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giovedì 3 maggio 2018

Il socialismo autentico e originario spiegato dal filosofo Jean-Claude Michéa. Articolo di Luca Bagatin

Con "Il nostro comune nemico - Considerazioni sui giorni tranquilli" (titolo originale "Notre ennemi, le capital"), edito di recente in Italia da Neri Pozza, il filosofo orwelliano, socialista ed ex aderente al Partito Comunista Francese Jean-Claude Michéa, si riconferma il miglior interprete del socialismo autentico e originario e ciò attraverso la sua incessante denuncia del sistema della crescita economica illimitata; dell'accumulo di capitale che genera conseguente sfruttmento e dell'ideologia del progresso, nata con la Rivoluzione Francese ed all'origine della sinistra borghese e della destra oligarchica, entrambe contrapposte al popolo ed ai suoi rappresentanti: populisti, socialisti e comunisti i quali - come già dimostrato da Michéa nei suoi predecenti saggi ("Il vicolo cieco dell'economia" (Elèuthera, 2012) e "I misteri della sinistra" (Neri Pozza, 2015)) - lungi dal rappresentare la sinistra, sono da sempre i migliori interpreti delle necessità delle classi popolari e dell'uscita immediata dal capitalismo.
La sinistra, storicamente asservita alle logiche del capitale e della borghesia ed oggi in tutta Europa miglior interprete dell'avvento del capitalismo assoluto è, sin dai tempi della repressione (ordinata da governi di sinistra) della Comune di Parigi (1870) e del Movimento Spartachista giudato da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (1919), la maggiore oppositrice del socialismo originario e autentico costituito originariamente da operai e contadini, i quali finirono per allearsi ai borghesi della sinistra liberale e progressista, in un abbraccio mortale, unicamente in chiave antimonarchica e antireazionaria in particolari momenti storici (l'Affaire Dreyfus in primis, l'avvento dei fascismi ecc...).
Nel saggio, a tal proposito, Michéa rammenta che, sino al 1921, la SFIO, ovvero la Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (che darà poi origine al Partito Socialista Francese) ci teneva a precisare di essere un partito "di lotta di classe e rivoluzione" e che "nè il blocco delle sinistre nè il ministerialismo", condannati entrambi, "troveranno la minima possibilità di successo tra i suoi ranghi".
Ciò accadde in Francia (ove lo stesso Partito Comunista Francese si definirà "di sinistra" solo negli ultimi decenni), ma accadrà via via in tutta Europa, portando ai giorni nostri i cosiddetti "partiti socialisti", ormai abbandonata la lotta di classe e le antiche rivendicazioni portate avanti dagli aderenti alla Prima Internazionale (ricorda lo stesso Michéa che mai nel corso della loro vita Marx, Engels, Bakunin, Proudhon si definirono "di sinistra") a diventare i maggiori sostenitori dei vari Jobs Act, Loi Travail, precarizzazione del lavoro, liberalizzazioni e deregolamentazioni selvagge, austerità, distruzione dell'ambiente in nome della crescita economica, perdita delle identità attraverso la promozione del consumismo e dell'immigrazionismo ecc...
Nel saggio, Jean-Claude Michéa, spiega dunque come la sinistra liberale abbia fatto suo il modello ipercapitalista, giovanilista e di neo-sfruttamento di Goldman Sachs e della Silicon Valley e ravvisa, invece, la necessità di un ritorno a Marx per combattere una modernità foriera di alienazione e schiavitù portatrice di instabilità ed insicurezza (economica, sociale, lavorativa, famigliare, sentimentale...) fomentata anche dai sedicenti "social"network che riuniscono gli individui unicamente in quanto esseri separati e non contribuiscono affatto alla socializzazione ed a creare autentici legami sociali, civili, umani, fondamento di ogni democrazia e di ogni "società decente" nel senso che Orwell forniva a tale termine quale base di ogni comunità civile, solidale e fraterna.
Accanto a Karl Marx e George Orwell, i pensatori di riferimento di Michéa - per un ritorno ad un sano socialismo originario - sono Marcel Mauss, antropologo socialista e teorico dell'economia del dono e Guy Debord, con la sua critica alla "società dello spettacolo" e della "dissoluzione di tutti i legami sociali". Un socialismo originario che si contrapponga, dunque, al "nostro nemico comune", ovvero al capitalismo liberale che ha unito, politicamente, culturalmente e socialmente quelle élite sia di destra che di sinistra, già denunciate dal sociologo Christopher Lasch negli Anni '90 (si veda in merito la mia recensione al suo saggio fondamentale: http://amoreeliberta.blogspot.it/2018/01/la-rivolta-delle-elite-il-tradimento.html) e che, secondo Michéa "non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse - e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali - nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa ridipinta di verde o coi colori dello sviluppo sostenibile, della transizione energetica e della rivoluzione digitale".
