martedì 11 aprile 2017
Amore e Libertà ! Amor y Libertad !
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Riflessioni di primavera di Luca Bagatin
Nella vita ho assistito a tante
divisioni. Politiche, culturali, spirituali, sentimentali...Questo mi ha segnato molto (anche nel fisico direi) e anche molto avvilito.
Da molto tempo queste divisioni non mi stupiscono più. Ho smesso di entrare nel merito, anche perché da tutti questi aspetti (politici, culturali, spirituali, sentimentali) me ne sono allontanato da tempo, preferendo seguire il mio personalissimo percorso, in volontaria solitudine.
(Luca Bagatin)
In America Latina i partiti e movimenti di ispirazione socialista e bolivariana sono tutti movimenti orgogliosamente e dichiaratamente sovranisti.
In America Latina, a differenza che in Europa, hanno capito che solo i ricchi non hanno una patria e quindi per questo costoro possono fare affari sulle teste dei poveri.
Poveri che sono infatti obbligati a migrare (o a flessibilizzarsi) ed a lasciare forzatamente la loro patria (oppure a cambiare continuamente lavoro in una spirale precarizzante senza fine).
(Luca Bagatin)
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venerdì 7 aprile 2017
L'illuminato Marco Pannella nel saggio biografico di Giovanni Negri. Articolo di Luca Bagatin
Marco Pannella,
l'abruzzese ammaliatore, il bastian contrario, il goliarda, l'attento
agli ultimi, lo statista da marciapiedie, il patriarca di un partito
che fu anche la sua famiglia. Con queste ed altre parole lo descrive
Giovanni Negri, il compagno di battaglie radicali a cavallo fra la
fine degli Anni '70 ed i primi Anni '90, che oggi, con “L'illuminato
– vita e morte di Marco Pannella e dei radicali” edito da
Feltrinelli, ne è anche biografo.
Biografo atipico,
Giovanni Negri, che utilizza un linguaggio a tratti da letterato e
traccia di Pannella quegli aspetti meno conosciuti al grande
pubblico, quelli più privati, persino più teneri e toccanti.
Giovanni Negri, proprio
nell'introduzione al suo saggio, ovvero alla biografia postuma del
leader radicale, ricorda che “Marco era nato due volte”.
La prima il 2 maggio 1930, la seconda molti anni dopo, quando lo
stesso Negri scorse sulle vene dei polsi di Pannella delle cicatrici.
E fu così che Pannella gli raccontò che: “Un giorno mi dissi
che alla vita non potevo più dare nulla, che non ero più
necessario”. Fu allora che rinacque, evitando il suo suicidio e
da allora si ripeterà sempre: “Amo troppo la vita per avere
paura della morte”.
E sarà così che
Pannella, riprendendo in mano il Partito Radicale dei Liberali e dei
Democratici di Mario Pannunzio ed Ernesto Rossi, ridarà vita ad un
partito nuovo, che sarà un vero e proprio inno alla vita, alla
felicità, a rischio talvolta della morte – certo – a causa dei
prolungati digiuni atti a rappresentare quella nonviolenza di matrice
gandhiana incarnata dai nuovi radicali.
Nuovi radicali apprezzati
dallo scrittore Elio Vittorini – che ne diverrà Presidente –
amati da Pier Paolo Pasolini, decantati da Leonardo Sciascia, che
nelle loro file sarà eletto deputato al Parlamento.
Ma andiamo con ordine e
torniamo al saggio di Giovanni Negri che, come egli stesso scrive,
non si sente un biografo in sé, ma si sente di raccontare ciò che
ha vissuto in prima persona, da giovanissimo militante e dirigente
radicale, poi allontanatosi da quel partito per diverse ragioni.
Negri ci racconta del
Pannella giovane giornalista de “Il Giorno”, corrispondente
dall'Algeria, il quale aveva di già abbracciato la causa algerina.
Un giornalista militante, certo, che abbandonerà presto il
giornalismo per la politica incontrata già sui banchi di scuola
nell'Unione Goliardica Italiana e nella gioventù liberale e,
successivamente, nel primo Partito Radicale del 1955, fondato appunto
da Pannunzio e Rossi. Partito anticlericale e che per primo denunciò
i potentati economici ed il malaffare politico dilagante.
Pannella il laico e
anticlericale, dunque, ma anticlericale credente “in altro che nel
potere”, ovvero dai saldi principi spirituali che lo porterà,
negli anni, a diventare amico personale del Dalai Lama, di Papa
Wojtila e di Papa Francesco, pur su posizioni di forte critica
dell'apparato clericale.
Il giovane Pannella amico
di Benedetto Croce ed Ugo La Malfa che sembra una “bestia rara”
fra gli ex del Partito d'Azione, liberali, repubblicani del Partito
Radicale pannunziano e che parla un linguaggio strano, diverso.
