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sabato 29 gennaio 2022

Il processo alla Democrazia Cristiana di Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini, nell'agosto 1975, sul più grande quotidiano italiano, "Il Corriere della Sera", pubblicò un lungo articolo nel quale inchiodò alle sue responsabilità politiche, morali, civili, il partito di governo, la DC.

Un vero e proprio processo al partito di potere che a lungo (mal)governò l'Italia.
Pasolini fu ucciso nel novembre 1975.
Non si seppero mai i veri colpevoli.
L'Italia non ha mai fatto i conti con la DC, che ne rappresenta la coscienza più ipocrita e nera. Come nero fu quel fascismo, denunciato da Pasolini, del quale la DC fu la continuatrice.
 
L.B. 
 

[pubblicato nel “Corriere della Sera” del 24 agosto 1975] (tratto da: http://www.asiablog.it/2007/07/29/pasolini-processo-alla-democrazia-cristiana/)
 
Il processo

Dunque: indegnità, disprezzo per i cittadini, manipolazione del denaro pubblico, intrallazzo con i petrolieri, con gli industriali, con i banchieri, connivenza con la mafia, alto tradimento in favore di una nazione straniera, collaborazione con la CIA, uso illecito di enti, come il SID, responsabilità nelle stragi di Milano, Brescia e Bologna (almeno in quanto colpevole incapacità di punirne gli esecutori), distruzione paesaggistica e urbanistica dell’Italia, responsabilità della degradazione antropologica degli italiani (responsabilità. questa, aggravata dalla sua totale inconsapevolezza), responsabilità della condizione, come si usa dire, paurosa delle scuole, degli ospedali e di ogni opera pubblica primaria, responsabilità dell’abbandono «selvaggio» delle campagne, responsabilità dell’esplosione «selvaggia» della cultura di massa e dei mass media, responsabilità della stupidità delittuosa della televisione, responsabilità del decadimento della Chiesa, e infine, oltre a tutto il resto, magari anche distribuzione borbonica di cariche pubbliche ad adulatori. […]
L’immagine di Andreotti o Fanfani, di Gava o Restivo, ammanettati tra i carabinieri, sia un’immagine metaforica. Il loro processo sia una metafora. Al fine di rendere il mio discorso comico oltre che sublime (come ogni monologo!), e soprattutto didascalicamente molto più chiaro.
Cosa verrebbe rivelato alla coscienza dei cittadini italiani da tale Processo (oltre, si intende, alla fondatezza dei reati più sopra enunciati secondo una terminologia etica se non giuridica)?
Verrebbe rivelato ai cittadini italiani qualcosa di essenziale per la loro esistenza, cioè questo: i potenti democristiani che ci hanno governato negli ultimi dieci anni non hanno capito che si era storicamente esaurita la forma di potere che essi avevano servilmente servito nei vent’anni precedenti (traendone peraltro tutti i possibili profitti) e che la nuova forma di potere non sapeva più (e non sa) che cosa farsene di loro.
Questa «millenaristica» verità è dunque essenziale per capire (al di là del Processo e delle sue condanne penali) che è finita l’epoca, appunto millenaria, di un «certo» potere ed è cominciata l’epoca di un certo «altro» potere.
Ma soltanto un Processo potrebbe dare a questa astratta affermazione i caratteri di una verità storica inconfutabile, tale da determinare nel paese una nuova volontà politica.
