'economia, attraverso il Partito Comunista.

Ogni Paese, ad ogni modo, la Storia ci insegna, sviluppa la sua propria via al socialismo, a seconda delle condizioni storiche, sociali e culturali dei rispettivi popoli.

In conclusione, ciò che è certo, è che il socialismo – nella Storia – non è fallito, ma è fallita la sua revisione, ovvero l'abbandono della via socialista per svendere i propri popoli al liberal capitalismo assoluto (ovvero alla distruzione del controllo dell'economia da parte dei cittadini/produttori/lavoratori/fruitori), al punto che – in UE – non esistono più socialisti se non a parole. Con tutto ciò che ne consegue, ovvero con la perdita da parte dei lavoratori di molti dei loro diritti e la sottomissione dei cittadini alle regole dei mercati e del commercio.

E sono fallite quelle prospettive che a parole si sono dette socialiste, ma nei fatti hanno imposto burocraticismo e statalismo.

A fallire, più che il socialismo, è sicuramente stato il liberalismo. Come disse il grande giornalista e scrittore statunitense Hunter S. Thompson, in tal senso: “Il liberalismo ha fallito e per una buona ragione. Troppo spesso è stato compromesso dalle persone che lo rappresentavano”.

E, lo stesso Thompson, che si candidò – con il partito “Freak Power” - alle elezioni per diventare sceriffo della città di Aspen nel 1970 (perdendo per pochissimi voti contro il candidato del Partito Democratico USA) lanciò un monito: “Se il capitalismo significa che pochi ricchi si nutrono di molti poveri, allora penso che debba essere riformato o peggio”.

Forse è dunque il caso di abbandonare un po' le frivolezze e di farsi un bel ripasso dei Classici del Socialismo.

Luca Bagatin

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sabato 30 luglio 2022

I partiti marxisti del mondo si riuniscono in nome di giustizia sociale, pace e unità nella diversità. Articolo di Luca Bagatin

Il 28 luglio scorso, si è svolto, in modalità online, il Forum Internazionale dei partiti marxisti, organizzato - come ogni anno - dal Dipartimento Internazionale del Partito Comunista Cinese (PCC).

Presenti circa 300 delegati in rappresentanza di oltre 100 partiti e movimenti marxisti, provenienti da 70 Paesi.

Fra gli altri, i rappresentanti dei partiti marxisti di Cuba, Portogallo, Russia, Spagna, Ungheria e Vietnam.

Il Primo Segretario del Partito Comunista di Cuba, nonché Presidente della Repubblica caraibica, Miguel Díaz-Canel, ha affermato, fra gli altri, la necessità di un'unità fra i partiti e i movimenti comunisti nel mondo.

Ha affermato i particolare come, per i cubani, essere marxista significhi imparare sempre dalla pratica, in modo da “integrare lo sviluppo delle scienze sociali”.

Ha evidenziato che i tre compiti dei comunisti cubani siano: “la battaglia economica, l'unità e la lotta per la pace e la fermezza ideologica”.

Siamo fermamente convinti che il socialismo sia l'unica via di sviluppo per la giustizia sociale come superamento creativo del capitalismo, della sua irrazionalità insostenibile e dei valori che lo guidano”, ha aggiunto Díaz-Canel.

La realtà del mondo di oggi conferma che è sempre più necessario e urgente che i partiti marxisti si uniscano per affrontare le grandi sfide che ci attendono. Solo l'unità nella diversità assicurerà la vittoria”, ha concluso.

Il Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e Presidente della Repubblica, Xi Jinping, nella sua lettera d'apertura, ha sottolineato come “il marxismo è una teoria aperta e in continua evoluzione”. Proseguendo, ha affermato che “Solo quando è adattato alle condizioni specifiche di ogni Paese può radicarsi in un Paese e solo quando è adattato ai tempi può essere pieno di vitalità. Grazie all'ardua esplorazione e agli sforzi concertati dei partiti politici marxisti di tutti i Paesi, il marxismo nel 21° secolo ha costantemente aperto nuovi orizzonti, fatto nuovi passi avanti e rivelato una vitalità crescente e fresca”.

In questo senso, Xi Jinping, ha fatto presente come “Il PCC si attiene all'adattamento dei principi di base del marxismo alle realtà specifiche della Cina e alla raffinata cultura tradizionale cinese, adattando costantemente il marxismo alle condizioni nazionali e ai tempi della Cina e avanzando incrollabilmente sulla strada del socialismo con caratteristiche cinesi”.

Il Presidente Xi Jinping ha sottolineato come il mondo di oggi “sta vivendo cambiamenti accelerati mai visti in un secolo e l'umanità si trova di nuovo a un bivio nella Storia”. In tale contesto, ha affermato che “Il PCC è pronto a rafforzare gli scambi e il dialogo con i partiti politici marxisti in altri Paesi, tenere presenti le rispettive condizioni nazionali, cogliere il polso dei tempi e continuare ad arricchire e sviluppare il marxismo”.

Possiamo dire senza dubbio che, i movimenti socialisti autentici, quelli che si rifanno agli insegnamenti di Marx, Engels e Lenin e che, dal 1848 ad oggi, hanno illuminato la strada del proletariato, non sono affatto defunti, come qualcuno, nei Paesi liberal-capitalisti, laddove la sinistra è praticamente scomparsa o si è camuffata, tenderebbe a voler pensare o credere.

Luca Bagatin

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lunedì 29 novembre 2021

Friedrich Engels compie 201 anni. Articolo di Luca Bagatin

A 201 anni dalla morte, Friedrich Engels, filosofo che con Karl Marx pose le basi per il socialismo scientifico, viene ancora oggi ricordato e celebrato in tutto il mondo.

Nato a Barmen, in Germania, il 28 novembre 1920 in una benestante famiglia di imprenditori tessili, con stabilimenti sia in Prussia che in Inghilterra, Engels disconobbe presto le sue origini alto borghesi e entrò in rotta con il padre.

Nel 1845 scrisse uno dei suoi saggi più interessanti, ovvero “La situazione della classe operaia in Inghilterra”, descrivendo le orribili condizioni nella quale vessava il proletariato britannico della sua epoca.

