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mercoledì 13 settembre 2017

Gabriele D'Annunzio fondatore della prima ed autentica Repubblica libertaria e dell'Amore

«Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse»
(Gabriele D'Annunzio)




L'8 settembre 1920 il Vate Gabriele D'Annunzio - a conclusione dell'Impresa di Fiume - proclama la Reggenza del Carnaro, ovvero quella che amo definire la prima ed autentica Repubblica libertaria e dell'Amore che sia mai stata fondata.
A memoria di ciò desidero riportare due articoli che dedicai a D'Annunzio ed alla sua celebre impresa.

Luca Bagatin


Il "Manuale del Rivoluzionario" di Gabriele D'Annunzio.
Articolo di Luca Bagatin del 25 agosto 2014
 

La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del '68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l'eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera, liberata e libertaria.
Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l'unico rivoluzionario dell'Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.
Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti ed i discorsi di D'Annunzo stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori (www.treditori.com). Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere.
Un Manuale che, non a caso, reca in copertina un D'Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell'atto di prendere d'assalto il Palazzo d'Inverno.
Il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu anche l'avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate della Nuova Italia.
Nel Manuale è rappresentata tutta l'anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare ed internazionalista del Nostro. Un D'Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira ad un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
D'Annunzio, in questo senso fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere ed in questo senso non mancherà mai in D'Annunzio il suo appello all'Antica Grecia, al mito greco, all'arte ed alla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l'emancipazione umana. In questo senso – lo si evince dal Manuale stesso – egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l'origine del problema nell'espansionismo capitalistico e nell'imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. In questo senso D'Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”. Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato ed ove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.
Ricchezza e potere all'origine della morte dell'umanità stessa, dunque.
Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D'Annunzio concretizzerà i suoi ideali ed i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al Trattato di Versailles che negava la città di Fiume all'Italia, D'Annunzio - alla testa di un drappello di legionari - la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l'omosessualità e, grazie al contributo dell'aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi !) ed una rosa a cinque petali - e che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.
Non solo, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D'Annunzio redasse la famosa Costitituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l'epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici, assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948 e nella quale viviamo tutt'oggi. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica Romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.
Un'impresa unica nella Storia, dunque, quella di Fiume, purtroppo soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt'altro che un liberale, bensì un famoso Ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini !) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.

Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D'Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano giornalmente sulle nostre coste, costretti ad emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti ed umanitari di D'Annunzio è certamente una fortunata opera editoriale ed il merito va certamente all'ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in italianistica, per averlo curato con, peraltro, un'ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.
La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del Manuale, reca il simbolo della bandiera della Reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (si rammenti che Gabriele D'Annunzio fu peraltro iniziato alla Massoneria della Serenissima Gran Loggia d'Italia, oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.
Ulteriori spunti su cui riflettere ed approfondire attorno ad un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D'Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria ed eminentemente (anti)politica e (contro)culturale.

Luca Bagatin


Giorgia Meloni sbaglia a contrapporre D'Annunzio a Che Guevara, due eroi anti-casta e per l'emancipazione sociale oltre la destra e la sinistra.
Articolo di Luca Bagatin del 9 agosto 2016