Jean-Claude Michéa denuncia dunque una società nella quale nessuno si preoccupa più per l'altro e nella quale prevalgono egoismo ed interesse privato e contrappone tale tipo di società a modelli tradizionali e più arcaici, radicati nelle comunità popolari rivalutate anche dello stesso Marx negli ultimi anni di vita e fondamento base per ogni possibile rivoluzione socialista. Modelli popolari fatti di aiuto reciproco, mutualismo e spirito del dono fra amici, parenti, vicini di casa, colleghi...
Nel saggio Michéa non manca di sottolineare le motivazioni per le quali le classi popolari europee, nel corso dei decenni, si sono via via rifugiate nell'astensionismo di massa (non ultimo, se pensiamo a casa nostra, il caso delle elezioni regionali del Friuli, nel quale non ha votato nemmeno la metà della popolazione) o nel voto a partiti cosiddetti "antisistema" o "populisti" e ciò in quanto le classi popolari hanno via via preso coscienza di quanto sopra già scritto, ovvero dei tentativi sistematici dei "partiti del blocco liberale" di dissolvere ogni conquista sociale delle classi popolari e nel tentativo di distruggere il loro modo di vivere attraverso l'imposizione del modello globalista, capitalista selvaggio, immigrazionista (di sfruttamento dunque di quell'esercito industriale di riserva denunciato da Marx, ovvero la manodopera straniera a basso costo, foriera di nuove lotte fra poveri e a tal proposito si rammentino le lotte anti-immigrazione portate avanti storicamente dal Partito Comunista Francese e dal suo Segretario Generale Georges Marchais) e di austerità...perché "ce lo impone l'Europa" (una Europa infatti globalista, capitalista, liberale, antisociale, antisocialista, elitaria) o, peggio ancora, "il mercato", "la globalizzazione" ecc...
In tutto ciò sarà proprio la sinistra europea a raccogliere la bandiera del globalismo, del capitalismo assoluto e così via e ciò in nome del "progresso", della "modernizzazione", della "crescita economica" (che non è affatto infinita e illimitata, come credono i liberali della sinistra !) e sostituendo le antiche lotte di emancipazione del lavoro e del salario dei socialisti originari con riforme civili quali "il matrimonio per tutti", l'"utero in affitto" e la fecondazione assistita (con tutte le loro ricadute in termini economico-capitalistici ed utili unicamente a quelle classi sociali che, economicamente, se le possono permettere) ecc...
Non è un caso, come sottolinea Michéa, se i partiti di sinistra, in Francia e non solo, sono votati massicciamente nei quartieri ricchi e "à la page" e se il voto operaio si è via via spostato o verso l'astensione o verso l'estrema destra e se un esponente della sinistra liberale come Emmanuel Macron, uomo dei poteri finanziari, ha affermato - come riportato da Michéa medesimo nel saggio - che essere di sinistra oggi significa fare tutto ciò che è in nostro potere affinché "ogni giovane abbia voglia di diventare miliardario".
Michéa, nel suo saggio, plaude a movimenti socialisti quali lo spagnolo Podemos, ispirato ad Antonio Gramsci, al socialismo populista del filosofo argentino Ernesto Laclau ed alle rivoluzioni socialiste dell'America Latina degli ultimi vent'anni. Egli ravvisa in Podemos un partito in grado di superare i vecchi steccati dei partiti borghesi della destra e della sinistra e di parlare direttamente alle classi popolari attraverso un linguaggio concreto, non ideologico e fondato su bisogni reali, così come lo erano i movimenti socialisti dell'Ottocento, fondato su una progressiva uscita dal sistema capitalista e su una democrazia realmente diretta.
Oltre a ciò, Jean-Claude Michéa, denuncia il sistema liberale e capitalista quale portatore, attraverso la concorrenza, di situazioni di monopolio ove "c'è sempre un vincitore" e ciò a totale discapito del cittadino, del consumatore e del lavoratore e rammenta come il termine "populista", oggi manipolato dai media in senso spregiativo, ha diversamente e storicamente sempre rappresentato il fondamento del socialismo popolare e democratico. In tal senso, l'Autore, segnala il saggio degli italiani Fruttero e Lucentini, pubblicato negli anni '70, "La prevalenza del cretino", i quali presentano in esso l'idea di "decenza comune" nel pensiero di Orwell quale esempio di: "socialismo umanitario, populista, un po' anarchico, senza tessere né dogmi, basato, alla fin fine, sull'abbraccio fraterno, sull'ardente stretta di mano fra compagni e amici".
Questa, in sistesi, potrebbe essere la filosofia dello stesso Michéa che, con "Il nostro comune nemico", presenta al lettore i pericoli del capitalismo assoluto e della modernità liberale di ieri e di oggi e la necessità di uscirne attraverso un ritorno a quella decenza comune che solo il socialismo originario - oltre e contrapposto alla destra, alla sinistra ed alle elite economiche e finanziarie - seppe incarnare.

