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sabato 16 maggio 2026

Contro l’embargo USA, anche la Russia rilancia il sostegno a Cuba. Articolo di Luca Bagatin

 

Mentre il regime di Trump continua a voler soffocare Cuba, inasprendo l'ideologico embargo che dura dal 1962, imponendo dazi ai Paesi che le vendono petrolio e introducendo misure restrittive alle banche straniere che collaborano con essa, oltre che agli operatori economici che vorrebbero investire a Cuba, la Russia ribadisce la sua volontà di continuare ad assistere l'Isola caraibica.

Un sostegno che si aggiunge a quello già garantito da Cina, Brasile, Messico, Colombia e Spagna.

Il Ministro degli Esteri russo, Sergey Lavrov, incontrando il suo omologo cubano Bruno Rodriguez, alla riunione dei Ministri degli Esteri del gruppo BRICS a Nuova Delhi, ha ribadito la disponibilità della Russia di fornire a L'Avana il “necessario sostegno politico, diplomatico e materiale in un contesto di escalation senza precedenti”, confermando inoltre la posizione russa favorevole alla cessazione immediata dell'embargo economico, commerciale e finanziario statunitense imposto a Cuba. Una posizione sostenuta da tempo anche da Repubblica Popolare Cinese, Brasile, Messico, Colombia e Spagna.

Durante la riunione dei Ministri degli Esteri dei Paesi BRICS, il Ministro Rodriguez ha denunciato il regime statunitense anche per la minaccia di attacco militare diretto contro il Paese.

Secondo il rapporto del Ministero degli Esteri cubano, i danni causati dall'embargo statunitense hanno superato i 170 miliardi di dollari.

Luca Bagatin

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martedì 10 febbraio 2026

La Presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, dalla parte del popolo cubano contro l'embargo USA. Articolo di Luca Bagatin

 

La Presidente socialista del Messico, Claudia Sheinbaum, lunedì 9 febbraio scorso, ha ribadito il suo sostegno all'invio di aiuti umanitari a Cuba, pesantemente minacciata dal regime statunitense.

La Presidente, ha sottolineato come il popolo messicano si sia sempre distinto per il valore della fraternità, affermando che il suo governo non può rimanere indifferente difronte alle difficoltà che il popolo cubano si trova ad affrontare, a causa dell'inasprimento dell'embargo statunitense contro l'Isola, che prevede, peraltro, un inasprimento dei dazi per quei Paesi che venderanno petrolio a Cuba.

Agli aiuti umanitari messicani si sono aggiunti, recentemente, anche quelli cinesi.

Il Presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, ha espresso la sua profonda gratitudine alla Presidente Sheinbaum per il sostegno del Messico, in particolare in questo momento in cui gli USA stanno cercando di soffocare l'economia dell'Isola con ogni mezzo possibile.

La Presidente Sheinbaum, ha affermato che le politiche di Trump colpiscono direttamente il popolo cubano, ostacolando, fra le altre cose, servizi essenziali come il comparto sanitario e scolastico.

La Presidente del Messico, in particolare, ha sottolineato che Gli unici che possono decidere come governare sono i cittadini stessi; questo è molto importante. Non si può danneggiare il popolo, anche se non si è d'accordo con il governo; non si può far soffrire un popolo”.

E ha, inoltre, lanciato un appello internazionale per denunciare l'imposizione di dazi punitivi USA per chiunque venda petrolio a Cuba.

Si è detta, inoltre, disposta a fungere da mediatore fra Washington e L'Avana, per risolvere le controversie fra i due Paesi.

Infine, ha sottolineato come la politica estera messicana darà sempre priorità alla cooperazione e al benessere delle popolazioni latinoamericane, contro ogni imperialismo esterno.

Mentre in Italia e UE continuiamo a servire Washington e a inviare armi a autocrazie corrotte, né facenti parte dell'UE, né della NATO (che peraltro non sono nemmeno riconoscenti nei nostri confronti), Washington soffoca il popolo cubano.

I cui medici, durante la pandemia da Covid19, hanno fornito all'Italia e a diversi Paesi europei, un contributo fondamentale.

Evidentemente o lo abbiamo dimenticato o... ipocritamente facciamo orecchie da mercante.

Grave, in entrambi i casi.

Ma, da queste parti, funziona così.

Luca Bagatin

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lunedì 5 gennaio 2026

Trump, dopo l'aggressione al Venezuela, minaccia Colombia, Messico, Cuba e Danimarca. I Presidenti di questi Paesi (tutti socialisti) gli rispondono per le rime. Articolo di Luca Bagatin

 

Non pago del suo atto illegale, Trump e i suoi sodali minacciano la Colombia, Cuba, il Messico e la Groenlandia, parte integrante della Danimarca.

