Il
9 febbraio merita di essere ricordato e celebrato in quanto, in
quella data, nel 1849, fu proclamata l'unica vera Repubblica che
l'Italia abbia mai davvero conosciuto.
Proclamata
dal Triumvirato costituito da Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi e Carlo
Armellini, conquistata con il sangue di patrioti garibaldini che
fecero fuggire il Papa Re a Gaeta, fu fondata sulla sovranità del
Popolo, sull'eguaglianza, la libertà e la fraternità, senza alcun
privilegio, nonché sulla piena libertà religiosa e di culto.
Durò,
purtroppo, solamente cinque mesi, soffocata brutalmente dai francesi
di Napoleone III, alleati del Papa dei cattolici.
Una
Repubblica indipendente, quella Romana del 1849, non solo dal potere
religioso-statuale, ma anche da quello monarchico dei Savoia.
Una
Repubblica che consacrò ad eroina quella Anita Garibaldi che morirà
poco dopo, moglie del primo Socialista e Repubblicano senza tessera
di partito, ovvero Giuseppe Garibaldi. Eroina dei Due Mondi, tanto
lei – nata in Brasile - quanto il marito, in quanto lottò con lui,
sia in America Latina che in Italia, contro ogni forma di
oppressione, sopruso, tirannide.
Una
Repubblica – quella Romana del 1849 - dimenticata e la cui memoria
fu offuscata persino dall'attuale “Repubblica dei partiti”,
fondata nel 1948, la cui Costituzione è nata dal compromesso di
interessi di potere contrapposti, la quale oggi è totalmente serva
di logiche internazionali, dal Fondo Monetario, alla Banca Centrale
Europea, passando per la NATO e l'UE.
Entità
lontane dalle genti e che tanto ricordano l'Impero Asburgico e i
difensori dell'Ancien Régime, opposti ad ogni forma di sovranità
popolare diretta e, dunque, lontano da ogni forma di democrazia
autentica, così come la intendevano Giuseppe Mazzini e Giuseppe
Garibaldi.
Solo
la Libera Repubblica di Fiume di Gabriele d'Annunzio e del mazziniano
Alceste De Ambris del 1919, riuscirà ad eguagliare lo spirito della
Repubblica Romana di mazziniana e garibaldina memoria, persino
connotando questa nuova impresa di aspetti libertari,
anarco-comunisti, erotici e spiritualisti.
Si
pensi – peraltro - che la Costituzione della Repubblica di Fiume,
ovvero la Carta del Carnaro prevedeva aspetti avanzatissimi per
l'epoca, al punto che nemmeno oggi, alcuni aspetti, sono garantiti
dalla Costituzione italiana, ovvero: libertà di associazione,
libertà di divorziare, libertà religiosa e di coscienza al punto
che furono proibiti i discriminatori crocifissi nei luoghi pubblici,
assistenza ai disoccupati e ai non abbienti, promozione di
referendum, promozione della scuola pubblica, risarcimento dei danni
in caso di errore giudiziario, inviolabilità del domicilio.
Anche
questa nuova impresa di ispirazione libertaria, garibaldina e
mazziniana sarà soffocata dall'imperialismo internazionale e dal
governo italiano retto da Giovanni Giolitti che, nel 1920, inviò le
truppe italiane a sgomberare a cannonate i legionari di d'Annunzio.
Uno
spaccato di Storia italiana ed europea, insomma. Antica e più
moderna. Che vide contrapporsi eroi e martiri da una parte e
politicanti imperialisti dall'altra.
La
Storia è sempre destinata, tristemente, a ripetersi. Ma non va mai
dimenticata e sempre approfondita.
Più che un evento
artistico e musicale, sembra essere sempre stato un evento mediatico
di massa, di propaganda politica, peggio ancora se quest'anno fosse
di guerra, in un'epoca in cui abbiamo bisogno di pace,
ragionevolezza, lotta alla povertà, come ha recentemente
sottolineato anche il Presidente socialista del Brasile Lula da
Silva.
Il Festival di Sanremo
merita di essere ricordato per un solo e unico evento, ovvero quando
è stato messo a nudo, nel senso artistico e politico del termine,
nel 1992, da Cavallo Pazzo, al secolo Mario Appignani.
La sua incursione fuori
programma, volta a interrompere la kermesse mediatica baudiana, fu
memorabile e, forse, compresa da pochi.
Con il suo “Sono
Cavallo Pazzo, questo Festival è truccato”, Mario Appignani fu
emblematico e mise a nudo il sistema televisivo-mediatico che è
truccato in quanto lontano dalla realtà delle persone; volto a
illudere il pubblico della bontà o meno di certe cose, in modo da
far dimenticare i veri problemi che affliggono questo povero Paese,
sempre più povero.