Lancia infatti temi quali il divorzio, l'aborto, l'abolizione del
Concordato con la Chesa cattolica, il disarmo, il controllo delle
nascite. Temi destinati a diventare il fulcro del dibattito politico
degli anni a venire.
Pannella, ci racconta
Negri, diventò pannelliano, per così dire, già da ragazzo.
Allorquando visse in Alta Savoia ed allora era ospite di una famiglia
ove vive Emile, che non vuole fare il militare in quanto dice che è
una stupidaggine, ed assiste anche alle continue litigate dei suoi
genitori. In un colpo solo - il giovane Pannella - scopre dunque
l'obiezione di coscienza ed il divorzio e scopre che questi aspetti
fanno parte della realtà quotidiana, tanto quanto i sentimenti e
sarà allora che diventerà quel “protestante in terra di
Controriforma” che sarebbe sempre stato.
E' così che, mentre il
primo Partito Radicale muore per mancanza di voti, Pannella rilancia
un partito nuovo, che diventerà poi il partito dei diritti civili,
delle libertà sessuali, dei giovani, delle donne, degli omosessuali,
dei verdi, dei libertari, degli yippie, delle prostitute, delle
pornodive, degli emarginati. Ma anche il “partito delle nonne”,
come amava ricordare lo stesso Pannella. Nonne che gli davano il voto
perché, meglio di altri, capivano il suo linguaggio e comprendevano
la necessità di un'Italia diversa, meno ipocrita, più libera, più
civile ed umana.
E' così che il Partito
Radicale di Pannella presenta per la prima volta le sue liste alle
elezioni del 20 giugno 1976, anni dopo la vittoria della battaglia
sul divorzio, che i radicali avevano promosso e contribuito a far
vincere assieme ai socialisti, ai repubblicani ed ai liberali.
In quell'occasione ecco
eletti quattro deputati radicali: Pannella, Adele Faccio, Mauro
Mellini ed Emma Bonino destinati a scolvolgere il Parlamento negli
anni a venire ed ecco avanzare le battaglie sull'obiezione di
coscienza al servizio militare, il voto ai diciottenni, le marce
antimilitariste, le prime denunce sulle deviazioni dell'Eni, le
denunce contro l'Omni e gli orfanotrofi lager...
L'Italia scopre dunque un
leader ed un partito diverso: un partito non di massa, non di classe,
nonviolento, libertario, che spaventa il monolitismo conservatore sia
della Democrazia Cristiana che del bacchettone Partito Comunista
Italiano, che vede via via perdere consensi in particolare fra i
giovani e le donne.
Quello di Pannella è
anche il partito che denuncia gli aborti clandestini “di massa e di
classe”, il partito delle autodenunce attraverso la trasformazione
delle sedi radicali in centri di aiuto per le donne che vogliono
abortire e, finalmente, della legge che porterà a legalizzare
l'aborto nel 1978, grazie sempre al contributo del socialista Loris
Fortuna – già autore della legge sul divorzio - e dei partiti
laici.
Pannella è, come
ricorda, Negri, anche il leader che dialoga con tutti e fa infuriare
in comunisti anche perché dialoga amabilmente con il movimento
presidenzialista e repubblicano Nuova Repubblica, fondato dal
partigiano mazziniano Randolfo Pacciardi.
Ma Marco Pannella è
anche il leader che guarda lontano e guarda a quei popoli martoriati
dal colonialismo e dal neocolonialismo, ovvero al Terzo Mondo. E qui
Giovanni Negri ricorda la battaglia degli Anni'80 condotta dal
Partito Radicale contro lo sterminio per fame nel Terzo Mondo ed a
tal proposito, come feci personalmente anche sul sito della rivista
socialista rivoluzionaria francese “Rébellion”
(http://rebellion-sre.fr/15-octobre-1987-15-octobre-2016-29e-anniversaire-de-disparition-de-thomas-sankara),
ricordai la battaglia comune di Pannella e del Presidente del Burkina
Faso Thomas Sankara (poi iscrittosi al Partito Radicale) il quale
sarà il primo a criticare aspramente le politiche del Fondo
Monetario Internazionale. Ricordo ancora le foto dell'incontro degli
stessi Pannella e Negri con il Presidente Sankara, che ho anche
riportato sul mio blog
(http://amoreeliberta.blogspot.it/2016/05/thomas-sankara-e-la-rivoluzione.html).
Purtroppo quella
battaglia, che avrebbe voluto elevare all'1,4% la quota di aiuti allo
sviluppo dell'Italia e per la quale saranno coinvolte numerose
personalità di livello internazionale, sarà perduta a causa
dell'assoluta mancanza di volontà del Parlamento.