Il Presidente della Colombia, il socialista Gustavo Petro, in merito, ha dichiarato sui social: “Oggi vedrò se le parole inglesi di Trump corrispondono ai resoconti della stampa nazionale. Pertanto, risponderò più tardi, finché non saprò cosa significhi veramente la minaccia illegittima di Trump.
Per quanto riguarda il signor Rubio, che separa le autorità dal Presidente e afferma che il Presidente non vuole collaborare mentre le autorità sì, lo esorto a leggere la Costituzione colombiana perché le sue informazioni sono completamente errate. Sono il prodotto degli interessi di politici colombiani con legami familiari o commerciali con la mafia; vogliono una rottura nelle relazioni tra Stati Uniti e Colombia in modo che il traffico di cocaina aumenti vertiginosamente in tutto il mondo.
Ho ordinato la rimozione di diversi colonnelli dei servizi segreti dalle mie forze di polizia per aver fornito false informazioni contro lo Stato. Non permettiamo a Rubio di credere a queste fallacie. Il Presidente della Colombia è il Comandante Supremo delle forze armate e di polizia colombiane per mandato costituzionale, una Costituzione di 34 anni fa che il mio movimento ha contribuito a creare dopo aver deposto le armi durante l'insurrezione e firmato un Patto: una nuova costituzione da redigere tramite elezione popolare per l'Assemblea Nazionale Costituente.
Il mio movimento, l'M-19, ex insorto armato, ha ottenuto il primo voto relativo in assoluto per i membri dell'Assemblea Costituente eletti dal popolo. È stata la nostra prima vittoria elettorale. Insieme ad altre forze, e nel rispetto del pluralismo e della diversità, abbiamo stipulato un Patto: la nuova Costituzione colombiana, che mirava a costruire uno stato sociale governato dallo stato di diritto, cercando di garantire i diritti fondamentali e universali del popolo.
(...)
Sebbene non sia mai stato un soldato, conosco la guerra e le operazioni clandestine. Ho giurato di non toccare mai più un'arma dopo l'accordo di pace del 1989, ma per il bene del mio Paese riprenderò le armi, armi che non voglio più.
Non sono un figlio illegittimo, né un narcotrafficante. La mia unica risorsa è la casa di famiglia, che continuo a pagare con il mio stipendio. I miei estratti conto sono stati resi pubblici. Nessuno ha potuto affermare che ho speso più del mio stipendio. Non sono avido.
Ho un'enorme fiducia nel mio popolo, ed è per questo che ho chiesto loro di difendere il Presidente da qualsiasi atto di violenza illegittimo. Il modo per difendermi è prendere il potere in ogni comune del Paese. L'ordine alle forze di sicurezza non è di sparare sul popolo, ma sull'invasore.
Non sto solo parlando; mi fido del popolo e della Storia della Colombia, che il signor Rubio non ha letto. Mi fido del soldato che sa di essere figlio di Bolívar e della sua bandiera tricolore.
Quindi, fategli sapere che ha di fronte un comandante del popolo. Colombia libera per sempre. Ufficiali di Bolívar, rompiamo i ranghi e marciamo da vincitori”.

Anche la Presidente socialista del Messico, Claudia Sheinbaum, risponde per le rime al regime USA, puntando il dito sia contro l'imperialista “Dottrina Monroe”, che contro le follie trumpiane: “Il Messico crede fermamente che l'America non appartenga a una dottrina o a una potenza. Il continente americano appartiene al popolo di ciascuno dei Paesi che lo compongono”.

La Presidente ha peraltro ricordato che nessun intervento militare ha “mai portato democrazia, non ha mai generato benessere o stabilità duratura”.

La Presidente Sheinbaum ha, altresì, ricordato come molte violenze in Messico siano causate dal traffico illegale di armi provenienti dagli USA e dal loro consumo di droga. “Cooperazione sì, subordinazione e intervento, no”, ha affermato la Presidente del Messico.

Il Presidente di Cuba, Miguel Diaz-Canel, da parte sua, oltre a condannare l'attacco illegale al Venezuela e richiedere l'immediato rilascio del Presidente Maduro, ha ricordato i “coraggiosi combattenti cubani caduti affrontando terroristi in uniforme imperiale”, riferendosi ai soldati cubani che hanno tentato di difendere la sicurezza del Presidente Maduro.

Il Presidente Diaz-Canel ha anche affermato che: “Invitiamo la comunità internazionale a non permettere che un'aggressione di questa natura e gravità contro uno Stato membro delle Nazioni Unite resti impunita e a non permettere che il legittimo e attuale Presidente di un Paese sovrano venga rapito in un'operazione militare senza subirne le conseguenze”.

