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mercoledì 10 marzo 2021

L'ideologia del lavoro rende meno liberi e più schiavi

II lavoro come (autentica) ideologia totalitaria.
Da sempre.
Ieri come oggi.
Fatto passare come "diritto" (da destra, centro e sinistra). Come base dell'economia, ma capitalistica, borghese, fondata sull'accumulo, la crescita e la distruzione delle risorse, dell'ecosistema, del tempo libero.

Anche in piena pandemia si permette la "libertà di contagio" nei posti di lavoro.
Pensateci.
Sarebbe ora.

Superare l'ideologia del lavoro e lo sfruttamento del lavoro salariato. Articolo di Luca Bagatin del 21 novembre 2020

La vita non è fatta solo per lavorare, ma ha bisogno di tempo libero per l’esercizio della libertà. Non si può vivere oppressi dal mercato che ci obbliga a comprare, comprare, perché non paghi con i soldi, ma con il tempo della tua vita”.

Questo uno degli insegnamenti fondamentali che ci ha lasciato l'ex Presidente socialista dell'Uruguay, José “Pepe” Mujica. Il Presidente povero e dei poveri, che ha governato il suo Paese dal 2010 al 2015 (e fu Ministro dell'Agricoltura e della Pesca dal 2005 al 2008). Risollevandone le sorti e attuando politiche sociali e socialiste, sul modello autogestionario e libertario.

Un modello che supera l'insana “ideologia del lavoro” ad ogni costo. E che supera il conseguente “sfruttamento dal salario”. Un modello che guarda, invece, a quello che Mujica stesso definì “un cammino di lotta al servizio e in solidarietà con gli altri esseri umani”. Ovvero “una politica permanente a favore di chi ha la volontà di lavorarla”, ad esempio organizzando “colonie di terra pubblica in cui si paga un affitto”.

Un modello non dissimile da quello della Jugoslavia di Tito, fondato sull'autogestione delle imprese e della Libia del Raìs Mu'Ammar Gheddafi, laico e socialista ideatore della Terza Teoria Universale, ovvero della “Repubbica delle masse” e della “democrazia diretta” (Jamahiriyya), che fu attuata nell'ambito di Congressi e Comitati popolari aperti a tutti i cittadini.

Gheddafi, nel suo “Libro Verde”, ovvero il suo saggio sociale e politico fondamentale, scrisse, in merito all'organizzazione sociale e del lavoro: “Nella società socialista non ci sono infatti possibilità di produzione individuale al di sopra del soddisfacimento dei bisogni personali. In essa non è permesso di soddisfare i propri bisogni a spese degli altri. Le istituzioni socialiste lavorano per soddisfare i bisogni della società. (…). A ciascun individuo è consentito di risparmiare ciò che vuole, soltanto nell’ambito del proprio fabbisogno, in quanto l’accumulo di risparmio in misura maggiore, è a detrimento della ricchezza collettiva. La gente abile e intelligente non ha il diritto di appropriarsi delle unità di ricchezza altrui per via della propria abilità e intelligenza, tuttavia può utilizzare quelle qualità per soddisfare i deficienti e gli incapaci non perciò devono essere privati di quella stessa parte della ricchezza sociale di cui godono i sani”.

Egli ritenne, dunque, in concordia con il socialismo delle origini (da Saint-Simon, a Marx, sino a Pierre Leroux, Proudhon e così via), che i lavoratori dovessero essere considerati produttori, non più dei salariati, ovvero degli sfruttati. E dunque, ciò che loro producono, dovesse essere considerato di loro stessa proprietà.

Il salario, per Gheddafi (e in realtà per tutti i socialisti, sin dalla fondazione della Prima Internazionale dei Lavoratori, nel 1864), è indice di sfruttamento e un lavoratore/produttore non può essere schiavo di nessun padrone. Sia esso un padrone privato o statale.

Oltre a ciò, il Raìs, ritenne che nessuno potesse possedere più di quanto gli fosse necessario per vivere. Ciò perché – non essendo le risorse illimitate - l'accumulazione della ricchezza da parte di alcuni è fonte di ingiustizia, corruzione e segna il sorgere della società dello sfruttamento.