Luca Bagatin

mercoledì 31 gennaio 2018

"La rivolta delle élite - Il tradimento della democrazia" di Christopher Lasch. Articolo di recensione di Luca Bagatin

Già nel 1994, se non prima, il sociologo statunitense Christopher Lasch individuò - analizzando la società statunitense - una separazione radicale fra le élite al potere e le masse popolari, fra il liberalismo ed un rinnovato populismo.
Di recente, non a caso, la casa editrice Neri Pozza ha rieditato l'ottimo saggio dal titolo "La rivolta delle élite - Il tradimento della democrazia", opera nella quale Lasch individua la crisi profonda della democrazia moderna.
In essa l'autore rileva come le élite liberali siano completamente scollegate dalla realtà e dal lavoro produttivo, il cui legame con esso è unicamente legato al "consumo" e ad una "realtà" parallela fatta di cosmopolitismo fine a sè stesso, di una visione sostanzialmente "turistica" del mondo, ove per "far carriera" occorre spostarsi e gettare alle spalle ogni legame con la propria terra d'origine.
A tale visione, Lasch, contrappone diversamente il populismo originario del People's Party americano ed una visione comunitaria dell'esistente, fondata su valori egualitari, sull'autogoverno e la mutua collaborazione.
E' dunque, secondo Lasch, il declino delle comunità fondate sull'autogoverno che mette in discussione il futuro della democrazia. Esse sono state infatti sostituite da non-luoghi quali ad esempio il "centro commerciale" periferico e le città sono diventate una sorta di bazar ove boutiques e hotel di lusso sono praticamente inaccessibili ai residenti medesimi, alcuni dei quali si rivolgono al crimine organizzato quale "unica via d'accesso al mondo scintillante che viene loro seducentemente presentato come l'incarnazione del sogno americano".
Lasch esalta dunque le comunità di quartiere e la complementarietà fra città e campagna e dunque una visione democratica dell'esistente. Visione democratica, secondo Lasch, assai poco incoraggiata finanche dal giornalismo, il quale, lungi dal fornire spunti di discussione e di dibattito fra le persone della comunità medesima, si limita a diffondere informazioni, con la conseguenza finale che il popolo statunitense - bombardato dall'informazione stessa - rimane sempre più disinformato in quanto non ha spunti di ricerca ed approfondimento. E tutto ciò, rammenta Lasch, in quanto oggi lo scopo principale della stampa è quello di diffondere pubblicità commerciale o comunque promuovere qualsiasi cosa: da un candidato politico ad un prodotto di consumo, senza entrare nel merito delle sue qualità effettive e ciò riduce la possibilità per i cittadini di formarsi una propria opinione personale e di discuterne, come invece dovrebbe avvenire all'interno di una comunità.
Queste, in sostanza, le premesse per una società democratica, che Lasch fa coincidere con una forma di democrazia diretta su larga scala, fondata sulla formazione in luogo dell'informazione, sull'etica della responsabilità, del dovere e su principi di eguaglianza economica, ponendo dei limiti alla ricchezza e all'accumulo tipico delle società capitalistiche.
Christopher Lasch afferma dunque che oggi sono le élite, ovvero i gruppi che controllano il flusso di danaro e dell'informazione, che dettano legge e che controllano la cultura ed i termini del dibattito pubblico e questo non può che essere un vulnus per la democrazia. Le masse hanno così via via perduto interesse per la rivoluzione e la ricerca di emancipazione e si sono uniformate al modello unico borghese, spesso politicamente corretto, ove "i giovani professionisti si sottopongono a un duro, difficile regime di esercizi fisici e di controlli dietetici al fine di esorcizzare la prospettiva della morte - per mantenersi in uno stato di eterna giovinezza, per essere eternamente belli e sposabili - (...)".
