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sabato 28 agosto 2021

A cent'anni dalla Rivoluzione bolscevica mongola. Dalla sconfitta del "Barone Pazzo" al socialismo. Articolo di Luca Bagatin

Cent'anni fa moriva il Barone Roman Von Ungern-Sternberg (1886 - 1921), signore della guerra russo di origine tedesca che – a capo delle Armate Bianche zariste - si proclamò dittatore della Mongolia, poco prima di essere deposto dalle Armate Rosse bolsceviche, nel settembre 1921.

A contribuire alla caduta del “Barone Pazzo” (questo il nome con il quale passò alla Storia), le milizie comuniste mongole guidate da Damdiny Sükhbaatar (1893 – 1923), ovvero il “Lenin mongolo”.

Sükhbaatar, con la rivoluzione bolscevica mongola del 1921, porrà dunque fine al lungo Medioevo mongolo e all'autorità ecclesiastica dei lama nel Paese e, l'anno successivo alla sua morte, nel 1924, sarà proclamata la Repubblica Popolare Mongola.

Damdiny Sükhbaatar, figlio di un povero contadino, fu lavoratore instancabile per tutta la vita, prima di entrare nell'esercito nel 1912.

Fu la sua amicizia con formatori militari russi che lo portò in contatto con gli ideali leninisti della Rivoluzione sovietica e, ben presto, diverrà leader di un circolo di ispirazione nazionalista e bolscevica.

Entrerà dunque in contatto con il Comintern e con Lenin e fonderà, nel 1920, il Partito Popolare Mongolo, di ideologia marxista-leninista, con lo scopo di difendere la nazione mongola, liberare il Paese dai nemici, rafforzare lo Stato in senso socialista e liberare i lavoratori, in particolare i contadini, dallo sfruttamento dell'uomo sull'uomo.

Sconfitto il Barone Ungern-Sternberg, Sükhbaatar, divenuto così eroe nazionale, intesserà fitti rapporti con il Cremlino, incontrando Vladimir Lenin a Mosca, nel 1921.

Il nuovo governo mongolo, adottando una via detta “non capitalista”, liberò dalla schiavitù della gleba le masse contadine e abolì ogni privilegio dei vecchi feudatari e del clero lamaista, imponendo a tutti un'equa tassazione.

Il governo socialista mongolo, ad ogni modo, non abolì la fede buddista, ma, anzi, la rafforzò, facendola tornare al suo stato più puro. Riducendo il potere temporale e economico dei lama, il governo puntò, infatti, a far tornare il Paese agli insegnamenti originari del Buddha, fatti di sacrificio, compassione e superamento dei privilegi materiali.

Se Sükhbaatar, ancora oggi considerato eroe nazionale in Mongolia (al punto che la capitale Urga sarà intitolata a suo nome, ovvero Ulanbaatar), passerà alla Storia come “Lenin mongolo”, il suo successore, Khorloogiin Choibalsan (1895 - 1952), passerà alla Storia come lo “Stalin di Ulanbaatar”.

Il Partito Popolare Mongolo cambierà nome in Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo e Choibalsan, suo nuovo leader e Presidente del Paese dal 1929, iniziò un vero e proprio ammodernamento dello Stato e serie e pesanti confische delle proprietà ai nobili feudatari e al clero.

I contadini furono organizzati in cooperative e fu avviata la collettivizzazione dell'economia in modo simile a quella attuata da Stalin in URSS, iniziando anche a sviluppare gradualmente il settore industriale, sino ad allora del tutto inesistente in Mongolia.

Tutto ciò favorì un graduale progresso sociale e culturale del Paese, anche grazie a sempre maggiori relazioni socio-economiche con l'URSS, aspetto che, ad ogni modo, renderà spesso difficili i rapporti con la vicina Cina maoista che, con l'URSS, in particolare dopo Stalin, avrà rapporti tutt'altro che idilliaci.

A succedere a Choibalsan, Yumjaagiin Tsedenbal (1916 - 1991), il Presidente di una Mongolia più moderna e ormai avviata al socialismo avanzato.

Un socialismo purtroppo destinato a implodere a causa del riformismo del “Gorbaciov mongolo”, Jambyn Batmönkh (1926 – 1997), il quale, aprendo alle riforme borghesi, finirà per trascinare il Paese verso il baratro capitalista e, egli stesso e la sua famiglia, finiranno per rimanere disoccupati per molto tempo e, successivamente, divennero produttori di pane e venditori di abiti tradizionali mongoli.

Il Partito Rivoluzionario del Popolo Mongolo tornò a chiamarsi Partito Popolare Mongolo ed ha abbandonato da tempo l'ideologia marxista-leninista, per divenire partito socialdemocratico, pur mantenendo una sua ideologia ancorata al nazionalismo di sinistra.

Essendo ancora vive nella memoria dei mongoli le antiche battaglie di Sükhbaatar e dei suoi degni successori, ancora oggi, il Partito Popolare Mongolo, guida il Paese.

Dal giugno scorso con a capo Ukhnaagiin Khürelsükh (1968), eletto con il 67,76%, avendo battuto il candidato liberale del Partito Democratico, fermo al 20,33%.