I concetti fondamentali del socialismo originario o autogestionario, inveratosi sia nella Jugoslavia titina che nella Libia di Gheddafi, ma per molti versi anche nell'Argentina peronista; nella Cuba del Che e Fidel Castro; nell'Egitto nasseriano e via via nei modelli più recenti del Socialismo del XXI Secolo latinoamericano (dal chavismo sino al modello uruguayano del Frente Amplio di Mujica, al modello del Buen Vivir ecuadoriano, sino, in parte, al socialismo boliviano di Evo Morales), propone dunque un nuovo modello di sviluppo.

Uno modello che supera da una parte il produttivismo e dall'altra il capitalismo. Poponendo che il cittadino/lavoratore viva del necessario e lavori a beneficio della società e dei bisognosi e non già per un salario. E che ciascuno sia proprietario del proprio lavoro, nell'ambito di attività economiche socialiste autogestite.

Moltissima strada vi è da fare. Soprattutto per “decolonizzare l'immaginario”, come direbbe l'economista Serge Latouche. Per creare un'alternativa all'assurdo modello di sviluppo occidentale, capitalista, fondato sul danaro e sullo sfruttamento del lavoro.

Lavoro che toglie tempo libero; che lega a un datore di lavoro (e ad eventuali ricatti); che è utile solo a generare profitto e conseguente sfruttamento delle risorse economiche, sociali, ambientali e non già per aiutare la comunità stessa e le sue necessità primarie e fondamentali. Necessità che saranno sempre maggiori e sempre più essenziali in periodi di pandemia.

Necessità che non sono legate al vil danaro, che è uno strumento per sua natura schiavista, in quanto rappresenta un debito nei confronti di qualcuno (ed è il maggiore e più perverso strumento di perdita di sovranità dei cittadini e dei Paesi).

Una società sana, socialista, autogestita, libera e libertaria, è una società che supera i vincoli imposti dall'egoismo umano. Che supera il sistema del danaro (e della conseguente usura o interessi sui debiti/prestiti). Che supera il sistema del lavoro salariato. Che supera il sistema del consumismo e della distruzione delle risorse e del Pianeta.

Per approdare a qualcosa di antico, ma allo stesso tempo di genuino, comunitario, umanitario, spirituale, ecologista e socialista al contempo.

Come ancora oggi avviene in alcune società matriarcali, che vivono su quella che l'antropologo Marcel Mauss definì “economia del dono”. Sullo scambio reciproco, alla pari. Sul baratto. Sul lavoro in comune e a beneficio del prossimo.

Per far uscire”, come ebbe a dire lo stesso Latouche, “l'umanità dalla miseria psichica e morale” nella quale vive da secoli. Semplicemente per aver adottato un modello che sdogana un'infezione della psiche umana chiamata egosimo e accumulo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

venerdì 8 novembre 2019

Adrian. Una serie seria

II pubblico televisivo, come gli elettori, è abituato a farsi coccolare e prendere per il culo.
Sono convinto da sempre che la massa ami essere presa per il culo (e non necessariamente fisicamente). Ed essere sottomessa. Per questo in pochi seguono e hanno seguito il programma di Adriano Celentano "Adrian".
Perché lui non mente. Può piacere o non piacere, ma non ti coccola e non te le manda a dire. E ti invita a pensare e a non farti più prendere per il culo.
Personalmente, Celentano, lo seguo da anni, anche con occhio critico e non condividendo tutto (ma quasi tutto sì), e lo preferisco ai tanti "intellettuali" alla Saviano o alla Fusaro o ai tanti insopportabili talk show politici che, quando li trasmettono, o quando ci sono loro in TV, mi costringono a cambiare canale.
Capisco che non vi piaccia.
Non siete ancora pronti per essere liberi.

