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lunedì 20 aprile 2020

Alain de Benoist: "Mi aspetto una crisi economica che sarà almeno pari a quella del 1929" (intervista tratta da Breizh.Info)

Breizh Info: Prima di tutto, cosa pensa della direzione presa del governo, che sembra davvero non sapere dove “sbattere la testa”, sin dall’inizio di questa pandemia? Michel Onfray, a tal proposito, evoca una possibile fine del regime. Lei ci crede, tenendo anche conto del fatto che il livello di gradimento di Emmanuel Macron e d’Édouard Philippe non è mai stato così alto?
Alain de Benoist: Michel Onfray ha detto, meglio di quanto possa dire io, tutto ciò che vi era da dire sulla disastrosa gestione della crisi sanitaria attuale da parte della squadra di Emmanuel Macron. Avevo già scritto, qualche anno or sono, che è nello stato di eccezione che avremmo potuto comprendere la vera statura del personaggio. Ora sappiamo quello che non è. Un uomo di stato decide, ordina, requisisce. Macron si rimette al consiglio degli esperti i quali, come d’abitudine, non sono mai d’accordo tra loro stessi. Riscopre le virtù della “sovranità nazionale ed europea”, ma solo dopo aver moltiplicato le riforme liberali, che hanno favorito la delocalizzazione e la dipendenza del paese dalle importazioni. Saluta e ringrazia coloro che si battono e che si dedicano alla crisi sanitaria, ma non si può dimenticare che prima dell’arrivo del Covid-19 si era rifiutato di ascoltare le loro rivendicazioni.
A dimostrazione dello stato pietoso dei nostri servizi sanitari, cui sono stati imposti dei miopi obiettivi di profitto, ci sono i luoghi dove se ne misura oggi lo sfilacciamento; mascherine e test che mancano, letti soppressi, personale sanitario al limite del collasso, servizi ospedalieri saturi. Si è voluto includere nella logica del mercato un settore che è per definizione fuori dal mercato. Si è sistematicamente affievolito e distrutto il servizio sanitario nazionale. Ne paghiamo il prezzo. E non è che un inizio: infatti il distanziamento sociale dovrà ancora durare settimane, se non mesi. Noi non siamo alla fine dell’inizio, né tantomeno all’inizio della fine.
Io non credo assolutamente ad una risalita di gradimento di Emmanuel Macron. In un primo momento, come avviene di norma, tutti hanno serrato i ranghi. Ma quando saremo arrivati al “giorno-dopo” e sarà arrivato il momento di fare i conti, il giudizio del popolo sarà impietoso. Se, come io credo, questa situazione apre una crisi sociale gigantesca, il movimento dei Gilets Gialli apparirà, più che mai, come una prova generale di quello che accadrà. Possiamo già adesso vedere che è proprio per le classi più popolari e per la classe media che il lockdown è più difficile da vivere.
La figura del Prof. Raoult, che sta emergendo recentemente, non le appare come un bisogno per i media, ancora una volta, di creare delle icone da offrire al popolo (da un lato, l’icona del governo, dall’altro un’icona un po’ ribelle?). Non siamo arrivati, infine, all’apice della società dello spettacolo, con questa crisi?