Egli stesso si fidanzerà con una operaia irlandese, Mary Burns e i due sceglieranno di non sposarsi mai, in quanto consideravano l'istituzione del matrimonio un mero contratto borghese.

Fra i fondatori, con Marx, ma anche con Mazzini, Garibaldi, Bakunin e Proudhon, dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, nel 1864, fu già autore, con lo stesso Marx, nel 1848, del “Manifesto del Partito Comunista”, testo che gettò le basi del primo movimento operaio internazionale della Storia e della successive rivoluzioni proletarie e socialiste.

In Italia fu fervente sostenitore delle imprese militari del nostro Giuseppe Garibaldi e ebbe rapporti epistolari con Filippo Turati, padre del socialismo italiano.

In questi giorni il compleanno di Elgens è stato celebrato dai Partiti Comunisti di tutto il mondo.

Il 28 novembre, in particolare, a Mosca, il partito “Comunisti di Russia”, il Partito Comunista della Repubblica del Kazakistan, il Partito Comunista Unito e numerosi altri partiti comunisti russi, hanno celebrato e deposto garofani rossi presso il monumento a lui dedicato.

I comunisti russi hanno ricordato come Engels e Marx abbiano gettato le basi per una teoria economica e filosofica che, in Russia, si è realizzata attraverso l'opera di Lenin e Stalin, portando al potere i proletari, liberando il Paese dalla fame, dallo sfruttamento, dall'analfabetismo prima e, successivamente, facendo crollare il nazifascismo nel 1945 e, successivamente, il sistema coloniale in gran parte del mondo.

I comunisti russi hanno ricordato come nella Russia capitalista di oggi molti non conoscono e non comprendono le conquiste socialiste ottenute dai loro antenati, le quali hanno vinto sulla povertà e sulla disoccupazione, garantendo il diritto al lavoro sindacalizzato, alla pensione, all'istruzione pubblica e ad una sanità di alta qualità.

Luca Bagatin

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giovedì 22 luglio 2021

Errico Malatesta, anarchia e lotta ad ogni oppressione. Articolo di Luca Bagatin

Il 22 luglio 1932 moriva a Roma - a quasi 80 anni - Errico Malatesta, padre del pensiero anarchico italiano.

Nato a Santa Maria Capua Vetere nel 1853, Malatesta si avvicinò giovanissimo al pensiero di Giuseppe Mazzini e alle idee repubblicane.

Già quindicenne, nel 1868, venne convocato dalla questura di Napoli, a causa di una lettera ritenuta sovversiva, indirizzata al Re Vittorio Emanuele II.

Fu arrestato la prima volta nel 1870 a seguito di una sommossa studentesca repubblicana, ma, dopo la Comune di Parigi del 1871, abbandonerà le idee mazziniane per abbracciare quella anarchiche.

Fu in quell'anno che si iscrisse alla federazione napoletana dell'Associazione Internazionale dei Lavoratori, organizzazione fondata nel 1864 con il contributo non solo di Mazzini e Garibaldi, ma anche di Marx, Engels, Bakunin e Proudhon.

Divenne pertanto amico degli anarchici russi Michail Bakunin e Petr Kropotkin e, nel 1875, fu iniziato in Massoneria a Napoli, ove, come lo stesso Bakunin e Proudhon, già precedentemente iniziati, diffonderà gli ideali socialisti e anarchici. Uscirà ad ogni modo dalla Massoneria l'anno successivo, in polemica con la sua loggia, in quanto questa organizzò un ricevimento d'onore per il neo Ministro dell'Interno Giovanni Nicotera.

Malatesta fu successivamente eslue in Argentina, ove entrò in contatto con il Circolo Comunista Anarchico e pubblicò il suo saggio “La Questione Sociale”.

Nel 1887 contribuì peraltro a far nascere il primo sindacato argentino, quello dei fornai.

Negli Anni '90 dell'800 tenne comizi in Spagna e in Francia, ove affascinò Maria Sofia di Borbone, detta “La Regina degli Anarchici”.

Nel 1897 fu in Italia, ove fondò il giornale “L'Agitazione”. Subì nuovamente arresti e condanne, prima di diffondere gli ideali anarchici in Gran Bretagna.

Nel 1919 tornò in Italia e riorganizzò l'Unione Anarchica Italiana, sostenne gli Arditi del Popolo (prima organizzazione paramilitare antifascista anarchica, socialista e comunista, fondata da ex combattenti della Grande Guerra) e appoggiò l'impresa d'annunziana di Fiume.

Nel 1920 diresse il quotidiano anarchico “Umanità Nuova” e fu successivamente arrestato e recluso, a Milano, nel carcere di San Vittore, iniziando un lungo sciopero della fame che lo debilitò profondamente.

“Umanità Nuova” fu chiuso, nel 1922, dai fascisti e Malatesta condannò sempre il regime mussoliniano e i suoi atti di violenza indiscriminati, giungendo a scrivere: “Qualunque sia la barbarie degli altri, spetta a noi anarchici, a noi tutti uomini di progresso, il mantenere la lotta nei limiti dell'umanità, vale a dire non fare mai, in materia di violenza, più di quello che è strettamente necessario per difendere la nostra libertà e per assicurare la vittoria della causa nostra, che è la causa del bene di tutti”.

Nonosante il regime, la censura e l'età avanzata, il Nostro, riuscì comunque a proseguire nella sua attività di propaganda sovversiva, giungendo a pubblicare il giornale clandestino “Pensiero e Volontà”.

Le sua condizioni di salute si aggravarono nel 1932 e morì il 22 luglio di broncopolmonite.

La stampa di regime ignorò totalmente la sua morte.

E' attualmente sepolto al Cimitero del Verano di Roma.

Errico Malatesta, nel suo Programma Anarchico del 1919 scrisse: “Noi vogliamo dunque abolire radicalmente la dominazione e lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, noi vogliamo che gli uomini affratellati da una solidarietà cosciente e voluta cooperino tutti volontariamente al benessere di tutti; noi vogliamo che la società sia costituita allo scopo di fornire a tutti gli esseri umani i mezzi per raggiungere il massimo benessere possibile, il massimo possibile sviluppo morale e materiale; noi vogliamo per tutti pane, libertà, amore, scienza”.