In tutto ciò Lasch mette in discussione anche il cosiddetto principio "meritocratico" sul quale si fondano le élite liberali borghesi, affermando che "la meritocrazia è una parodia della democrazia" in quanto essa offre opportunità di avanzamento a chiunque abbia talento, purtuttavia tali opportunità non sono il sostituto di valori quali la civiltà, la cultura e la dignità, che sono il vero fondamento di una democrazia. In questo senso Lasch afferma che le élite meritocratiche non sentono affatto di avere degli obblighi nei confronti della comunità che intendono guidare, ma a loro interessa unicamente apparire diversi rispetto alla massa. Egli conclude dunque che l'unico scopo della meritocrazia delle élite è quello del garantire espansione economica e giudicare le persone unicamente sulla base della loro capacità di produrre. Questo, in sostanza, è il principio sul quale si fonda una società mercificata, mercantilistica e nient'affatto democratica.
"L'aristocrazia del talento", dunque, non è altro che un'ennesima forma di oligarchia.
Christopher Lasch, nel suo saggio, rammenta come i socialisti delle origini e, dunque, i populisti, abbiano sempre considerato l'indipendenza, l'autosufficienza e la capacità di autogoverno attraverso l'assunzione di responsabilità, come l'essenza stessa della democrazia, in polemica contro ogni forma di produzione su larga scala e centralizzazione politica. Egli fa quindi risalire il movimento per i diritti civili alla tradizione populista e rammenta come Martin Luther King ribadiva come i neri dovessero assumersi le proprie responsabilità relativamente alla propria sorte e raccomandava loro laboriosità, sobrietà e sforzo costante per migliorarsi.
Mentre, dunque, la tradizione liberale sostiene che la democrazia può esonerare qualsiasi virtù civica e morale (sdoganando magari aspetti quali l'egoismo), sollevando i cittadini di ogni dovere nei confronti della comunità, quella populista, viceversa, pone l'accento su responsabilità, virtù civica e carattere dei cittadini e ciò al fine di garantire convivenza e democrazia.
La democrazia, secondo Lasch, dunque, necessita di un'etica spiritualmente più stimolante rispetto alla mera "tolleranza" propagandata dai liberali, in quanto la tolleranza è solo l'inizio della democrazia e non il suo fine. Il maggior pericolo per la democrazia, secondo il sociologo statunitense, è dunque non già l'intollerenza, bensì l'indifferenza, il cinismo dilagante e la paralisi morale. Tutti aspetti, peraltro, incentivati dai non-luoghi di cui sopra: dai mezzi di comunicazione di mero intrattenimento e di lavaggio del cervello pubblicitario e dai centri commerciali ove acquistare compulsivamente, i quali hanno soppiantato i bar di quartiere ed i luoghi di socializzazione, di conversazione e di dibattito.
Un tempo erano proprio quelli che Lasch definisce i "posti terzi", i bar, i luoghi di socializzazione, il punto di ritrovo degli intellettuali, dei rivoluzionari, dei giornalisti, degli uomini politici ecc... Erano luoghi nei quali discutere, argomentare, confrontarsi guardandosi negli occhi. Oggi i cosiddetti "social"network stessi, invece, sono il loro esatto opposto e sono l'ennesimo non-luogo, l'ennesimo "centro commerciale" ove masturbare la mente, abbeverarsi di informazioni e pubblicità fini a loro stesse e con l'unico scopo ultimo di indurre le persone al consumo illimitato di contenuti decisi e veicolati dalle élite. Tutti aspetti già previsti e segnalati da Christopher Lasch oltre vent'anni fa, quando internet nemmeno esisteva.
Il mondo reale delle persone si contrappone dunque a quello irreale delle élite, che, siano queste di destra o di sinistra, disprezzano il popolo e lo considerano rozzo e incolto, non permettendo ad esso l'accesso a quegli strumenti necessari alla sua stessa emancipazione ed elevazione.
Populismo e socialismo originario contrapposti a liberalismo e mercantilismo. Responsablità, senso del dovere e dell'onore, socialità e pubblica decenza, contrapposte a consumismo illimitato, deregolamentazione, produttivismo, amoralità, asocialità, mero intrattenimento. Democrazia diretta e autogesionaria contrapposta a democrazia rappresentativa ed elitaria. Democrazia contro oligarchia, in sostanza.
Queste le contrapposizioni messe in luce dall'ottimo saggio di Christpoher Lasch. Attuale oggi più che mai e testo fondamentale per capire il momento presente ed il futuro che ci attende.