Giorgia Meloni informa i suoi “amici virtuali” di Facebook che ogni giorno, per tutto il mese di agosto, pubblicherà un aforisma – iniziando da quello celebre di D'Annunzio “Memento audere semper” - e tale notizia, tutto sommato abbastanza marginale, viene ripresa anche da alcuni organi di informazione, in particolare per informare che la sig.ra Meloni intende contrapporre la figura di D'Annunzio a quella di Che Guevara.
Lei infatti scrive che i ragazzi dovrebbero “studiare sui libri di scuola in maniera più approfondita la figura di D'Annunzio”, “un grande italiano che non ha nulla da invidiare a un qualunque Che Guevara, che pure tanti giovani amano indossare sulle loro magliette” ed afferma ciò esaltando l'impresa di Fiume del 1919.
Lodevole il fatto che la Meloni esalti e ricordi l'impresa di Fiume, meno lodevole il suo tentativo di contrapporre la figura del rivoluzionario anti-casta e libertario D'Annunzio all'altro rivoluzionario anti-casta e libertario Che Guevara.
In questo senso, sia gli studenti che la sig.ra Meloni dovrebbero studiarsi approfonditamente sia la figura di D'Annunzio che quella di Che Guevara, ma su testi che hanno trattato tali figure in modo obiettivo e non ideologizzato.
Per quanto concerne Gabriele D'Annunzio, il “Poeta soldato”, il “Vate” per eccellenza, qualche anno fa segnalammo e recensimmo l'ottimo “Manuale del Rivoluzionario”, edito dalla Tre Editori e curato da Emiliano Cannone (http://www.opinione.it/cultura/2014/08/28/bagatin_cultura-2808.aspx). In questo saggio sono riportati discorsi ed aforismi del Vate e che lo consacrano quale miglior rappresentante della cultura socialista rivoluzionaria, anarchica, antiparlamentare ed internazionalista, oltre e contro la destra (rappresentante delle élite monarchiche ed oligarchiche) e oltre e contro la sinistra (rappresentante della borghesia industrialista ed affamapopoli).
Nel saggio, infatti, fra le altre, si riportano le parole ad una celebre intervista a D'Annunzio, il quale affermava che egli ambiva ad un “comunismo senza dittatura” (esattamente come Che Guevara peraltro !) e non a caso fu ammirato da Lenin (il quale inizialmente, nella costituzione dei Soviet, si ispirò agli ideali anarchici) e la Repubblica di Fiume - costituita con il contributo di socialisti rivoluzionari e mazziniani quali ad esempio Alceste De Ambriis - fu l'inveramento di quel comunismo libertario d'annunziano che permise le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione ed il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana di cui Giorgia Meloni è rappresentante, sembra garantire appieno.
Ci chiediamo, peraltro, se queste cose la sig.ra Meloni le sappia (visto che diversi dei punti del programma della d'annunziana e fiumana “Carta del Carnaro” sono in aperto contrasto con gli ideali da lei stessa propugnati). Così come ci chiediamo se la sig.ra Meloni sappia che Gabriele D'Annunzio fosse apertamente e dichiaratamente massone (massone lo fu anche Che Guevara e la gran parte dei rivoluzionari cubani, oltre che fiumani), appartenente alla Serenissima Gran Loggia d'Italia (oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM) e che la stessa bandiera della Reggenza del Carnaro fosse un chiaro richiamo al simbolismo gnostico e massonico, ovvero un uroboro (un serpente che si morde la coda) con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.
Gabriele D'Annunzio e gli eroi di Fiume, così come il Che e gli eroi di Cuba osarono ed osarono sempre, inverando appunto il motto “Memento audere semper”. Eroi (anti)politici e contro la realpolitik, alla quale contrapposero l'amore per le genti, per l'umanità, per la libertà intesa come libertà dal bisogno per approdare al sogno di una società o, meglio, di una civiltà umanitaria e comunitaria diversa ed alternativa a quella dei politicanti, degli oligarchi e degli industriali affamapopoli.
Eroi senza compromessi al punto che furono purtroppo sconfitti. La Repubblica di Fiume fu smantellata dall'esercito del Regno d'Italia nel 1921, non senza scontri (si ricordi in proposito il famoso “Natale di sangue”) e, per quanto riguarda Che Guevara, in polemica con il sostegno sovietico dell'Urss a Cuba e con le posizioni di Fidel Castro in merito, si dimise da tutte le cariche e da Ministro dell'Industria ed andò a combattere per i popoli oppressi in Congo ed infine in Bolivia, ove fu ucciso.
Ecco gli eroi da ricordare, celebrare, emulare da tutti e soprattutto dai giovani d'oggi, amebizzati dagli smartphone e dagli (a)socialnetwork. Eroi senza macchia che lottarono a sprezzo del pericolo e mai furono mantenuti ad ufo dai contribuenti.
Ecco perché è errato, come fa la Meloni, tentare di contrapporre D'Annunzio (accreditandolo magari “a destra”, niente di più sbagliato) a Che Guevara (che comunque non va assimilato alla “sinistra”, ma fu personaggio e studioso che andò ben oltre le ideologie illuministico-borghesi).
Nell'ambito del pensatoio che ho fondato - “Amore e Libertà (www.amoreeliberta.blogspot.itwww.amoreeliberta.altervista.org) – non a caso, tanto D'Annunzio che Che Guevara, sono inseriti nel “pantheon” dei nostri ispiratori (si veda il link: http://www.amoreeliberta.altervista.org/html/manifesto.htm) e proprio per le motivazioni che ho già scritto qui, come in altri articoli.
Dunque la Meloni approfitti della “pausa estiva” per leggere gli scritti ed i discorsi politici di D'Annunzio, la Carta del Carnaro e magari i saggi dello storico Giordano Bruno Guerri in proposito, oltre che il saggio a cura di Emiliano Cannone già citato un questo articolo. Eviterà di fare affermazioni imprecise e di contrapporre dei veri combattenti per l'emancipazione dei popoli, i cui ideali, oggi, nella società liquida dei consumi e della casta politica autoconservativa, mancano enormemente.

Luca Bagatin


lunedì 3 aprile 2017

E' l'amore che crea una famiglia !

Mi spaventano assai i difensori della famiglia, perché la difendono astrattamente ed ideologiamente e non parlano mai di amore.
Una famiglia non fondata sull'amore è dannosa all'evoluzione dei suoi componenti, va detto !
Una famiglia composta da persone che si amano, indipendentemente dal sesso delle persone che la compongono, è invece lodevole.
Personalmente considero famiglia anche me e il mio gatto, che considero come un fratello.
Colgo l'occasione per ricordare ai destrosinistri, che D'Annunzio fu il primo a fondare una Repubblica sull'Amore. Né di destra né di sinistra.
Erotica, eretica e libertaria ! 

Luca Bagatin 

D’Annunzio: manuale
del “rivoluzionario”

di Luca Bagatin
tratto dal quotidiano nazionale "L'Opinione"

La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del ‘68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l’eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera e liberata. Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l’unico rivoluzionario dell’Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.
Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti e i discorsi di D’Annunzio stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori. Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere. Un manuale che, non a caso, reca in copertina un D’Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell’atto di prendere d’assalto il palazzo d’Inverno.
Il palazzo d’Inverno di D’Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il palazzo d’Inverno di D’Annunzio fu anche l’avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate.
Nel testo è rappresentata tutta l’anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare e internazionalista di D’Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira a un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l’Italia da cinquant’anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
D’Annunzio, in questo senso, fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere e in questo senso non mancherà mai in D’Annunzio il suo appello all’antica Grecia, al mito greco, all’arte e dalla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l’emancipazione umana. In questo senso egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l’origine del problema nell’espansionismo capitalistico e nell’imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. A tal proposito D’Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”.
Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda guerra Mondiale, durante la Guerra fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato e dove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.
Ricchezza e potere all’origine della morte dell'umanità stessa, dunque. Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D’Annunzio concretizzerà i suoi ideali e i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al trattato di Versailles che negava la città di Fiume all’Italia, D’Annunzio – alla testa di un drappello di legionari – la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l’omosessualità e, grazie al contributo dell’aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi) e una rosa a cinque petali, che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.
Tra l’altro, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D’Annunzio redasse la famosa Costituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l’epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.
Un’impresa unica nella storia quella di Fiume, soffocata dall’imperialismo internazionale e dal Governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt’altro che un liberale, bensì un famoso ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.
Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D’Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano sulle nostre coste, costretti a emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti e umanitari di D’Annunzio, è certamente una fortunata opera editoriale e il merito va certamente all’ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in Italianistica, per averlo curato con un’ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.
La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del “Manuale”, reca il simbolo della bandiera della reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (Gabriele D’Annunzio fu iniziato alla massoneria della Serenissima gran loggia d'Italia, oggi Gran loggia d’Italia e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell’Orsa maggiore.
Ulteriori spunti su cui riflettere e approfondire attorno a un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D’Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria, (anti)politica e (contro)culturale.