Eppure l'idea di
Pannella, raccontata nel saggio di Negri, è suggestiva: dichiarare
una vera e propria guerra alla fame, attraverso la convocazione dei
Ministri preposti: Difesa, Esteri, Sanità e Lavori pubblici i quali,
con i capi di stato maggiore, dovrebbero concordare un programma
operativo ed una data di scadenza con l'obiettivo di salvare per
dodici mesi la vita di quattro milioni di persone nel Terzo Mondo.
Pannella è dunque un
lucido utopista che si scontra contro l'ottusità e l'egoismo umano e
politico.
E' il Pannella che si
ispira al radicalismo ed alla religiosità di Don Romolo Murri,
fondatore della Fuci e del primo movimento che in Italia prenderà il
nome di Democrazia Cristiana. Un prete anticlericale sospeso poi a
divinis e scomunicato nel 1909, dopo essersi candidato nelle file
della Lega Democratica, allora rappresentante dei radicali e dei
laici.
E' anche il Pannella che
si disinteressa del denaro e dei beni materiali e che aborrisce il
consumismo al punto che il suo Partito Radicale, checchè ne scrivano
i media, è un partito assai morigerato, sempre alla ricerca di
finanziamenti subito spesi in battaglie e campagne civili e
referendarie.
E' il Pannella dei
digiuni, come Gandhi, che sceglie questo strumento di lotta
nonviolenta per affermare la libertà di tutti, il rispetto delle
regole, la verità della parola e non sarà compreso, spesso,
nell'epoca del terrorismo e della violenza di piazza o di Stato, come
quella compiuta contro la giovanissima Giorgiana Masi, il 12 maggio
1977, uccisa nell'ambito di una manifestazione pacifica del Partito
Radicale per celebrare la vittoria del referendum sul divorzio e
sulla cui vicenda il Partito Radicale redigerà unlibro bianco,
ricordato dallo stesso Negri, nel quale si dimostrerà che la giovane
è stata uccisa da forze dell'ordine infiltratesi fra i manifestanti.
E' il Pannella che alla
violenza, dunque, risponde sempre con la nonviolenza, con il sorriso,
con la ricerca del dialogo e della verità.
E' il Pannella della
legalizzazione della cannabis e del Partito Radicale Trasnazionale.
E' il Pannella che, ad
ogni modo, come scrive lo stesso Giovanni Negri, nel corso degli Anni
'90, finirà forse per diventare un po' autoreferenziale, attraverso
la sua Lista Pannella ed i continui dialoghi (fra sordi) con
Berlusconi e poi con Prodi.
Oggi che Pannella non c'è
più ed il mondo radicale è letteralmente diviso in due, non rimane
molto se non quelle battaglie che meritano di essere ricordate e
fatte conoscere ai giovani.
Giovanni Negri, in
conclusione del suo saggio, elogia la modernità. Personalmente,
invece, mi sento di criticarla e di evidenziarne i limiti. La
modernità, oggi, si è trasformata in precarietà da una parte ed in
superficialità dall'altra. Non è positivo che oggi il tempo medio
di attenzione di un ventenne di fronte ai contenuti di una schermata
video su internet venga calcolato in un secondo (per citare una frase
dello stesso Negri nel saggio). Non è positivo che i ventenni di
oggi, per non parlare di noi quarantenni, siano (e siamo) condannati
alla precarietà ed all'insicurezza sociale.
La modernità, oggi,
appare essere questa qui.
E' forse il caso di porsi
qualche domanda e di ricercare, anche in quelle battaglie radicali
delle origini (che parlavano anche di autogestione socialista), oltre
che nella nostra Storia, chiavi di lettura diverse e non
necessariamente proiettate verso un presente ed un futuro
edonistico/tecnologico. Bensì in un presente ed in un futuro che
ricerchino, piuttosto, qualche cosa che si è preduto, forse da
secoli, ovvero un rinnovato contatto fra essere umano e Natura, fra
essere umano ed i suoi simili, attraverso il sentimento e l'amore.
Una delle ultime frasi di
Marco Pannella prima di morire e con la quale lo vorrei ricordare, è
stata infatti: “Grazie, grazie dell'amore, quello conta; l'odio
è per i poveri stronzi”.
Luca Bagatin
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giovedì 6 aprile 2017
Elezioni presidenziali in Francia 2017: una contrapposizione fra chi ha una visione sociale e sovrana del Paese e chi non ce l'ha. Articolo di Luca Bagatin
La campagna elettorale per le
presidenziali francesi che si terranno il 23 aprile prossimo sembra
davvero sottotono.