Alain de Benoist: Il professor Raoult è apparentemente il solo che abbia cominciato ad ottenere dei risultati in questa lotta contro l’epidemia. Invece di essergli grati, lo si presenta come un pagliaccio e come l’idolo dei complottisti! Si annunciano ora delle sperimentazioni “più approfondite” che hanno soprattutto il fine di creare una cura che verrà poi presentata come “ben migliore” della clorochina e che avrà soprattutto il vantaggio di essere molto più cara (e quindi di far guadagnare). Società dello spettacolo? Abbiamo, piuttosto, a che fare con una guerra tra ego e una querelle su un grande affare economico.
È da un mese che lei ci mostra il suo scetticismo in merito alla chiusura delle frontiere. E’ ancora scettico, nonostante la totalità degli stati abbiano preso le stesse misure?
Alain de Benoist: Io sono certamente favorevole alla chiusura e al controllo delle frontiere. Ho solo voluto dire che è tecnicamente quasi impossibile impedire a chiunque di entrare o di uscire da un paese e che una frontiera chiusa non è una frontiera sigillata. Ne è prova il fatto che il coronavirus  devasta tutti i paesi, compresi quelli che furono i primi a chiudere le loro frontiere.
L’Unione europea non si sta definitivamente suicidando a causa di questa crisi senza precedenti? Sembra che l’effetto sia, d’ora in poi, “ciascuno per sé”…
Alain de Benoist: Non si è suicidata per il semplice motivo che era già morta. Uno dei meriti della crisi è stato quello di permettere a tutti di vedere il proprio cadavere. Di fronte all’epidemia, le alte cariche della Commissione europea sono apparse in uno stato di ibernamento. Ora sbloccheranno del danaro che distribuiranno con l’ “elicottero” dopo aver un po’ aumentato la stampa di moneta. Ma concretamente non ha funzionato nulla. Non è l’Europa che è venuta in soccorso dell’Italia, bensì la Cina, la Russia e Cuba. Rivincita, postuma, di Fidel Castro!
Quali conseguenze economiche lei vede all’orizzonte, nei mesi e negli anni a venire… Il fatto che non si possa più acquistare oro, che gli Stati ricomincino a stampare moneta, questo ci dovrebbe preoccupare?
Alain de Benoist: Mi aspetto una crisi economica che avrà, quantomeno, effetti equiparabili a quella del 1929. Durerà molto più a lungo dell’attuale epidemia, farà più disastri e provocherà la morte di molte persone. Se si accompagnasse a una crisi finanziaria planetaria, assisteremo a uno tsunami: crisi economica e quindi sociale, crisi finanziaria, crisi sanitaria, crisi ecologica, crisi migratoria. Pubblicai nel 2011 un libro intitolato “Sull’orlo del baratro”. A me sembra che ci siamo arrivati.
Ma bisogna aspettarsi anche delle conseguenze politiche e geopolitiche di primaria importanza. L’espandersi dell’epidemia in un paese come gli Stati Uniti, dove il sistema della sanità, organizzato chiaramente sul modello liberale, è uno dei meno performanti del mondo, è chiamato a giocare un ruolo decisivo e va seguito attentamente (l’epicentro mondiale dell’epidemia si trova ad oggi a New York). Gli Stati Uniti rischiano di uscirne molto più indeboliti della Russia e della Cina, che sono i suoi unici due rivali in questo momento. Ancora una volta, non siamo che all’inizio.