Baglu 



sabato 2 marzo 2019

Socialismo contro la modernità, contro lo sfruttamento, contro il consumismo. Per la decenza comune, la sacralità dell'esistenza e dei sentimenti. Frasi e citazioni

L'estremismo mi fa orrore. Sono un conservatore di sinistra. Mi batto per il reddito universale, credo nella decrescita, sono ferocemente contrario al liberalismo.
(Alain De Benoist)

Il consumatore non è affatto un essere umano libero.
E' un essere condizionato.
Dalla pubblicità commerciale, dal mercato.
Finendo così, per non avere più nulla di umano.
Men che meno di libero.
(Luca Bagatin)

La mia convinzione è sempre stata che i valori aristocratici e i valori popolari siano fondamentalmente uguali o si completino a vicenda in modo naturale, e che entrambi si contrappongano direttamente ai valori borghesi. Per valori aristocratici intendo il senso dell'onore, il coraggio, la fedeltà alla parola data, il bisogno di sé stessi, il disinteresse, il senso del sacrificio e della gratuità. I valori popolari, anch'essi legati alla terra, li recuperano in gran parte, aggiungendo ad essi ciò che George Orwell riassumeva in una bellissima espressione: "decenza comune".
(Alain De Benoist)

Il problema con la sinistra è diverso. Essa è positiva nella sua opposizione all'ordine capitalista, ma manca di una dimensione spirituale.
La sinistra si presenta abitualmente come un'altra via verso la mondializzazione, da qui la ragione per la quale essa si oppone ai valori organici, alle tradizioni ed alla religione.
Sarebbe quindi una buona cosa veder apparire degli "Identitari di sinistra", che da un lato difendessero la giustizia sociale e attaccassero il capitalismo e, dall'altro, difendessero le tradizioni spirituali e attaccassero la modernità.
(Alexandr Dugin)

Sono di estrema sinistra nazionalista, sono un conservatore di sinistra nato in Urss e difendo il diritto all'autodeterminazione dei popoli.
(Zakhar Prilepin)

Se i sottoproletari si sono imborghesiti, i borghesi si sono sottoproletarizzati. La cultura che essi producono, essendo di carattere tecnologico e strettamente pragmatico, impedisce al vecchio “uomo” che è ancora in loro di svilupparsi. Da ciò deriva in essi una specie di rattrappimento delle facoltà intellettuali e morali.
(Pier Paolo Pasolini)

L'imbonimento consumistico e il mito della bella vita hanno legittimato la gratificazione delle pulsioni e l'Es non deve più scusarsi dei suoi desideri o dissimularne la portata. Ma questo stesso condizionamento ha reso intollerabili il fallimento e la sconfitta.
(Christopher Lasch)

mercoledì 16 maggio 2018

Democrazia è sovranità. Sovranità è socialismo. Socialismo è amore. Amore è libertà. Riflessioni di Luca Bagatin

La libertà, nel mondo materiale, trovo sia pura illusione.
L'essere umano può tendere verso la libertà, ma mai raggiungerla. La libertà non è un orgasmo !
L'unica vera libertà è quella dello Spirito.
Nei tempi moderni non esiste alcuna libertà. Ma solo schiavitù: del mercato, della pubblicità, delle mode, della tecnologia, del sesso...L'Amore è libertà. Ma l'Amore, è di questo mondo ?


Personalmente non credo nel relativismo, così come non credo nell'ateismo.
Penso siano specchietti per le allodole promossi dal modernismo e dal progressismo per illudere le masse. La libertà è prima di tutto interiore. Il massimo che si può e si dovrebbe poter ottenere in questo mondo - e non è poco - è quell'emancipazione materiale e sociale indispensabile a ciascuno di noi per sostenerci ed elevarci spiritualmente. Solo allora, allorquando ci saremo elevati, raggiungeremo l'Amore, ovvero la libertà.

La prima volta che lessi Alain De Benoist fu sulle colonne della rivista socialista Critica Sociale.
Imparai, via via, ad approfondire il socialismo originario, che è populismo, nel senso più positivo del termine.
Scoprii così intellettuali quali Michéa, Dugin, Limonov, Clouscard e riscoprii Pasolini, Gramsci, Orwell, Mazzini, Proudhon, Marx, Engels, Bakunin.
Negli ex socialisti di oggi - ormai capitalisti e liberali - non vedo nulla di quello spirito (che purtuttavia aveva per molti versi Bettino Craxi).
E non mi stupisce che, in Europa, i cosiddetti “socialisti”, non abbiano saputo difendere i popoli ed i poveri, ma, anzi, abbiano attuato privatizzazioni, precarizzazione del lavoro, austerità. Ovvero tutti quegli aspetti caratterizzanti la modernità d'oggi, ovvero il capitalismo assoluto.
Socialismo è socializzazione. Socialismo è autogestione. Socialismo è democrazia diretta e popolare. Non va dimenticato.
Se proprio personalmente dovessi politicamente definirmi, oggi, direi dunque che mi sento un socialista originario, autogestionario e conservatore.

