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giovedì 16 febbraio 2023

Egor Ligaciov, il riformista leninista che voleva salvare l'URSS e il socialismo. Articolo di Luca Bagatin

  

Nel 1993 venne pubblicato, in Italia, dall'editore Roberto Napoleone, un interessante saggio utile a capire – oggi - molti avvenimenti del presente, a trent'anni esatti di distanza.

“L'enigma Gorbaciov”, che può ancora oggi essere reperito in qualche mercatino dell'usato o online, scritto da Egor Ligaciov, è un saggio chiaro e illuminante.

Ligaciov, nato nel 1920 e deceduto nel 2021 all'età di 101 anni, fu figura chiave del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) nel periodo gorbacioviano, oltre ad essere stato eletto per ben tre volte deputato alla Duma, nelle fila del Partito Comunista della Federazione Russa, sia in opposizione a Boris Eltsin che al suo delfino e successore Vladimir Putin, avendone sempre criticato le politiche.

Ligaciov fu un leninista riformista della prima ora, membro del Politburo e numero due del PCUS dal 1985 al 1990.

Come racconta nel saggio stesso, Ligaciov fu fra i primi, all'inizio del 1990, a sostenere l'esigenza di garantire pluralismo e Stato di diritto in URSS e a lanciare la cosiddetta perestrojka.

Lo fu a tal punto che fu fra i primi a sostenere la candidatura di Michail Gorbaciov alla guida dell'URSS, tanto che il Corriere della Sera, in quegli anni scrisse: “Ligaciov è diventato il sostegno di Gorbaciov nella sua politica di rinnovamento”.

Del resto, risale al 1983, sotto la leadership di Andropov, la stima reciproca fra Ligaciov e Gorbaciov e la loro politica di rinnovamento e di riforma, in continuità con gli insegnamenti del socialismo e del marxismo-leninismo e in opposizione tanto alla visione stalinista che a quella liberal-capitalista.

La stima di Ligaciov per Gorbaciov era tale che, non solo sostenne la sua candidatura nel 1985 alla guida del PCUS, ma invitò persino politici conservatori del calibro di Andrej Gromyko a proporne la candidatura e a sostenerlo.

Purtuttavia, lo stesso Ligaciov, come racconta nel suo saggio di memorie, ben presto si rese conto che, quel processo di riforma che avrebbe dovuto cambiare in meglio le sorti dell'URSS, si stava trasformando nel trampolino di lancio di quelle forze che Ligaciov definisce “radicali” ed “estremiste”, ovvero forza di matrice anticomunista, nazionalista, pseudodemocratiche, che cercavano di spingere le Repubbliche Socialiste Sovietiche verso il capitalismo.

E se ne accorse in particolare in quanto, sia la riforma del sistema elettorale che del sistema economico, seguivano un'accelerazione, senza minimamente consultare l'opinione pubblica sovietica.

Un'accelerazione che portò ad ammettere, ben presto, alle elezioni, fazioni anticomuniste e antisocialiste e smantellando totalmente il sistema socialista e privatizzando pressoché in toto l'apparato pubblico, abolendo non tanto il dannoso sistema burocratico del passato, quanto piuttosto abolendo ogni forma di pianificazione pubblica e favorendo l'oligarchia privata.

Ligaciov, oltre che l'insegnante Nina Andreeva, che per prima – con una dura lettera pubblicata sul quotidiano “Sovetskaja Rossija” - si permise di criticare il corso gorbacioviano, subirono un forte ostracismo da parte dei media e degli alti vertici del PCUS di allora.

Ligaciov, in particolare, attribuisce tale nuovo corso, a quella che definisce “eminenza grigia”, ovvero a Aleksandr Jakovlev, che si porrà alla testa di tali forze “radicali” e “antisocialiste”.

Jakovlev, politico di lungo corso sovietico, come ricorda Ligaciov, lavorò a lungo in Canada all'Accademia delle scienze sociali e fece uno stage di un anno presso la Columbia University di New York.

Nel 1972 diede scandalo un suo articolo, pubblicato dalla “Literaturnaja Gazeta” dal titolo “Contro l'anti-storicismo”, nel quale sviluppò le sue idee in senso liberale e entrava nello scontro interno al PCUS fra “occidentalisti” e “slavofili”, attacando questi ultimi.