tratta da: https://www.breizh-info.com/2020/04/02/140136/alain-de-benoist-crise-economique-coronavirus/

venerdì 6 dicembre 2019

E' uscito il nuovo numero della rivista francese "Rébellion" !

E' uscito l'ultimo numero della rivista bimestrale francese "Rébellion" degli amici e compagni dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) (www.rebellion-sre.fr)

Per acquistarlo e leggere il sommario completo, cliccate al seguente link e seguite le istruzioni: http://rebellion-sre.fr/boutique/rebellion-87/
Per abbonarsi a "Rébellion" (solo 20 euro annui per un abbonamento semplice composto di sei numeri, in tutta Europa e senza spese di spedizione): http://rebellion-sre.fr/boutique/abonnement-a-rebellion-6-numeros-2/

venerdì 15 novembre 2019

Gilet Gialli, a un anno dalla loro nascita ancora in piazza contro l'austerità. Articolo di Luca Bagatin

Un anno fa prendeva vita, in Francia, il movimento popolare spontaneo dei Gilet Gialli.
Nato inizialmente dalle proteste contro l'aumento del prezzo del carburante e l'aumento del costo della vita, cittadini francesi, indossando un gilet giallo, simbolo degli automobilisti, hanno iniziato a manifestare – ogni sabato e per un anno, ininterrottamente – per le strade della Francia, contro l'austerità imposta dal governo liberale di Macron.
Nel corso delle settimane il movimento è divenuto trasversale. Singoli cittadini, soprattutto provenienti dalle aree periferiche e rurali, hanno marciato assieme a militanti di ogni colore politico, alternativi al sistema liberale e dell'austerità.
Un movimento con un programma ben strutturato che, purtroppo, in un anno, è riuscito a strappare ben poco rispetto a quanto richiesto, ma la mobilitazione di piazza è stata per la prima volta nella storia d'Europa, un campanello d'allarme per le élite e le oligarchie.
Macron, pur non essendosi dimesso, come richiesto dal movimento, ha comunque dovuto congelare alcune misure di austerità e stanziare 17 miliardi di euro al fine di ridurre le imposte e garantire le prestazioni sociali.
I Gilet Gialli, che, ricordiamo, non hanno mai smesso di manifestare ogni singolo sabato, pur nel silenzio della gran parte dei media, non hanno altresì mai smesso di richiedere quanto segue: richiesta di un salario minimo di 1300 euro netti e di uno massimo a 15.000 euro; aumento dei fondi per i disabili; taglio delle tariffe di luce e gas, con rinazionalizzazione delle società energetiche; lotta alla povertà e eliminazione del problema dei senzatetto; abolizione del Senato e introduzione di una Assemblea dei cittadini; riduzione delle imposte sul reddito e inasprimento delle tasse sulle grandi imprese commerciali (McDonald, Google, Carrefour, Amazon); proibizione delle delocalizzazioni; affrontare le cause della migrazione forzata; divieto di vendita del patrimonio pubblico francese; mezzi adeguati alle forze di polizia e all'esercito, con straordinari pagati; pensioni a 60 anni; introduzione dei referendum popolari in Costituzione; abolizione dell'indennità Presidenziale a vita e altre misure che, ad oggi, nessun partito né della destra, né del centro, né della sinistra, ha mai proposto o attuato. Sia in Francia che in Europa.
Un movimento, quello dei Gilet Gialli, sostenuto peraltro da intellettuali quali Alain De Benoist, Jean-Claude Michéa, Eduard Limonov, Juliette Binoche, Emmanuel Beart, Annie Ernaux, Brigitte Bardot e molti altri artisti e che ha anticipato le rivolte in Ecuador e Cile, contro i governi liberali e per le medesime ragioni e che ha contribuito ad ispirare anche nazionalbolscevichi e comunisti russi, contro le misure di austerità avviate da Putin.
Numerose sono state le vittime fra i Gilet Gialli, causate dalle violenze della polizia. La studentessa di filosofia Fiorina Jacob Lignier e Jerome Rodrigues, feriti dai lacrimogeni, hanno addirittura perso un occhio e l'Alto commissario ONU per i diritti umani – Michelle Bachelet - aveva addirittura sollecitato un'indagine su tali violenze. Indagine che pare, ad ogni modo, non sia mai avvenuta.
In Francia e ovunque, ancora oggi, la disaffezione per questa politica elettoralistica, liberal-capitalista e di potere, contigua a una Unione Europea contraria ai bisogni ed alle necessità dei cittadini, rimane molto alta, al punto che anche alle recenti elezioni europee l'astensionismo è stato molto elevato.
In un'epoca nella quale le politiche di deregolamentazione del lavoro, dei salari e dell'aumento dell'austerità la fanno da padrone, in favore dei più ricchi e degli investitori che giocano in borsa, un esempio come quello dei Gilet Gialli appare ancora oggi storicamente e politicamente rilevante.
A un anno dalla loro nascita, ancora una volta, con il sostegno del 55% dei francesi, i Gilet Gialli scenderanno anche questo weekend in piazza, per celebrare l'anniversario, con un evento chiamato “Atto 53 Gilet Gialli, il compleanno sui Campi Elisi”, che su Facebook ha già raccolto oltre 5mila adesioni e oltre 6mila persone si sono dichiarate interessate. E ciò, nonostante il prefetto di Parigi abbia firmato un decreto di ordinanza per vietare la manifestazione sugli Champs-Elysée nel fine settimana.