La Premier danese, la socialdemocratica Mette Frederiksen, ha scritto su Facebook che Devo dirlo molto direttamente agli Stati Uniti: non ha assolutamente senso parlare della necessità che gli Stati Uniti prendano il controllo della Groenlandia. Gli Stati Uniti non hanno il diritto di annettere uno dei tre Paesi del Commonwealth.
Il Regno di Danimarca – e quindi la Groenlandia – fa parte della NATO ed è quindi coperto dalla garanzia di sicurezza dell'alleanza. Abbiamo già un accordo di difesa tra il Regno e gli Stati Uniti, che garantisce agli Stati Uniti ampio accesso alla Groenlandia. E noi, da parte del Regno, abbiamo investito in modo significativo nella sicurezza nell'Artico.
Esorterei quindi vivamente gli Stati Uniti a porre fine alle minacce contro un alleato storicamente stretto e contro un altro Paese e un altro popolo, che hanno affermato molto chiaramente di non essere in vendita”.

Sarà un caso, ma i leader di tutti i Paesi minacciati dal regime USA sono socialisti. Così come socialisti erano – come ho spesso scritto - la pressoché totalità dei leader che, nella Storia, sono stati defenestrati dagli USA.

Contro l'aggressione del Venezuela e il rapimento del suo Presidente, si è espresso anche Roger Waters, cantautore britannico, storico cofondatore dei Pink Floyd e da sempre attivista per i diritti civili, contro il capitalismo e noto per le sue posizioni socialiste libertarie.

Waters ha parlato di “selvaggio atto di aggressione dell’impero degli Stati Uniti d’America contro i nostri fratelli e sorelle e compagni in Venezuela, quella grande e meravigliosa espressione della rivoluzione bolivariana”. Ed ha aggiunto: “Se fossi un uomo che prega, adesso starei pregando per il Presidente Maduro. Non sono un uomo che prega, ma sono un uomo che agisce, e farò tutto ciò che è in mio potere per sostenere il Venezuela, che è un Paese sovrano e dovrebbe essere lasciato in pace dai bulli gringo del nord”.

Luca Bagatin

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mercoledì 23 aprile 2025

Vertice dei Paesi dell'America Latina e dei Caraibi. Unità nel nome dell'integrazione, della cooperazione e dell'opposizione alle misure unilaterali imposte dagli USA. Articolo di Luca Bagatin

 

Il 9 aprile scorso si è concluso, a Tegucigalpa, capitale dell'Honduras, il nono vertice della Comunità degli Stati Latinoamericani e dei Caraibi (CELAC).

Nell'ambito di tale vertice, il Presidente socialista brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva (che il 9 maggio prossimo si recherà in Russia per partecipare alle celebrazioni dell'80esimo anniversario della vittoria dell'URSS contro la Germania nazista e il 12 e 13 in Cina, per il vertice Cina-CELAC), ha affermato che “L'America Latina e i Caraibi stanno attraversando uno dei momenti più critici della loro Storia. Abbiamo fatto molta strada per consolidare i nostri ideali di emancipazione; abbiamo abolito la schiavitù e superato le dittature militari. Ora, la nostra autonomia è di nuovo in gioco. Il momento richiede che mettiamo da parte le nostre differenze. I tentativi di ripristinare vecchie egemonie incombono sulla regione. La Storia ci insegna che le guerre commerciali non hanno vincitori”.

Il Presidente socialista Colombiano, Gustavo Petro, ha invitato i Paesi che compongono il CELAC, a unirsi contro la politica dei dazi imposta dagli USA, spiegando anche che, oggi, esistono solamente due strade per risolvere i conflitti: o con il multilateralismo o con la solitudine, ovvero l'isolazionismo. Egli ha puntato il dito anche contro la politica migratoria di Trump, affermando: “L'agenda della solitudine propone di trattare il migrante come un criminale. I migranti non dovrebbero arrivare in catene nella nostra terra, perché se accettiamo un singolo migrante in catene, non solo torniamo ai tempi di Torrijos, ma torniamo a quando i primi barconi carichi di africani arrivarono in catene”.

Concorde il Presidente socialista cubano, Miguel Diaz-Canel, il quale ha sottolineato la necessità dei Paesi latinoamericani e caraibici di unirsi: “La gravità di questo momento di minacce moltiplicate esige la moltiplicazione delle forze unitarie. Solo l'unità può salvarci. Non ritardiamo oltre l'integrazione sognata e combattuta, da Bolívar a oggi, dai figli e dalle figlie più coraggiosi della Nostra America”.