venerdì 10 marzo 2023

Nati il 12 marzo: d'Annunzio e Kerouac, capostipiti della controcultura contro le follie del Potere. Articolo di Luca Bagatin

E' curioso notare come due spiriti ribelli, eretici, erotici, senza etichette ideologiche precostituite, siano nati lo stesso giorno.

Il 12 marzo.

Gabriele d’Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) hanno condiviso molto, oltre al solo giorno di nascita.

Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, hanno creato una controcultura e hanno influenzato profondamente le controculture, negli anni successivi alla loro morte.

Gabriele d’Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista dilagante in un'Europa non così diversa e da quella di oggi.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d’Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, della Reggenza del Carnaro.

Un’esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d’Annunzio in un’intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all’arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d’annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell’omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l’aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l’assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc… tutte cose che nemmeno l’attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Tutte cose certamente lontane dallo spirito dell'Unione Europea, che è così simile all'Europa grigia e conformista che d'Annunzio detestava.

Recentemente ho visto il bellissimo film "Il cattivo poeta", di Gianluca Jodice, nel quale Sergio Castellitto interpreta un anziano Gabriele d'Annunzio, messo sotto controllo dai servizi segreti del regime fascista.

Il film racconta, dall'inizio alla fine, una storia profondamente vera.

Ovvero di quanto quel pallone gonfiato, senza arte né parte, di Benito Mussolini avesse paura di d'Annunzio e di come questi, nonostante l'età avanzata, non lesinasse critiche al fascismo, che pur in un primo tempo aveva sostenuto, ingenuamente.

In particolare d'Annunzio criticava aspramente l'alleanza fra Italia e Germania hitleriana e previde, già nel 1936 - 1937, come questa nefasta alleanza avrebbe portato alla guerra e alla totale sconfitta.

Molto toccante il fatto che il Federale fascista, Giovanni Comini, che aveva il compito di sorvegliare d'Annunzio, proprio grazie alla frequentazione con il poeta, si sia convertito all'antifascismo e si sia fatto espellere dal partito fascista.

Il film mi ha fatto riflettere anche su come Mussolini abbia tentato di copiare la comunicazione di d'Annunzio e, pur stravolgendola, abbia tentato di farla propria.

Mussolini era totalmente privo di senso artistico, di creatività, di umanità. Copiare è tipico degli spiriti inetti e mediocri, infatti.

Anche Putin, in Russia, ha tentato di appropriarsi - stravolgendole - delle idee dello scrittore, poeta e leader politico Eduard Limonov, che fu uguale pressoché in tutto e per tutto a d'Annunzio (compreso il fatto che fu arrestato e messo sotto controllo dal regime).

Il Potere – occupato quasi sempre da inetti - cerca sempre di portare gli artisti dalla sua parte, ma gli artisti sono oltre e combattono sempre il Potere.

Solo loro e non il Potere, peraltro, conservano e portano avanti idee di eroismo, patriottismo, amore per i popoli.

Ovvero l'esatto opposto di quanto fanno i potenti e i politicanti al potere.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è Gabriele d’Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d’Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d’Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c’è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l’amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E’, come d’Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell’alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici – Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William S. Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui – l’eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un’eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell’arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni ’50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d’Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d’Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell’Italia della metà degli Anni ’70, di cui Mario Appignani – detto “Cavallo Pazzo” – sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d’Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti, che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale.

E' forse emblematico che Pier Paolo Pasolini avrebbe voluto affidare la parte di Gesù detto “Il Cristo” proprio a Jack Kerouac, nel suo “Il Vangelo secondo Matteo”, del 1964.

Una parte che Kerouac avrebbe accettato con entusiasmo, ma, purtroppo, Pasolini, vedendo le foto più recenti di Kerouac, invecchiato e imbruttito dall'abuso di alcol, tornò sui suoi passi, scegliendo Enrique Irazoqui, attore, scacchista e antifascista spagnolo, per la parte del Cristo.

Fu forse un'occasione mancata, perché Kerouac avrebbe potuto interpretare un ottimo Cristo, lontano dalla vulgata, terreno, persino alcolizzato, ma profondamente spirituale, un po', forse, come il Cristo interpretato da Mino Reitano nel film “Povero Cristo” di Pier Carpi, del 1976.

D'Annunzio e Kerouac, come coloro i quali hanno affascinato, rimangono dunque fari in mezzo alla tempesta.

Lo erano ai loro tempi, figuriamoci oggi, in questi tempi oscuri, infausti, nei quali il Potere sembra mostrare tutta la sua insensatezza, la sua sconsideratezza, la sua follia tutt'altro che lucida.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 25 agosto 2014

Perché Gabriele D'Annunzio è una delle figura ispiratrici di "Amore e Libertà". Un articolo di Luca Bagatin tratto da www.lucabagatin.ilcannocchiale.it