Ligaciov, nel suo saggio, in sostanza, fa presente come la politica di Gorbaciov fosse diventata eterodiretta da Jakovlev, il quale, peraltro, nel 1992, una volta bandito il PCUS, venne sempre tenuto in alta considerazione da Eltsin.

Jakovlev, fra l'altro, fu il primo a scagliarsi contro Nina Andreeva e ad aizzare i media contro tutti i critici del nuovo corso liberale intrapreso dall'URSS.

Fra questi lo stesso Ligaciov che, senza uno straccio di prova, fu coinvolto nella “tangentopoli sovietica”, lanciata dai giudici Gdlian e Ivanov.

Proprio Ligaciov che, per primo, aveva puntato il dito contro la corruzione politica in Uzbekistan e che, nel Politburo, aveva iniziato a lanciare una campagna anti-corruzione.

Gorbaciov non difese l'ex amico Ligaciov, ma tacque, per quanto, ben presto, ogni accusa contro di lui venne a cadere.

Di tutto ciò che Ligaciov si rammarica in particolare, di quegli anni, che hanno determinato peraltro la Storia delle ex Repubbliche sovietiche sino ai giorni nostri, è racchiuso in queste frasi, che riporta nel libro: “Il vero dramma della perestrojka consiste nel fatto che i suoi leader, invece di usare la normale arma della critica contro i cosiddetti conservatori, fecero loro la guerra e, impegnati in questo, non videro invece – o non vollero vedere – il vero, grande, principale pericolo che gradualmente aumentava: il nazionalismo e il separatismo”.

Di lì a poco, infatti, scoppieranno – come nell'ex Jugoslavia – i primi conflitti fra Repubbliche ex sovietiche. Aspetto, che, peraltro, non è mai cessato e continuiamo a vedere ancora oggi. Esattamente come l'avvento al potere, in tutte le Repubbliche ex sovietiche, come prospettato da Ligaciov, di leader antisocialisti e autoritari.

Nel suo saggio, Ligaciov, riporta alcuni stralci della lettera che inviò – nel maggio 1990 – al Politburo del PCUS: “Il Paese è a un bivio. Il problema è questo: o tutto ciò che è stato raggiunto, con sforzi enormi di tante generazioni, sarà conservato e sviluppato sulla base del vero socialismo, o l'Unione Sovietica cesserà di esistere e al suo posto si formeranno decine di Stati con regimi diversi.

In Lituania i nazionalisti borghesi hanno preso il sopravvento, la repubblica sta andando alla deriva e si avvicina all'occidente. Nella stessa direzione vogliono andare Estonia e Lettonia. In alcune regioni occidentali dell'Ucraina il potere è passato nelle mani dei nazionalisti. Nel Caucaso è in corso una guerra fratricida. L'alleanza socialista in Europa si è spezzata, il paese perde i suoi amici mentre si rafforzano le posizioni dell'imperialismo.

I conflitti etnici, gli scioperi, le forze disgregatrici non tengono conto delle leggi, del Soviet supremo e dei decreti del presidente, rendendo impossibile la realizzazione della riforma economica.

Bisogna convocare il Plenum del Partito e elaborare misure urgenti e concrete per battere le forze antisocialiste e separatiste, riordinare le fila dei comunisti e rafforzare l'integrità territoriale dell'URSS”.

Sappiamo bene come, invece, gli eventi abbiano preso una piega opposta, nonostante il 17 marzo 1991, la stragrande maggioranza dei cittadini di tutte le Repubbliche sovietiche (ben il 77,85%) abbia votato per la sua conservazione.

Ligaciov, in ogni caso, non incolpa la perestrojka del precipitare degli eventi. In realtà rivendica il fatto che le aperture fossero necessarie – come peraltro avvenuto nella Cina socialista dalla fine degli Anni '70 – e come l'economia sovietica fosse sana e tutt'altro che prossima al collasso.

Egli ritiene che fosse giusto far convivere pianificazione economica e libero mercato, ma non di certo aprire alla deregolamentazione e alla privatizzazione selvaggia, come invece è avvenuto, portando non solo alla deregolamentazione dell'economia, ma anche ad un impoverimento generale della popolazione.

In questo senso egli sottolinea, nel suo saggio, come anche nei Paesi capitalisti la totale deregolamentazione dell'economia - senza pianificazione - porti al totale collasso e sia economicamente insostenibile.

