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lunedì 31 ottobre 2016

Craxi: l'ultimo statista italiano. Articolo di Luca Bagatin

Per il saggista Francesco Carlesi, Bettino Craxi è l'ultimo statista italiano e, debbo dire, sono d'accordo con lui.
L'amore per la sovranità e l'autonomia politica; le sfide lanciate all'establishment economico-finanziario;, l'avversione per le privatizzazioni selvagge ed i ripetuti braccio di ferro con gli Stati Uniti d'America, hanno fatto di Craxi un leader moderno unico nel suo genere.
Dopo Craxi, infatti, fu davvero il diluvio. Un diluvio di cui ancora oggi paghiamo le conseguenze, con una globalizzazione economica imposta; con la totale perdita di sovranità monetaria, economica e persino culturale; con l'avvento di politici di facciata che rispondono alle logiche del business; con l'avvento dell'era della precarietà e della disoccupazione endemica e della privatizzazione di tutto il comparto pubblico (pensiamo ad aziende un tempo fiore all'occhielllo del Ministero del Tesoro quali Telecom, Acea, Eni, Enel...) ovvero con l'avvento del capitalismo assoluto tanto avversato da Craxi.
Francesco Carlesi è l'autore dell'ultimo saggio dedicato al leader socialista dal titolo, appunto, “Craxi – l'ultimo statista italiano”, edito dalle Edizioni Circolo Proudhon.
Un saggio breve - con prefazione di Stefania Craxi - ma utilissimo a far conoscere ai giovani ed a rinfrescare la memoria ai più anziani, su chi fu Bettino Craxi, quale fu il ruolo del Partito Socialista Italiano dalla fine degli Anni '70 all'inizio Anni '90 e a sfatare tutte le maldicenze e gli improperi che fecero seguito alla falsa rivoluzione di Tangentopoli che, nei fatti, fu un vero e proprio “colpo di Stato” contro le forze politiche democratiche della Prima Repubblica per sdoganare, appunto, l'avvento della globalizzazione selvaggia e del capitalismo assoluto imposto dalla finanza anglo-statunitense, come ricordato da Sergio Romano e dallo stesso Carlesi nel suo saggio.
Il saggio di Carlesi ripercorre tutta la biografia di Bettino Craxi, figlio di socialisti ed iscrittosi al PSI a soli 17 anni ed eletto nel comitato centrale del partito a soli 23 anni. Allievo di Pietro Nenni e dunque aderente alla corrente autonomista, diverrà Segretario del PSI nel 1976, imponendo al partito una grande svolta. Ispirandosi sia all'anarchismo di Pierre-Joseph Proudhon che al socialismo umanitario di Giuseppe Garibaldi ed al Socialismo Liberale di Carlo Rosselli, Craxi romperà con la tradizione marxista e leninista del partito per trasformarlo via via in un partito autonomo (anche nel simbolo, facendovi inserire al centro un garofano rosso, simbolo della Comune di Parigi), liberalsocialista e libertario, alternativo ai comunisti ed alla Democrazia Cristiana, pur rimanendo ancorato al patto di governo con quest'ultima, assieme al PSDI, al, PRI ed al PLI.
Bettino Craxi imprimerà dunque al PSI un carattere al contempo Risorgimentale, patriottico, autogestionario e modernizzatore, attirandosi numerose critiche di “decisionismo”, pur necessarie all'interno di un partito diviso fra mille correnti ed all'epoca ai minimi storici. La sua azione, infatti, permetterà al PSI di giungere sin quasi al 15% dei consensi nell'epoca in cui Craxi sarà nominato Presidente del Consiglio (1983 – 1987), epoca in cui riuscirà a far diminuire l'inflazione, rilanciare i consumi ed il Made in Italy nel mondo ed a rilanciare la sovranità dell'Italia rispetto agli USA con i quali ebbe taluni scontri, il principale dei quali quello relativo ai fatti di Sigonella che, nel libro di Carlesi, sono raccontati in appendice per merito di un discorso dello stesso Bettino Craxi, pronunciato all'epoca dei fatti.
Amico degli oppressi e dei movimenti di liberazione nazionale, Bettino Craxi fu vicino e sostenitore, anche finanziariamente, dei dissidenti anticomunisti nei Paesi dell'Est, oltre che dell'OLP di Arafat e del Cile di Salvador Allende e nota fu sempre la sua amicizia e vicinanza al mondo arabo, in particolare al mondo socialista arabo. La sua azione politica, come documentato anche nel saggio, sarà dunque sempre improntata alla libertà, alla democrazia ed all'autodeterminazione dei popoli, aspetto peraltro riscontrabile anche in politica interna, viste le sue idee federaliste (mutuate peraltro dallo stesso Proudhon e da Carlo Cattaneo).
Bettino Craxi è inoltre ricordato per la cosiddetta “Grande Riforma”, ovvero la necessità di rinnovare le istituzioni in senso presidenziale (idea peraltro già lanciata anni prima dal repubblicano mazziniano Randolfo Pacciardi, accusato ingiustamente – da sinistra – di golpismo) e di garantire maggior governabilità al Paese.
Riforma che, ad ogni modo, rimase lettera morta in quanto fortemente avversata tanto dal PCI che dalla DC.