Cavallo Pazzo,
personaggio pasoliniano sia per la sua amicizia con Pasolini che per
il suo stile provocatorio, aveva già “smascherato”,
goliardicamente, nel 1977, Gandalf il Viola, personaggio mascherato
che si era autoproclamato leader degli Indiani Metropolitani, mentre
faceva propaganda per il PCI (partito più conformista che comunista)
- in una fantomatica conferenza stampa - accanto a un giovane Massimo
d'Alema (ne possiamo ritrovare ancora traccia su YouTube a questo
link: https://www.youtube.com/watch?v=0B7Y9iUsJ9Y)
Cavallo Pazzo, lui sì
vero leader anticonformista degli Indiani Metropolitani, aveva saputo
– per tutta la sua pur breve vita – mettere alla berlina – in
modo goliardico e scanzonato - il potere politico e mediatico,
esattamente come fecero gli scrittori e attivisti Hunter S. Thompson
e Eduard Limonov.
Per questo vorrei
ricordarlo con un articolo che scrissi nel 2015, che fu pubblicato da
diverse testate e finanche, recentemente, nel saggio “Sbatti il
matto in prima pagina” (Donzelli Editore) del prof. Pier Maria
Furlan, ordinario di psichiatria all'Università di Torino.
E vorrei farlo perché
Cavallo Pazzo, dalla sua infanzia nei brefotrofi lager, nei quali
ebbe a soffrire ciò che nessun bambino dovrebbe mai soffrire, sino
alla sua maturità (nella quale divenne amico di Bettino Craxi, che
peraltro lo sostenne – anche dal suo esilio di Hammamet - negli
anni in cui fu colpito da AIDS), dimostrò sempre di essere un
dissidente integrale, un artista poliedrico, un attivista politico
come pochissimi ce ne sono stati ce ne saranno, nella Storia.
MARIO APPIGNANI: UN
RAGAZZO ALL'INFERNO
articolo di Luca
Bagatin dell'11 maggio 2015
Molti si ricorderanno di
Mario Appignani detto “Cavallo Pazzo” per le sue incursioni
televisive al Festival di Sanremo o a quello di Venezia, tentando di
arraffare il microfono ed interrompere un compassato Pippo Baudo.
Oppure le sue incursioni allo stadio le domeniche pomeriggio degli
Anni '90.
Mario è morto di AIDS
nel 1996 ed allora Pippo Baudo, che non conosceva la storia di
Appignani, disse che era affetto da “una complessa forma di
esibizionismo” che “non aveva niente da dire”.
In realtà Mario
Appignani, romano, classe 1954, sin dal 1975, ebbe molto da dire,
forse anche più di quanto l'emblema della mediaticità
nazional-popolare baudiana, intrisa, questa sì, di esibizionismo
catodico, abbia mai avuto da dire dal dopoguerra sino ad oggi.
Quando aveva appena 19
anni, Mario Appignani, scrisse infatti un bellissimo libro
autobiografico che non è più distribuito da tempo: “Un ragazzo
all'inferno”. Il saggio è edito da Roberto Napoleone, con
l'introduzione di Lamberto Antonelli e con prefazione di Marco
Pannella, l'unico politico che diede voce a questo ragazzo
emarginato, senza famiglia, che visse sin dall'età di 6 anni fra
brefotrofi, orfanotrofi, manicomi, case di cura e di “rieducazione”.
Il piccolo Mario,
infatti, è figlio di Tina, una prostituta - avviata a sua volta alla
prostituzione dalla madre - che non lo può mantenere e così lo
lascia sui gradini di una chiesa. E' così che passerà sotto la
“tutela” dello Stato, con i suoi istituti che fanno parte
dell'Opera Nazionale Maternità ed Infanzia (OMNI), istituita dal
fascismo e gestite materialmente dalla Chiesa cattolica, ricevendo
sovvenzioni statali.
Istituti che, in realtà,
sono dei veri e propri lager che, proprio grazie alle denunce di
Mario Appignani ed all'intervento di Pannella e dei radicali, sono
state chiuse definitivamente nel 1975.
“Un ragazzo
all'inferno” è un libro toccante e brutale, a tratti tenero come
tenero è il cuore di Mario, ragazzo che è diventato uno
“scapestrato” (bisognerebbe poi capire se lo è stato per davvero
però!) dopo anni di abusi e sevizie da parte delle suore, dei suoi
compagni, dei direttori, delle forze di polizia e della politica
dell'epoca - dalla clerico-fascista DC sino all'indifferente e
connivente sinistra - sorda di fronte all'esistenza di bambini e
ragazzi poveri e senza famiglia.
E' agghiacciante pensare
che, quanto accaduto a Mario ed ai suoi compagni, accadeva
nell'Italia “repubblicana” di solo quarant'anni fa ! E'
agghiacciante pensare che anche l'Italia “repubblicana” e
“antifascista” abbia avuto i suoi lager e che in essi ci
finissero i “reietti” della società, ancorché bambini (sarebbe
da chiedersi se questo i vari Pippo Baudo ed i vari Bruno Vespa,
sostenitori strenui della DC lo sapessero!).