Una volta condannati i nostri potenti democristiani (alla fucilazione, all’ergastolo, all’ammenda di una lira, cosa di cui qualsiasi cittadino infine si accontenterebbe) ogni confusione dovuta a una falsa e artificiale continuità del potere democristiano verrebbe vanificata. L’interruzione drammatica di tale continuità renderebbe al contrario chiaro a tutti non solo che un gruppo di corrotti, di inetti, di incapaci è stato democraticamente tolto di mezzo, ma soprattutto (ripeto) che un’epoca è finita e ne deve cominciare un’altra.
Se invece questi potenti resteranno ai loro posti di potere – magari scambiandoseli un’ennesima volta –, se cioè la Dc, e con essa, quindi, il paese, opteranno per la continuità, più o meno drammatizzata, non sarà mai chiaro, per esempio, il fatto che gli italiani oggi sono laici almeno nella misura in cui fino a ieri erano cattolici, oppure che i valori dello sviluppo economico hanno dissolto tutti i possibili valori delle economie precedenti (insieme a quelli specificatamente ideologici e religiosi), oppure ancora che il nuovo potere ha bisogno di un nuovo tipo di uomo.
Ora (o almeno così sembra a un intellettuale solo in mezzo a un bosco) gli osservatori politici italiani insistono colpevolmente a optare, in fondo, per la continuità democristiana: per adesso anche i comunisti. Gli osservatori borghesi indicano settorialmente, nel campo economico (e non dell’economia politica!!), le possibili soluzioni di quella che essi chiamano crisi; gli osservatori comunisti – insieme a tale indicazione, naturalmente più radicale e pur accettando come buone le intenzioni dei democristiani demandati alla continuità – lamentano il persistente anticomunismo.
Ma che senso ha pretendere o sperare qualcosa da parte dei democristiani? O addirittura chiedere loro qualcosa?
Non si può non solo governare, ma nemmeno amministrare senza dei principi. E il partito democristiano non ha mai avuto dei principi. Li ha identificati, e brutalmente, con quelli morali e religiosi della Chiesa in grazia della quale deteneva il potere. Una massa ignorante (e lo dico col più grande amore per questa massa) e una oligarchia di volgari demagoghi dalla fame insaziabile, non possono costituire un partito con un’anima. Ciò l’abbiamo sempre saputo, e l’abbiamo anche sempre detto: ma non l’abbiamo saputo e detto fino in fondo: per una ragione molto semplice: perché la Chiesa cattolica era una realtà, e la maggioranza degli italiani erano cattolici. […]
Torniamo dunque al nostro Processo (metaforico): ma stavolta in relazione e in funzione della politica del Pci (o di un Psi ipoteticamente rinnovato da una sua «rivoluzione culturale»), che è l’unica che importa. Se, invece di fingere di accontentarsi delle parole dei «galantuomini della continuità», i comunisti e i socialisti decidessero di spezzare tale continuità intentando un Processo penale a Andreotti e a Fanfani, a Gava e a Restivo ecc. ecc., che cosa metterebbero in chiaro una volta per sempre di fronte alla propria coscienza? Una serie di fatti banali che portano a un fatto essenziale, e cioè:
Primo fatto banale: si presenterebbe, in tutta la sua estensione e profondità, ma anche in tutto il suo definitivo anacronismo, il quadro clerico-fascista in cui il malgoverno democristiano ha potuto essere attuato attraverso una serie di reati classici. Reati dunque non reati, in quanto consustanziali alla realtà del paese, e quindi (come quelli mussoliniani) perpetrati in fondo nel suo ambito e col suo consenso. Durante i primi venti anni del regime democristiano, si è governato un popolo storicamente incapace di dissentire: esattamente come durante il ventennio fascista, come durante l’Ottocento pontificio o borbonico, e addirittura come durante i secoli feudali.