Ma sottolinea come, mentre i Paesi capitalisti – per far reggere la loro economia - abbiano largamente sfruttato i Paesi sottosviluppati e le loro risorse e gli operai stranieri immigrati, i Paesi socialisti non lo abbiano mai fatto e siano e siano stati unicamente fondati sul lavoro di milioni di cittadini.

Delle frasi, nei capitoli conclusivi del testo, riassumono, in particolare, il pensiero riformista di Egor Ligaciov: “Sono convinto che il socialismo sia una delle vie che conducono al progresso universale. Come intendo io il socialismo? Una società in cui si dà priorità all'uomo e alla democrazia. La base economica del socialismo è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, ma in forme differenziate: l'uomo vi diventa comproprietario, e vi convivono pianificazione e libero mercato.

La base politica di questo regime sono i Soviet a tutti i livelli e uno Stato di diritto. Sul piano morale è una società in cui nei valori socialisti trovano posto sublimandosi i valori individuali; sul piano sociale è un regime di giustizia sociale, privo di oppressioni e ingiustizie, una società in cui non esiste la disoccupazione e in cui a ciascuno viene garantito il diritto al lavoro”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

domenica 4 ottobre 2020

4 ottobre 1993: Eltsin bombardò il Parlamento. I cittadini in piazza in difesa del socialismo. Articolo di Luca Bagatin

Il 4 ottobre 1993 i commandos russi, su ordine di Boris Eltsin, bombardarono il Parlamento, ovvero il Congresso dei Deputati del Popolo.

Fu il culmine del golpe bianco liberale contro la Repubblica Socialista Federativa Russa (RSFR).

Quasi 2500 le vittime.

Il tutto nacque con la crisi costituzionale del 21 settembre 1993, allorquando Eltsin, Presidente della RSFR, decise di sciogliere il Congresso dei Deputati del Popolo e il suo Soviet Supremo, accusando i deputati di essere “troppo comunisti”.

Un atto totalmente incostituzionale, autoritario, golpista, ma fatto passare dai media occidentali come un atto di grande democrazia, così come ogni nefandezza di Eltsin. Ovvero il piano di svendita del patrimonio statale sovietico e la sua conseguente spartizione fra oligarchi e criminali.

Il Parlamento russo si oppose a tale piano definito “riformista”.

Il Vicepresidente Aleksandr Ruckoj – che si pose a difesa del Parlamento - denunciò il programma liberale di Eltsin definendolo una forma di “genocidio economico”, anche in quanto impoverì drammaticamente e drasticamente la popolazione.

Il Parlamento – dopo la richiesta di scioglimento - si affrettò dunque a sostituire Eltsin con Ruckoj, ma il Presidente rispose, dal 3 al 4 ottobre, inviando le forze speciali e i carri armati, bombardando la sede della democrazia sovietica, con i deputati chiusi all'interno.

Durissimi gli scontri, anche di piazza, fra le forze speciali e cittadini scesi a difendere – con tanto di bandiere rosse con la falce e martello e ritratti di Lenin in mano - la legittimità del Parlamento e ciò che rimaneva delle conquiste socialiste e sovietiche.

Nonostante la resistenza popolare eroica, le forze di Eltsin accerchiarono la Casa Bianca, sede del Parlamento, che fu conquistata.

Il resto è Storia che conosciamo.

Se da una parte gli oppositori al golpe liberale eltsiniano si riunirono nel Fronte Patriottico, composto dai comunisti di Zjuganov, dai nazionalbolscevichi di Limonov (il quale partecipò attivamente alla difesa del Parlamento) e da elementi nazionalisti, l'oligarchia ebbe la meglio.

In Russia il comunismo – che dal 1917 aveva emancipato il popolo - fu, se non bandito, considerato alla stregua del fascismo. E continuarono le svendite di Stato e lo smembramento delle Repubbliche ex sovietiche, ormai preda di oligarchi, affaristi, mafiosi e neonazisti. Una svendita ancora per nulla terminata con il passaggio delle consegne da Eltsin a Putin, che ha proseguito nello smantellamento del sistema sociale e economico sovietico.