Anche la Presidentessa socialista del Messico, Claudia Sheinbaum, ha affermato la necessità dell'unità dei Paesi del CELAC, per rivendicare la propria sovranità e il proprio benessere economico: “Oggi più che mai è un buon momento per riconoscere che l’America Latina e i Caraibi hanno bisogno di unità e solidarietà tra i loro governi e popoli, per rafforzare una maggiore integrazione regionale, sempre nel quadro del rispetto reciproco e dell’osservanza della sovranità e dell’indipendenza”.

Al vertice ha portato i suoi saluti anche il Presidente cinese Xi Jinping, il quale ha elogiato la ricerca di indipendenza, autosufficienza e forza che hanno sempre caratterizzato i Paesi del CELAC, parte importante del Sud del mondo. Egli ha altresì sottolineato che quest'anno, la Cina, ospiterà a Pechino la quarta riunione ministeriale del Forum Cina-CEALC, al fine di discutere di come promuovere sviluppo e cooperazione.

Il vertice dei CELAC si è concluso con una Dichiarazione firmata da 30 dei 33 Stati membri.

Gli unici a non votarla sono stati i Paesi guidati dalla destra liberal capitalista filo-statunitense, ovvero da Argentina e Paragauay, ma anche il Nicaragua socialista di Ortega, il quale non l'ha firmata in quanto, nel documento, non è presente una dichiarazione esplicita di difesa di Cuba e Venezuela, oltre che una condanna dichiarata del genocidio del popolo palestinese in Medio Oriente.

I punti cardine della Dichiarazione del vertice sono stati: il rifiuto delle misure coercitive unilaterali imposte dagli USA; l'adesione ai principi della Carta delle Nazioni Unite, al diritto internazionale, alla democrazia, al multilateralismo, ai diritti umani, all'autodeterminazione dei Paesi e alla sovranità e integrità territoriale; unire gli sforzi al fine di garantire che un cittadino dell'America Latina e dei Caraibi sia nominato prossimo Segretario Generale del'ONU; sostegno ad Haiti, preda di gang criminali e le congratulazioni all'Honduras quale presidente pro-tempore dei CELAC

Luca Bagatin

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giovedì 20 marzo 2025

I dazi di Trump e gli eventuali sviluppi futuri. Articolo del prof. Giancarlo Elia Valori