Trovo sia preferibile il politicamente scorretto al politicamente corrotto.

Penso che tornerà ad esserci un po' più di democrazia quando l'Europa non ci chiederà più niente e tornerà ad essere un'espressione geografica, ovvero ogni Paese tornerà ad essere sovrano.
Condizione base affinché un popolo possa autogovernarsi. E l'autogoverno, come l'autogestione, è la base della democrazia, che è governo di popolo, con il popolo, per il popolo.


Luca Bagatin

giovedì 3 maggio 2018

Il socialismo autentico e originario spiegato dal filosofo Jean-Claude Michéa. Articolo di Luca Bagatin

Con "Il nostro comune nemico - Considerazioni sui giorni tranquilli" (titolo originale "Notre ennemi, le capital"), edito di recente in Italia da Neri Pozza, il filosofo orwelliano, socialista ed ex aderente al Partito Comunista Francese Jean-Claude Michéa, si riconferma il miglior interprete del socialismo autentico e originario e ciò attraverso la sua incessante denuncia del sistema della crescita economica illimitata; dell'accumulo di capitale che genera conseguente sfruttmento e dell'ideologia del progresso, nata con la Rivoluzione Francese ed all'origine della sinistra borghese e della destra oligarchica, entrambe contrapposte al popolo ed ai suoi rappresentanti: populisti, socialisti e comunisti i quali - come già dimostrato da Michéa nei suoi predecenti saggi ("Il vicolo cieco dell'economia" (Elèuthera, 2012) e "I misteri della sinistra" (Neri Pozza, 2015)) - lungi dal rappresentare la sinistra, sono da sempre i migliori interpreti delle necessità delle classi popolari e dell'uscita immediata dal capitalismo.
La sinistra, storicamente asservita alle logiche del capitale e della borghesia ed oggi in tutta Europa miglior interprete dell'avvento del capitalismo assoluto è, sin dai tempi della repressione (ordinata da governi di sinistra) della Comune di Parigi (1870) e del Movimento Spartachista giudato da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht (1919), la maggiore oppositrice del socialismo originario e autentico costituito originariamente da operai e contadini, i quali finirono per allearsi ai borghesi della sinistra liberale e progressista, in un abbraccio mortale, unicamente in chiave antimonarchica e antireazionaria in particolari momenti storici (l'Affaire Dreyfus in primis, l'avvento dei fascismi ecc...).
Nel saggio, a tal proposito, Michéa rammenta che, sino al 1921, la SFIO, ovvero la Sezione Francese dell'Internazionale Operaia (che darà poi origine al Partito Socialista Francese) ci teneva a precisare di essere un partito "di lotta di classe e rivoluzione" e che "nè il blocco delle sinistre nè il ministerialismo", condannati entrambi, "troveranno la minima possibilità di successo tra i suoi ranghi".
Ciò accadde in Francia (ove lo stesso Partito Comunista Francese si definirà "di sinistra" solo negli ultimi decenni), ma accadrà via via in tutta Europa, portando ai giorni nostri i cosiddetti "partiti socialisti", ormai abbandonata la lotta di classe e le antiche rivendicazioni portate avanti dagli aderenti alla Prima Internazionale (ricorda lo stesso Michéa che mai nel corso della loro vita Marx, Engels, Bakunin, Proudhon si definirono "di sinistra") a diventare i maggiori sostenitori dei vari Jobs Act, Loi Travail, precarizzazione del lavoro, liberalizzazioni e deregolamentazioni selvagge, austerità, distruzione dell'ambiente in nome della crescita economica, perdita delle identità attraverso la promozione del consumismo e dell'immigrazionismo ecc...