Questo il senso del suo testamento politico, valido in ogni epoca e in ogni Paese che voglia combattere l'oppressione dello sfruttamento economico e sociale.

Da sottolineare che, nel pensiero anarchico e di Malatesta nella fattispecie, la libertà non può ritenersi assoluta, ma deve essere limitata dal principio della solidarietà e dell'amore verso gli altri.

Luca Bagatin

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domenica 4 luglio 2021

Nato il 4 luglio. Giuseppe Garibaldi, l'amico degli umili e dei popoli. Articolo di Luca Bagatin

La figura di Giuseppe Garibaldi (1807 - 1882) è ancora oggi poco conosciuta, in quanto poco studiata ed approfondita, specie attraverso gli scritti di coloro i quali vissero e combatterono con lui e ne descrissero le gesta. Prima fra tutti la biografa e giornalista, oltre che patriota Jessie White Mario (1832 – 1906), le cui opere dell'epoca non risultano più essere state di recente ripubblicate.

Purtroppo sulla figura di Garibaldi, salvo gli storici contemporanei Denis Mack Smith e Aldo A. Mola, pochi sono coloro i quali hanno scritto del Generale in modo obiettivo, senza livore complottistico ed antirisorgimentale tipico di coloro i quali hanno preferito seguire certa storiografia clericale, anziché la realtà storica e le gesta dell'Eroe senza macchia, che visse e morì povero, senza onori, che peraltro rifiutò.

Giuseppe Garibaldi fu fra i fondatori, con Mazzini, Marx, Engels e Bakunin, della Prima Internazionale dei Lavoratori (1864) e questo certa storiografia preferisce dimenticarlo, forse perché il Generale fu socialista libertario, sansimoniano e umanitario. E Friedrich Engels (1820 - 1895), grande sostenitore dell'impresa dei Mille (1860), ebbe sempre per lui parole di stima, come quando, a proposito di tale azione militare, scrisse: “Garibaldi ha dimostrato di essere non soltanto un capo coraggioso, ma anche un generale dotato di una buona preparazione scientifica. L'attacco aperto a una catena di forti costieri è un'impresa che richiede non soltanto talento militare, ma anche scienza militare”.

Pochi sanno che il Generale Giuseppe Garibaldi scrisse peraltro due romanzi, ripubblicati nel 2006 dalla casa editrice Kaos, ovvero “Cantoni il volontario” e “Il governo dei preti”, entrambi pubblicati per la prima volta nel 1870, prima della Breccia di Porta Pia. Scrive in proposito il prof. Giorgio Galli nella prefazione ad uno dei romanzi di Garibaldi, ovvero “Cantoni il volontario”, riedito dalla casa editrice Kaos nel 2006: “Tra le righe di “Cantoni il volontario”, così come del “Governo dei preti”, si possono leggere i tratti del profilo di Garibaldi. Socialista libertario ingenuo ma non incolto, generale guerrigliero ma non militarista né guerrafondaio, eroe popolare vittorioso ma schivo, anticlericale eppure non insensibile alla fede e alla spiritualità. Solidale con le condizioni delle classi subalterne, rispettoso della figura e del ruolo della donna, cosmpolita e terzomondista ante litteram, perfino dotato di una sensibilità ambientalista (…)”.

Ritango che tale descrizione fatta dal prof. Galli sia davvero emblematica e riassuntiva del personaggio che fu eroe di tutte le cause – dall'America Latina all'Italia – d'emancipazione popolare e sociale.

Eroe che richiese sempre precisi impegni ai suoi interlocutori e, non a caso, rifiutò di combattere a fianco dei nordisti nella Guerra Civile Americana o Guerra di Secessione Americana (1861 – 1865) in quanto Lincoln non prese mai un impegni pubblico per l'abolizione della schiavitù.

Fu amante dell'ambiente e degli animali, tanto che fondò l'Ente Nazionale Protezione Animali (ENPA) tutt'oggi attivo. Fu ingenuo, certo, in quanto si fidò del Re e di Casa Savoia pur di fare l'Italia.

Un'Italia che però non nacque come egli e Mazzini auspicavano: onesta, laica, indipendente, sovrana. Ma corrotta e ben presto clericale, al punto che Garibaldi – coerentemente con i suoi principi e le sue idee – il 27 settembre 1880 si dimise da deputato al Parlamento scrivendo sul giornale “La Capitale” di non voler essere “tra i legislatori di un Paese dove la libertà è calpastata e la legge non serve nella sua applicazione che a garantire la libertà ai gesuiti ed ai nemici dell'unità d'Italia. Tutt'altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa, miserabile all'interno e umiliata all'estero”. Dopo di ciò il Generale tornò nella sua Caprera a fare il mestiere di sempre, ovvero l'agricoltore.

Garibaldi fu massone e teosofo e lo rimase per tutta la vita nel suo cuore, anche allorquando, in polemica con i massoni della sua epoca assai poco massoni, si dimise da ogni carica. Ricoprì la carica di Gran Maestro dell'Umanità (mai data a nessun altro massone) e, in Italia, la carica di Gran Maestro del Grande Oriente d'Italia e fu il primo ad iniziare le donne in Massoneria, iniziando, pare, anche l'occultista russa Helena Petrovna Blavatsky (1831 - 1891), fondatrice della Società Teosofica e che fu sempre una sua sostenitrice, anche durante la battaglia di Mentana (1867) alla quale prese parte.

Molte cose potrebbero essere dette su Garibaldi, come sui suoi amori. Il più grande fu quello per la rivoluzionaria brasiliana Anita, ovvero per Ana Maria de Jesus Ribeiro da Silva (1821 - 1849), la quale combattè al suo fianco sia in America Latina che in Italia, in particolare durante la Repubblica Romana (1849), ove morì poco dopo a causa della malaria a soli 28 anni.