Trump aveva da tempo dichiarato che nel suo primo giorno in carica avrebbe imposto tariffe elevate a vari Paesi per incoraggiare la produzione manifatturiera globale a trasferirsi negli Stati Uniti d’America e rendere il Paese di nuovo grande. Tuttavia, dopo il suo insediamento, nonostante avesse imposto tariffe a Messico, Canada e Repubblica Popolare della Cina il 1° febbraio, prima che le tariffe globali fossero implementate, Trump aveva chiesto alle agenzie federali di completare la revisione delle pratiche commerciali sleali di vari Paesi nei confronti degli Stati Uniti d’America prima del 1° aprile e di cercare modi per migliorarle. Contemporaneamente, Trump ha istituito anche l’External Revenue Service, che si sarebbe occupato della tassazione esterna, e ha pianificato di utilizzare queste entrate tariffarie per attuare la politica commerciale America First.
La CNN ha sottolineato che i dazi imposti da Trump a Messico e Canada a partire dal 1° febbraio innescheranno una guerra commerciale trilaterale e causeranno importanti cambiamenti nella struttura commerciale nordamericana. Dopotutto, nel 2024 Canada e Messico rappresentavano insieme il 30% del valore totale delle importazioni degli Stati Uniti d’America e un terzo del valore totale delle esportazioni globali. Sebbene il consigliere commerciale della Casa Bianca, Peter Navarro, abbia ribadito che Trump ha imposto dazi sui questi Paesi per fare pressione sui due governi e impedire l’ingresso di immigrazione illegale e di droghe negli Stati Uniti d’America, la Casa Bianca ha deciso di brandire la spada dei dazi e ha anche confermato che Messico e Canada hanno imposto dazi di ritorsione sulle merci esportate dagli Stati governati da membri del Partito Repubblicano. È prevedibile che l’indice dei prezzi interni negli Stati Uniti d’America salirà inevitabilmente nel 2025, con inevitabili ripercussioni sia sui consumatori nazionali che sulle imprese.
Secondo quanto riportato dalla Reuters, la presidente messicana Claudia Sheinbaum Pardo avrebbe affermato che l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti d’America, Messico e Canada non verrà rinegoziato prima del 2026. Il Messico farà inoltre tutto il possibile per impedire a Trump di modificare i termini dell’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada (USMCA: United States-Mexico-Canada Agreement – Tratado entre México, Estados Unidos y Canadá – Accord Canada–États-Unis–Mexique). In un’intervista alla CNN ha anche sottolineato il rispetto per le relazioni tra Stati Uniti d’America e Messico e ha cercato di calmare la situazione.
Inoltre, il 1° febbraio Trump ha annunciato che avrebbe imposto una tariffa del 10% sui prodotti cinesi. Tuttavia, la Reuters ha sottolineato che Trump avrebbe temporaneamente rinviato l’imposizione di dazi alla Repubblica Popolare della Cina per aumentare le sue possibilità di contrattazione nei futuri negoziati con Pechino. Ma in realtà, nonostante Trump abbia pianificato di visitare Pechino entro 100 giorni dalla sua elezione, sta anche valutando la possibilità di una cooperazione con quel Paese; ma non ha rallentato il ritmo della tassazione alla RP della Cina.
Vale la pena notare che Trump prevede anche di imporre tariffe fino al 20% su altri partner commerciali e ha promesso di utilizzare i dazi come strumento di negoziazione con altri Paesi per aumentare il vantaggio negoziale degli Stati Uniti d’America. Ad esempio, ha fatto pressione sulla Danimarca affinché ceda il controllo della Groenlandia agli Stati Uniti d’America, altrimenti sarebbero state imposte tariffe elevate; allo stesso modo, ha utilizzato le tariffe per cercare di indurre i cinesi a vendere TikTok alle aziende statunitensi.
Ricordiamo che nel suo discorso inaugurale, Trump ha affermato che avrebbe utilizzato i dazi per proteggere i lavoratori e le famiglie statunitensi e che sperava di aumentare le entrate del Tesoro e di proteggere le industrie nazionali attraverso tale mossa. Però la maggior parte degli economisti tradizionali teme che le misure tariffarie di Trump possano riaccendere la crisi inflazionistica degli Stati Uniti d’America e innescare una guerra commerciale su vasta scala. E questo nonostante Trump abbia assicurato che a pagare i dazi sono i Paesi stranieri e non i consumatori del suo Paese. Tuttavia, il Peterson Institute for International Economics ritiene che, poiché le catene di fornitura di varie materie prime statunitensi viaggiano avanti e indietro attraverso il confine nordamericano e vengono convertite più volte da materie prime a prodotti finiti, la politica tariffaria radicale di Trump consente solo agli importatori statunitensi di pagare tariffe elevate e poi di trasferire questi costi sui consumatori, provocando un’impennata dei prezzi negli Stati Uniti d’America.
L’ordine esecutivo di Trump di imporre tariffe a Canada e Messico potrebbe far crollare l’economia statunitense di centinaia di miliardi di dollari e invalidare l’accordo commerciale tra i tre Paesi, violando i termini dell’anzidetto trattato di libero scambio tra Stati Uniti d’America, Messico e Canada.
Inoltre, i dazi elevati potrebbero esercitare una pressione enorme sulle case automobilistiche statunitensi. Perché le loro reti di produzione sono profondamente radicate in Canada e Messico. In breve, poiché le catene di approvvigionamento di Stati Uniti d’America, Messico e Canada sono mature, i dazi unilaterali imposti da Washington avranno sicuramente un impatto sulle economie delle tre parti, per non parlare del fatto che Messico e Canada potrebbero reagire agli Stati Uniti d’America a loro volta con dazi in futuro. Un effetto ciclico così negativo è ancora più dannoso per lo sviluppo economico degli Stati Uniti d’America e persino del mondo.
