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venerdì 6 novembre 2026

Serbia, tra proteste studentesche e nuovi equilibri geopolitici. Intervista di Luca Bagatin a Vladimir Kolarić

 

Vladimir Kolarić è uno scrittore serbo, teorico della cultura, commentatore politico e traduttore. Ha conseguito un dottorato di ricerca presso la Facoltà di Arti Drammatiche di Belgrado e lavora presso l'Istituto per la Ricerca sullo Sviluppo Culturale. È autore di oltre venti libri di narrativa, saggi e opere sulla teoria dell'arte, la teoria della cultura e le politiche culturali.

Vladimir è peraltro anche un caro amico, che ha tradotto e pubblicato alcuni dei miei articoli in prestigiose testate giornalistiche serbe e ho qui la possibilità di intervistarlo sull'attuale situazione del suo Paese, alla luce in particolare del recente esito elettorale.

Luca Bagatin: Le elezioni in Serbia del 25 ottobre hanno visto la vittoria della Lista degli Studenti, mentre il sostegno alla coalizione di Aleksandar Vučić, «Serbia Unita», è crollato. Qual è la tua opinione al riguardo? Che cosa cambierà in Serbia?

Vladimir Kolarić: La vittoria della Lista degli Studenti è il risultato di due anni di proteste, innescate dalla tragedia verificatasi alla stazione ferroviaria di Novi Sad, nella quale hanno perso la vita 16 persone. La tragedia è stata interpretata come una conseguenza della negligenza e della corruzione da parte delle autorità, la cui propaganda si era basata in larga misura sulla costruzione di edifici e strade.

A ciò aveva fatto seguito il malcontento dell'opinione pubblica per i dolorosi compromessi raggiunti dal governo sulla questione del Kosovo e Metochia, ovvero per la sua incapacità di opporre una resistenza più forte alle pressioni occidentali. L'obiettivo di queste pressioni è ottenere il riconoscimento da parte della Serbia della provincia occupata dalla NATO durante la guerra del 1999. Tali compromessi hanno ridotto significativamente l'influenza della Serbia in Kosovo e Metochia e peggiorato la posizione della popolazione serba che continua a vivere in quei territori. Hanno inoltre accresciuto le minacce nei confronti del ricco patrimonio culturale serbo della regione, che gli albanesi del Kosovo cercano di distruggere o di appropriarsi, presentandolo come proprio: un'affermazione storicamente assurda.

Il malcontento è stato ulteriormente alimentato dalla decisione dei governi precedenti di consentire alla società Rio Tinto di aprire miniere ad alto impatto ambientale in una delle zone più belle della Serbia. Il Partito Progressista Serbo, guidato dall'ex presidente della Repubblica Aleksandar Vučić e principale componente della coalizione «Serbia Unita», era al potere da 14 anni. I principali problemi del suo governo sono stati l'elevato livello di corruzione e il controllo dei media, la frammentazione dei partiti di opposizione, la costruzione di un culto della personalità attorno al presidente e la volgarizzazione del dibattito pubblico.

Tra gli aspetti positivi del suo operato figuravano una relativa stabilità economica ed energetica, nonché una politica estera improntata all'equilibrismo. L'obiettivo strategico del Paese era l'adesione all'Unione Europea, mantenendo al contempo un elevato livello di cooperazione con la Russia e la Cina. Durante il mandato di Vučić, la Serbia ha quindi resistito alle pressioni affinché imponesse sanzioni alla Russia e interrompesse la cooperazione tecnologica con la Cina. Inoltre, nonostante le eccessive concessioni, il governo Vučić non ha mai riconosciuto formalmente l'indipendenza del Kosovo e Metochia.

Le proteste in Serbia hanno avuto dimensioni imponenti e sono state radicate nel sincero malcontento di un'ampia parte della popolazione. La loro caratteristica distintiva è stata il fatto che le iniziative degli studenti universitari e degli alunni delle scuole, con l'occupazione e il blocco delle facoltà universitarie e degli istituti scolastici, sono diventate il fulcro delle proteste. Gli studenti si sono organizzati nei cosiddetti «plenumi», attraverso il cui coordinamento hanno diretto il movimento di protesta. La Lista degli Studenti con cui hanno partecipato alle elezioni, tuttavia, non era composta da studenti, bensì da intellettuali, artisti e personaggi pubblici candidati dagli studenti stessi, nessuno dei quali aveva precedenti esperienze politiche.

