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martedì 13 ottobre 2020

USA e UE sanzionano il Nicaragua sandinista. L'Alleanza Bolivariana per le Americhe risponde. Articolo di Luca Bagatin

Ora gli USA e l'UE sanzionano anche il Nicaragua sandinista, che, con leggi ad hoc, si difende da possibili attacchi informatici e terroristici.

Gli USA e l'UE accusano il governo del sandinista Daniel Ortega di presunta “violazione dei diritti umani”, unicamente in quanto il Paese ha varato una legge sulla regolamentazione degli agenti stranieri, una legge sulla criminalità informatica e una proposta per attuare l'ergastolo contro chiunque commetta “crimini di odio” contro i sandinisti, come già avvenuto in passato, attraverso tentativi di golpe violenti ai danni del governo che, alle scorse elezioni presidenziali del 2016 ha raccolto il 72,44% dei consensi (il 65,86% la lista del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale).

L'ALBA, ovvero l'Alleanza Bolivariana per i Popoli della Nostra America, accordo politico e commerciale composto non solo dal Nicaragua, ma anche da Cuba e Venezuela, oltre che da altri Paesi caraibici, ha respinto le sanzioni di USA e UE, affermando, in un comunicato che: “L'Alleanza rifiuta la promozione di tale tipo di azione, che viola i precetti fondamentali della Carta delle Nazioni Unite. Tali misure coercitive unilaterali sono la prova del carattere criminale di uno Stato che non rispetta il diritto internazionale e che cerca di imporre la propria volontà con i fatti e non con il diritto”.

L'ALBA ha altresì riaffermato l'impegno del Nicaragua per la pace e lo sviluppo di politiche di unità nazionale attraverso il dialogo.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

lunedì 3 agosto 2020

"Sandino il padre della guerriglia". Articolo di Luca Bagatin

Sono passati 41 anni dalla vittoria della Rivoluzione sandinista in Nicaragua.

Nell'estate 1979, l'esercito del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale, guidato dal sandinista Daniel Ortega, rovesciò infatti il governo del liberal-conservatore Anastasio Somoza Debayle, sostenuto dagli USA, ponendo così fine a lunghi anni di lotte per la liberazione del Paese dal dominio straniero nordamericano.

Lotte che presero vita nel 1927, allorquando l'umile bracciante agricolo Augusto Cesar Sandino, si pose a capo della resistenza contro l'oppressore statunitense.

Gli USA, infatti, occupavano il Nicaragua sin dal 1912 e lo consideravano un loro protettorato. Protettorato di strategico interesse per gli yankee per due ragioni: la prima l'influenza degli Stati Uniti d'America sul Canale di Panama; la seconda i forti interessi economici nella produzione di tabacco, banane, zucchero di canna che l'impresa statunitense United Friut Company deteneva nel Paese.

Ne conseguiva che, i governi del Nicaragua, conservatori, erano – sin da allora - sostenuti e decisi a tavolino dagli USA.

Fu allorquando i liberali tentarono un colpo di Stato, nel 1926, che Sandino si unì alla loro lotta e divenne il leader della resistenza antimperialista del Paese.

Poche sono, nel nostro Paese, le pubblicazioni dedicate a Sandino e alla sua lotta. Fra queste una recentissima, editata da Oaks, a cura di Sergio Ramirez e con prefazione di Luca Lezzi: “Sandino il padre della guerriglia”.

Ramirez, ricordiamo, oltre a essere scrittore e intellettuale nicaraguense, fu vicepresidente del governo sandinista, con Ortega Presidente, dal 1985, al 1990. Nel 1995, in disaccordo con Ortega sul alcune questioni, fonderà il Movimento di Rinnovamento Sandinista.

Lezzi, nella prefazione, in particolare, presentando l'opera, individua quattro fasi storiche della storia latinoamericana: 1) liberazione e affrancamento dalla potenza coloniale spagnola, sotto la spinta della creazione di una grande confederazione di popoli; 2) emersione di leader sindacali e politici indigeni, nella prima metà del '900, volti a sconfiggere il nuovo colonialismo statunitense; 3) nascita di movimenti di liberazione nazionale di ispirazione terzomondista per l'affrancamento dei Paesi latinoamericani; 4) elezioni al governo di leader del socialismo del XXI secolo, con relativo ampliamento dei diritti sociali e costituzionali dei popoli latinoamericani.