I candidati dei partiti tradizionali,
ovvero il socialista Benoit Hamon ed il repubblicano François
Fillon, sembrano ormai fuori dai giochi. Il primo risente
dell'impopolare governo Hollande che ha snaturato completamente la
natura sociale del Partito Socialista tramutandolo in un partito
liberal-capitalista; Fillon, invece, risente delle inchieste che lo
vedono indagato per appropriazione indebita di fondi pubblici. Il
primo tenta di recuperare consensi attraverso un programma che pone
maggiormente l'accento sul sociale, iniziando con l'abolizione della
Loi Travail (equivalente del Jobs Act italiano); il secondo propone
la riduzione dell'imposta sulle aziende e una riduzione degli oneri
sociali, oltre che l'aumento dell'Iva di due punti percentuali.
A raccogliere discreti consensi,
invece, il candidato di sinistra Jean-Luc Mélenchon, che si
attesterebbe attorno al 15%, con un programma decisamente sociale ed
improntato alla riduzione dell'orario di lavoro a 32 ore settimanali,
ad un aumento del salario minimo ed all'obbligo per lo Stato di
assumere i disoccupati per lavori di carattere generale. Mélenchon –
come riportato dal quotidiano “Le Monde” e segnalato dal
settimanale “Internazionale” - critica anche l'Unione Europea e
ritiene che essa andrebbe o cambiata o abbandonata, iniziando
innanzitutto a rinegoziare i patti di stabilità e richiedendo una
maggiore indipendenza della Francia dalla BCE, in modo da poter
adottare misure più protezionistiche sul commercio.
In pole position, ad ogni modo, la
nuova Marianna di Francia, ovvero Marine Le Pen che i media
mainstream ancora dipingono come di “estrema destra”, quando
invece il suo Front National – molto lontano dal liberista Front
National del padre Jean-Marie - è tutto tranne che di destra e
sicuramente non ha nulla di estremistico.
Marine Le Pen infatti sembra essere
l'unica a voler riaffermare la sovranità nazionale della Francia, a
proporre di abbandonare il comando integrato della Nato ed a porre
l'accento sul problema immigrazione – destinato a diventare sempre
più un serio problema sociale – ponendo un tetto all'accoglienza
di immigrati e vietando le regolarizzazioni degli immigrati
irregolari. Oltre a ciò la Le Pen pone l'accento sulla lotta al
terrorismo, sulla sicurezza e sulla laicità dello Stato (cosa che
nessun partito di destra nel mondo fa o ha mai fatto, si badi bene),
inserendo la laicità nel codice del lavoro e vietando l'esposizione
di simboli religiosi nei luoghi pubblici, opponendosi anche ad ogni
finanziamento ai luoghi di culto ed alle attività religiose.
Nell'ambito sociale e sul fronte del lavoro e delle tasse la Le Pen
intende abrogare la precarizzante Loi Travail, riportare l'età
pensionabile a 60 anni e garantire la sicurezza sociale a tutti i
francesi ed abbassare le imposte sul reddito di piccole e medie
imprese, oltre che ridurre l'imposta sul reddito per i primi tre
scaglioni.
La Le Pen sembra, in sostanza,
riunificare l'antico programma gollista per quanto riguarda la
sovranità dello Stato e l'antico programma socialista per quanto
concerne gli aspetti lavorativi e sociali. Richiamandosi poi ad
entrambi per quanto concerne la laicità dello Stato.
In questo senso sembra dare molto filo
da torcere al candidato radical-chic di centrosinistra, ovvero il
banchiere Emmanuel Macron, già ministro dell'Economia
dell'impopolare governo Valls.
Macron, che sembra dato favorito al
secondo turno delle presidenziali, presenta un programma di matrice
liberal-capitalista e forse è proprio lui il candidato più “a
destra”. Egli intende infatti favorire gli investimenti delle
imprese, limitando l'imposta sul patrimonio immobiliare e ridurre
l'imposta sulle imprese e sul costo del lavoro, riducendo altresì i
contributi salariali. Come riportato da “Le Monde”, Macron parla
poco di lotta al terrorismo e ritiene che questo fenomeno sia in
parte frutto delle discriminazioni e dell'assenza di mobilità
sociale in Francia ed intende agire su questi aspetti.
I giochi, dunque, sono aperti. Per
quanto per quel che ci riguarda il candidato che meno ci convince e
ci piace è sicuramente Macron, ovvero il rappresentante dell'alta
borghesia “liberal” per eccellenza, destinato a promuovere una
idea di Francia ed Europa meno sociale e che garantisca solo chi ha
l'argent...ovvero i soldi !