Luca Bagatin

giovedì 4 febbraio 2016

Il socialismo non è di sinistra: parola di Jean-Claude Michéa. Articolo di Luca Bagatin


In molti avranno notato da tempo come la cosiddetta sinistra, sia italiana che europea, abbia abbracciato in toto la società di mercato, il capitalismo, la globalizzazione, il totale asservimento alle logiche dell'alta finanza, della Banca Centrale Europea e del Fondo Monetario Internazionale.

Tutti aspetti che, il socialismo di un tempo, mai avrebbe accettato, dichiarando apertamente che il capitalismo andava superato in nome della socializzazione dei mezzi di produzione da parte della classe operaia e del proletariato.

Oggi, peraltro, per quanto la classe operaia ed il proletariato siano mutati, assistiamo comunque alla presenza di un precariato diffuso in tutte le fascie d'età, ad una disoccupazione in aumento e endemica, a situazioni di nuove povertà che certo la sinistra italiana ed europea non tutelano. Anzi, sembrano addirittura incoraggiare il cosmopolitismo e la ricerca di una fantomatica “fortuna” all'estero.

Coloro i quali, in sostanza, credono ancora in una società libera ed egualitaria, ovvero in una prospettiva socialista, possono ancora definirsi “di sinistra” ?

La risposta è chiaramente no e ce la fornisce chiaramente l'ultimo saggio del filosofo orwelliano Jean-Claude Michéa, pubblicato in Italia da Neri Pozza e dall'emblematico titolo (che richiama alla memoria il celebre romanzo dello scrittore socialista Eugène Sue “I misteri di Parigi”), “I misteri della sinistra”.

Jean-Claude Michéa, filosofo francese con un passato nel Partito Comunista Francese e da tempo lontano da ogni appartenenza partitica, rileva innanzitutto – in Francia come altrove – la totale similitudine programmatica delle forze di destra e di sinistra, unite entrambe dai comuni valori del liberalismo capitalista, ovvero dell'egoismo sociale e del modernismo. Parlando in particolare della sinistra, Michéa rileva come questa abbia abbracciato in toto tesi capitaliste e progressiste, evidenziando come il concetto di “socialismo” e di “sinistra” non abbiano nulla in comune fra loro e a sostegno di ciò egli rammenta come Marx ed Engels, fondatori del socialismo scientifico, oltre che Proudhon e Bakunin, rappresentanti del mondo anarchico, non si siano mai definiti uomini “di sinistra”, ma anzi, lungi dal voler fondare un partito elettoralistico, si siano sempre tenuti lontani dalla sinistra parlamentare rappresentata dai liberal-progressisti borghesi e bottegai, che spesso hanno ostacolato il socialismo francese attraverso sanguinose repressioni, la principale delle quali quella condotta da Adolphe Thiers contro la Comune di Parigi del 1871.

La gran parte dei socialisti e degli anarchici dell'800, difensori dei diritti degli operai e dei proletari, in sostanza, si sarebbe guardata molto bene dal sostenere una fantomatica “unione delle forze di sinistra e progressiste”, scendendo così a compromessi con la borghesia sfruttatrice loro carnefice, che pur si contrapponeva alla destra reazionaria e clericale.