Sandino, una sorta di Giuseppe Garibaldi dell'America Latina, si inserisce nel secondo filone e il saggio curato da Ramirez, ovvero da egli presentato, ci riporta il suo pensiero vivo, le sue parole, le sue missive al suo esercito di liberazione e le interviste che gli vennero fatte. Il tutto dal 1927 al 1933. Ovvero ai tempi della lotta armata antimperialista.

Una lotta impari, che vide contrapporre i guerriglieri sandinisti, male armati, ma sostenuti dal popolo del Nicaragua, e il potente esercito degli Stati Uniti, con tanto di aerei capaci di bombardare vaste aree del Paese.

La lotta sandinista, per molti versi, anticipò la guerra del Vietnam. Un popolo oppresso in lotta contro un colosso. Un popolo di descamisados, fiero delle proprie origini e desideroso di emanciparsi, contro una dittatura sanguinaria fondata sul danaro e sul business.

Un popoli che finirà, comunque, per trionfare.

Nella prima parte dell'opera “Sandino il padre della guerriglia”, Ramirez presenta gli antefatti che porteranno alla cosiddetta “guerra delle banane”, ovvero alla resistenza sandinista contro gli USA. Oltre a ciò, egli presenta la figura di Sandino, il quale tornò dal Messico in Nicaragua nel 1926, influenzato dagli ideali anarcosindacalisti e antimperialisti, che lo porteranno a sostenere le ragioni dei liberali nicaraguensi.

Nella seconda parte del saggio, invece, è Sandino stesso a parlare, attraverso documenti dell'epoca, manifesti redatti di suo pugno e interviste.

La sua sarà sempre una lotta di liberazione nazionale e mai ideologica. Rifiuterà sempre di essere riconosciuto quale marxista. Sandino, come peraltro egli stesso afferma in alcune delle interviste rilasciate, non appartiene nemmeno ad alcuna religione, ma la sua è una fede teosofica (la Società Teosofica fu fondata dall'occultista russa Madame Blavatsky nel 1875), che lo porterà anche a farsi iniziare in Massoneria.

La fede nella teosofia è alla base non solo del suo credo, ma anche dei principi che infonde nel suo stesso esercito. Egli infatti, il 15 febbraio 1931, redige un manifesto che intitola “Luce e Verità”, nel quale spiega che è un “impulso divino quello che anima e protegge il nostro esercito”. E spiega che “il principio di tutte le cose è l'Amore, cioè Dio” e che “l'unica figlia dell'Amore è la Giustizia Divina”.

Egli infatti, secondo i principi teosofici, considera tutti gli esseri fratelli e così i suoi compagni di lotta. Pur avendo un'istruzione da autodidatta, Sandino, come riportato anche dai giornalisti che lo intervistarono, è dotato di profonda sensibilità interiore e di una grande fede nella trascendenza.

Egli identifica la sua battaglia per spezzare le catene del suo popolo dall'oppressione come una battaglia Divina contro l'ingiustizia. Una battaglia non carica di astio e di odio contro l'avversario, ma carica di Amore e di senso di Giustizia.

La medesima visione spirituale e politica, peraltro, la ebbe, decenni prima, il nostro Giuseppe Garibaldi, teosofo e massone anch'egli (oltre che amico di Madame Blavatsky, che iniziò egli stesso in Massoneria) e anch'egli Generale in lotta contro gli oppressori. Sia in America Latina che in Italia.

E, come Garibaldi, anche Sandino rifiutò sempre di essere definito un marxista e sicuramente mai fu tale, né mai fu materialista. Ma, come Garibaldi, si ispirerà a una sorta di socialismo spirituale e teosofico, che ha animato spesso i condottieri e i leader latini (pensiamo anche a Juan Domingo Peron e a Hugo Chavez).

In una delle ultime interviste che gli venne fatta, nel 1933, contenuta nel saggio, alla domanda se egli creda o meno nella trasformazione della società a opera dello Stato, egli risponde: “La riforma è interiore. Lo Stato può cambiare l'esterno, la facciata apparente. Noi sosteniamo che ciascuno deve avere il necessario, che ciascuno deve essere fratello e non lupo. Il resto è pressione meccanica esteriore e superficiale. Naturalmente anche l'intervento dello Stato è necessario”.