Da segnalare l'appello dell'OSRE - ovvero dell'Organizzazione
Socialista Rivoluzionaria Europea- la quale edita il bimestrale
“Rébellion” e molto vicino alle idee dei filosofi Alain De
Benoist e Jean-Claude Michéa, nel quale si invita al non voto in
quanto – si legge nell'appello - “Mentre
i lavoratori stanno lottando per conservare il posto di lavoro in
tutta la Francia, mentre la miseria si deposita nel nostro paese, i
politici liberali di Destra e Sinistra hanno occultato i problemi
reali attraverso una campagna presidenziale scarsamente politicizzata
(…) Che cosa propongono i candidati del sistema (Hamon, Fillon e
Macron) ? Delle leggi per i più forti e lo sfruttamento per tutti
gli altri. Il loro programma comune ? Precarietà del lavoro,
privatizzazione dei servizi pubblici, smantellamento del sistema
scolastico, tagli alle pensioni ed alle indennità di malattia ! (…)
Ci appelliamo a coloro i quali non sostengono i partiti del sistema
affinché partecipino alla costruzione – attraverso l’azione
comune – di una alternativa popolare, patriottica e rivoluzionaria
al sistema. Per questo noi indirizziamo tale appello a tutte le forze
vive al fine di marginalizzare la campagna presidenziale e lavorare
tutti assieme per il futuro che si prepara !
Luca
Bagatin
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mercoledì 5 aprile 2017
Intervista di Luca Bagatin alla militante del partito di governo Alianza Pais Gabriela Pereira sulle elezioni presidenziali in Ecuador vinte da Lenin Moreno
Le elezioni presidenziali
in Ecuador, conclusesi il 2 aprile scorso, sono state vinte dal
candidato del partito di governo Alianza Pais (Patria Altiva y
Soberana, ovvero Patria Orgogliosa e Sovrana), il socialista Lenin
Moreno e ciò assicura una piena conferma della Revolucion Ciudadana,
ovvero della Rivoluzine Civica portata avanti dall'economista Rafael
Correa, che ha governato il Paese dal 2007 ad oggi.
Lenin Moreno, sostenitore
del proseguimento delle politiche sociali del suo predecessore, oltre
che di un “piano per tutta la vita” che assicuri benessere
sociale a tutti gli ecuadoriani, ha infatti raccolto il 51% dei voti,
che purtuttavia è pesantemente contestato dal suo oppositore, il
banchiere Guillermo Lasso - già in passato compromesso con i
corrotti governi democristiani - che ha raccolto il 49% dei voti e
ritiene ci siano stati dei brogli.
Ne parliamo in merito con
la militante di Alianza Pais Gabriela Pereira, la quale risiede da
diversi anni in Italia.
![]() |
| Gabriela Pereira e l'ex Presidente Rafael Correa |
Luca Bagatin: Che ne
pensi dell'attuale vittoria di Lenin Moreno in Ecuador e delle accuse
di brogli lanciate da Lasso ?
Gabriela Pereira:
Dopo questa campagna elettorale, che è stata una delle più sporche
degli ultimi anni, il popolo ha deciso il suo destino politico, che è
quello di continuare con le conquiste fatte con la Rivoluzione
Cittadina, cioè inclusione sociale, riduzione della povertà,
diritti per le donne, per i disabili, o meglio, diversamente abili.
E' vero che ci sono cose che devono evolversi o cambiare, però il
cambiamento che offriva il candidato delle destre, il banchiere
Guillermo Lasso, era ritornare al passato neoliberista, che ci ha
ridotto nella disugualianzza in un Paese con tante risorse.
E'
accaduto che già prima di conoscere i resultati il 17 febbraio
scorso, il violento Andrès Paez, candidato a Vicepresidente di
Guillermo Lasso, in complicità con il Sindaco di Quito, Mauricio
Rodas, anche lui rappresentante della destra oligarchica in Ecuador,
abbiano invitato la popolazione a ribellarsi in maniera violenta
contro i primi risultati, che avrebbero dato Lenin Moreno in
vantaggio, credendo che non ci sarebbe stato il ballotaggio. Quindi
il loro piano contempla pure le rivolte violente se i liberisti non
ottengono il potere: è lo stesso stratagemma delle destre ovunque:
in Venezuela, in Bolivia, in Paraguay, in Argentina, sempre la stessa
violenza e proveniente dalle stesse formazioni politiche.
Luca Bagatin: Pensi
che Lasso sarà disposto a tutto pur di ribaltare il risultato delle
elezioni ? In questo senso quanto pesa, secondo te, l'affare “Julian
Assange”, l'attivista libertario fondatore di Wikileaks attualmente
protetto dall'ambasciata ecuadoriana a Londra ?
Gabriela Pereira:
Guillermo Lasso è un
uomo che non lo si può definire come un uomo politico, in quanto
egli è il rappresentante dei ceti sociali più alti, oligarchici.