Tuttavia, non sono tutti commenti negativi. Secondo quanto riportato dalla CNBC: Stock Markets, Business News, Financials, Earnings (canale statunitense di notizie economiche di proprietà di NBCUniversal News Group, un’unità di NBCUniversal di Comcast), l’amministratore delegato di JPMorgan Chase, Jamie Dimon, ha dichiarato dopo l’insediamento del nuovo presidente che i dazi di Trump sui partner commerciali degli Stati Uniti d’America potrebbero essere valutati positivamente. Ritiene che «la sicurezza nazionale superi un’inflazione leggermente più alta»; ha anche affermato che si può «accettarla e superarla». Inoltre, Dimon non è l’unico CEO di Wall Street ad avere un atteggiamento positivo nei confronti delle tariffe. Il direttore generale di Goldman Sachs, David Solomon ha dichiarato, in un’intervista, di credere che col tempo ciò porterà a un riequilibrio di alcuni accordi commerciali. Se gestito correttamente, un simile riequilibrio può svolgere un ruolo costruttivo nella crescita economica degli Stati Uniti d’America, quindi si deve prestare molta attenzione alle nuove politiche che Trump adotterà gradualmente nel corso del 2025. Sebbene molti siano ancora preoccupati che i dazi proposti da Trump dopo il suo insediamento possano innescare una guerra commerciale globale e un’inflazione interna negli Stati Uniti d’America, il presidente della più grande banca del Paese per patrimonio ha anche asserito che i dazi possono anche essere un’arma economica, a seconda di come vengano utilizzati. Se utilizzati correttamente, queste tariffe possono proteggere gli interessi statunitensi e riportare i partner commerciali al tavolo delle trattative per ottenere un accordo migliore per il Paese.
Però al di là del versante dell’ottimismo di alcuni e del pessimismo di molti, vanno chiarite alcune cose in più.
La strategia di Trump, che utilizza problemi interni come pretesto per avviare guerre commerciali manca di una certa conformità alle leggi di mercato e potrebbe causare gravi ripercussioni sull’economia statunitense e sull’ordine economico globale, come accennato in precedenza.
In primo luogo va ancora detto che le guerre commerciali innanzitutto provocano un aumento dei costi per i consumatori: I dazi aumentano i prezzi dei prodotti importati, conducendo ad un incremento del costo della vita per i consumatori statunitensi. Secondo stime, queste tariffe potrebbero comportare una perdita di circa 1.200 dollari all’anno nel potere d’acquisto delle famiglie statunitensi.
Inoltre bisogna portate l’attenzione a come si ridurranno i profitti aziendali. L’aumento dei costi dovuto ai dazi riduce la redditività delle imprese. Un’analisi della Federal Reserve Bank di New York ha rilevato che le tariffe imposte già durante il primo mandato di Trump (2017-2021) hanno portato a una diminuzione dei valori azionari e sono state associate a una riduzione dei profitti futuri, delle vendite e dell’occupazione per le aziende colpite.
Ci sarà pure un impatto sul settore manifatturiero e sul mercato del lavoro. Le politiche tariffarie hanno perturbato le catene di approvvigionamento, riducendo l’efficienza e la competitività del settore manifatturiero. Già nel febbraio 2025, il tasso di disoccupazione negli Stati Uniti è salito al 4,1%, con un incremento di 151.000 nuovi posti di lavoro, al di sotto delle aspettative, indicando una debolezza nel mercato del lavoro.
Le ripercussioni sul sistema commerciale globale e sulla crescita economica saranno notevoli. Si prevede un danneggiamento del sistema commerciale multilaterale. Le misure tariffarie unilaterali degli Stati Uniti d’America indeboliscono il predetto sistema centrato sull’Organizzazione Mondiale del Commercio, alimentando tendenze protezionistiche globali e deteriorando l’ambiente commerciale internazionale.
Per non parlare del rallentamento della crescita economica globale. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita economica globale per il 2025 dal 2,8% all’l,9%, principalmente a causa dell’escalation delle tensioni commerciali che influenzano la ripresa economica globale.
Ci saranno anche effetti su altri Paesi e regioni, quali le misure di ritorsione dell’Unione Europea. L’UE ha annunciato l’intenzione di imporre dazi su beni statunitensi per un valore di 26 miliardi di euro in risposta alle tariffe sull’acciaio e sull’alluminio imposte dagli Stati Uniti d’America. Questo potrebbe portare a un aumento dei costi nei settori coinvolti e a un incremento dei prezzi per i consumatori, aggravando ulteriormente le tensioni commerciali globali.
Effetti anche dell’impatto sui mercati emergenti. La guerra commerciale ha causato turbolenze nei mercati globali, riducendo la fiducia degli investitori. I Paesi emergenti potrebbero affrontare pressioni dovute a deflussi di capitali e svalutazioni monetarie, mettendo a rischio le prospettive di crescita economica.
In definitiva le politiche protezionistiche in passato hanno spesso avuto effetti controproducenti. Ad esempio, lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 aumentò significativamente le tariffe, portando a una drastica riduzione del commercio globale e aggravando la Grande Depressione, detta anche Grande crisi o Crollo di Wall Street del 1929 ed anni a seguire. Tutto ciò suggerisce che le guerre commerciali non solo non risolvono i problemi economici, ma possono anche innescare crisi economiche più gravi.
In conclusione, la guerra commerciale avviata dagli Stati Uniti d’America, avrà gravi ripercussioni pure sull’economia nazionale di quel Paese e sul sistema commerciale globale. Le esperienze storiche e i dati attuali mostrano che le politiche protezionistiche sono inefficaci e possono portare a crisi economiche più profonde. Gli Stati Uniti d’America dovrebbero rivedere le loro politiche commerciali, cercando soluzioni attraverso il dialogo e la cooperazione, al fine di preservare la stabilità e la prosperità dell’economia globale.