Mario ci racconta di
quando entrò per la prima volta in un brefotrofio, all'età di soli
sei anni. E' gestito da suore tutt'altro che buone cristiane, che fra
le altre cose somministrano ai bambini dei pasti scarsissimi – al
limite della denutrizione – e spesso pieni di insetti. Le
punizioni, poi, sono da lager nazista: i bambini sono spesso
costretti a rimanere sul balcone, all'esterno, in pieno inverno, con
le sole mutandine addosso.
E' in una situazione come
questa che Mario conosce Francesco, un bambino di 8 anni. Francesco e
Mario si incontrano sul balcone dell'istituto e si riscaldano
abbracciandosi vicendevolmente. La punizione di Mario termina prima
di quella di Francesco e così quest'ultimo è costretto a rimanere
da solo al freddo. Da allora di Francesco non se ne saprà più nulla
sino a che, un anno dopo, il giardiniere ne troverà il cadavere
nell'orto, putrefatto ed irriconoscibile. Un caso che sarà
insabbiato per sempre anche dai carabinieri, per non far ricadere lo
scandalo sull'intero istituto, sovvenzionato dall'OMNI (sic !).
Mario, sarà
successivamente trasferito in un altro istituto, diretto da quella
suor Diletta Pagliuca che finirà in carcere proprio grazie alle
denunce di Mario, anni dopo. Qui i bambini sono spesso legati ai loro
letti con dei lucchetti, costretti a defecarsi ed urinarsi addosso,
privi di lenzuola e coperte.
Con il passare degli anni
Mario, da un'istituto all'altro, da una punizione all'altra come le
docce fredde ed i sassolini sotto alle ginocchia, impara a non fare
la spia e spesso è costretto anche a soccombere agli appetiti
sessuali dei suoi compagni, a mentire, a rubare gli indumenti degli
altri come gli altri rubano i suoi: a prevalere è la legge del più
forte, la legge della giungla.
E' così che tenterà il
suicidio all'età di dodici anni e sarà trasferito alla Neuro,
ovvero l'anticamera del manicomio.
Isolandosi sempre di più,
Mario, ad ogni modo, scoprirà l'interesse per la lettura: dai
fumetti passa a letture impegnate come Balzac, Kafka, Proust,
Flaubert, Boudelaire, Dumas, Stevenson, Jack London, Palazzeschi,
Moravia e Marinetti. E poi alla passione per l'ascolto della musica
classica, in particolare di Beethoven.
Il suo è un modo per
emanciparsi, per elevarsi da quella vita di dolore e vessazioni. Ma
ci sarà spazio anche per l'amore. Amore omosessuale per un suo
compagno, Cesare, che Mario descrive teneramente nel suo libro e che
deve essere “nascosto” perché i costumi ipocriti dell'epoca –
impregnati di bigotto cattolicesimo - impongono che sia così, sia
per gli omosessuali, ma anche per gli eterosessuali.
Mario trova tutto ciò
assurdo, così come è assurdo il comportamento delle suore e dei
preti degli orfanotrofi. E' un comportamento che stride con il
messaggio di Cristo, che Mario ama moltissimo ed infatti egli scrive:
“L'idea del Cristo che è
morto per noi, nella sua infinita bontà, mi esalta, mi affascina, mi
turba. Ma tutto viene spazzato via (…) da questa cerimonia
stucchevole, da questa finzione”. Ed ancora Mario
ricorda che il Cristo diceva
“Amatevi come fratelli”. Cosa che di rado accade negli
orfanotrofi...
Mario ritiene poi –
come sostenevano anche gli intellettuali omosessuali Dario Bellezza e
Massimo Consoli - che l'omosessualità negli orfanotrofi sia spesso
una conseguenza della natura sessuofoba della nostra società, che
rende estremamente difficili i rapporti fra un ragazzo ed una
ragazza. Aspetto appunto tipico delle comunità ristrette come gli
orfanotrofi, che sono delle comunità omosessuali per eccellenza in
quanto composte da persone dello stesso sesso.
Nel momento in cui avrà
modo di prestare servizio volontario presso la Croce Rossa, Mario
avrà quindi anche la possibilità di uscire dall'istituto nel quale
è recluso. E si innamorerà di Katia, che purtuttavia scoprirà
essere una prostituta e ciò lo deluderà moltissimo.
Nel frattempo finirà
anche in galera, accusato di un furto che non aveva mai commesso in
realtà e, una volta uscito, per mantenersi, assieme ad un suo ex
compagno di collegio, inizierà a prostituirsi, ma finirà in galera
ancora allorquando deciderà di tenersi una tessera appartenente ad
un componente della Guardia di Finanza che aveva trovato a terra,
solo per non pagare il cinema e che la polizia gli troverà addosso.
Curioso a dirsi, ma Mario
scoprirà persino di avere un fratellastro, Giulio, il quale tenterà
di metterlo in contatto con il patrigno, che purtuttavia lo rifiuterà
e con la madre, Tina, che per la prima volta Mario incontrerà al
Policlinico, al capezzale della sorellastra quattordicenne, la quale
aveva appena tentato il suicidio. Ma, fondamentalmente, rimarrà
deluso nell'apprendere che lei l'aveva abbandonato e che lo Stato
italiano, anziché fornire un assegno mensile alla madre per il suo
mantenimento, ha preferito affidarlo agli istituti dell'OMNI.