Pensa che lui è direttamente coinvolto nella peggiore rapina fatta
agli ecuadoregni nel marzo de 1999 col “Feriado Bancario”. Ai
tempi lui ricopriva l'incarico di Superministro dell'Economía ed a
sua volta era anche Presidente del Banco de Guayaquil e fu proprio in
quel periodo che andarono in fallimento più di dieci banche, che
trattennero i risparmi di milioni di persone. Fu così che tutta
questa gente impoverita da un giorno all'altro fu costretta a
lasciare il Paese per migrare al fine di cercare un futuro migliore
per i propri figli. Le conseguenze di quella catastrofe finanziaria
furono terribili: suicidi di bambini e adolescenti che rimasero senza
i loro genitori; malati che non potevano pagare le cure e sono morti;
gente che perse i suoi negozi e si uccise. Tre milioni di persone
divenute mano d'opera precaria per i Paesi industrializzati...una
situazione davvero terribile. Ed oggi questo tizio ha avuto la faccia
tosta di ricandidarsi pur con tutto il male che ha causato !
Sul
fatto di Julian Assange, è lui stesso che ha consigliato a Lasso -
in caso di sconfitta alle elezioni presidenziali – che è meglio
che se ne vada dal Paese.
Luca Bagatin: Pensi
che le proteste di Lasso si inseriscano nell'ambito dei tentativi di
destabilizzazione dei governi socialisti latinoamericani attuata
dalle opposizioni oligarchiche e dalle multinazionali (pensiamo ai
casi Brasile, Venezuela ed anche nel recente passato i tentativi di
golpe contro l'Ecuador di Correa) ?
Gabriela Pereira:
Da quando nel 1998 Hugo Chavez è diventato Presidente del Venezuela
ed ha motivato ed invitato anche gli altri Paesi latinoamericani a
ritrovare una piena sovranità politica ed economica, subito le
oligarchie latinoamericane, con l'aiuto delle multinazionali e della
CIA, hanno iniziato a riprendere l'operazione Condor. Quel Piano
Condor che negli anni '70 e '80 in Argentina, Cile, Paraguay, Uruguay
e Brasile, ha portato morte e desaparecidos. Ed è la stessa macchina
oligarchica che ha combattuto, dal 1959 in poi, contro la Cuba di
Fidel Castro. Coloro i quali hanno orchestrato il golpe contro il
Presidente Correa nel 2010 sono sempre coloro i quali oggi cercano di
diffondere l'idea che ci sia stata una frode elettorale al fine di
destabilizzare la democrazia in Ecuador. Però la grande maggioranza
del popolo ormai non si fa più trascinare dalle bugie dei media
mainstream disinformatori, i quali sono stati anche loro i
protagonisti diretti nelle destabilizzazioni dei Paesi con governi a
guida socialista.
Luca Bagatin: Tu e tuo
marito, Roberto Pazmino, da anni vi occupate di diffondere gli ideali
della Revolucion Ciudadana e del Socialismo del XXI secolo in Italia,
attraverso una vostra web radio. Puoi raccontarci meglio la vostra
attività e come è nata ?
Gabriela Pereira:
Sia mio marito che io
apparteniamo alla classe proletaria. Non abbiamo studiato
giornalismo, siamo diventati migranti per la grave crisi ecuadoregna
del '99, quindi non abbiamo avuto l'opportunità che oggi hanno tanti
giovani nel mio Paese di poter andare all'Università in modo
gratuito, come un diritto. Noi siamo autodidatti ed abbiamo colto
l'occasione che ci ha presentato un compagno cubano che vive in
Canada, sulla base dell'idea del Professore Universitario e scrittore
cubano Raul Capote, autore del libro “Il Nemico”. E' così che
abbiamo deciso di fare contrainformazione attraverso una radio web -
Revolucionarios al Poder - con un programma che noi abbiamo prodotto,
ovvero Artilleria de la Palabra. Sappiamo che i grandi media sono
guidati da multinazionali che devono difendere il capitalismo e
quindi diffondono informazione distorte. Attualmente in America
Latina essiste Telesur ed altri media che combattono contro la
disinformazione. E così noi abbiamo pensato di contrastare
l'informazione distorta e diffondere la verità usando un linguaggio
semplice. E un programma fatto da gente del popolo come noi e per il
popolo. Ed è cosí che ogni sabato si transmitte il nostro
programma. Pensiamo che in questi tempi l'informazione sia un'arma
molto potente in quanto la gente bene informata può essere così
meno manipolabile.
Luca Bagatin: Come
immagini il futuro dell'Ecuador e dell'America Latina ?
Gabriela Pereira:
Il mio Paese è piccolo, ma è uno dei più variegati al mondo:
ricco di resorse naturali, con paesaggi magici, ma purtroppo si trova
anche nel continente nel quale le disuguagianze sono anche maggiori.