Nel saggio, Jean-Claude Michéa, spiega dunque come la sinistra liberale abbia fatto suo il modello ipercapitalista, giovanilista e di neo-sfruttamento di Goldman Sachs e della Silicon Valley e ravvisa, invece, la necessità di un ritorno a Marx per combattere una modernità foriera di alienazione e schiavitù portatrice di instabilità ed insicurezza (economica, sociale, lavorativa, famigliare, sentimentale...) fomentata anche dai sedicenti "social"network che riuniscono gli individui unicamente in quanto esseri separati e non contribuiscono affatto alla socializzazione ed a creare autentici legami sociali, civili, umani, fondamento di ogni democrazia e di ogni "società decente" nel senso che Orwell forniva a tale termine quale base di ogni comunità civile, solidale e fraterna.
Accanto a Karl Marx e George Orwell, i pensatori di riferimento di Michéa - per un ritorno ad un sano socialismo originario - sono Marcel Mauss, antropologo socialista e teorico dell'economia del dono e Guy Debord, con la sua critica alla "società dello spettacolo" e della "dissoluzione di tutti i legami sociali". Un socialismo originario che si contrapponga, dunque, al "nostro nemico comune", ovvero al capitalismo liberale che ha unito, politicamente, culturalmente e socialmente quelle élite sia di destra che di sinistra, già denunciate dal sociologo Christopher Lasch negli Anni '90 (si veda in merito la mia recensione al suo saggio fondamentale: http://amoreeliberta.blogspot.it/2018/01/la-rivolta-delle-elite-il-tradimento.html) e che, secondo Michéa "non hanno più altro ideale concreto da proporre se non la dissoluzione continua e sistematica dei modi di vivere specifici delle classi popolari stesse - e la dissoluzione delle loro ultime conquiste sociali - nel moto perpetuo della crescita globalizzata, sia essa ridipinta di verde o coi colori dello sviluppo sostenibile, della transizione energetica e della rivoluzione digitale".
Jean-Claude Michéa denuncia dunque una società nella quale nessuno si preoccupa più per l'altro e nella quale prevalgono egoismo ed interesse privato e contrappone tale tipo di società a modelli tradizionali e più arcaici, radicati nelle comunità popolari rivalutate anche dello stesso Marx negli ultimi anni di vita e fondamento base per ogni possibile rivoluzione socialista. Modelli popolari fatti di aiuto reciproco, mutualismo e spirito del dono fra amici, parenti, vicini di casa, colleghi...
Nel saggio Michéa non manca di sottolineare le motivazioni per le quali le classi popolari europee, nel corso dei decenni, si sono via via rifugiate nell'astensionismo di massa (non ultimo, se pensiamo a casa nostra, il caso delle elezioni regionali del Friuli, nel quale non ha votato nemmeno la metà della popolazione) o nel voto a partiti cosiddetti "antisistema" o "populisti" e ciò in quanto le classi popolari hanno via via preso coscienza di quanto sopra già scritto, ovvero dei tentativi sistematici dei "partiti del blocco liberale" di dissolvere ogni conquista sociale delle classi popolari e nel tentativo di distruggere il loro modo di vivere attraverso l'imposizione del modello globalista, capitalista selvaggio, immigrazionista (di sfruttamento dunque di quell'esercito industriale di riserva denunciato da Marx, ovvero la manodopera straniera a basso costo, foriera di nuove lotte fra poveri e a tal proposito si rammentino le lotte anti-immigrazione portate avanti storicamente dal Partito Comunista Francese e dal suo Segretario Generale Georges Marchais) e di austerità...perché "ce lo impone l'Europa" (una Europa infatti globalista, capitalista, liberale, antisociale, antisocialista, elitaria) o, peggio ancora, "il mercato", "la globalizzazione" ecc...