Giuseppe Garibaldi è e rimane una figura centrale nel panorama non solo risorgimentale, ma anche degli Eroi di tutti i tempi. Giuseppe Garibaldi fu infatti prima di tutto l'amico degli uomini e dei popoli per eccellenza e, come al conte Alessandro Cagliostro, sembrò toccare la stessa sorte: amato dagli umili, vilipeso da coloro i quali erano e sono in malafede.

Ma ciò non può toccare il cuore di coloro i quali ricercano, intimamente, il bene dell'umanità e credono nel valore dell'amore e della fratellanza universale. Senza distinzioni.

Luca Bagatin

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mercoledì 2 giugno 2021

Convegno mondiale dei partiti comunisti organizzato dalla Cina per rilanciare il socialismo. Articolo di Luca Bagatin

La Cina, ormai potenza mondiale economica, non a caso è fra le più attaccate dagli Stati Uniti d'America, che hanno perso gran parte del proprio primato mondiale.

Assistiamo, dunque, a un nuovo anacronistico scenario da Guerra Fredda, che non fa bene a nessuno.

Non fa bene ai popoli del mondo in primis, che stanno da poco uscendo da una pandemia senza precedenti e ancora tutt'altro che emancipati socialmente, economicamente e culturalmente.

Il Partito Comunista Cinese ha organizzato – il 28 maggio scorso – un convegno mondiale online dei partiti politici comunisti (World Symposium for Marxist Political Parties), al quale sono intervenuti i leader di 58 partiti marxisti-leninisti provenienti dalle vare aree del pianeta.

Fra i presenti vale la pena ricordare i rappresentanti del Partito Comunista di Cuba, del Vietnam, quello del Sudafrica, del Nepal, degli USA e il Partito Comunista della Federazione Russa.

Al convegno è intervenuto anche il Segretario Generale del PCC, oltre che Presidente della Repubblica Popolare Cinese, Xi Jinping, il quale ha sottolineato come il marxismo sia “pieno di vitalità nella Cina del XXI secolo” e come esso sia “teoria scientifica che rivela i modelli alla base dello sviluppo della società umana”, rappresentando “il formidabile strumento teorico che usiamo per capire il mondo ed effettuare il cambiamento”.

Il Presidente Xi – invitando a “unirci e opporci insieme alla nuova Guerra Fredda” in quanto “il mondo vuole giustizia, non egemonia”, ha altresì sottolineato come sia necessaria una collaborazione fra tutti i partiti comunisti del mondo, secondo i principi di “indipendenza, uguaglianza, rispetto reciproco e non ingerenza negli affari interni altrui”.

Anche il responsabile delle relazioni internazionali del Comitato Centrale del PCC, Song Tao, ha messo in allerta i presenti sui rischi di una nuova Guerra Fredda, iniziata dagli USA e a cui anche l'UE sembra volersi appiattire.

Song Tao ha fatto presente come il socialismo, in Cina, abbia avuto successo, ricordando che “nei 70 anni sotto la guida del Partito Comunista Cinese, una media di oltre 10 milioni di persone ogni anno sono state sollevate dalla povertà”.

Prendendo la parola, il Primo Segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, Gennady Zjuganov, ha affermato che “la Cina continua a sviluppare creativamente il marxismo-leninismo, imparando dai nostri errori durante il periodo dell’Unione Sovietica” e che “il mondo ha bisogno di cambiamenti radicali e le persone di tutti i Paesi hanno bisogno di un ordine e di un sistema internazionali nuovi di zecca”.

Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, gli USA hanno rafforzato la loro egemonia, ma con l’ascesa della Cina sulla scena internazionale, l’imperialismo statunitense sta gradualmente scomparendo”, ha fatto presente il rappresentante del Partito Comunista del Cile, partito piuttosto favorito nei sondaggi alle prossime elezioni presidenziali nel Paese latinoamericano.

Interessante e conclusivo l'intervento dell presidente di Vatan Partiti, ovvero il Partito Patriottico turco (nazionalista di sinistra), Dogu Perinçek, il quale ha sottolineato come “è solo con il XX secolo che il socialismo scientifico ha abbracciato l’intera umanità e il fulcro della rivoluzione si è spostato verso le nazioni oppresse” e come sia importante la lotta degli Stati nazionali contro l'imperialismo.

Il comunismo, dunque, è tutt'altro che morto. Non è nemmeno più “uno Spettro che si aggira per l'Europa”, come scrissero Marx ed Engels, all'inizo del loro celebre “Manifesto del partito comunista”, ma un rinnovato movimento mondiale che, ancora oggi, rappresenta milioni di nuovi proletari. Alternativi a quel liberal-capitalismo che ogni cosa vorrebbe mettere in vendita. Persino la vita delle persone.

Luca Bagatin

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martedì 29 maggio 2018

Una alternativa socialista, populista e democratica all'Unione Europea dei mercati. Articolo di Luca Bagatin