La fantasia al potere, attraverso una critica del potere stesso, la porterà certamente Gabriele D'Annunzio (e non certo i figli di papà del '68 italiano), il Vate della letteratura italiana per eccellenza, il poeta armato, l'eroe dell'impresa di Fiume e che fece della città di Fiume – occupata con soli 1500 uomini e senza sparare un colpo – una città libera, liberata e libertaria.
Gabriele D'Annunzio fu, secondo le parole di Lenin, l'unico rivoluzionario dell'Italia dei suoi tempi e da molti fu considerato un novello Giuseppe Garibaldi, per il suo ardimento e per la sua portata socialisteggiante, dagli echi mazziniani e garibaldini.
Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti ed i discorsi di D'Annunzo stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori (www.treditori.com). Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere.
Un Manuale che, non a caso, reca in copertina un D'Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell'atto di prendere d'assalto il Palazzo d'Inverno.
Il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il Palazzo d'Inverno di D'Annunzio fu anche l'avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate della Nuova Italia.
Nel Manuale è rappresentata tutta l'anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare ed internazionalista del Nostro. Un D'Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira ad un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
D'Annunzio, in questo senso fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere ed in questo senso non mancherà mai in D'Annunzio il suo appello all'Antica Grecia, al mito greco, all'arte ed alla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l'emancipazione umana. In questo senso – lo si evince dal Manuale stesso – egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l'origine del problema nell'espansionismo capitalistico e nell'imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. In questo senso D'Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”. Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda Guerra Mondiale, durante la Guerra Fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato ed ove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.
Ricchezza e potere all'origine della morte dell'umanità stessa, dunque.
Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D'Annunzio concretizzerà i suoi ideali ed i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al Trattato di Versailles che negava la città di Fiume all'Italia, D'Annunzio - alla testa di un drappello di legionari - la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l'omosessualità e, grazie al contributo dell'aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi !) ed una rosa a cinque petali - e che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.
Non solo, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D'Annunzio redasse la famosa Costitituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l'epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici, assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948 e nella quale viviamo tutt'oggi. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica Romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.
Un'impresa unica nella Storia, dunque, quella di Fiume, purtroppo soffocata dall'imperialismo internazionale e dal governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt'altro che un liberale, bensì un famoso Ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini !) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.
Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D'Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano giornalmente sulle nostre coste, costretti ad emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti ed umanitari di D'Annunzio è certamente una fortunata opera editoriale ed il merito va certamente all'ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in italianistica, per averlo curato con, peraltro, un'ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.
La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del Manuale, reca il simbolo della bandiera della Reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (si rammenti che Gabriele D'Annunzio fu peraltro iniziato alla Massoneria della Serenissima Gran Loggia d'Italia, oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.
Ulteriori spunti su cui riflettere ed approfondire attorno ad un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D'Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria ed eminentemente (anti)politica e (contro)culturale.

Luca Bagatin

venerdì 8 giugno 2018

"Il Fastello della Mirra", opera postuma di Gabriele d'Annunzio. Articolo di Luca Bagatin

Gabriele d'Annunzio, il Vate della letteratura italiana, il grande amatore e seduttore, ma anche l'anticipatore del '68, attraverso la libertaria impresa di Fiume, unificando tutti gli spiriti repubblicani, mazziniani, rivoluzionari, anarchici e socialisti dei suoi tempi e che per la prima volta produsse una Costituzione avanzatissima per l'epoca, che - fra le altre cose - introdusse la libertà di divorziare, il diritto di voto alle donne, garantì l'assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, garantì le libertà sessuali e tollerò l'omosessualità.
Gabriele d'Annunzio, di cui ricorrono gli 80 anni dalla scomparsa e i 155 dalla nascita, fu il punto cardine della letteratura del Novecento, oltre che coniatore di numerosi neologismi ormai d'uso comune, fra i quali i termini "tramezzino", "scudetto", "vigili del fuoco" e numerosi altri.
Di d'Annunzio si è parlato a Roma presso la Sala Del Carroccio di Piazza del Campidoglio l'8 giugno scorso, nella conferenza di presentazione della sua autobiografia, "Il Fastello della Mirra", edito postumo da Vallecchi per la prima volta nel 2004 e rieditato da Bibliotheka Edizioni (www.bibliotheka.it), curato ancora una volta da Angelo Piero Cappello e che sarà disponibile nelle librerie da giovedì 14 giugno.
La conferenza, presenziata dal curatore Angelo Piero Cappello, appassionato studioso di letteratura italiana e già autore di studi e saggi su Dante, Manzoni, Pirandello, Capuana, Svevo, Morselli Jahier, oltre che curatore di varie opere di d'Annunzio, è stata moderata e condotta dai giornalisti Luciano Lanna e David Frati, direttore di Mangialibri.
Lanna ha esordito spiegando come i primi studi approfonditi su d'Annunzio, in Italia, siano iniziati attorno al 1979 e di come da allora si sia particolarmente approfondita la sua visione libertaria e repubblicana, che per molti versi sembrò anticipare i moti rivoluzionari del '68 francese ed italiano.
Il curatore del testo, Angelo Piero Cappello, ha spiegato come nel 2004 sia per caso venuto in possesso di questo manoscritto dannunziano postumo, redatto fra il 1923 ed il 1927, ovvero attraverso una sua ricerca della corrispondenza di d'Annunzio presso il Vittoriale degli Italiani.
"Il Fastello della Mirra" è dunque un'autobiografia antologica che il Vate avrebbe voluto lasciare ai posteri, senza purtuttavia riuscire a pubblicarlo in vita, ovvero rimanendo escluso da ogni progetto editoriale.
Il giornalista David Frati ha spiegato come il Vate sia molto presente nell'immaginario collettivo e popolare, nonostante il suo stile letterario sofisticato e l'ostracismo subito da d'Annunzio, forse dovuto alle ingiuste accuse di fascismo, mentre egli fu uno dei primi oppositori di Mussolini nel '24, dopo il delitto Matteotti, al punto che il Duce lo farà mettere sotto controllo, temendo che il Vate potesse sobillare la popolazione in chiave antifascista, così come antifascisti diventeranno molti dei suoi compagni di Fiume, fra i quali spicca il sindacalista rivoluzionario, mazziniano e socialista Alceste de Ambriis, già co-autore della Carta del Carnaro, ovvero la Costituzione fiumana.
Angelo Piero Cappello spiega come lo stile letterario sia sì sofisticato, ma frutto di uno studio maniacale della parola sin dalla sua origine e quindi come il Vate di fatto abbia voluto svelare, attraverso la sua arte, il significato più profondo della lingua italiana.
D'Annunzio ritiene, peraltro, a differenza del suo contemporaneo Pirandello, che la scrittura si faccia vita e che la vita si faccia scrittura, ovvero che le esperienze di vita dell'autore medesimo siano e debbano essere raccontate attraverso la letteratura.
E' così che, come ha spiegato Cappello, alla base di ogni gesto di d'Annunzio, vi è una trasposizione sul piano letterario. La verità, nella letteratura dannunziana, non esiste in quanto il Vate racconta la sua vita attraverso degli aneddoti verosimili, ma non necessariamente veritieri e ciò in quanto egli brama alimentare la curiosità del lettore. Peraltro, spesso, il Vate era solito costruire i suoi racconti sulla base di una singola parola, magari desueta, tratta dal dizionario della lingua italiana.
Il d'Annunzio de "Il Fastello della Mirra" è dunque il d'Annunzio che si è ritirato nel Vittoriale, lontano dai fasti di un tempo. E' qui che egli svela la sua autentica musa di sempre, ovvero quella malinconia che lo ha accompagnato ed ispirato per tutta la vita, ma che egli ha spesso tentato di celare ai lettori ed ai suoi sodali attraverso le sregolatezze sessuali e l'uso di stimolanti.
Il d'Annunzio del "Fastello" è quello alle prese con la "decrepita vecchiezza", che sembra voler ricorrere al suicidio e che, per alcuni, fu la vera causa della sua morte, attraverso l'uso di medicinali che gli avrebbero indotto l'emorragia cerebrale.
"Il Fastello della Mirra", che sarà mia cura recensire prossimamente, è dunque un testo che completa l'opera dannunziana. Opera fondamentale per chiunque voglia cimentarsi con la letteratura e analizzare a tutto tondo chi sia stato e chi sia Gabriele d'Annunzio.
Gabriele d'Annunzio, con le sue opere letterarie, la sua attività politica e la sua vita, sregolata, per alcuni incoerente, sicuramente appassionata ed eroica, ha anticipato per molti versi il "momento populista" nel senso originario e positivo del termine che per molti versi oggi è patrimonio di quei popoli oppressi dalle élite finanziarie ed opulente e che vorrebbero un cambio di passo. Egli ha dato moltissimo all'Italia, all'Europa ed a quei popoli oppressi dall'imperialismo che Egli stesso avrebbe voluto uniti in un'unica Lega terzomondista, che fondò negli Anni Venti - la Lega dei Popoli Oppressi, appunto - e di cui ancora oggi ci sarebbe bisogno, così come ci sarebbe bisogno di una letteratura che, come quella dannunziana, recuperasse il significato profondo della parola scritta e ne facesse novello strumento di seduzione.