Sandino uscì dunque vittorioso nella sua lotta, conclusasi nel 1933, con il ritiro delle truppe statunitensi e un accordo di pace con il nuovo Presidente liberale Juan Batista Sacasa.

L'anno successivo fu purtuttavia assassinato - assieme ai generali Estrada e Umanzon - su ordine di Anastasio Somoza Garcia, capo della Guardia Nacional e nuovo dittatore del Paese.

Il figlio di Somoza, Anastasio Somoza Debayle sarà, ad ogni modo, sconfitto dagli eredi politici di Sandino, nel 1979. Da quel Frente Sandinista di Liberazione Nazionale che, ancora oggi, governa pacificamente il Nicaragua, guidato da Daniel Ortega.

La storia del Nicaragua sandinista e l'opera di Sandino ha decisamente molto da insegnare. Non è una favola per bambini, ma una storia di sacrifici di donne e uomini, durata molto a lungo. Una lotta di fede. Una lotta di libertà e allo stesso tempo di amore e fratellanza.

Luca Bagatin

www.amoreeliberta.blogspot.it

A causa di modifiche dell'editor per l'inserimento dei post su questa piattaforma, purtroppo, la grafica dei post, può risultare peggiorata. Ci scusiamo per il disagio da noi non dipendente. Abbiamo provveduto a segnalare la cosa a Blogspot, ma dubitiamo possano tornare alla versione precedente. A volte, gli sviluppatori, pensano di migliorare, ma non sempre accade...costringendo i blogger a mettersi le mani nei capelli...

giovedì 18 luglio 2019

40 anni dalla Rivoluzione sandinista. Il Nicaragua socialista, cristiano e solidale del XXI secolo. Articolo di Luca Bagatin