Considerata la composizione estremamente eterogenea della Lista degli Studenti e l'incertezza che circonda la formazione del futuro governo, è difficile prevedere le conseguenze di queste elezioni. Quel che è certo è che anche l'adesione all'Unione Europea sarà un obiettivo del nuovo governo e che quest'ultimo dovrà affrontare notevoli pressioni affinché imponga sanzioni alla Russia, riduca la portata della cooperazione con la Cina e riconosca l'indipendenza del Kosovo e Metochia.

Luca Bagatin: Entrambe le coalizioni che si sono confrontate alle elezioni sono composte da forze politiche molto eterogenee. Vučić – che rappresenta la destra liberal-conservatrice – ha ricevuto il sostegno anche di esponenti dell'area socialista e comunista. Lo stesso si può dire della Lista degli Studenti. Che cosa puoi dirci a questo proposito?

Vladimir Kolarić: Si può affermare, con le dovute precisazioni, che il partito di Aleksandar Vučić appartiene alla destra liberal-conservatrice. In realtà, tuttavia, si trattava di un'ampia «coalizione arcobaleno», priva di qualsiasi fondamento ideologico coerente: più un gruppo d'interesse che un vero e proprio partito politico. Si tratta, in ogni caso, di una tendenza sempre più diffusa in Europa e nel resto del mondo.

Anche il movimento studentesco e la Lista degli Studenti sono estremamente eterogenei dal punto di vista ideologico e sono accomunati poco più che dal desiderio di un cambiamento di governo. Tra gli attivisti associati alla lista vi sono anarchici, anarco-sindacalisti, (neo)comunisti, socialdemocratici, liberali, conservatori, monarchici e persino rappresentanti della destra radicale.

Il coinvolgimento della sinistra nell'organizzazione del movimento studentesco è stato chiaramente visibile. Lo stesso modello organizzativo, basato sui cosiddetti «plenumi», si ispira alle pratiche di autorganizzazione della sinistra e ha inoltre ricordato a molte persone il principio dell'autogestione socialista, che costituiva l'ideologia ufficiale della Jugoslavia socialista. Gli attivisti di sinistra hanno considerato la propria opposizione al governo una lotta contro il capitalismo e l'autoritarismo.

D'altra parte, il governo è stato sostenuto da settori della sinistra anticoloniale e patriottica, che hanno considerato le proteste una «rivoluzione colorata», organizzata dall'Occidente e finalizzata ad ampliare l'influenza del liberalismo e, di conseguenza, del capitalismo. Questi ambienti non ignorano il profilo ideologico né le pratiche sociali problematiche del governo precedente, ma hanno dato la priorità alle considerazioni geopolitiche. A loro giudizio, la Lista degli Studenti allontanerebbe ulteriormente la Serbia dalla Russia, dalla Cina e dai Paesi del Terzo Mondo.

La sinistra che ha sostenuto il precedente governo dispone di una scarsa forza politica e di un consenso limitato presso la popolazione nel suo complesso. Ciononostante, riunisce diversi giovani intellettuali le cui argomentazioni hanno attirato un certo grado di attenzione da parte dell'opinione pubblica.

Luca Bagatin: Qual è l'attuale situazione politica, sociale ed economica in Serbia?

Vladimir Kolarić: Come ho già detto, il precedente governo è riuscito a preservare un relativo grado di stabilità economica e mantenerlo rappresenterà una delle principali sfide per il nuovo governo. Un'altra sfida sarà superare l'estrema polarizzazione politica, della quale è responsabile il governo precedente, ma anche gli elementi radicali presenti all'interno del movimento studentesco e dell'opposizione.

Molti critici del precedente governo tendevano a sminuire la storia e la cultura serbe e a sostenere con eccessiva disinvoltura gli interessi occidentali (della NATO). È quindi estremamente importante che il nuovo governo resista alle pressioni volte a compromettere le relazioni con la Russia e la Cina, così come a quelle dirette a compiere ulteriori passi verso il riconoscimento dell'indipendenza del cosiddetto «Kosovo».

Non si tratta soltanto di una questione ideologica e identitaria: riguarda la sopravvivenza economica ed energetica del nostro Paese e, di conseguenza, la sua sicurezza nazionale.