Non ci vuole certo uno storico per capire che questa Europa non è affatto l'Europa dei popoli fratelli sognata e auspicata da Mazzini e Garibaldi, due esponenti che, pur fra varie divisioni, contribuirono, assieme a Bakunin, Proudhon, Marx ed Engels, a dar vita alla Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864.
Quell'idea di Europa, che era anche l'idea del Presidente francese Charles De Gaulle, oltre che del socialista Bettino Craxi, ovvero sovrana, sociale, onesta e affratellata è stata spazzata via, prima dai nazifascismi e successivamente dai liberal-capitalismi che ci hanno regalato una Unione Europea che, lungi dal rispondere ai bisogni dei popoli e dei poveri, risponde ai mercati, agli spread, alle multinazionali, agli investitori, al Fondo Monetario Internazionale.
Ed ecco che i seguaci dell'UE, questi europeisti in reatà unicamente liberal-capitalisti, agitano a sproposito il rischio "populista", non ricordando o volutamente non volendo far ricordare che - storicamente e nei fatti - il populismo fu, dall'800 ad oggi, in Russia come negli Stati Uniti d'America e in Europa, un movimento di ispirazione contadina, operaia, popolare, socialista originaria e autentica, così come ricordano anche i saggi di Alain De Benoist e Jean-Claude Michéa, che ho peraltro a lungo recensito ed argomentato in vari articoli (http://amoreeliberta.blogspot.com/2017/08/populismo-lultimo-saggio-di-alain-de.html - http://amoreeliberta.blogspot.com/2018/05/il-socialismo-autentico-e-originario.html).
I popoli ed i poveri, dunque, non si riconoscono più in questa Unione Europea per il semplice fatto che essa è lontana e finanche opposta ai loro bisogni. E lo è perché ha aggravato la crisi, perché la disoccupazione è dilagante, perché incoraggia una immigrazione che si tramuta in sfruttamento ed insicurezza, perché i governi liberal-capitalisti (quello Macron in testa) stanno distruggendo quei pochi servizi pubblici e quei pochi diritti sociali che ancora esistono.
Non rendersene conto è semplicemente miope. Così come è miope non rendersi conto che i popoli ed i poveri vogliono semplicemente una cosa: più democrazia. A loro non interessa più una sedicente idea di libertà sbandierata negli Anni '90, che, con la caduta del comunismo ha reso ad Est ricchi solo pochi oligarchi e ad Ovest ha permesso di raccogliere la ricchezza nelle mani di pochi e ha garantito - ad Est come ad Ovest - la totale perdita di sovranità nazionale degli Stati. Ai popoli ed ai poveri interessa, finalmente, decidere il proprio destino.
L'Unione Europea ed i politici che la sostengono sembrano non rendersene conto. Così come sono sordi di fronte ad ogni apertura alla Russia che, con la Siria, è attualmente l'unico baluardo contro il terrorismo islamico.
I sogni di Mazzini, Garibaldi, Bakunin, Proudhon, Marx, Engels, sembrano invece essersi avverati piuttosto nell'America Latina socialista che resiste. E lo fa democraticamente, ascoltando il popolo e facendolo partecipare direttamente ai processi economico-sociali, a Cuba, in Venezuela, in Bolivia, in Uruguay, e ciò nonostante l'opposizione di Washinghton, che non può accettare che un popolo possa decidere per sè e rifiutare le logiche del Fondo Monetario Internazionale.
E così dovrebbe e potrebbe fare l'Africa, grazie ai numerosi gruppi panafricani che si rifanno alle idee socialiste e democratiche di Sankara, Gheddafi, Lumumba, Nkrumah, Samora Machel, Mandela e molti altri, che hanno sacrificato la loro vita per i rispettivi popoli, uscendo dalla logica del profitto.
Uscire dalla logica del profitto. Chiedere democrazia diretta. Uscire dalla logica del capitale e raggiungere la logica del cuore. La logica dell'amore, ovvero dell'unica vera libertà.

Luca Bagatin

giovedì 12 ottobre 2017

La Prima Internazionale contro il totalitarismo liberale: per un ritorno al socialismo originario, né a destra né a sinistra. Per l'autogoverno e l'autogestione.


Per un ritorno al socialismo delle origini: né a destra, né a sinistra. Per l'autogoverno e l'autogestione. Articolo di Luca Bagatin del 10 marzo 2016

Il termine socialismo è spesso frainteso ed equivocato, specie da coloro i quali pretendono di collocarlo a “sinistra”, ma talvolta anche a “destra” dell'agone politico, allorquando, invece, i socialisti delle origini, primo fra tutti quel Pierre Leroux (1797 - 1871) – ex carbonaro, operaio tipografo e filosofo francese – che ideò il termine ed il concetto di Socialismo, mai si definirono di sinistra.
Va peraltro detto che il socialismo non è comunismo marxista, per quanto nella Prima Internazionale dei Lavoratori si trovarono a dialogare tanto socialisti, quanto marxisti, ma anche anarchici, mazziniani, repubblicani e garibaldini.
Pierre Leroux, ovvero l'ideatore del termine “socialismo”, lungi dal proporre una dottrina economica statalista o, peggio ancora, mercantilista, proponeva una società fondata sull'autogoverno e l'autogestione. Una visione non dissimile da quella degli anarchici Bakunin e Proudhon, oltre che per nulla lontana dalla visione di Giuseppe Mazzini dell'associazionismo repubblicano e operaio fondato sul concetto di “capitale e lavoro nelle stesse mani”.
Concetti tutt'altro che antichi, ma che si sono perduti in nome da una parte del trionfo del capitalismo mercantilista e liberale ad Ovest e dall'altra dal trionfo, ad Est, del capitalismo di Stato ovvero del comunismo stalinista e sovietico.
Una visione, quella socialista delle origini, che filosofi contemporanei quali Jean-Claude Michéa e Alain De Benoist, definiscono tutt'altro che di sinistra. E ciò in quanto il concetto di “sinistra” trae origine dalla Rivoluzione Francese, ovvero da una rivoluzione borghese e illuministico/modernista, fatta dai borghesi e per i borghesi ed ove il popolo, quello che definiremmo proletariato e/o sottoproletariato, fu tenuto ai margini.
E così, infatti, né Pierre Leroux, né Marx, Engels, Proudhon, Bakunin e Mazzini, mai si sono definiti di sinistra e certamente non di destra, ma sempre dalla parte dei lavoratori e degli oppressi.
Su queste basi, infatti, fu fondata la Prima Internazionale dei Lavoratori nel 1864, ovvero il primo tentativo ove ideali ed elaborazioni diverse, ma con un medesimo fine, tentavano di coesistere.
Senza farla troppo lunga e senza passare per la crisi della Prima Internazionale e tutto il Novecento, osserviamo, con Michéa e De Benoist, la forte crisi del socialismo europeo che, da difensore dei lavoratori e dei più deboli è progressivamente diventato il difensore dei borghesi, dei capitalisti e dei banchieri, oltre che delle élite sovranazionali come gli Stati Uniti d'America e le politiche nefaste della Federal Reserve.
Se escludiamo il caso di Bettino Craxi, messo in croce proprio per essersi opposto più volte alle politiche imperialiste e di ingerenza degli USA in Italia, oltre che per aver finanziato movimenti di liberazione nazionale quali l'OLP e per essersi opposto, in Italia, alle privatizzazioni selvagge, abbiamo visto come, dagli Anni '90 in poi, da Blair sino a Hollande, Renzi e Schulz, questi abbiano seguito pedissequamente gli ordini ed il volere degli Stati Uniti d'America, del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Centrale Europea e delle élite finanziarie a tutto scapito dei loro stessi popoli, oltre che del popolo libico, iracheno e siriano, barbaramente bombardati in nome di guerre di presunta esportazione della democrazia.
Non possono costoro, questi “liberal”, ovvero questi “fighetti di sinistra”, dirsi eredi del socialismo. Costoro sono infatti conseguenti alla loro estrazione sociale, ovvero alla borghesia progressista e modernista e dunque servi delle politiche keynesiane, stataliste e da sempre in favore della media borghesia e non dei meno abbienti. Costoro, ovvero i vari Blair (che, come abbiamo scritto altre volte, andrebbe incriminato per crimini contro l'umanità, assieme a Bush e Obama, per la sua barbarica politica estera), Hollande, Strauss-Kahn e compagnia, sono infatti dalla parte del trionfo del capitalismo assoluto.
Il socialismo autentico e delle origini, che per moltissimi versi fu seguito da statisti del calibro di Bettino Craxi, Juan Domingo Peron, Hugo Chavez, Gamal Abdel Nasser, Mu'Ammar Gheddafi, Bashar-Al-Assad e da tempo da pressoché tutti i leader dell'America Latina degli ultimi quindici anni da Evo Morales a José Mujica, è di fatto anticapitalismo e politica della derescita. Visione al contempo nazionalista, sovranista, libertaria e spiritual-sentimentale della società. Una visione di società o, meglio, di civiltà, che punti e guardi all'autogestione, al dono (come insegnò l'antropologo socialista Marcel Mauss) ed alla condivisione e che, nell'insegnamento di Serge Latouche, liberi la società occidentale dalla dimensione economicista, classista e capitalista.
Solo su queste basi può essere rifondato il socialismo. Una prospettiva che, nell'ambito del mio pensatoio (anti)politico e (contro)culturale “Amore e Libertà” (www.amoreeliberta.altervista.orgwww.amoreelberta.blogspot.it), mi piace definire di “estremo centro”, perché al centro vi è l'essere umano e non ci si può non collocare, in maniera estrema, dalla parte dell'essere umano al quale vanno forniti gli strumenti materiali ed intellettuali per potersi autogestire ed autogovernare in maniera libera ed indipendente. Senza ingerenze straniere.