19 luglio 1979, fine della dittatura sanguinaria del liberal-conservatore Anastasio Somoza Garcia, sostenuto dagli USA e vittoria del Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale (FSLN). La fine di un incubo per il Nicaragua e l'inizio di una nuova era di sviluppo e nazionalizzazioni delle proprietà straniere.
Il sandinismo, come il peronismo argentino, fu una corrente del socialismo, la quale favorì la partecipazione dei lavoratori all'economia nazionale, ridandogli nuova linfa vitale.
Esso fu ispirato al rivoluzionario nicaraguense Augusto Cesar Sandino (1895 - 1934), massone e teosofo, capace di coniugare valori spirituali teosofici (votati alla povertà assoluta e al sacrificio) e socialismo. Sandino fu una sorta di Giuseppe Garibaldi nicaraguense, il quale fu il primo che, nel 1927, si ribellò all'occupazione statunitense del Nicaragua, sotto la presidenza di Franklin Delano Roosevelt, infliggendo numerose sconfitte agli USA ed ai loro marines, pur senza riuscire a liberare il Paese.
L'ideologia sandinista fu ripresa nel 1962 dal dirigente del FSLN Carlo Fonseca Amador (1936 - 1976), oppositore di quel dittatore Somoza che fu l'uomo di riferimento di Roosevelt in Nicaragua e da Roosevelt stesso considerato “il nostro figlio di puttana”. Quel Somoza che, nel 1934, fece assassinare Sandino, dando vita a una lunga dittatura, che durò dal 1936 al 1979.
La piattaforma del sandinismo, ovvero del FSLN, era votata alla lotta armata alla dittatura sostenuta dall'imperialismo statunitense e, dunque, alla liberazione del Paese dall'oppressore ed all'instaurazione del socialismo non materialista in un contesto capitalista.
Fu solo nel luglio 1979 che i sandinisti, guidati, fra gli altri, da un giovane Daniel Ortega e sostenuti dall'esterno da Cuba, dal Messico, dai Paesi del Patto di Varsavia e dalla Libia socialista di Gheddafi, sconfissero e fecero fuggire Somoza, dando vita a un governo provvisorio, capace di coniugare valori democratici, spirituali, teosofici, cristiani, marxisti e socialisti.
50.000 i morti nicaraguensi nel conflitto. 120.000 quelli fuggiti nei Paesi limitrofi.
Il nuovo governo sandinista riuscì a risollevare le sorti del Paese e a garantire quei diritti umani prima negati, ricevendo l'appoggio persino di parte della Chiesa cattolica (quella che diventerà la corrente denominata “Chiesa dei Poveri” e della cosiddetta “teologia della liberazione”). Si pensi che persino dei sacerdoti furono chiamati a ricoprire la carica di Ministro del nuovo governo sandinista.
Fra le prime riforme, l'abolizione della pena di morte; l'introduzione dello Statuto dei diritti e garanzie dei nicaraguensi; fu sancita l'uguaglianza di tutti i cittadini, la libertà religiosa e di coscienza e di organizzazione politica. Sul piano economico vennero confiscati i beni della famiglia del dittatore Somoza e dei suoi complici; fu nazionalizzato il sistema del commercio con l'estero e quello finanziario; fu sancito il controllo statale sulle risorse naturali; furono ridotti gli affitti, creato un fondo contro la disoccupazione e introdotta una riforma agraria, con la redistribuzione dei terreni ai contadini.
Sul piano dell'istruzione fu dichiarata gratuita l'istruzione universitaria e il processo di alfabetizzazione portò a una riduzione dell'analfabetismo dal 50% al 12%.
Nel 1983 il Nicaragua fu dichiarato, dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, un Paese modello nella salute.
Nel corso degli Anni '80, gli USA di Reagan tornarono a interferire nella politica del Nicaragua, finanziando i Contras, ovvero i gruppi armati controrivoluzionari, i quali compirono numerosi attacchi contro ospedali, chiese, fattorie e massacrando la popolazione civile. Tale situazione terminò solo nel 1988, con la dichiarazione del “cessate il fuoco” fra Contras e governo sandinista.
Solo nel 1990 il FSLN fu sconfitto alle elezioni e subì una battuta d'arresto, portando al potere la liberal conservatrice Violeta Chamorro, sostenuta dagli USA, la quale avviò riforme liberiste che riportarono indietro il Paese e a nuove diseguaglianze.
Solo nel 2006, guidati da Daniel Ortega, il quale fu peraltro un grande amico del nostro Presidente del Consiglio socialista Bettino Craxi, che molto si spese per la causa sandinista, i sandinisti ripresero la guida del Paese e sconfissero definitivamente i liberali.
Ancora oggi il governo – dopo ben quattro mandati consecutivi - è guidato dal FSLN di Ortega e della moglie Rosario Murillo, sua vicepresidente, i quali godono di un consenso di oltre il 70% dei voti.
Il Nicaragua mantiene, in politica estera, ottimi rapporti con tutti i Paesi latinoamericani e le correnti del Socialismo del XXI Secolo; in politica interna ha fatto scendere il tasso di povertà dal 42,5% al 30% fra il 2009 al 2014 ed è passato – fra il 2007 e il 2016 – dal 25% al 52% di utilizzo di energie rinnovabili.
L'organo ufficiale del sandinismo è “La Voz del Sandinismo” e si può leggere al seguente link: www.lavozdelsandinismo.com.
La Rivoluzione sandinista – il cui motto è oggi “Nicaragua: cristiana, socialista e solidale” - costata molti sacrifici e vite umane, dunque, 40 anni dopo, è viva più che mai e ha ancora molto da insegnare a questo mondo (in)globalizzato ove tutto è in vendita e i valori umani e socialisti si sono, in diversi luoghi del pianeta, da tempo perduti.

Luca Bagatin


mercoledì 9 novembre 2016

Vince Trump: l'Europa ed i popoli sovrani tirino un sospiro di sollievo ! Articolo di Luca Bagatin