La Storia ci racconta che i più emarginati e vulnerabili sono sempre
stati gli indigeni, gli uomini di colore, contadini, operai, gente
umile, mentre la classe dei borghesi ha sempre mantenuto il potere in
ogni modo. Oggi finalmente il vento è cambiato e nel mio Paese tutti
hanno gli stessi diritti, il diritto ad una educazione avanzata
gratuita ed alla salute ed io voglio per il mio Paese la continuità
di questa nuova era. La Rivoluzione Cittadina portata avanti da
Correa ed oggi da Lenin Moreno è una realtà di giustizia sociale e
pace per tutti, ma non quella pace che ci voleva imporre la Chiesa
cattolica, quella quella che ci imponeva di obbedire ai padroni e ad
abbassare la testa. La pace che ci ha insegnato Rafael Correa è
quella racchiusa in questa frase: “La pace non è soltanto la
mancanza di guerre. La pace è sopratutto presenza di giustizia, di
salute, educazione, sicurezza sociale, reddito dignitoso, bisogni
fondamentali soddisfatti. L'offensiva opulenza accanto a
intollerabili livelli di povertà, anche questi diventano proiettili
di tutti i giorni, contro la dignità umana”.
Luca Bagatin
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lunedì 3 aprile 2017
E' l'amore che crea una famiglia !
Mi spaventano assai i difensori della
famiglia, perché la difendono astrattamente ed ideologiamente e non
parlano mai di amore.
Una famiglia non fondata sull'amore è dannosa all'evoluzione dei suoi componenti, va detto !
Una famiglia composta da persone che si amano, indipendentemente dal sesso delle persone che la compongono, è invece lodevole.
Personalmente considero famiglia anche me e il mio gatto, che considero come un fratello.
Colgo l'occasione per ricordare ai destrosinistri, che D'Annunzio fu il primo a fondare una Repubblica sull'Amore. Né di destra né di sinistra.
Erotica, eretica e libertaria !
Una famiglia non fondata sull'amore è dannosa all'evoluzione dei suoi componenti, va detto !
Una famiglia composta da persone che si amano, indipendentemente dal sesso delle persone che la compongono, è invece lodevole.
Personalmente considero famiglia anche me e il mio gatto, che considero come un fratello.
Colgo l'occasione per ricordare ai destrosinistri, che D'Annunzio fu il primo a fondare una Repubblica sull'Amore. Né di destra né di sinistra.
Erotica, eretica e libertaria !
Luca Bagatin
D’Annunzio: manuale
del “rivoluzionario”
di Luca Bagatin
tratto dal quotidiano nazionale "L'Opinione"
Ce ne ha parlato a lungo lo storico Giordano Bruno Guerri, ma ce ne parla diffusamente – proprio attraverso gli scritti e i discorsi di D’Annunzio stesso – il “suo” “Manuale del Rivoluzionario”, a cura di Emiliano Cannone ed edito dalla Tre Editori. Un bellissimo saggio che abbiamo scoperto e che desideriamo far conoscere e diffondere. Un manuale che, non a caso, reca in copertina un D’Annunzio nei panni di Lenin, contornato da bandiere rosse nell’atto di prendere d’assalto il palazzo d’Inverno.
Il palazzo d’Inverno di D’Annunzio fu il potere, la casta politica, il governo di Nitti, di Vittorio Emanuele Orlando e di Giolitti, ovvero dei parrucconi della sua epoca. Ma il palazzo d’Inverno di D’Annunzio fu anche l’avanzante fascismo e quel Mussolini che cercò, in tutti i modi ma senza riuscirvi, di zittire il Vate.
Nel testo è rappresentata tutta l’anima anarchica, socialisteggiante, libertaria, antiparlamentare e internazionalista di D’Annunzio che, non a caso, dichiara che egli aspira a un “comunismo senza dittatura” e che – ben prima e meglio di altri – lancerà invettive contro la “casta politica”, dichiarando, fra le altre cose: “La casta politica che insudicia l’Italia da cinquant’anni, non è capace se non di amministrare la sua propria immondizia, pronta a tutte le turpitudini, pur che sia lasciata fingere di godersi il suo potere impotente”.
D’Annunzio, in questo senso, fu un eroe (anti)politico e, dunque, un eroe della vera democrazia, contro i soprusi e le ruberie del potere e in questo senso non mancherà mai in D’Annunzio il suo appello all’antica Grecia, al mito greco, all’arte e dalla bellezza in tutte le sue forme, quale valori fondanti per l’emancipazione umana. In questo senso egli scorgerà la natura della crisi dei suoi tempi, che poi è anche la natura della crisi economica e sociale dei nostri, ravvisando l’origine del problema nell’espansionismo capitalistico e nell’imperialismo anglosassone e statunitense, ovvero di coloro i quali egli definisce i “divoratori di carne cruda”. A tal proposito D’Annunzio scrive: “La lotta mercantile, la lotta per la ricchezza, porta il pericolo delle più terribili conflagrazioni marziali”.