Luca Bagatin

sabato 12 marzo 2022

12 marzo. Nascono Gabriele d'Annunzio e Jack Kerouac, due grandi esponenti della controcultura. Articolo di Luca Bagatin

Entrambi nati il 12 marzo, Gabriele d'Annunzio (nato nel 1863) e Jack Kerouac (nato nel 1922) condividono ben altro e ben oltre rispetto al solo giorno di nascita.

Entrambi spiriti liberi, folli (nel senso più positivo del termine), eretici ed erotici, senza etichette. Entrambi artisti dotati di un profondo senso del Sacro, che hanno creato una controcultura e hanno influenzato lo stesso mondo della controcultura, nei secoli successivi.

Gabriele d'Annunzio, poeta, amante delle donne e della bellezza in tutte le sue forme, dandy e rivoluzionario al contempo, leader politico libertario e contro il potere, il totalitarismo, la casta politica liberal-capitalista.

Aspetti che si mostreranno pienamente, in d'Annunzio, nella sua Impresa di Fiume e con la fondazione della Repubblica o, meglio, Reggenza del Carnaro.

Un'esperienza comunista libertaria (“Io sono per il comunismo senza dittatura. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, spiegò d'Annunzio in un'intervista ad una rivista anarchica), avanguardista, spiritualista.

Una Repubblica che avrebbe, per la prima volta nella Storia, dato la possibilità all'arte e alla “fantasia” di essere al potere, per divenire, in realtà, una forma di anti-potere e di esaltazione del bello e del Sacro. Che è esaltazione dell'(anti)politica degli spiriti liberi dalle convenzioni e dalle sovrastrutture, contrapposta alla fredda “realpolitik” dei potenti e di coloro i quali vorrebbero schiacciare i popoli, in nome del profitto.

Una Repubblica, quella d'annunziana, che permise e promosse le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica, teosofica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione e il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana sembra appieno garantire.

Jack Kerouac, a Fernanda Pivano, in una celebre intervista, dichiara che il poeta italiano che preferisce è proprio Gabriele d'Annunzio. Sarà un caso? Sarà un caso che entrambi abbiano avuto lo stesso identico spirito, libero da ogni convenzione?

Jack Kerouac era, esattamente come d'Annunzio, un libertario senza etichette. Lontano dalla politica partitica. Ma nonostante ciò, come d'Annunzio, dopo la morte, tutti coloro i quali non li hanno mai letti né approfonditi, avrebbero voluto etichettarli (sbagliando in pieno!).

Nel modo di vivere di Kerouac e nei suoi romanzi, c'è la spasmodica ricerca del Sacro, che egli trova e vive nel buddismo zen unito al cattolicesimo. Che vive e pratica, purtuttavia, senza dogmatismo, senza moralismo, così come vive per tutta la sua vita.

