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venerdì 17 dicembre 2021

Nestor Machno, l'anarco-comunista che si contrappose a zaristi e bolscevichi. Articolo di Luca Bagatin

La storia del movimento machnovista, di matrice anarco-comunista, libertaria e contadina, fu certamente aspetto profondo e interessante della guerra civile russa del 1917 e degli anni successivi.

Di Nestor Machno, guida armata, stratega geniale e anima della rivolta contadina e anarchica ucraina, parla l'ottimo saggio “Nestor Machno: bandiera nera sull'Ucraina”, scritto dallo storico russo Alexander V. Shubin e edito in Italia da Elèuthera.

Nestor Machno, nato in Ucraina, a Guljaj Pole, nell'ottobre 1888 (per quanto egli credette di essere nato l'anno successivo, a causa della falsificazione della data di nascita da parte dei suoi genitori, affinché fosse richiamato dall'esercito un anno più tardi), da poveri contadini, ebbe un'infanzia di forti privazioni economiche.

Lavorò, sin dall'infanzia, come pastore e successivamente come manovale in una fonderia di proprietà di ricchi possidenti tedeschi.

Come ci racconta il saggio di Shubin, fu proprio con lo sciopero della fonderia, nel 1905, che Machno si trovò catapultato in un contesto politico. Il 1905, fu infatti l'anno dello scoppio della prima rivoluzione proletaria che la Russia conobbe.

Fu proprio in quell'anno che Machno si avvicinò all'organizzazione contadina anarco-comunista, chiamata Unione dei contadini liberi, la quale era dedita agli espropri ai danni di ricchi borghesi e possidenti.

Nel corso di una delle azioni dell'organizzazione, nel 1907, Machno venne arrestato per la prima volta e, nel 1908, venne nuovamente arrestato, per una rapina presso la fonderia per la quale lavorava.

Nello stesso anno venne condannato a morte dalle autorità zariste, ma, a causa della sua giovane età, la pena gli fu commutata in ergastolo, nel carcere di Mosca.

Fu dunque in carcere che iniziò a maturare la sua coscienza anarchica, anche grazie ai suoi compagni di prigione, e ad approfondirne l'ideologia, ispirata dagli scritti di Michail Bakunin, Pierre-Joseph Proudhon e Petr Kropotkin.

Nel marzo 1917, la rivoluzione bolscevica leninista, liberò dunque Machno dal carcere e fu in quell'anno che, ritornato nella sua natìa Guljaj Pole, iniziò a costituire un gruppo anarco-comunista armato, composto prevalentemente di contadini e proletari, oltre che di socialisti rivoluzionari di sinistra.

Il loro obiettivo – come fa presente Shubin nel suo saggio - era quello di abolire le istituzioni governative, abolire la proprietà privata della terra e delle fabbriche e opporsi ad ogni forma di Potere. Tutto ciò li mise immediatamente in attrito con il nascente governo bolscevico di Vladimir Lenin.

Lenin, pur avento istituito, su ispirazione anarchica, i Soviet, ovvero i consigli degli operai e dei contadini, sembrava pian piano distaccarsi dall'idea rivoluzionaria originaria e voler accentrare il potere nelle mani del partito bolscevico.

Machno e i suoi, per contro, ritenevano che i Soviet andassero rafforzati ed essere la base per l'autogoverno degli operai, dei contadini e delle masse proletarie nel loro complesso. Senza alcun partito al comando, senza alcuna forma di Stato.

Machno, in sostanza, immaginava un sistema di liberi Soviet, apartitici, coordinati fra loro, autogestiti dai lavoratori e culla per una nuova società fondata sul lavoro in comune, il baratto e il socialismo libertario.

Soviet retti, gestiti ed eletti dai lavoratori stessi.

Per quanto, per combattere i Bianchi, ovvero le truppe zariste e i borghesi, machnovisti e bolscevichi si fossero inizialmente alleati, ben presto, le differenze ideologiche fra i due movimenti, divennero sempre più evidenti e sempre meno conciliabili.

In particolare per i bolscevichi, i quali bollarono i machnovisti con l'appellativo “piccolo borghesi” e – a differenza dei seguaci di Machno - miravano ad una forma di organizzazione gestita dall'alto.

Alexander Shubin ci ricorda anche l'incontro fra Machno e Lenin. 

Incontro inizialmente cordiale ma, mentre il primo guardava ad una visione nella quale tutto il potere dovesse essere effettivamente nelle mani dei Soviet, ovvero allineato “alla coscienza e alla volontà stessa dei contadini” (come egli stesso gli disse al “piccolo padre” della rivoluzione bolscevica), il secondo accusò i contadini di essere “contaminati dall'anarchia”.