Giancarlo Elia Valori

sabato 16 dicembre 2023

La Repubblica Popolare Cinese impegnata nella pacificazione e nello sviluppo di relazioni bilaterali a livello internazionale. Articolo di Luca Bagatin

 

Con lungimiranza e responsabilità, la Repubblica Popolare Cinese continua a tentare di spegnere gli incendi nell'ambito di conflitti che si trascinano da decenni, muovendosi – in modo serio e deciso - sul terreno diplomatico. Oltre a ciò, essa ricerca partnership e collaborazione, come dimostrato anche recentemente.

Il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, incontrando il Ministro degli Esteri iraniano Hossein Amir-Abdollahian, negli scorsi giorni, ha ribadito la ferma posizione della Cina relativamente al conflitto israelo-palestinese, ovvero la “realizzazione di un cessate il fuoco” e la “fine del conflitto il prima possibile, garantendo aiuti umanitari e ritorno alla soluzione dei due Stati”.

Ribadendo che “La Cina ritiene che qualsiasi accordo riguardante il futuro e il destino della Palestina dovrebbe riflettere pienamente la volontà del popolo palestinese, rispettare pienamente il suo diritto alla statualità e all’autodeterminazione e incarnare il principio di “proprietà palestinese, guida palestinese e amministrazione palestinese”".

La Repubblica Popolare Cinese è, inoltre, da tempo, in prima linea per pacificare e rafforzare il riavvicinamento fra Iran e Arabia Saudita, storicamente rivali.

Il 12 e 13 dicembre scorso, il Presidente cinese Xi Jinping ha visitato la Repubblica Socialista del Vietnam, incontrando il Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista del Vietnam (PCV), Nguyen Phu Trong.

Scopo della visita, quello di rafforzare i rapporti fra i due Paesi e i rispettivi partiti comunisti, uniti storicamente dalle comuni lotte per l'indipendenza e la liberazione nazionale.

Cina e Vietnam hanno siglato accordi di cooperazione, in particolare ambito agricolo, nel settore dell'istruzione e dell'assistenza medica.

Altro importante incontro è stato quello che ha visto rafforzare, già dal novembre scorso, le relazioni fra Cina e Messico, guidato dal socialista Andrés Manuel López Obrador.

La Ministra degli Esteri messicana Alicia Barcena Ibarra ha ringraziato il Vicepresidente Han Zheng e il Ministro degli Esteri Wang Yi – rappresentanti della Repubblica Popolare Cinese - per aver fornito tempestiva assistenza al Messico, colpito recentemente dall'uragano Otis e si è detta disponibile ad implementare le cooperazione bilaterale e multilaterale dei rispettivi Paesi.

Inoltre, i Ministri degli Esteri di Messico e Cina hanno sottoloneato la necessità dell“istituzione di un gruppo di lavoro tra Messico e Cina” al fine di contrastare il “traffico di precursori chimici che possono essere utilizzati nella produzione di droghe sintetiche e di fentanil, nonché per monitorare la catena di produzione in modo accurato e scambiare informazioni per combattere l’uso illegale di queste sostanze”.

La Ministra Barcena, ha altresì sottolineato l'importanza che la Cina rafforzi i suoi legami con l'America Latina attraverso il rafforzamento del forum CELAC-Cina, sotto la Presidenza pro tempore dell'Honduras.

Luca Bagatin

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lunedì 4 gennaio 2021

Il Messico offre asilo politico a Julian Assange dopo il no all'estradizione negli USA. Articolo di Luca Bagatin

La giudice britannica Vanessa Baraister ha respinto la richiesta di Washington di estradare il giornalista, attivista e fondatore di WikiLeaks, Julian Assange, negli USA.

Assange è accusato, negli USA, di “spionaggio e pirateria informatica”, per aver contribuito a diffondere file riservati relativi, fra gli altri, ai crimini di guerra compiuti dagli Stati Uniti, in Afghanistan e Iraq.

Accuse che sarebbero costate, ad Assange, una condanna a ben 175 anni di reclusione.

La giudice Baraister ha negato l'estradizione a seguito delle condizioni psicologiche dell'imputato, il quale sarebbe a “rischio suicidio”, secondo la giustizia britannica e quindi incompatibile con il rigido regime carcerario statunitense.

Già un anno fa il Relatore speciale sulla tortura alle Nazioni Unite, Nils Melzer, aveva espresso preoccupazione relativamente alla salute di Assange, esposto a “tortura psicologica continua o altro, trattamenti inumani o crudeli e degradanti”, ravvisando ciò dopo averlo visitato nel carcere britannico nel quale era detenuto.

Gli USA hanno - ad ogni modo - annunciato di voler ricorrere in appello.