Nel palazzo

Secondo fatto banale: la qualificazione di «antifascista» (di cui insistono a gratificarsi uomini anche autorevoli di sinistra, che in questo non si distinguono affatto dai democristiani) diventa una sinonimia assurda, anzi, ridicola, di antiborbonico o antifeudale…
Terzo fatto banale: un paese non più clerico-fascista, e cioè un popolo non più religioso, non può non ripercuotere la propria realtà nel «Palazzo», vanificandone i codici e rendendo le manovre dei potenti degli automatismi pazzi (di cui son complici anche gli oppositori).
Fatto essenziale: ciò che al contrario il Processo renderebbe chiaro – folgorante, definitivo – è che il contesto in cui governare non è più quello clerico-fascista, e che proprio nel non aver capito questo consiste il vero reato, politico, dei democristiani. Il Processo renderebbe chiaro – folgorante, definitivo – che governare e amministrare bene non significa più governare e amministrare bene in relazione al vecchio potere, bensì in relazione al nuovo potere.
Per esempio: i beni superflui in quantità enorme, ecco qualcosa di assolutamente nuovo rispetto a tutta la storia italiana, fatta di puro pane e miseria. Aver governato male significa dunque non aver saputo far sì che i beni superflui fossero un fatto (come oggettivamente dovrebbe essere) positivo: ma che, al contrario, fossero un fatto corruttore, di selvaggia distruzione di valori, di deterioramento antropologico, ecologico, civile.
Altro esempio: la democratizzazione derivante dal consumo estremamente esteso dei beni (compresi, perché no?, i beni superflui), ecco un’altra grande novità. Ebbene, l’aver governato male significa non aver fatto sì che tale democratizzazione fosse reale, viva: ma che, al contrario, fosse un orribile appiattimento o un decentramento puramente enfatico (gestito in genere da illusi progressisti).
Altro esempio ancora: la tolleranza, che il nuovo potere ha elargito, per delle sue buone ragioni, è anch’essa una grande novità. L’aver governato male – ancora una volta consiste nel non aver fatto di tale tolleranza una conquista, ma di averla trasformata nella peggiore intolleranza reale che si sia mai vista (ossia la tolleranza di una maggioranza, resa sconfinata dalla sua nuova «qualità» di «massa», che tollera, in realtà, solo le infrazioni che fanno comodo a lei stessa).
Quindi, nella mia ansia didascalica, insisto: governare bene o amministrare bene non significa più affatto governare bene o amministrare bene rispetto al governare male o all’amministrare male clerico-fascista (e quindi democristiano). La moralità politica non consiste più nel confrontarsi con l’immoralità clerico-fascista e magari col debellarla: cosa che i democristiani, in quanto cristiani, hanno sempre detto, a parole, di voler fare. Di conseguenza, se i comunisti – nelle giunte amministrative regionali, provinciali e comunali – si limitassero ad attenersi a una simile moralità politica, essi altro non sarebbero che i veri democristiani.
Ma – e questo è il punto – anche facendo dei beni superflui, della democratizzazione consumistica e della falsa tolleranza, qualcosa di avanzato, di vivo, di reale – anche in tal caso – i comunisti altro non sarebbero che i veri democristiani. Perché? Perché beni superflui, democratizzazione consumistica, tolleranza sono fenomeni che caratterizzano il nuovo potere (il nuovo modo di produzione) e tale nuovo potere (tale nuovo modo di produzione) è capitalistico.
Bologna è in realtà un esempio di come avrebbe dovuto essere amministrata dai democristiani una città.
Ma è a questo punto che si ha il «risvolto» del mio presente scritto (reso evidentemente romanzesco dalla presenza di un Processo…).
Il «risvolto» consiste in questo: la continuità democristiana, voluta in realtà da tutti indistintamente – in barba alla terribile «crisi», da tutti, altrettanto indistintamente, recepita e drammatizzata – in realtà non è possibile […]