Luca Bagatin

sabato 4 maggio 2019

Gilet Gialli ancora in piazza. Sostenuti anche dal mondo dell'arte e della cultura. Articolo di Luca Bagatin

Il popolo francese ancora in marcia contro il governo dei ricchi di Macron.
Per i Gilet Gialli è la ventiseiesima settimana di protesta. Ben sei mesi di proteste ininterrotte e di denunce di violenze da parte delle forze di polizia contro manifestanti inermi.
E' stato addirittura diffuso un video su Youtube nel quale si vede un poliziotto lanciare un sampietrino contro i manifestanti, il primo maggio. Una scena inaudita, l'ennesima, dopo che, nei mesi scorsi, la ventenne studentessa di filosofia Fiorina Jacob Lignier e uno dei leader dei Gilet Gialli, Jerome Rodrigues, feriti dai lacrimogeni della polizia, hanno perso un occhio.
Persino l'ONU, attraverso l’Alto commissario per i diritti umani Michelle Bachelet, aveva sollecitato “un’indagine approfondita su tutti i casi segnalati di uso eccessivo della forza”.
I Gilet Gialli sono stati accusati, dal Ministro dell'Interno Christophe Castaner, di aver “invaso”, nelle manifestazioni del primo maggio, un ospedale e di aver danneggiato le sue strutture. Accusa rivelatasi totalmente infondata. Le ricostruzioni dei fatti e i video hanno infatti rilevato che diverse decine di Gilet Gialli si sono riversati presso l'ospedale della Pitié-Salpetriere non certo per danneggiarlo, quanto piuttosto per proteggersi dalle cariche violente della polizia.
Il Ministro dell'Interno ha tentato inutilmente di scusarsi, affermando “Non avrei dovuto usare il termine attacco, ma piuttosto di intrusione violenta che ha scioccato il personale sanitario. Accettare di ritrattare le mie parole, non mi crea problemi”. In realtà nemmeno di intrusione violenta non si è trattato.
Sono pertanto in molti a richiedere le dimissioni del Ministro Castaner. Primo fra tutti il leader de La France Insoumise Jean-Luc Mélenchon, il quale ha affermato che Castaner “è un bugiardo, oltre a essere un incompetente”. La senatrice verde-comunista Esther Benbassa ha definito su Twitter Castaner “Pinocchio” e l'esponente dei Repubblicani Bruno Retailleau ha scritto che “il ministro dell'Interno deve smetterla di gettare olio sul fuoco e spiegarsi sulle sue dichiarazioni smentite dai fatti”.
Nel frattempo, 1400 firme sono state pubblicate sul quotidiano “Libération” in calce a un appello di “artisti, creatori e creatrici” riuniti nel collettivo “Yellow Submarine”, ispirato a John Lennon e alle sue battaglie libertarie (il testo al seguente link: www.nousnesommespasdupes.fr). L'appello ha per titolo “Non siamo sciocchi” e sottolinea come il movimento civico e spontaneo dei Gilet Gialli sia “un movimento senza precedenti nella Quinta repubblica”, un movimento “che il potere tenta di screditare e reprime duramente mentre la violenza più minacciosa è quella economica e sociale”. E si conclude con queste parole: “Usiamo il nostro potere, quello delle parole, della parola, della musica, dell'immagine, del pensiero, dell'arte, per inventare una nuova narrativa e sostenere coloro i quali lottano nelle strade da mesi. Niente è scritto. Disegniamo un mondo migliore”. Fra i primi firmatari dell'appello le celebri attrici Juliette Binoche e Emmanuelle Beart e gli scrittori Edouard Louis e Annie Ernaux.
Ancora una volta il governo Macron esce sconfitto e si ritrova l'opposizione netta nelle piazze, in Parlamento e quella del panorama culturale e artistico francese. O Macron deciderà di dimettersi, fare mea culpa e indire nuove elezioni, oppure la situazione in Francia è destinata e diventare sempre più preoccupante e sempre meno democratica.