La fine di Bettino Craxi è nota ed il saggio di Carlesi non dimentica di citare e di riportare quel celebre discorso che Craxi pronunciò alla Camera dei Deputati, il 3 luglio 1992, nel quale parlò del finanziamento illegale ai partiti, denunciandolo e rammentando che tutti i partiti, nessuno escluso, erano finanziati illegalmente, ma non per questo potevano dirsi criminali.
Il resto è storia nota. Anziché riformare il sistema tutto l'arco costituzionale rispose ipocritamente e lasciò che la Prima Repubblica ed il sistema politico democratico dei tempi implodesse su sé stesso. Craxi, lo sappiamo, fu costretto ad andare in esilio ad Hammamet, protetto dal governo tunisino, diversamente avrebbe rischiato il linciaggio mediatico, fisico e la galera, quale unico “capro espiatorio” di un sistema non in grado di roformarsi e che si rifaceva su di lui in quanto l'unico ad aver “scoperto il Vaso di Pandora” ed in quanto l'unico ad opporsi, all'epoca, alla svendita del patrimonio statale ed a quella sovranità del Paese minacciata dai gruppi economico-finanziari italiani e soprattutto stranieri.
Ecco che il saggio di Francesco Carlesi, giovane ricercatore laureato in Scienze Politiche, cerca di rimettere ordine al caos ed all'odio generato in un'epoca che ha generato l'attuale crisi economica, sociale, civile e politica italiana ed europea. Merita, anche fosse solo per questo, di essere letto e diffuso.

Luca Bagatin

lunedì 19 settembre 2016

Michel Clouscard: filosofo comunista contro l'ideologia del desiderio. Articolo di Luca Bagatin

Viviamo nell'epoca del superfluo, dell'effimero, del liquido, del perennemente instabile.
E' l'epoca della modernità; dell'urbanizzazione selvaggia e degli eco-mostri; dello sradicamento delle campagne par approdare alle città; dello sradicamento di interi popoli che pensano – illusoriamente - che, approdando in Occidente, risolveranno tutti i loro problemi e godranno anche loro illimitatamente. E' l'epoca dell'avvento della classe media che consuma senza produrre, alimentando una spirale senza fine di oggetti e gadget superflui e voluttuari.
E' l'ideologia del desiderio denunciata dal filosofo francese Michel Clouscard (1928 - 2009), già aderente al Partito Comunista Francese e strenuamente critico nei confronti del movimento sessantottino, il quale ha segnato l'avvento della lotta edipica fra il figlio borghese contro il padre borghese, sdoganando così la società permissiva e consumista che ne sarebbe derivata.
Altro che fantasia al potere, altro che difesa dei lavoratori e degli oppressi ! Il Sessantotto, secondo Clouscard, fu proprio lo snaturamento dei principi enunciati da Marx, i quali stabilivano – diversamente - che non si sarebbe dovuto consumare più di quanto si sarebbe prodotto.
Al contrario, il Sessantotto, fu lo sdoganamento del progresso e del consumo illimitato, ovvero la liberalizzazione della cultura dello sballo e del desiderio in nome di una effimera libertà, che in realtà si sarebbe ben presto tradotta in nuova schiavitù nei confronti dei beni materiali.
Il “principio del piacere” avrebbe così sostituito il “principio di realtà”, dando così il via alla cultura dello spreco e del superfluo, senza più inibizioni né freni morali.
Ecco dunque l'avvento del neo-capitalismo che avrebbe sostituito quello precedente: dall'industria pesante all'industria leggera e “liquida”, attraverso la creazione di bisogni indotti e di beni di consumo voluttuari, libidici, ludici, marginali, alimentati e veicolati dai professionisti della pubblicità commerciale e del marketing. Beni che si è e si sarebbe disposti ad acquistare giungendo persino ad indebitarsi e a rateizzare, divenendo così completamente schiavi del bene e del sistema di usura che sottende l'acquisto rateizzato medesimo.
Questo il fulcro del pensiero di Michel Clouscard condensato nel saggio breve di Lorenzo Vitelli, edito dalle Edizioni Circolo Proudhon e dal titolo “Un comunista a Parigi nel '68”. Unico saggio italiano dedicato al filosofo francese.
Questa, in sostanza, la critica radicale alla “società dei consumi” fatta dal Clouscard, non a caso marginalizzato dalla cultura dominante. Società dei consumi che ha completamente annullato le differenze di classe (proletari/borghesi) per dare vita ad una classe indistinta, ovvero la classe media, formata non più da produttori di beni, ma nemmeno da proprietari dei mezzi di produzione. Una classe addestrata (dalla pubblicità, dalla televisione, dal marketing, dalla distruzione del sistema educativo-scolastico...) a consumare (e quindi a lavorare) sempre di più, distaccandosì così da una realtà fatta di semplici e lenti gesti, dagli affetti, dalla stabilità dei rapporti, dal radicamento alla propria storia, origine e cultura.
Clouscard, come Pier Paolo Pasolini (1922 – 1975) - anch'egli emarginato dall'intellighenzia comunista e dalla sinistra del suo tempo di matrice freudo-marxista e sessantottina - pone questa forte critica e denuncia della degenerazione modernista, desiderante, neo-capitalista, neo-borghese, livellatrice verso il basso avvenuta dal '68 in poi in tutto l'Occidente, ed ormai esportata anche altrove, in nome di una sedicentissima e parzialissima idea di “democrazia”.
Scrisse a tal proposito Pasolini, riferendosi ai giovani sessantottini figli di papà: “Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo”.
Non stupiamoci, dunque, se oggi quei sessantottini sono diventati la nuova “classe dirigente”, la nuova élite politica, industriale, culturale e se la sinistra è diventata, in tutto l'Occidente, la maggiore sostenitrice del capitalismo assoluto e della liberalizzazione del lavoro e dell'immigrazionismo in nome di sedicentissimi diritti dell'uomo, di sedicentissime opportunità di lavoro e di libertà che, nei fatti, si traducono e si sono tradotti in nuovo sfruttamento dell'uomo sull'uomo e di nuova alienazione delle nuove generazioni desideranti e spaesate, senza alcun punto di riferimento, senza alcun passato, senza alcun lavoro stabile e, spiace dirlo, senza alcun futuro certo.

Luca Bagatin