Pier Paolo Pasolini

lunedì 31 ottobre 2016

Craxi: l'ultimo statista italiano. Articolo di Luca Bagatin

Per il saggista Francesco Carlesi, Bettino Craxi è l'ultimo statista italiano e, debbo dire, sono d'accordo con lui.
L'amore per la sovranità e l'autonomia politica; le sfide lanciate all'establishment economico-finanziario;, l'avversione per le privatizzazioni selvagge ed i ripetuti braccio di ferro con gli Stati Uniti d'America, hanno fatto di Craxi un leader moderno unico nel suo genere.
Dopo Craxi, infatti, fu davvero il diluvio. Un diluvio di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, con una globalizzazione economica imposta; con la totale perdita di sovranità monetaria, economica e persino culturale; con l'avvento di politici di facciata che rispondono alle logiche del business; con l'avvento dell'era della precarietà e della disoccupazione endemica e della privatizzazione di tutto il comparto pubblico (pensiamo ad aziende un tempo fiore all'occhielllo del Ministero del Tesoro quali Telecom, Acea, Eni, Enel...) ovvero con l'avvento del capitalismo assoluto tanto avversato da Craxi.
Francesco Carlesi è l'autore dell'ultimo saggio dedicato al leader socialista dal titolo, appunto, “Craxi – l'ultimo statista italiano”, edito dalle Edizioni Circolo Proudhon.
Un saggio breve - con prefazione di Stefania Craxi - ma utilissimo a far conoscere ai giovani ed a rinfrescare la memoria ai più anziani, su chi fu Bettino Craxi, quale fu il ruolo del Partito Socialista Italiano dalla fine degli Anni '70 all'inizio Anni '90 e a sfatare tutte le maldicenze e gli improperi che fecero seguito alla falsa rivoluzione di Tangentopoli che, nei fatti, fu un vero e proprio “colpo di Stato” contro le forze politiche democratiche della Prima Repubblica per sdoganare, appunto, l'avvento della globalizzazione selvaggia e del capitalismo assoluto imposto dalla finanza anglo-statunitense, come ricordato da Sergio Romano e dallo stesso Carlesi nel suo saggio.
Il saggio di Carlesi ripercorre tutta la biografia di Bettino Craxi, figlio di socialisti ed iscrittosi al PSI a soli 17 anni ed eletto nel comitato centrale del partito a soli 23 anni. Allievo di Pietro Nenni e dunque aderente alla corrente autonomista, diverrà Segretario del PSI nel 1976, imponendo al partito una grande svolta. Ispirandosi sia all'anarchismo di Pierre-Joseph Proudhon che al socialismo umanitario di Giuseppe Garibaldi ed al Socialismo Liberale di Carlo Rosselli, Craxi romperà con la tradizione marxista e leninista del partito per trasformarlo via via in un partito autonomo (anche nel simbolo, facendovi inserire al centro un garofano rosso, simbolo della Comune di Parigi), liberalsocialista e libertario, alternativo ai comunisti ed alla Democrazia Cristiana, pur rimanendo ancorato al patto di governo con quest'ultima, assieme al PSDI, al, PRI ed al PLI.
Bettino Craxi imprimerà dunque al PSI un carattere al contempo Risorgimentale, patriottico, autogestionario e modernizzatore, attirandosi numerose critiche di “decisionismo”, pur necessarie all'interno di un partito diviso fra mille correnti ed all'epoca ai minimi storici. La sua azione, infatti, permetterà al PSI di giungere sin quasi al 15% dei consensi nell'epoca in cui Craxi sarà nominato Presidente del Consiglio (1983 – 1987), epoca in cui riuscirà a far diminuire l'inflazione, rilanciare i consumi ed il Made in Italy nel mondo ed a rilanciare la sovranità dell'Italia rispetto agli USA con i quali ebbe taluni scontri, il principale dei quali quello relativo ai fatti di Sigonella che, nel libro di Carlesi, sono raccontati in appendice per merito di un discorso dello stesso Bettino Craxi, pronunciato all'epoca dei fatti.
Amico degli oppressi e dei movimenti di liberazione nazionale, Bettino Craxi fu vicino e sostenitore, anche finanziariamente, dei dissidenti anticomunisti nei Paesi dell'Est, oltre che dell'OLP di Arafat e del Cile di Salvador Allende e nota fu sempre la sua amicizia e vicinanza al mondo arabo, in particolare al mondo socialista arabo. La sua azione politica, come documentato anche nel saggio, sarà dunque sempre improntata alla libertà, alla democrazia ed all'autodeterminazione dei popoli, aspetto peraltro riscontrabile anche in politica interna, viste le sue idee federaliste (mutuate peraltro dallo stesso Proudhon e da Carlo Cattaneo).
Bettino Craxi è inoltre ricordato per la cosiddetta “Grande Riforma”, ovvero la necessità di rinnovare le istituzioni in senso presidenziale (idea peraltro già lanciata anni prima dal repubblicano mazziniano Randolfo Pacciardi, accusato ingiustamente – da sinistra – di golpismo) e di garantire maggior governabilità al Paese.
Riforma che, ad ogni modo, rimase lettera morta in quanto fortemente avversata tanto dal PCI che dalla DC.

La fine di Bettino Craxi è nota ed il saggio di Carlesi non dimentica di citare e di riportare quel celebre discorso che Craxi pronunciò alla Camera dei Deputati, il 3 luglio 1992, nel quale parlò del finanziamento illegale ai partiti, denunciandolo e rammentando che tutti i partiti, nessuno escluso, erano finanziati illegalmente, ma non per questo potevano dirsi criminali.
Il resto è storia nota. Anziché riformare il sistema tutto l'arco costituzionale rispose ipocritamente e lasciò che la Prima Repubblica ed il sistema politico democratico dei tempi implodesse su sé stesso. Craxi, lo sappiamo, fu costretto ad andare in esilio ad Hammamet, protetto dal governo tunisino, diversamente avrebbe rischiato il linciaggio mediatico, fisico e la galera, quale unico “capro espiatorio” di un sistema non in grado di roformarsi e che si rifaceva su di lui in quanto l'unico ad aver “scoperto il Vaso di Pandora” ed in quanto l'unico ad opporsi, all'epoca, alla svendita del patrimonio statale ed a quella sovranità del Paese minacciata dai gruppi economico-finanziari italiani e soprattutto stranieri.
Ecco che il saggio di Francesco Carlesi, giovane ricercatore laureato in Scienze Politiche, cerca di rimettere ordine al caos ed all'odio generato in un'epoca che ha generato l'attuale crisi economica, sociale, civile e politica italiana ed europea. Merita, anche fosse solo per questo, di essere letto e diffuso.

Luca Bagatin