Simpatico non è, ma almeno è politicamente scorretto al punto giusto da non apparire fasullo. O quantomeno da apparire meno fasullo della sua ormai ex avversaria.
Non sarà affatto il miglior Presidente degli Stati Uniti d'America, ma certamente, almeno stando alle sue proposte, per l'Europa ed un mondo che auspica ad essere più libero e multipolare, oggi, ci saranno maggiori chances di libertà e forse anche di democrazia e sovranità.
Donald Trump ha vinto le elezioni presidenziali USA a dispetto dei boicottaggi mediatici orchestrati dall'oligarchia liberal-fighetto-mediatica, tutta appiattita in favore della guerrafondaia Hillary Clinton.
Donald Trump si presenta - come da miglior tradizione repubblicana statunitense (dimenticata dai Reagan e dai Bush) - come un isolazionista sul piano politico-militare e dunque appare come uno che, finalmente, non vuole mettere becco negli affari degli Stati sovrani come invece fecero tanto i Reagan quanto i Bush, oltre che i Kennedy, i Nixon, i Clinton e gli Obama, esportando una loro singolarissima idea di “democrazia” a suon di bombardamenti su popolazioni inermi.
Chissà che gli Stati Uniti d'America, dopo aver destabilizzato la penisola balcanica; dopo aver destabilizzato la Libia ed il Medioriente socialista e laico; dopo aver destabilizzato e continuare a destabilizzare l'America Latina socialista e libertaria, non stiano imparando la lezione: farsi gli affari propri; rendere grande il proprio Paese senza andare a scapito degli altri; attuare politiche protezionistiche e sovraniste.
Politiche che Donald Trump sembra voler attuare. In primis rinunciando al Grande Mercato Transatlantico (TTIP), che avrebbe di fatto inglobato l'Europa nel mercato statunitense, con enormi svantaggi per i nostri mercati (già prede della concorrenza straniera, cinese in primis) e con grandi svantaggi per le produzioni locali, l'ambiente ed i diritti dei lavoratori (già di per sé pressoché smantellati). Oltre a ciò Trump punta ad innalzare le barriere doganali, privilegiando così i prodotti statunitensi ed i lavoratori autoctoni, sfavorendo l'immigrazionismo. Politiche che anche un'Europa che ambisse ad essere sovrana, più sociale e più democratica, ovvero meno “liberista”, dovrebbe certamente iniziare a ripensare proprio per arginare una globalizzazione che ha svantaggiato sia coloro i quali erano già poveri, che quella classe media ormai trasformatasi in nuova classe proletaria e che è stanca di subire le politiche di austerità delle Banche Centrali e del Fondo Monetario Internazionale.
Trump, a differenza dei governi precedenti (non solo quello Clinton e Obama, ma anche Bush), intende inoltre andare allo scontro con il mercato cinese, che ha invaso ormai il pianeta, svantaggiando tutti quanti. Ed intende finalmente tornare a dialogare con la Russia, ponendo fine ad un clima di nuova Guerra Fredda che ha caratterizzato le ultime amministrazioni statunitensi. Iniziando, peraltro, a rendere le truppe Nato meno impegnate ad Est, trasformando il Patto Atlantico in uno strumento contro il vero nemico dell'Occidente, ovvero il terrorismo islamico.
Se da un lato negli USA non vi sarà alcune rivoluzione popolare e democratica autentica - come sarebbe diversamente stato possibile con una eventuale vittoria del socialista Bernie Sanders - dall'altro il mondo libero – forse – può quantomeno tirare un sospiro di sollievo.
Auguriamoci che il neoeletto Presidente USA intenda anche porre fine alla destabilizzazione in atto in America Latina e, diversamente, inizi a dialogare con spirito pacificatore e di collaborazione con i Paesi dell'ALBA, ovvero dell'Alleanza Bolivariana per le Americhe, che comprendono – fra gli altri - il Venezuela, la Bolivia, l'Ecuador, Cuba e il Nicaragua. Tutti Paesi, ultimo proprio il Nicaragua che ha riconfermato alla guida del Paese il sandinista Daniel Ortega domenica scorsa, a guida socialista, libertaria e bolivariana.
La via maestra che i popoli dell'America Latina hanno indicato da tempo è una via democratica, sovranista, protezionista, socialista libertaria, fatta dal popolo ed in favore del popolo.
Sembra che anche l'Europa stia da tempo ritenendo che la strada liberal-capitalista di apertura totale dei mercati e delle frontiere, voluta e imposta dalle élite economico-finanziarie e privilegiata in particolare dalle forze cosiddette “progressiste”, non sia affatto la migliore, ed abbia, diversamente, generato unicamente povertà diffusa e nuove diseguaglianze.
Il voto in favore di Trump fa davvero pensare che anche gli Stati Uniti d'America necessitassero di un cambio di passo in questo senso.
I media occidentali hanno in tutti questi sensi creato unicamente un eccessivo, pericoloso ed inutile allarmismo. Gli elettori, ad ogni modo, li hanno smentiti. Un altro punto il favore dei popoli sovrani. Un'altra sconfitta delle élite globaliste.

Luca Bagatin