Del socialismo mongolo, di cui molto poco è stato scritto in Europa, parla anche l'interessante saggio di Marco Bagozzi, edito da Anteo, “Il socialismo nelle steppe”.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

Damdiny Sükhbaatar

lunedì 25 giugno 2018

"Il Barone Ungern - vita del Khan delle Steppe". Articolo di recensione di Luca Bagatin

La steppa, la taiga, le estese pianure asiatiche dei primi Anni del '900 fanno da sfondo non solo al celebre e bellissimo romanzo d'avventura di Vladimir Arsen'ev "Dersu Uzala - Il piccolo uomo delle grandi pianure" (1923), ma anche ad un personaggio storico che molto ha di romanzesco, al punto da essere stato fonte di ispirazione non solo di opere letterarie, ma persino di opere fumettistiche, ovvero il Barone Roman Von Ungern-Sternberg (1886 - 1921), protagonista dell'opera romanzesca a sfondo esoterico di Ferdynand Ossendowski "Bestie, uomini e Dei" (1925) e co-protagonista dell'avventura a fumetti di Corto Maltese ideata da Hugo Pratt "Corte Sconta detta Arcana" (1974).
Figura romanzesca della Guerra Civile Russa, il Barone Ungern fu soprannominato di volta in volta "Barone Nero", "Dio della Guerra", "Barone Sanguinario", "Barone Pazzo" per il suo carattere oscuro e la sua supposta efferatezza.
Di origine austriaca, il Barone Ungern fu buddhista - grazie, pare, agli insegnamenti del nonno dottore in Filosofia all'Università di Lipsia - e antibolscevico, tanto da arruolarsi nell'Armata Bianca e da considerare la Terza Internazionale Comunista come l'incarnazione demoniaca del male "nata tremila anni prima in Babilonia".
Di questo, ovvero di tale personaggio, parla una delle ultime pubblicazioni delle Edizioni Mediterranee "Il Barone Ungern" di Leonid Juzefovic, pubblicato per la prima volta in lingua italiana con il sostegno dell'Istituto della traduzione russo, tradotto da Paolo Imperio e con revisione di Mara Morini.
Opera monumentale e più completa oggi disponibile, quella dello storico e sceneggiatore Juzefovic, che consta di circa quattrocento pagine e ricchissima di eventi storici, aneddoti, rievocazioni di battaglie e avventure, oltre che di foto dell'epoca, le quali tentano di penetrare nella leggenda del Barone Ungern-Sternberg.
Ma chi era il Barone Ungern e perché così tanta curiosità attorno alla sua figura ?
Forse perché fu personaggio singolare, tale da attirare l'attenzione degli avventurieri, dei romanzieri e persino degli spiritualisti, con la sua idea di creare un Ordine Militare Buddhista per combattere quella che egli riteneva la "depravazione rivoluzionaria" bolscevica. Un'idea che fondava la sua suggestione nel voler ricreare l'Impero di Gengis Kahn che riunisse - in un'unica teocrazia buddhista - Cinesi, Mongoli, Tibetani, Afgani, Tartari, Buriati, Kirghisi e Calmucchi quale baluardo contro ogni idea rivoluzionaria, borghese, atea e modernista, per quanto, come scrive Juzefovic nel suo saggio, vi fossero fra le fila bolsceviche anche diversi credenti buddhisti, i quali tentavano di conciliare il comunismo con gli insegnamenti del Buddha, in chiave spirituale e anti-borghese,
Inseguendo tale ambiziosa quanto folle idea di risveglio asiatico, che avrebbe dovuto culiminare con il ritorno sul trono cinese della dinastia Manciù, il Barone - il quale era solito astenersi dal sesso, vivere in solitudine nella foresta in compagnia di un gufo e nutrirsi con moderazione - si alleerà ai Mongoli - i quali lo vedevano come un'incarnazione ultraterrena - guidati del Bogdo Gègèn Khan VIII, guida politica e religiosa, il quale sarà dal Barone stesso liberato dopo una guerra contro i Cinesi. Fu allora, nel marzo 1921, che la Mongolia - sino all'avvento del governo comunista - diverrà una teocrazia indipendente con a capo lo stesso Barone Ungern, proclamato Khan.
Nell'agosto del 1921, purtuttavia, tradito da un predone calmucco, il Barone sarà consegnato alle armate bolsceviche e nel settembre dello stesso anno processato e fucilato per il suo antibolscevismo e per aver sostenuto la monarchia dei Romanov, per quanto la leggenda - ma ovviamente trattasi unicamente di una leggenda - voglia che egli si sia salvato e sia fuggito.
Del Barone Ungern-Sternberg, di cui l'opera biografica e non agiografica di Leonid Juzefovic è certamente la più completa, che cosa rimane ?
Come rammenta l'autore - per quanto i suoi ideali di riunire un nuovo Impero asiatico siano falliti - rimane il fatto che grazie a lui la Mongolia è rimasta un Paese indipendente rispetto alla Cina. E rimangono opere, romanzi, fumetti e persino videogame di cui lui è protagonista indiscusso. Pensiamo all'opera di Vladimir Pozner, Jean Mabire, ai fumetti di Hugo Pratt a lui dedicati, al videogame della Wanadoo "Iron Storm" e all'interesse per la sua figura da parte del regista danese Lars Von Trier, che avrebbe su di lui voluto realizzare un film. Rimangono suggestioni eurasiatiste e antimoderne alle quali si ispirarono il filosofo Aleksandr Dugin e lo scrittore Eduard Limonov quando fondarono il loro Partito Nazionalbolscevico negli Anni '90, citati nel saggio di Juzefovic. Ma soprattutto rimane la leggenda di un personaggio letterario tipico delle opere avventurose e cavalleresche dell'Otto-Novecento, di cui molto è stato scritto, ma forse poco si sa di certo.

Luca Bagatin