Solo l'incontro con Don
Mario Picchi, che dirige il Centro Italiano di Solidarietà, gli
permetterà di avere una sistemazione degna di questo nome e sarà
proprio questo buon prete che lo esorterà a scrivere, appunto, la
sua storia.
Mario, come scrive
all'inizio ed alla fine di “Un ragazzo all'inferno”, è
disilluso. Non pensa che il racconto della sua storia serva a
qualcuno ed invece... Ed invece, grazie a Marco Pannella ed al
Partito Radicale nel quale il giovane Mario militerà per alcuni
anni, le cose inizieranno presto a cambiare, per quanto concerne gli
istituti, gli orfanotrofi, i brefotrofi e parecchie persone saranno
portate alla sbarra, fra cui la terribile suor Diletta Pagliuca.
Mario Appignani, nel
corso degli Anni '70, grazie alla sua “cultura stramba”, come
amava definirla, fu anche rappresentante degli Indiani Metropolitani,
un gruppo libertario che, in Italia, si ispirò alla Beat Generation
di Kerouac e Ginsberg e la sua vicenda politica e controculturale è
raccontata da un suo compagno di militanza – Marco Erler – nel
saggio “Assalto alla diligenza. Quando Appignani rinacque Cavallo
Pazzo” edito da Memori alcuni anni fa (e riedito da Curcio nel
2018 n.d.A.).
Come Marco Erler, penso
anch'io che la vicenda di Mario Appignani non vada dimenticata.
E penso che anche le sue
scorribande televisive, negli Anni '90, pochi anni prima di morire,
siano emblematiche. Era il suo modo goliardico ed irriverente per
denunciare la società dello spettacolo e dei media, retti dall'uomo
simbolo di una DC che pur stava tramontando per lasciare spazio alla
sua continuità inculturale, ovvero al berlusconismo: Pippo Baudo.
Oggi i tempi sono per
molti versi cambiati, ma penso che “Un ragazzo all'inferno”, di
cui saranno anche scaduti i diritti editoriale da tempo, dovrebbe
essere ripubblicato, a beneficio dei più e dei meno giovani.
Affinché sappiano che cosa accadeva agli emarginati, appena
quarant'anni fa in Italia. Affinché ciò non accada mai più, perché
non c'è peggior olocausto, non c'è peggior genocidio di quello
compiuto da uno Stato che si autoproclama “democratico” o
“repubblicano” e nei fatti non lo è.
Uno Stato, quello
italiano che, ad ogni modo, i poveri e gli emarginati – tanto cari
a Pasolini ma non alle destre ed alle sinistre - non li ha mai potuti
sopportare.
E che, grazie ad
Appignani, intellettuale e politico autodidatta che sulla sua pelle e
sulla sua anima ha pagato un prezzo altissimo, hanno avuto, per una
volta, una pur timida voce.
La differenza sostanziale fra una
persona "libera" e una persona "liberal" è che
la prima dice ciò che vuole, mentre la seconda dice sciocchezze
politicamente corrette.
Non ci si può lamentare se si delega
ad altri e, quindi, si è perduta la capacità/possibilità di
decidere con la propria testa.
Deleghiamo ai politici, votandoli.
Questi delegano ad altri organismi,
che siano l'UE, la NATO, le società di telecomunicazione. Per dire.
Noi stessi cediamo volontariamente i
nostri dati alle società di telecomunicazione, ai social e così
via.
Se deleghi non puoi lamentarti se sei
meno libero.
Dovresti invece capire che nella vita
puoi contare solo su te stesso e che delegare è profondamente sciocco.
Pensare con la propria testa, giusto o sbagliato che possa essere, è naturale.
Ma che solo lo studio e l'approfondimento possono nutrire la mente.
Nessuno può risolvere i propri problemi. Per questo non si dovrebbe mai delegare a nessuno.
E bisognerebbe nutrire spesso la mente.
Non lasciarla marcire, come si fa troppo spesso, nella Storia.
Il cospirazionismo, come la religione,
si basa su false credenze generate dalla mente umana.
False credenze che potremmo definire
"auto suggestioni".
Non penso che esista peggiore
porcheria per la mente delle auto suggestioni.
Queste ti fanno vedere cose che non
esistono solo perché la tua mente VUOLE a tutti i costi vederle.
La miglior cura è il dubbio.
Dubita di tutto. Persino di te stesso.
Studia e approfondisci sempre.
Le imprese dovrebbero essere di
proprietà di chi ci lavora, non di chi le possiede e sfrutta la
forza lavoro. L'impresa privata dovrebbe essere data in gestione a chi vi lavora. Punto.
La giustizia non ha nulla a che vedere
con le armi.
A meno che tu non viva nel Far West.
E, anche se, come me, sei un
appassionato di roba Western, sei un vero coglione se pensi che
siano le armi che devono parlare.
Le armi, sino a prova contraria, non
parlano.