Il che, per Machno, non poteva essere altro che un bene.

L'esercito insurrezionale rivoluzionario di Machno, detto anche Machnovščina, fu essenzialmente nomade e organizzato, appunto, in Soviet del lavoro, consigli di fabbrica e cooperative.

Per la prima volta, nella Storia, grazie alla Machnovščina, venivano sperimentate delle comunità autogestite di lavoratori, i quali lavoravano le terre espropriate ai grandi proprietari terrieri.

Fu la prima esperienza egualitaria della Storia che, per molti versi, sarà esportata prima nella Spagna anarchica (prima della guerra civile del 1936) e, diverso tempo dopo, nella Jugoslavia di Josip Tito Broz e nella Libia di Gheddafi.

A partire dal 1919, machnovisti e bolscevichi, ruppero definitivamente. Se prima erano uniti nel combattere Bianchi, austro-tedeschi e nazionalisti ucraini, ora divennero definitivamente nemici.

I machnovisti e i socialisti rivoluzionari, contavano, all'epoca, di far scoppiare una terza rivoluzione proletaria in Russia. Ovvero una rivoluzione anarchica e socialista rivoluzionaria, che avrebbe dovuto mirare alla soppressione di ogni forma di autoritarismo e di governo centralizzato, restituendo il potere a tutto il popolo.

Purtuttavia, nel 1921, i machnovisti e i socialisti rivoluzionari, furono definitivamente sconfitti dai bolscevichi e costretti all'esilio dalla madrepatria.

Prima in Romania e successivamente in Francia, i machnovisti non si arresero mai e continuarono a propagandare le idee anarchiche, sempre pronti ad accendere la fiaccola della rivoluzione, da riportare anche in Russia.

Le loro idee saranno di ispirazione agli anarco-sindacalisti spagnoli che, nel 1936, riucirono a portare le idee della rivoluzione anarchica in Spagna, allorquando gli anarchici e i repubblicani vinsero le elezioni (prima volta nella Storia nella quale gli anarchici presentarono liste elettorali). Ma, ben presto, verranno spazzati via dal golpe di Francisco Franco e dal suo totaliarismo clerico-fascista.

Machno non smise mai di essere vicino ai suoi compagni, sia russi che del resto d'Europa, anche nei suoi utimi giorni di vita, vinto dalla tubercolosi. Così come fu sempre un padre e un marito affettuoso.

Morì a Parigi, in esilio e completamente povero, nel 1934.

Il saggio “Nestor Machno: bandiera nera sull'Ucraina”, del prof. Alexander V. Shubin, ce ne restiuisce un profilo autentico, sia dal punto di vista biografico che delle sue idee politiche e delle sue capacità di stratega militari.

In tal senso, probabilmente, Machno potrebbe essere paragonato al nostro Giuseppe Garibaldi. L'eroe senza macchia, lo stratega militare, ma con un cuore e uno spirito antimilitarista. Il socialista umanitario e anti-autoritario che entra in conflitto con il potere costutuito. Che viene sconfitto, nella Storia, ma non nella bontà dei suoi atti e delle sue idee.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