Soddisfazione per la sentenza da parte del giornalista investigativo Glenn Greenwald, il quale fu in prima fila nella diffusione dei documenti segreti rivelati da WikiLeaks, pur non soddisfatto del fatto che la giudice “abbia sposato la maggior parte delle teorie d'accusa dei procuratori USA”.

Della stessa opinione la ONG statunitense Freedom of the Press Foundation, la quale ha dichiatato che “L'accusa contro Julian Assange è una delle minacce più pericolose alla libertà di stampa da decenni” aggiungendo che “Il verdetto rappresenta un enorme sollievo. Anche se la giudice non ha preso la sua decisione a tutela della libertà d’informazione, ma decretando essenzialmente il sistema carcerario USA troppo repressivo, si tratta comunque di un risultato che protegge i giornalisti”.

Sull'argomento era intervenuto anche l'ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters, da sempre in prima linea a difesa delle libertà civili e i diritti sociali e da sempre promotore della liberazione di Assange. Roger Waters aveva dichiarato, poche ore prima della sentenza, che “Se lo estraderanno negli USA, per lui sarà finita. Il caso Assange è cruciale per la libertà di espressione, per il giornalismo e i diritti umani in generale. Assange, perseguitato negli anni, ha pubblicato quei documenti per farci capire quanti scomodi segreti ci nascondono i nostri governanti: altrimenti non avremmo mai saputo dei crimini americani in Iraq o Afghanistan” e ha proseguito affermando che “Ora gliela vogliono far pagare per le sue rivelazioni. Julian non ha rubato niente, non ha commesso alcun crimine. Mi pare di vivere quanto profetizzato da George Orwell: i “ministeri della verità”, dove si decide la narrativa del potere”.

Julian Assange, giornalista e programmatore australiano che si è sempre definito un libertario chypherpunk, fondò il sito web WikiLeaks nel 2006, allo scopo di pubblicare e far conoscere al mondo documenti segreti, mettendo a nudo gran parte delle nefandezze del mondo politico internazionale.

Per la sua attività investigativa fu accusato di spionaggio.

Nel 2012, il governo socialista ecuadoriano presieduto da Rafael Correa gli concesse asilo politico presso l'Ambasciata dell'Ecuador a Londra.

Lo status di rifugiato politico gli fu revocato nell'aprile 2019, allorquando il nuovo Presidente dell'Ecuador, Lenin Moreno (il quale, pur eletto nelle file socialiste, attuerà ben presto politiche liberali e filo statunitensi, rinnegando il suo stesso programma elettorale), decise di consegnarlo alla giustizia britannica.

Felicitazioni per la decisone del tribunale britannico di non estradare Assange negli USA, sono giunte anche dall'ex Presidente ecuadoriano Rafael Correa e – in particolare - dal Presidente socialista del Messico Andres Manuel Lopez Obrador, il quale vuole fare richiesta al governo britannico affinché Julian Assange venga rilasciato.

Obrador si è infatti detto disponibile a fornirgli asilo politico in Messico e sta già avviando le procedure in questo senso, attraverso il Segretario degli Affari Esteri.

Luca Bagatin

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sabato 4 gennaio 2020

Il Presidente socialista del Messico Obrador chiede la liberazione di Assange. Articolo di Luca Bagatin

Julian Assange, fondatore di Wikileaks, è da mesi detenuto a Londra, nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh, con accuse che vanno dal presunto terrorismo alla presunta violazione della legge sullo spionaggio. Assange, per aver rivelato al mondo i piani segreti dei potenti del Pianeta, rischia di morire in carcere, in attesa, peraltro, di essere estradato negli USA, dove deve affrontare ben 18 capi d'accusa. Il Relatore speciale sulla tortura alle Nazioni Unite, Nils Melzer, aveva di recente espresso preoccupazione relativamente alla salute di Assange, esposto a “tortura psicologica continua o altro, trattamenti inumani o crudeli e degradanti”, ravvisando ciò dopo averlo visitato in carcere.
Di fronte a questa palese violazione dei diritti umani, si è levata ieri – in conferenza stampa - la voce del Presidente socialista del Messico, Andrés Manuel López Obrador, il quale ha dichiarato: “Speriamo che venga preso in considerazione e rilasciato e non torturato”, dichiarando che la sua liberazione sarebbe “una causa molto giusta per i diritti umani del mondo”. Obrador ha espresso solidarietà anche sull'attività di Wikileaks nel rivelare quello che egli ha definito “sistema mondiale nella sua natura autoritaria”.
Ancora una volta è dall'America Latina socialista che proviene una richiesta di rispetto dei diritti civili e umani, verso un mondo più libero e giusto. Aspetti che, nel mondo liberal-capitalista e cosiddetto “opulento”, sembrano ormai da tempo dimenticati, se non addirittura calpestati.

Luca Bagatin