Fatta sia di vagabondaggi che di lunghe giornate passate con l'amata madre ed il suo amato gatto Tyke.

Kerouac è disgustato dalle mode, è disgustato dalla politica. Lui ama solo la bellezza e esalta la dolcezza, che ama vedere ed esaltare nella spiritualità orientale, nelle donne, nella poesia.

E', come d'Annunzio, molto depresso, certo. E si lascia andare alle sregolatezze dell'alcol e del fumo, che lo porteranno a una prematura morte, a soli 47 anni.

Lasciando ai suoi amici - Allen Ginsberg (amante della mistica orientale) e William Burroughs (amante della magia crowleyana) in primis, pur molto più politicizzati di lui - l'eredità della Beat Generation, di cui fu capostipite.

Un'eredità che non sarebbe andata sprecata, ma che avrebbe proseguito il cammino dell'arte libera e creativa, del libero pensiero, della controcultura e della libera ricerca spirituale, senza moralismi né dogmatismi.

I media statunitensi amavano burlarsi di Kerouac. Lo chiamavano per intervistarlo in stato di ubriachezza. Ma a lui non importava, non ascoltava nemmeno le domande degli ipocriti giornalisti intervistatori, perché era sempre al 100% sé stesso, come ebbe a dire Bill Burroughs.

Non era decisamente un prodotto della cosiddetta “America Way of Life” Anni '50, ma anzi, avrebbe rifiutato tutti quei valori, per essere semplicemente un artista, uno scrittore, un poeta.

Lui, in realtà, amava dire che si vedeva semplicemente come uno “strano solitario pazzo mistico”.

Non gli importava essere osannato, amato, ammirato.

Come d'Annunzio, che non si sarebbe fatto ingabbiare da nessuna corrente, ma ne avrebbe creata una propria.

E, forse proprio non per caso, sia d'Annunzio che Kerouac, decenni dopo, avrebbero influenzato altre controculture, che anche a loro si sarebbero ispirate.

Stiamo parlando in particolare del movimento degli Indiani Metropolitani, nell'Italia della metà degli Anni '70, di cui Mario Appignani - detto “Cavallo Pazzo” - sarà uno degli esponenti (e che merita rispetto e approfondimento per la sua vicenda personale, dalla denuncia dei brefotrofi lager nei quali visse la sua infanzia, alle sue battaglie successive). Oltre che dei nazionalbolscevichi di Eduard Limonov in Russia, che avranno sia Kerouac che d'Annunzio (oltre che Hunter S. Thompson, David Bowie e altri) come riferimento artistico e culturale.

Limonov stesso, peraltro, negli anni vissuti negli Stati Uniti, conobbe il poeta beat Lawrence Felingetti (che per primo pubblicò i romanzi di Kerouac, Ginsberg e dei beatnik in generale) e la sua stessa vita non fu così diversa da quella di d'Annunzio e di Kerouac.

Dire che cosa ci rimane oggi di d'Annunzio e Kerouac è superfluo.

Ci rimangono due vite – le loro - e molte opere che possono essere un ottimo strumento per andare oltre la banalità e il conformismo che attanagliano la nostra epoca.

Banalità e conformismo che, ad ogni modo, non erano affatto assenti nelle epoche che loro stessi si trovarono a vivere. Ma che superarono e sovvertirono, proprio grazie alla loro arte.

Luca Bagatin

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martedì 9 agosto 2016

Giorgia Meloni sbaglia a contrapporre D'Annunzio a Che Guevara, due eroi anti-casta e per l'emancipazione sociale oltre destra e sinistra. Articolo di Luca Bagatin

Giorgia Meloni informa i suoi “amici virtuali” di Facebook che ogni giorno, per tutto il mese di agosto, pubblicherà un aforisma – iniziando da quello celebre di D'Annunzio “Memento audere semper” - e tale notizia, tutto sommato abbastanza marginale, viene ripresa anche da alcuni organi di informazione, in particolare per informare che la sig.ra Meloni intende contrapporre la figura di D'Annunzio a quella di Che Guevara.

Lei infatti scrive che i ragazzi dovrebbero “studiare sui libri di scuola in maniera più approfondita la figura di D'Annunzio”, “un grande italiano che non ha nulla da invidiare a un qualunque Che Guevara, che pure tanti giovani amano indossare sulle loro magliette” ed afferma ciò esaltando l'impresa di Fiume del 1919.

Lodevole il fatto che la Meloni esalti e ricordi l'impresa di Fiume, meno lodevole il suo tentativo di contrapporre la figura del rivoluzionario anti-casta e libertario D'Annunzio all'altro rivoluzionario anti-casta e libertario Che Guevara.

In questo senso, sia gli studenti che la sig.ra Meloni dovrebbero studiarsi approfonditamente sia la figura di D'Annunzio che quella di Che Guevara, ma su testi che hanno trattato tali figure in modo obiettivo e non ideologizzato.

Per quanto concerne Gabriele D'Annunzio, il “Poeta soldato”, il “Vate” per eccellenza, qualche anno fa segnalammo e recensimmo l'ottimo “Manuale del Rivoluzionario”, edito dalla Tre Editori e curato da Emiliano Cannone (http://www.opinione.it/cultura/2014/08/28/bagatin_cultura-2808.aspx). In questo saggio sono riportati discorsi ed aforismi del Vate e che lo consacrano quale miglior rappresentante della cultura socialista rivoluzionaria, anarchica, antiparlamentare ed internazionalista, oltre e contro la destra (rappresentante delle élite monarchiche ed oligarchiche) e oltre e contro la sinistra (rappresentante della borghesia industrialista ed affamapopoli).