Jean-Claude Michéa
Da notare peraltro che anche l'Italia ebbe il suo Thiers in Francesco Crispi, in quale, tradendo la causa mazziniana e garibaldina operaista, diverrà – dai banchi della Sinistra Storica, sostenitore della causa monarchica e successivamente dell'imperialismo italiano bellicista in Africa e della repressione dei moti operai e socialisti in Sicilia, ovvero i cosiddetti Fasci siciliani.

Jean-Claude Michéa spiega che fu solo nel quadro del contesto del'affaire Dreyfus e solo di fronte alla minaccia di un colpo di stato di stampo monarchico, clericale e reazionario, che i settori operaisti e socialisti rappresentati nel parlamento francese accetteranno un compromesso - detto di “difesa repubblicana” - con i loro avversari della sinistra parlamentare. Compromesso che, purtroppo, non sarà temporeneo e segnerà – come ricorda Michéa – l'atto di costituzione della sinistra moderna, ovvero lo snaturamento e la dissoluzione del socialismo operaista e popolare originario, che si trasformerà in indistinto progressismo e via via nella supina accettazione delle regole del libero mercato, a scapito degli operai medesimi e dei meno abbienti e a tutto vantaggio della cosiddetta “crescita economica illimitata” e del “progresso materiale illimitato”, ovvero dell'industrializzazione ad oltranza, con i conseguenti effetti e danni collaterali nei confronti dell'ecologia.

La visione progressista della sinistra e dei liberali come Adam Smith, con il loro disprezzo per tutto ciò che è “piccolo” e “arcaico”, porterà così via via le classi medie tradizionali e molti piccoli produttori e operai, a rifugiarsi sotto l'ala protettiva della destra conservatrice. Che è poi ciò che stiamo osservando in Francia oggi con l'aumento dei consensi al Front National di Marine Le Pen (che pur ha mutato molto il suo DNA originario) da parte dei settori più poveri della società, al punto che lo stesso Michéa ha affermato più volte che, se oggi Marx fosse vivo e votasse in Francia, voterebbe senza dubbio per la Le Pen, che fra l'altro è una lettrice ed estimatrice dichiarata di Antonio Gramsci.

Jean-Claude Michéa rileva peraltro che, da tempo, a livello mondiale, stanno nascendo diversi movimenti critici nei confronti del capitalismo e tendenti a superarlo quali: il “Movimento dei cittadini” in Corea del Sud, gli “Indignati” in Europa (vedi il partito spagnolo Podemos, in particolare), il “Movimento del 99%” negli USA e, da tempo, l'America Latina è un laboratorio di movimenti per il superamento del capitalismo, i quali, negli ultimi quindici anni, hanno anche dato ottima prova di governo, come ad esempio il Bolivarismo, il Neo-Peronismo, il Sandinismo, che fanno peraltro riferimento a precise figure storiche e carismatiche dell'America del Sud.

Tornando a Marx ed Engels, ovvero ai massimi teorici mondiali del superamento del capitalismo, Michéa tende a ribadire spesso il concetto che entrambi mai si sono esplicitamente richiamati alla cosiddetta “sinistra” in senso politico, ma hanno sempre inteso la “sinistra” e la “destra” unicamente in senso strettamente filosofico, volendo così distinguere gli hegeliani di sinistra, fautori del “Metodo”, dagli hegeliani di destra, fautori del “Sistema”. La medesima cosa, peraltro, vale per Lenin, oltre che per i già citati Bakunin e Proudhon, che certo mai si sarebbero definiti “progressisti”, ovvero a favore della crescita economica, con tutte le sue conseguenze.

Aspetto interessante toccato dal saggio di Michéa è quello relativo alla cosiddetta obsolescenza programmata, aspetto peraltro strettamente legato al concetto di crescita economica imposto dal capitalismo, ovvero quel fenomeno che fa sì che un prodotto duri relativamente poco nel tempo, in modo da far sì che il consumatore finale sia costretto a ricomprarne uno nuovo. L'esempio classico è quello relativo alle lampadine: tecnicamente sarebbe possibile produrre lampadine di una durata superiore alla vita umana, ma, semplicemente, per il fenomeno dell'obsolescenza programmata – previsto dal cartello dei produttori di lampadine costituito dalla Philips, dalla Osram e dalla General Electric sin dal 1925 – queste non vengono messe in commercio. La medesima cosa avviene per ogni prodotto. dalle automobili ai prodotti informatici: le aziende organizzano un vero e proprio sabotaggio metodico dei prodotti in modo che durino nel tempo relativamente poco. Ciò che Michéa definisce “il rovescio più cinico della virtuosa crescita”. Rovescio cinico che, logicamente, ha conseguenze nefaste non solo per le tasche dei consumatori, ma anche per l'ecologia.