Luca Bagatin: Esiste ancora oggi in Serbia un'eredità politico-culturale dell'epoca di Tito e del socialismo jugoslavo?

Vladimir Kolarić: Gli atteggiamenti dei cittadini della Serbia odierna nei confronti di Josip Broz Tito e della Jugoslavia socialista sono diversi e dipendono dalle loro posizioni ideologiche, nonché dalle esperienze personali e familiari vissute durante quel periodo, che non sono state sempre positive.

È comprensibile che un certo numero di persone provi nostalgia per quell'epoca, considerandola un periodo di pace e relativa stabilità sociale. È altrettanto comprensibile che molti altri abbiano una visione negativa di quel periodo, considerata l'esistenza di una repressione sistematica, di un'ingegneria identitaria diretta contro il popolo serbo e il fatto che le fondamenta della Jugoslavia contenessero, fin dall'inizio, i germi della sua futura disintegrazione.

Per quanto riguarda l'eredità di quel periodo, essa si riflette principalmente nelle elevate aspettative sociali dei nostri cittadini. Anche dopo 35 anni di duro capitalismo, in Serbia le persone continuano a considerare l'istruzione e l'assistenza sanitaria gratuite come qualcosa di scontato. Le autorità ne sono ben consapevoli, ed è per questo che il livello degli investimenti pubblici nel settore pubblico è molto elevato rispetto agli standard capitalistici.

Inoltre, a livello internazionale, la Serbia ha beneficiato in una certa misura della reputazione di cui godeva la Jugoslavia socialista nei Paesi del Terzo Mondo, essendo stata uno dei membri fondatori del Movimento dei Paesi Non Allineati. Questi benefici sono stati sia economici sia politici, dal momento che alcuni di quei Paesi non hanno riconosciuto l'indipendenza del cosiddetto «Kosovo».

Inoltre, negli ambienti di sinistra esiste un notevole interesse per l'esperienza peculiare dell'autogestione socialista jugoslava, in particolare in America Latina.

Luca Bagatin: A tuo avviso, quale futuro attende la Serbia? Ritieni possibile che la Serbia si avvicini ai Paesi BRICS?

Vladimir Kolarić: Il futuro della Serbia dipenderà principalmente dagli interessi delle grandi potenze. È chiaro che continueranno ad aumentare le pressioni affinché la Serbia aderisca alle sanzioni contro la Russia e riduca la portata della propria cooperazione con la Cina. L'Occidente politico ha sempre considerato la Serbia un potenziale alleato della Russia e questo rimarrà senza dubbio una fonte di ulteriori pressioni.

È quasi certo che l'obiettivo del nuovo governo, proprio come quello del suo predecessore, sarà l'adesione all'Unione Europea. Di conseguenza, un eventuale avvicinamento ai BRICS difficilmente potrà rappresentare una prospettiva realistica nel prossimo futuro. Il precedente governo si è comunque impegnato a mantenere le migliori relazioni possibili con i Paesi BRICS, mentre resta incerto se il nuovo governo seguirà la stessa politica.

Un'altra questione importante che influenzerà il futuro della Serbia sarà la ricostruzione del suo sistema partitico, considerato che in Parlamento sono entrati soltanto il partito di Vučić e la Lista degli Studenti. Il futuro del partito di Vučić è incerto, mentre la Lista degli Studenti non è un partito politico, bensì una possibile base per la nascita di diverse organizzazioni politiche molto differenti tra loro e persino reciprocamente antagoniste.

La maggioranza dei cittadini serbi è contraria all'ingresso nella NATO e all'imposizione di sanzioni alla Russia, così come all'adesione all'Unione Europea qualora ciò dovesse comportare la rinuncia al Kosovo e Metochia.

Mi auguro che il nuovo governo rappresenti la volontà e gli interessi del popolo serbo e riesca a resistere alle pressioni provenienti dai centri di potere occidentali e dalle organizzazioni non governative che sostengono gli interessi della NATO.

Mi auguro inoltre che il nuovo governo mantenga le promesse di migliorare lo Stato di diritto e la giustizia sociale, ma non a scapito dell'indipendenza del nostro Paese né della tutela dei diritti dei cittadini della Serbia e dei serbi che vivono nella regione.

Luca Bagatin

https://amoreeliberta.blogspot.com