A parlare sono spesso politici messi
lì solo perché qualcuno, pensando di far bene (e invece fa male),
va a votare.
Quasi sempre, anzi, senza il quasi, i
politici sparano cazzate.
E ho detto sparano, perché, spesso,
fanno parlare le armi.
Che, invece, dovrebbero sempre tacere.
Il limite del liberalismo, che è poi
l'ideologia del mondo occidentale, in particolare di ispirazione
anglosassone, è il pretendere che esistano "valori
universali".
In realtà ogni popolo, addirittura da
regione nazionale a regione, ha valori completamente diversi rispetto
agli altri popoli.
La pretesa di "universalismo"
si rifà semplicemente alla visione anglosassone, bianca e, a suo
dire, "civilizzata".
Un po' come non esiste il bene e il
male, ma entrambi sono profondamente relativi, anche l'universalismo
non esiste. Ma esistono tanti diversi particolarismi.
Studio, approfondimento, nessun giudizio (e, quindi, nessun pregiudizio), accettazione della diversità, valorizzazione delle proprie diversità.
Questo dovrebbe bastare a una persona per poter vivere, se non meglio, almeno un po' più consapevolmente.
Se non sei un grande stronzo, per scrivere usa, se puoi, lo stile Gonzo.
Martedì 24 gennaio
scorso, il Presidente di Cuba, Miguel Díaz-Canel, ha incontrato, a
Buenos Aires il Presidente argentino Alberto Fernández e quello
brasiliano Lula da Silva, nell'ambito del 7° Vertice della Comunità
degli Stati dell'America Latina e dei Caraibi (CELAC).
Il Presidente Díaz-Canel,
relativamente a tale incontro ha twittato: “In questo affettuoso
incontro, abbiamo ribadito la gioia per il ritorno del Brasile nella
CELAC e condiviso la volontà di rafforzare le relazioni bilaterali,
coerenti con gli storici legami di amicizia tra i nostri popoli”.
Sempre su Twitter, il suo
omologo argentino ha ribadito “l'obiettivo comune di
approfondire il legame tra i nostri Paesi e l'integrazione in tutta
l'America Latina e nei Caraibi”.
Riferendosi
anche alle sanzioni statunitensi contro Cuba e il Venezuala, il
Presidente brasiliano Lula da Silva ha chiesto di “rispettare
l'autodeterminazione dei popoli, evitando di imporre sanzioni,
minacce o offese personali”.
Nel
suo viaggio di ritorno, Díaz-Canel, ha visitato il Venezuela ed è
stato ricevuto dal suo omologo, Nicolas Maduro.
Come
riportato da “Prensa Latina”, nel corso dell'incontro, al quale
hanno partecipato anche – per parte cubana - il Ministro degli
Esteri Bruno Rodríguez, il Ministro del Commercio Estero e degli
Investimenti Esteri, Rodrigo Malmierca e l'Ambasciatore dell'Avana a
Caracas, Dagoberto Rodríguez, i due leader socialisti hanno
riaffermato il loro impegno nel difendere “un mondo di pace e
cooperazione, in favore della solidarietà internazionale”.
Il
Presidente Maduro ha definito l'incontro “piacevole e
produttivo” e, nel corso dello stesso, si sono analizzare le
lotte dei popoli latinoamericani e dei Caraibi – nel segno degli
eroi del XIX secolo, cubani e venezuelani, José Martì e Simon
Bolivar - al fine di rafforzare i legami storici e rivoluzionari che
uniscono tali popoli.
I
leader cubano e venezuelano hanno, in particolare, sottolineato come
le terre di Martì e di Bolivar siano sempre state unite da grandi
sogni di “integrazione, giustizia e umanità”.
Sono
state inoltre riaffermate le relazioni bilaterali di fratellanza fra
Cuba e Venezuela – intraprese negli Anni 2000 da Fidel Castro e
Hugo Chavez - promuovendo il processo che possa portare a una
definitiva integrazione dell'America Latina e dei Caraibi, contro
ogni sanzione statunitense e riaffermando i principi di
autodeterminazione, sovranità, indipendenza e giustizia sociale,
atti a promuovere valori di fratellanza, solidarietà e umanesimo.
Sono passati 23 anni
dalla scomparsa di Bettino Craxi (19 gennaio 2000), ultimo statista
italiano degno di questo nome e ultimo socialista europeo.
L'ultimo perché, dalla
sua fine politica, avvenuta nel 1993, non abbiamo mai più avuto un
Premier degno di questo nome e, in Europa, da allora, il socialismo è
scomparso pressoché del tutto (con le rare eccezioni di Jeremy
Corbyn e di Jean-Luc Mélenchon).