Nel saggio, infatti, fra le altre, si riportano le parole ad una celebre intervista a D'Annunzio, il quale affermava che egli ambiva ad un “comunismo senza dittatura” (esattamente come Che Guevara peraltro !) e non a caso fu ammirato da Lenin (il quale inizialmente, nella costituzione dei Soviet, si ispirò agli ideali anarchici) e la Repubblica di Fiume - costituita con il contributo di socialisti rivoluzionari e mazziniani quali ad esempio Alceste De Ambriis - fu l'inveramento di quel comunismo libertario d'annunziano che permise le libertà sessuali (con relativa tolleranza e pratica dell'omosessualità), la libertà di associazione, la libertà di divorziare, la libertà religiosa e la libera ricerca spirituale (l'aviatore Guido Keller e lo scrittore Giovanni Comisso fondarono la rivista “Yoga”, che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà), la proibizione dei crocifissi nei luoghi pubblici, l'assistenza ai disoccupati ed ai non abbienti, la promozione dei referendum, la promozione ed il sostegno alla scuola pubblica, il risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario ecc... tutte cose che nemmeno l'attuale Repubblica italiana di cui Giorgia Meloni è rappresentante, sembra garantire appieno.

Ci chiediamo, peraltro, se queste cose la sig.ra Meloni le sappia (visto che diversi dei punti del programma della d'annunziana e fiumana “Carta del Carnaro” sono in aperto contrasto con gli ideali da lei stessa propugnati). Così come ci chiediamo se la sig.ra Meloni sappia che Gabriele D'Annunzio fosse apertamente e dichiaratamente massone (massone lo fu anche Che Guevara e la gran parte dei rivoluzionari cubani, oltre che fiumani), appartenente alla Serenissima Gran Loggia d'Italia (oggi Gran Loggia d'Italia degli ALAM) e che la stessa bandiera della Reggenza del Carnaro fosse un chiaro richiamo al simbolismo gnostico e massonico, ovvero un uroboro (un serpente che si morde la coda) con al centro le sette stelle dell'Orsa Maggiore.

Gabriele D'Annunzio e gli eroi di Fiume, così come il Che e gli eroi di Cuba osarono ed osarono sempre, inverando appunto il motto “Memento audere semper”. Eroi (anti)politici e contro la realpolitik, alla quale contrapposero l'amore per le genti, per l'umanità, per la libertà intesa come libertà dal bisogno per approdare al sogno di una società o, meglio, di una civiltà umanitaria e comunitaria diversa ed alternativa a quella dei politicanti, degli oligarchi e degli industriali affamapopoli.

Eroi senza compromessi al punto che furono purtroppo sconfitti. La Repubblica di Fiume fu smantellata dall'esercito del Regno d'Italia nel 1921, non senza scontri (si ricordi in proposito il famoso “Natale di sangue”) e, per quanto riguarda Che Guevara, in polemica con il sostegno sovietico dell'Urss a Cuba e con le posizioni di Fidel Castro in merito, si dimise da tutte le cariche e da Ministro dell'Industria ed andò a combattere per i popoli oppressi in Congo ed infine in Bolivia, ove fu ucciso.

Ecco gli eroi da ricordare, celebrare, emulare da tutti e soprattutto dai giovani d'oggi, amebizzati dagli smartphone e dagli (a)socialnetwork. Eroi senza macchia che lottarono a sprezzo del pericolo e mai furono mantenuti ad ufo dai contribuenti.

Ecco perché è errato, come fa la Meloni, tentare di contrapporre D'Annunzio (accreditandolo magari “a destra”, niente di più sbagliato) a Che Guevara (che comunque non va assimilato alla “sinistra”, ma fu personaggio e studioso che andò ben oltre le ideologie illuministico-borghesi).

Nell'ambito del pensatoio che ho fondato - “Amore e Libertà (www.amoreeliberta.blogspot.itwww.amoreeliberta.altervista.org) – non a caso, tanto D'Annunzio che Che Guevara, sono inseriti nel “pantheon” dei nostri ispiratori (si veda il link: http://www.amoreeliberta.altervista.org/html/manifesto.htm) e proprio per le motivazioni che ho già scritto qui, come in altri articoli.

Dunque la Meloni approfitti della “pausa estiva” per leggere gli scritti ed i discorsi politici di D'Annunzio, la Carta del Carnaro e magari i saggi dello storico Giordano Bruno Guerri in proposito, oltre che il saggio a cura di Emiliano Cannone già citato un questo articolo. Eviterà di fare affermazioni imprecise e di contrapporre dei veri combattenti per l'emancipazione dei popoli, i cui ideali, oggi, nella società liquida dei consumi e della casta politica autoconservativa, mancano enormemente.



Luca Bagatin

martedì 23 luglio 2019

D'Annunzio il rivoluzionario e "La passione di Fiume" raccontata da Mario Maria Martini. Articolo di Luca Bagatin