Luca Bagatin

giovedì 2 maggio 2019

E' uscito il nuovo numero della rivista francese "Rébellion" !

E' uscito l'ultimo numero della rivista bimestrale francese "Rébellion" degli amici dell'Organizzazione Socialista Rivoluzionaria Europea (OSRE) (www.rebellion-sre.fr)


Per acquistarlo e leggere il sommario completo, cliccate al seguente link e seguite le istruzioni: http://rebellion-sre.fr/boutique/rebellion-85/?fbclid=IwAR2kKjUt3QXEN9SlNCXtg2LF1nHrX9C5EHEDk5NjhSIK2uZrpeL-J0YPpJs

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sabato 15 dicembre 2018

Nadia Zellal dei Gilet Gialli: "Abbiamo già vinto". Articolo di Luca Bagatin tratto da Alganews dell'11/12/2018

E’ un movimento popolare, populista nel senso migliore e originario del termine. Si contrappone all’austerità imposta dal cosiddetto “governo dei ricchi”, ovvero il governo Macron-Philippe, con le sue politiche in linea con la visione globalista e liberal capitalista della crescita illimitata, dell’immigrazione incontrollata, del taglio ai servizi pubblici, della precarietà lavorativa e delle privatizzazioni, tanto volute dall’Unione Europea, mai votate o decise da nessun cittadino europeo.
E’ un movimento senza leader, che nasce dal basso e che ha raccolto persone di ogni orientamento politico e da ogni parte della Francia, ottenendo l’80% del sostegno popolare.
Sorto a metà novembre, in opposizione alle imposte sul carburante, quello dei Gilet Gialli ha, mano a mano che i giorni passavano e le manifestazioni si susseguivano, elaborato una vera e propria piattaforma programmatica che va dall’aumento dei salari sino all’abbassamento dell’età pensionabile; dall’aumento dei fondi per la disabilità sino alla lotta alla povertà e all’introduzione della democrazia partecipativa e a molto altro.
Un movimento trasversale, che spaventa i governi oligarchici, abituati ad avere a che fare con le destre, i centri, le sinistre. Non con i popoli, le persone, le periferie. Gli esseri umani pensanti.
Abbiamo voluto intervistare alcune persone, chiedere le loro impressioni sull’attuale situazione in Francia, sul movimento dei Gilet Gialli e che cosa li ha spinti a sostenerlo e a partecipare alle manifestazioni.
Nadia Zellal, classe 1984, vive a Marsiglia. Si definisce comunista e progressista. “All’inizio del movimento, la nostra lotta era incerta, il nostro Presidente ha usato le divisioni per governare meglio, ma questo movimento ha portato alla luce un insieme di persone di tutti i ceti sociali, che sostengono la stessa lotta per “una vita decente”. Attualmente questa lotta è praticamente vinta”.
Cosa pensi del movimento dei Gilet Gialli e che cosa ti ha motivato a partecipare alle manifestazioni? Le chiedo.
“È un movimento apartitico, quindi senza leader. Ciascuno milita come desidera, secondo le sue convinzioni, le sue disponibilità e i suoi desideri. Sono stata motivata a partecipare alle manifestazioni a causa del grande divario tra i ricchi, che diventano sempre più ricchi, e i poveri che diventano sempre più poveri”.
Dany Colin è un cineasta di origine congolese, appassionato studioso del cinema di Pasolini. Si definisce “militante sovranista del popolo francese e africano”. “La povertà sta dilagando anche fra le classi medie e le differenze di classe stanno aumentando” – ci racconta – “Stiamo gradualmente assistendo a uno sconvolgimento dei modelli politici dominanti nel pensiero del popolo francese. Il movimento dei Gilet Gialli esprime tale rabbia e questa frustrazione legittima ha la particolarità di non avere un capo preciso, né un sindacato , né un partito alla sua testa. I media e la società dello spettacolo, per neutralizzare il movimento, fanno affidamento sulla sua frangia reazionaria che vuole solo riadattare il consumismo e il capitalismo per loro stessi. Mi auguro che tale movimento non rimanga solo un semplice grido di rabbia, ma possa estendersi a dimensioni politiche più pragmatiche”.