Luca Bagatin

giovedì 16 marzo 2017

Il populismo è politica dal basso, così come il socialismo che ne è sinonimo. Articolo di Luca Bagatin

Da tempo si sente parlare a sproposito ed in termini spregiativi - in Europa e nella sola Europa - del termine “populista”.
Il termine populista deriva semplicemente dall'omonimo movimento politico ed intellettuale russo sorto alla metà del XIX secolo a tutela e per l'emancipazione dei contadini e dei servi della gleba sulla base di un programma socialista e comunitario.
Ispiratosi al populismo russo sorgerà, sul finire dell'800, negli Stati Uniti d'America, il Populist Party, ovvero il Partito del Popolo, a rappresentanza delle classi contadine, operaie e meno abbienti, che proponeva la nazionalizzazione dei mezzi di comunicazione, l'elezione popolare diretta ed era in generale ostile alle élite ed al sistema bancario.
Ancora oggi, infatti, nelle Americhe, il termine populista è e rimane un termine ed un concetto positivo (pensiamo all'emancipazione sociale e civile portata avanti da Evita e Juan Domingo Peron e da Hugo Chavez, ingiustamente denigrati in Europa, senza che se ne conosca o approfondisca la vicenda umana e politica e così da José “Pepe” Mujica e dai tanti Presidenti latinoamericani di ispirazione populista democraticamente eletti in questo secolo), che solo i mezzi di comunicazione europei sembrano aver stravolto, accostandolo a fenomeni che nulla c'entrano con esso.
Ricordiamo - come peraltro già fatto in altri articoli (http://amoreeliberta.blogspot.it/2017/02/la-differenza-abissale-fra-il.html) - che populisti furono i socialisti, gli anarchici ed i repubblicani dell'800 (Pierre Leroux, Michail Bakinun, Pierre-Joseph Proudhon, Karlo Marx, Friedrich Engels, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi) che daranno vita, nel 1864, alla Prima Internazionale dei Lavoratori, in quanto sostenitori di una politica di popolo ed in favore del popolo.
Oggi, a ricordarci la positività e l'esigenza di una politica populista, ovvero di una politica dal basso, intellettuali contemporanei quali il sociologo statunitense Christopher Lasch (1932 – 1994), il quale affermò in una intervista “Se proprio devo essere classificato con una etichetta, non usate le vecchie categorie, dato che non sono né di destra né di sinistra: chiamatemi populista”. Ed il prof. Lasch abbandonò il pensiero “liberal” negli Anni '70, in quanto rilevò come i programmi di emancipazione sessuale e femminile di quegli anni spostassero semplicemente l'autorità dalla famiglia ai mass-media, il cui scopo era semplicemente trasformare gli individui in consumatori. Ecco dunque la critica di Lasch alla destra ed alla sinistra, sostenitrici della crescita economica illimitata e dei consumi materiali in luogo dell'autentico senso di libertà, emancipazione e di comunità/fratellanza delle persone. La medesima critica la pongono peraltro filosofi quali Jean-Claude Michéa (di cui parlai già nei seguenti articoli http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/02/il-socialismo-non-e-di-sinistra-parola.htmlhttp://amoreeliberta.blogspot.it/2016/02/il-vicolo-cieco-delleconomia-articolo.html), il quale pone una forte critica al liberalismo, reo di aver sostanzialmente messo in vendita ogni rapporto sociale, politico e umano in nome dell'incultura del piacere, del desiderio e del consumo e proponendo, quale alternativa, una società populista e socialista che superi capitalismo e modernismo, che guardi ad un'economia basata sul dono, il senso civico e l'aiuto reciproco. Infine Alain De Benoist, il quale sostiene che il populismo supera la vecchia contrapposizione orizzontale destra-sinistra e propone una contrapposizione verticale: il popolo contro le élite, ovvero le persone ordinarie che stanno in basso, contro i privilegiati che stanno in alto.
I media europei sembrano purtroppo lasciare poco spazio a queste riflessioni e ad intellettuali di questo calibro che, ad ogni modo, hanno fotogratato, molto meglio di altri, la situazione di profonda crisi politica, umana, economica e civile nella quale oggi ci troviamo ed hanno individuato possibili alternative dal basso. Così come peraltro già fecero, in tempi non sospetti, altri due intellettuali assai poco ascoltati: Michel Clouscard (1928 – 2009) e Pier Paolo Pasolini (1922 - 1975).