A proposito della
nascente Unione Europea, Bettino Craxi ebbe a dire:
“Si presenta
l’Europa come una sorta di paradiso terrestre, arriveremo al
paradiso terrestre… L’Europa per noi, come ho già avuto modo di
dire, per noi nella migliore delle ipotesi sarà un limbo. Nella
peggiore delle ipotesi l’Europa sarà un inferno. Quindi bisogna
riflettere su ciò che si sta facendo. Perché la cosa più
ragionevole di tutte era quello di richiedere e di pretendere,
essendo noi un grande Paese – perché se l’Italia ha bisogno
dell’Europa l’Europa ha bisogno dell’Italia – pretendere la
rinegoziazione dei parametri di Maastricht”. E disse anche:
“Dietro la longa manus della cosiddetta globalizzazione si
avverte il respiro di nuovi imperialismi, sofisticati e violenti, di
natura essenzialmente finanziaria e militare”.
La liquidazione politica di Bettino Craxi, da parte
dei poteri forti internazionali, finanziari, ma anche militari e
politici, con sede negli USA e nelle stanze di Bruxelles, coincise
con la fine politica del Socialismo in Europa.
L'implosione dell'URSS e dei Paesi del Patto di
Varsavia, contro la volontà dei rispettivi popoli, ma causate da
golpe interni con il contributo esterno; la guerra che distrusse la
Jugoslavia socialista; la guerra che distrusse l'Iraq socialista; la
guerra che distrusse l'Afghanistan socialista e poi ancora, anni
dopo, la guerra che distrusse la Libia socialista (e quella che tentò
di distruggere la Siria socialista).
E, ancora, i tentativi di
golpe anti-socialisti in America Latina, sempre in agguato in
Venezuela e a Cuba, ma che colpirono la Bolivia di Morales e
l'Ecuador di Correa e il tentativo di liquidazione per via
giudiziaria del socialismo brasiliano di Lula e del peronismo
argentino della Kirchner.
Fortunatamente, in
Bolivia, Argentina e Brasile, il socialismo è tornato, ma sarebbe
lecito chiedersi...per quanto tempo ancora?
In UE, cosiddetti
“socialdemocratici” come la Premier finlandese Sanna Marin
innalzano muri anti-migranti al confine con la Russia e il già
“socialdemocratico” Segretario Generale della NATO Stoltenberg –
in gioventù contrario alla guerra in Vietnam - continua a voler
inviare più armi a un Paese non NATO come l'Ucraina e a chiedere di
aumentare la produzione delle armi, con il beneplacito delle destre e
degli pseudo “socialisti” europei.
Un tempo, i socialisti,
quelli autentici e originari, si battevano – diversamente - contro
ogni arma e contro ogni bomba. Per il pragmatismo e la diplomazia
internazionale. In questo senso, Bettino Craxi, nominato peraltro
rappresentante del Segretario Generale dell'ONU Javier Pérez de
Cuéllar per i problemi dell'indebitamento dei Paesi in via di
Sviluppo e successivamente consigliere speciale per lo sviluppo e il
consolidamento della pace e sicurezza, fu sempre in prima linea.
Con fermezza,
pragmatismo, umanesimo socialista e democratico.
E lo fu persino nel suo
esilio di Hammamet, quando, su “L'Avanti” del 18 dicembre 1998,
scrisse un editoriale in prima pagina dal titolo “No alle bombe”,
invitando ai negoziati fra USA e Iraq (mentre le destre e le sinistre
italiane facevano l'opposto).
Bettino Craxi, ancorato
alla cultura e tradizione occidentale, ma allo stesso tempo in
dialogo con tutti, seppe guardare ai popoli laici e socialisti del
Mediterraneo, del Medioriente, dell'America Latina e dell'Est
(pensiamo agli ottimi rapporti fra il PSI di Craxi e il Partito
Comunista Rumeno di Ceausescu), oltre che dell'Estremo Oriente.
Fu un sostenitore di quel
socialismo che sapeva tenere a bada il capitalismo e i poteri forti
finanziari, che dalla falsa rivoluzione di Tangentopoli seppero come
trarre vantaggio economico, sulle spalle del Paese e di una classe
politica dell'unico e solo centro-sinistra che l'Italia abbia mai
avuto, che aveva, nel bene o nel male, saputo garantire stabilità e
prosperità.
Pur critico con i
“comunisti” italiani e ancor più con i postcomunisti che
finiranno per approdare al capitalismo assoluto (vedi le successive
emanazioni dal PDS al PD a Italia Viva e Azione), lanciò, negli Anni
'90, quell'Unità Socialista che sarà contrastata dal PDS, che gli
preferirà Amato, Carlo Azeglio Ciampi e quel Mario Draghi, che già
nel 1992 avrebbe voluto la privatizzazione del patrimonio pubblico
italiano. Progetto da sempre contrastato da Bettino Craxi.
Da non dimenticare anche
la sua visione socialista anticapitalista, che espresse nel 1966, nel
suo rapporto ai quadri del partito, contenuta nel volume “Socialismo
e realtà” (Sugarco Editore): “Il socialismo mantiene la sua
fondamentale ed essenziale natura di movimento anticapitalistico.