Fra i sostenitori dei Gilet Gialli anche dei militanti e attivisti della CGT, ovvero la Confederazione Generale del Lavoro, uno fra i maggiori sindacati francesi. Camarade B. – che preferisce essere chiamato così e non rivelare il suo nome – è proprio un attivista sindacale della CGT, il quale si definisce politicamente populista e ritiene che sia molto positivo che “la gente si ribelli contro il governo di Macron e che lo faccia un movimento che ha saputo federare persone oltre le divisioni sinistra/destra e abbia unito i francesi affrontando nemici comuni. Io sono dalla parte delle persone e quindi mi sento parte di questo movimento. C’è la volontà di abbattere questa oligarchia e ciò mi spinge a manifestare”.
Sull’argomento è intervenuto anche David L’Epée, cittadino svizzero ma redattore della rivista francese bimestrale di approfondimento politico, culturale e scientifico “Eléments”, fondata dal filosofo Alain De Benoist.
Anche David ritiene che “Il governo non è caduto sabato 8 dicembre come alcuni speravano, ma è solo una partita rimandata. Il movimento ha già vinto in quanto, pur aggrappato al suo potere, Macron non ha potuto evitare il deterioramento della situazione e l’esasperazione dei conflitti. Anzi, è il primo responsabile per questa escalation”.
Gli chiedo che cosa ne pensi del movimento dei Gilet Gialli, se li appoggi e come egli si definisca politicamente.
“Appoggio con entusiasmo questo movimento, ma non mi considero un Gilet Giallo perché non sono francese, ma svizzero.
Personalmente sono andato a Parigi per sostenere i miei compagni presenti in loco e in solidarietà con il popolo francese, che soffre terribilmente dalla crisi sociale causata dal suo governo e merita un destino diverso.
Mi definisco un “elettrone” libero, lontano da qualsiasi partito. Ad ogni modo gli ideali che mi animano sono il socialismo, il patriottismo e la democrazia diretta”.
Di parere simile anche Louis Alexandre, redattore della rivista socialista rivoluzionaria “Rébellion”, che alle Presidenziali di un anno e mezzo fa invitò gli elettori all’astensione, giudicando tutti i candidati come parte del medesimo “sistema”.
Per Louis “La Francia popolare e periferica ha sofferto a causa dell’abbandono e del disprezzo delle élite. Lasciando a se stesse intere aree del territorio”.
Cosa ne pensi del movimento dei Gilet Gialli – gli chiedo – Ti senti parte di esso ?
“I Gilet Gialli sono l’espressione di una rottura. La rottura della gente in relazione all’oligarchia. Facendo parte dalle classi più popolari, mi sento totalmente parte di esso.
Sono un socialista rivoluzionario europeo, ovvero sostengo la comunità popolare, la giustizia sociale e una più ampia autonomia”.
Da Macron, criticato pesantemente anche da chi lo aveva in un primo momento sostenuto, come l’economista Jean-Paul Fitoussi, che lo accusa di non conoscere il suo Paese e di aver favorito solamente le classi agiate, arrivano intanto i primi “mea culpa” e le prime autocritiche. Il movimento dei Gilet Gialli ha colpito nel segno.

Luca Bagatin