Luca Bagatin

giovedì 4 febbraio 2016

Il socialismo non è di sinistra: parola di Jean-Claude Michéa. Articolo di Luca Bagatin


In molti avranno notato da tempo come la cosiddetta sinistra, sia italiana che europea, abbia abbracciato in toto la società di mercato, il capitalismo, la globalizzazione, il totale asservimento alle logiche dell'alta finanza, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Tutti aspetti che, il socialismo di un tempo, mai avrebbe accettato, dichiarando apertamente che il capitalismo andava superato in nome della socializzazione dei mezzi di produzione da parte della classe operaia e del proletariato.

Oggi, peraltro, per quanto la classe operaia ed il proletariato siano mutati, assistiamo comunque alla presenza di un precariato diffuso in tutte le fascie d'età, ad una disoccupazione in aumento e endemica, a situazioni di nuove povertà che certo la sinistra italiana ed europea non tutelano. Anzi, sembrano addirittura incoraggiare il cosmopolitismo e la ricerca di una fantomatica “fortuna” all'estero.

Coloro i quali, in sostanza, credono ancora in una società libera ed egualitaria, ovvero in una prospettiva socialista, possono ancora definirsi “di sinistra” ?

La risposta è chiaramente no e ce la fornisce chiaramente l'ultimo saggio del filosofo orwelliano Jean-Claude Michéa, pubblicato in Italia da Neri Pozza e dall'emblematico titolo (che richiama alla memoria il celebre romanzo dello scrittore socialista Eugène Sue “I misteri di Parigi”), “I misteri della sinistra”.

Jean-Claude Michéa, filosofo francese con un passato nel Partito Comunista Francese e da tempo lontano da ogni appartenenza partitica, rileva innanzitutto – in Francia come altrove – la totale similitudine programmatica delle forze di destra e di sinistra, unite entrambe dai comuni valori del liberalismo capitalista, ovvero dell'egoismo sociale e del modernismo. Parlando in particolare della sinistra, Michéa rileva come questa abbia abbracciato in toto tesi capitaliste e progressiste, evidenziando come il concetto di “socialismo” e di “sinistra” non abbiano nulla in comune fra loro e a sostegno di ciò egli rammenta come Marx ed Engels, fondatori del socialismo scientifico, oltre che Proudhon e Bakunin, rappresentanti del mondo anarchico, non si siano mai definiti uomini “di sinistra”, ma anzi, lungi dal voler fondare un partito elettoralistico, si siano sempre tenuti lontani dalla sinistra parlamentare rappresentata dai liberal-progressisti borghesi e bottegai, che spesso hanno ostacolato il socialismo francese attraverso sanguinose repressioni, la principale delle quali quella condotta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi del 1871.

La gran parte dei socialisti e degli anarchici dell'800, difensori dei diritti degli operai e dei proletari, in sostanza, si sarebbe guardata molto bene dal sostenere una fantomatica “unione delle forze di sinistra e progressiste”, scendendo così a compromessi con la borghesia sfruttatrice loro carnefice, che pur si contrapponeva alla destra reazionaria e clericale.

Jean-Claude Michéa
Da notare peraltro che anche l'Italia ebbe il suo Thiers in Francesco Crispi, in quale, tradendo la causa mazziniana e garibaldina operaista, diverrà – dai banchi della Sinistra Storica, sostenitore della causa monarchica e successivamente dell'imperialismo italiano bellicista in Africa e della repressione dei moti operai e socialisti in Sicilia, ovvero i cosiddetti Fasci siciliani.

Jean-Claude Michéa spiega che fu solo nel quadro del contesto del'affaire Dreyfus e solo di fronte alla minaccia di un colpo di stato di stampo monarchico, clericale e reazionario, che i settori operaisti e socialisti rappresentati nel parlamento francese accetteranno un compromesso - detto di “difesa repubblicana” - con i loro avversari della sinistra parlamentare. Compromesso che, purtroppo, non sarà temporeneo e segnerà – come ricorda Michéa – l'atto di costituzione della sinistra moderna, ovvero lo snaturamento e la dissoluzione del socialismo operaista e popolare originario, che si trasformerà in indistinto progressismo e via via nella supina accettazione delle regole del libero mercato, a scapito degli operai medesimi e dei meno abbienti e a tutto vantaggio della cosiddetta “crescita economica illimitata” e del “progresso materiale illimitato”, ovvero dell'industrializzazione ad oltranza, con i conseguenti effetti e danni collaterali nei confronti dell'ecologia.

La visione progressista della sinistra e dei liberali come Adam Smith, con il loro disprezzo per tutto ciò che è “piccolo” e “arcaico”, porterà così via via le classi medie tradizionali e molti piccoli produttori e operai, a rifugiarsi sotto l'ala protettiva della destra conservatrice. Che è poi ciò che stiamo osservando in Francia oggi con l'aumento dei consensi al Front National di Marine Le Pen (che pur ha mutato molto il suo DNA originario) da parte dei settori più poveri della società, al punto che lo stesso Michéa ha affermato più volte che, se oggi Marx fosse vivo e votasse in Francia, voterebbe senza dubbio per la Le Pen, che fra l'altro è una lettrice ed estimatrice dichiarata di Antonio Gramsci.