A ciò, naturalmente, si somma il fenomeno del battage pubblicitario, operato dai professionisti della pubblicità e di quella che Michéa definisce disinformazione mediatica, i quali hanno il compito di indurre il consumatore ad acquistare gadget e prodotti di cui non ha alcun reale bisogno, in un circolo vizioso senza fine.

Michéa, in sostanza, vuole dunque dimostrare come il processo liberale portato avanti dalla Rivoluzione Francese, non abbia affatto tenuto conto della cosiddetta questione sociale, ovvero abbia evocato un astratto concetto di uguaglianza, senza purtuttavia liberare la società nel suo complesso. Società che, nei fatti, è una comunità che, per poter essere liberata, deve emanciparsi da ogni possibile “calcolo egoistico” che, purtroppo è alla base della società liberal-capitalista legata allo scambio commerciale propugnata dalla Rivoluzione Francese. E qui, Michéa, rileva come le opere relative all'economia del dono scritte dall'antropologo Marcel Mauss abbiano, invece, contribuito a fornire una solida basa al socialismo originario, dimostrando come la logica del dono, ovvero dell'economia del dono - praticata tutt'oggi in molte Società Matriarcali ancora esistenti - rappresenti la trama basilare del legame sociale e sia dunque l'antitesi della società commerciale e capitalista che, nei fatti, distugge ogni comunità umana ed è all'origine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo, in nome di una falsa idea di libertà.

Proprio in questo senso Michéa pone a confronto la logica pedagogica del “diritto”, propugnato dagli Illuministi e dai liberali - e quella del “dono”, propugnata dai socialisti delle origini. Se a un bambino - spiega Michéa - si insegnano solamente i suoi diritti e come difenderli e non lo spirito del dono (ovvero saper dare, ricevere e ricambiare), si finirà per trasmettere al bambino il concetto che tutto gli è dovuto. Da qui l'idea liberal-progressista che, per avere successo nella vita, è sufficiente chiedere, ricevere e pretendere. Un'idea edonista ed egoista antitetica rispetto ad ogni forma di società e comunità.

La tesi sostenuta da Michéa nel suo “I misteri della sinistra”, è in sostanza che la società liberale riconosce ufficialmente solo le relazioni basate sullo scambio commerciale e sul contratto giuridico, ovvero sul concetto del “dare e del ricevere”, negando così ogni altro tipo di rapporto disinteressato, sia esso di amore, amicizia, sociale. La società liberal-commerciale, dunque, è fondata su rapporti fittizi che, come rileva lo stesso Michéa, sono il fondamento dei cosiddetti “social”-network quali Facebook e Twitter, che creano relazioni umane “prefabbricate” e “di sintesi”, senza creare una relazione sociale e umana autentica. Tali relazioni “di sintesi” vengono definite giustamente dal filosofo francese con il termine “asociale socialità” e rileva come ciò sarebbe all'origine di molte patologie morali e psicologiche dell'uomo contemporaneo.

Jean-Claude Michéa, in ultima analisi, ritiene che il mondo potrà davvero cambiare in meglio, ma senza alcuna teoria “rivoluzionaria” o “progressista”, ma solamente se ciascuno di noi cercherà di fare la sua parte nella quotidianità della vita di tutti i giorni e se i cosiddetti “rivoluzionari di professione” inizieranno a fare i conti con la propria “volontà di potenza”.

“I misteri della sinistra” è dunque un saggio controcorrente rispetto alla vulgata odierna. E' un saggio che ci riporta alle origini dei nostri rapporti umani e sociali. E' un saggio sul socialismo delle origini e sul nostro inconscio che è stato stravolto da una modernità fondata sull'egoismo e sullo sfruttamento. E' un saggio che dimostra come il liberalismo ed il progressismo non siano affatto sinonimi di libertà, ma di nuove forme di schiavitù: sociali, economiche e mentali.



Luca Bagatin