In tutto ciò sarà proprio la sinistra europea a raccogliere la bandiera del globalismo, del capitalismo assoluto e così via e ciò in nome del "progresso", della "modernizzazione", della "crescita economica" (che non è affatto infinita e illimitata, come credono i liberali della sinistra !) e sostituendo le antiche lotte di emancipazione del lavoro e del salario dei socialisti originari con riforme civili quali "il matrimonio per tutti", l'"utero in affitto" e la fecondazione assistita (con tutte le loro ricadute in termini economico-capitalistici ed utili unicamente a quelle classi sociali che, economicamente, se le possono permettere) ecc...
Non è un caso, come sottolinea Michéa, se i partiti di sinistra, in Francia e non solo, sono votati massicciamente nei quartieri ricchi e "à la page" e se il voto operaio si è via via spostato o verso l'astensione o verso l'estrema destra e se un esponente della sinistra liberale come Emmanuel Macron, uomo dei poteri finanziari, ha affermato - come riportato da Michéa medesimo nel saggio - che essere di sinistra oggi significa fare tutto ciò che è in nostro potere affinché "ogni giovane abbia voglia di diventare miliardario".
Michéa, nel suo saggio, plaude a movimenti socialisti quali lo spagnolo Podemos, ispirato ad Antonio Gramsci, al socialismo populista del filosofo argentino Ernesto Laclau ed alle rivoluzioni socialiste dell'America Latina degli ultimi vent'anni. Egli ravvisa in Podemos un partito in grado di superare i vecchi steccati dei partiti borghesi della destra e della sinistra e di parlare direttamente alle classi popolari attraverso un linguaggio concreto, non ideologico e fondato su bisogni reali, così come lo erano i movimenti socialisti dell'Ottocento, fondato su una progressiva uscita dal sistema capitalista e su una democrazia realmente diretta.
Oltre a ciò, Jean-Claude Michéa, denuncia il sistema liberale e capitalista quale portatore, attraverso la concorrenza, di situazioni di monopolio ove "c'è sempre un vincitore" e ciò a totale discapito del cittadino, del consumatore e del lavoratore e rammenta come il termine "populista", oggi manipolato dai media in senso spregiativo, ha diversamente e storicamente sempre rappresentato il fondamento del socialismo popolare e democratico. In tal senso, l'Autore, segnala il saggio degli italiani Fruttero e Lucentini, pubblicato negli anni '70, "La prevalenza del cretino", i quali presentano in esso l'idea di "decenza comune" nel pensiero di Orwell quale esempio di: "socialismo umanitario, populista, un po' anarchico, senza tessere né dogmi, basato, alla fin fine, sull'abbraccio fraterno, sull'ardente stretta di mano fra compagni e amici".
Questa, in sistesi, potrebbe essere la filosofia dello stesso Michéa che, con "Il nostro comune nemico", presenta al lettore i pericoli del capitalismo assoluto e della modernità liberale di ieri e di oggi e la necessità di uscirne attraverso un ritorno a quella decenza comune che solo il socialismo originario - oltre e contrapposto alla destra, alla sinistra ed alle elite economiche e finanziarie - seppe incarnare.