Esso nasce come reazione umana e razionale nei confronti delle
ingiustizie delle ineguaglianze che il nascente capitalismo
industriale portava con sé. Le contraddizioni e le crisi della
società capitalistica costituirono oggetto delle analisi, della
critica penetrante, delle previsioni dei teorici socialisti. I
mutamenti intervenuti dopo le due guerre mondiali, la modificazione
della natura e delle manifestazioni del capitalismo non hanno mutato
la ragione fondamentale della lotta socialista e cioè quella di
provocare un superamento del capitalismo con il passaggio ad un
ordine economico, sociale e politico più evoluto, che arricchisca le
libertà dell'uomo, le sue condizioni di vita materiale e
spirituale”.
Craxi sarà – da
Presidente del Consiglio - l'amico persino di quel Mario Appignani
detto “Cavallo Pazzo”, orfano, figlio di una prostituta, freak,
beatnik, indiano metropolitano che primo fra tutti denunciò – per
averli subiti sulla sua pelle – gli orfanotrofi “lager” gestiti
dall'Opera Nazionale Maternità e Infanzia.
Sarà dunque amico dei
potenti, ma anche dei più umili e, soprattutto, sarà amico dei
Paesi e dei popoli liberi, dall'America Latina alla Palestina e lo
sarà sempre in nome dell'Eroe dei Due Mondi, Giuseppe Garibaldi, di
cui fu appassionato collezionista di cimeli.
Bettino Craxi recupererà,
nel panorama culturale e politico, figure allora marginalizzate
dall'intellighenzia italiana e europea, ovvero l'anarchico
conservatore Pierre-Joseph Proudhon e il socialista liberale Carlo
Rosselli, unendo aspetti sino allora considerati ossimorici dal
sinistrismo borghese imperante che, negli anni successivi alla morte
fisica di Craxi, darà vita al partito delle élite antisocialiste,
ovvero al PD.
E da non dimenticare come
il socialismo di Craxi fosse contrastato dai post fascisti del MSI
(poi AN, poi Fratelli Meloni) e dalla Lega (prima Nord e poi non più
Nord), per non parlare di Beppe Grillo, oggi partiti sostenitori del
capitalismo assoluto e della politica atlantista e filo USA tanto
quanto il PD e che, non a caso, lo scorso anno, sostennero tutti
assieme il Governo Draghi e ancora oggi ne seguono le linee guida.
In Europa, parimenti,
dopo l'esempio del Partito Socialista Italiano di Craxi (il cui
simbolo, da Craxi voluto, fu quel Garofano Rosso, simbolo della
Comune di Parigi del 1871), nessun partito che si richiamava – a
parole – al socialismo, fu più davvero socialista, ma adottò
l'ideologia della crescita economica illimitata, delle
privatizzazioni selvagge, dell'esportazione della “democrazia”...
ma unicamente contro Paesi laici e socialisti quali Iraq, Libia,
Siria e Jugoslavia (sic!).
Nel gennaio 2020 uscì,
postumo, un interessante romanzo-verità, scritto da Craxi e edito da
Mondadori: “Parigi – Hammamet”, che sembra spiegare la triste
realtà della nostra epoca.
In quarta di copertina,
Craxi, scrisse: “Gli avvenimenti che sto per narrare sono assai
singolari. Incredibili per eccesso di credibilità. Rientrano infatti
nella categoria degli accadimenti comunemente ritenuti impossibili
non perché inimmaginabili, ma proprio per il contrario. Chi non ha
immaginato almeno una volta la possibilità che esistesse davvero la
"Spectre"? E raffigurandosela, ognuno di noi l'ha disegnata
ogni volta sempre più efferata e incontrollabile... Ogni tanto,
però, quelle che abbiamo sempre considerato nostre fantasie estreme
si rivelano, appunto, drammaticamente reali, come dimostrano gli
eventi singolarissimi che mi accingo a raccontare”.
Nel
romanzo. Bettino Craxi affida alla finzione letteraria,
attraverso un romanzo di fantapolitica, il racconto della triste
vicenda politico-giudiziaria che lo vide coinvolto negli ultimi anni
della sua vita.
Craxi, affida la
narrazione in prima persona al protagonista, Karim, poliziotto
italo-tunisino che, con il pretesto di andare a visitare la sorella,
invita la sua famiglia in vacanza a Parigi.
In realtà qui si
incontra con Ghino, ex Primo Ministro italiano, che a Parigi è in
esilio a causa di un complotto politico-mediatico-giudiziario nel
quale è stato coinvolto in Italia, al fine di essere liquidato
politicamente.
Ma chi e perché ha
organizzato tale complotto ai danni del Presidente e del suo partito
(che si comprende essere, del resto, il Partito Socialista Italiano)?
Perché, nonostante il Presidente Ghino non sia più un uomo
influente, a Parigi c'è chi vuole ucciderlo e non esita, per
ottenere tale scopo, a fare strage di innocenti?
Karim, amico di vecchia
data di Ghino, è a Parigi per scoprirlo e per proteggerlo.
Accanto a loro il fido
Nicola, guardia del corpo del Presidente e Ndiezda, componente del
servizio segreto russo.