Ora sappiamo che fu profetico e nelle sue parole non possiamo non scorgere quanto avvenne nella Seconda guerra Mondiale, durante la Guerra fredda e, oggi, nel Medioriente martoriato e dove non vi sono eroi, bensì criminali che uccidono, in ogni dove, vittime innocenti.
Ricchezza e potere all’origine della morte dell'umanità stessa, dunque. Con l'impresa di Fiume possiamo dire che il D’Annunzio concretizzerà i suoi ideali e i suoi principi. Nel 1919, infatti, in opposizione al trattato di Versailles che negava la città di Fiume all’Italia, D’Annunzio – alla testa di un drappello di legionari – la occupò e ne fece una città libera in tutti i sensi, al punto che a Fiume erano tollerate e praticate le libertà sessuali, nonché era tollerata l’omosessualità e, grazie al contributo dell’aviatore Guido Keller e dello scrittore Giovanni Comisso, fu fondato il gruppo Yoga – avente per simbolo la svastica di origine vedica (che nulla aveva a che spartire con il nazismo, anzi) e una rosa a cinque petali, che proponeva una visione esoterica e spirituale della realtà.
Tra l’altro, in collaborazione con il sindacalista rivoluzionario Alceste De Ambris, D’Annunzio redasse la famosa Costituzione di Fiume o Carta del Carnaro, la quale fu un documento avanzatissimo per l’epoca, prevedendo: libertà di associazione, libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici, assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio e altro ancora che, peraltro, non fu mai garantito nemmeno dalla Costituzione della Repubblica italiana partitocratica, fondata nel 1948. Una Costituzione tanto decantata, ma assai poco approfondita e che poco aveva a che spartire con la vera democrazia della Repubblica romana del 1849 e con la Carta del Carnaro, fondata da spiriti rivoluzionari e non già da canuti uomini politici, servi dei partiti e delle ideologie e che il potere ha reso schiavi.
Un’impresa unica nella storia quella di Fiume, soffocata dall’imperialismo internazionale e dal Governo italiano di Giovanni Giolitti (tutt’altro che un liberale, bensì un famoso ministro della malavita come lo soprannominò Gaetano Salvemini) che, nel 1920, inviò le truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari.
Da non dimenticare frasi come queste, contenute nel “Manuale del Rivoluzionario”, che D’Annunzio lancia quali invettive ai governanti dell'Europa e del mondo di ieri, non dissimili da quelli di oggi. Frasi oggi attualissime, se osserviamo la geopolitica mondiale, europea, oltre che i flussi di migranti che approdano sulle nostre coste, costretti a emigrare a causa di una crisi voluta dai Governi e dal sistema economico-monetario: “In tutta Europa, in tutto il mondo, il potere politico è al servizio dell'alta banca meticcia, è sottomesso alle impostazioni ignobili dei rubatori e dei frodatori costituiti in consorzi legali. Neppure nel peggior tempo dei barbareschi e dei negrieri le genti furono mercanteggiate con così fredda crudeltà. Le nazioni sono cose da mercato. La vita pubblica non è se non un baratto immondo esercitato nel cerchio delle istituzioni e delle leggi esauste. Fino a quando ?”.
Il “Manuale del Rivoluzionario”, che raccoglie gli scritti anarco-libertari, socialisti, internazionalisti e umanitari di D’Annunzio, è certamente una fortunata opera editoriale e il merito va certamente all’ottimo Emiliano Cannone, giovane dottore di ricerca in Italianistica, per averlo curato con un’ottima nota introduttiva e precise note a piè di pagina.
La veste editoriale del saggio, poi, curata dalla Tre Editori, è elegantissima, anche a dispetto dell'economico prezzo di copertina. Da notare che, la fine di ogni capitolo del “Manuale”, reca il simbolo della bandiera della reggenza del Carnaro: un uroboro – ovvero un serpente che si morde la coda – antico simbolo esoterico e gnostico a rappresentare la natura ciclica delle cose, ovvero simbolo di immortalità (Gabriele D’Annunzio fu iniziato alla massoneria della Serenissima gran loggia d'Italia, oggi Gran loggia d’Italia e non ne fece mai mistero), con al centro le sette stelle dell’Orsa maggiore.
Ulteriori spunti su cui riflettere e approfondire attorno a un personaggio poliedrico quale fu Gabriele D’Annunzio, troppo frettolosamente relegato fra i “poeti del nostro Paese”, senza rammentarne (o preferendo piuttosto oscurarne) la portata rivoluzionaria, libertaria, (anti)politica e (contro)culturale.
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sabato 1 aprile 2017
Siamo con Lenin Moreno Presidente dell'Ecuador ! La Rivoluzione Civica dell'Amore avanza !
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