Sono passati 100 anni dall'Impresa di Fiume.
Un'impresa guidata dal Vate della letteratura italiana, Gabriele d'Annunzio che, con 1500 legionari dissidenti, senza sparare un colpo, occupò la città di Fiume e ne fece la città della vita, dell'amore, della libertà, proclamandone, il 12 settembre 1919, l'annessione al Regno d'Italia.
Una occupazione durata ben sedici mesi, che ebbe l'opposizione di tutte le grandi potenze mondiali - Regno d'Italia compreso - e il solo sostegno della Russia bolscevica di Vladimir Lenin (oltre che il plauso di Gramsci, dalle colonne de “L'Ordine Nuovo”), che considerò d'Annunzio un rivoluzionario e, quest'ultimo, dichiarò che il suo ideale era “un comunismo senza dittatura”.
Proclamò così, il Vate, assieme ad Alceste de Ambriis, Guido Keller e altri, la Reggenza del Carnaro, l'8 settembre 1920, sulla base di principi libertari, mazziniani, garibaldini e socialisti.
Una Reggenza fondata su una Costituzione avanzatissima, specie per l'epoca, nella quale furono introdotte, fra le altre: libertà di associazione; libertà di divorziare; libertà religiosa, sessuale e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici; eleggibilità delle donne ad ogni carica; assistenza ai disoccupati e ai non abbienti; promozione di referendum; promozione della scuola pubblica; risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario; inviolabilità del domicilio.
Celebri peraltro le denunce che mosse d'Annunzio, alla casta politica italiana dell'epoca ed all'imperialismo anglo-statunitense, proponendo finanche una “Lega dei Popoli Oppressi”, dallo spirito garibaldino e terzomondista.
Di tutto ciò e ancor meglio, di tutta l'Impresa di Fiume, ne scrisse Mario Maria Martini (1880 - 1953), nel suo “instant book”/documentario/diario “La passione di Fiume”, pubblicato da Sonzogno nel 1919 e ripubblicato 100 anni dopo, di recente, da NovaEuropa.
Un saggio unico perché un vero e proprio documento storico di quel periodo. Una raccolta di fatti, documenti ed eventi vissuti in prima persona dal Martini, che appassionerà sia il lettore comune che lo studioso più attento.
Scritto nella forma del diario, “La passione di Fiume” raccoglie finanche articoli di giornale dell'epoca e carteggi. Il più importante quello fra Martini e d'Annunzio.
Saggio che, nella nuova edizione rieditata da NovaEuropa, presenta anche foto d'epoca e ritratti.
Mario Maria Martini fu un dannunziano della prima ora. Un letterato e giornalista di quell'epoca, molto amico dello scrittore Giovanni Comisso che, con Guido Keller, animerà a Fiume la rivista e il gruppo spirituale “Yoga”. Una vera avanguardia esoterica e naturistica.
Tale fu la portata di questa sua opera, che ha meritato di essere riesumata e riproposta al pubblico 100 anni dopo.
E tale fu la portata dell'Impresa di Fiume e dei suoi eroi che, attraverso la loro goliardia, amore per la vita e la libertà e la ricerca interiore, diedero vita forse alla prima e unica Repubblica dell'Amore mai esistita al mondo.
Molti di costoro, successivamente, finiranno nelle fila dell'antifascismo socialista e repubblicano. In primis De Ambriis, sindacalista rivoluzionario e mazziniano.
D'Annunzio, ferocemente e goliardicamente critico nei confronti del regime fascista e ferocemente antinazista, finirà – una volta fallita l'impresa fiumana - sottoposto al controllo degli agenti fascisti.
Le sue gesta e i suoi scritti, ad ogni modo, non sono rimasti e non rimarranno dimenticati.
Il grande storico del dannunzianesimo, Giordano Bruno Guerri, gli ha peraltro dedicato l'ennesima emblematica opera, “Disobbedisco”, sui 500 giorni di Fiume.
D'Annunzio, de Ambriis, Keller e molti altri, rimarranno gli eterni disobbedienti che hanno creduto in un mondo diverso, in cui i poveri e i diseredati del mondo potessero emanciparsi e fossero posti al centro dell'azione politica e potessero contrapporsi all'egoismo dei potenti e degli impuri d'anima e di cuore.

Luca Bagatin

sabato 12 settembre 2020

I legionari di d'Annunzio entrarono a Fiume il 12 settembre 1919. Articolo di Luca Bagatin

Il 12 settembre 1919 i legionari italiani, guidati dal Vate Gabriele d'Annunzio, entrano a Fiume, acclamati dalla popolazione italiana.
Affacciandosi dal palazzo del governatore, proclamando Fiume italiana - contrariamente a quanto previsto dal Trattato di Versailles e alla volontà di tutte le potenze europee - dichiarò: “Italiani di Fiume ! Nel mondo folle e vile, Fiume è oggi il segno della libertà; nel mondo folle e vile vi è una sola verità: e questa è Fiume; vi è un solo amore: e questo è Fiume ! Fiume è come un faro luminoso che splende in mezzo ad un mare di abiezione... Io soldato, io volontario, io mutilato di guerra, credo di interpretare la volontà di tutto il sano popolo d'Italia proclamando l'annessione di Fiume”.
Nel settembre dell'anno successivo, il Vate proclamò la Reggenza del Carnaro e, con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambirs, redasse la Carta del Carnaro, ovvero una Costituzione avanzatissima, persino per l'epoca.
Una Costituzione che fra le altre cose promosse: libertà di associazione; libertà di divorziare; libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luogi pubblici; assistenza ai disoccupati e ai non abbienti; promozione di referendum; promozione della scuola pubblica; risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario; inviolabilità del domicilio.
Fiume divenne la città dell'amore, ove – fra l'altro – fu permessa l'omosessualità, il libero amore e la libera ricerca spirituale.
Una città che guardava con simpatia alla Rivoluzione sovietica del 1917 e che ebbe, non a caso, il riconoscimento internazionale unicamente da parte di Vladimir Lenin.
Io sono per il comunismo senza dittatura […] È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”, dichiarò d'Annunzio in una intervista concessa a Randolfo Vella nel giugno 1920.
Molte furono le critiche, in quegli anni, d'Annunzio mosse sia alla casta politica italiana, non dissimile da quella di oggi: “La casta politica che insudicia l'Italia da cinquant'anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
Oltre che alle potenze europee e imperialiste dell'epoca, non così diverse da quelle di oggi, che si tengono stretta l'oligarchica Unione Europea e la guerrafondaia Alleanza Atlantica: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
L'Impresa fiumana, che unì spiriti ribelli, anarchici, socialisti, libertari, artistici, pur nella sua brevità (durò infatti solamente 500 giorni) fu un avvenimento eminentemente politico e controculturale. Un evento che, ancora oggi, può essere d'esempio per tutti gli spiriti liberi e sinceramente democratici.

Luca Bagatin