Il 3 ottobre scorso, a Mosca, si è tenuta una commemorazione degli eroi della resistenza al golpe di Eltsin, presso il monumento dedicato ai difensori della Casa Bianca. Erano presenti le forze della sinistra patriottica russa, fra cui il partito nazionalbolscevico “L'Altra Russia di Eduard Limonov”, che hanno ricoperto il monumento di garofani rossi, simbolo del socialismo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 27 luglio 2020

Addio a Nina Andreeva, la bolscevica che criticò Gorbaciov. Articolo di Luca Bagatin

Si è spenta a San Pietroburgo, il 24 luglio scorso (ma la notizia si è appresa solamente il 26 luglio), all'età di 81 anni, Nina Aleksandrovna Andreeva, pasionaria del bolscevismo russo.
Nina Andreeva, insegnante di chimica di umili origini operaie, nata nel 1938 a Leningrado (oggi San Pietroburgo) e membro del Partito Comunista dell'Unione Sovietica (PCUS) dal 1966, salì alla ribalta delle cronache nel 1988 per aver scritto – il 13 marzo di quell'anno - una dura lettera pubblicata sul quotidiano “Sovetskaja Rossija” (e che ebbe molta eco anche nella DDR) dal titolo “Perché non possiamo transigere sui principi”.
La sua lettera, che divenne poi celebre con il nome di “manifesto delle forze anti-perestrojka”, fu il primo attacco alla deriva revisionista e riformista di Gorbaciov, che avrebbe portato l'URSS allo sfacelo e alla sua disgregazione, oltre che all'avvento degli oligarchi e del capitalismo più assoluto e selvaggio.
Fedele ai principi marxisti-leninisti, la Andreeva, nella sua lettera, difese i principi socialisti, criticando l'avvento di quello che ella chiamò “un non meglio definito socialismo liberale di sinistra”. Quello che ella ravvisò come un tentativo di smantellare le conquiste sovietiche e di falsificare la storia del socialismo, al fine di aprire la strada al capitalismo, all'imperialismo e al cosmopolitismo occidentale e borghese.
Nella sua lettera criticò, altresì, le tendenze “conservatrici e tradizionaliste”, che avrebbero voluto superare il socialismo facendo un salto all'indietro.
La Andreeva, dunque, concluse la sua missiva ritenendo che fosse necessario tornare alle origini dei principi socialisti e sovietici – donati al popolo da Lenin - e che su questi non si dovesse transigere. E accusò Gorbaciov e i suoi collaboratori di non essere dei veri comunisti.
Tale lettera fu accolta con fervore dalla fazione conservatrice e intransigente del PCUS e ciò permise alla Andreeva di guidare, nei primi Anni '90, la fazione bolscevica del Partito, la quale portò, nel 1991, all'espulsione di Gorbaciov dal PCUS stesso.
Nel 1991, Nina Andreeva, fondò il Partito Comunista di tutti i Bolscevichi, ancora oggi presente nel panorama politico russo con la deniminazione Comunisti di Russia e oggi guidato dal giovane Maksim Suraykin, classe 1978. Uno dei pochi partiti di ispirazione socialista al quale è consentito presentarsi alle elezioni (oltre che al KPRF di Zjuganov).
E sono proprio i Comunisti di Russia a dare, sul loro sito, la notizia della scomparsa di Nina Andreeva, che ricordano essere stata “un simbolo di integrità, lealtà all'idea comunista, lealtà allo Stato sovietico. Nella vita ordinaria, Nina A. Andreeva era una persona semplice, gentile e comprensiva, molto colta e educata. Per tutta la vita ha vissito in un modesto appartamento a Leningrado”.
I Comunisti di Russia, che rivendicano l'eredità sovietica di Lenin e Stalin, pur opponendosi all'attuale governo liberal autoritatio di Putin (come tutte le forze socialiste russe, compresi i nazionalbolscevichi di Limonov, il Fronte di Sinistra e i comunisti del KPRF), sono in forte concorrenza ideologica anche con il Partito Comunista della Federazione Russa (KPRF) guidato da Gennady Zjuganov, la cui consistenza elettorale è, ad ogni modo, maggiore. Costoro, infatti, accusano il KPRF di essere eccessivamente transigente e moderato.
Con Nina Andeeva – la prima a prevedere l'involuzione della Russia in senso capitalista e oligarchico - se ne va un pezzo di storia sovietica e russa. Un pezzo importante della storia del bolscevismo.

Luca Bagatin