Jean-Claude Michéa rileva peraltro che, da tempo, a livello mondiale, stanno nascendo diversi movimenti critici nei confronti del capitalismo e tendenti a superarlo quali: il “Movimento dei cittadini” in Corea del Sud, gli “Indignati” in Europa (vedi il partito spagnolo Podemos, in particolare), il “Movimento del 99%” negli USA e, da tempo, l'America Latina è un laboratorio di movimenti per il superamento del capitalismo, i quali, negli ultimi quindici anni, hanno anche dato ottima prova di governo, come ad esempio il Bolivarismo, il Neo-Peronismo, il Sandinismo, che fanno peraltro riferimento a precise figure storiche e carismatiche dell'America del Sud.

Tornando a Marx ed Engels, ovvero ai massimi teorici mondiali del superamento del capitalismo, Michéa tende a ribadire spesso il concetto che entrambi mai si sono esplicitamente richiamati alla cosiddetta “sinistra” in senso politico, ma hanno sempre inteso la “sinistra” e la “destra” unicamente in senso strettamente filosofico, volendo così distinguere gli hegeliani di sinistra, fautori del “Metodo”, dagli hegeliani di destra, fautori del “Sistema”. La medesima cosa, peraltro, vale per Lenin, oltre che per i già citati Bakunin e Proudhon, che certo mai si sarebbero definiti “progressisti”, ovvero a favore della crescita economica, con tutte le sue conseguenze.

Aspetto interessante toccato dal saggio di Michéa è quello relativo alla cosiddetta obsolescenza programmata, aspetto peraltro strettamente legato al concetto di crescita economica imposto dal capitalismo, ovvero quel fenomeno che fa sì che un prodotto duri relativamente poco nel tempo, in modo da far sì che il consumatore finale sia costretto a ricomprarne uno nuovo. L'esempio classico è quello relativo alle lampadine: tecnicamente sarebbe possibile produrre lampadine di una durata superiore alla vita umana, ma, semplicemente, per il fenomeno dell'obsolescenza programmata – previsto dal cartello dei produttori di lampadine costituito dalla Philips, dalla Osram e dalla General Electric sin dal 1925 – queste non vengono messe in commercio. La medesima cosa avviene per ogni prodotto. dalle automobili ai prodotti informatici: le aziende organizzano un vero e proprio sabotaggio metodico dei prodotti in modo che durino nel tempo relativamente poco. Ciò che Michéa definisce “il rovescio più cinico della virtuosa crescita”. Rovescio cinico che, logicamente, ha conseguenze nefaste non solo per le tasche dei consumatori, ma anche per l'ecologia.

A ciò, naturalmente, si somma il fenomeno del battage pubblicitario, operato dai professionisti della pubblicità e di quella che Michéa definisce disinformazione mediatica, i quali hanno il compito di indurre il consumatore ad acquistare gadget e prodotti di cui non ha alcun reale bisogno, in un circolo vizioso senza fine.

Michéa, in sostanza, vuole dunque dimostrare come il processo liberale portato avanti dalla Rivoluzione Francese, non abbia affatto tenuto conto della cosiddetta questione sociale, ovvero abbia evocato un astratto concetto di uguaglianza, senza purtuttavia liberare la società nel suo complesso. Società che, nei fatti, è una comunità che, per poter essere liberata, deve emanciparsi da ogni possibile “calcolo egoistico” che, purtroppo è alla base della società liberal-capitalista legata allo scambio commerciale propugnata dalla Rivoluzione Francese. E qui, Michéa, rileva come le opere relative all'economia del dono scritte dall'antropologo Marcel Mauss abbiano, invece, contribuito a fornire una solida basa al socialismo originario, dimostrando come la logica del dono, ovvero dell'economia del dono - praticata tutt'oggi in molte Società Matriarcali ancora esistenti - rappresenti la trama basilare del legame sociale e sia dunque l'antitesi della società commerciale e capitalista che, nei fatti, distugge ogni comunità umana ed è all'origine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, in nome di una falsa idea di libertà.

Proprio in questo senso Michéa pone a confronto la logica pedagogica del “diritto”, propugnato dagli Illuministi e dai liberali - e quella del “dono”, propugnata dai socialisti delle origini. Se a un bambino - spiega Michéa - si insegnano solamente i suoi diritti e come difenderli e non lo spirito del dono (ovvero saper dare, ricevere e ricambiare), si finirà per trasmettere al bambino il concetto che tutto gli è dovuto. Da qui l'idea liberal-progressista che, per avere successo nella vita, è sufficiente chiedere, ricevere e pretendere. Un'idea edonista ed egoista antitetica rispetto ad ogni forma di società e comunità.

La tesi sostenuta da Michéa nel suo “I misteri della sinistra”, è in sostanza che la società liberale riconosce ufficialmente solo le relazioni basate sullo scambio commerciale e sul contratto giuridico, ovvero sul concetto del “dare e del ricevere”, negando così ogni altro tipo di rapporto disinteressato, sia esso di amore, amicizia, sociale. La società liberal-commerciale, dunque, è fondata su rapporti fittizi che, come rileva lo stesso Michéa, sono il fondamento dei cosiddetti “social”-network quali Facebook e Twitter, che creano relazioni umane “prefabbricate” e “di sintesi”, senza creare una relazione sociale e umana autentica. Tali relazioni “di sintesi” vengono definite giustamente dal filosofo francese con il termine “asociale socialità” e rileva come ciò sarebbe all'origine di molte patologie morali e psicologiche dell'uomo contemporaneo.

Jean-Claude Michéa, in ultima analisi, ritiene che il mondo potrà davvero cambiare in meglio, ma senza alcuna teoria “rivoluzionaria” o “progressista”, ma solamente se ciascuno di noi cercherà di fare la sua parte nella quotidianità della vita di tutti i giorni e se i cosiddetti “rivoluzionari di professione” inizieranno a fare i conti con la propria “volontà di potenza”.

“I misteri della sinistra” è dunque un saggio controcorrente rispetto alla vulgata odierna. E' un saggio che ci riporta alle origini dei nostri rapporti umani e sociali. E' un saggio sul socialismo delle origini e sul nostro inconscio che è stato stravolto da una modernità fondata sull'egoismo e sullo sfruttamento. E' un saggio che dimostra come il liberalismo ed il progressismo non siano affatto sinonimi di libertà, ma di nuove forme di schiavitù: sociali, economiche e mentali.



Luca Bagatin