Sono passati 41 anni
dalla vittoria della Rivoluzione sandinista in Nicaragua.
Nell'estate 1979,
l'esercito del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, guidato
dal sandinista Daniel Ortega, rovesciò infatti il governo del
liberal-conservatore Anastasio Somoza Debayle, sostenuto dagli USA,
ponendo così fine a lunghi anni di lotte per la liberazione del
Paese dal dominio straniero nordamericano.
Lotte che presero vita
nel 1927, allorquando l'umile bracciante agricolo Augusto Cesar
Sandino, si pose a capo della resistenza contro l'oppressore
statunitense.
Gli USA, infatti,
occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro
protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee per
due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul
Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella
produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa
statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.
Ne conseguiva che, i
governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora -
sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.
Fu allorquando i liberali
tentarono un colpo di Stato, nel 1926, che Sandino si unì alla loro
lotta e divenne il leader della resistenza antimperialista del Paese.
Poche sono, nel nostro
Paese, le pubblicazioni dedicate a Sandino e alla sua lotta. Fra
queste una recentissima, editata da Oaks, a cura di Sergio Ramirez e
con prefazione di Luca Lezzi: “Sandino il padre della guerriglia”.
Ramirez, ricordiamo,
oltre a essere scrittore e intellettuale nicaraguense, fu
vicepresidente del governo sandinista, con Ortega Presidente, dal
1985, al 1990. Nel 1995, in disaccordo con Ortega sul alcune
questioni, fonderà il Movimento di Rinnovamento Sandinista.
Lezzi, nella prefazione,
in particolare, presentando l'opera, individua quattro fasi storiche
della storia latinoamericana: 1) liberazione e affrancamento dalla
potenza coloniale spagnola, sotto la spinta della creazione di una
grande confederazione di popoli; 2) emersione di leader sindacali e
politici indigeni, nella prima metà del '900, volti a sconfiggere il
nuovo colonialismo statunitense; 3) nascita di movimenti di
liberazione nazionale di ispirazione terzomondista per
l'affrancamento dei Paesi latinoamericani; 4) elezioni al governo di
leader del socialismo del XXI secolo, con relativo ampliamento dei
diritti sociali e costituzionali dei popoli latinoamericani.
Sandino, una sorta di
Giuseppe Garibaldi dell'America Latina, si inserisce nel secondo
filone e il saggio curato da Ramirez, ovvero da egli presentato, ci
riporta il suo pensiero vivo, le sue parole, le sue missive al suo
esercito di liberazione e le interviste che gli vennero fatte. Il
tutto dal 1927 al 1933. Ovvero ai tempi della lotta armata
antimperialista.
Una lotta impari, che
vide contrapporre i guerriglieri sandinisti, male armati, ma
sostenuti dal popolo del Nicaragua, e il potente esercito degli Stati
Uniti, con tanto di aerei capaci di bombardare vaste aree del Paese.
La lotta sandinista, per
molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in
lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle
proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura
sanguinaria fondata sul danaro e sul business.
Un popoli che finirà,
comunque, per trionfare.
Nella prima parte
dell'opera “Sandino il padre della guerriglia”, Ramirez presenta
gli antefatti che porteranno alla cosiddetta “guerra delle banane”,
ovvero alla resistenza sandinista contro gli USA. Oltre a ciò, egli
presenta la figura di Sandino, il quale tornò dal Messico in
Nicaragua nel 1926, influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e
antimperialisti, che lo porteranno a sostenere le ragioni dei
liberali nicaraguensi.
Nella seconda parte del
saggio, invece, è Sandino stesso a parlare, attraverso documenti
dell'epoca, manifesti redatti di suo pugno e interviste.
La sua sarà sempre una
lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà sempre di
essere riconosciuto quale marxista. Sandino, come peraltro egli
stesso afferma in alcune delle interviste rilasciate, non appartiene
nemmeno ad alcuna religione, ma la sua è una fede teosofica (la
Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky
nel 1875), che lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.
La fede nella teosofia è
alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde
nel suo stesso esercito. Egli infatti, il 15 febbraio 1931, redige un
manifesto che intitola “Luce e Verità”, nel quale spiega che è
un “impulso divino quello che anima e protegge il nostro esercito”.
E spiega che “il principio di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio”
e che “l'unica figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.
Egli infatti, secondo i
principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i
suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta,
Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono,
è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede
nella trascendenza.
Egli identifica la sua
battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come
una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica
di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso
di Giustizia.
La medesima visione
spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro
Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di
Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli
Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in
Italia.
E, come Garibaldi, anche
Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente
mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà
a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato
spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo
Peron e a Hugo Chavez).
In una delle ultime
interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla
domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a
opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo
Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo
che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere
fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e
superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è
necessario”.
Sandino uscì dunque
vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle
truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente
liberale Juan Batista Sacasa.
L'anno successivo fu
purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su
ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e
nuovo dittatore del Paese.
Il figlio di Somoza,
Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi
politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di
Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il
Nicaragua, guidato da Daniel Ortega.
La storia del Nicaragua
sandinista e l'opera di Sandino ha decisamente molto da insegnare.
Non è una favola per bambini, ma una storia di sacrifici di donne e
uomini, durata molto a lungo. Una lotta di fede. Una lotta di libertà
e allo stesso tempo di amore e fratellanza.
Luca Bagatin
www.amoreeliberta.blogspot.it
A causa di modifiche dell'editor per l'inserimento dei post su questa piattaforma, purtroppo, la grafica dei post, può risultare peggiorata. Ci scusiamo per il disagio da noi non dipendente. Abbiamo provveduto a segnalare la cosa a Blogspot, ma dubitiamo possano tornare alla versione precedente. A volte, gli sviluppatori, pensano di migliorare, ma non sempre accade...costringendo i blogger a mettersi le mani nei capelli...