Sarà proprio Nadiezda
che, in un dossier, riuscirà a ricostruire l'identità dei mandanti,
che, non contenti di aver liquidato il Presidente politicamente,
vogliono finirlo anche fisicamente.
Si tratta di una sorta di
“Spectre”, ovvero di una potentissima organizzazione segreta
transnazionale denominata “Koros”, “Il Mucchio”.
Un'organizzazione infiltrata in tutti i centri del potere, finanziata
e sostenuta da lobbies finanziarie promotrici della globalizzazione.
Un'organizzazione i cui componenti “considerano l'identità e
l'unità nazionale come ostacoli al mercato e si comportano come capi
di uno Stato sovranazionale” e che utilizzano tecniche
“terroristico-eversive”. Un'organizzazione gerarchica e
con un intero esercito numeroso a disposizione, senza rapporti
ufficiali con gli Stati, ma “non è escluso un coinvolgimento di
settori istituzionali degli Stati Uniti e della Germania unificata”
e che ha utilizzato la guerra nell'ex Jugoslavia come “il primo
test da internazionalizzare”.
Nadiezda, nel suo
dossier, rileva come Ghino sia entrato nel mirino di “Koros” già
ai tempi del caso Abu Abbas, ovvero ai tempi del suo no agli USA
nella consegna di Abbas e il suo sostegno alla causa palestinese.
Oltre a questo, il suo essere un “ostacolo al predominio
incontrollato delle “grandi famiglie” italiane, agli affiliati
della “trilateral”, ai potentati collegati ai gruppi
avventuristici della finanza internazionale”. Oltre che,
naturalmente, la sua ideologia “neogollista di sinistra”,
che voleva un'Europa sovrana, indipendente dai due blocchi e amica
del mondo arabo laico e socialista, oltre che alleata al Terzo Mondo.
Nel romanzo, Craxi, fa
parlare così i suoi personaggi, rivelando le sue verità, anche
nell'ambito della politica internazionale, condendole di una certa
dose di finzione narrativa. Verità che sono, del resto, quelle che
affidò, nei suoi ultimi anni di vita, alla stampa ed ai volumi che
scrisse, nel triste esilio di Hammamet.
In “Parigi –
Hammamet”, Ghino, evidente riferimento a “Ghino di Tacco”,
personaggio storico nel quale Bettino Craxi non solo si è sempre
riconosciuto, ma pseudonimo che utilizzò per firmare i suoi corsivi
sull'Avanti, è costretto, con Karim, Nicola e Nadiezda, a lasciare
Parigi, ove è braccato da pericolosi sicari, per rifugiarsi nella
sua casa delle vacanze, ad Hammamet, in Tunisia.
Terra ospitale e amica,
quella tunisina. Terra ove grandi civiltà si sono alternate e
merscolate. Terra che ospitò finanche l'esule e barricadero Giuseppe
Garibaldi nel 1834 – 1835 ed al quale Craxi dedicò un saggio, nel
1995, “Garibaldi a Tunisi”, appunto.
Ma anche qui, ad
Hammamet, ove Ghino sarà pronto a “portare avanti il suo
discorso, sparando scomode verità in diverse direzioni”, sarà
braccato dai sicari, che tenteranno di ucciderlo, pur senza successo.
Sino a che, a dare una
spallata a Koros, sarà il governo della Federazione Russa, d'intesa
con le Nazioni Unite, “richiedendo ufficialmente al governo
degli Stati Uniti di uscire dalle ambiguità e di perseguire i
mandanti della destabilizzazione mondiale”.
E sarà Nadiezda, donna
fiera e coraggiosa, e contribuire alla rovina di questa potente
organizzazione, pagando con la vita, ma riuscendo a scrivere a Karim
e a Ghino, un commovente messaggio di commiato, nel quale dichiara di
aver provveduto a “schiacciare alcuni pidocchi di grosso
calibro” e che “le false rivoluzioni e la falsa giustizia
sono giunte allo stadio finale”.
Bettino
Craxi, a 23 anni dalla scomparsa, continua a parlarci, un po' come
egli stesso profetizzò (nel 2016 Mondadori editò “Io parlo e
continuerò a parlare”, note e appunti di Craxi sull'Italia,
scritti da Hammamet). E lo fa a coloro i quali lo ascoltarono con
attenzione e continuano, ancora oggi a farlo, senza alcun pregiudizio
e riconoscendone la statura intellettuale e politica.
Craxi
rappresenta, inoltre, ancora oggi, quei socialisti senza tessera e
senza partito, come chi vi scrive, che, se sono profondamente delusi
dalla politica – dal 1993 ad oggi – non hanno comunque mai smesso
di analizzarla. Ancorati a quegli ideali di emancipazione e
democrazia libertaria che, da Garibaldi a Mazzini, da Bakunin a
Proudhon, dai fratelli Rosselli a Camillo Berneri, da Peron a Chavez,
sino a a Pertini e a Craxi, appunto, continuano a illuminare menti e
cuori, in nome dell'amore, del socialismo e di una libertà e pace
possibile e necessaria.