giovedì 18 febbraio 2016

Il vicolo cieco dell'economia. Articolo di Luca Bagatin

Sembra sia arrivato quel momento della Storia nel quale qualsiasi cosa si sia desiderata e immaginata sia possibile, realizzabile, ottenibile. Tanto una Sony o una multinazionale qualsiasi la realizzerà. Sì, ma a che prezzo ? Ad un prezzo al di sopra dei nostri mezzi. A prezzo di un lavoro inesistente o precario o sottopagato; al prezzo di una concorrenza straniera sempre più pressante; a prezzo di una sanità e di una anzianità sempre meno tutelate. A prezzo, insomma, di aspetti che le cosiddette leggi dell'economia non contemplano, perché contrarie alle stesse.
Questa la tesi di fondo de “Il vicolo cieco dell'economia” di Jean-Claude Michéa, filosofo orwelliano, pubblicato dall'ottima casa editrice Elèuthera.
Tesi che ci dicono, fra l'altro, che questa società di matrice capitalista, ovvero liberal-progressista, ci ha inculcato le sue “leggi di mercato” in anni e decenni di lavaggio del cervello attraverso sia la pubblicità commerciale (che crea bisogni inutili e indotti), che attraverso programmi scolastici volti a farci supinamente accettare un'ineluttabile globalizzazionee e una modernità tecnologica totalmente illusoria.
Le radici della società capitalista, Michéa le fa dunque risalire all'Illuminismo, allorquando i filosofi individuarono nel meccanismo dell'interesse egoistico ogni forma di rapporto umano, ovvero nel razionalismo e nell'utilitarismo le basi sulle quali si sarebbe dovuta fondare una società moderna.
Fra i massimi esponenti di tale corrente, il filosofo ed economista Adam Smith, le cui tesi sono tutt'oggi fondamento dell'economia capitalista e di mercato e che obbligano l'individuo ad essere flessibile, ovvero a cambiare continuamente abitudini, lavoro e luogo di residenza (il famoso fenomeno del cosmopolitismo e dell'immigrazionismo) e dunque ad adattarsi ad ogni ordine impartito dalle leggi dell'economia, della concorrenza e del mercato.
L'individuo, lungi dall'essere veramente libero, si trasforma dunque in un atomo che si trova nelle condizioni di non poter ricercare e creare legami stabili (nemmeno sentimentali) con i suoi consimili, al punto che ogni impegno nei confronti degli altri diventa una sorta di ostacolo al perseguimento dei propri interessi e della propria ricchezza materiale.
Michéa rileva, in tutto questo, come la società capitalista e modernista obblighi altresì l'individuo a rimanere giovane per l'eternità. Costretto ad adattarsi alle regole dell'economia e del mercato, in una corsa senza fine, l'individuo non può permettersi di invecchiare e di ammalarsi e la sua illusoria eterna giovinezza deve a tutti i costi rappresentare un must di successo, esempio massimo dell'edonismo progressista e della massima fede nel futuro. In tutto ciò, come peraltro già accennato, l'individuo non sarà in grado di impegnarsi in relazioni stabili e profonde - in particolare nella sfera sentimentale - stabilendo così con gli altri suoi simili solo relazioni fuggevoli.
Jean-Claude Michéa fotografa, così, l'uomo moderno da diverse generazioni a questa parte: le sue relazioni sentimentali fuggevoli; la sua assurda cura del corpo ma non dell'intelletto e dello spirito; la sua mancanza di amicizie nella vita reale, ovvero di finte amicizie: pressoché quasi solo ed esclusivamente virtuali e internettiane.
Uomo moderno, ovvero uomo schiavo della società capitalista, che Michéa dice essere stata sdoganata, in Francia, dalla sinistra – figlia dell'Illuminismo - che si contrapponeva al socialismo delle origini e dunque alla feroce critica di Engels e di Proudhon al modernismo illuminista con il suo individualismo devastante. L'operaismo ed il popolarismo francese, più che marxista, era infatti proudhoniano ed ha sempre proposto una forma di società formata da una comunità di liberi ed eguali.
Jean-Claude Michéa ritiene dunque che sia necessaria una vera e propria rivoluzione culturale che attinga all'insegnamento socialista, anarchico e populista (il termine “populismo è stato connotato in senso spregiativo in questo secolo proprio dai capitalisti al fine di contrapporsi ai difensori del popolo) del XIXsecolo e dell'insegnamento di George Orwell e che fondi una società basata sul dono, sull'aiuto reciproco e sul senso civico. Ovvero una società che, su tali fondamenta, superi il capitalismo ed il modernismo.
George Orwell, come Michéa spiega ottimamente nel suo saggio, parla infatti di common decency quale aspetto fondante dello spirito del socialismo, ovvero la capacità morale degli individui di impegnarsi reciprocamente. Una virtù umana, in sostanza, contrapposta al calcolo egoista propugnato dal liberalismo economico.
Jean-Claude Michéa, nella sua analisi relativa al socialismo delle origini, non dimentica di riconoscere gli autentici meriti della fondazione del socialismo e del concetto di socialismo all'operaio tipografo francese Pierre Leroux. Già aderente alla Carboneria, Leroux aderì al saint-simonismo e successivamente, distaccatosene, elaborò la sua teoria sul socialismo quale alternativa all'individualismo egoista ed allo statalismo, proponendo una visione di società destinata all'autogoverno.
La critica di Michéa al capitalismo prosegue infine attraverso le sue prefazioni – inserite quali appendice nel saggio “Il vicolo cieco dell'economia” - ai saggi dello storico e studioso Christopher Lasch. Studioso conservatore e socialista, Lasch, al pari di Michéa, si pone in totale antitesi rispetto al capitalismo, al modernismo ed al progressismo che hanno sostanzialmente messo in vendita ogni rapporto sociale, umano e politico in nome dell'incultura del piacere, del desiderio effimero e delle regole di un'economia che ha sempre di più schiavizzato l'individuo e la società nella quale egli vive.

Luca Bagatin