Luca Bagatin

giovedì 18 febbraio 2016

Il vicolo cieco dell'economia. Articolo di Luca Bagatin

Sembra sia arrivato quel momento della Storia nel quale qualsiasi cosa si sia desiderata e immaginata sia possibile, realizzabile, ottenibile. Tanto una Sony o una multinazionale qualsiasi la realizzerà. Sì, ma a che prezzo ? Ad un prezzo al di sopra dei nostri mezzi. A prezzo di un lavoro inesistente o precario o sottopagato; al prezzo di una concorrenza straniera sempre più pressante; a prezzo di una sanità e di una anzianità sempre meno tutelate. A prezzo, insomma, di aspetti che le cosiddette leggi dell'economia non contemplano, perché contrarie alle stesse.
Questa la tesi di fondo de “Il vicolo cieco dell'economia” di Jean-Claude Michéa, filosofo orwelliano, pubblicato dall'ottima casa editrice Elèuthera.
Tesi che ci dicono, fra l'altro, che questa società di matrice capitalista, ovvero liberal-progressista, ci ha inculcato le sue “leggi di mercato” in anni e decenni di lavaggio del cervello attraverso sia la pubblicità commerciale (che crea bisogni inutili e indotti), che attraverso programmi scolastici volti a farci supinamente accettare un'ineluttabile globalizzazionee e una modernità tecnologica totalmente illusoria.
Le radici della società capitalista, Michéa le fa dunque risalire all'Illuminismo, allorquando i filosofi individuarono nel meccanismo dell'interesse egoistico ogni forma di rapporto umano, ovvero nel razionalismo e nell'utilitarismo le basi sulle quali si sarebbe dovuta fondare una società moderna.
Fra i massimi esponenti di tale corrente, il filosofo ed economista Adam Smith, le cui tesi sono tutt'oggi fondamento dell'economia capitalista e di mercato e che obbligano l'individuo ad essere flessibile, ovvero a cambiare continuamente abitudini, lavoro e luogo di residenza (il famoso fenomeno del cosmopolitismo e dell'immigrazionismo) e dunque ad adattarsi ad ogni ordine impartito dalle leggi dell'economia, della concorrenza e del mercato.
L'individuo, lungi dall'essere veramente libero, si trasforma dunque in un atomo che si trova nelle condizioni di non poter ricercare e creare legami stabili (nemmeno sentimentali) con i suoi consimili, al punto che ogni impegno nei confronti degli altri diventa una sorta di ostacolo al perseguimento dei propri interessi e della propria ricchezza materiale.
Michéa rileva, in tutto questo, come la società capitalista e modernista obblighi altresì l'individuo a rimanere giovane per l'eternità. Costretto ad adattarsi alle regole dell'economia e del mercato, in una corsa senza fine, l'individuo non può permettersi di invecchiare e di ammalarsi e la sua illusoria eterna giovinezza deve a tutti i costi rappresentare un must di successo, esempio massimo dell'edonismo progressista e della massima fede nel futuro. In tutto ciò, come peraltro già accennato, l'individuo non sarà in grado di impegnarsi in relazioni stabili e profonde - in particolare nella sfera sentimentale - stabilendo così con gli altri suoi simili solo relazioni fuggevoli.
Jean-Claude Michéa fotografa, così, l'uomo moderno da diverse generazioni a questa parte: le sue relazioni sentimentali fuggevoli; la sua assurda cura del corpo ma non dell'intelletto e dello spirito; la sua mancanza di amicizie nella vita reale, ovvero di finte amicizie: pressoché quasi solo ed esclusivamente virtuali e internettiane.
Uomo moderno, ovvero uomo schiavo della società capitalista, che Michéa dice essere stata sdoganata, in Francia, dalla sinistra – figlia dell'Illuminismo - che si contrapponeva al socialismo delle origini e dunque alla feroce critica di Engels e di Proudhon al modernismo illuminista con il suo individualismo devastante. L'operaismo ed il popolarismo francese, più che marxista, era infatti proudhoniano ed ha sempre proposto una forma di società formata da una comunità di liberi ed eguali.
Jean-Claude Michéa ritiene dunque che sia necessaria una vera e propria rivoluzione culturale che attinga all'insegnamento socialista, anarchico e populista (il termine “populismo è stato connotato in senso spregiativo in questo secolo proprio dai capitalisti al fine di contrapporsi ai difensori del popolo) del XIXsecolo e dell'insegnamento di George Orwell e che fondi una società basata sul dono, sull'aiuto reciproco e sul senso civico. Ovvero una società che, su tali fondamenta, superi il capitalismo ed il modernismo.
George Orwell, come Michéa spiega ottimamente nel suo saggio, parla infatti di common decency quale aspetto fondante dello spirito del socialismo, ovvero la capacità morale degli individui di impegnarsi reciprocamente. Una virtù umana, in sostanza, contrapposta al calcolo egoista propugnato dal liberalismo economico.
Jean-Claude Michéa, nella sua analisi relativa al socialismo delle origini, non dimentica di riconoscere gli autentici meriti della fondazione del socialismo e del concetto di socialismo all'operaio tipografo francese Pierre Leroux. Già aderente alla Carboneria, Leroux aderì al saint-simonismo e successivamente, distaccatosene, elaborò la sua teoria sul socialismo quale alternativa all'individualismo egoista ed allo statalismo, proponendo una visione di società destinata all'autogoverno.
La critica di Michéa al capitalismo prosegue infine attraverso le sue prefazioni – inserite quali appendice nel saggio “Il vicolo cieco dell'economia” - ai saggi dello storico e studioso Christopher Lasch. Studioso conservatore e socialista, Lasch, al pari di Michéa, si pone in totale antitesi rispetto al capitalismo, al modernismo ed al progressismo che hanno sostanzialmente messo in vendita ogni rapporto sociale, umano e politico in nome dell'incultura del piacere, del desiderio effimero e delle regole di un'economia che ha sempre di più schiavizzato l'individuo e la società nella quale egli vive.

Luca Bagatin